Premessa

Questa raccolta contiene post e articoli da me pubblicati nel mio profilo facebook nel corso del 2019. Non scrivendo più per quotidiani o riviste varie (sia perché dai quotidiani non mi si è più richiesto di scrivere nulla, sia perché le riviste su cui scrivevo a poco a poco sono state chiuse), ho utilizzato fb, ritenendo di sottrarmi alla leggerezza o alla facile invettiva (cui a volte anche io mi sono lasciato andare) con il pubblicare estratti dei miei scritti o articoli nuovi. E poiché ho riscontrato che i miei post di storia locale erano apprezzati, man mano ne ho scritti sempre di più. Nel corso degli ultimi anni ho scritto parecchio e sembrandomi utile raccoglierli in un unico testo, ho pensato di pubblicarli on line sul mio blog a disposizione di chi sia interessanto. 

Eccone l’indice:

  1.Per non dimenticare. Il giorno della memoria e “i cassateddi di ricotta”.

  2.La strage alla stazione del 7 agosto 1944

  3.4 febbraio 1169-4 febbraio 2019: brevi e libere divagazioni su un anniversario.

  4.In morte di un grand’uomo

  5.Fine di un lavoro

  6.Proposta: perché non riportare al 24 giugno la festa del Patrono San Giovanni?

  7.Sull’antica coltivazione della canapa

  8.Su un aspetto ad oggi inedito della figura della fondatrice di Vittoria: il collezionismo d’arte

  9.Pietro Novelli e Giovanni Alfonso Enriquez, Almirante di Castiglia e Conte di Modica/1

10.Pietro Novelli e Giovanni Alfonso Enriquez, Almirante di Castiglia e Conte di Modica/2

11.Bella conferenza ieri alla Sala “Giuseppe Mazzone”…

12.Juan Gaspar, X Almirante di Castiglia

13.Juan Tomas Enriquez de Cabrera, XI ed ultimo Almirante di Castiglia e VII Conte di Modica

14.La bolla di componenda. Da Andrea Camilleri a Rosario Cancellieri al barone Giovan Battista Ricca

15.Vittoriesi d’altri tempi: Rosario Cancellieri.

16.Dalla Madonna di Loreto alla fiera di San Martino.

17.San Martino, il vino e i friiteddi a Vittoria.

18.Don Evangelista Rizza/1

19.Don Evangelista Rizza/2

20.La nascita di Vittoria e i banditi

21.Sulla storia del vino a Vittoria

22.Commissari e commissariati a Vittoria

23.Tra passato e presente: spigolature storiche sui commissariamenti del Comune di Vittoria.

24.Commissari e commissariati a Vittoria dal 1874 al 1952.

25.Vittoria: un romanzo criminale? (I-V)

26.Lettera aperta a Giuseppe Bascietto (e a Paolo Borrometi)

1.Per non dimenticare. Il giorno della memoria e “i cassateddi di ricotta”.

Qualcuno si stupirà del mio accostamento tra l’immane tragedia della Shoah e la frivolezza di una «…cassatedda, dolce formato di pasta con dentro ricotta dolce, fritto in olio, e sparso di miele o di zucchero appena messo in piatto. Si mangia specialmente per le feste pasquali» (Pitré). Eppure…

Di fronte all’orrore della Shoah e delle leggi razziali del 1938, occorrerebbe non limitarsi alla celebrazione di giornata per poi passare oltre, ma avere ogni giorno, specie nei programmi scolastici, “lo sguardo lungo della Storia”. E allora si scoprirebbe che Shoah e leggi razziali furono solo l’ultimo anello (anche se il più atroce in assoluto) di una lunga catena di persecuzioni, massacri, deportazioni, chiusure nei ghetti, espulsioni che la “Cristianità” ha nei secoli riservato al popolo ebraico in ogni parte d’Europa. A cominciare dalle Crociate (in genere trasformatesi spesso in massacri di israeliti) e senza escludere la Sicilia e persino le nostre zone, dove la presenza giudaica era antica e radicata sin dall’età imperiale (vedi necropoli di contrada Piombo, ad es.). Per accogliere l’invito di Mattarella a conoscere meglio la storia, al fine di evitare che gli orrori si ripetano, è utile ricordare ancora una volta che anche la Sicilia ebbe i suoi massacri di Ebrei (Modica e Noto, il 15 agosto 1474, con centinaia e centinaia di uccisi, fra uomini, donne e bambini), e che l’orrore fu sancito poi con l’editto di espulsione firmato a Granada il 31 marzo 1492 da Ferdinando d’Aragona, re di Sicilia (analogo provvedimento a firma anche della moglie Isabella fu emanato per la Castiglia e gli altri regni e territori spagnoli). Solo recentemente però ho avuto modo di leggerne il contenuto, ed ho avuto così la conferma che le radici della Shoah e delle leggi razziali sono anche nella nostra storia. E’ un documento che tutti dovrebbero conoscere, anche se nei libri di storia in genere è ignorato.

Conquistata Granada, ultimo baluardo dell’Islam in terra iberica, Ferdinando e Isabella, ”ringraziano” in tal modo i Giudei che li avevano aiutati prestando loro ingenti somme di denaro per vincere prima la guerra civile castigliana e poi la lunga guerra con i Mori di Granada.

Nella premessa del documento, si mette in evidenza il ruolo di frate Tomás de Torquemada, inquisitore generale, al quale si dà il merito di avere informato la Corona della situazione. In sostanza Torquemada diceva:

1) i giudei convertiti al cristianesimo segretamente celebravano i riti ebraici;

2) facevano opera di proselitismo «per mezzo della conversazione e comunicazione» che avevano con i cristiani, solo con il vivere in mezzo agli altri nelle città, nei paesi e villaggi e solo professando i loro precetti e celebrando le loro cerimonie, rispettando il sabato e la Pasqua e le altre feste giudaiche.

Per distogliere i cristiani dal convertirsi al giudaismo e «rimanere nella santa fede», Torquemada riteneva che l’unico modo fosse cacciare i Giudei, cosa che era già stata fatta da alcune città e villaggi. Ma ora l’inquisitore suggeriva di estendere il provvedimento a tutti i regni, perché l’espulsione era l’unico modo per estirpare quella «eretica pravità…[e quella] tal lebbra così contagiosa…». Naturalmente Ferdinando, sollecito per le sorti del suo popolo cristiano, accogliendo le informazioni di Torquemada, considerato che i Giudei per la loro colpa (cioè quella di aver crocifisso Gesù Cristo) erano «sottomessi a perpetua servitù», che erano «servi e prigionieri» della Corona; che se erano stati nel passato ammessi e tollerati, cioè si doveva solo alla grande benevolenza della Corona e che quindi la loro ingratitudine doveva essere punita; accoglieva inoltre l’accusa più grave: quella cioè secondo la quale «i detti giudei per mezzo di gravissime e insopportabili usure divorano e inghiottono i beni e le sostanze dei cristiani, esercitando con nequizia e senza pietà la pravità usuraia…».

Esaminate tali accuse e trovatele vere, a Ferdinando non restava altro da fare che punire i colpevoli, meritevoli di morte, tutti. Ma nella sua magnanimità, accoglieva il suggerimento di Torquemada, che gli proponeva di cacciarli tutti, «perchè togliendo la occasione di errare è tolto l’errore. E atteso che tutti i corpi degli ebrei, che vivono e risiedono nei nostri regni, sono nostra proprietà, e di essi per nostra real potenza e suprema imperativa potestà possiamo decidere e disporre a nostra volontà…favorendo il santo officio della detta inquisizione…», ordinava di cacciare entro tre mesi per sempre «da tutti i nostri regni e domini… tutti i detti giudei e giudee, grandi e piccoli, che stanno e si trovano in detti regni e domini nostri…». I Giudei, prima di andar via dovevano però pagare i debiti che avessero con i cristiani (non si fa cenno a quelli che i cristiani avessero con loro), pagare le tasse alla Corona, vendere i loro beni e trasferirli all’estero solo a mezzo di operazioni bancarie, essendo vietato estrarre dal Regno di Sicilia oro, argento e gioielli e solo un ricambio di panni…

La conseguenza per la Sicilia di questo agghiacciante testo di legge razziale ante litteram, che presuppone una società “pura”, fatta di soli cristiani, senza mescolanze ibride (come oggi si vorrebbe fare chiudendo i porti e alzando muri), fu la scomparsa quasi totale di quella che era una comunità fiorente, pari a circa l’8% della popolazione siciliana dell’epoca, cioè circa 40.000 persone su poco più di 500.000 abitanti. Quelli che decisero di andare via furono concentrati a Messina (come al binario “fantasma” della stazione di Milano), da dove entro il 31 dicembre 1492 la gran parte degli Ebrei siciliani lasciò la Sicilia, andando incontro ad altri massacri, estorsioni e ghettizzazioni nel Regno di Napoli, nello Stato della Chiesa, nel Nord Italia, nell’Africa del Nord. Molti però si convertirono e rimasero in Sicilia, come si deduce dai cognomi derivati da città e mestieri, ricavabili dagli atti dell’Inquisizione nei processi del Cinque-Seicento.

Insomma, leggi razziali e Shoah si sono ripetuti più volte nel corso dei secoli e penso che la Chiesa dovrebbe anche fare una profonda e seria autocritica sul ruolo atroce dell’Inquisizione, braccio armato del potere che nulla aveva a che fare con la religione. Ecco perché sarebbe utile, come dicevo all’inizio, avere “lo sguardo lungo della Storia”: perché gli orrori ritornano…

Per concludere: poco è rimasto della cultura giudaica in Sicilia, l’unica che continuava a parlare arabo dopo la cacciata dei Musulmani (Bresc). Però alcuni studiosi ritengono che una loro eredità sarebbe la nostra predilezione per le fritture, derivata dalla gastronomia ebraica siciliana. Di cui un esempio sarebbero appunto “i cassateddi di ricotta”, consumate calde ed in piedi -dice Pitré- il sabato di Pasqua…

2.La strage alla stazione del 7 agosto 1944

Il bell’episodio di Montalbano di lunedì scorso, mi ha fatto ricordare che anche Vittoria fu teatro di analoga sciagura. Il 7 agosto 1944 infatti »l’esplosione di materiale residuato di guerra giacente nello scalo ferroviario causò 21 morti, 30 feriti e ingenti danni a 18 edifici pubblici e privati» (dalla relazione del comandante della Legione dei Carabinieri alla Prefettura del 24 agosto). Un articolo del giornale ragusano La Gazzetta del 27 agosto così descrive i funerali: «Giorni or sono questa città ha tributato solenni onoranze funebri alle vittime del disastro verificatosi allo scalo ferroviario di questa città. I funerali sono riusciti imponenti per l’intervento delle Autorità Provinciali e per il largo e spontaneo concorso del pubblico di ogni ceto. Ha dato l’ultimo saluto alle vittime il Sindaco dr. Foti, il quale ha pronunziato un breve sentito discorso, avendo parole di ringraziamento per le Autorità e di conforto per le famiglie degli estinti». Mi dispiace non aver avuto occasione di rintracciare nei documenti i nomi di tutte le vittime. Tra essi c’erano 9 operai e per memoria familiare so che il cognome di un paio di essi era Assenza (mi pare fossero padre e figlio), parenti appunto di miei familiari. Un omaggio alla memoria…

3.4 febbraio 1169-4 febbraio 2019: brevi e libere divagazioni su un anniversario.

