Presentazione

A.Le istituzioni della Contea di Modica

B.L’amministrazione dei Comuni o Università

1.I primi secreti (1609-1623)

2.Giurati e secreti dal 1623 al 1638. Il terrore della peste e la quarantena di 14 naufraghi “turchi”

3.Un antico bilancio comunale: entrate ed uscite dell’Università di Vittoria. Un “mastro don Gesualdo” ante litteram: Giuseppe Di Marco

4.Il Cannamellito e la visita del viceré Giovanni Alfonso Enriquez a Vittoria. Un “cadavere eccellente” e la nascita dei Maritaggi

5.I secreti Francesco Brancato e Filippo Di Marco. «Morti per fame» a Vittoria, la Sicilia in rivolta e uno scandalo in convento (1646-1650)

6.«Hic iacent ossa…». Secreti e giurati dal 1651 al 1665: i notai Giombattista Indovina e Isidoro Occhipinti e lo sventurato Vito Jacono…

7.Don Giuseppe Garì e la richiesta del quarto mulino per Vittoria (1666)

8.«…ni seguirebbe infallibilmente l’accrescimento di questa Terra…»: la concessione del quarto mulino a Vittoria (1666)

9.Medici, notai e militari al governo di Vittoria nel 1666

10.Un secreto intraprendente ma sfortunato: il “miserando” Francesco Marangio (1671-1673)

11.Terre, case ed un giardino nella Cava Cammarana: la vendita a giusto prezzo dei beni del “miserando” Francesco Marangio…

12.Castellani, terraggeri e la costruzione della torre di Scoglitti (1676)

13.Filippo di Marco, la costruzione del nuovo convento di San Francesco di Paola e la fondazione di una «scuola di grammatica ad effetto di ammaestrare li figlioli» (1679)

14.Secreti, capitani di giustizia e terraggeri a Vittoria dal 1680 al 1690. Vincenza Custureri e Santa Lucia di Siracusa

15.Lo “Spettabile” don Gabriele Catalano e la “presa di possesso” di Vittoria in nome del conte Giovanni Tommaso nel 1691. Antonino II Custureri: da secreto a barone.

16.Don Francesco Emiliano Porcelli e l’antica “Venerabile Matrice sotto titolo di San Giovanni Battista” 

Nella foto di copertina: il nucleo originario di Vittoria oggi, ripreso dalla torre campanaria di San Giovanni (foto Barbagallo)

                                                             Presentazione

L’apprezzamento ricevuto dai miei post su facebook per le mie ricostruzioni storiche e per i “medaglioni” delle personalità che ressero la cosa pubblica nel primo secolo di vita di Vittoria, mi ha spinto a raccoglierli in questo primo volume (al quale dovrebbero seguire altri relativi agli amministratori dal 1706 fino al 1818). In verità non è la prima volta e spesso già in altri saggi ho parlato dei protagonisti della Vittoria secentesca. Qualcuno ha voluto gentilmente definire il mio lavoro “impressionante”. In verità “impressionante” è la mole di dati che si riesce a ricavare dai riveli dal 1616 al 1748 (ed ora sto lavorando a quelli del 1811, non meno ricchi di dati). La svolta nella storiografia su Vittoria è stata data proprio dai riveli, studiati per la prima volta dal prof. Giuseppe Raniolo, che li ha utilizzati per il suo saggio intitolato “La nuova Terra di Vittoria dagli albori al Settecento” (1990), esaminando quelli del 1616, 1623, 1638 e 1651, custoditi dall’Archivio di Stato di Palermo, nel fondo della Deputazione del Regno. La cosa suscitò però in me una grande curiosità e a mie spese ne chiesi la riproduzione degli stessi riveli dal 1623 al 1651, a cui feci aggiungere quelli del 1682, del 1714 e poi del 1748. Alla trascrizione dei fogli ho dedicato quasi trent’anni e questo mi ha consentito di passare da una generica e ripetitiva “storia di Vittoria” ad una inedita ed appassionante “storia dei Vittoriesi”. In questi post mi limito a parlare degli amministratori, ma accanto a loro c’era tutto un nerbo di grossi enfiteuti, appaltatori di pubblici servizi (gabelle varie), notai, mastri, medici, aromatari (farmacisti), sacerdoti (alcuni di loro ricchissimi), mercanti, militari (come vedremo in seguito), benefattori creatori di opere pubbliche (come Garì ad esempio fece per l’acqua donandola ai Cappuccini) ma anche donne, ereditiere e vedove amministratrici di grandi patrimoni per figli minori o anche rinchiuse in convento, pur se lautamente dotate. Una classe dirigente variegata e consapevole di sé, che con migliaia di coltivatori costruisce di anno in anno una nuova città, arricchendola di strutture di beneficenza, chiese, conventi, monasteri, creando un primo nucleo del porto a Scoglitti, costruendo magazzini e commerciando con le altre città dell’Isola e con Malta. Gruppi dirigenti che nel Seicento sono costituiti soprattutto da comisani (che forse fuggono dai Naselli) e che a Vittoria sviluppano la propria intraprendenza. Alla classe dirigente fino al 1748 ho dedicato una prima ricostruzione (on line su amazon), ma è un lavoro che non finisce mai…

