Continuo il richiamo dei saggi pubblicati on line con il volume Vittoria e i Vittoriesi.2, dal titolo

“La conquista delle campagne.Le contrade, il vigneto e il Cannamellito. Le vie dall’antichità ad oggi”.                                                             

Ho cominciato innumerevoli volte a scrivere la storia di Vittoria e del suo territorio, accumulando svariate versioni e centinaia e centinaia (se non migliaia) di pagine di testo. Inoltre, nel corso degli ultimi 25 anni, sono venuto in possesso di un materiale immenso ed assolutamente inedito come i riveli del 1616, 1623, 1638, 1651 (provenienti dall’Archivio di Stato di Palermo e studiati dal prof. Giuseppe Raniolo, ma che io ho ripreso e trascritto) e quelli del 1682, 1714 e del 1748 (di mio esclusivo possesso). Ad essi si sono aggiunti recentemente gli ultimi riveli, quelli del 1811-1816, in corso di trascrizione. A queste fonti  si sono affiancate: l’antica anagrafe contenuta nei registri dei battesimi, dei matrimoni e dei morti redatti dal 1609 in poi (custoditi presso l’Archivio Storico di San Giovanni Battista e in copia all’Archivio Storico Comunale); i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Ragusa (soprattutto i fondi delle Corporazioni Religiose e le deliberazioni comunali dal 1787 al 1818); la consistente mole di atti amministrativi comunali, la cui serie inizia nel 1818 e dura fino ad oggi, alimentata in continuazione. Inoltre ho raccolto tutte le pubblicazioni (saggi e articoli) su Vittoria, il suo territorio e le varie storie della Contea di Modica di cui abbia avuto conoscenza. Il mio proposito era quello di pubblicare una grande e completa storia della mia città. Però, pur essendomi occupato da ben 25 anni, come dicevo prima, di scrivere sulla storia della città e del suo territorio dalla fondazione ad oggi, ho composto solo una serie di tessere del grande mosaico che avevo in mente. Ho toccato qui e lì tutti i quattro secoli e tutti gli aspetti della vita di Vittoria, dal Seicento ad oggi. Ho scritto di Vittoria Colonna, della fondazione, dei miti della storiografia su Vittoria e i Vittoriesi, dei culti nel territorio, della “civiltà del vino”, di monumenti singoli (il Teatro Comunale, le Case Comunali), varie monografie sugli edifici religiosi (su San Francesco di Paola, l’antico Monastero di Santa Teresa, la Grazia, i Cappuccini, San Giuseppe); su personaggi illustri, sulle classi dirigenti in genere, di sommosse e partecipazione alle “rivoluzioni”, di storia del sindacato, di eventi politici antichi e recenti. Ho compilato anche un paio di guide turistiche, di cui l’ultima monumentale: insomma una gran quantità di articoli, saggi, storie ed argomenti ma dispersi in decine e decine di testi, ormai anche difficili da reperire in quanto quasi mai diffusi da una casa editrice (tranne tre su più di 20 titoli). Per la qual cosa a volte ho l’impressione che di tanto lavoro c’è il rischio che non ci sia quasi nulla di “utilizzabile” da chi voglia conoscere organicamente nel suo sviluppo la storia della nostra Città e del suo territorio, dei suoi gruppi dirigenti, della sua specificità di comunità operante nell’ambito della provincia di Ragusa, della Sicilia e dell’Italia.

Ecco il perché di questo mio sforzo ulteriore, per dare ai miei concittadini (e non a loro soltanto, spero) una serie di saggi -quando più completi e rigorosamente basati sulle fonti ad oggi disponibili- della storia della loro città e di sé stessi come Vittoriesi, in modo da ricostruire il senso del cammino percorso dalla nostra comunità in quattro secoli.

