Nel corso degli anni ho pubblicato su quotidiani e riviste vari alcuni “medaglioni” di personaggi della storia di Vittoria, dal Seicento ad oggi. A cominciare dai fondatori della città, Vittoria Colonna e il figlio Giovanni Alfonso Enriquez, assunti come “vittoriesi” ante litteram. Si tratta di venti profili di personalità, in gran parte sindaci o possidenti, che in qualche modo hanno contribuito allo sviluppo della città. Certamente i personaggi mancanti sono molti, ma questo florilegio non è che un piccolo assaggio di ciò che si può fare. Non ho apportato alcuna modifica ai testi, che pertanto possono essere stati da me stesso aggiornati nel corso degli anni.

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Ecco l’indice in ordine alfabetico

Ubaldo Balloni

Rosario Cancellieri

Salvatore Carfì Jacono

Vittoria Colonna

Antonino Custureri

Paolo Custureri

Giuseppe Di Marco

Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera

Giovanni Foti

Giombattista Jacono

Rosario Jacono

Giovanni Leni Spadafora

Salvatore Molé

Giovanni Palazzo

Mario Pancari

Alfonso Ricca

Desiderio Ricca

Giovan Battista Ricca

Filippo Traina

Ed ecco alcuni stralci del testo

Balloni, Ubaldo  (1924), sindaco.                                              

Ad Ubaldo Balloni, è stato recentemente riconosciuto lo status di “licenziato per motivi politici”, ai sensi della legge n. 30/2001 recante norme per la “Ricostruzione della posizione assicurativa dei dipendenti licenziati per rappresaglia politico-sindacale dalle pubbliche amministrazioni”. Il comunista Balloni era stato infatti licenziato dal rag. F. Colombo, commissario prefettizio al Comune di Vittoria,  nel febbraio 1952, al culmine dello scontro politico tra lo stesso Colombo e le sinistre, impegnate nella tempestosa campagna elettorale per la riconquista del Comune. I motivi del licenziamento furono prettamente politici, come finalmente dopo 51 anni è stato giustamente riconosciuto. Ubaldo Balloni (classe 1924) fu assieme ad altri lavoratori il capro espiatorio di una stagione di durissimi scontri e di grandi passioni civili e democratiche per l’emancipazione di migliaia di braccianti vittoriesi.

Ma ripercorriamo la vicenda.

Dopo lo sbarco degli Alleati (10 luglio 1943), furono nominati sindaci esponenti socialisti (l’avv. Salvatore Molé, l’avv. Giovanni Foti) e comunisti (il prof. Giombattista Omobono). Nel frattempo si riorganizzarono i partiti maggiori (Psi, Dc, Pci) e la Camera del Lavoro. Nelle prime elezioni amministrative (novembre 1946) il Pci e il Psi ebbero la maggioranza assoluta. Il comunista Omobono fu rieletto sindaco. Iniziò così una profonda e innovativa attività amministrativa, che vedeva per la prima volta nella storia della città, il movimento contadino al governo della cosa pubblica. Furono gli anni delle grandi battaglie per l’applicazione dei decreti Gullo, relativamente alla suddivisione del prodotto. Vittoria anche allora aveva una agricoltura assai ricca, basata sul vigneto, con un’esperienza di produzione di vini pregiati risalente addirittura al Seicento. In quel quadro politico e amministrativo di profonda novità, la Camera del Lavoro e la Lega dei Braccianti diventarono il punto di riferimento per migliaia di famiglie, che nelle lotte individuarono il punto di svolta per migliorare le loro condizioni di vita. Il Comune di Vittoria divenne uno dei comuni più attenti e impegnati non solo nei problemi amministrativi, ma anche dal punto di vista delle lotte politiche e sindacali. Infatti i sindaci prof. Giombattista Omobono (classe 1910, vivente a Roma) e l’avv. Filippo Traina (1917-1983),  schierarono il Comune democratico a fianco dei cittadini, degli operai, degli artigiani, dei braccianti in lotta per più equi patti agrari, e in tutte le occasioni di sciopero e manifestazioni promosse contro la mafia, contro il carovita, per la pace, organizzate da partiti, sindacati, dal grande movimento femminile esistente allora a Vittoria. Tale posizione portò naturalmente agli interventi punitivi dei Governi nazionale (centrista) e Regionale (di centro-destra). Mentre duri scontri si accendevano nelle piazze e nelle strade cittadine (con decine di arresti di lavoratori) e la polizia strappava i manifesti del Comune, la Prefettura ordinò un’inchiesta sull’attività amministrativa della giunta socialcomunista. Nel luglio 1948 (dopo che il 18 aprile aveva visto le sinistre perdere il loro primato elettorale anche a Vittoria) il rag. Ferdinando Colombo ispezionò il Comune.

Lo dipinse come un  regno del terrore stalinista, in cui niente si muoveva se non c’era l’avallo del sindaco Traina, del segretario del Pci o della Camera del Lavoro. In quest’ambito, nel descrivere il funzionamento dei vari uffici, relativamente all’Ufficio U.N.R.R.A. scriveva: «…è affidato al sig. Balloni Ubaldo, segretario della Camera del Lavoro, ed è facile immaginare quel che può significare nei riflessi della assegnazione dell’assistenza che, evidentemente, non è più comunale, ma essenzialmente del partito e, quel che è peggio, è al servizio del partito come ottimo mezzo di propaganda. Il Balloni gode naturalmente la assoluta fiducia del Sindaco, che è quello che lo ha sistemato dall’11 gennaio 1947 in tale posto, ed è padrone ed arbitro di fare quello che vuole, nella maniera più incontrollata […]. Basta a ciò il criterio, saggio ed infallibile, del Balloni, il quale sa certamente se, come e quando il richiedente deve essere assistito». Anche le parti sugli altri settori della relazione grondano di un odio anticomunista così feroce, che fa impressione a leggerle ancora oggi, a distanza di tanti anni. Colombo concludeva la sua ispezione con la richiesta di scioglimento del Comune. Il prefetto dell’epoca però ebbe qualche timore di ordine pubblico e chiese il parere del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Il quale ritenne non dimostrate le accuse e l’eventuale  provvedimento di scioglimento illegittimo perché non rispondente ai requisiti della legge. E così allora non se ne fece nulla. L’Amministrazione Traina continuò a governare la città e le lotte sociali in tempi difficilissimi. Ma quando lo stesso Comune si schierò contro l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, il Governo Regionale si fece dare un nuovo parere dal C.G.A. e sciolse il Consiglio Comunale nel marzo 1950, designando commissario proprio l’estensore della relazione ispettiva del luglio 1948, il rag. Ferdinando Colombo. Costui amministrò appoggiandosi alla locale Dc e ad alcune parrocchie. L’opposizione contro quell’amministrazione fu durissima, fatta di manifestazioni di massa,  proteste, libelli, satire e delle inevitabili querele e anche condanne. E mentre il Pci, il Psi e il Psli si organizzarono in una lista unica per tornare all’amministrazione, battendosi contro il blocco di centro-destra, Colombo scaricò la sua ira contro i dipendenti comunali più esposti, fra i quali Ubaldo Balloni che, per le cariche rivestite nel Pci e nella Cgil era l’obiettivo maggiore. Il commissario, mentre gli attacchi per le sue scelte amministrative (contestate anche su parecchie edizioni de “L’Unità” di quegli anni) subivano un forte crescendo, agì in modo da licenziare Balloni dal Comune. Approfittando della approvazione della nuova pianta organica, Colombo ricoprì il posto di Ubaldo Balloni a mezzo di concorso interno con altro personale. A quel punto, poté licenziare Balloni il 21 febbraio 1952, con un atto costruito tenacemente nel corso di mesi. Ubaldo Balloni, oltre gli attestati di solidarietà, fu candidato nelle successive elezioni amministrative. Il 25 maggio 1952, la stragrande maggioranza dei Vittoriesi votò per i tre partiti di sinistra coalizzati e si avverò lo slogan principale della campagna elettorale della lista “Rinascita” e cioè: «il popolo al Comune, il Comune al popolo». Eletto consigliere comunale, Ubaldo Balloni ricoprì l’incarico di assessore a vari rami dell’amministrazione dal 1952 al 1958, poi fu sindaco dal 1959 al 1963. A fine 2003, dopo ben 51 anni, il giusto riconoscimento per la persecuzione subita.   

