Al Teatro Comunale “Vittoria Colonna” nel 1999 dedicai un breve saggio storico che, unito alle parti artistiche elaborate dal prof. Alfredo Campo e dal prof. Arturo Barbante fu pubblicato in volume dal Comune di Vittoria. In questo periodo l’edificio è chiuso per restauri e mi auguro che inizino e siano completati al più presto, perché il teatro rappresenta un alto segno della civiltà vittoriese: quella della borghesia del vino, che ha dominato la città per circa 300 anni e che nelle attività teatrali a cominciare dal 1819 magnificò sé stessa prima nel teatro vecchio poi nel nuovo, che fu decorato dal maggior pittore vittoriese dell’Ottocento: Giuseppe Mazzone (1838-1880).   

Richiamo qui la pubblicazione.

                                                                  Introduzione

Il 10 giugno 1877, in una calda serata estiva, le possenti note dell’ouverture de La forza del destino di Giuseppe Verdi inauguravano il Teatro Comunale “Vittoria Colonna”. Era finalmente compiuta l’opera per la quale si era battuta (e combattuta al proprio interno) da quasi cinquant’anni la “borghesia vinaiola” (come la definì Luigi Frasca) di una città proiettata impetuosamente nel moderno sviluppo economico della “civiltà del vino”, del cosiddetto “oro rosso” di cui era una delle maggiori produttrici da oltre un secolo. Numerosi sindaci e decurionati  del periodo borbonico e poi, dopo il 1860, sindaci giunte e consigli comunali dell’Italia sabauda, avevano dibattuto per anni e anni. Ma finalmente, dopo tante peripezie e tanti intoppi, l’opera era stata appaltata nel 1871 e realizzata, non senza profonde modifiche rispetto al progetto originario dell’architetto Giuseppe Di Bartolo Morselli, consegnato nel 1863. Oltre a tempio delle Muse, il Teatro riveste una assai rilevante valenza architettonica e urbanistica. Affiancato alla settecentesca chiesa delle Grazie, costituisce uno sfondo di incomparabile bellezza per un lato della Piazza, tanto da essere diventato il simbolo stesso della città di Vittoria. Considerato un esempio di architettura teatrale «…”di prospetto” di gusto neorinascimentale e neo-palladiano», fu oggetto dell’apprezzamento del critico  Bernardo Berenson, che nel 1953 soggiornò a Vittoria. Ma scopo di questa ricerca non è (né sarei in grado di farlo) uno studio architettonico del teatro, bensì la ricostruzione delle vicende storiche, politiche e amministrative che hanno regalato alla città un così splendido gioiello.

L’Archivio Storico Comunale contiene gran parte della documentazione relativa alla sua costruzione, e la utilizzeremo ripercorrendo con essa e grazie ad essa la storia della città per buona parte del secolo XIX.

                                                              Indice

1.Il teatro vecchio

2.Progetti per “teatro novello…utile allo raffinamento dei costumi…a schivare e corregere i vizj”. Il primo tentativo con l’arch. Riga (1834-1845)

3.Le “sovrane determinazioni” sul Piano della Grazia (1846-1860)

4.Vittoria nella nuova Italia. Il progetto di Di Bartolo Morselli e i primi tentativi d’appalto

5.La costruzione del nuovo Teatro. Le opere edili e le modifiche al progetto (1871-1873)

6.Gli interni e le decorazioni. Artisti e artigiani del “novello Teatro” (1874-1876)

7.Il teatro comunale “Vittoria Colonna”. Dall’inaugurazione al cambio di nome (1877-1884)

8.Epilogo

Schede riassuntive

Ed ecco alcuni estratti:

1.Il teatro vecchio.

Federico La China  parla del nuovo edificio inaugurato nel 1877 nella Conversazione Seconda. Nel paragrafo 20, nel riferire il suo «quarto dolore» per il cambiamento del nome del teatro da «Vittoria Colonna» a «Vittorio Emanuele» (modifica fatta in Consiglio il 5 aprile 1884), ne riporta il costo complessivo in «lire duecentocinquantamila, cioè Lire 150,000 spese dal Sindaco Sig. Giombattista Iacono, durante la di lui gestione dal 1869 al 1874, e L. 100 mila spese posteriormente dal Sindaco Sig. Giovanni Leni Spadafora dal 1876 al 1877…».

Ma nei paragrafi 231-233 della Conversazione Decima ci informa anche dell’esistenza di un  vecchio teatro, anteriore al nuovo. Rispondendo infatti al suo ipotetico interlocutore che gli chiede se «questo teatro sia stato il primo in Vittoria», il colto arciprete afferma senza dubbi: «No. Vi era il teatro vecchio, da cui s’intitolava la via, oggi via Cavour. Esso era, in origine, un magazzino appartenente alla Chiesa Madre, che venne concesso dall’Arciprete Parroco D. Giombattista Ventura, inteso Scarpone, ad enfiteusi perpetua, al fu Barone D. Francesco Leni Spadafora, con atto del 10 aprile 1806, presso Notar Giuseppe Bellassai. Il Barone Leni poi, alla sua volta, lo succoncesse alla Comune, e questa lo addisse a Teatro Comunale, sino all’apertura del nuovo…». Ma in qual punto della via Cavour si trovava questo vecchio teatro? La risposta è: «Vicino la piazza Vittorio Emanuele e propriamente dov’è l’attuale negozio del Sig. Montemagno». A supporto di tale affermazione, che rischierebbe per noi di non aver alcun significato, la cartina annessa all’edizione anastatica dell’opera dell’arciprete reca stampigliato il n. 24, corrispondente nella legenda a “Teatro Vecchio”, di fronte all’antico “Caffé Cocuzza” .