Nelle sue lettere in latino, il francese Pietro di Blois (1135-1203), che dal 1166 era precettore di Guglielmo II ma che nel 1169 era stato costretto a lasciare l’isola, così scrive della Sicilia e dei Siciliani dell’epoca (un miscuglio di arabi, greci, normanni, ebrei, genti provenienti dal sud e dal nord d’Italia): «vani come le chimere all’alba», «infidi come le vipere». Una condizione, quella dei Siciliani, derivante dalla terra in cui vivono, una terra bruciata dal sole e che avvampa di fuoco al di dentro. Qui «le montagne vomitano in continuazione fuoco infernale e fetore di zolfo», e davvero in quest’isola si possono scorgere «le porte dell’inferno». Qui gli uomini, per la loro crudeltà «sono inghiottiti dalla terra e ancora vivi scendono all’inferno». «Lama infuocata è l’Etna», «strumento divino per punire ad ogni pie’ sospinto questa regione infernale, questo popolo di traditori crudelissimi che tramano nell’ombra».

Tanto odio contro i Siciliani aveva le sue origini nel fatto che alcuni ambienti di Corte lo avevano fatto cacciare per eliminare la sua influenza sul quindicenne monarca, ma c’è un preciso evento che contribuì ad ispirare e a colorire le frasi di Pietro di Blois, un evento di cui il 4 febbraio ricorre l’850° anniversario. Il 4 febbraio 1169 infatti, vigilia della festa di Sant’Agata, alle 8 circa del mattino, un violentissimo terremoto scosse la Sicilia orientale e fu sentito fino in Calabria. Catania fu distrutta totalmente, a cominciare dalla cattedrale di Sant’Agata, crollata sul vescovo e sui fedeli che vi si trovavano a quell’ora e con la perdita di circa 15.000 abitanti in tutta la città, mentre Lentini, Piazza e forse anche Modica patirono danni gravissimi. A Siracusa crollarono molte abitazioni ed il castello. Crollò per un tratto il fianco dell’Etna rivolto verso Taormina. A Messina il terremoto fu sentito fortemente, il livello del mare sotto la torre del faro si abbassò di oltre cinque metri, le acque del mare si ritirarono ma poi tornarono ad invadere la città. In alcuni punti la terra si aprì ed inghiottì gli abitanti. Molti paesi, villaggi e castelli del Catanese e del Siracusano subirono danni. Alcune fonti si inaridirono temporaneamente, come la fonte Aretusa. L’area del sisma sarà in seguito di nuovo colpita dai grandi terremoti del 1542, del 1693 e del 1990. La Sicilia e i Siciliani, forgiati da eruzioni e terremoti: terra infernale e abitanti crudeli nell’immaginario medievale; «un paradiso abitato da diavoli…» nell’Ottocento dell’incipiente questione meridionale. E oggi? La terra continua a tremare, il “paradiso” di un tempo è lordato da case e rifiuti e sconvolto da alluvioni, mancano strade, ferrovie e porti moderni: ma i Siciliani di oggi sono tutt’altro che diavoli: sono in gran parte in attesa del reddito di cittadinanza…

4.In morte di un grand’uomo

Nella tarda serata di sabato 11 gennaio 1896, per una polmonite seguita ad un’influenza, morì il senatore Rosario Cancellieri. La mattina era stato visitato da un medico fatto venire da Catania, il dottor Tomaselli, che aveva in qualche modo rassicurato la famiglia sulla guarigione. Invece, la sera stessa, a poco più di 70 anni, si era spento. Cancellieri, vedovo dal 1872, lasciava un figlio maschio e quattro figlie femmine, ma grande fu il compianto fra i Vittoriesi che, l’indomani domenica 12, appena appresa la notizia, affluirono in massa nella camera ardente nella sua casa di via Cavour, al punto che fu necessaria la presenza dei Reali Carabinieri. In segno di lutto, l’arciprete parroco monsignor Federico La China sospese e rinviò la tradizionale e sentitissima celebrazione della festa di San Giovanni di gennaio, a ricordo dello spaventoso terremoto del 1693; da parte sua, il sindaco Salvatore Carfì Jacono sospese gli spettacoli nel Teatro “Vittorio Emanuele” e nei quattro teatrini cittadini. I funerali furono solennemente celebrati nel pomeriggio di lunedì 13 nella basilica di San Giovanni. Onorarono la vita e l’azione di Cancellieri ben otto oratori (di Vittoria, di Comiso e di Biscari) che parte in chiesa e parte in piazza Libertà (o Calvario) lo celebrarono, di fronte ad una marea di folla, commossa per la scomparsa di un uomo, o meglio di un “padre della patria” che vollero in massa accompagnare seguendo a piedi il carro funebre fino al nuovo cimitero (aperto da poche settimane), distante più di 3 chilometri. Però, rispetto alla corale partecipazione alle sue esequie, Cancellieri fu ben presto dimenticato, nonostante gli sforzi del suo biografo, l’arciprete parroco Federico La China, che ne pubblicò la maggior parte dei discorsi, censurando però quello in merito alla Bolla di Composizione. I due volumi stampati nel marzo 1896 ebbero diffusione limitata, anche se contribuirono a creare insieme con altre notizie il “mito” di Cancellieri modernizzatore della città di Vittoria ed abile parlamentare che si batté per la costruzione della ferrovia Siracusa-Licata, per i provvedimenti contro la fillossera ed il reimpianto dei vigneti e contro varie tasse. Al di là degli ambienti colti in cui circolarono i due volumi dei discorsi parlamentari, il nome di Cancellieri rimase “in circolazione” soprattutto per merito di un gruppo di artigiani fuoriusciti dalla S.O.M.S. “Principe di Piemonte” (ormai in mano alla famiglia Jacono-Rizza), che il 15 agosto 1897 fondarono a Vittoria una seconda Società Operaia di Mutuo Soccorso, intitolandola a Rosario Cancellieri. Nelle alterne vicende della politica vittoriese, è stata questa Società a mantenere in vita il nome di uno dei figli migliori di Vittoria, spesso tirato a destra e a manca. Fu Nannino Terranova che nel 1914 lo utilizzò contro i residui dei cancellieristi passati armi e bagagli nel partito Jacono-Rizza, cui il partito municipale reagì proponendo nel 1915 la costruzione di una statua (mai realizzata). Poi nel 1923, il sindaco Gucciardello, nel discorso per l’apposizione della lapide nella sua casa, arrivò a dire che se Cancellieri fosse stato vivo, di sicuro sarebbe stato fascista. Con questa idea, il podestà Maltese il 5 novembre 1930, per ricordare il giorno della sua nascita, gli intitolò la via Volturno, che il sindaco Traina nel 1949 trasformò in “viale” Rosario Cancellieri. Poi nient’altro. Il “mito” di Cancellieri rinacque nella “Storia di Vittoria” del 1950 di Giovanni Barone, fece capolino in un articolo di Giovanni Foti (suo nipote) nel primo numero de “L’Eco di Vittoria” (fondato dal prof. Emanuele Avarino) nel 1955, e in un breve saggio del prof. Giacomo Samperisi ne “La Lucerna” (1960, in occasione del centenario dello sbarco di Garibaldi). In verità aveva il nome di Rosario Cancellieri anche il locale Ginnasio poi Liceo-Ginnasio, fino alla perdita dell’autonomia: per decenni uno dei monumenti alla sua memoria. Cancellieri ricomparve poi in quasi tutta la sua grandezza solo ad opera dell’avv. Gianni Ferraro, che nei primi numeri di “Comune Notizie” (sindaco Francesco Aiello) tra il 1979 e il 1980 pubblicò l’indice della sua attività parlamentare. Ma le notizie più importanti Ferraro le trasse dall’opera manoscritta inedita di Orazio Busacca, amico ed estimatore di Cancellieri, che ne aveva registrato nel corso degli anni l’attività politica ed amministrativa. Riaccesa la fiaccola dell’interesse per Cancellieri, seguirono poi altre ricerche. Ma oggi, alla luce di una lettura completa della sua attività parlamentare alla Camera e al Senato e della sua intensa azione amministrativa, emerge un Cancellieri assai più grande del misero “mito” che noi abbiamo conosciuto. Cancellieri fu una figura politica di primissimo piano nella costruzione dell’Italia moderna, oltre che nella sua attività amministrativa locale. Un Vittoriese che merita di essere conosciuto in tutta la sua grandezza. Per questo, va ad onore della Società Operaia di Mutuo Soccorso “Rosario Cancellieri”, la decisione di pubblicare un nuovo studio su un uomo che ha dato grande lustro ed ancora ne darà alla città di Vittoria.

5.Fine di un lavoro

Dopo 8 mesi di lavoro, ecco finalmente pronta (dopo quella di La China del 1896) una nuova completa biografia politico-amministrativa di Rosario Cancellieri (1825-1896), dal titolo “”Un Vittoriese tra mito e storia”. Ringrazio la Società Operaia di Mutuo Soccorso “Rosario Cancellieri” per avermi dato la possibilità di approfondire il significato della figura di un grande Vittoriese e del contesto storico nazionale e locale in cui visse ed operò. Il saggio è diviso in 3 parti: nella prima la formazione e l’attività politico-amministrativa di Cancellieri, che si rivela essere stato uno dei costruttori dell’Italia unita, con la disamina completa dei suoi numerosissimi interventi alla Camera ed al Senato del Regno ed anche della sua enorme attività di amministratore provinciale e di sindaco di Vittoria, con molti documenti inediti: ad es. l’elenco delle strade da lui fatte costruire in provincia di Siracusa dal 1863 al 1865 (su cui ancora transitiamo); in sintesi le sue 7 relazioni amministrative lette in Consiglio dal 1879 al 1882 ed infine un gran numero di libelli e attacchi contro Cancellieri, soprattutto quelli di Ciccu, Cola e don Fracassa. Nella seconda parte, tratto dell’uso strumentale che della sua figura fecero i socialisti (con documenti inediti) e i fascisti e poi dell’attenzione nei suoi confronti nella seconda metà del ‘900. Nella terza parte, infine, un breve sommario delle vicende della Società che porta il suo nome illustre e soprattutto della sua lunga “resistenza” (dal 1928 al 1941) ai soprusi del fascismo locale, per mantenere la sua autonomia e garantire ai soci i suoi istituti statutari di Mutua. Completa l’opera una breve Appendice documentaria, in cui pubblico altri due inediti di Cancellieri: l’orazione funebre in onore di Cavour del giugno 1861 e la sua magnifica interpellanza sulla “bolla di composizione” del maggio 1868 (sull’argomento lo scrittore Andrea Camilleri ci scrisse il suo “La bolla di componenda”). Spero di essere stato all’altezza della fiducia che la Società “Rosario Cancellieri” ha riposto nelle mie capacità e di essere riuscito a dimostrare la grandezza di un Vittoriese che meriterebbe qualcosa in più di un monumentino sulla facciata della sua casa, a 10 metri d’altezza, dove nessuno lo vede.