Carfì Jacono, Salvatore (1861-1945), sindaco.                       

Domenica 7 settembre 1902, tra grandi festeggiamenti, poesie celebrative dell’evento e le immancabili polemiche da parte degli oppositori (si era in campagna elettorale per il rinnovo di un quinto dei consiglieri comunali), il sindaco Salvatore Carfì consegnava alla città la Centrale Elettrica. Costruita sul sito dell’antico monastero di Santa Teresa, la nuova meraviglia della tecnica introduceva la cittadina nel nuovo secolo. Vittoria allora aveva 35.000 abitanti, vantava un elegante teatro, acqua potabile corrente sin dal 1898 ed ora tagliava il traguardo della modernità con l’illuminazione elettrica. Ma era priva di ospedale, sottolineava l’opposizione socialista, e le condizioni di migliaia di famiglie contadine erano assai precarie. Ma Carfì aveva tirato dritto per la sua strada.

Nato nel 1861 da Giacomo Carfì, ricco proprietario terriero, pur appartenendo per ideologia e per sangue al partito Jacono (era figlio di una Jacono e marito di una Jacono) è da sempre considerato il più conseguente continuatore della grande opera modernizzatrice di Rosario Cancellieri, cui lo stesso partito Jacono si era opposto per decenni. Anche simbolicamente sembrò che tra i due ci fosse stato quasi un “passaggio di consegne”. Il caso volle infatti che Salvatore Carfì Jacono divenisse sindaco a fine 1895, appena qualche settimana prima che (l’11 gennaio 1896) si spegnessero all’improvviso la stella e la vita del senatore Cancellieri. Costui, protagonista per oltre trent’anni della vita politica vittoriese era stato assai combattuto dal partito Jacono, che dal 1882 manteneva l’assoluto controllo del Municipio. Ma l’opera di Cancellieri, sindaco dal 1879 al 1882, era stata così incisiva (sistemazione urbana, P.R.G., scuole, servizi etc.) che difficilmente si poteva prescindere da essa. Così Salvatore Carfì Jacono passò alla storia come colui che realizzò il grande progetto cancellieriano dell’acqua di Scianna Caporale, cioè la costruzione di un moderno acquedotto che derivava a Vittoria l’acqua della sorgente Cifali in territorio di Chiaramonte; mise mano ai progetti di bonifica delle paludi malariche del territorio, prosciugando il lago Salito (nei pressi dell’attuale cimitero di Scoglitti, accanto all’antica palude di Camarina); costruì nuove vie e piazze della città (in particolare sistemò tutto il quartiere di San Francesco di Paola). Infine concepì l’idea di dotare la città di illuminazione elettrica, costruendo un servizio “rivoluzionario”, anche se all’inizio limitato al centro storico e a pochissimi utenti. Che questo sia stato il lascito maggiore di Salvatore Carfì è stato ultimamente riconosciuto con l’intitolazione a lui proprio della sala utilizzata per le riunioni dal Consiglio Comunale nei locali appunto dell’ex Centrale Elettrica. Ma Salvatore Carfì fu anche altro.

Appartenente, come si è detto, al partito Jacono, non fu un succube esecutore di direttive.

In verità a Vittoria comandava un quadrumvirato formato da don Gioacchino Jacono (1852-1929), Evangelista Rizza (1842-1920), dal 1900 deputato del Collegio di Comiso, Giombattista (don Titì) Jacono (1854-1936), detto “barattieri” per la sua abilità negli “scambi” politici e Ferdinando Jacono (1861-1929), questi ultimi due cognati di Salvatore Carfì, che con il quadrumvirato manteneva rapporti “dialettici”, per così dire.

Formatasi una sua fazione all’interno del partito Jacono, i primi due decenni del Novecento vittoriese furono percorsi da questo contrasto interno, a volte latente e soffocato, a volte esploso in maniera plateale. Come nel 1903, quando Carfì si dimise o fu costretto alle dimissioni da sindaco. Dopo la sindacatura di Giuseppe Giudice Porcelli, durata quattro anni (e buon sindaco, in verità), Salvatore Carfì si riprese la rivincita: nel luglio 1907 fu rieletto sindaco e vi rimase fino al 1911. Il secondo mandato fu privo però di grandi realizzazioni e fu caratterizzato da dure necessità economiche (con l’introduzione della tassa di famiglia o focatico applicata però in maniera da salvaguardare i ricchi e colpire i redditi medio-bassi), dall’inchiesta agraria, che denunciò le disastrose condizioni della sanità a Vittoria e il rifiuto dei proprietari terrieri di distribuire il chinino di Stato contro la malaria ai propri contadini. Salvatore Carfì, espressione di una borghesia liberale che nel Municipio aveva un formidabile centro di potere, fu il primo sindaco a dover fare i conti con un nuovo soggetto politico: il partito socialista di Nannino Terranova (1881-1918). La morte di Cancellieri aveva fatto cessare tutte le lotte politiche a Vittoria. I suoi epigoni (il cav. Franco Scrofani Ciarcià, il figlio stesso di Cancellieri, Giuseppe, e il nipote Platania) non vollero o non furono capaci di resistere al potere del partito Jacono e spesso si adattarono al compromesso (d’altra parte rappresentavano l’ala “sinistra” della borghesia vittoriese). Il nuovo soggetto politico nato nel 1899 in c.da Celle invece era qualcosa di diverso: mirava a dare coscienza di classe a una decina di migliaia di vittoriesi e organizzava scuole, sedi politiche, cooperative, leghe, svolgeva funzioni sindacali per le richieste di aumenti salariali, protestava contro le disumane condizioni igieniche in cui erano tenuti i braccianti nelle campagne, promuoveva cause contro i padroni che davano il vino guasto ai lavoratori, si batteva per un’assistenza sanitaria moderna. Carfì si trovò così a subire la pressione di una opposizione mai vista. Non la fiammata popolare disorganizzata e spontanea (che si era verificata anche a Vittoria nel marzo 1898, con un grande moto popolare). Ma comizi nelle piazze e nelle strade, libelli, articoli di giornali, proteste, delegazioni al Municipio. Reagì come reagivano le classi dirigenti dell’epoca: cioè con la repressione, il rifiuto di concedere ciò che gli si chiedeva, le minacce dirette e indirette, la più ottusa difesa degli interessi di classe. Attaccato da Nannino Terranova politicamente, ne licenziò dal Municipio il padre Stefano, suo parente e dipendente comunale. Nel 1910 comparve l’Inchiesta delle Leghe Socialiste contro l’amministrazione della Congregazione di Carità, in cui Terranova, rivelandosi storico eccellente, faceva un magnifico lavoro di “scusi custuri”, denunciando la cattiva amministrazione della Congregazione (divenuta cosa propria del partito Jacono-Rizza), le ruberie e il saccheggio dei cespiti delle opere pie che dovevano servire per mantenere l’assistenza a Vittoria. Dovette intervenire il Ministero degli Interni, con una nota di biasimo contro le amministrazioni passate. Dimessosi da sindaco nel 1911, Salvatore Carfì participò all’interno del partito Jacono allo scontro al calor bianco con i socialisti nelle elezioni politiche del 1913 (vinte da Rizza per appena 390 voti, con numerosi brogli) e le amministrative del 1914, anch’esse vinte dal partito Jacono, ma che videro per la prima volta la presenza dei socialisti Molé e Puglia in Consiglio. Neutralista come la maggior parte della borghesia siciliana, per tutto il periodo della guerra Carfì si ritagliò un suo spazio nella maggioranza consiliare (dominata da don Gioacchino Jacono e dal nipote Ferdinando Jacono), intervenendo su pochi argomenti, ma comunque sempre “allineato e coperto”.

