Per non dimenticare. Il giorno della memoria e “i cassateddi di ricotta”.

Qualcuno si stupirà del mio accostamento tra l’immane tragedia della Shoah e la frivolezza di una «…cassatedda, dolce formato di pasta con dentro ricotta dolce, fritto in olio, e sparso di miele o di zucchero appena messo in piatto. Si mangia specialmente per le feste pasquali» (Pitré). Eppure…

Di fronte all’orrore della Shoah e delle leggi razziali del 1938, occorrerebbe non limitarsi alla celebrazione di giornata per poi passare oltre, ma avere ogni giorno, specie nei programmi scolastici, “lo sguardo lungo della Storia”. E allora si scoprirebbe che Shoah e leggi razziali furono solo l’ultimo anello (anche se il più atroce in assoluto) di una lunga catena di persecuzioni, massacri, deportazioni, chiusure nei ghetti, espulsioni che la “Cristianità” ha nei secoli riservato al popolo ebraico in ogni parte d’Europa. A cominciare dalle Crociate (in genere trasformatesi spesso in massacri di israeliti) e senza escludere la Sicilia e persino le nostre zone, dove la presenza giudaica era antica e radicata sin dall’età imperiale (vedi necropoli di contrada Piombo, ad es.). Per accogliere l’invito di Mattarella a conoscere meglio la storia, al fine di evitare che gli orrori si ripetano, è utile ricordare ancora una volta che anche la Sicilia ebbe i suoi massacri di Ebrei (Modica e Noto, il 15 agosto 1474, con centinaia e centinaia di uccisi, fra uomini, donne e bambini), e che l’orrore fu sancito poi con l’editto di espulsione firmato a Granada il 31 marzo 1492 da Ferdinando d’Aragona, re di Sicilia (analogo provvedimento a firma anche della moglie Isabella fu emanato per la Castiglia e gli altri regni e territori spagnoli). Solo recentemente però ho avuto modo di leggerne il contenuto, ed ho avuto così la conferma che le radici della Shoah e delle leggi razziali sono anche nella nostra storia. E’ un documento che tutti dovrebbero conoscere, anche se nei libri di storia in genere è ignorato.

Conquistata Granada, ultimo baluardo dell’Islam in terra iberica, Ferdinando e Isabella, ”ringraziano” in tal modo i Giudei che li avevano aiutati prestando loro ingenti somme di denaro per vincere prima la guerra civile castigliana e poi la lunga guerra con i Mori di Granada.

Nella premessa del documento, si mette in evidenza il ruolo di frate Tomás de Torquemada, inquisitore generale, al quale si dà il merito di avere informato la Corona della situazione. In sostanza Torquemada diceva:

1) i giudei convertiti al cristianesimo segretamente celebravano i riti ebraici;

2) facevano opera di proselitismo «per mezzo della conversazione e comunicazione» che avevano con i cristiani, solo con il vivere in mezzo agli altri nelle città, nei paesi e villaggi e solo professando i loro precetti e celebrando le loro cerimonie, rispettando il sabato e la Pasqua e le altre feste giudaiche.

Per distogliere i cristiani dal convertirsi al giudaismo e «rimanere nella santa fede», Torquemada riteneva che l’unico modo fosse cacciare i Giudei, cosa che era già stata fatta da alcune città e villaggi. Ma ora l’inquisitore suggeriva di estendere il provvedimento a tutti i regni, perché l’espulsione era l’unico modo per estirpare quella «eretica pravità…[e quella] tal lebbra così contagiosa…». Naturalmente Ferdinando, sollecito per le sorti del suo popolo cristiano, accogliendo le informazioni di Torquemada, considerato che i Giudei per la loro colpa (cioè quella di aver crocifisso Gesù Cristo) erano «sottomessi a perpetua servitù», che erano «servi e prigionieri» della Corona; che se erano stati nel passato ammessi e tollerati, cioè si doveva solo alla grande benevolenza della Corona e che quindi la loro ingratitudine doveva essere punita; accoglieva inoltre l’accusa più grave: quella cioè secondo la quale «i detti giudei per mezzo di gravissime e insopportabili usure divorano e inghiottono i beni e le sostanze dei cristiani, esercitando con nequizia e senza pietà la pravità usuraia…».