6.Proposta: perché non riportare al 24 giugno la festa del Patrono San Giovanni?

Mi vado sempre più convincendo che oggi come oggi lo spostamento della festa alla prima domenica di luglio non ha molto senso né risponde più a predominanti interessi economici o turistici. Qualcuno dirà: “ma è la tradizione!”. Vero, ma le tradizioni si inventano e come si inventano possono essere modificate. Della festa abbiamo notizia ampia nel 1744, nel volume del sac. Giovanni Palumbo:

«22.Si venera in detta chiesa la reliquia del Santo in un pezzetto d‘osso [portato a Vittoria nel 1719], ed il popolo di Vittoria è sì affezionato al suo S. Protettore, che in di lui onore venera tutto il mese di Giugno, concorrendo dal primo del mese a recitarvi la Coronella ogni giorno. Per li 24 vi è la solennità del Santo con la fiera di drappi e nelli 2 Luglio si termina la solennità con celebrare solennemente la festa della Visitazione di Maria Santissima per la santificazione del Santo Protettore nell’utero della Madre S.. Elisabetta».

Dunque dal 24 giugno al 2 luglio. Come si vede, nel 1744 è anche attestata una fiera di “drappi”, cioè tessuti, ampliatasi poi ad altri generi per concessione reale del 1796.

Nell’elenco delle feste risalente ai primi dell’800, così leggiamo:

«a 24 [giugno]

Si solenniza la festività del nostro Padrono S. Giovanni Battista, per cui la Comune paga di plana onze dieci, il dritto delle loggie , ed il di più con limosina popolare».

Da questo frammento apprendiamo che la festa ai primi dell’Ottocento era finanziata da un contributo del Comune, dalle entrate derivanti dai posti della fiera e dalla elemosina popolare.

Ma quando avvenne il trasferimento della festa alla prima domenica di luglio?

Fu la tremenda crisi della fillossera che divorò anche i vigneti di Vittoria, a determinare il rinvio della festa per la prima volta nel 1893. Così leggiamo infatti nelle Effemeridi di Orazio Busacca:

“La festa del Padrono Santo Giovanni Battista 1893.

Il giorno 24 accadde come sempre la festa del nostro Padrono S.to Giovanni Battista, e quel giorno per mancanza di mezzi disponibbile passò inosservata e senza pompa, ma il Parroco Monsignor La China perciò si riserbò di sollennizarla, nella domenica prossima 1° luglio e supplire lui del proprio alla mancanza di mezzi. Infatti la festa fu sollennizata, e se non con lusso ma in modo soddisfacente tanto che il pubblico ne restò contentissimo. Il concorso di forestieri (comunisti attorno Vittoria) e particolarmente da quei paesi in ove vi tocca la ferrovia, fu in questo anno assai più degli anni ordinarii il concorso. La questua che nei beati tempi arrivò sino a lire 16 o 17 mille, e in media da 10 a 12 mila lire e in questo anno appena in tutto e per tutto a lire 2.500 – lo scorso anno 4.000 ed il precedente a lire 5.000. Da ciò si detegge in quale posizione miseranda trovasi Vittoria nel 1893”.

Dunque nel 1893 si spostò e fu finanziata in parte dal parroco La China.

Nel 1894 lo stesso Busacca attesta che la festa si era svolta regolarmente entro il 2 luglio, come sempre. Nel 1895 invece si celebrò il 7 luglio, spostata a seguito delle elezioni per il rinnovo di un quinto dei consiglieri comunali.

Non ho ad oggi altri documenti in merito, ma già nel 1900 risulta di nuovo celebrata a luglio, mi pare. Insomma, perché non ritornare all’antica usanza di celebrare la festa in modo stabile dal 24 giugno al 2 luglio?

7.Sull’antica coltivazione della canapa

Oggi al Tg3 ho visto un servizio che parlava degli investimenti che una società canadese farà anche in provincia di Ragusa per la coltivazione legale di cannabis su 300 ettari. E non ho potuto fare a meno di pensare che spesso il passato torna: la coltivazione della canapa era fiorentissima dalle nostre parti, al punto da aver dato il nome al tratto della valle del fiume di Cammarana sottostante Grotte Alte, detto appunto “Cannavate”. Se alcuni pensano che il nome derivi dalle canne, si sbagliano: il nome deriva dalla coltivazione del “cannavo”, appunto i semi della canapa. Tra i nomi delle contrade vittoriesi lo trovo nel Cinquecento, ma secondo alcuni studiosi la coltivazione della canapa nella valle era già diffusa in epoca bizantina. E infatti nel ferro di cavallo tra Colle d’Oro e Grotte Alte è vissuto un antico insediamento greco di età imperiale, prosperato in età bizantina e distrutto dagli Arabi intorno all’830-840 d.C. “Cannabate” o “Cannavate” dunque: chissà se dei 300 ettari ce ne sarà qualcuno nella Valle.

p.s.: dalla cronaca nera, a volte apprendiamo che alcuni serricoltori hanno da tempo riscoperto l’antica coltivazione della valle, senza attendere società canadesi…

Mi fa grande piacere che ancora una volta gli amministratori pro tempore della Città di Vittoria il 24 aprile di ogni anno onorino la memoria della fondatrice donna Vittoria Colonna contessa di Modica e duchessa di Medina de Rioseco, deponendo un omaggio floreale davanti alla teca che ne custodisce parte dei resti da noi portati da Medina de Rioseco il 29 giugno 1990. Come non smetto mai di ricordare, il 24 aprile 1607 fu solo il giorno in cui il privilegio della fondazione fu registrato, completo di ratifica reale (pervenuta da Madrid), fra i documenti ufficiali del viceregno spagnolo di Sicilia a Palermo. La richiesta avanzata da Vittoria Colonna (1558-1633) come tutrice del figlio Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera (1596 o 1597/1647) era stata presentata al Tribunale del Real Patrimonio a Palermo ed approvata il 24 maggio 1606. Il viceré duca di Feria la firmò il 3 giugno 1606, salvo ratifica del re Filippo III. Il quale confermò la licentia populandi (guarda caso allo scopo di combattere i banditi del passo del Dirillo) il 31 dicembre 1606. E subito il 4 marzo 1607 fu appaltata la costruzione del castello, il 6 la costruzione della chiesa di San Giovanni (nel pianoro esistevano vigneti di comisani, che furono espropriati) e i due mulini nella valle, nella cava del fiume di Cammarana. Il 1° settembre 1607 Vittoria Colonna firmò il documento delle concessioni da fare ai coloni (luogo di casa, una salma di terra per impiantare una vigna, terre comuni per gli usi civici etc.). Dopo l’opportuna divulgazione del bando nei paesi e città della Contea e non solo, dal 16 gennaio 1608 a Modica furono assegnate le terre ai coloni che man mano si presentavano. La scelta del 24 aprile fu dovuta al suggerimento di mons. La China nel 1890, con l’augurio che in quella data si celebrasse il III Centenario, come poi avvenne. Sull’amore di Vittoria Colonna e degli Enriquez per l’arte e per la pittura in particolare sarà pubblicato un breve saggio nel volume sui 20 anni di attività della benemerita associazione culturale dell’Antea: un ulteriore tassello per una più completa conoscenza di una donna eccezionale, cui Vittoria deve la sua nascita.

p.s.: nelle foto l’interno oggi restaurato della chiesa di San Francisco di Medina de Rioseco, in cui era sepolta Vittoria Colonna, accanto al marito Luis III (1565-1600); inoltre le due magnifiche statue in bronzo dorato dell’ultima contessa di Modica di Casa Cabrera donna Anna (1458-1528) andata in sposa nel 1480 al futuro Almirante di Castiglia don Fadrique (Federico) Enriquez, e della sorella donna Isabel (?-1493), sposata a don Francisco Enriquez fratello di don Fadrique. Le statue, opera dello scultore Cristobal de Andino furono fatte fare nel 1528 dall’Almirante Federico in onore della moglie e della cognata. E sono lieto di prendere atto che il restauro del pantheon degli Enriquez fu causato dalla nostra ricerca dei resti di Vittoria Colonna.

8.Su un aspetto ad oggi inedito della figura della fondatrice di Vittoria: il collezionismo d’arte

Di donna Vittoria Colonna, duchessa di Medina de Rioseco e contessa di Modica (Marino 10 dicembre 1558- Madrid 28 dicembre 1633), pensavamo di sapere quasi tutto. Eppure, recentemente, è venuto alla luce un aspetto inedito della sua personalità, che rende ancora più preziosa ed affascinante la sua figura: quello di aver fatto della famiglia Enriquez de Cabrera uno dei maggiori collezionisti d’arte del Seicento spagnolo. Traccia di un primo nucleo della collezione che passerà alla storia come “collezioni degli Almiranti di Castiglia” è nel suo testamento, redatto tra il 21 ed il 24 dicembre 1633. In esso donna Vittoria Colonna infatti dispone che «si diano al monastero del signor S. Francesco della città di Medina de Rioseco dove voglio essere sepolta  i quadri della vita del Glorioso Padre Serafico S. Francesco che si trovano nella mia casa dove vivo , che sono quelli di miglior  pittura, perché sempre stiano nel detto convento e servano come ornamento in esso nella parte dove meglio staranno.

Lascio al convento di Valdescopezo dell’ordine del Signor San Francesco altre storie dipinte del Serafico Padre San Francesco che sono nel mio orto e giardino  perché servano di ornamento al detto monastero, e ai religiosi di entrambi i conventi raccomando abbiano cura di pregare Dio Nostro Signore per me».