Le divisioni vennero alla luce alla fine della guerra. I primi mesi di pace furono caratterizzati dal montare delle proteste popolari contro il caroviveri e degli scioperi. Inoltre l’insoddisfazione per le promesse “tradite” (la terra ai contadini) faceva crescere anche da noi il mito della rivoluzione bolscevica, per “fare come la Russia”. A destra “la pace tradita”, con la mancata concessione all’Italia dell’Istria e della Dalmazia rendeva incandescente il clima e agevolava la nascita dei Fasci di Combattimento, delle associazioni combattentistiche e lo sviluppo del Partito Nazionalista. In questa temperie politico-sociale anche a Vittoria la borghesia liberale si smarrì e si divise. Il partito Jacono si spaccò. Nelle elezioni politiche del 1919, don Gioacchino, dopo qualche esitazione verso i Socialriformisti, rimase con Giolitti; mentre Salvatore Carfì passò ai Socialriformisti di Bonomi (a livello nazionale) e di Eduardo Di Giovanni (nel Siracusano). Sconfitti entrambi, meditarono sugli errori commessi, mentre nel corso del 1920 il Partito Socialista conquistava ad una ad una le amministrazioni del Circondario di Modica e la metà dei seggi (25 su 50) al Consiglio Provinciale. Troppo tardi capirono che divisi avrebbero perso anche a Vittoria. E così fu: il 7 novembre 1920 l’elettorato vittoriese diede una schiacciante maggioranza consiliare ai socialisti (31 seggi su 40). Dopo trent’anni, il dominio del partito Jacono era spezzato. Salvatore Carfì si trovò così a capo dell’opposizione borghese in Consiglio. Ma il colpo era stato duro e il partito Jacono non poteva tollerarlo. Collegandosi al nascente squadrismo fascista e all’Associazione dei Combattenti, i dirigenti jaconisti (Rizza era morto nel dicembre 1920) da Palazzo Jacono organizzarono scientificamente e finanziarono la provocazione di piazza che portò il 29 gennaio 1921 all’uccisione del consigliere socialista Campagna e quella ancora più “raffinata” del 13 marzo 1921, quando i fascisti fecero finta di rispondere ad una “provocazione” socialista e cominciarono una fitta sparatoria contro centinaia di contadini in piazza, assaltarono la Lega di Miglioramento e le sedi socialiste, ammucchiandone i mobili in piazza ed appiccando loro il fuoco. A seguito di ciò, i Carabinieri anziché arrestare i colpevoli della sparatoria, arrestarono il sindaco Molé ed un paio di assessori… Dopo appena 100 giorni finiva l’amministrazione socialista di Vittoria. Quindi il prefetto sciolse il Consiglio Comunale, insediando al suo posto un commissario prefettizio. Dopo l’uccisione il 1° maggio 1922 di un giovane comunista, Orazio Sortino, nel luglio 1922 le due fazioni contrapposte del partito Jacono, una guidata da don Gioacchino Jacono, l’altra da Salvatore Carfì, auspice il prefetto, confluirono nel Partito Nazionale Fascista. Nonostante ciò, Salvatore Carfì non ebbe alcun ruolo politico durante il ventennio fascista. Ritornò ad occuparsi esclusivamente delle sue terre e della produzione del vino. Morì nel gennaio 1945. Oggi il suo palazzo in via dei Mille appartiene alla Provincia Regionale di Ragusa. Capace amministratore, esponente della borghesia vittoriese, amministrò per suo conto, modernizzando la città ma infine contribuendo a portarvi lo squadrismo. Pertanto a lui Vittoria deve la luce, ma anche le ombre del Fascismo.        

Custureri, Paolo (1550-1619), possidente, primo secreto.

Recentemente mi è capitato di polemizzare su presunte “eredità” culturali, in particolare sulla presunta “eredità camarinese” di Vittoria, in base alla quale si vorrebbe riscrivere la storia della città. Un tentativo che appare risibile e fuori moda, non solo alla luce di una normale consapevolezza storica (certo, se uno ce l’ha…), ma soprattutto anche alla luce della enorme massa di documenti oggi disponibili. Fuori moda e storicamente ingenua, perché oggi di tutto dovrebbero  occuparsi le storie comunali tranne che tornare a disquisire di “continuità” o “eredità”. La disputa su Vittoria come erede di Camarina (e Santa Croce dove la mettiamo?) equivale a quella su Comiso come antica Kasmene. Leggende, entrambe.

Nate quella di Vittoria per vincere la lite territoriale contro Chiaramonte nel Settecento e l’altra, alimentata dall’orgoglio municipale comisano negli anni Cinquanta, sfatata dal prof. Antonino Di Vita, che individuò Kasmene sul Monte Casale, nei pressi di Palazzolo Acreide. In questo breve articolo intendo invece indicare le “eredità” vere, cioè quelle lasciate dagli uomini e donne in carne ed ossa che ai primi del Seicento vennero ad abitare nella nuova città di Vittoria, una colonizzazione in cui Comiso ebbe grande parte, al punto da sollevare le lamentele di Stanganelli su un presunto impoverimento demografico di Comiso a favore di Vittoria (analoghe cose scrisse Samuele Nicosia nel 1882 per Chiaramonte). Infatti il nuovo insediamento nacque in un territorio già abbondantemente antropizzato e in larga misura coltivato a censo non solo da decine e decine di contadini comisani e chiaramontani, ma posseduto anche da istituzioni religiose comisane come la Collegiata della Santissima Annunciata (possedeva la contrada Burgaleci, a due chilometri da Scoglitti) e la chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata, che possedeva vasti appezzamenti di terra nelle contrade Cammarana (sotto l’attuale Villa Comunale) e nell’area dell’attuale Fiera Emaia. Anziché inventarsi assurde e inesistenti “continuità” storiche e culturali tra Camarinesi e Vittoriesi, basta rivolgere la propria attenzione alle origini dei primi abitatori e dei coloni che nei secoli seguenti continuarono a venire a Vittoria, per avere l’idea concreta delle ascendenze storiche e biologiche dei Vittoriesi di oggi. Ebbene, non ci vuole molto a rendersi conto che tre città nel corso dei lunghi decenni dei secoli XVII e XVIII formarono prevalentemente la popolazione della nuova città di Vittoria: Comiso, Chiaramonte e Ragusa. La documentazione già esaminata dal prof. Giuseppe Raniolo e poi dallo scrivente copre appunto questi due secoli, con puntuali indicazioni sulle origini dei nuovi abitanti di Vittoria.