Ma che a Vittoria la tradizione artistica fosse assai viva è dimostrato anche dal fatto che al tempo di La China esisteva anche un teatrino, «vicino a questa mia casa, in via Garibaldi, a costa del palazzo Santapà», esattamente a metà dell’isolato tra via Magenta e via San Martino, «al Timponazzo».

Questo secondo teatro era nato per le difficiltà ed i costi di gestione del nuovo teatro, in anni di crsi profonda quali furono quelli degli anni Ottanta, travagliati dalle enormi difficoltà economiche e commerciali per i vigneti, a causa dei contrasti con la Francia (uno dei principali sbocchi di mercato per il nostro vino) e poi della diffusione della fillossera, che distrusse i vigneti.

Per cui, a detta dell’arciprete, alcune «persone culte…si ebbero la felice idea di impiantarne un altro di piccole dimensioni, e per giunta, ben messo, onde facilitare la venuta delle compagnie; venuta, che si è di già perfettamente verificata». L’esperienza del teatrino intitolato «Principe di Napoli» fu però bloccata dalle leggi sulla sicurezza in caso d’incendio, per cui il locale, non essendo adeguato alla normativa, fu chiuso per anni . Ma torniamo al nostro oggetto. Da due documenti che La China stesso trasmise al sindaco Giovanni Leni il 21 maggio 1877  (necessari alla vendita dei locali), apprendiamo che con atto rogato il 18 febbraio 1806, l’amministratore della Venerabile Opera di San Giovanni Battista concedeva in enfiteusi al barone don Francesco Leni, allora sindaco, che ne aveva fatto richiesta, «due botteghe e due magazzini adibiti a granaio, posseduti dalla Venerabile Opera [di San Giovanni Battista], al censo annuo di onze cinque e tarì venti». Le due botteghe «una accanto all’altra» erano site nel quartiere di Santa Maria delle Grazie,  «a confine con la bottega dello spettabile signor don Santo Giudice e altri», mentre i due granai ad esse congiunti confinavano con i magazzini dell’«illustre cavaliere marchese don Salvatore Ricca» . Presi questi locali in affitto, a sua volta il sindaco barone Leni (1759-1818),  il 10 aprile 1806, con un atto di subenfiteusi, li aveva ceduti ai signori «don Giombattista Benvissuto, don Giombattista Jacono, don Giombattista Migliore e don Rosario Giudice giurati  della città», per lo stesso canone annuo di onze cinque e tarì venti, con lo scopo di farne il deposito del grano della Deputazione e l’armeria, per come risulta da una successiva deliberazione del Consiglio Civico del 12 aprile 1807 .

La China non dice quando da granaio i locali furono trasformati in teatro. Ma se già il 2 gennaio 1820 l’antica strada Sesta, di San Giovanni Battista, ebbe mutato il nome in via Teatro, ciò significa che già il teatro era funzionante da un lasso di tempo così lungo da avere potuto imporre la sua funzione ad una via importante quale quella laterale alla Chiesa Madre. Probabilmente anche per Vittoria vale quello che Antonella Mazzamuto scrive: «…che dopo l’eversione della feudalità nel 1812…il teatro andrà vieppiù assumendo un ruolo e un significato autonomo, emblematico del nuovo potere della borghesia agraria». Ed infatti, un documento esaminato recentemente ci dà la certezza che già in data 18 settembre 1814 il teatro era in funzione, perché il Consiglio Civico in quella data si riunì proprio nella “gran sala del Teatro”.

….

2.Progetti per un “teatro novello…utile allo raffinamento dei costumi… a schivare e corregere i vizj”  Il primo tentativo con l’arch. Riga (1834-1845).

La documentazione sulla genesi del nuovo teatro è assai ricca. Dopo il timido tentativo fallito del 1832, tendente a ristrutturare il teatro esistente, nel 1834 si optò definitivamente per la costruzione di un nuovo teatro comunale. Nella seduta del 2 febbraio infatti, messo la questione al punto 19 dell’o.d.g., così si discusse e decise:

«In sesto ed ultimo luogo…finalmente, l’ultima opera che il Decurionato penza

[sic!]

proporre è quella di costruire un piccolo teatro rinnovando lo attuale che fosse corrispondente alla popolazione, ed agli introiti della Comunale Amministrazione. Sulla proposizione del signor Sindaco , il Decurionato ha considerato che il teatro esistente non era che un antico magazzino a tal uopo destinato da pochi anni a questa parte. Le mura sono costrutte di terra e pella loro vecchiezza, e poco solidità d’anno in anno fanno vedere delle lesioni in esse. Ogni perito al quale si è fatto osservare tale locale è stato d’avviso di non potersi per poco toccare le fabbriche senza pericolo e perciò nessuna riforma potersi portare». Detto questo, il sindaco Franco Scrofani esterna l’idea che lo porta a fare la proposta della nuova costruzione e a giustificarne la richiesta autorizzazione:

«Sapendo il Decurionato il gusto di questi abitanti pella Commedia, e quanto questa sia utile allo raffinamento dei costumi, ed imponesse a schivare e corregere i vizj.