Esaminate tali accuse e trovatele vere, a Ferdinando non restava altro da fare che punire i colpevoli, meritevoli di morte, tutti. Ma nella sua magnanimità, accoglieva il suggerimento di Torquemada, che gli proponeva di cacciarli tutti, «perchè togliendo la occasione di errare è tolto l’errore. E atteso che tutti i corpi degli ebrei, che vivono e risiedono nei nostri regni, sono nostra proprietà, e di essi per nostra real potenza e suprema imperativa potestà possiamo decidere e disporre a nostra volontà…favorendo il santo officio della detta inquisizione…», ordinava di cacciare entro tre mesi per sempre «da tutti i nostri regni e domini… tutti i detti giudei e giudee, grandi e piccoli, che stanno e si trovano in detti regni e domini nostri…». I Giudei, prima di andar via dovevano però pagare i debiti che avessero con i cristiani (non si fa cenno a quelli che i cristiani avessero con loro), pagare le tasse alla Corona, vendere i loro beni e trasferirli all’estero solo a mezzo di operazioni bancarie, essendo vietato estrarre dal Regno di Sicilia oro, argento e gioielli e solo un ricambio di panni…

La conseguenza per la Sicilia di questo agghiacciante testo di legge razziale ante litteram, che presuppone una società “pura”, fatta di soli cristiani, senza mescolanze ibride (come oggi si vorrebbe fare chiudendo i porti e alzando muri), fu la scomparsa quasi totale di quella che era una comunità fiorente, pari a circa l’8% della popolazione siciliana dell’epoca, cioè circa 40.000 persone su poco più di 500.000 abitanti. Quelli che decisero di andare via furono concentrati a Messina (come al binario “fantasma” della stazione di Milano), da dove entro il 31 dicembre 1492 la gran parte degli Ebrei siciliani lasciò la Sicilia, andando incontro ad altri massacri, estorsioni e ghettizzazioni nel Regno di Napoli, nello Stato della Chiesa, nel Nord Italia, nell’Africa del Nord. Molti però si convertirono e rimasero in Sicilia, come si deduce dai cognomi derivati da città e mestieri, ricavabili dagli atti dell’Inquisizione nei processi del Cinque-Seicento.

Insomma, leggi razziali e Shoah si sono ripetuti più volte nel corso dei secoli e penso che la Chiesa dovrebbe anche fare una profonda e seria autocritica sul ruolo atroce dell’Inquisizione, braccio armato del potere che nulla aveva a che fare con la religione. Ecco perché sarebbe utile, come dicevo all’inizio, avere “lo sguardo lungo della Storia”: perché gli orrori ritornano…

Per concludere: poco è rimasto della cultura giudaica in Sicilia, l’unica che continuava a parlare arabo dopo la cacciata dei Musulmani (Bresc). Però alcuni studiosi ritengono che una loro eredità sarebbe la nostra predilezione per le fritture, derivata dalla gastronomia ebraica siciliana. Di cui un esempio sarebbero appunto “i cassateddi di ricotta”, consumate calde ed in piedi -dice Pitré- il sabato di Pasqua…

Il bell’episodio di Montalbano di lunedì scorso, mi ha fatto ricordare che anche Vittoria fu teatro di analoga sciagura. Il 7 agosto 1944 infatti »l’esplosione di materiale residuato di guerra giacente nello scalo ferroviario causò 21 morti, 30 feriti e ingenti danni a 18 edifici pubblici e privati» (dalla relazione del comandante della Legione dei Carabinieri alla Prefettura del 24 agosto). Un articolo del giornale ragusano La Gazzetta del 27 agosto così descrive i funerali: «Giorni or sono questa città ha tributato solenni onoranze funebri alle vittime del disastro verificatosi allo scalo ferroviario di questa città. I funerali sono riusciti imponenti per l’intervento delle Autorità Provinciali e per il largo e spontaneo concorso del pubblico di ogni ceto. Ha dato l’ultimo saluto alle vittime il Sindaco dr. Foti, il quale ha pronunziato un breve sentito discorso, avendo parole di ringraziamento per le Autorità e di conforto per le famiglie degli estinti». Mi dispiace non aver avuto occasione di rintracciare nei documenti i nomi di tutte le vittime. Tra essi c’erano 9 operai e per memoria familiare so che il cognome di un paio di essi era Assenza (mi pare fossero padre e figlio), parenti appunto di miei familiari. Un omaggio alla memoria…