Alle tre città-madri si aggiunsero poi man mano decine e decine di altre cittadine e borghi della Sicilia, della Calabria e dell’isola di Malta, che contribuì con una larga immigrazione a popolare Vittoria nel corso del tempo. Ma nonostante la numerosa presenza di Comisani spostatisi a vivere a Vittoria in condizioni migliori di quelle offerte dai Naselli, nel dialetto vittoriese prevalse invece l’influenza chiaramontana, come già con acume mise in evidenza nel 1882 Serafino Amabile Guastella, in un magnifico saggio. Segno che in quel “melting pot” che fu Vittoria nel Sei-Settecento il nerbo fondamentale e che si arricchì nel corso dei decenni più di tutti, fu quello chiaramontano. Eppure per tutto il Seicento furono i Comisani a dominare l’economia vittoriese con le loro ricchezze e la loro intraprendenza. I censimenti del 1616, 1623, 1638, 1651 assegnano ai Comisani il primato della ricchezza. Numerosi furono i secreti (sindaci) di origine comisana tra il 1614 e il 1650 e i loro nomi suonano Custureri, Garofalo, Brancato, Di Marco. Vicinissima a Vittoria, Comiso fornì popolani e possidenti, i quali considerarono la fondazione della nuova città come un ottimo affare per sé e la propria famiglia e vi impiantarono le antiche qualità dei propri vitigni, per produrre guarnacce, malvasie e quel vino rosso  che nel corso dei decenni, con il contributo di vitigni quali il nerodavola (il calaurisi) e il frappato sarebbe divenuto il classico cerasuolo. 

Vittoria e le sue terre furono un buon affare soprattutto per coloro sulle cui terre fu materialmente costruita la città e che gestirono le prime infrastrutture e amministrarono le prime gabelle. Il primo e il più importante dei Comisani traferitisi a Vittoria fu Paolo Custureri (1550-1619), che della città fu il primo secreto, cioè l’amministratore dei beni del Conte di Modica, carica oggi equivalente a quella di sindaco. Nel 1616 la sua famiglia possedeva «sei case terrane…  con cisterna, orto e casalino» a Vittoria (individuabili nell’isolato dove oggi sorge il Tribunale, ex Palazzo Pancari, e il Palazzo Scrofani-Villalba, accanto all’attuale chiesa di San Giovanni), tre case a Comiso nel quartiere di Santa Maria, circa 73 salme di terra (circa 200 ettari) in contrada Giummarito (nome con cui si designava allora tutto la zona su cui oggi sorge Vittoria), in una piccola parte della quale erano piantate 20 migliara di vigne e in cui, nei pressi della “costa e lavinaro” (oggi Canale), era stato realizzato il primo “ciaramiraro”, appunto in suo possesso. Possedeva ancora un giardino irriguo in contrada «di la Martorina, con grutta», 8 tumoli di vigna e terre lavorative (cioè seminative) in c.da Nollica e una quota di mulino a Comiso. Per un totale lordo (cui vanno sottratte le gravezze, cioè i censi e i debiti) di 1094 onze di beni immobili, cui vanno però aggiunte 220 onze di beni mobili (rendite, soldi prestati, bovini etc.). Dunque ben 1314 onze, paragonabili a svariate centinaia di migliaia di euro di oggi.

In particolare Vittoria deve a Paolo Custureri la costruzione della chiesa della Grazia, alla quale nei suoi testamenti del 1617 e del 1619 lasciò congrue rendite (4 onze l’anno) e in cui volle essere seppellito dopo la sua morte.

Custureri fondò anche un lascito per le sue discendenti povere, che in seguito diede nome alla contrada Maritaggi. Morendo, la maggior parte dei suoi beni toccò al figlio Antonino. Alla figlia Vincenza, che era stata data forzatamente in moglie (dopo un rapimento avvenuto nel 1613) ad Antonuzo Garofalo, anche lui ricchissimo comisano trasferitosi a Vittoria, toccarono altre terre e case.

Il figlio Antonino (1600-1645), in seguito anche lui secreto, accrebbe il patrimonio lasciatogli dal padre e morì assassinato nell’ottobre 1645, per motivi sconosciuti, ma probabilmente per “questioni di donne” (non si sposò mai, ma ebbe parecchi figli da sue amanti).

Vincenza Custureri, intesa la “Bianca” (da cui il nome al mulino ancor oggi noto come “Bianca”), rimasta vedova nel 1632, dopo la morte del fratello nel 1645 amministrò i beni per conto dei tre nipoti legittimati e fu per decenni la donna più ricca di Vittoria (morì nel 1666). Dopo i Custureri e i Garofalo, si trasferirono a Vittoria altri ricchissimi e intraprendenti comisani come Giuseppe Di Marco e lo speziale Giovanni Palazzo.

Jacono, Rosario (1925-2003), deputato regionale, sindaco.

 Il 9 aprile 2003, all’improvviso si spegneva il dr. Rosario Jacono, all’età di poco più di 78 anni. Riservandomi di trattare meglio la sua figura e il suo impegno politico e amministrativo nel più ampio lavoro che sto conducendo sulla storia della Cgil nel Ragusano dal 1944 al 1962 e nella nuova “Storia dei Vittoriesi”, voglio ricordare così l’on. Rosario Jacono nel primo anniversario della sua scomparsa.