Considerando che questa Comune non è ultima della Valle nello acconciamento allo incivilimento, che da quindici anni ha erogato da sette mille onze in opere pubbliche e di generale vantaggio, ad onze 3550 [che] va ad erogare per aprire la strada rotabile sino agli Scoglitti, la Decuria si dà a credere di poter meritare l’autorizzazione per eriggere un piccolo Teatro ch’è parte anche delle utili opere pubbliche.

Considerando che posto già assicurato il fondo capace a far fronte alla sollecita costruzione della strada della Marina, e delle poche altre traverse unitamente al tentativo da farsi pella disseccazione dello stagno  [della Bordoneria, n.d.a.], la Comune possiede una vistosa somma di crediti.

Qualunque minorazione potrebbero questi soffrire nell’esame che il Decurionato va a farne, senza dubbio supererà una somma che sarà sufficiente alla costruzione del Teatro che si propone.

Per tali considerazioni il Decurionato ad unanimità di voti delibera di erigere un nuovo Teatro Comunale nell’istesso sito ove esiste l’attuale mettendo a profitto i materiali di questo.

Tutte le spese da farsi per quest’ultimo saranno levate dalle somme che si esigeranno dalla massa di crediti comunali, escluse quelle già destinate pella strada della Marina, e ripartite all’allegato 1 del presente art. b che non dovranno in conto alcuno invertirsi.

Quando il signor Intendente si compiacerà approvare questa proposta decurionale, con i primi introiti dell’esazione di detti crediti sopra designati il signor Sindaco farà eseguire la relazione preventiva, e indi passerà ad acquistare quel poco di locale che sarà necessario precisamente per lo ingrandimento dello attuale locale. Indi a seconda degli introiti darà di mano all’opera per via d’appalto».

Interessante è la visione politica del teatro come strumento di educazione e di incivilimento, che è poi la vecchia teoria aristotelica (e gesuitica) del teatro inteso come “purificazione” ed “educazione” dai vizi e dalle passioni. Notevole anche il superamento della contrapposizione tra opere “utili” allo sviluppo igienico ed economico, e le opere per la cultura. Dopo aver pensato alle cose essenziali (la costruzione della strada della Marina, con un nuovo tracciato, parallelo a quello della regia trazzera dei Cappuccini o il prosciugamento dello stagno della Bordoneria), Vittoria meritava un nuovo teatro. La primitiva idea fu quindi di ricostruirlo sul sito del vecchio, inglobando altri locali per un parziale ingrandimento.

La Sovrintendenza della Provincia di Siracusa, il 7 marzo 1834, pur approvando la proposta, pose  però limiti: «beninteso che dovrà aver luogo a preferenza la costruzione della strada pegli Scoglitti, a norma della disposizione di pari data». Non se ne fece nulla: evidentemente i costi della costruzione della strada per Scoglitti e il prosciugamento dello stagno della Bordoneria assorbirono tutte le entrate.

Passato il colera del 1837, la rivolta antiborbonica e la conseguente feroce repressione di Del Carretto, declassata Siracusa a capo di Circondario ed eletta Noto a capitale della Provincia, fu  proprio il nuovo Sovrintendente di Noto, l’ex Sottintendente di Modica barone di Montenero, a preoccuparsi di riprendere nel 1841 la vicenda della costruzione del nuovo teatro di Vittoria. Interessi politici? Vedremo. Rivolgendosi al sindaco don Franco Scrofani, ll’11 maggio 1841 così gli scriveva:

«Signore. Rivoltosi da me lo sguardo al comune di Vittoria, ho sempre mai conosciuto, che gli abitanti di esso si distinguono per civiltà, ha egli una popolazione significante, ama pur troppo le rappresentazioni in teatro, ed ha i mezzi per sostenerlo in attività, ma ciò che manca si è appunto lo stesso locale decente e comodo, ove a bell’agio eseguir si possano le rappresentazioni medesime. Io ricordava nel tempo di mia amministrazione che proponevasi la costruzione di quest’opera, ciò che infatti ho verificato esser accaduto in dicembre 1832, ma riservava tal costruzione dopo quella della strada da lì a Scoglitti. Ho veduto ora che anche in febbraio 1834 quel decurionato se ne occupava nuovamente. Ed essendo già tempo di compiere i suoi voti, io prego lei di muovere il decurionato suddetto per proporre e l’opera ed i mezzi all’uopo necessarj». La nota testimonia un tentativo generale di “riconciliazione” delle autorità borboniche verso le popolazioni, dopo la rivoltà del 1837, con una attenzione verso i ceti borghesi colti del Regno. Ma stavolta fu il Decurionato a dire che più urgente del teatro era il completamento delle opere pubbliche già in corso e quelle nuove, avendo in particolare deciso «di eseguirsi la strada provinciale per Comiso e non pochi tratti di strade interne»”. Il teatro nuovo può attendere né importa che gli altri Comuni vicini siano più avanti  . Vittoria si attarda, laddove altri comuni vicini sono già molto avanti.