Questo lavoro potrebbe rientrare nella disciplina di ricerca storica chiamata “prosopografia” (dal greco prósopon («faccia; maschera; persona» e di –grafia), termine che indica anche lo studio delle caratteristiche comuni a un gruppo di personaggi storici, circoscritto cronologicamente, condotto come ricerca storiografica.

Alla ripubblicazione dei post di fb, ovviamente riveduti e corretti ed in qualche caso integrati, ho premesso il quadro delle cariche esistenti nell’amministrazione della Contea di Modica e a Vittoria.

A.Le istituzioni della Contea di Modica

La Contea di Modica, lo spazio territoriale in cui sorse Vittoria ai primi del Seicento aveva una sua netta individualità statale, con proprie istituzioni e magistrature, formatesi a cominciare dal XIV secolo (per studi più approfonditi rinvio ai lavori di Enzo Sipione, Statuti e capitoli della Contea di Modica, Società Siciliana per la Storia Patria 1976, e di Giuseppe Raniolo, Introduzione alle consuetudini ed agli istituti della Contea di Modica. Parte prima, Dialogo 1985; Introduzione alle consuetudini ed agli istituti della Contea di Modica, Edizioni “Dialogo” Modica 1987 e La Contea di Modica nel Regno di Sicilia; Giuseppe Barone, a c. di, La Contea di Modica (sec. XIV-XVII, Bonanno Editore 2009).

In sintesi, secondo questi studiosi, nella Contea operava una Gran Corte, presieduta dal Governatore e composta di tre giudici e di un avvocato fiscale (era il Tribunale supremo della Contea di Modica, concesso inizialmente nel 1361 dal re Federico IV d’Aragona al conte di Modica Federico III Chiaramonte. Al medesimo tribunale fu poi annessa nel 1392, ad opera del re Martino I, la Corte delle prime e delle seconde Appellazionio d’appello. Si trattava di un privilegio unico in Sicilia (eccetto il medesimo concesso all’Arcivescovo di Monreale), poiché la Corte del secondo Appello mancò fino ad oltre il 1550 anche alla città di Palermo. Raniolo precisa la prima esercitava pure la giurisdizione di seconda istanza per i processi appellati dalle Corti capitanali o da quelle civili; pertanto l’altra divenne una Corte di terza istanza. «Il Tribunale di Modica, quindi, sottratto alla giurisdizione della Regia Magna Curia di Palermo, amministrava la più alta giustizia civile e criminale, per cui giudicava di ogni tipo di delitto, ad eccezione di quello di lesa maestà» (cfr. G. Modica Scala, I tribunali della Contea di Modica, in AHM, n. 2/1996, pp. 5-18).