Il dr. Rosario Jacono fu deputato regionale per due legislature (1955-1963), consigliere comunale dal 1956 al 1990, sindaco di Vittoria (1981-1983), più volte  assessore e vice-sindaco (con i sindaci Caruano del Pci, Cafiso e Battaglia del Psi; Monello del Pci) dal 1964 al 1990. Amministratore dunque, ma soprattutto uomo di partito sempre, dal Pci al Pds ai Ds. Uno dei costruttori del partito comunista di Vittoria (di cui nel trentennio 1951-1981 fu più volte segretario) e del movimento sindacale (segretario della Camera del Lavoro dal dicembre 1955 fino al giugno 1957). Politico e amministratore, ma soprattutto un costruttore di quadri. Se si pensa infatti che la maggior parte della classe dirigente politica e amministrativa degli anni Settanta-Novanta fu da lui scoperta, sostenuta, educata all’attività politica e al governo della Città, c’è da ammirare profondamente nell’on. Rosario Jacono un esempio inimitabile. Come uomo politico crebbe in tempi durissimi. E non solo per lo scontro tra la Dc e il Pci prima e dopo il 18 aprile 1948, ma anche per le vicende interne difficilissime di un grande partito come quello comunista di Vittoria. Un partito in cui cozzarono per anni due personalità del calibro del prof. Giombattista Omobono e l’avv. Filippo Traina, entrambi creatori del partito vittoriese, sulla breccia sin dal 1943. Omobono (1910, vivente), primo sindaco comunista di Vittoria dal 1945 al 1947, personalità che ebbe un forte ascendente su Jacono, eletto deputato regionale il 20 aprile 1947, fu costretto dal partito a dimettersi da sindaco. Ciò acuì il contrasto con Traina, che fu eletto al suo posto (ho potuto vedere recentemente crudi documenti di quel contrasto). Omobono aveva costruito un suo gruppo di seguaci all’interno del Pci  ma, portatore di una visione “leggera” dell’organizzazione di partito e fortemente antisocialista, fu sconfitto e si allontanò sempre più dal partito vittoriese, fino a quando, cessato il mandato parlamentare nel 1951, si trasferì a Roma (del Pci non condivise mai le svolte del 1956 e il progressivo distacco dall’Urss). L’amministrazione Traina, dopo il 18 aprile (che aveva visto anche a Vittoria una leggera supremazia della Dc sul Fronte Popolare), fu sottoposta a varie ispezioni dalla Prefettura (su richiesta dell’opposizione), soprattutto per l’applicazione “di classe” dell’imposta di famiglia e una prima volta si salvò per il rifiuto del Consiglio di Stato di avallare la proposta dell’assessore agli Enti Locali Restivo di sciogliere il Consiglio Comunale. Ma nel 1950, essendosi il Comune di Vittoria schierato contro l’adesione dell’Italia alla Nato, dimessisi i consiglieri di minoranza, Restivo, nel frattempo divenuto Presidente della Regione, sulla base della vecchia relazione prefettizia, sciolse il C.C.

Il trauma, l’attacco furibondo degli avversari, portò a riorganizzare le file e fu proprio il giovane Saro Jacono ad essere incaricato di riorganizzare il partito, di cui nell’ottobre 1951 fu eletto segretario. Furono anni di impegno eccezionale, di mobilitazioni popolari continue sui temi del lavoro, del caro-vita, dell’imponibile di manodopera, della riforma agraria, sui quali dominava lo slogan: “il popolo al Comune; il Comune al popolo”, cioè il ritorno delle forze popolari al Comune. Il nuovo gruppo dirigente formato da Filippo Traina, Saro Jacono, Ubaldo Balloni, Emanuele Fiorellini ed altri, con una forte politica unitaria con il Psi (di cui i maggiori esponenti erano il dr. Benedetto Mingardi, il prof. Salvatore Battaglia, oltre al vecchio sen. Molé), vinse di slancio la battaglia per la riconquista del Comune nel maggio 1952. Con il ritorno al Comune delle forze popolari (dopo una gestione commissariale, che in verità era diretta dalla Dc locale) si aprì una nuova pagina nella storia della città. Il lavoro del dr. Rosario Jacono fu così incisivo, capillare, efficace, che nelle elezioni regionali del 1955 fu naturale la sua candidatura e la sua elezione all’Ars. Ma il partito non lo lasciò solo al suo incarico di parlamentare. A fine 1955 Jacono risulta infatti segretario della Camera del Lavoro di Vittoria.

Anche in questo incarico portò tutta la sua sapienza organizzativa e la sua capacità di iniziativa. L’applicazione della riforma agraria (con l’occupazione delle terre scorporate a Dirillo e Piombo), la scoperta del petrolio nel Ragusano (che sembrava aprire un futuro di sviluppo anche industriale per Vittoria e il suo territorio), la necessità di ottenere aumenti salariali per i braccianti, di garantire assistenza e previdenza a migliaia di cittadini privi di copertura, furono tutti oggetto di assemblee, manifestazioni, interventi all’Ars, riflessioni in convegni e dibattiti, articoli per la stampa. Poi venne “l’indimenticabile” 1956 quando, a seguito dei fatti d’Ungheria, fu proibito al Pci di tenere comizi. Allora molte rivendicazioni acquistarono anche valenza politica e ciò che non poteva fare il Pci, a Vittoria (e altrove) lo faceva la Camera del Lavoro. Ai primi del ’57 la tensione salì alle stelle. La Cgil aprì l’anno con una serie di imponenti manifestazioni per richieste di aumenti salariali, dell’eterno l’imponibile di mano d’opera, di interventi assistenziali vari e stabilì uno sciopero per il 28 gennaio. Fallite le trattative al Collocamento, quel giorno si trovarono in piazza migliaia di braccianti e di disoccupati. Per il rifiuto degli agrari di accettare le richieste del sindacato, si organizzò una spontanea manifestazione di protesta. Alla testa del corteo il segretario della Camera del Lavoro on. Jacono e altri dirigenti sindacali e dei partiti di sinistra. Poiché la polizia impediva l’accesso in via Cavour, il corteo, per un equivoco si divise in due e una parte si trovò al mercato (allora in via G. Matteotti), pressata dalla polizia e impedita di andare avanti. A quel punto scoppiarono incidenti tra dimostranti e forze dell’ordine, con parecchi contusi tra i poliziotti e i dimostranti. Mentre ciò accadeva, la testa del corteo, guidata dall’on. Jacono  arrivò in piazza, dove si apprese dei fatti del mercato. La reazione della polizia fu dura. Invasa la Camera del Lavoro, molti militanti furono individuati e fermati. Le indagini durarono qualche mese. Nella notte del 10 giugno, con l’accusa di aver guidato gli scontri con la polizia (alcuni poliziotti dichiararono il falso, giurando di avere visto e sentito l’on. Jacono al mercato, mentre incitava i suoi «a rompere le teste ai poliziotti»!), Jacono e altre 10 persone (tra cui l’avv. Gianni Ferraro, braccianti e operai) furono arrestate. Per motivi politici era già stato incriminato nel dicembre 1947 (per un assalto di massa alle sezioni monarchica e qualunquista), poi arrestato nel 1951 (per vilipendio del Governo), ma ne era uscito dopo pochi giorni, mentre le amnistie avevano cancellato le accuse. Stavolta invece dovette stare in carcere per ben 18 mesi. A dicembre 1958, nel processo di Messina, l’on. Jacono fu prosciolto dall’accusa di avere provocato gli incidenti. Raccontava sempre con serenità l’accaduto, senza rancore, con l’amarezza di essere stato colpito innocente per un complotto ordito in alto loco.