L’anno della svolta fu il 1844 e autori ne furono il decurione Giovanni Leni Spadafora e il cugino, sindaco Gaetano Leni (1801-1875), figlio di quel barone Francesco che nel 1806, come abbiamo detto, aveva posto le premesse per l’istituzione di un teatro. La creazione dei teatri a Vittoria sembra pertanto indissolubilmente connessa ai sindaci della famiglia Leni. Dopo il barone Francesco, il fratello Filippo Neri (1774-1834) sindaco nel 1800 e poi di nuovo nel 1819, anno delle prime testimonianze di recite; il barone Gaetano (sindaco dal 1844 al 1846) e soprattutto  Giovanni Leni, figlio di un fratello del barone Francesco e di Filippo Neri, Rosario (1773-1821) che, eletto decurione nel 1842, lo sarà fino al 1847. Su proposta di Giovanni Leni, «deputato ai lavori pubblici» infatti, il Decurionato approvò la proposta della costruzione di un nuovo teatro , trasmettedo la deliberazione a Modica il 13 settembre 1844, proponendo di impiegare «come mezzi finanziari…nella costruzione di tal Teatro li ducati 1950 da doversi esigere dal sig. Conte di Modica condannato dalla Gran Corte con decisione del 3 agosto passato» ed altre somme. Altra decisione importante era la scelta dell’architetto, il giovane Salvatore Riga. Il Decurionato «…conoscendo che nel proposto Riga risiedono tutte le qualità per redigere il progetto essendo un giovane dotato di molti talenti…», chiedeva che la proposta venisse accettata.

Si mise così in moto il primo serio tentativo per realizzare la nuova opera. Inviata a Noto la deliberazione per la prescritta autorizzazione, il Sottintendente di Modica il 28 settembre 1844 scrisse che prima di decidere sulla scelta dell’architetto, voleva conoscere «il sito dove vuolsi costruire il Teatro, e le dimensioni, e se vi sia opposizione de’ proprietari del sito e de’ vicini…». Il sindaco Leni, senza por tempo in mezzo, il 10 ottobre 1844 ordinò al Riga, che in quei giorni si trovava a Vittoria, evidentemente chiamato, «di unità alla deputazione delle opere pubbliche comunali d’osservare i luoghi tutti di questa Comune per scegliere in qual parte deve erigersi questo Teatro per poi secondare i voti di questa rappresentanza municipale».

….

4.Vittoria nella nuova Italia. Il progetto di Di Bartolo Morselli e i primi tentativi d’appalto.

Lo sbarco di Garibaldi a Marsala l’11 maggio 1860 portò alla fine del regime borbonico e alla creazione del Regno d’Italia. Vittoria partecipò entusiasta. Il 21 maggio, quando ancora non si era sicuri del successo di Garibaldi, Vittoria salutò il tricolore e costituì un Comitato, che ebbe come presidente padre Gaetano La China. In seno al Comitato (una sorta di Consiglio Civico provvisorio) fu eletta una Commissione per la sicurezza composta da Giovanni Leni Spadafora, presidente; barone Salvatore Terlato vice presidente; barone Giovanni Antonio Paternò; barone Francesco Salesio Scrofani; Salvatore Jacono. Questa Commissione provvide a tutte le nomine per il funzionamento della giustizia e della pubblica amministrazione, confermando come pretore il giudice Gemmellaro, nominando come giudice supplente il dr. Cesare Porcelli e conciliatore il dr. Rosario Cancellieri.

Sindaco fu designato provvisoriamente il barone Francesco Astuto, Primo Eletto Giombattista Mazza Paris, Secondo Eletto Lorenzo Giudice.

Venne creata una commissione di finanza composta dal dr. Salvatore Contarella, barone Salvatore Paternò, cav. Federico Ricca, mentre l’avv. Salvatore Ricca fu incaricato di organizzare una squadra di volontari pronta ad «accorrere dove avrebbe richiesto il bisogno della patria» . Dal 22 maggio al 7 luglio il vero potere fu però nelle mani del presidente del Comitato provvisorio, Giovanni Leni, che ripeté l’esperienza del 1848. Una colonna garibaldina giunse in città il 22 giugno, mentre il resto delle truppe arrivò con Bixio il 23 luglio. Nino Bixio fu ospitato dal cav. Salvatore Contarella (che era stato deputato al Parlamento di Palermo del 1848) e Menotti Garibaldi fu ospitato da Giovanni Leni, nella sua casa di via Teatro (attuale palazzo Gucciardello, come si è detto), dove avvenne il fatto del tricolore che non si trovava e che costrinse il Leni, come si racconta, ad armarsi contro Nino Bixio. Il 7 luglio 1860, nella chiesa dell’Ospedale, si tenne la prima seduta del nuovo Consiglio Civico. In base ad un decreto del 17 maggio, a firma Garibaldi-Crispi, infatti erano stati istituiti nei 24  distretti dell’Isola altrettanti governatori, con facoltà di ristabilire i Consigli Civici e i funzionari del 1849, con le necessarie rimozioni, sostituzioni, reintegrazioni. Probabilmente in base a queste disposizioni fu ricostituito il Consiglio Civico a Vittoria.