4 febbraio 1169-4 febbraio 2019: brevi e libere divagazioni su un anniversario.

Nelle sue lettere in latino, il francese Pietro di Blois (1135-1203), che dal 1166 era precettore di Guglielmo II ma che nel 1169 era stato costretto a lasciare l’isola, così scrive della Sicilia e dei Siciliani dell’epoca (un miscuglio di arabi, greci, normanni, ebrei, genti provenienti dal sud e dal nord d’Italia): «vani come le chimere all’alba», «infidi come le vipere». Una condizione, quella dei Siciliani, derivante dalla terra in cui vivono, una terra bruciata dal sole e che avvampa di fuoco al di dentro. Qui «le montagne vomitano in continuazione fuoco infernale e fetore di zolfo», e davvero in quest’isola si possono scorgere «le porte dell’inferno». Qui gli uomini, per la loro crudeltà «sono inghiottiti dalla terra e ancora vivi scendono all’inferno». «Lama infuocata è l’Etna», «strumento divino per punire ad ogni pie’ sospinto questa regione infernale, questo popolo di traditori crudelissimi che tramano nell’ombra».

Tanto odio contro i Siciliani aveva le sue origini nel fatto che alcuni ambienti di Corte lo avevano fatto cacciare per eliminare la sua influenza sul quindicenne monarca, ma c’è un preciso evento che contribuì ad ispirare e a colorire le frasi di Pietro di Blois, un evento di cui il 4 febbraio ricorre l’850° anniversario. Il 4 febbraio 1169 infatti, vigilia della festa di Sant’Agata, alle 8 circa del mattino, un violentissimo terremoto scosse la Sicilia orientale e fu sentito fino in Calabria. Catania fu distrutta totalmente, a cominciare dalla cattedrale di Sant’Agata, crollata sul vescovo e sui fedeli che vi si trovavano a quell’ora e con la perdita di circa 15.000 abitanti in tutta la città, mentre Lentini, Piazza e forse anche Modica patirono danni gravissimi. A Siracusa crollarono molte abitazioni ed il castello. Crollò per un tratto il fianco dell’Etna rivolto verso Taormina. A Messina il terremoto fu sentito fortemente, il livello del mare sotto la torre del faro si abbassò di oltre cinque metri, le acque del mare si ritirarono ma poi tornarono ad invadere la città. In alcuni punti la terra si aprì ed inghiottì gli abitanti. Molti paesi, villaggi e castelli del Catanese e del Siracusano subirono danni. Alcune fonti si inaridirono temporaneamente, come la fonte Aretusa. L’area del sisma sarà in seguito di nuovo colpita dai grandi terremoti del 1542, del 1693 e del 1990. La Sicilia e i Siciliani, forgiati da eruzioni e terremoti: terra infernale e abitanti crudeli nell’immaginario medievale; «un paradiso abitato da diavoli…» nell’Ottocento dell’incipiente questione meridionale. E oggi? La terra continua a tremare, il “paradiso” di un tempo è lordato da case e rifiuti e sconvolto da alluvioni, mancano strade, ferrovie e porti moderni: ma i Siciliani di oggi sono tutt’altro che diavoli: sono in gran parte in attesa del reddito di cittadinanza…

