Nella sua politica punitiva verso la Sicilia, Napoli sbagliò perché non si rese conto che la Costituzione del 1812 non era stata voluta solo dal baronaggio, ma che anche in Sicilia erano cresciuti nuovi ceti sociali che guardavano al futuro e non al passato e vivevano la politica fiscale come mera vessazione. La politica del quinquennio 1816-1820 non fece altro che unificare tutti gli scontenti. Rispetto al periodo inglese, quegli anni sembrarono un precipizio. Occorreva solo la miccia perché le polveri esplodessero. E la miccia ci fu, quando arrivò la notizia che a Napoli c’era stata una rivolta militare carbonara all’insegna della richiesta della Costituzione spagnola del 1812. Alla rivolta iniziata durante la festa di Santa Rosalia a metà luglio da elementi popolari, senza alcun disegno strategico, si unì in seguito la nobiltà, che ritenne di cogliere l’occasione per riconquistare l’autonomia perduta. Ma ancora una volta gli interessi dell’aristocrazia palermitana si scontravano con quelli dei gruppi borghesi della Sicilia orientale. Messina e Catania infatti avevano invocato la Costituzione spagnola, collegandosi ai liberali napoletani. La nobiltà palermitana dapprima si adeguò, poi quando la rivolta popolare acquistò spessore e violenza, indirizzandosi contro i simboli del fiscalismo borbonico (dazi e bollo), pensò che fosse l’occasione propizia per andare oltre e riconquistare ciò che aveva perduto, scegliendo come parola d’ordine l’indipendenza, la Costituzione spagnola e l’amministrazione separata. Si formò così una Giunta di Governo, nella quale sedevano l’arcivescovo di Palermo e ben 10 fra principi e nobili (fra cui l’ex ministro della Marina e della Guerra del periodo costituzionale Ruggero Settimo) che prese in mano il potere. Nella pratica però governavano le maestranze degli artigiani (con ben 72 consoli che controllavano la Giunta), collegate a vere e proprie squadre, nella maggior parte dei casi composte da loschi figuri. La Giunta abolì il dazio sulla carne, l’imposta sul registro e la conservatoria delle ipoteche, la licenza di caccia e pesca e le sovrimposte comunali; ridusse l’imposta fondiaria, quella sul macino, e la tassa sui negozianti. Tutti così furono esonerati: ricchi e poveri!

La scelta della separazione mise la Sicilia in contrasto con il nuovo regime liberale di Napoli (non a caso Palmieri scrive che sarebbe stato proprio Ferdinando a suggerire al Principe di Villafranca, prima che questi tornasse in Sicilia, di dire che avrebbe concesso la vecchia Costituzione, meno avanzata della Costituzione spagnola in vigore a Napoli.

La rivoluzione vide squagliarsi ogni potere, con intere zone e città abbandonate ai saccheggi e ai taglieggiamenti di numerose bande di briganti, pagate dalla Giunta. Inoltre, poiché il ritorno in vigore della vecchia Costituzione era subordinato alla richiesta della maggioranza di un nuovo Parlamento da eleggere e comunque alla volontà della maggioranza della popolazione siciliana, non avendo tutti i Comuni dell’Isola aderito alla rivolta separatista, furono formate tre “guerriglie”, composte spesso solo da briganti e da ex carcerati appositamente liberati dalla Giunta (di cui al suo ritorno da Napoli, il principe di Villafranca era divenuto presidente). Tali formazioni militari furono inviate all’interno della Sicilia per “convincere” le città  riottose ad aderire, con le buone o con le cattive alla rivoluzione palermitana e non a quella napoletana. Fu a questo punto, a metà agosto 1820, che Vittoria aderì alla rivolta e lo fece non per scelta convinta, ma per timore di fare la fine di Caltanissetta,  saccheggiata ad opera della “guerriglia” mandata contro di essa perché l’Intendente aveva fatto in modo di farla restare comunque borbonica. La città era stata investita dalle bande condotte dal principe di Fiumesalato, messa a ferro e fuoco e saccheggiata da una turba di masnadieri e di assassini, senza alcun controllo da parte di chi aveva il dovere di vigilare.

Sulla “rivoluzione” a Vittoria scrisse poche righe Giovanni Ferraro e più recentemente il prof. Nunzio Lauretta, con maggiori dettagli. Quest’ultimo riferisce sulla prima fase della “rivoluzione”, trattando della corrispondenza fra il sindaco di Vittoria Francesco Porcelli e il sottointendente di Modica (città che era stata designata come capo distretto). Era successo infatti che di fronte al pericolo della sedizione armata (erano già arrivate le notizie da Palermo), il Decurionato aveva deliberato di assumere delle guardie.

Arrivato l’atto a Modica, per il consueto visto, il sottintendente delli Bagni non aveva voluto approvare la spesa, addebitandola alle tasche dei promotori. Già i rapporti fra Porcelli e l’intendente Ciaceri Polara erano tesi, in quanto il sindaco non aveva voluto eseguire la disposizione del nuovo governo palermitano di ridurre il macino (la cosa non deve stupire essendo la tassa una delle poche entrate per il Comune). Il rifiuto di omologare la deliberazione favorì la decisione di schierare Vittoria a favore della rivoluzione separatista. Così il 15 agosto «il voto universale de’ Cittadini d’ogni ceto indistintamente e coll’intervento di tutte le autorità di qualunque classe, nella Chiesa principale ha proclamata Costituzione e Indipendenza». La causa di ciò erano state appunto le luttuose notizie provenienti da Caltanissetta. Il Decurionato tutto pertanto si costituì in Giunta Provvisoria  di Sicurezza Pubblica. Come a Palermo, anche a Vittoria nell’organismo sedevano ben 9 baroni (Felice Astuto, Salvatore Ciano, Francesco Contarella, Ferdinando La China, Carlo Leni, Ignazio Maria Paternò, Salvatore Ricca, Emanuele Scrofani, Giombattista Toro).

La cosa strana comunque è dover ammettere che la rivoluzione siciliana del 1820 non fu contro i Borboni ma contro il governo liberale di Napoli, che fu fortemente indebolito dalla questione siciliana, dovendo impiegare nell’Isola truppe che gli sarebbero servite nel continente (Croce).    

La rivolta palermitana fu in seguito soffocata dalle truppe del generale Pepe. La nobiltà abbandonò le masse popolari al loro destino, trattando la resa. Si contarono più di 5000 morti fra militari e civili e gravi distruzioni a Palermo e in molte altre città dell’Isola. Quando poi lo stesso governo liberale napoletano fu travolto dal voltafaccia del Re che, spalleggiato dalle armate austriache, riconquistò il potere assoluto, la Sicilia pagò un alto prezzo, essendo tenuta sotto controllo dalle truppe austriache fino al 1829.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.

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