Nell’affrontare questo lavoro mi sono però trovato di fronte ad una difficoltà: mentre infatti per l’Ottocento ed il Novecento è possibile ritrovare il filo rosso degli avvenimenti in quella che una volta veniva detta “lotta di classe”, per i primi due secoli, al tempo dell’Ancién Régime, ciò non è possibile. Naturalmente c’erano gli interessi contrapposti tra borghesi nobilitati, mastri e mercanti, ma dai documenti ad oggi esaminati nulla ne traspare e poiché le lotte non si possono inventare, non se ne può parlare. Diverso è il discorso sulla classe dirigente a cominciare dall’Ottocento, quando la borghesia si divise tra Cronici ed Anticronici, poi tra filo-borbonici lealisti e liberali anti-borbonici, poi tra Destra e Sinistra,  tra jaconisti e cancellieristi, quindi tra rizziani e socialisti etc. etc. Pertanto, il discorso su Seicento e Settecento è stato da me impostato in un altro modo, con una visione basata su:

1)la ricostruzione storica dei motivi della fondazione, con il contenuto dei patti tra feudatario e coloni;

2)la ricostruzione della situazione istituzionale dell’epoca, in generale nel Regno di Sicilia ed in particolare nella Contea di Modica e a Vittoria, relativamente alla tassazione ed alla riscossione dei tributi;

3)un’approfondita conoscenza del paesaggio agrario circostante e dei luoghi (prima e dopo la fondazione), la conquista delle campagne con la denominazione delle contrade e le produzioni (vino, frumento, orzo etc.) e -per quanto possibile- la ricostruzione della viabilità;

4)lo sviluppo della città e delle infrastrutture utili al vivere civile;

5)la costruzione del popolo vittoriese: provenienza dei coloni, sviluppo demografico (nascite, matrimoni e mortalità), dialetto;

6)la “Città di Dio”, con la nascita di chiese, conventi e monasteri, attorno ai quali si sviluppa la stessa città degli uomini; l’individuazione dei culti (dagli altari);

7)la ricostruzione della classe dirigente, sia “borgese” (come si usava dire allora) sia religiosa, con le cariche ricoperte, i beni posseduti, le vicende umane (laddove documentate);

8)la ricostruzione della vita materiale: dalla conformazione delle case all’arredamento, all’abbigliamento, ai consumi alimentari, ai mestieri, ai prezzi, ai salari, al bestiame posseduto etc. etc. Questo lo schema, che poi, nella pratica potrà variare ed essere arricchito.

Due parole sul titolo: Vittoria e i Vittoriesi mi è sembrato il più semplice ed il più onnicomprensivo.

Nel termine “Vittoria” è compresa la città, i suoi quartieri, i suoi monumenti, il suo territorio; in “Vittoriesi” gli uomini e le donne, cioè coloro che hanno edificato e fanno crescere questa città, creando ciò che essa è stata nel passato ed è oggi.

Speravo di potere pubblicare un giorno uno o più volumi a stampa, ma non me lo consentono né la mole dei documenti in mio possesso né i costi della stampa né il ristrettissimo numero dei miei lettori. Pertanto mi affido alla scrittura digitale ed agli e-book. Scrivo per il futuro, per un’epoca in cui numerosi lettori e ricercatori avranno tablet e smartphone. E quando verrà quel tempo, la conoscenza della storia di Vittoria e dei Vittoriesi sarà a portata di tanti, anche al di là del ristretto interesse locale (dall’introduzione del volume). 

Riporto di seguito l’indice dei paragrafi:

1.La conquista delle campagne. La denominazione delle nuove contrade.

2.Le campagne nei riveli del 1616, del 1623 e del 1638.

Box.I nomi delle contrade dal 1494 al 1802.

3.Il paesaggio agrario dal 1623 al 1748.

4.Nobili e borgesi enfiteuti dal 1623 al 1714.

5.Il vigneto dal 1623 al 1748.

6.La coltivazione della canna da zucchero: il Cannamellito di Bosco Rotondo dal 1641 al 1645.

Box.Leandro Alberti, 1525 (da Rosario Gregorio )

Box.Cultura della Cannamele nella Piana di Taormina (da Giulio Filoteo degli Omodei, Topographia, 1557, ristampata nel 1600 e nel 1876).

7.Le contrade dal 1714 al 1802.

8.Il paesaggio nel Lexikon Topographicum di Vito Amico e nella letteratura economica sul vigneto da Sestini a Balsamo.

9.Il paesaggio inventato: il mito della foresta.  

10.Cenni sulla viabilità storica nel territorio.