                                                      In morte di un grand’uomo

Nella tarda serata di sabato 11 gennaio 1896, per una polmonite seguita ad un’influenza, morì il senatore Rosario Cancellieri. La mattina era stato visitato da un medico fatto venire da Catania, il dottor Tomaselli, che aveva in qualche modo rassicurato la famiglia sulla guarigione. Invece, la sera stessa, a poco più di 70 anni, si era spento. Cancellieri, vedovo dal 1872, lasciava un figlio maschio e quattro figlie femmine, ma grande fu il compianto fra i Vittoriesi che, l’indomani domenica 12, appena appresa la notizia, affluirono in massa nella camera ardente nella sua casa di via Cavour, al punto che fu necessaria la presenza dei Reali Carabinieri. In segno di lutto, l’arciprete parroco monsignor Federico La China sospese e rinviò la tradizionale e sentitissima celebrazione della festa di San Giovanni di gennaio, a ricordo dello spaventoso terremoto del 1693; da parte sua, il sindaco Salvatore Carfì Jacono sospese gli spettacoli nel Teatro “Vittorio Emanuele” e nei quattro teatrini cittadini. I funerali furono solennemente celebrati nel pomeriggio di lunedì 13 nella basilica di San Giovanni. Onorarono la vita e l’azione di Cancellieri ben otto oratori (di Vittoria, di Comiso e di Biscari) che parte in chiesa e parte in piazza Libertà (o Calvario) lo celebrarono, di fronte ad una marea di folla, commossa per la scomparsa di un uomo, o meglio di un “padre della patria” che vollero in massa accompagnare seguendo a piedi il carro funebre fino al nuovo cimitero (aperto da poche settimane), distante più di 3 chilometri. Però, rispetto alla corale partecipazione alle sue esequie, Cancellieri fu ben presto dimenticato, nonostante gli sforzi del suo biografo, l’arciprete parroco Federico La China, che ne pubblicò la maggior parte dei discorsi, censurando però quello in merito alla Bolla di Composizione. I due volumi stampati nel marzo 1896 ebbero diffusione limitata, anche se contribuirono a creare insieme con altre notizie il “mito” di Cancellieri modernizzatore della città di Vittoria ed abile parlamentare che si batté per la costruzione della ferrovia Siracusa-Licata, per i provvedimenti contro la fillossera ed il reimpianto dei vigneti e contro varie tasse. Al di là degli ambienti colti in cui circolarono i due volumi dei discorsi parlamentari, il nome di Cancellieri rimase “in circolazione” soprattutto per merito di un gruppo di artigiani fuoriusciti dalla S.O.M.S. “Principe di Piemonte” (ormai in mano alla famiglia Jacono-Rizza), che il 15 agosto 1897 fondarono a Vittoria una seconda Società Operaia di Mutuo Soccorso, intitolandola a Rosario Cancellieri. Nelle alterne vicende della politica vittoriese, è stata questa Società a mantenere in vita il nome di uno dei figli migliori di Vittoria, spesso tirato a destra e a manca. Fu Nannino Terranova che nel 1914 lo utilizzò contro i residui dei cancellieristi passati armi e bagagli nel partito Jacono-Rizza, cui il partito municipale reagì proponendo nel 1915 la costruzione di una statua (mai realizzata). Poi nel 1923, il sindaco Gucciardello, nel discorso per l’apposizione della lapide nella sua casa, arrivò a dire che se Cancellieri fosse stato vivo, di sicuro sarebbe stato fascista. Con questa idea, il podestà Maltese il 5 novembre 1930, per ricordare il giorno della sua nascita, gli intitolò la via Volturno, che il sindaco Traina nel 1949 trasformò in “viale” Rosario Cancellieri. Poi nient’altro. Il “mito” di Cancellieri rinacque nella “Storia di Vittoria” del 1950 di Giovanni Barone, fece capolino in un articolo di Giovanni Foti (suo nipote) nel primo numero de “L’Eco di Vittoria” (fondato dal prof. Emanuele Avarino) nel 1955, e in un breve saggio del prof. Giacomo Samperisi ne “La Lucerna” (1960, in occasione del centenario dello sbarco di Garibaldi). In verità aveva il nome di Rosario Cancellieri anche il locale Ginnasio poi Liceo-Ginnasio, fino alla perdita dell’autonomia: per decenni uno dei monumenti alla sua memoria. Cancellieri ricomparve poi in quasi tutta la sua grandezza solo ad opera dell’avv. Gianni Ferraro, che nei primi numeri di “Comune Notizie” (sindaco Francesco Aiello) tra il 1979 e il 1980 pubblicò l’indice della sua attività parlamentare. Ma le notizie più importanti Ferraro le trasse dall’opera manoscritta inedita di Orazio Busacca, amico ed estimatore di Cancellieri, che ne aveva registrato nel corso degli anni l’attività politica ed amministrativa. Riaccesa la fiaccola dell’interesse per Cancellieri, seguirono poi altre ricerche. Ma oggi, alla luce di una lettura completa della sua attività parlamentare alla Camera e al Senato e della sua intensa azione amministrativa, emerge un Cancellieri assai più grande del misero “mito” che noi abbiamo conosciuto. Cancellieri fu una figura politica di primissimo piano nella costruzione dell’Italia moderna, oltre che nella sua attività amministrativa locale. Un Vittoriese che merita di essere conosciuto in tutta la sua grandezza. Per questo, va ad onore della Società Operaia di Mutuo Soccorso “Rosario Cancellieri”, la decisione di pubblicare un nuovo studio su un uomo che ha dato grande lustro ed ancora ne darà alla città di Vittoria.