Uscito dal carcere, si gettò di nuovo nell’attività politica, per ricuperare il tempo perduto. Furono anni di un’incredibile attività anche parlamentare, di dibattito, di articoli sulla questione del petrolio e dell’industrializzazione del Ragusano. Di nuovo consigliere comunale nel 1960, con  l’allontanamento forzato di Traina dall’attività politica (a causa della destituzione da sindaco ad opera della Prefettura nel 1958), divenne il maggior esponente del partito (mentre Ubaldo Balloni ricopriva la carica di Sindaco). Ma alcuni errori amministrativi, i malumori e i forti contrasti all’interno del Pci e della Giunta diedero all’ex sindaco Traina la possibilità di mettere in minoranza il gruppo che reggeva il partito e l’amministrazione (Jacono, Balloni, Fiorellini). Jacono pagò la sua sconfitta all’interno del partito con la fine della sua esperienza parlamentare all’Ars, mentre Traina, affermatosi di nuovo come capo del partito, veniva eletto senatore nell’aprile 1963. Uno degli ultimi atti parlamentari di Jacono fu la presentazione di una proposta di legge a favore della serricoltura, di cui aveva con grande intuito compreso le immense potenzialità, una proposta elaborata in decine di incontri con i coltivatori (la proposta di legge fu poi ripresa da Feliciano Rossitto e varata con il n. 24 nel 1964). Lo scontro interno si protrasse fino a quando la stessa amministrazione Balloni fu travolta nel novembre 1963 da una mozione di sfiducia votata anche da tre ex Pci, espulsi nel settembre 1963. Per pochi mesi fu sindaco l’ins. Giuseppe Caruano, di cui Jacono fu costretto a fare il vice-sindaco,  poi sopraggiunse come commissario il dr. Giovanni Guzzardi del Psi (Guzzardi proveniva dal Pci, di cui era stato tra i fondatori della sezione di Comiso nel 1944, poi aveva ricoperto le cariche di segretario di quella Camera del Lavoro e in seguito della Cgil provinciale; si era allontanato nel 1955). Il Pci perse naturalmente le elezioni amministrative del 1964 e a Vittoria si formò il primo centro-sinistra, con la nuova alleanza tra il Psi e la Dc: il prof. Salvatore Battaglia, assessore socialista con Traina sin dal 1947 e poi con Balloni, divenne il nuovo sindaco. Jacono fu comunque eletto consigliere, ma non divenne capogruppo dell’opposizione, come sarebbe stato giusto. Educato alla militanza dura di quando si diceva «meglio sbagliare con il partito che avere ragione da soli», accettò la sua momentanea emarginazione, colpito anche dalla scoperta di una malattia debilitante. Ma non si arrese. Non dovette aspettare molto. Nel 1966,  lo stesso Traina, capendo che le cose in Consiglio andavano male, gli chiese di diventare capogruppo. Nel luglio 1968 fu di nuovo eletto segretario del partito, carica che mantenne fino a metà 1971. Da capogruppo prima e poi anche da segretario ancora una volta Jacono si lanciò in una attività frenetica. In un lavoro capillare, basato sulla mobilitazione della gente, stavolta  contro l’amministrazione comunale. Il Pci mobilitò i quartieri popolari per l’acqua e i servizi, facendo “impazzire” gli amministratori di centro-sinistra e mettendoli in gravi difficoltà. Il 19 novembre 1969 Vittoria vide uno dei più grandi scioperi mai organizzati: era l’”autunno caldo”. Nonostante i dissensi tra i due (anche nel merito di certe scelte di Jacono in difesa di nuovi quadri dirigenti), Jacono e Traina condussero uniti una battaglia vincente contro il centro-sinistra nelle amministrative del 1970 e il Pci recuperò i suoi 18 consiglieri soprattutto sulla questione dei servizi, ma anche sulla questione del P.R.G., a lungo  “tenuto nel cassetto” e respinto perché il piano prevedeva la distruzione di gran parte del centro (anche se in verità tali indicazioni in parte risalivano a quelle date dalla seconda amministrazione Traina). A pagare fu soprattutto la Dc, che nelle elezioni del 1970 perdette voti e seggi, mentre il Psi si rafforzò.

Dopo la faticosa formazione della giunta di sinistra nel 1971 (sindaco il prof. Cafiso, del Psi, ma l’anno dopo il prof. Battaglia riuscì ad essere rieletto sindaco), l’on. Rosario Jacono ricoprì la carica di vice-sindaco (mentre Traina ritornava alla segreteria del Pci). Dopo la sua affermazione personale nelle elezioni amministrative del 1975 (oltre 4600 preferenze) Jacono era il candidato naturale a sindaco. Ma non fu così, perché Traina gli mise davanti l’ostacolo del “rinnovamento” del partito (che però valeva solo per alcuni e non per altri). Il giovane Giovanni Lucifora fu il nuovo sindaco, che durò con molte polemiche interne fino al febbraio 1978, quando fu eletto sindaco il prof. F. Aiello, che dopo Traina era stato eletto segretario del Pci. Traina fu costretto ad abbandonare la scena politica dalla malattia nel 1977 (scomparve nel 1983). Jacono resse allora di nuovo il partito e cominciò una nuova stagione di continua ascesa politica che portò il Pci dal 43% del 1975 al 59% del 1981 (elezione di Aiello alla Regione), al 62% delle elezioni politiche del 1987 (elezione di Monello alla Camera) e delle amministrative del 1990 e al 72% (candidatura Aiello alle Europee) nel 1989. Il periodo 1978-1990 può essere considerato il periodo d’oro della vita del Pci e dell’amministrazione comunale vittoriesi, ed esso coincide con la saggia guida di Jacono con un gruppo dirigente nuovissimo e unito. Anche se i contrasti non mancarono né gli errori, alla luce del presente, a mio avviso quelli furono gli anni migliori, da tanti punti di vista. Jacono era capace di tenere unito un composito gruppo dirigente, con la sua saggezza, la sua esperienza e la sua autorevolezza. Dopo avere ricoperto la carica di sindaco tra il 1981 e il 1983, si dimise per consentire allo scrivente di diventare sindaco. E continuò nel suo lavoro di amministratore, occupandosi soprattutto di completare l’iter del P.R.G. A mio avviso, il suo lascito maggiore di dirigente politico è stato quello di avere per tutta la sua lunga militanza creduto nella formazione dei gruppi dirigenti. Era l’uomo cui si ricorreva nei momenti difficili (così avvenne nel 1951, nel 1955, nel 1968, nel 1978), salvo poi a illudersi di metterlo di lato, non appena le cose sembrassero andare per il meglio.  Dopo il suo ritiro per motivi di salute dalla scena politica nel 1990, nel giro di poco tempo il gruppo dirigente che egli aveva contribuito a costruire e a tenere insieme con la sua presenza, privo di guida, si sgretolò. Omobono, Traina, Jacono: tre grandi figure della seconda metà del  Novecento vittoriese che hanno lasciato una grande orma e un grande patrimonio politico. Purtroppo, oggi senza eredi. Quanto al presente, “ai posteri l’ardua sentenza”. 

Traina, Filippo (1917-1983), sindaco, senatore e deputato.

Il 23 marzo 1983, minato da una lunga e grave malattia, all’età di 66 anni si spegneva l’avv. Filippo Traina, prestigioso dirigente del Pci. Sindaco di Vittoria dal 1947 al 1950 e poi dal 1952 al 1958; senatore della Repubblica (1963-1968) e poi deputato per due legislature (1968-1976), protagonista di memorabili battaglie amministrative e sociali, in questa sede vogliamo ricordarlo solo come il sindaco che costruì il nuovo “Comune democratico” di Vittoria negli anni drammatici dell’immediato dopoguerra e dello scoppio della “guerra fredda”, fino alla sua sospensione insieme con la G.M. nel luglio 1958. Anni duri e difficili, ma certamente fecondi per lo sviluppo economico, amministrativo e democratico della città.