Tra i suoi membri, alcuni erano stati componenti del consiglio “rivoluzionario” del 1848 e numerosi erano stati decurioni nel decennio appena trascorso. Tra i nuovi “consulenti” (così furono chiamati i consiglieri), in numero di 35, erano due frati (un paolotto ed un osservante) e un sacerdote, Federico La China, futuro storiografo patrio. Assente il presidente Giovanni Leni, il vice presidente barone Salvatore Terlato, lo sostituì come Presidente del Consiglio Civico fino all’aprile 1861.

Stranamente nella seduta del 7 luglio non è menzionato Rosario Cancellieri: né tra i presenti né tra gli assenti. Lo ritroveremo invece nella seduta del 1° agosto, evidentemente nominato prima di quella data. Con una serie di altri decreti si “piemontesizza” la Sicilia: il 17 agosto furono soppresse onze e tarì, sostituite con le lire di Vittorio Emanuele, in ragione  £. 4,25 per onza.

Il 26 agosto la legge provinciale e comunale del Regno di Sardegna fu estesa all’Isola, e in base a questa nuova legge gli assessori non si chiamarono più Primo e Secondo Eletto, bensì Primo e Secondo Giurato. Il plebiscito del 21 ottobre vide Vittoria al 100%, con 2813 sì (chissà quanti però, come don Ciccio Tumeo del Gattopardo avevano votato “no”…). 

Rassicurata dal Plebiscito, la nuova amministrazione insediata da Garibaldi si dedicò a prendere visione dell’esistente. Per quanto riguarda il nostro tema, il nuovo Intendente, Vinci, da Modica il 26 novembre 1860 scrisse al Presidente del Municipio in questi termini:

«Signore

nel minor tempo possibile, anche rigor di posta per sodisfare a un incarico del Governo, si compiaccia apprestarmi in apposito quadro tutte le notizie relative a biblioteche, teatri, case di compagnie, e gabinetti di lettura esistenti in cotesto Comune; farà rilevare come si mantengono, e la provenienza de’ fondi rispettivi, non che l’ordine, la disciplina ed i miglioramenti di cui possono abbisognare».

Rispose il Primo Giurato barone Francesco Salesio Scrofani:

«Qui non esistono biblioteche, né gabinetti di lettura. Solamente si ha un Casino di Conversazione mantenuto per sole contribuzioni mensili degli associati . In quanto a teatro debbo dirle che non altro si ha che un magazzino ov’è costruito un piccolo palcoscenico, che serve di teatro, che viene mantenuto a spese di questa Comune. Per l’innalzamento di un novello teatro sin dal 1851 fu firmata una scrittura di contribuzione particolare per onze 1.000 circa, ed il Decurionato di allora aveva deliberato di occorrere al di più della spesa co’ fondi comunali. Intanto il cessato governo inibì la costruzione del teatro nel sito prescelto ch’è suolo comunale. Quella inibizione fu motivata sul bigotto mottivo che quel suolo era contiguo alla chiesa dei Minori Osservanti, tuttoché sarebbe il vuoto intermedio di 12 palmi circa. Da quella disposizione nacque malcontento nel pubblico, e da ciò l’abbandono della idea di costruire il teatro. Oggi si vuole costruirlo nel sito anzidetto ch’è più centrale, ed offre  il vantaggio di avere la prospettiva nella pubblica piazza Camerina ch’è il piano principale della Città». Il 5 dicembre, a tempo di record, così rispose l’Intendente:

«Signore

per quanto manifesta col foglio del 30 novembre scorso…relativo al progetto del Teatro in cotesta Comune Ella ne faccia deliberare il Consiglio Civico sì nella convenienza di costruirlo, sì pel sito, e pei mezzi di costruzione, prevenendole  che il progetto sarà da me certamente garantito».

Si ricominciava…

Il 27 gennaio 1861 si svolsero le prime elezioni politiche della nuova Italia. Nel collegio di Comiso di cui Vittoria faceva parte erano iscritti 821 elettori. Votarono in 779 (il 94,88%). L’avv. Paolo Paternostro, professore di Diritto Pubblico all’Università di Palermo e vice governatore della Provincia di Noto, sconfisse con 465 voti Giombattista Jacono, che ne riportò 296. Paternostro fu il candidato della Destra governativa, ma Giombattista Jacono, appartenente ad un ramo della omonima potente famiglia, non rappresentava affatto la Sinistra…

Tra il 1° agosto 1860 e il 1° maggio 1861 avvenne una vera e propria “rivoluzione” nella rappresentanza comunale. Sparirono i religiosi: quasi subito i frati, nel 1861 Federico La China.  Del vecchio Consiglio Civico, nell’aprile 1861 furono rieletti solo in 12, fra cui Giovanni Leni, Salvatore Paternò e Rosario Cancellieri. La piccola nobiltà cittadina e la media borghesia delle professioni (medici e notai) dominava massicciamente il Consiglio. Il barone Francesco Salesio Scrofani (1807-1875) fu eletto nuovo sindaco. Nuovi consiglieri furono: il marchese Salvatore Ricca e il barone Gioacchino Ricca (il Presidente del Consiglio Civico del 1848-1849), il barone Giuseppe Astuto, il barone Terlato, il barone Gaetano Leni, due Jacono: Salvatore e Giombattista Mazza Jacono, il notaio Ferdinando Mangione e il dr. Filippo Porcelli.