Appendice

1.Le contrade nei riveli del 1811-1816.

2.Le contrade nel 1855 (dal Catasto Borbonico del 1851).

3.Le contrade in La China (1890).

4.Le contrade nel Nuovo Catasto Agricolo del 1937. 

5.Elenco delle trazzere e strade comunali al 15 marzo 1866.

6.Linea daziaria deliberata dal Consiglio Comunale il 21 ottobre 1870

7.Le vie nei documenti dal Cinque all’Ottocento.

Come saggio del contenuto, pubblico il seguente paragrafo:

4.Nobili e borgesi enfiteuti dal 1623 al 1714.

La terra assegnata in enfiteusi ai coloni apparteneva in gran parte alla Contea. Ma a poco a poco il grande possesso si frantumò, come constatiamo nel corso del secolo XVII. La Corte Patrimoniale di Modica a poco a poco concesse infatti gran parte delle terre a parecchie persone (tra nobili e borgesi) ed anche a numerose istituzioni religiose. Possiamo individuarne alcuni, dall’esame dei censi tra il 1608 ed il 1714. In generale il possesso rimaneva al Conte che, come sappiamo, ne percepiva un censo in frumento; a loro volta i gabelloti o affittuarii sub-concedevano la terra a numerosi piccoli enfiteuti, che pagavano loro un censo secondario.

Scrive Paternò che all’inizio:

«…Le terre migliori erano acquistate da’ Chiaramontani, Ragusani, Modicani e sopra larga scala dagli stessi governatori generali della Contea; ed in fatto le terre della valle di Camerina che sono arricchite dalle copiose acque del fiume Ippari s’acquistavano nella massima parte dalla famiglia Aristia, di cui Giuseppe fu governatore generale che pria fu barone e poi marchese di Canicarao, e da Bernardo Arezzi pria barone poi Duca di San Filippo delle Colonne, che acquistò Cappellares.  [Pertanto] in Vittoria i suoi abitanti riceveano le terre dai primi concessionari forestieri, che facendo breccia presso i procuratori generali della Contea ottenevano i migliori distacchi».

In verità, le partite di terra venivano assegnate direttamente agli enfiteuti (diverse centinaia), tra i quali si trovarono anche gli stessi amministratori e funzionari della Contea. Però, a conferma di quanto scrive Paternò, ecco i dati che emergono dai riveli del Seicento.

Tra i maggiori assegnatari abbiamo le seguenti famiglie:

a)Gurreri o Gurrieri di Ragusa, baroni di Boscopiano (Gaspano nel 1623 ed il figlio Andrea nel 1638); in seguito il feudo passò agli Interlandi di Caltagirone (don Geronimo nel 1714 ed il figlio Giuseppe, investito del titolo il 29 febbraio 1716, secondo Villabianca). Ma a poco a poco su vaste porzioni di Boscopiano, con le contrade Forcone, Salmé, Fossa di Lupo (ma anche sulla Martorina, e sulla Salina) misero mano gli eredi di don Carlo Leni;

b)Grimaldi di Modica e Settimo di Giarratana.

Don Giuseppe Grimaldi possedeva la Dragonara sin da prima del 1608 e risulta a Cozzo o Fossa di li petri nel 1623. Nello stesso 1623, alla Dragonara si paga anche il censo ai Settimo (marchesi di Giarratana dal 1595), cioè a don Giovanni Settimo e poi al figlio don Pietro Settimo (dal 1630 barone di Cammaratini), per come risulta dai censi nel 1638 e nel 1651; da questi fu ingabellata a Filippo di Marco nel 1651 (214 salme di estensione). I Grimaldi possedevano pure Saccone o Fratijanni con Fortura (a volte individuata come Dragonara e viceversa), anch’esse passate poi a don Pietro e don Giovanni Settimo. I Grimaldi dal 1674 risultano anche possessori del feudo di Randello o San Giovanni (Villabianca, pag. 338).

c)La Restia.

Paolo La Restia (1548-1631), barone di Bocampello e Piombo, Niscescia, Berdia e Anguilla, marchese di Canicarao  dal 1627.