In più, dal lascito ad un frate, sappiamo che un altro grande quadro di San Francesco era nella sua camera da letto. Nulla purtroppo si dice degli autori e dei soggetti degli altri quadri. E niente ne avremmo saputo a Vittoria se non mi fosse capitato tra le mani per caso un volume dal titolo Collection of Paintings in Madrid (1601-1755) di Marcus B. Burke e Peter Cherry, in due tomi pubblicati nel 1997 da Maria L. Gilbert, con il contributo del Getty Information Institute e della Fondazione dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino. In un lungo elenco annesso ai saggi sul collezionismo dei nobili spagnoli tra gli inizi del XVII secolo e la prima metà del XVIII, ho ritrovato in ordine alfabetico i nomi della duchessa di Alburquerque Anna Enriquez de Cabrera e Colonna (figlia di Vittoria Colonna), dell’Almirante di Castilla Juan Alfonso Enriquez de Cabrera (figlio di Vittoria Colonna), dell’Almirante di Castiglia Juan Gaspar (figlio del precedente e quindi nipote di Vittoria Colonna), della duchessa di Medina de Rioseco Luisa de Sandoval (moglie di Juan Alfonso e quindi nuora di Vittoria Colonna) e infine della stessa «Vittoria Colonna, duchessa-madre di Medina de Risoeco». Non riuscendo a credere ai miei occhi, ho dedicato tempo e fatica a catalogare centinaia e centinaia di quadri, scoprendo così che a cominciare da Vittoria Colonna per finire poi all’ultimo Almirante di Castilla, il pronipote don Juan Tomas (1646-1705), si trattava di figure considerate oggi tra i maggiori collezionisti della Spagna del Siglo de Oro.

I beni lasciati da Vittoria Colonna furono inventariati il 9 e 10 gennaio 1634, con un’appendice il 17 marzo seguente. L’inventario reca 255 voci, alcune delle quali contengono più titoli, per un totale di 611 dipinti di varia grandezza (misurati in varas, una misura di circa 84 cm.) di materiali vari (legno, pietra, metalli preziosi), ornati a volte di stoffe, con o senza cornice. Da una sommaria suddivisione per temi abbiamo la seguente classificazione:

a)dipinti con Santi n. 114 (tra cui S.Francesco n. 38 dipinti, seguito da Sant’Agostino con 25);

b)dipinti con Sante n. 41 (tra cui la Maddalena raffigurata in 7 quadri, 5 Santa Caterina, 4 Sant’Agata);

c)dipinti con altri soggetti religiosi (n. 93);

c)ritratti vari n. 18 (tra essi quelli di familiari Enriquez e Colonna);

d)dipinti di vario genere n. 342 (di cui ben 180 paesaggi);

Esulano dal gruppo tre inusuali dipinti aventi come soggetto la stessa Vittoria Colonna, morente o già morta. Di essi riporto la descrizione completa:

«[28]…Otro lienço de pintura de bara y media de largo que es el transito de la Exc.ma S.ra Duquessa d.a Victoria quando esta en la cama enferma en que ay la ymagen de N.ra S.a y otras…

[29]…Otro lienço de pintura del mismo tamaño sin marco que es el desmayo de la dicha Exc.ma S.a Duquessa de su transito en que estan la figura de Dios padre y la Virgen N.ra S.a y otras

[30]…Otro lienço de pintura del mismo tamaño sin marco que es quando ya a muerto su Ex.a la dicha S.ra Duquessa y el alma entra en juiçio en el tribunal de Dios N.ro S.r.».

Tra i ritratti della famiglia troviamo quelli dei nipoti de la Cueva, figli della primogenita Anna; della nuora Luisa de Sandoval; della figlia Felice; della madre Felice Orsini e del padre Marc’Antonio Colonna (viceré di Sicilia dal 1577 al 1584), raffigurato a mezzo busto, con armatura; del nipote Filippo I Colonna, Connestabile di Napoli (1578-1639, secondogenito del fratello Fabrizio Colonna e di Anna Borromeo, sorella di Carlo Borromeo, futuro santo) e di altri parenti. Assai strana mi sembra l’assenza in questo gruppo di quadri di quello del fratello card. Ascanio Colonna (1560-1608), cui Vittoria Colonna era stata legatissima…

Purtroppo di nessun quadro è individuato l’autore. Tra i ritratti, anche quelli di alcuni religiosi dell’epoca, con cui probabilmente aveva avuto a che fare o con cui era in corrispondenza o dei quali era devota. Innanzi tutto il ritratto del papa Urbano VIII Barberini. Seguono poi ritratti di religiosi citati nel testamento (tra essi la mistica donna Marina de Escobar, dell’insigne teologo Melchor Cano, San Francesco Borgia).

Nella sua casa poi Vittoria Colonna aveva una cappella, ornata con un quadro di N.ra Signora della Concezione, mentre tra le varie rappresentazioni della Vergine non mancavano la Madonna di Trapani, quella di Valencia, di Monserrato, di Guadalupe, di Loreto e del Popolo. Tra i soggetti con Gesù Cristo troviamo naturalmente tutti i momenti della vita (Natività, Adorazione dei Pastori, Adorazione dei Magi, Circoncisione); della predicazione (Battesimo, la disputa con i dottori del Tempio, il miracolo dei pani e dei pesci, Resurrezione di Lazzaro); della via Crucis (15 quadri), e della morte (Ecce Homo, Crocifissione, Deposizione, Sepolcro) e naturalmente quelli della Resurrezione, dell’invio degli Apostoli a predicare e poi dell’Ascensione etc. etc.  Su 611 opere censite, accanto ai vari soggetti evangelici, anche alcuni biblici (tra essi Giuditta con la testa di Oloferne, Mosé che conduce il popolo d’Israele fuori dall’Egitto, Giobbe, re David etc.). Ma, a riprova del gusto dell’epoca, non mancano i soggetti mitologici: tra essi ben dodici quadri con Amazzoni e dodici  teste di Sibille, con un dipinto che l’autore dell’inventario attribuisce ad una Cleopatra  ma che Burke e Cherry indicano come rappresentazione di «Cimone allattato in carcere dalla figlia Pero ». Infine, circa un terzo dei quadri in possesso di Vittoria Colonna sono paesaggi (ben 180) o raffigurazione dei mesi e delle stagioni. Tale collezione, ereditata dal figlio Juan Alfonso Enriquez de Cabrera (1595/1597-1647), futuro viceré di Sicilia (1641-1644) e di Napoli (1644-1646), fu da lui incrementata fino ad oltre un migliaio di quadri. Nell’inventario sono registrate opere di Michelangelo, Raffaello, Rubens, Guercino, Ribera, Novelli, Tiziano, Tintoretto, Reni, Dürer, Van Dick ed altri maestri del Rinascimento e del Manierismo. La quadreria fu ulteriormente incrementata dal figlio Juan Gaspar (1625-1691), che la arricchì fino a circa 1400 opere e la sistemò nella sua casa-giardino a Madrid, in sale per autori o per soggetto, come in un moderno museo. Ereditata la collezione dall’ultimo Almirante di Castiglia e conte di Modica Juan Tomas Enriquez de Cabrera, i quadri in parte furono donati a chiese e conventi e circa 200, dopo la sua morte in Portogallo , furono venduti dai suoi esecutori testamentari all’arciduca Carlo (futuro imperatore d’Austria con il titolo di Carlo VI e padre dell’imperatrice Maria Teresa): per questo oggi alcuni di quei quadri sono custoditi presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Tutto era iniziato grazie al gusto e all’amore per l’arte di donna Vittoria Colonna, fondatrice di Vittoria.

9.Pietro Novelli e Giovanni Alfonso Enriquez, Almirante di Castiglia e Conte di Modica/1

Ho condiviso il post sul Trittico di Pietro Novelli (con Santa Caterina d’Alessandria, l’Assunzione e Sant’Agata), custodito nella chiesa dei Cappuccini a Ibla e datato recentemente al 1635 (Di Stefano 2008) e non al 1643, come si pensava. Appena avrò tempo comunicherò anche qualche notizia inedita sui rapporti tra Novelli e il viceré Giovanni Alfonso Enriquez, figlio di Vittoria Colonna.

Brevi spigolature storiche. Nel suo testamento del 31 gennaio 1647, Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera, tra le altre disposizioni, ordinò: “Ytem mando que se le ymbiere ala yglesia de Nuestra Señora de la Bolta de Palermo una cruz y candeleros de plata de valor de mill ducados de plata castellanos que tengo ofrecidos a aquella Santa Ymagen mi particular protectora”. Una croce e candelieri d’argento per un valore di 1000 ducati. Naturalmente ho verificato dove fosse la chiesa della Madonna della Volta a Palermo. Pare che all’origine si trattasse di un’immagine posta nel sottopassaggio che univa il rione della Conceria con il Macello, al di sotto del piano stradale della via Maqueda. Quest’ultima immagine era talmente importante che in suo onore, nel 1643 (quando ancora Giovanni Alfonso era viceré), fu costruita una chiesa chiamata appunto della Madonna della Volta, anche conosciuta come chiesa “dei vintitrì scaluna”. Evidentemente il viceré aveva promesso la donazione ed ora, in punto di morte, voleva mantenere l’impegno. Questa chiesa (vedi foto facciata) fu demolita in occasione del risanamento del rione Conceria e del taglio della Via Roma, negli anni ’30 del Novecento. Nel Museo Diocesano di Palermo nella sala XI è invece ancora custodito un quadro proveniente dalla chiesa. Si tratta della “Madonna col Bambino e San Giovannino”, del pittore Andrea del Brescianino, del primo quarto del XVI secolo. Ignoro se Giovanni Alfonso si riferisse a questa immagine come a quella della sua protettrice. Ma è bello ricordare quanto un Conte di Modica fece per l’arte e la devozione a Palermo, mentre sua madre Vittoria Colonna si era adoperata per il completamento della costruzione del Collegio dei Gesuiti a Modica nel 1630…

10.Pietro Novelli e Giovanni Alfonso Enriquez, Almirante di Castiglia e Conte di Modica/2