Insomma il Consiglio del 1861 era assai simile, nella composizione, ad un decurionato borbonico.

Grazie al sollecito dell’Intendente, la questione teatro tornò all’attenzione del Consiglio nella seduta del 1° maggio 1861 , quando, dopo il saluto al Re, si passò ad esaminare le questioni iscritte all’o.d.g..

Su proposta della Giunta, furono approvate tutte le vecchie deliberazioni del Decurionato e si decise:

a)di fabbricare il Teatro nel locale appartenente al Comune sito al lato della Chiesa dei Minori Osservanti, e nella Piazza Camerina;

b)di eleggere una Commissione per reperire i mezzi finanziari tramite la sottoscrizione e cancellare coloro che, iscritti nel vecchio elenco dei sottoscrittori, non avessero eseguito i versamenti dovuti;

c)di nominare nella Commissione i consiglieri Salvatore Jacono, dr. Emmanuele Japichino, Rosario Cancellieri, Gaetano Mazza e Ferdinando Jacono;

d)di incaricare la Giunta a far eseguire il relativo progetto.

Approvata la deliberazione, il sindaco nel marzo 1862 convocò l’architetto Giuseppe Di Bartolo Morselli, allora a Caltagirone (come si evince da un rimborso spese al sindaco per il relativo telegramma, costato £. 5.10). L’architetto venne subito a Vittoria e si concordò un anticipo,  sul compenso finale, di £. 637,50.

Avviato l’iter della progettazione, si cominciò a fare i conti con i finanziamenti.  Per cui, nella sessione ordinaria dell’aprile 1862 si assunsero le relative decisioni.

Autore di esse fu l’assessore ai Lavori Pubblici Rosario Cancellieri che, nella seduta del 22 aprile, dopo aver riferito al Consiglio «di tutte l’esecuzioni date alle deliberazioni…emesse nella sessione ordinaria di autunno e di tutte quelle per le quali sono in corso di esecuzione, nonché di quelle sospese per non essersi potuto prontamente eseguire, e delle operazioni pratticate dopo la detta sessione», propose al punto 4 l’accensione «d’un mutuo di onze 20.000, pari a £. 255.000, per la costruzione del novello Teatro, del Palazzo di Giustizia, del basolato e lastricato di tutte le strade interne ed aumento di fonti pubblici, da ritirarsi la somma in quattro soluzioni cogl’interessi al 5 per cento, oltre il mezzo per cento per una sol volta per la Comune .

Dopo ampia discussione, si decise che il Teatro non aveva la priorità, ed in conseguenza si deliberò che il mutuo fosse destinato in primo luogo per le opere di miglioramento dello scalo di Scoglitti.

Del resto, per una città vinicola come Vittoria, quale maggiore urgenza del porto di Scoglitti?

In ogni caso, la costruzione del teatro, con l’incarico già dato a Giuseppe Di Bartolo Morselli, avanzava a passi lenti ma sicuri.

Ma chi era Giuseppe Di Bartolo Morselli?

5.La costruzione del nuovo teatro. Le opere edili e le modifiche al progetto (1871-1873).       

Si riparlò del Teatro il giorno 22 marzo 1870 . Nel 1869 il Governo Lanza designò un nuovo  sindaco. Al posto del barone Francesco Salesio Scrofani, che aveva retto la città per nove anni, fu insediato Giombattista Jacono (1825-1893), figlio di don Giuseppe Jacono (1793-1862), appartenente ad uno dei due rami vittoriesi della famiglia Jacono, già due volte sconfitto nella competizione elettorale per le politiche del 1861 e nel 1867, del quale lapidariamente scrive O. Busacca: «menò una vita intemerata e solitaria. Non ebbe mai fede all’Italia unita e non volle votare il Plebiscito». La Destra conquistò saldamente il Comune e lo governò per 5 anni.

«Il signor Giombattista Jacono sindaco del Comune -così recita l’atto-…fa conoscere che il disegno della costruzione di un teatro in questa si fa fortemente sentire; esso viene reclamato da tutta intera una popolazione, che da più tempo ne vagheggia il pensiero, come mezzo pertanto che serve ad ingentilire il cuore e moralizzare i costumi, e di cui non può farne a meno un popolo che vuole avviarsi nella via del progresso, e della civiltà. Lo stesso è stato deliberato replicate volte, e poi venuto meno per deficienza di mezzi; oggi che l’azienda comunale si mostra in più florido stato, sembra fosse arrivato il momento di tradurre in atto le aspirazioni di questi amministrati. Esiste un progetto d’arte redatto dall’esimio dr. ingegner Morselli, lo stesso con senno ne divideva l’opera in due parti, la costruzione interna una, la decorazione e l’ornamento esterno l’altra».

