Per la vicenda delle modifiche alla legge Nicolazzi (n. 47/85) sul condono edilizio, nel corso degli anni ho subito numerosi attacchi. Ora, buon ultimo è venuto il libro presentato il 28 dicembre.

In due pagine del testo (137 e 138) infatti c’è un violento attacco alle Amministrazioni comuniste degli anni ’80 e soprattutto a me, colpevole secondo l’autore di aver sottovalutato la presenza della mafia a Vittoria, tanto è vero che in occasione del famoso funerale eravamo assenti perché impegnati a far approvare la legge di sanatoria, che avrebbe costituito da parte nostra un grosso regalo alla mafia.

Per quanto riguarda il funerale svoltosi il 21 febbraio 1987 ho già scritto che Bascietto o non conosce i fatti (a voler essere benevoli) oppure li ha volutamente ignorati: proprio il mio rifiuto da me espresso a tale Elio Greco che mi venne a chiedere di autorizzare il passaggio del corteo lungo la via Cavour  è la prova di quanto ne eravamo consapevoli.

Pertanto è offensiva e gratuita la conclusione da lui tratta alla fine di pag. 142, quando scrive che con quel funerale svaniva il mito che la mafia proliferasse solo all’ombra della Dc, volendo dunque suggerire al lettore che a Vittoria la mafia ha prosperato all’ombra del Pci…

Ma poiché durante la presentazione del libro l’attacco più violento è stato mosso a me, al fine di fare chiarezza una buona volta per tutte, cercherò di ricordare i termini della questione.

Contrariamente a quanto scrive l’autore, la richiesta della sanatoria non partì da Vittoria, ma fu una iniziativa del governo Craxi, alla ricerca di soldi per le casse dello Stato.     

La vicenda si sviluppò dopo l’entrata in vigore della cosiddetta legge Nicolazzi del 28 febbraio 1985 n.  47, entrata in vigore il 2 marzo 1985 (in seguito recepita in Sicilia con legge n. 37/85, con la previsione dei piani di recupero), che consentiva una sanatoria per immobili costruiti fino al 1° ottobre 1983 previo versamento di un’oblazione (termine giuridico che cancellava il reato penale commesso) che andava da £. 5.000 a £. 36.000 a mq., oltre agli oneri di urbanizzazione. Nessuna distinzione tra abusivismo popolare e abusivismo speculativo faceva la legge Craxi-Nicolazzi (quindi Bascietto avrebbe dovuto scrivere che fu il governo Craxi che volle fare un regalo ai mafiosi, non il Pci di Vittoria…).

Ci rendemmo subito conto della pesantezza dell’esborso, con la preoccupazione che di fronte alle considerevoli somme molti cittadini ci avrebbero rinunciato, con la drammatica prospettiva di costringere le Amministrazioni o a impensabili demolizioni di interi quartieri cresciuti abusivamente (ma ad esempio a Vittoria già da anni risanati e serviti da strade, acque e fogne) oppure all’incriminazione dei sindaci per omissione d’atti d’ufficio.

Allarmati dalla prospettiva, il gruppo dirigente del Pci di Vittoria e l’Amministrazione decisero di intervenire. Cominciai a parlarne quell’estate nelle feste de l’Unità e mi accorsi subito dell’impatto e della preoccupazione che suscitava. Poche settimane dopo fui convocato dalla segreteria regionale del Pci (segretario allora Luigi Colajanni) ed in particolare da Lino Motta, che in contatto con il sen. Lucio Libertini, responsabile del settore Casa e Trasporti del Pci nazionale (che si era battuto per modificare l’impianto della legge di sanatoria), erano interessati a mettere su un movimento di protesta contro una norma che serviva solo a colmare il deficit dello Stato e niente dava ai Comuni per procedere al risanamento dei quartieri abusivi e disconosceva i poteri delle Regioni e dei Comuni. A poco a poco, allarmatisi anche i sindaci di qualsiasi colore degli altri Comuni dell’Isola, dopo decine e decine di riunioni in numerosi comuni, nacque un vastissimo movimento di sindaci e cittadini che, sostenuto in molte zone anche dalla Cna e da Cgil, Cisl e Uil, elaborò una piattaforma di rivendicazioni non per rifiutare la sanatoria, ma per renderla più accessibile, chiedendo al governo di modificare con un decreto la legge 47/85. In questo senso furono elaborati numerosissimi documenti. Tra i punti salienti:

a)la riduzione dell’oblazione (tenendo conto che molti appartamenti erano stati realizzati per uso familiare e per i figli);

b)la possibilità di una più ampia rateizzazione della stessa oblazione;

c)la proroga di sei mesi della scadenza del 30 novembre 1985 per la presentazione delle domande;

d)affrontare la questione cruciale delle decine di migliaia di costruzioni edificate entro i 150 metri dal mare esclusi dalla sanatoria.

