Fra qualche giorno ricorrerà il 327° anniversario del “terremotu ranni” del 1693, che rase al suolo decine di città e paesi, provocando 60.000 morti nella Sicilia orientale e soprattutto a Catania e nel  Val di Noto. I tremori cominciarono ad essere avvertiti l’8 gennaio (ne fanno fede le relazioni dalla Calabria e il resoconto di padre Le Favi, di Spaccaforno). Furono poi seguiti da una prima violenta scossa (avvertita da Malta alla Calabria) alle ore 4 e 3/4 della notte del 9 gennaio (cioè intorno alle nostre ore 21.45), provocando gravissimi danni e numerosi morti lungo la costa da Messina a Catania ad Augusta e Siracusa e Noto e nella Contea di Modica. Il 10 gennaio non furono avvertite scosse rilevanti e la popolazione sembrò tranquillizzarsi, pensando di riversarsi l’indomani nelle chiese per impetrare il perdono divino e placare “l’ira di Dio”. La domenica 11 invece ci fu una prima forte scossa alle ore 17 (10 del mattino), fino a quella violentissima delle ore 21 -corrispondenti alle 2 del pomeriggio- che ebbe conseguenze catastrofiche.

Per quanto riguarda il conteggio delle ore, preciso che in Sicilia era in uso quella che gli Spagnoli chiamavano “cuenta de Italia”, cioè “l’ora d’Italia” che sin dal XV secolo calcolava le ore a partire dal tramonto e cioè dall’Ave Maria, in inverno intorno alle 17: pertanto le 18 erano l’1 di notte, le 19 le 2 e così via. Dunque le 21 dell’11 gennaio corrispondono alle nostre 2 del pomeriggio e a questo proposito non capisco perché nelle celebrazioni in corso a Ragusa, si faranno suonare le campane alle 15: da dove hanno dedotto che le 21 dell’11 gennaio corrisponderebbero alle 15? Infatti nelle relazioni ufficiali e soprattutto in quella del 5 febbraio 1693 inviata a Madrid dal viceré don Francisco Pacheco, conte di Mantalban e duca di Uzeda, è detto chiaramente che la maggiore scossa avvenne alle 2 del pomeriggio dell’11 gennaio, essendo in uso in Spagna invece “l’ora francese”, che faceva iniziare il conteggio alla mezzanotte e che a mezzogiorno ricominciava con l’1, le 2 etc..

Per quanto riguarda le vittime a Vittoria, il registro dei morti di San Giovanni ne segnala solo 8 “tempore terremoti” e cioè:                      

1.Franciscus Emilianus Porcelli mortuus et sep. fuit absque pompa in ecc.a S.ti Viti

2.mag. Franciscus Catalano mortuus et sep. fuit absque pompa in ecc.a Divi Viti

3.Ambrosius Cara mortuus et sep. fuit absque pompa in ecc.a Dive Marie Gratiarum

4.Laurentia uxor Nuntij Scarlata mortua et sep. fuit absque pompa in ecc. Matrice

5.Antonia uxor Pauli Favara Civitatis Bideni [Vizzini] mortua et sep. fuit in ecc.a Matrice

6.Joannes Terranova uxoratus mortuus et sep. fuit absque pompa in ecc.a Divi Viti

7.Filippa uxor Simeonis…mortua et sep. fuit absque pompa in ecc.a Divi Viti

8.Joseph Migliorisi uxoratus absque pompa mortuus et sep. fuit in ecc.a Divi Viti.

Il registro non precisa se fossero morti nelle loro case o in chiesa durante le funzioni, chiesa che secondo la tradizione e la documentazione, pur gravemente danneggiata, sarebbe però rimasta in piedi.