Pochi giorni fa, parlando del Trittico di Ibla, ho accennato ai rapporti tra il pittore Pietro Novelli (1603-1647, nella prima foto) ed il viceré Giovanni Alfonso Enriquez (1597-1647), figlio di Vittoria Colonna (1558-1633), fondatrice della nostra città. Già sapevo che Novelli, su incarico del Senato palermitano, realizzò il magnifico arco di trionfo sotto il quale passò il corteo al momento della presa di possesso del viceregno a Palermo il 16 giugno 1641 (vedi foto). Inoltre si sapeva che nel 1643 il viceré gli aveva dato il compito di verificare lo stato delle fortezze di Milazzo e di altre del Regno. Ma c’era molto altro da scoprire. Infatti, nelle mie ricerche su Vittoria Colonna e la famiglia Enriquez Cabrera (titolare della Contea di Modica dal 1480 al 1703), mai avrei immaginato di trovarmi di fronte ad alcuni dei maggiori collezionisti d’arte della Spagna del Seicento. Grande è stata quindi la mia sorpresa quando ho letto l’inventario dei quadri lasciati da Vittoria Colonna (ben 611!), in gran parte di soggetto religioso, ma per un terzo di paesaggi. Una collezione ereditata dal figlio, che la incrementò e la arricchì enormemente, portandola ai massimi livelli. Nell’inventario seguito alla sua morte, Giovanni Alfonso Enriquez (cui è intitolata la omonima piazza su cui si affacciano il Castello, i Magazzini del Conte e l’odierna sala Mazzone), lasciò beni che furono valutati per 3.696.350 reales: una cifra immensa, equivalente a 335.135 ducati (pari alla metà del debito degli Enriquez nel 1610!). Per avere un minimo di raffronto, occorre dire che negli anni ‘40 del Seicento il salario giornaliero di un muratore si aggirava sui 4 reales…Limitandomi oggi a parlare solo della collezione ospitata nel palazzo fatto costruire da Vittoria Colonna nei pressi dell’attuale Museo del Prado, il numero delle tele inventariate è di 939 (tra cui attribuite 15 a Bassano, 8 a Brueghel, 7 a Caravaggio, 5 a Leonardo, 7 a del Sarto, 10 a Dürer, 2 a Michelangelo, 5 a Novelli, 5 a Raffaello, 5 a Rubens, 9 a Reni, 18 a Ribera, 3 a Tintoretto, 20 a Tiziano, 4 a van Dyck, 1 al Veronese, etc. etc., ). Tra i quadri anche uno di Vittoria Colonna, di cui purtroppo ignoriamo la fine che abbia fatto. Per quanto riguarda i 5 quadri di Pietro Novelli essi sono così inventariati:

«593 ytten [sta per item] vio un lienzo grande de Loth con muchas figuras de mano del Monreales…4400 reales [vedi foto]

631 ytten vio un lienzo grande de Cain y Abel, quando le mato su hermano…es de mano del Monrreales…3.300 reales [vedi foto]

634 ytten vio un lienzo grande de Hercules que esta hilando de mano del Monrreales…2000 reales

639 ytten vio un lienço grande de un retrato del Rey a cavallo…1650 reales

1607 ytten vio un retrato de medio cuerpo del excelentisimo señor Almirante de Castilla -que aya gloria- de mano del Monrreales con marco dorado…1650 reales» .

Per quel che ho potuto accertare, il quadro di Lot in fuga con la famiglia da Sodoma è oggi all’Escurial, mentre un Caino e Abele è oggi a Roma al Palazzo Barberini ma ignoro se sia una copia o proprio il quadro posseduto da Giovanni Alfonso. Al Museo del Prado è anche La Resurrezione di Lazzaro (vedi foto), opera solo nel 1933 attribuita a Novelli e proveniente dal Convento di San Juan de la Cruz delle Carmelitane Scalze di Segovia. Ignoriamo però se sia lo stesso inventariato al n. 1191 «ytten vio un quadro de la Resurreccion de Lazaro sin marco…1000 reales». Nessuna traccia ad oggi dei quadri con Ercole che fila (come schiavo al servizio della regina di Lidia Onfale), il re Filippo IV a cavallo e di Giovanni Alfonso. Dunque la grande arte internazionale, Pietro Novelli e l’Almirante di Castiglia Conte di Modica…(1-continua).

Come corollario alla nuova storia di Vittoria che spero di completare entro l’anno, mi sto occupando pure dei signori del territorio e quindi dei Conti di Modica (Chiaramonte, Cabrera ed Enriquez de Cabrera), raccogliendo le notizie degli storiografi antichi e moderni, non solo siciliani ma soprattutto spagnoli, assai più informati dei nostri, naturalmente. Solo per caso però ho scoperto che la stessa Vittoria Colonna fondatrice di Vittoria, il figlio Juan Alfonso Enriquez de Cabrera (1597-1647), il nipote Juan Gaspar (1625-1691) ed il pronipote Juan Tomas (1646-1705) furono tra i maggiori collezionisti d’arte del Seicento spagnolo. Qui due curiosità: lo stemma del Conte di Modica Giovanni Alfonso Enriquez (cui a Vittoria è intitolata la piazza del Castello, dei Magazzini e della Sala Mazzone) rappresentato in una magnifica composizione di pietre dure: “Tablero del almirante de Castilla (Museo del Prado, Madrid)

Hacia 1625. Ágata, Calcedonia, Coral, Jaspe de Bohemia, Lapislázuli, Mármol blanco, Paragone, 76,5 x 62 cm.

Grandes cartelas con placas de lapislázuli conforman la composición de la cenefa, que enmarca el escudo central en el que aparecen las armas del noveno almirante de Castilla, Don Juan Alfonso Enríquez de Cabrera (1595) y de la familia romana de los Colonna, dado que su madre era Vittoria Colonna. El escudo está sobremontado por la corona del marqués y orlado de banderines; a la izquierda de éste y como sosteniendo el escudo, un halcón con un ancla. La cenefa es de gran calidad y de manufactura florentina de hacia los años 1625. El centro del tablero con el escudo es de factura menos delicada, probablemente realizado en Nápoles durante su mandato como virrey entre 1644 y 1646. (Texto extractado de González-Palacios, A.: Las colecciones reales españolas de mosaicos y piedras duras, 2001, pp. 97-98 y De Ceballos-Escalera, I.; Braña de Diego, M.: Catálogo del Legado Fernández Durán. Artes Decorativas, 1974, p. 101)”. La seconda curiosità è una dedica fatta allo stesso personaggio da uno dei maggiori letterati spagnoli: Lope de Vega, che lo scelse come patrono e protettore della sua opera El laurel de Apolo, pubblicata a Madrid nel 1630.

11.Bella conferenza ieri alla Sala “Giuseppe Mazzone” (“chiddi di prima” le sapevano fare le cose…) del prof. Alfredo Campo sul pittore monrealese Pietro Novelli (1603-1647). All’elenco delle opere illustrate dal conferenziere, ricordo che vanno aggiunti almeno altri sei quadri commissionati a Novelli dal viceré Giovanni Alfonso Enriquez (cui dal 1907 è intitolata l’antica Piazza Castello, oggi appunto Enriquez). Inserite nella collezione degli Enriquez (tra le maggiori del Seicento spagnolo), la “fuga di Lot con la famiglia” è oggi all’Escurial, “La Resurrezione di Lazzaro” è al Museo del Prado a Madrid, mentre “L’uccisione di Abele” forse è quella di Palazzo Barberini a Roma. Ad oggi non c’è traccia di tre dipinti presenti nella collezione di Giovanni Alfonso: un ritratto del re Filippo IV a cavallo, un ritratto dello stesso Giovanni Alfonso e un “Ercole che fila”, opere sempre del Monrealese.