Altri nobili cui si pagano censi da parte dei primi coloni sono:

g) il barone di San Filippo delle Colonne, don Bernardo Arezzo nel 1623 per terre nella Cava Cammarana e nel 1638 a Gelati;

h)il governatore don Francisco Echelbez, per terre a Gelati nel 1638;

i)don Claudio Arezzi barone di San Biagio, per terre a Gelati-Cappellares (nel 1651).

l)don Carlo Tomasi e Caro, barone di Montechiaro (nel 1638) poi duca di Palma (1651) per terre nella Cava Cammarana;

m)don Antonino Giunta, barone di San Silvestro o Torrevecchia dal 1650;

n)don Giuseppe Arezzo, che acquistò Castelluzzo nel 1672, divenendone barone.

In seguito risultano proprietari di terre nel territorio di Vittoria:

o)un ramo cadetto dei Paternò-Castello (a Bonincontro nel 1714 e nel 1748),

p)lo stesso Principe di Biscari (a Calvello nel 1714);

q)il Principe di Castelferrato Lancillotto Castello sul feudo di Dirillo (nel 1714). 

Tra i “borgesi”, i più grossi enfiteuti delle terre della Corte furono all’inizio:

a)Nicolò Vassallo, genovese, gabelloto di Ancilla con salina di Cammarana e Berdia (nel 1596, ma i suoi discendenti ebbero poi terre a Burgaleci e a San Bartolomeo, di cui ebbe il titolo di barone).

b) Paolo Custureri ed i figli Antonino e Vincenza. Già abbiamo visto come Vittoria fu costruita su gran parte delle terre di Paolo Custureri (Critazzi, Pozzo di Scorcio, Giummarito) e la sua famiglia fu tra i protagonisti della vita cittadina fino a metà del Settecento: le loro terre si estendevano sul pianoro e sulle coste dal Passo del Pero e contrada Bianca, a Colledoro-Maritaggi, a San Placido, al Bosco detto di Custureri, nella parte opposta, oggi la parte meridionale dell’abitato, dalla via Adua fino al Giardinazzo);

c)dr. Matteo Elia di Chiaramonte, gabelloto dal 1612 di Scaletta, Alcerito, Albanello, Suvaro Torto (309 salme), cui nel 1649 subentrò Filippo di Marco.

Altri grossi enfiteuti furono:

d)i Brancato di Comiso, che possedevano Resiné (insieme con la Corte) e parte di Burgaleci;

e)Filippo di Marco, gabelloto nel 1649 delle terre prima concesse a d’Elia e dal 1651 delle terre del barone di Cammaratini, della famiglia Settimo;

f)don Paolo Cappellares, chiaramontano, concessionario nel 1651 di vaste estensioni di terre a Giummarito, oggi Cappellares;

g)don Silvestro Ferrera di Comiso per terre ad Anguilla e Berdia nel 1714, il cui figlio Francesco divenne barone dell’Anguilla nel 1718 e l’altro figlio Michele barone di Passanitello nel 1717.

Ma oltre che a nobili e grossi borgesi, i Vittoriesi pagavano censi anche a parecchi istituti religiosi fra i quali:

h)il Venerabile Convento di San Francesco di Assisi di Comiso, per terre dette Conca o Mandra della Lenza, che andavano dal fondovalle (nei pressi di Colobria?) fino alla contrada oggi detta Mendolilli;

i)il Venerabile Convento di San Francesco d’Assisi di Chiaramonte per Capraro, Montecalvo e Reina (dai monaci detto Fundo delli Monaci) sin dal 1651;

l)la Venerabile Colleggiata della SS.ma Annunciata del Comiso, per terre a Burgaleci (concesse anche prima del 1608).  

Come vedremo meglio in seguito, alle istituzioni religiose esterne a Vittoria si aggiunse il Monastero di Santa Teresa di Chiaramonte, che diede il nome alla contrada Santa Teresa.

A tutti questi soggetti, pagavano il censo migliaia di piccoli coltivatori vittoriesi. 

Infine, a dimostrazione di come a volte nasca una “tradizione”, pubblico il paragrafo:

9.Il paesaggio inventato: il mito della foresta.  