                                                                    Fine di un lavoro

Dopo 8 mesi di lavoro, ecco finalmente pronta (dopo quella di La China del 1896) una nuova completa biografia politico-amministrativa di Rosario Cancellieri (1825-1896), dal titolo “”Un Vittoriese tra mito e storia”. Ringrazio la Società Operaia di Mutuo Soccorso “Rosario Cancellieri” per avermi dato la possibilità di approfondire il significato della figura di un grande Vittoriese e del contesto storico nazionale e locale in cui visse ed operò. Il saggio è diviso in 3 parti: nella prima la formazione e l’attività politico-amministrativa di Cancellieri, che si rivela essere stato uno dei costruttori dell’Italia unita, con la disamina completa dei suoi numerosissimi interventi alla Camera ed al Senato del Regno ed anche della sua enorme attività di amministratore provinciale e di sindaco di Vittoria, con molti documenti inediti: ad es. l’elenco delle strade da lui fatte costruire in provincia di Siracusa dal 1863 al 1865 (su cui ancora transitiamo); in sintesi le sue 7 relazioni amministrative lette in Consiglio dal 1879 al 1882 ed infine un gran numero di libelli e attacchi contro Cancellieri, soprattutto quelli di Ciccu, Cola e don Fracassa. Nella seconda parte, tratto dell’uso strumentale che della sua figura fecero i socialisti (con documenti inediti) e i fascisti e poi dell’attenzione nei suoi confronti nella seconda metà del ‘900. Nella terza parte, infine, un breve sommario delle vicende della Società che porta il suo nome illustre e soprattutto della sua lunga “resistenza” (dal 1928 al 1941) ai soprusi del fascismo locale, per mantenere la sua autonomia e garantire ai soci i suoi istituti statutari di Mutua. Completa l’opera una breve Appendice documentaria, in cui pubblico altri due inediti di Cancellieri: l’orazione funebre in onore di Cavour del giugno 1861 e la sua magnifica interpellanza sulla “bolla di composizione” del maggio 1868 (sull’argomento lo scrittore Andrea Camilleri ci scrisse il suo “La bolla di componenda”). Spero di essere stato all’altezza della fiducia che la Società “Rosario Cancellieri” ha riposto nelle mie capacità e di essere riuscito a dimostrare la grandezza di un Vittoriese che meriterebbe qualcosa in più di un monumentino sulla facciata della sua casa, a 10 metri d’altezza, dove nessuno lo vede.

Proposta: perché non riportare al 24 giugno la festa del Patrono San Giovanni?