Merito di Jacono fu quello di avere finalmente finanziato davvero l’opera, con un primo stanziamento di  £ 57.715, utilizzando alcune economie di cassa ed una sovrimposizione sui tributi diretti. Inoltre si decise di vendere due immobili di proprietà comunale: “una casa palazzata che sorge nel piano Vittorio Emanuele con l’atrio in via Garibaldi … e un magazzino nella via Cavour che ha servito fin’ora per Teatro». Come sito fu confermato naturalmente lo slargo accanto alla chiesa degli Osservanti, che non avrebbero mai più potuto opporsi, in quando le leggi eversive dell’asse ecclesiastico varate nel 1866 ed applicate nel corso del 1867 avevano trasferito allo Stato tutte le proprietà ecclesiastiche presenti anche a Vittoria .

Perché il lettore abbia un’idea della conformazione della Piazza nel 1870, occorre incrociare i dati di questa deliberazione con altri documenti. Se infatti or ora abbiamo appreso che l’area dove oggi sorge il teatro era uno spazio libero occupato da baracche di legno di proprietà comunale (un vero e proprio mercatino, insomma…), su cui si apriva un ampio portale laterale della chiesa; dal padre Gaetano La China (al secolo sacerdote Salvatore La China), apprendiamo altri dati. Nella sua “Breve notizia sull’ospedale civico” pubblicata nel 1881, parlando del lascito di Matteo Terranova, si cimenta a descrivere l’esistente, a cominciare dal 1830:

«[Entrando dall’attuale via C. Alberto all’angolo con la via R. Cancellieri]…si presentava, appoggiato ad un edifizio a piano superiore e guardante Greco [nord est], un terrazzo sostenuto da archi e allato una scala. Al pian terreno e in fondo al terrazzo botteghe di salumi e di verdure: poi una botteguccia di un funajo: poi una chiesetta. La più lunga delle botteghe tirava a Libeccio [sud ovest] e avea uscita in via Menelao ora Bixio. Qui assumeva il nome di fondaco. Era il fondaco di Giunta. Adesso trovasi divisa da un muro e nella parte di via Bixio vi lavora un bottajo».

Dopo l’atto del 1864 in cui il Comune cedette alla Congregazione di Carità i locali dell’allora Giudicato del Mandamento (il cosiddetto Studio di Musica in via Bixio ) in cambio dei ruderi dell’ospedale di Matteo Terranova, avvenne che il Comune si impadronì dell’area dei ruderi, pur rimanendo in possesso dei locali del Giudicato. Dopo aver fatto ampiamente ristrutturare l’antica Cancelleria (progetto Toscano), si decise di utilizzare la nuova costruzione (originariamente Casa di Giustizia) come Palazzo di Città. Il nuovo Palazzo di Città occupava l’area dell’ex ospedale (il piano superiore aveva ospitato un Casino di Conversazione, mentre il terrazzo, pericolante, era stato abbattuto nel 1828), delle botteghe, della chiesetta e dell’orto annesso. Al lato opposto, sulla via Bixio, accanto al fondaco di Giunta, funzionava dal 1853 una sala da biliardo, annessa al nuovo Casino di Conversazione o Caffé (che occupava alcune stanze all’angolo tra le attuali vie Bixio e Garibaldi). La China non fa il minimo cenno alla Casa Palazzata con l’atrio in via Garibaldi. Infatti quella casa non fu venduta. Dopo appena una settimana, nella seduta del 29 marzo si delibera “per vendersi la casa comunale palazzata che sorge nella via Bixio invece d’altra che sorge nel largo Vittorio Emanuele”, in pratica si decise di vendere l’antica Cancelleria che sorgeva all’angolo tra via Bixio e via Garibaldi, attuale casa Rio. Dunque il Consiglio decise:

«Revocarsi la deliberazione presa da da questo consesso comunale nella tornata del 22 spirante mese, nella sola parte che invece di vendersi la casa comunale palazzata, che sorge nel largo Vittorio Emanuele, per far fronte alla spesa del Teatro si vendesse l’altra casa comunale palazzata con tutte le officine sottostanti sita nella via Bixio, e propriamente quella ove risiede attualmente il Municipio, e restare per uso del Municipio l’altra casa di questo nel largo Vittorio Emanuele e ciò allo scopo di ritrarsi maggior prezzo e così la Comune avere più mezzi per la costruzione del novello Teatro». La proposta fu accolta all’unanimità.

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7.Il Teatro Comunale “Vittoria Colonna”. Dall’inaugurazione al cambio di nome (1877-1884)     

Ma i soldi stanziati non bastarono. Il 2 gennaio 1877 si dovettero impinguare i relativi capitoli di spesa con altre £. 7000, mentre altre somme servirono per realizzare 160 sedie in ferro.    

Contemporaneamente si sbloccò, dopo sette anni, la pratica per la vendita del vecchio teatro. La Deputazione Provinciale di Siracusa, «riunita nelle persone dei signori cav. Giuseppe Camerata, Scovazzo consigliere delegato pel prefetto presidente, avvocato Salvatore Nativo, cav. Gaetano Adernò Zappalà, avvocato Corrado Sirugo ed avv. Raffele Caruso deputati», viste le precedenti delibere approvarono la base d’asta per la vendita del magazzino di via Cavour, per £. 4174.74 e la Casa Comunale di via Garibaldi ang. Bixio per £.  20.981.34. 