«…Il Comune non può estraniarsi dai problemi dei suoi amministrati, ma valendosi del potere conferitogli dal mandato popolare esso può e deve sempre diventare una forza dinamica e propulsiva dello sviluppo economico del paese, un centro di orientamento e di organizzazione della vita moderna dei nostri centri agricoli. A questa concezione noi ispireremo la nostra attività amministrativa al Comune. Questo significa che noi poniamo i problemi della nostra agricoltura al centro del nostro impegno amministrativo». Così scriveva Filippo Traina nel 1964, esplicitando il concetto di “Comune” che già aveva applicato nella sua attività amministrativa e proiettando ancora nel futuro tale ruolo.

Nato nel 1917, Filippo Traina apparteneva a famiglia socialista e antifascista. Cognato del dirigente comunista Vincenzo Terranova (figlio di Nannino Terranova, il creatore del socialismo vittoriese),  nel 1942 aderì al Partito Comunista clandestino, che aveva avuto nello stesso Terranova, nel prof. Giombattista (Alfonso) Omobono e nel gruppo di Michele Santonocito i suoi riferimenti vittoriesi.

Dopo lo sbarco degli Anglo-Americani nel luglio 1943 e il ritorno della Sicilia all’amministrazione civile, lo troviamo a celebrare il 1° maggio 1944, la Festa del Lavoro, dopo 18 anni di divieto (Micciché). Traina parlò insieme con l’avv. Salvatore Molé, che era stato l’ultimo sindaco socialista, capo della G.M. legittimamente eletta dopo le amministrative del 7 novembre 1920, sciolta dalla violenza squadrista dopo gli incidenti del gennaio-marzo 1921 e che sarà eletto al Senato il 18 aprile 1948. Nel 1944, sindaco il socialista Giovanni Foti, Traina fu vice-commissario all’epurazione degli squadristi (alcuni erano stati assunti al Comune dal podestà Santapà; licenziati, furono poi riassunti grazie all’amnistia Togliatti). Superato il drammatico momento del “Non si parte, non si parte”, Traina collaborò con il sindaco Omobono (dal 27 gennaio 1945 a capo di una giunta tripartita Pci-Psi-Dc) e con altri dirigenti a costruire il Pci e la Cgil vittoriesi, organizzando migliaia di braccianti e promuovendo forti lotte già tra il giugno e il settembre 1945 per il rispetto dei decreti Gullo (occupazione di terre incolte e diversa suddivisione dei prodotti tra proprietari e braccianti).

Tale azione, condotta assieme ad altri dirigenti valse a radicare nel panorama politico vittoriese il Pci.  Ciò contribuì a far vincere la Repubblica sulla Monarchia il 2 giugno 1946 anche a Vittoria. Alla Costituente il Pci ebbe poco meno di 3000 voti, contro i 6000 del Psi, ma appena cinque mesi dopo, nel novembre 1946, nelle prime elezioni amministrative, il Pci divenne il primo partito della città con oltre 6000 voti. Omobono che aveva avuto ben 3687 voti di preferenza fu riconfermato sindaco di un monocolore comunista e Traina (eletto con 561 voti) ebbe le deleghe assessoriali per i tributi e agricoltura industria e commercio, nonché quella di vice-sindaco. Dopo le dimissioni del sindaco Omobono (eletto deputato all’A.R.S.), Traina gli successe il 16 agosto 1947, a capo stavolta  di una giunta socialcomunista (vice sindaco Salvatore Cultrone, del Psi e cognato dell’on. Salvatore Aldisio, dc). Fin dal 1944 dal Municipio popolare erano partite le iniziative più coraggiose e decise per organizzare la raccolta di viveri, indumenti, medicinali, cucine economiche, in favore delle famiglie prive di mezzi e dissestate dalla guerra. Man  mano che gli effetti della guerra ed i bisogni immediati venivano superati, i problemi delle strade, della occupazione nelle campagne abbandonate, della retribuzione salariale, si posero in tutta la loro drammaticità. In stretta collaborazione, le forze di sinistra affrontarono nel periodo 1947-1950 una durissima situazione di crisi economica, aggravata dalla rottura nel maggio 1947 dell’unità antifascista a Roma, dallo scontro del 18 aprile 1948 e dalle scelte conservatrici della Dc degasperiana. Eppure riuscirono a varare il primo piano di ricostruzione dell’abitato, dei servizi igienici (acquedotto, fognature), venne messo a punto il piano di assistenza medico-farmaceutica-ospedaliera per gli indigenti iscritti nell’elenco dei poveri. Nello stesso tempo il Comune seguì le lotte dei mezzadri per l’applicazione delle leggi Gullo e dei braccianti; si adoperò per facilitare accordi sindacali fra le categorie; si pose alla testa delle lotte per l’azione di rivendicazione dei contributi di miglioramento fondiario in agricoltura e delle lotte bracciantili per la conquista della terra in applicazione della legge di riforma agraria siciliana, nonché della legge sull’imponibile di mano d’opera. La commissione comunale per gli elenchi anagrafici prima e quella per l’imponibile di mano d’opera (MIMA), presiedute dal Sindaco popolare, svolsero un ruolo determinante  e decisivo nell’estendere a tutti i braccianti agricoli il diritto all’assistenza e alla previdenza sociale creando le premesse per il diritto alla pensione per tutti i lavoratori e arricchendo oltre tutto l’economia vittoriese dell’afflusso di centinaia di milioni di lire dell’epoca, rappresentati dagli assegni familiari che andavano a ristorare, per diversi rivoli, le economie dei piccoli imprenditori locali, artigiani, bottegai, commercianti.

La lotta costante e il contributo decisivo per il mantenimento della pace nel mondo fu l’espressione più alta della amministrazione social-comunista in un’epoca percorsa da serie minacce e brividi di follia configuratisi nella “guerra fredda”. Ma ciò non fu tollerato dai Governi nazionale e regionale, in mano alla Dc. L’interventismo del Comune nelle lotte sociali e per la pace, la scelta di far gravare i tributi locali sulle famiglie benestanti esonerando le più povere, l’ostruzionismo delle autorità tutorie, l’opposizione feroce della la Dc vittoriese dell’epoca, rappresentata dall’avv. Gaetano Battaglia e dal segretario locale dr. Gaetano Alessandrello, costarono al sindaco Traina denunce e processi e alla città lo scioglimento del Consiglio Comunale, deciso con motivazioni risibili nel marzo 1950. La gestione commissariale del Comune, affidata ad un funzionario prefettizio, ma di fatto dominata dal segretario della Dc Alessandrello, fu così faziosa (il commissario Colombo fece gestire dalle parrocchie e dalla segreteria Dc l’assistenza dell’Eca, licenziò alcuni dipendenti comunisti, fra cui Ubaldo Balloni) che persino i socialdemocratici, che pure avevano contribuito a far sciogliere il Consiglio, nel 1952 si presentarono a fianco di Pci e Psi nella battaglia per la riconquista del Comune.