12.Juan Gaspar, X Almirante di Castiglia

La storiografia antica e moderna sulla Contea di Modica ha dato scarsa importanza agli ultimi tre Almiranti Conti di Modica, con la relativa eccezione di Juan Alfonso Enriquez Cabrera, IX Almirante (figlio di Vittoria Colonna fondatrice di Vittoria), ma solo perché viceré di Sicilia dal 1641 al 1644 e poi viceré di Napoli dal 1644 al 1646. Suo figlio Juan Gaspar, X Almirante, infatti è stato del tutto ignorato, mentre il nipote Juan Tomas, XI ed ultimo Almirante è stato bollato come un “traditore” cui fu espropriata la Contea. Eppure entrambi, anche se per meriti diversi, vanno ricordati. Don Juan Gaspar nacque a Madrid il 24 giugno 1625 e nella giovinezza ebbe come precettore don Tomas Tamayo de Vargas (1588-1641), uno dei maggiori umanisti dell’epoca, il quale lo educò all’amore per la letteratura e l’arte, in un ambiente familiare già colto. Infatti sappiamo che l’ava paterna Vittoria Colonna e il padre avevano una grande collezione di quadri ed erano stati anche patrocinatori di opere letterarie. In particolare nel 1630 lo scrittore Lope de Vega aveva dedicato a Juan Alfonso la sua opera Laurel de Apolo, celebrando gli Enriquez in una cinquantina di versi della Silva I. A Juan Gaspar pensò invece Placido Carrafa, che nel 1653 gli dedicò la sua opera su Modica (foto 2). All’età di 16 anni, subito dopo le nozze, nel giugno 1641 Juan Gaspar venne in Sicilia con la moglie Elvira Toledo e Osorio, al seguito del padre nominato viceré e a fine ottobre 1643 fece parte del seguito che lo accompagnò nella Contea di Modica. Juan Alfonso e la moglie -salutati da “maschi” sparati al loro ingresso a Boscopiano- giunsero il 27 ottobre a Vittoria (dove risiedettero nel Castello appositamente ristrutturato per accoglierli) e alla loro presenza fu inaugurato il grande trappeto per frantumare la canna da zucchero raccolta nel Cannamellito di Bosco Rotondo (oggi area dell’aeroporto di Comiso). Il corteo proseguì poi per Scicli e Modica (dove i Conti sono raffigurati in un quadro della chiesa di Santa Lucia) e si fermò qualche giorno a Ragusa, dove nello slargo oggi occupato dalla Villa Iblea si tenne anche una corrida. Juan Gaspar seguì poi il padre nominato viceré di Napoli dal maggio 1644 e quindi nell’ambasciata straordinaria a Roma svoltasi nell’aprile 1646 per rendere omaggio a nome del re Filippo IV al nuovo papa Innocenzo X (per finanziare la quale Juan Alfonso dovette vendere la baronia di Caccamo ad un suo fidato collaboratore, il principe di Galati, per 48.000 onze siciliane). Fermatosi con la moglie incinta e la madre a Genova, ritornò in Spagna nel febbraio 1647, dopo aver appreso della morte del padre a Madrid. Chiesta l’investitura reale per tutti i beni ereditati, divenne il X Almirante di Castiglia (una carica però puramente onoraria) e tra gli altri titoli ebbe riconfermato anche quello della Contea di Modica, della quale prese possesso tramite i suoi procuratori don Filippo d’Amato (colui che aveva prestato i soldi per Roma) e don Geronimo Bolle Governatore della Contea. Tra i vari atti di presa di possesso ne abbiamo due che riguardano Vittoria, della quale don Geronimo Bolle prese possesso nella chiesa di San Giovanni il 30 dicembre 1647, alla presenza di una numerosa folla e degli amministratori della nuova cittadina, il capitano Filippo di Marco e i giurati Mario Cannizzo, Giuseppe Marangio, Filippo Calanna e Francesco Meli Grillo. Alla fine della cerimonia i cappellani cantarono il Te Deum laudamus. Juan Gaspar fu esperto cavallerizzo e si fece subito notare per la sua abilità nella corrida (nella specialità con il torero a cavallo e armato di lancia) e compose Reglas para torear (1652, foto 3), fra i primi trattati spagnoli di tauromachia. Assai votato ad organizzare banchetti e divertimenti (ne fece uno costosissimo e splendido in stile persiano nell’ottobre 1659, per accogliere l’ambasciatore francese), fu invece poco amante della politica, ma vi fu coinvolto comunque per difendere donna Marianna d’Austria (vedova del re Filippo IV e reggente in nome del figlio minore Carlo II), contro le mire del figlio naturale del defunto re, don Juan José d’Austria (viceré di Sicilia dal 1649-1651, subito dopo le rivolte del 1647-1649) infatti nel 1669 tentò un colpo di Stato per togliere la reggenza ed il controllo del minore Carlo II dalle mani della madre e dei suoi consiglieri austriaci. A seguito di ciò, per gratitudine fu designato membro del Consiglio di Stato (l’equivalente del governo della Spagna) e ancora in questa carica fu costretto a fronteggiare -stavolta senza successo- il secondo colpo di Stato di don Juan José, che nel febbraio 1677 aveva marciato trionfalmente da Barcellona a Madrid alla testa delle sue truppe senza trovare resistenza. A seguito dell’avvento al potere di don Juan José, l’Almirante Conte di Modica fu esiliato dalla Corte e si rifugiò nei suoi possedimenti. Risale a questo periodo forse la composizione dell’opera Fragmentos del ocio (due libri di poesie satiriche). Però, a seguito dell’improvvisa morte di don Juan José nel settembre 1679, l’Almirante riprese il suo ruolo a Corte, partecipando sempre più raramente alle riunioni del Consiglio di Stato. Si dedicò esclusivamente ai suoi interessi artistici e culturali e naturalmente alla sua preziosa collezione del Paseo de los Recoletos (nella periferia ovest di Madrid), un palazzo con un immenso giardino fatto costruire dall’ava paterna Vittoria Colonna su una superficie di oltre 21.000 mq (foto 4, cerchio rosso). Una collezione, già nota a livello europeo sin dal 1674, in gran parte ereditata dal padre (di cui conosciamo 940 quadri), che Juan Gaspar accrebbe fino ad oltre 1300. La collezione era caratterizzata da precisi criteri museografici ante litteram, con sale tematiche e sale dedicate a singoli pittori del Rinascimento e del Manierismo italiano ed europeo ed anche spagnoli. Tra le sale, accanto a quelle dedicate a Raffaello, Tintoretto, Rubens, Ribera ed altri spagnoli (con un accento anche nazionalistico) ce n’era una chiamata pure Sala del Chocolate (ad indicare un moderno consumo). La sala che conteneva le opere più preziose era la cosiddetta Pieza del Ayo, intitolata al suo precettore don Tomas Tamayo de Vargas. La collezione era però divisa in due parti: i quadri ereditati dal padre erano collocati nella vecchia casa fatta costruire da Vittoria Colonna ai Premonstratensi (abbreviato in Mostenses, oggi una piazzetta sede di un mercatino rionale): un intero isolato di oltre 3.000 mq di superficie (foto 2 cerchio nero; i cerchi giallo e verde indicano altre residenze degli Enriquez). Oltre ai quadri, la residenza al Paseo de los Recoletos aveva un immenso giardino ricco di grandi fontane di marmo e di granito, con grotte e camminamenti forniti di panchine, arricchito da ben 345 statue di marmo e bronzo ed una galleria ornata da 12 statue di alabastro che conduceva al primo piano del palazzo ed immetteva nella collezione di quadri. Nella residenza si tenevano anche riunioni per discutere di pittura e di letteratura e in un apposito teatro si rappresentavano commedie che poi venivano date anche a Corte. Tra i pittori del cenacolo dell’Almirante troviamo Juan Alfaro (discepolo di Velazquez), che forse si occupò della sistemazione della collezione, Juan Carreño ed altri pittori spagnoli, che nell’Almirante Conte di Modica ebbero un generoso patrono, «In gloria dell’arte della pittura». Secondo alcuni studiosi, i criteri museografici dell’Almirante di Castiglia nei decenni seguenti furono utilizzati per organizzare i musei moderni di Spagna.

Purtroppo i suoi rapporti con la Contea di Modica furono limitati solo al drenaggio delle rendite e dopo la crisi degli anni 1674-1678 durante la rivolta di Messina, per qualche tempo le sue entrate furono drasticamente ridotte, costringendolo sin dagli anni ’80 a vendere gli uffici per dieci anni. A Vittoria infatti, dietro pagamento, assegnò la carica di secreto al ricco Antonino Custureri e lo stesso fece con altre cariche nella Contea. Morì a Madrid all’età di 66 anni il 25 settembre 1691 e volle essere sepolto nella chiesa di San Pascual Bailόn (un frate francescano, che negli anni ’70 del Novecento ebbe in sorte di dare il titolo a qualche filmetto scollacciato…). La chiesa era stata da lui fondata nel 1683 nell’area del teatro del suo giardino al Paseo de Recoletos e dotata di 5 splendidi quadri di Ribera e 2 di Guercino. Rimasto vedovo di donna Elvira de Toledo e Osorio, nel 1686 risulta sposato in seconde nozze con Leonor de Rojas. Dalla prima moglie ebbe tre figli: don Juan Tomas (forse così chiamato in onore del suo precettore) che ereditò i suoi titoli; Luis, marchese di Alcañizes, il cui figlio Pascual nel 1729 riebbe la Contea di Modica che era stata espropriata allo zio nel 1703; e Teresa, seconda moglie di don Gaspar de Haro y Guzman, marchese del Carpio, dalla cui figlia Caterina discesero gli ultimi Conti di Modica Alvarez de Toledo, duchi di Alba, Ferdinando e la nipote Maria Teresa, la duchessa d’Alba dipinta dal pittore Francisco Goya.

13.Juan Tomas Enriquez de Cabrera, XI ed ultimo Almirante di Castiglia e VII Conte di Modica

La storiografia sulla Contea del Settecento (il marchese di Villabianca) e quella tardo-ottocentesca di Raffaele Solarino (che copiò Villabianca), hanno tramandato dell’ultimo Almirante di Castiglia e Conte di Modica, Juan Tomas Enriquez de Cabrera, l’immagine di un “traditore”, che per motivi futili (l’equiparazione dei Grandi di Spagna ai Pari di Francia) avrebbe tradito il re Filippo V di Borbone e sarebbe fuggito in Portogallo e che per questo sarebbe stato condannato a morte e gli sarebbero stati sequestrati i beni, tra cui la Contea di Modica. Già però Sortino Trono, meglio informato, ebbe modo di dare un’altra immagine dell’uomo. Più volte ministro sotto Carlo II, dopo la morte dell’ultimo degli Asburgo di Spagna, si sarebbe opposto all’avvento del nuovo re Filippo V di Borbone e, fautore degli Asburgo d’Austria, sarebbe fuggito in Portogallo per organizzarvi le truppe a sostegno del pretendente austriaco arciduca Carlo d’Asburgo. A seguito di tale scelta di campo, fu condannato a morte e gli furono sequestrati i beni. Lo stesso Sortino Trono però non è esente dal riportare notizie false (le fake news sono sempre esistite…), come quella secondo la quale il conte di Modica si sarebbe recato a Roma per far dichiarare nullo il testamento di Carlo II (che aveva dichiarato suo erede Filippo duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV), e che poi sarebbe morto in combattimento a Portalegre in Portogallo nel 1705. Nulla è stato scritto su questo personaggio negli ultimi 50 anni in Sicilia. Partito dalla scoperta che Vittoria Colonna stessa, il figlio Juan Alfonso ed il nipote Juan Gaspar, furono tra i maggiori collezionisti di opere d’arte del Seicento spagnolo, mi sono così imbattuto nella figura tutt’altro che incolore di Juan Tomas, figlio appunto di Juan Gaspar e di Elvira Toledo e Osorio (1628-1681).

Nato a Genova il 21 dicembre 1646 (i genitori vi si erano fermati in attesa che li raggiunsero Juan Alfonso e la moglie, reduci dal viaggio a Loreto e a Venezia, dopo che da Napoli si erano spostati a Roma per l’ambasciata straordinaria a papa Innocenzo X nell’aprile 1646), studiò a Madrid nel Colegio Imperial dei Gesuiti, vivendo però nell’ambiente colto e stimolante della casa-museo del padre nel giardino ai Recoleti, con la ricchissima pinacoteca (oltre 1300 quadri) di capolavori del Cinque e del Seicento italiani, fiamminghi e spagnoli, luogo anche di convegni letterari e di rappresentazioni teatrali e musicali. Lo stesso Juan Tomas, nel corso della sua vita, si diletterà a scrivere poesie. Alto e prestante secondo le fonti coeve, d’intelligenza acuta ed oratoria brillante, altezzoso e superbo, Juan Tomas ebbe una giovinezza comune a quella dei nobili spagnoli dell’epoca e divenne un attaccabrighe scavezzacollo, che a capo di una banda, insieme con il fratello Luis, fu protagonista di scontri con altri giovani nobili (un qualcosa di simile alle odierne bande giovanili), sempre pronto ad affermare con la violenza la propria superiorità, dando non poche preoccupazioni al padre, che cercò di fargli calmare i bollenti spiriti sposandolo a 17 anni, con una figlia del duca di Medinaceli, Anna Caterina de la Cerda (1663). Il matrimonio non lo calmò affatto, anzi: sempre con il fratello Luis ed altri assaltò il carcere in cui era rinchiuso per reati comuni un loro amico della stessa risma, rifugiandosi poi nel Colegio Imperial, da dove il padre li trasse fuori per consegnarli al carcere della Corte. Fu poi perdonato dal re, con la scusa dello scarso giudizio dovuto all’”ardore giovanile”…Arruolatosi nella Guardia armata a protezione della regina reggente Maria Ana d’Austria, il giovane conte di Melgar contribuì a respingere il primo tentativo di colpo di stato di don Juan José d’Austria (1669) e volendo arruolarsi nell’esercito delle Fiandre, ottenne invece di essere mandato a Milano (1671). Qui gli fu dato il comando del Tercio di Lombardia, rimasto vacante, con il titolo di Maestre de Campo. Dismesso l’abito dello scapestrato, dimostrò la sua attitudine alle armi, con una buona capacità di comando e abilità nel saper governare ed equipaggiare la truppa, ricavandone non poche lodi. Mentre era a Milano -secondo il suo biografo Cienfuegos, un gesuita che gli fu amico e confidente per decenni, poi divenuto ministro dell’imperatore Carlo VI, arcivescovo di Monreale e cardinale- si dedicò anche ad ampliare le sue conoscenze letterarie ed artistiche, per far dimenticare la sua fama di guerrafondaio e attaccabrighe…