In occasione del III Centenario della fondazione, celebrato il 24 aprile 1907 in maniera solenne e con una nutrita serie di iniziative protrattasi fino al 28 (come attesta l’apposito volantino allora diffuso), il dr. Francesco Maganuco compose un’ode di 173 versi endecasillabi. Poco conosciuta nella sua interezza, fu ripubblicata nel numero speciale di Comune Notizie Omaggio a Vittoria Colonna pubblicato nel giugno 1990 in occasione della traslazione di parte delle spoglie della fondatrice da Medina de Rioseco a Vittoria e recentemente in un apposito opuscolo, in occasione del IV Centenario e più recentemente nel 2007.

Da questa bellissima composizione voglio cominciare queste pagine, perché i versi compendiano i punti salienti delle ricerche storiche maturate fino al 1907 e fondano le fantasie sul territorio.

In versi imbevuti di accenti classicheggianti (che riecheggiano ora Virgilio ora Leopardi ora Carducci e anche Dante), è enunciato con grande chiarezza, dopo tante discussioni, il ruolo di Vittoria Colonna nella fondazione della città. Alla prima infatuazione seguita alla pubblicazione dell’opera di Paternò (che aveva portato il sindaco Giovanni Leni ad onorarla intitolandole il nuovo teatro nel 1877), era seguito infatti un periodo di misconoscimento, al punto che nel 1884 venne sostituita da Vittorio Emanuele nella denominazione del Teatro Comunale.

Il III Centenario fu il momento della rivincita della nobildonna romana sul “Re Galantuomo”. Pur non tornando a denominare ancora il Teatro (come avverrà solo nel secondo dopoguerra), ella divenne ormai l’Alma Mater dei Vittoriesi, l’eroina simile a Lucrezia e Cornelia, la matrona romana che aveva portato la luce, creato la vita e la civiltà del lavoro umano laddove prima c’era il buio, la selvatichezza, l’inutilità delle glebe non fecondate dal sole.

Maganuco mette in versi solenni un vero e proprio incipit mitologico, un discrimine, un “prima” della oscurità e un “dopo” della luce. Tra questi due momenti si erge appunto Vittoria Colonna.

L’inno contiene tutti i luoghi comuni, i topoi o miti (come sono stati da me chiamati), che condizioneranno tutta la storiografia su Vittoria del Novecento e che ben presto divennero senso comune anche dei cittadini vittoriesi, al punto che pur di fronte a nuovi documenti storici che smentiscono questi luoghi comuni, si continua a coltivarli. Ma anche la tradizione è storia…

La complessa Ode inizia con un’evocazione delle «ombre sacre degli avi», cioè gli abitatori d’un tempo di queste plaghe, gli antichi Greci che coltivarono «l’ubertosa valle» e fondarono al suo sbocco Camarina. E insieme a loro va celebrata l’«onorata memoria» di Vittoria Colonna, «alma regale», il cui nome spesso veniva confuso con quella della poetessa. Ma oggi lieto il nuovo popolo da lei creato la acclama come «autrice prima» della sua nascita, perché «la grand’alma a popolar rivolse/ queste neglette un dì plaghe feconde. / Premevan già le sicule contrade/ fieri morbi e miseria/… allor -son trecent’anni- aspre boscaglie, /di fiere asilo, ricoprian le glebe/ ove siede Vittoria ed ha balìa». «Allettò la romita ampia foresta/ di Camerina, col vicin copioso/ fiume…il cor gentile/ della nobile Dama». Ecco allora che nella sua mente s’illumina un grande sogno: «E la grande foresta, in cui fan covo/ l’astuta volpe e il fiero lupo e dove/ s’aggira il cervo  e il ladron s’asconde,/ Ella rimira e i verdeggianti clivi, /e la vasta pianura…». Non un motivo economico la spinge, non «desìo di privata fortuna…/ma per l’egro mortal pietate e amore/ poi che di peste carche e di miseria/ son le sicule genti e questa geme,/ non men che l’altre piagge, alma contea». Di fronte alla grande difficoltà Ella non s’arrende: «assai m’alletta il core/ difficil opra…» e subito passa a scegliere il sito della nuova città che da Lei avrà il suo nome «qui, dove il suolo/ facile scende a la frescosa valle,/ perché copiosa il fiume acqua ne appresti,/ qui l’urbe sorgerà…/, e fia ricetto -il cor me ‘l dice/ alle umane fatiche, e a quei che geme/ in avare contrade, e ad ogni spirto/ cui piaccia favorir gli umani affetti,/ e al mesto pellegrin che pace anela».