Mi vado sempre più convincendo che oggi come oggi lo spostamento della festa alla prima domenica di luglio non ha molto senso né risponde più a predominanti interessi economici o turistici. Qualcuno dirà: “ma è la tradizione!”. Vero, ma le tradizioni si inventano e come si inventano possono essere modificate. Della festa abbiamo notizia ampia nel 1744, nel volume del sac. Giovanni Palumbo:

«22.Si venera in detta chiesa la reliquia del Santo in un pezzetto d‘osso [portato a Vittoria nel 1719], ed il popolo di Vittoria è sì affezionato al suo S. Protettore, che in di lui onore venera tutto il mese di Giugno, concorrendo dal primo del mese a recitarvi la Coronella ogni giorno. Per li 24 vi è la solennità del Santo con la fiera di drappi e nelli 2 Luglio si termina la solennità con celebrare solennemente la festa della Visitazione di Maria Santissima per la santificazione del Santo Protettore nell’utero della Madre S.. Elisabetta».

Dunque dal 24 giugno al 2 luglio. Come si vede, nel 1744 è anche attestata una fiera di “drappi”, cioè tessuti, ampliatasi poi ad altri generi per concessione reale del 1796.

Nell’elenco delle feste risalente ai primi dell’800, così leggiamo:

«a 24 [giugno]

Si solenniza la festività del nostro Padrono S. Giovanni Battista, per cui la Comune paga di plana onze dieci, il dritto delle loggie , ed il di più con limosina popolare».

Da questo frammento apprendiamo che la festa ai primi dell’Ottocento era finanziata da un contributo del Comune, dalle entrate derivanti dai posti della fiera e dalla elemosina popolare.

Ma quando avvenne il trasferimento della festa alla prima domenica di luglio?

Fu la tremenda crisi della fillossera che divorò anche i vigneti di Vittoria, a determinare il rinvio della festa per la prima volta nel 1893. Così leggiamo infatti nelle Effemeridi di Orazio Busacca:

“La festa del Padrono Santo Giovanni Battista 1893.

Il giorno 24 accadde come sempre la festa del nostro Padrono S.to Giovanni Battista, e quel giorno per mancanza di mezzi disponibbile passò inosservata e senza pompa, ma il Parroco Monsignor La China perciò si riserbò di sollennizarla, nella domenica prossima 1° luglio e supplire lui del proprio alla mancanza di mezzi. Infatti la festa fu sollennizata, e se non con lusso ma in modo soddisfacente tanto che il pubblico ne restò contentissimo. Il concorso di forestieri (comunisti attorno Vittoria) e particolarmente da quei paesi in ove vi tocca la ferrovia, fu in questo anno assai più degli anni ordinarii il concorso. La questua che nei beati tempi arrivò sino a lire 16 o 17 mille, e in media da 10 a 12 mila lire e in questo anno appena in tutto e per tutto a lire 2.500 – lo scorso anno 4.000 ed il precedente a lire 5.000. Da ciò si detegge in quale posizione miseranda trovasi Vittoria nel 1893”.

Dunque nel 1893 si spostò e fu finanziata in parte dal parroco La China.

Nel 1894 lo stesso Busacca attesta che la festa si era svolta regolarmente entro il 2 luglio, come sempre. Nel 1895 invece si celebrò il 7 luglio, spostata a seguito delle elezioni per il rinnovo di un quinto dei consiglieri comunali.