La figura più importante era il Governatore della Contea che, in quanto procuratore generale del Conte, godeva di tutti i suoi poteri, diritti, privilegi ed onori; poteva quindi presiedere a tutte le corti giudiziarie, compresa la Gran Corte, attraverso la quale si potevano emanare anche sentenze di morte (eseguite da un boia nel castello). Poteva anche nominare gli ufficiali o dipendenti dell’amministrazione comitale e di quelle comunali, tranne quei funzionari più elevati in grado per i quali il Conte si riservava di concedere le cariche o di destituirli dalle stesse. Assisteva inoltre, sempre come rappresentante del Conte e perciò con tutti gli onori connessi, alla celebrazione della messa con rituale solenne, che aveva luogo ordinariamente in S. Giorgio o in S. Pietro in occasione delle feste religiose più importanti, e che costituiva il momento ufficiale massimo, religioso e civile ad un tempo, della Contea.

Al suo fianco i Maestri razionali, ordinariamente dottori in legge. Erano funzionari della Corte del Patrimonio, i quali soprintendevano alla gestione economica della Contea, annotando in libri contabili tutte le entrate, tra cui le gabelle ed i censi o fitti di terre e le uscite d’ogni genere. Fungevano anche da giudici per questioni di carattere finanziario. Compiti uguali svolgeva il Contatore, altro funzionario presente soprattutto dal Seicento in poi insieme ad altri due o tre, di cui uno era detto Contatore maggiore.

Il Conservatore del Patrimonio invece -come il funzionario del Tribunale del Real Patrimonio di Palermo- era il capo di tale Corte e come tale veniva convocato spesso dal Governatore insieme ad uno o più Maestri Razionali, al Procuratore del Fisco, ad un Maestro notaio (o notaio in funzione di segretario) nel Consiglio delle cause patrimoniali per decidere su affari o questioni di natura economica o finanziaria, emanando disposizioni inserite di volta in volta in un volume detto di Lettere Patenti, perché adibito anche a delibere di nomine od assunzione di impiegati o personale vario per mansioni o mestiere.

Il Patrono del fiscoera un avvocato che, nell’interesse del Conte di Modica, perorava le cause relative a multe, espropri o beni in contestazione promosse contro sudditi od altri oppure intentate da costoro contro l’amministrazione comitale. Egli, se risultava perdente, veniva per lo più licenziato e sostituito. Era associato a lui il Procuratore del Fisco,

Altro funzionario era il Maestro Giurato, che controllava annualmente la gestione delle Università (Comuni) della Contea amministrati dai Giurati, responsabili delle entrate e delle uscite. Si accertava dell’operato del detentore del libro, funzionario che in un registro raccoglieva le delibere annuali degli stessi Giurati curando che esse fossero eseguite e che il tesoriere d’ogni comune riscuotesse regolarmente i crediti vantati e pagasse le spese previste. A tale riguardo lo stesso Maestro Giurato poteva imporre ai debitori morosi il versamento di quanto da essi dovuto. Poteva pure costituirsi in Corte giudicante per reati o addebiti imputabili a quelli che contravvenivano ai suoi ordini.

Nella Contea di Modica, come nel Regno di Sicilia, i pubblici dipendenti in genere non percepivano un salario o stipendio per la loro attività, ma dei diritti espressi per lo più in tarì e grani. Ciò è comprovato dalle Pandette dei diritti del governatore Bernaldo del Nero (1542) e da quelle del Regno fatte pubblicare dall’imperatore Carlo V nel 1527. Un salario nella Contea era previsto, oltre ai diritti, solo per i magistrati della Gran Corte ed i funzionari della Corte del Patrimonio. Questi ultimi operavano nel precipuo interesse del feudatario occupandosi delle entrate e delle uscite del suo patrimonio comitale o azienda come talvolta viene chiamato.

Le cariche di Protonotaro, di Maestro Giurato, di Maestro Notaio e di altri funzionari nel Seicento cominciarono ad essere concesse all’asta, che avveniva durante le assegnazioni delle gabelle, poco prima del primo settembre, al migliore offerente versando fino a varie centinaia di onze. Per questo alla fine si dava luogo ad un contratto di vendita per somme varie -più o meno da cento a cinquecento onze- versate alla Cancelleria del Patrimonio. Tali funzionari del resto si rifacevano abbondantemente con i diritti percepiti nell’esercizio della loro carica.