Ma il nucleo fondamentale resta la foresta e la sua trasformazione: «Poi l’irte balze e gl’inusati boschi/ popolati di colubri e di fiere/ governerà la scure, che dai cheti covi fugando le nemiche specie, /del sole all’ampia luce ed all’umano/ genio fecondo le virtù segrete/ della vergine terra affiderà». E infine il cambiamento:

«In un baleno, a gli occhi suoi cangiata/ è la foresta…», fuggono le fiere selvagge e «di pampinee viti/ e bionde messi e verdeggianti ulivi/ e d’impomate frondi, all’aureo sole/ ride intorno la terra: or quinci e quindi/ e greggi e agricoltori all’opre intenti/per la nuova campagna Ella discerne, /ed appo il limitar de la foresta/ un paese novello, a cui dà vita/ con fervid’operar gagliarda prole». E lì dove prima si stendevano le selve «la deserta gleba…con benigna virtù solcò l’aratro».

L’Ode ha un valore bifronte: è da un lato coagulo di idee già in circolo e codificate in opere storiche, dall’altro è creatrice di nuovi miti. Se infatti nel 1907 Vittoria Colonna acquista un ruolo unico nella fondazione, ricuperando quanto Paternò, Nicosia e La China avevano scritto, e addirittura Maganuco supera i motivi economici ascrivendo la fondazione a pura “pietà” umana nei confronti degli infelici suoi vassalli; se si affermano i miti dei “banditi” e della foresta che quasi acquista nei versi il sapore dantesco della «selva selvaggia ed aspra e forte»: Maganuco inventa altri due miti che nel Novecento avranno grande influenza.

Ma qui a noi interessa il mito fondante per eccellenza, quello intorno a cui ruota la composizione: il mito della foresta. E’ la foresta che stabilisce infatti l’incipit, il prima e il dopo. Prima il buio della selva, le fiere, i ladroni; poi la luce che feconda la terra, l’aratro che spezza la gleba, la campagna. Prima il chiuso, l’inestricabile; poi l’aperto e il coltivabile. E si potrebbe continuare a lungo con le antitesi…Agente trasformatore l’uomo e il suo lavoro, e motore primo una donna, Vittoria Colonna: questo è il succo della composizione. Quanto questa visione poetica abbia influito nella scrittura della storia della nostra città è dimostrato dal fatto che ci si inventò, su questa scia, persino una visita di Vittoria Colonna a Bosco Piano, visita mai avvenuta (cfr. Giovanni Barone)!

Una visione metastorica, dunque, ma di grande fascino, debbo ammettere, se essa ha acceso la fantasia di un poeta della sensibilità di Emanuele Mandarà. Il quale nel 1957, in occasione del 350° anniversario, in un numero unico della Pro Loco, riporta la vicenda in un tempo incommensurabilmente lontano, oserei dire da “alba della Creazione”: «Ed era la palude, era l’acre boscaglia, era l’agguato…/ Lungo l’anima verde della mota si svolgeva la biscia, /abbrividiva la giuncaia a un segreto fruscio di corpi e d’ali…». E poi invece: «…fu il sole e fu la vita./ Dove la mota, il solo fecondato. Dove lo stagno, la cisterna chiara. /Dove la serpe il mandorlo fiorito…». Come si vede lo spunto poetico di Maganuco viene dilatato nel tempo e nello spazio, ma l’ispirazione è identica. Dunque così gli intellettuali vittoriesi hanno vissuto per decenni la creazione della città. Ma di pura invenzione, di pura fantasia poetica si tratta. Vittoria non nasce dal nulla e nel nulla, non opera alcuna rottura col passato. Se mai, perfeziona in maniera egregia un lento e secolare processo di conquista della campagna (portato avanti dagli amministratori della Contea, per conto degli Enriquez Cabrera); una campagna che da secoli e secoli non era più selvaggia…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.