A sostegno di queste richieste si fece una prima manifestazione il 19 settembre 1985 a Palermo, con decine di sindaci e migliaia di cittadini (tra gli oratori fui io) e poi di nuovo il 7 novembre sempre a Palermo (parlai sempre io). Riuniti nella Sala Gialla del Palazzo dei Normanni, si creò un comitato di sindaci (di cui io fui nominato responsabile) per le interlocuzioni politiche e parlamentari a Palermo e a Roma, decidendo anche di organizzare -se necessario- una manifestazione a Roma (e non a Napoli, come dice Bascietto: ma da dove gli è venuto?). La vasta mobilitazione di cittadini e di sindaci di ogni colore politico (ma in maggioranza della Dc e del Psi) preoccupò il nuovo Presidente della Regione Nicolosi, che affidò all’assessore Placenti il compito di controllare la situazione, aiutandoci però nello stabilire contatti con il governo ed il Parlamento nazionale (in particolare con la Commissione LL.PP. della Camera), per ottenere alcune modifiche nel senso da noi richiesto. Ad una convocazione di Placenti partecipò pure l’allora segretario regionale della Dc, l’on. Sergio Mattarella, dal quale mi buscai un rimprovero non meritato, perché Mattarella credette che l’avessi convocato io e non Placenti… La Direzione del Pci, nella persona del responsabile del settore Casa e Trasporti, sen. Lucio Libertini, in data 3 dicembre 1985, si disse disponibile a sostenere tale battaglia, per modificare l’impianto della legge Nicolazzi. Di fronte all’immobilismo di governo e Parlamento indicemmo la manifestazione a Roma per il 17 febbraio, con partenza da Piazza della Repubblica ed arrivo ai Santi Apostoli. Essa fu un successo per la partecipazione (50.000 persone circa, con la coda del corteo che entrò in piazza quando io finii di parlare…), ma provocò la violenta reazione di gran parte della stampa: il più “gentile” (si fa per dire) fu Eugenio Scalfari, che su Repubblica mi affibbiò il soprannome di Masaniello. In un primo tempo il Pci appoggiò senza riserve (come si deduce dal comunicato del gruppo Pci della Camera, allora diretto da Giorgio Napolitano) le richieste, poi, di fronte alla violenza degli attacchi si spaccò tra il “meridionalismo” movimentista di Libertini (che fu messo sotto accusa) e l’ambientalismo ideologico di ampi settori del partito, che ignoravano del tutto la caratteristica non speculativa di gran parte dell’abusivismo meridionale. Il governo, a seguito della mobilitazione, emanò un decreto,  accettando però solo di spostare in avanti il termine per la presentazione delle domande ed introducendo leggere modifiche, ma l’impostazione generale rimase, provocando delusione e rabbia, che constatai anche tra i sindaci del comitato, democristiani e socialisti. La situazione sembrò sfuggirci di mano, quando a Bagheria, nel marzo del 1986, nell’imminenza della scadenza del decreto (che la Camera non era riuscita a convertire), alcuni facinorosi organizzarono dei posti di blocco, causando l’incidente nel quale perse la vita l’allora prefetto di Messina Vitocolonna. Nicolosi in seguito mi disse di aver fermato l’ira del ministro dell’Interno Scalfaro, deciso a farmi arrestare (non so se la cosa fosse vera, ma per quale reato avrebbero accusato uno che si trovava a 200 km di distanza e nulla aveva fatto per aizzare la folla?).

La vicenda si sbloccò ai primi di aprile, con l’emanazione dell’ennesimo decreto (alla fine saranno nove, l’ultimo dei quali convertito in legge 68/88, che recepì solo in minima parte le richieste relativamente ad una riduzione per le seconde case per i familiari).

La manifestazione di Roma mi mise nel mirino della magistratura che mi processò per omissione d’atti d’ufficio per non aver demolito alcuni edifici abusivi (accusa dalla quale fui in seguito prosciolto, per “insussistenza dei fatti”) ma la condanna per omissione d’atti d’ufficio mi diede ulteriore e maggiore notorietà (sulla condanna scrisse un bell’articolo articolo sul Corriere della Sera il giornalista Felice Cavallaro nel novembre 1986).