Tornato a Madrid nel 1676, fu rimandato a Milano come Generale della Cavalleria dello Stato di Milano, una carica desiderata da molti. Inoltre fu designato ambasciatore straordinario a Roma per seguire il conclave apertosi per la morte del papa Clemente X. Memore però (presumibilmente) della rovina causata alla sua famiglia dall’ambasciata straordinaria dell’avo Juan Alfonso nel 1646 (costata la vendita forzosa della baronia di Caccamo), non si mosse prima di aver avuto assicurazione sul compenso: il Consiglio di Stato infatti gli assegnò 3.000 scudi al mese (due mila per stipendio e 1000 per spese varie). Arrivò a Roma il 3 settembre, in tempo per vedere il 4 ottobre il trionfo del candidato spagnolo, il cardinale Benedetto Odescalchi, eletto col nome di Innocenzo XI. Il 3 gennaio 1677 era di nuovo a Milano e da lì tornò a Madrid, dove nel frattempo si erano verificati eventi importanti. Infatti il 23 gennaio 1677, Juan José aveva concluso la sua marcia trionfale da Barcellona a Madrid, attuando il suo secondo e stavolta riuscito colpo di Stato, con la cacciata del primo ministro Valenzuela e il confino per la reggente Maria Ana d’Austria, nonché per i suoi sostenitori, tra i quali l’Almirante don Juan Gaspar…

Juan Tomas invece fu promosso (o forse tenuto lontano da Madrid), ricevendo l’ordine di sostituire provvisoriamente come Governatore di Milano il principe di Ligné, richiamato a Madrid. Alla morte del titolare, con Cedula Real del 16 novembre 1678, fu nominato Governatore titolare e Capitano Generale di Milano. In seguito, la condizione del conte di Melgar migliorò ulteriormente quando, dopo la morte improvvisa di don Juan José d’Austria (settembre 1679), la regina madre recuperò tutta la sua influenza e ai primi del 1680 il duca di Medinaceli, Juan Francisco de la Cerda, suo cognato, divenne primo ministro. Conclusasi la rivolta di Messina (1674-1678) sostenuta dalla Francia, Luigi XIV accentuò la pressione sull’Italia del Nord e il nuovo Governatore di Milano si trovò a dover trattare con un mosaico di amici, nemici o falsi amici della Spagna. Dovette affrontare infatti l’espansione dell’influenza francese, che riuscì a portare dalla sua parte il duca di Mantova, con la concessione alla Francia di Casale del Monferrato, cosa che tagliava la via dei rifornimenti e il passaggio delle truppe spagnole verso Milano. Juan Tomas aveva per tempo avvertito la Corte delle trame in corso, senza però essere creduto. Aveva comunque rimediato ottenendo dalla Repubblica di Genova la concessione del passaggio da Finale. E proprio quando Genova fu assalita e selvaggiamente bombardata dai Francesi nel maggio 1684, Juan Tomas corse rapidamente in suo aiuto con 600 uomini, contribuendo a liberarla dall’assedio. Il successo contro i Francesi gli diede grandi riconoscimenti a Madrid e in suo onore Genova coniò una medaglia (foto 1). La medaglia aveva 60 mm. di diametro e presentava nel dritto il busto del Governatore di Milano con la legenda intorno IO. THO. HENRIQ. CABRERA E TOL. CO. MELGAR PRO. HISP. REG. IN INSUB. IMP. Nel rovescio, la squadra francese che bombarda Genova e l’esercito spagnolo che viene in soccorso con l’iscrizione PROVIDENTIA ET FORTITUDINE IANUA SERVATA. Nella Biblioteca Nazionale di Madrid c’è anche un esemplare a stampa di un ritratto dell’allora conte di Melgar, del 1678, con il busto armato tra palme e alloro sopra un tendaggio. Nella parte inferiore due geni sostengono uno lo scudo araldico, l’altro una carta geografica e un cartiglio in cui si legge: «D. Gio. Tom. Enrichez di Cabrera Conte di Melgar» firmato Cesare Fiore, ornato di un leone che fa da cornice, con testi in latino, che cominciano con il titolo «Excell.mo Principi».

Dopo 15 anni di permanenza in Italia, Juan Tomas Enriquez de Cabrera, conte di Melgar, chiese di essere sollevato dal governo di Milano e nell’aprile 1686 lasciò al suo successore -il conte di Fuensalida- una relazione sulla sua attività come Governatore, che dimostra le sue ottime capacità politiche e militari. Nel 1685 il duca di Medinaceli (cognato di Melgar) si era dimesso da primo ministro ed al suo posto era subentrato il conte di Oropesa, un vecchio nemico, vittima delle sue scorribande giovanili. Oropesa comunque pensò bene di tenerlo lontano da Madrid e nonostante fosse libero il posto di viceré di Napoli per la morte del marchese del Carpio (altro cognato di Juan Tomas perché marito della sorella Teresa), fu nominato ambasciatore a Roma. Però don Juan non obbedì e ritornò a Madrid, e per punizione della disobbedienza fu confinato nel castello di Coca. Dopo qualche mese, per intervento probabilmente del padre (componente del Consiglio di Stato) e di amici, fu perdonato dal re, anche per il riconoscimento di quanto aveva fatto a Milano. La sua personalità era ormai tra le maggiori del Regno e cominciò ad essere ritenuto sempre più pericoloso persino da Luigi XIV, che diede istruzioni alla regina Maria Luisa, sua nipote, perché, tra le altre cose, suggerisse al re suo marito di allontanarlo mandandolo “a non far nulla come viceré di Napoli”…(il posto di viceré di Sicilia era invece stato dato al duca di Uzeda, cognato di Oropesa).

Ma oltre ai Francesi che lo spiavano, Juan Tomas aveva un altro nemico a Corte: il conte di Oropesa appunto che, mal sopportando la sua influenza sulla regina, lo nominò viceré di Catalogna, che ancora una volta si era ribellata. Una sollevazione contadina si era infatti verificata nell’aprile 1688 e il nuovo viceré, grazie alla sua abilità riuscì a far calmare gli animi e fece rientrare la rivolta. Subito dopo, accampando problemi di salute, chiese di essere sollevato dall’incarico, cosa che avvenne il 20 novembre, non senza forti critiche da parte dei suoi avversari. Fu allora che chiese l’Abito di Calatrava, che gli fu concesso previa accurata istruzione della pratica. Nel febbraio 1689 morì la regina Maria Luisa, cui l’Almirante era stato molto legato, un legame oggetto di feroci satire (in questo periodo grande fu l’influenza dei libelli, delle pasquinate e delle satire come strumento di lotta politica e per la creazione di una seppur limitata opinione pubblica). Ma la testimonianza della crescita della sua figura e dell’interesse o preoccupazione che suscitava presso la Corte di Francia è data dalle istruzione che Luigi XIV diede al suo nuovo ambasciatore Blandinière, suggerendogli di controllare Melgar «che era uno di quelli che avevano maggior credito a Corte».

Al contrario della prima moglie francese, sposata nel 1679 a suggello della pace di Nimega del 1678 tra Francia Spagna e Province Unite (che aveva visto restituite alla Spagna la Catalogna e Messina) e che quasi nessuna influenza aveva avuto sul marito, la seconda, tedesca, dominò Carlo II fin quasi alla sua morte. Nato nel 1661, Carlo II era diventato re a soli 4 anni alla morte del padre Filippo IV. Al suo posto aveva governato la madre Marianna d’Austria, nominata reggente, che si era servita della sua cerchia di favoriti. La seconda moglie di Carlo II, la bavarese Marianna di Neoburgo, cognata dell’imperatore d’Austria Leopoldo I, arrivata a Madrid nell’aprile del 1690, era una donna volitiva e di bell’aspetto ed esercitò un controllo assoluto sulla debole mente del marito. Anche lei, come la suocera, si circondò di un gruppo di persone fidate, tra cui il suo segretario Wiser, il suo confessore (un frate cappuccino altoatesino di nome fr. Gabriel Chiusa) e la baronessa di Barlepsch (nota nelle satire come Berlips), sua dama di compagnia. A questa cerchia subito si unì il conte di Melgar, dando adito alle malelingue che cominciarono a mettere in giro le voci che dopo la regina Maria Luisa, il conte di Melgar era entrato nelle grazie di Maria Ana. Probabilmente grazie all’influenza di Juan Tomas sulla regina, il primo ministro Oropesa fu costretto a dimettersi nel giugno 1691. Due giorni dopo, Juan Tomas fu nominato nel Consiglio di Stato, dove già sedeva suo padre don Juan Gaspar, costituendo un caso eccezionale, di un padre e un figlio presenti contemporaneamente.

Alla morte del padre Juan Gaspar, avvenuta il 25 settembre 1691, Juan Tomas divenne l’XI Almirante di Castiglia ed il VII Conte di Modica di casa Enriquez de Cabrera.

Ereditò «…la giurisdizione di 97 tra città e villaggi, senza contare dodici insediamenti deserti..» (Kamen), l’Almirantato (che ormai però rendeva molto poco), numerose case a Madrid (tra le quali quella fatta costruire da Vittoria Colonna sua bisavola e la grande casa-museo con un magnifico giardino, che conteneva gran parte della pinacoteca del padre con oltre 1300 dipinti, che furono inventariati), altre rendite e naturalmente la grande Contea di Modica e le baronie di Alcamo e Calatafimi, di cui grazie ai documenti dell’Archivio di Stato di Palermo possiamo ricostruire la procedura per la presa di possesso e l’investitura formale tramite il suo procuratore dr. don Gabriele Catalano (i cui discendenti poi si stabilirono a Vittoria). Le prese di possesso furono quelle di Alcamo (4 novembre), Calatafimi (il 7), del castello di Noto e della torre di Stampaci (il 27), di Modica (il 1° dicembre). In ogni luogo revocò i magistrati esistenti ed in genere li sostituì ad interim. Il 7 dicembre prese possesso della torre e del caricatoio di Pozzallo (con due atti separati), l’8 dicembre di Scicli e l’11 di Vittoria (con tre atti), il 15 dicembre della città di Ragusa (con quattro atti), il 18 dicembre di Monterosso e il 19 di Chiaramonte.