Traina, dopo una sfortunata ma utile esperienza nelle elezioni regionali del 1951, fu il candidato sindaco naturale della lista “Rinascita”, che sconfisse l’alleanza tra Dc, qualunquisti e liberali.

Le sue battaglie furono premiate da un vastissimo consenso popolare e con ben 9.034 voti di preferenza fu rieletto sindaco. Gli anni successivi furono di attività febbrile, di continuazione del lavoro amministrativo bruscamente interrotto nel 1950 e di ampliamento dell’impegno sociale, che estese ulteriormente l’assistenza sanitaria ai bisognosi, applicando a Vittoria il concetto giuridico di “indigente” sancito dalla Corte Costituzionale; si difesero da un vasto e profondo attacco governativo e padronale gli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli; si assicurò il miglioramento qualitativo e quantitativo dei servizi igienici meccanizzando il servizio di nettezza urbana; si portò a compimento, non senza contrasti, l’ampliamento della fornitura idrica dell’abitato risolvendo i gravi problemi dei nuovi quartieri di periferia. Si riuscì ad assicurare, rispetto al disinteresse governativo, la fornitura di libri e la refezione agli scolari indigenti. Ancora una volta l’agricoltura fu al centro dell’attenzione del Comune, con l’appoggio alle lotte e anche l’elaborazione di richieste precise per far fronte alla crisi vinicola e dell’ortofrutta (allora a campo aperto), con la richiesta alla Regione della costruzione a Vittoria di una centrale ortofrutticola, con compiti non solo di commercializzazione trasparente, ma anche di “marketing”.

All’arricchimento dei servizi (acqua, fognatura, scuole, alloggi popolari, il risanamento di Scoglitti, la costruzione del porto) fu aggiunto il tema del PRG, mentre la scoperta del petrolio a Bonincontro diede occasione di cominciare a discutere di industrializzazione. Una lettura acuta e attenta della realtà portò Traina e quell’A.C. (vice-sindaco prima il dr. Benedetto Mingardi, poi il prof. Salvatore Battaglia, entrambi del Psi) a individuare (assieme ai partiti di sinistra e alla Cgil) la chiave di volta dello sviluppo in nuovi rapporti sociali nelle campagne, con un nuovo contratto collettivo di compartecipazione, che superasse l’arcaico e ingessato sistema della contrattazione individuale. La capacità amministrativa, le lotte sociali sostenute dal Comune, i profondi legami tra amministratori e popolo (notevolissima in quegli anni la partecipazione delle donne), determinarono la riconferma nelle elezioni amministrative del 1956. In quella occasione la competizione elettorale vide assieme a comunisti e socialisti una larga schiera di professionisti indipendenti «pienamente consapevole della pacifica rivoluzione democratica operata nel seno della vita cittadina dall’azione di governo; dall’altra parte il listone unico voluto dagli agrari e benedetto dai preti per riportare i privilegiati ed i padroni del feudo alla conquista della cittadella comunale popolare» (Traina). Filippo Traina (che aveva riportato 7.834 voti di preferenza), fu rieletto sindaco per la terza volta, quando si apriva una nuova prospettiva storica ed economica per la città. Mentre si avviava la battaglia per la industrializzazione del territorio (numerosi furono i convegni sulla industrializzazione e sulla difesa dei prodotti tipici come vino, olio, ortofrutta) e una lotta tenace e senza quartiere per lo sfruttamento del petrolio di Bonincontro (artefice principale l’on. Rosario Iacono, eletto nel 1955 all’ARS), il movimento democratico fu quasi decapitato.

A seguito dei fatti internazionali (Ungheria, crisi di Suez) infatti la fine del 1956 e gli inizi del 1957 videro una serie di imponenti manifestazioni popolari per la pace e per forti rivendicazioni economiche braccantili (imponibile di mano d’opera, nuovo contratto di compartecipazione, aumento salari agricoli, assistenza farmaceutica e ospedaliera). A seguito degli incidenti del 28 gennaio 1957, nel giugno successivo, fu arrestato il segretario della Camera del Lavoro, l’on. Rosario Iacono (assieme ad altri dirigenti, fra cui il dr. Gianni Ferraro.). Il processo fu costruito sulla base di false dichiarazioni di poliziotti e carabinieri. Trattenuti in carcere per 18 mesi, fino al dicembre 1958, gli arrestati furono poi prosciolti per gran parte delle accuse. Mentre Iacono era in carcere, la tenaglia si chiuse anche contro Traina. A seguito infatti di una denuncia per aver “imposto” un sovrapprezzo volontario sulla carne da destinare a spese per lo sport e varie manifestazioni (ma era un’usanza risalente al 1925, quando con quei proventi allora obbligatori era stato costruito il Monumento ai Caduti), Traina e parte della G.M. furono sospesi dal prefetto.  L’8 luglio 1958 Traina si dimise da sindaco. Ma non bastò. Il 1° agosto il prefetto stesso gli contestò di aver ordinato la fornitura di medicinali gratuiti agli indigenti, fuori bilancio. Il Municipio di Vittoria aveva realizzato, fra i primi in Sicilia, un moderno sistema di assistenza farmaceutica, ospedaliera e di medicina specialistica per i bisognosi, in applicazione dell’art. 31 della Costituzione. Non sempre le spese erano prevedibili, così come aveva riconosciuto la stessa Corte Costituzionale, ma Traina fu condannato a restituire al Comune 24,5 milioni di lire dell’epoca e Mingardi 5,5 milioni di lire. La vicenda si trascinò per anni, e poi fu risolta con una transazione, ma fu un duro colpo per Filippo Traina, violentemente costretto ad allontanarsi dall’A.C.. Rieletto in Consiglio Comunale nel 1960 con 5.131 voti, dopo un periodo di dure lotte interne al Pci, fu eletto senatore nell’aprile 1963, con oltre 38.000 voti di preferenza nel collegio (di cui oltre 10.000 a Vittoria).

Amministratore capace, polemista duro e a volte feroce, autore di divertenti satire in prosa e in poesia contro gli avversari, sapeva trascinare le masse e dirigerle con acume e lavoro quotidiano verso obiettivi concreti, mai demagogici. Ebbe la forza di opporsi al “centralismo democratico” nel Pci quando questo gli sembrò non legato a temi e problemi reali, ma ad interessi personali, anche se certamente neppure lui fu scevro di interessi personali e di atteggiamenti criticabili. Ma aveva vissuto anni difficilissimi, di rinunce e di duri sacrifici economici (allora le cariche pubbliche erano retribuite con miseramente e Traina era a tempo pieno al Comune). Uomo retto e onesto, pur nelle difficoltà rifiutò incarichi ben retribuiti offertigli anche dal partito, quando ciò gli sembrò facesse a pugni con la sua storia politica e personale. Oggi non avrei alcun timore a definirlo un “riformista”, uno dei costruttori non solo del moderno concetto di “Comune Democratico” ma anche delle sorti economiche e sociali di Vittoria. Una città che gli deve molto e che non deve e non può dimenticare il suo Sindaco Filippo Traina.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.