Il Protonotarocurava la stesura di atti di grande rilievo riguardanti il Conte o il suo feudo nei rapporti con altri, vassalli o meno; controllava pure annualmente l’attività svolta dai notai della Contea in merito alla stesura degli atti d’ogni specie da loro trascritti nei loro volumi. In questi alla fine egli apponeva il suo visto di presa-visione.

Esisteva anche la figura di Protomedicoo Archiatra, che provvedeva alle esigenze sanitarie della Contea concedendo fra l’altro, dopo regolare esame di attitudine, la licenza di idoneità professionale a medici, chirurghi, aromatari o farmacisti e mammane. Controllava la loro attività visitando uno o due volte l’anno i loro studi o botteghe, comprese quelle dei barbieri e dei droghieri.

Al controllo ed alla salvaguardia del territorio comitale era adibito un Capitano di campagnaera adibito, che con un manipolo di uomini o compagni armati provvedeva alla cattura dei delinquenti in cui s’imbatteva e ne sequestrava le armi.

Infine, la gestione del caricatore di Pozzallo era affidata ad un Maestro Portolano. Egli, su ordine dei Maestri razionali della Corte del Patrimonio, esportava fuori della Contea, dopo la compilazione di un contratto per il quale era assistito da un maestro notaio, le partite di grano richieste da forestieri. Per il suo operato era anche responsabile nei confronti del Portolano Regio di Palermo, rispetto al quale egli era un vice portolano che perciò doveva attenersi alle norme sulle tratte o tassa regia prevista per le spedizioni di grano fuori Regno.

B.L’amministrazione dei Comuni o Università

A livello comunale, nelle cosiddette Università, queste le cariche:

1)nell’amministrazione civile: un Secreto per il governo dei beni del Conte (riscossione canoni, censi e gabelle), coadiuvato da un Arbitro (misuratore e valutatore di terre e fabbricati, detto anche marammerio), un Erario (esattore) e un Terraggero (esattore dei canoni in frumento). Successivamente, si creò una vera e propria “amministrazione civile” composta da quattro Giurati (fino al 1619 con il nome di “contatori”), di cui uno doveva essere per forza un notaio (con il compito equivalente anche a quello dell’attuale segretario generale per la elaborazione e la tenuta degli atti), che spesso rivestiva anche la carica di secreto. Doveva essere presente pure un Maestro di scuola;

2)nell’amministrazione giudiziaria (penale o criminale), un Capitano di Giustizia e un consultore (con funzioni di aiuto);

3)nel campo dell’ordine pubblico e della sicurezza: un Castellano, a capo dei campisi, con il compito di vigilare su città e campagna.

In particolare,  il Secretoera un funzionario a capo dell’ufficio della Secrezia, istituito in Sicilia in tutte le città del Regno. Nella Contea amministrava le singole città e terre per tutto ciò che riguardava le rendite delle stesse dovute al Conte in censi o fitti in natura od in denaro. Provvedeva su mandato alla costruzione di magazzini ed impianti di vario genere insieme alla loro manutenzione. Di tutto ciò egli doveva rendere conto ai Maestri razionali della Cancelleria. Poteva costituirsi in Corte giudiziaria, assistito da un maestro notaio e da un ufficiale giudiziario, per adempimenti relativi a concessioni di carattere patrimoniale o a provvedimenti per inadempienza commesse a vario titolo da

parte di impiegati o persone soggetti alla sua giurisdizione. Per la sua condotta era sottoposto all’autorità del Maestro Secreto.