La vendita del vecchio magazzino fu però oggetto di una polemica furibonda tra la minoranza cancellierista, guidata in Consiglio dal genero del Cancellieri, avv. Salvatore Platania, figlio dell’architetto don Francesco, autore della stima del valore dell’immobile. Infatti il 19 febbraio 1877 la Giunta Municipale aveva deliberato le “Condizioni per la vendita del Magazzino già Teatro”, in base alla deliberazione del 22 marzo 1870, con la quale il Consiglio aveva deliberato «di doversi alienare un magazzino di proprietà del Comune sito nella via Cavour…sulla base di lire quattromilacentosettantaquattro, e cent. settantaquattro…». Però, osservava Platania, da allora erano passati 7 anni ed il valore dell’immobile era cresciuto. Polemiche a parte, il magazzino, come già sappiamo, fu aggiudicato a Mariano Molé per £. 15.010, più del triplo della base d’asta.

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Finite le opere, il Teatro era pronto per essere inaugurato.

Nella seduta del 5 aprile, il Consiglio approvò la proposta della G.M. «di farne l’apertura con una compagnia musicale e corredo di ballerini, tutto della classe che suole scritturarsi nei teatri di Messina e Catania», con un impegno di spesa di £. 6.000.

Dopo altre polemiche (sempre intentate dalla minoranza cancellieriana) per l’impiego del ricavato dalla vendita del vecchio teatro (l’A.C. proponeva di spenderlo per completare il piano superiore, ma la proposta fu respinta), si approvò il regolamento per il funzionamento del teatro.

Superati gli ultimi scogli, niente più ostacolò l’apertura del nuovo teatro. Il 28 maggio la Giunta provvide al personale di sorveglianza, proponendo il sindaco di incaricare «almeno due persone di fiducia per vegliare alla buona tenuta di tutto il materiale del palcoscenico, di tutti i lumi, mobili, vegliare e perlustrare di continuo se siavi timore di incendio in qualche paralume ed altro, marcare se si avverino guasti e per colpa di chi». Venne scelto il signor Gaetano Mangione Quarrella (ex segretario comunale), che si offrì di farlo gratuitamente. Inoltre si nominarono sette «impiegati pel maneggio del materiale tecnico del teatro», che «godranno per i lavori ordinarj, la mercede di lira una per ciascuna rappresentazione, e pei lavori straordinarj a seconda della importanza, avranno una gratificazione corrispondente…Essi hanno l’obbligo di assistere a tutte le rappresentazioni serali, nonché nei concerti e nelle prove, sia di canto che di ballo».

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L’apertura del teatro, inaugurato, come si è detto con l’opera verdiana La forza del destino avvenne il 10 giugno, inserita nell’ambito delle feste per il Patrono San Giovanni.

Per l’occasione furono scritti alcuni sonetti e si sviluppò una forte polemica che coinvolse Salvatore Paternò e la sua opera storica su Vittoria. Un primo sonetto celebrativo è il seguente:

10 giugno 1877

«Novello almo edificio, al magistero/di Melpomene sacro e di Talia,/a te vola quest’oggi il mio pensiero/ che il nome porti della patria mia./ Salve o tempio de l’Arte! in stil severo/ maestoso t’estolli in su la via,/ ti sien liete le sorti, e lusinghiero/di COLONNA anco il nome ognor ti fia!/

Delle tue scene al mistico linguaggio/ trovin, tutti, conforto, esempio e guida,/ L’odio, ispiri, o l’amor o il riso o il pianto!/ E se a tale disio la speme arrida,/ di nova luce mi balena un raggio:/

anche educan l’uom la Prosa e il Canto!» .

Anche il barone Salvatore Paternò (autore della prima storia di Vittoria, dedicata al sindaco Giovanni  leni), volle cimentarsi con la poesia e diede alle stampe un Sonetto per l’inaugurazione  dell’apertura del Teatro Vittoria Colonna 

«Un dì nella foresta Camerina/Fondava una borgata la Contessa/ Che col suo nome battezzò la stessa/ In riva al fiume d’Ippari vicina./ Nella via del progresso s’incammina/ La borgata a città, e vi s’appressa,/ Un monumento alfin risplende in essa/ Ed ogni itala terra a lei s’inchina./ Teatral monumento oggi Vittoria/ Inaugurando esulta assai giuliva/ Opera di Morselli, onore e gloria./ E lieta in cifre cubitali scriva/ Il giorno memorando della storia/ Che il bel Teatro decoroso apriva.»

La firma di Paternò (consigliere comunale da lunga data) sotto la paludata composizione spinse un tale Gaetano Licitra Cilio, in data 23 giugno, a firmare altri due sonetti.

Il primo, intitolato Sulle rime così recita:

«Se nell’antica selva Camerina/ S’eresse da un’iberica Contessa/ Vittoria nostra, e tutt’or la stessa/

A gloria di cittade fa vicina,/ Perché un cultor di Clio non s’incammina/ A immortalarla, mentre che s’appressa/ Ogni elemento a ingentilire in essa/ Ciò per cui fassi grande e non inchina?/ Ahi mi si serra il cor, dolce Vittoria,/ Ché nessun dei tuoi figli ancor giuliva/ Ti fé con eternar tua vera gloria!/ Duolmi ancor se talun male ne scriva/ l’origine, i progressi, e chiama Storia/ Turpi fatti che oblio giammai ne apriva».

Etc. etc.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.