Non ho ad oggi altri documenti in merito, ma già nel 1900 risulta di nuovo celebrata a luglio, mi pare. Insomma, perché non ritornare all’antica usanza di celebrare la festa in modo stabile dal 24 giugno al 2 luglio?Oggi al Tg3 ho visto un servizio che parlava degli investimenti che una società canadese farà anche in provincia di Ragusa per la coltivazione legale di cannabis su 300 ettari. E non ho potuto fare a meno di pensare che spesso il passato torna: la coltivazione della canapa era fiorentissima dalle nostre parti, al punto da aver dato il nome al tratto della valle del fiume di Cammarana sottostante Grotte Alte, detto appunto “Cannavate”. Se alcuni pensano che il nome derivi dalle canne, si sbagliano: il nome deriva dalla coltivazione del “cannavo”, appunto i semi della canapa. Tra i nomi delle contrade vittoriesi lo trovo nel Cinquecento, ma secondo alcuni studiosi la coltivazione della canapa nella valle era già diffusa in epoca bizantina. E infatti nel ferro di cavallo tra Colle d’Oro e Grotte Alte è vissuto un antico insediamento greco di età imperiale, prosperato in età bizantina e distrutto dagli Arabi intorno all’830-840 d.C. “Cannabate” o “Cannavate” dunque: chissà se dei 300 ettari ce ne sarà qualcuno nella Valle.

p.s.: dalla cronaca nera, a volte apprendiamo che alcuni serricoltori hanno da tempo riscoperto l’antica coltivazione della valle, senza attendere società canadesi…

Mi fa grande piacere che ancora una volta gli amministratori pro tempore della Città di Vittoria il 24 aprile di ogni anno onorino la memoria della fondatrice donna Vittoria Colonna contessa di Modica e duchessa di Medina de Rioseco, deponendo un omaggio floreale davanti alla teca che ne custodisce parte dei resti da noi portati da Medina de Rioseco il 29 giugno 1990. Come non smetto mai di ricordare, il 24 aprile 1607 fu solo il giorno in cui il privilegio della fondazione fu registrato, completo di ratifica reale (pervenuta da Madrid), fra i documenti ufficiali del viceregno spagnolo di Sicilia a Palerno. La richiesta avanzata da Vittoria Colonna (1558-1633) come tutrice del figlio Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera (1596 o 1597/1647) era stata presentata al Tribunale del Real Patrimonio a Palermo ed approvata il 24 maggio 1606. Il viceré duca di Feria la firmò il 3 giugno 1606, salvo ratifica del re Filippo III. Il quale confermò la licentia populandi (guarda caso allo scopo di combattere i banditi del passo del Dirillo) il 31 dicembre 1606. E subito il 4 marzo 1607 fu appaltata la costruzione del castello, il 6 la costruzione della chiesa di San Giovanni (nel pianoro esistevano vigneti di comisani, che furono espropriati) e i due mulini nella valle, nella cava del fiume di Cammarana. Il 1° settembre 1607 Vittoria Colonna firmò il documento delle concessioni da fare ai coloni (luogo di casa, una salma di terra per impiantare una vigna, terre comuni per gli usi civici etc.). Dopo l’opportuna divulgazione del bando nei paesi e città della Contea e non solo, dal 16 gennaio 1608 a Modica furono assegnate le terre ai coloni che man mano si presentavano. La scelta del 24 aprile fu dovuta al suggerimento di mons. La China nel 1890, con l’augurio che in quella data si celebrasse il III Centenario, come poi avvenne. Sull’amore di Vittoria Colonna e degli Enriquez per l’arte e per la pittura in particolare sarà pubblicato un breve saggio nel volume sui 20 anni di attività della benemerita associazione culturale dell’Antea: un ulteriore tassello per una più completa conoscenza di una donna eccezionale, cui Vittoria deve la sua nascita.

p.s.: nelle foto l’interno oggi restaurato della chiesa di San Francisco di Medina de Rioseco, in cui era sepolta Vittoria Colonna, accanto al marito Luis III (1565-1600); inoltre le due magnifiche statue in bronzo dorato dell’ultima contessa di Modica di Casa Cabrera donna Anna (1458-1528) andata in sposa nel 1480 al futuro Almirante di Castiglia don Fadrique (Federico) Enriquez, e della sorella donna Isabel (?-1493), sposata a don Francisco Enriquez fratello di don Fadrique. Le statue, opera dello scultore Cristobal de Andino furono fatte fare nel 1528 dall’Almirante Federico in onore della moglie e della cognata. E sono lieto di prendere atto che il restauro del pantheon degli Enriquez fu causato dalla nostra ricerca dei resti di Vittoria Colonna.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.

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