Tutte le vittime, come si legge, furono sepolte “senza pompa”, cioè senza alcuna cerimonia: 5 di esse a San Vito, 2 nella stessa Matrice ed uno alla Grazia (probabilmente non all’interno delle chiese ma nei cimiteri laterali esistenti (di quello della Matrice, nell’attuale piazza Unità -intesa della Trinità-, ne abbiamo traccia prima del 1682). Una curiosità: don Francesco Emiliano Porcelli era “capitano di giustizia”, cioè il magistrato per l’amministrazione della giustizia, dal 1691.

Ma i morti dovettero essere di più. Secondo la relazione di don Giuseppe Lanza, duca di Camastra (nominato commissario per i primi interventi nel Val di Noto) datata 14 maggio, a Vittoria sarebbero crollati due conventi (cioè quello degli Osservanti della Grazia e l’Ospizio di San Francesco di Paola, esistente nell’isolato compreso tra la via Magenta, Settimo e Garibaldi) e attestate 28 vittime, mentre nella richiesta avanzata dai Cappuccini per fondare un nuovo convento nel 1697, si scrive che se ne registrarono in tutto 40.

Giuseppe La Barbera, nella sua biografia del parroco don Mario La Lisa, parla di danni alla chiesetta del SS.mo Cristo alla Colonna (che sorgeva nei pressi dell’attuale Calvario e che fu demolita nel 1878) e a numerose case del paese (io stesso nei riveli ho constatato l’esistenza di case non ancora restaurate nel 1714), ai mulini vecchi e al mulino di Santa Rosalia e a palmenti nelle campagne. Risultano danneggiati anche il Castello e i Magazzini del Conte, comprese le case che si afafcciavano sull’attuale Piazza Alfonso Enriquez. La Grazia ancora nel 1728 doveva riparare i danni interni e come si sa la facciata fu completata nel 1754.

Concludo questo breve ricordo, accennando alla nascita della festa di San Giovanni di gennaio. A prescindere dalla tradizione (costruita sempre “dopo”) e dalla devozione popolare nei confronti del Santo, il quale avrebbe offerto ancora la sua testa (ma stavolta per salvare Vittoria), la festa di gennaio fu imposta dalla autorità spagnole nel primo anniversario del terremoto, poiché dall’11 gennaio 1693 la terra aveva continuato a tremare con altre fortissime scosse (in totale, fino al novembre 1694, saranno 1800). La popolazione era quindi in preda a fortissime preoccupazioni e si erano diffuse alcune dicerie sul presunto sprofondamento dell’Etna -segnale dell’imminente sprofondamento della Sicilia-, basate su una profezia del Venerabile Beda (si disse allora che fosse stata diffusa dai Gesuiti, in odio al governo spagnolo). Il viceré reagì allora ordinando che in tutti i comuni, in occasione del primo anniversario della catastrofe, si portassero in processione i Santi Patroni. In ogni caso, essendo una persona colta e amante della scienza, sin dall’inizio aveva ordinato a Camastra di tenere sotto controllo l’Etna, per verificarne le eruzioni, nella convinzione che essendo il terremoto ritenuto opera del vulcano (e non dell’ira di Dio contro i Siciliani), il comportamento del Mongibello potesse far capire -eruttando o meno- se fossero da aspettarsi altri disastri…E così, mentre la stessa Chiesa interrogava sé stessa per capire i motivi dell’”ira di Dio” (infatti erano crollati oltre 250 edifici religiosi) e contro i Siciliani, ritenuti colpevoli di grandi bestemmie che avrebbero smosso l’ira divina, il viceré cercò di governare la situazione con il ricorso alla scienza.    

Quanto a Vittoria, inutilizzabile la vecchia Matrice, il 10 agosto 1695 si mise la prima pietra per la nuova Matrice, che sorse in parte della piazza del mercato. E che fu costruita a spese del popolo e ultimata nella fabbrica nel 1706. I Vittoriesi avevano contribuito con lavoro gratuito, offerte in denaro e in natura. Un intero popolo ricostruì così il simbolo della comunità: la nuova chiesa di San Giovanni Battista.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.