I Giurati erano i veri e propri amministratori (assessori) delle città e delle terre della Contea, detti anche Giudici Giurati, poiché, nei casi previsti dalle norme vigenti, potevano costituirsi, in numero di quattro, in Corte giuratoriao civile dei singoli Comuni. I compiti dei giurati erano soprattutto relativi alla gestione dell’annona (acquisto grano) e fiscale (ripartizione dei pesi dei donativi da versare a Palermo e raccolta dei proventi delle gabelle), alla disposizione delle spese necessarie, alla nomina delle guardie per la sicurezza etc. Secondo le istruzioni di Luigi II Enriquez Cabrera del 1564, i giurati duravano in carica un anno e uno di loro doveva per forza essere un dottore in legge. Tutti e quattro dovevano essere «gentilhomini oriundi citatini et habitatori» dell’Università. Il requisito della presenza di un laureato in legge fu assolto in genere da un notaio.  

Quanto alla presenza di gentilhomini, se tale termine aveva un senso a Modica, dove risiedevano parecchie persone che rispondevano al concetto di “gentiluomo” (cioè di nobilitati), tale termine a Vittoria, città priva di figure di tali figure all’inizio, significava un’altra cosa: cioè possidenti o grossi enfiteuti e mastri (artigiani e bottegai). Secreti e giurati venivano scelti dall’amministrazione comitale, in base al censo, ad ovvi rapporti clientelari e ad una certa affidabilità morale.

Il Terraggero era un funzionario addetto a riscuotere i terraggi, cioè i canoni enfiteutici sulle terre concesse, per le quali gli affittuari versavano a Vittoria, ordinariamente al tempo del raccolto, quattro tumoli di frumento per ogni salma di terreno in concessione.

Il Capitano di Giustizia amministrava la giustizia civile e criminale, assistito da un dottore in legge come consultore o giudice, da un mastro notaio, da un sergente e da uomini armati detti algoziri.

Il Castellano era a capo di soldati di guardia al castello detti campisi, per la difesa del territorio e a guardia dei carcerati

Infine l’Erario, adibito ad imporre multe, ammende ed espropri ai colpevoli di reati di vario genere. Interveniva in caso di risse od omicidi e riferiva sui fatti accaduti al procuratore fiscale della Contea. Questi a sua volta interveniva per provvedere come era opportuno caso per caso.

Raniolo infine accenna alla figura del Sindaco, o Procuratore, capo dell’Università, ma senza responsabilità amministrative, riservate solo ai Giurati, alle cui delibere egli partecipava per garantirne la regolarità. Rappresentava quindi il Comune, ma non sembra avesse incarichi specifici.

Nell’attuale stato della documentazione relativa alle figure amministrative a Vittoria, questo il quadro:

1)la carica di Secreto compare già nel 1609;

2)i primi Giurati nel rivelo del 1623;

3)la carica di Castellano, assegnata nel 1624 ad don Giovanni Grimaldi -minorenne- risulta occupata pienamente solo dal 1639;

4)nel bilancio del 1638 compare la figura di un Maestro di scuola, nella persona del cappellano don Vincenzo Sesti

5)la figura del Capitano di Giustizia compare nel 1640.

6)la figura dell’Erario compare solo nel 1691.

7)la carica di Sindaco non è attestata per tutto il Seicento.

Nelle Università della Contea inoltre esisteva un Consiglio Civico (di 24 componenti, 6 per ciascun quartiere), formato nel XVI secolo per stati o ceti, con componenti estratti tra Nobili, Civili e Borgesi. In base alla nostra documentazione, l’esistenza di un Consiglio è lasciata intravedere in una nota del viceré Santo Stefano del giugno 1679 relativa alla fondazione del nuovo convento di San Francesco di Paola, a meno che la dizione «detento Consilio» non si riferisca ad una riunione dei Giurati…In tal caso, non avremmo traccia dell’esistenza di un Consiglio Civico a Vittoria per tutto il Seicento.

Nella gestione di alcuni servizi intervenivano invece i cosiddetti Gabelloti, veri e propri appaltatori a seguito di gara pubblica, nella riscossione di gabelle sui consumi (macina, vino, carne, etc.). Erano dati in appalto anche alcuni uffici pubblici, come ad esempio in seguito, quello di notaio dell’Università, carica corrispondente a quella di un odierno segretario generale del Comune.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.