Insomma, quando nell’aprile 1987 cadde il governo Fanfani e furono sciolte le Camere, sembrò naturale a tutti una mia candidatura al Parlamento. Nulla avevo fatto per ottenerla né mai lo avrei pensato, ma a Palermo e a Ragusa si resero conto che avrei preso un sacco di voti e nonostante i mal di pancia a Roma e i violenti attacchi sulla stampa di Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca, dell’ala ambientalista del Pci (che volle candidare Cederna contro di me),  l’avere percorso in lungo e in largo la Sicilia per oltre un anno, la notorietà e la buona impressione che facevo, mi giovarono. Presentato solo nella Circoscrizione orientale (mentre prima si era parlato di candidarmi anche in quella occidentale, per raccogliere i frutti di un lungo lavoro da Gela -dove avevo parlato a circa 10.000 persone in piazza- a Licata, Trapani etc.), il 14 giugno 1987 fui eletto con 42.175 voti, secondo dopo Anna Finocchiaro di Catania, che per D’Alema aveva fatto il miracolo di prendere più voti di me: solo un centinaio in più). Presi un terzo dei voti a Vittoria (che mi ha sempre apprezzato, premiandomi anche in seguito, sia rieleggendomi alla Camera nel 1992, sia nel 1994 al Consiglio provinciale -primo degli eletti- e persino nel Consiglio Scolastico Provinciale con oltre 2200 voti: tanto per dire…); un terzo in Provincia ed il resto nelle province di Siracusa, Catania, Enna e qualcosa a Messina. Questa è la storia…  

Sull’affermazione gratuita fatta da Bascietto alla fine di pag. 142, secondo la quale a Vittoria la mafia sarebbe cresciuta all’ombra del Pci, non ho bisogno di dire nulla. Per me, per noi, per un intero gruppo dirigente del decennio ’80 parla l’Alto Commissario Antimafia Domenico Sica, che nel suo dossier dell’ottobre 1989 riporta da un lato l’elenco delle opere pubbliche (da sole un omaggio alla fattività delle varie Giunte di quegli anni) e dall’altro (dopo l’elenco degli morti ammazzati e dei tentati omicidi dal 1985 al 1989), riporta -oltre ad una mia- le interrogazioni dei senatori Scivoletto, Crocetta e Vitale e quella dei deputati regionali Aiello, Parisi, Chessari, Altamore, Capodicasa, Risicato, Gueli, D’Urso. La relazione si conclude con una interessante rassegna stampa sul periodo febbraio 1987-ottobre 1989, a firma di validi giornalisti come Domenico Calabrò (Gazzetta del Sud del 22 febbraio 1987), Gianni Molé (Gazzetta del Sud del 10 febbraio 1989), Giuseppe Raffa (L’Ora di Sicilia del 18 febbraio 1989), Gianni Di Gennaro (Giornale di Ragusa del 17 marzo 1989), Gaetano Trovato (Giornale di Sicilia, s.d.), Giangiacomo Marino (La Sicilia, s.d.) ed infine tre articoli anch’essi senza data sulla Gazzetta del Sud a firma di Antonio Ingallina.

Per concludere:

1)decine di volantini, centinaia di articoli di stampa, decine di o.d.g. certificano la continua attenzione del Pci vittoriese nei confronti dell’esplodere della malavita organizzata a Vittoria (senza alcuna “ombra”), nel decennio ’80;

2)la nostra insistente richiesta allo Stato perché fossero potenziate le forze dell’ordine a Vittoria, con la finale richiesta di un intervento dell’Alto Commissario dr. Sica (anche alla luce del grave attentato all’ass. Titta Rocca, cui ignoti criminali bruciarono una casa nell’ottobre 1988);

3)la battaglia per una sanatoria possibile era una battaglia per risanare l’ambiente, far rientrare nella legalità centinaia di migliaia di vani fuori legge, dare lavoro e creare moderni servizi ed infrastrutture in Sicilia e nel Sud (come poi fu sancito dal sen. Giovanni Berlinguer, in un covnegno tenutosi nel gennaio 1988 al Teatro Comunale.

La realtà, come si vede, è diversa da come è stata presentata nel libro di Giuseppe Bascietto.

Io non so se l’autore si renda conto delle falsità che ha scritto in alcune pagine. E mi chiedo perché abbia voluto trattare così un’intera classe dirigente che probabilmente -come capita- avrà compiuto errori ma che con la mafia nulla ha avuto a che fare, come è dimostrato dai documenti.

La storia di Vittoria mai in nessun periodo può essere ridotta o considerata “storia criminale”: e farlo è un gravissimo errore. 

Contro Giuseppe Bascietto o altri che pensano che nel decennio ’80 (ed anche in seguito) la politica sottovalutò o peggio “favorì” la criminalità mafiosa, non ho niente di personale: penso solo che non conoscono Vittoria. Io critico e criticherò sempre finché sarò vivo chiunque nello scrivere di Vittoria affermi cose non supportate da fatti e documenti. Ad un giornalista serio chiedo solo di scrivere la storia “sine ira et studio”, come diceva Tacito: cioè senza pregiudizi e con scrupolo nell’esame delle fonti. Perché tranciare giudizi sommari (seguendo anche una certa moda e certi esempi: ma non tutti siamo Saviano); definire quasi “manutengoli della mafia” coloro che non lo sono stati e che contro di essa si sono battuti o peggio scrivere della storia di Vittoria come di un “romanzo criminale”: non è fare un buon servizio alla rinascita di Vittoria. Serve solo a vendere qualche copia in più e basta…     

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.