Nonostante tutti questi beni e rendite, sul patrimonio degli Enriquez-Cabrera gravava una antica ed ancora forte situazione debitoria che, alla morte del padre ammontava ad oltre 200.000 ducati, tanto è vero che della pinacoteca del padre fu fatto un accurato elenco, prodromico ad una futura vendita all’asta che però non ebbe mai luogo. Inoltre, sappiamo che tutti i beni feudali spagnoli erano in amministrazione controllata (le rendite servivano esclusivamente a pagare i creditori) e ci rimasero fino al 1699, mentre quelli siciliani, come come stabilito nell’accordo del 1610 ottenuto da Vittoria Colonna, erano beni liberi e servivano come “alimenti” per la famiglia, sebbene anche su questi non mancassero innumerevoli ipoteche per i prestiti ottenuti nel corso dei decenni.

Il successore del conte di Oropesa, il duca di Montalto, non volle sostenere da solo il peso del governo (ma altre fonti storiche dicono che fu la regina ad opporsi alla nomina di un primo ministro) e l’impero spagnolo fu retto prima da un quadrumvirato, poi ridotto a un triumvirato, in cui il duca di Montalto governò la Nuova Castiglia, il Contestabile di Castiglia la Vecchia Castiglia, e all’Almirante toccarono l’Andalusia, l’Estremadura, le Canarie, i possedimenti africani e il Mediterraneo. L’autorità dei tre Tenientes Generales del Rey (che si riunivano due volte a settimana) era superiore a quella dei Tribunali e dei Consigli e a quella dei viceré, cosa che naturalmente provocò forti contrasti e risentimenti. Nelle riunioni di quest’organismo, l’Almirante si fece notare subito per la sua conoscenze dei problemi e per le sue capacità oratorie, cosa che gli procurò lusinghieri apprezzamenti da parte degli ambasciatori veneziano e francese, che lo considerarono «il più abile, il più fine ed il più politico tra i componenti del Consiglio». A tutti in breve fu chiaro che due erano i protagonisti di quella stagione politica: il duca di Montalto per il favore del re e l’Almirante per quello accordatogli dalla regina. Però, in tutte le discussioni in Consiglio, pur tra mille prudenze, l’Almirante non cambiò mai idea sul ruolo della Francia, volto «a inquietar a Europa» (Gonzalez Mezquita). Più l’Almirante sembrava dominare la scena, più cresceva il numero dei suoi nemici e cominciarono a circolare ingiuriosi libelli contro di lui…

E quando il 9 e 11 gennaio 1693, una catastrofica sequenza sismica devastò la Sicilia sud-orientale, colpendo anche la Contea di Modica, con decine di migliaia di morti ed immani distruzioni, impegnato a tempo pieno nel governo della Spagna, Juan Tomas poco sembrò curarsi della ricostruzione nella Contea. La cosa è testimoniata dalle accorate riflessioni dei razionali Francesco Grimaldi e Rosso, don Pietro Vassallo e don Blasco Castellett che oltre a recuperare l’archivio comitale dalle macerie del Castello, impedirono al procuratore Federici di esportare grano da Pozzallo, sottolineando che era interesse del Conte evitare che i vassalli fuggissero altrove, rimanendo però sorpresi dal fatto che l’Almirante non si fosse reso conto dell’entità della rovina e ritenevano non fosse bene informato. In verità Juan Tomas era perfettamente al corrente della situazione, essendo in quel momento come si è detto uno dei tre Governatori della Spagna e componente del Consiglio di Stato che dal mese di marzo era perfettamente al corrente della catastrofe che aveva colpito il Regno di Sicilia. Purtroppo per la Contea, dai documenti sembra che si interessasse soltanto delle esportazioni di frumento, dal quale traeva parte della sua liquidità monetaria. Esportazioni che ripresero solo nel settembre 1693. Non abbiamo notizia ad oggi di chiare indicazioni per la ricostruzione delle città della Contea da parte dell’Almirante. Il quale stava giocando in Spagna la partita più importante della sua vita.

Contrariamente dunque a quanto riferito dal marchese di Villabianca e ripreso da Raffaele Solarino nella sua storia della Contea di Modica (1885-1905), il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera dal 1693 al 1699 fu uno degli uomini più potenti di Spagna.

Infatti, a causa prima della minore età del re Carlo II, poi della sua debolezza fisica, il potere fu all’inizio nelle mani della reggente, la madre Mariana d’Austria e dei suoi favoriti (il gesuita padre Nithard e il primo ministro Valenzuela); in seguito, quando Carlo II divenne maggiorenne a 14 anni nel 1675, il controllo su di lui fu conteso tra la madre e il fratellastro don Juan José d’Austria. Dopo la morte di questi, nel 1679, la regina madre riprese il sopravvento, consentendo comunque la nomina di due primi ministri (il duca di Medinaceli, cognato di Juan Tomas; poi il conte di Oropesa), entrambi più o meno sotto il suo controllo. Dopo la morte della prima moglie Maria Luisa d’Orléans (nipote di Luigi XIV), il secondo matrimonio del re con la bavarese Mariana di Neoburgo (1667-1740), mutò la scena politica. La giovane, bella e volitiva, arrivata a Madrid nell’aprile 1690, ebbe un assoluto controllo sul debolissimo marito (scacciando la suocera) e creò un suo formidabile sistema di potere con i suoi favoriti: il suo confessore (un cappuccino di nome Gabriele Chiusa, altoatesino); la sua dama di compagnia baronessa von Berlapsch (nelle satire detta Berlips o Perdiz) e il suo confessore padre Carpani; il suo segretario Henrich Wiser. A questa cerchia ben presto si aggiunsero il confessore del re frate Pedro Matilla e Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Almirante di Castiglia, uno dei membri più influenti del Consiglio di Stato.

«Con tal armonia -scriveva l’ambasciatore veneto Pietro Venier- questo partito dirige e predomina; e l’Almirante mostrando sempre di niente volere disponere tutto dispone, come se fosse primo ministro sebbene non dichiarato, tenendo li vicerè, li ambasciatori, e la maggior parte de’ ministri dipendenti…».

Tale situazione naturalmente provocò le reazione di altri nobili e soprattutto della maggioranza del Consiglio di Stato. Un attacco contro la regina e i suoi favoriti nel dicembre 1694 fallì proprio per l’intervento dell’Almirante sul re. Juan Tomas fu ricompensato dalla regina con la carica di Caballerizo Mayor, nomina che lo rese il personaggio più potente della Corte, in quanto responsabile del cerimoniale di Corte e della organizzazione delle apparizioni pubbliche del re.

Agli inizi del 1695, il conte di Modica era Tenente Generale di Andalusia e possedimenti africani; Consigliere di Stato; Caballerizo Mayor. Con questi tre incarichi, da quel momento e fino al maggio 1699, pur non ricoprendo formalmente la carica di primo ministro, usò il suo potere e la sua influenza sul re per decidere incarichi e destituzioni del personale di governo, di militari, civili e religiosi. Ma non c’era solo la situazione interna, caratterizzata dalla profonda crisi finanziaria dei vari regni che componevano la monarchia (con la ormai diffusa sensazione di irrefrenabile decadenza della Spagna), ma soprattutto l’aggressività della Francia di Luigi XIV, le cui mire espansionistiche in Fiandra, Italia e Catalogna erano anche un aspetto della questione che ormai era chiara a tutte le cancellerie europee: la successione al trono di Spagna, visto che il malaticcio re Carlo II non avrebbe avuto figli neanche dalla seconda moglie. La questione della successione spagnola ormai ossessionava non solo la Spagna ma anche la Francia, l’Austria e la pletora di principi tedeschi, l’Inghilterra e l’Olanda (queste ultime per interessi commerciali con le Indie). Protagonista assoluto nello scacchiere europeo fu Luigi XIV, che mise in atto una complessa strategia: agì prima con la guerra portata sul suolo spagnolo, attaccando Fiandre e Catalogna (Barcellona cadde nell’agosto 1697); fece poi una pace generosa, restituendo alla Spagna ciò che aveva perduto in guerra (con il trattato di Rijswick), ingraziandosi così gli Spagnoli. Poi operò lungo due direttrici: la spartizione in segreto tra i vari pretendenti dei possedimenti spagnoli (in nome però dell’”equilibrio” fra le potenze); la conquista (o meglio l’acquisto a suon di moneta) di tutti coloro che a Madrid fossero in grado di convincere il re a designare erede per testamento suo nipote. Naturalmente, tra i primi acquisti fu il cardinale Portocarrero, che nelle carte scritte a Luigi XIV agisce come un vero e proprio agente francese, sotto la guida dell’ambasciatore d’Harcourt. Questo disegno francese era ostacolato però dal “partito tedesco”, alla cui testa era appunto il conte di Modica Almirante di Castiglia, spiato e tenuto sotto controllo dalla diplomazia francese fin dal suo esordio politico-militare della liberazione di Genova nel 1684.

La Corte di Madrid tra il 1698 ed il 1700 si trasformò così in un covo di vipere e di spie (al servizio della Francia, dell’Impero, della Baviera etc.) e fu il luogo in cui si scontrarono mortalmente due camarille: il partito “francese” (guidato da Portocarrero, che controllava la maggioranza dei membri del Consiglio di Stato) e il partito “tedesco” capeggiato dall’Almirante, a sua volta appoggiato dalla regina (non molto decisa, in verità, a favore dell’arciduca), odiata però a tal punto da danneggiare la causa del pretendente tedesco inesorabilmente.

I pretendenti al trono di Spagna, per complesse vicende matrimoniali, erano da un lato lo stesso Luigi XIV, in quanto figlio di Anna d’Austria (la regina dei “Tre Moschettieri” di Dumas…) e marito di Maria Teresa d’Austria, figlia di Filippo IV; gli Asburgo d’Austria, nella persona dello stesso imperatore Leopoldo I e nella persona di un nipote bambino, Giuseppe Ferdinando (figlio del duca di Baviera e di una figlia defunta di Leopoldo I). Su questo bambino (per ingiunzione della madre morente e poi per opera del confessore Matilla, agente prezzolato del duca di Baviera) cadde la scelta di Carlo II già nel 1696. E quando a fine ottobre 1698 trapelò la notizia di un trattato di spartizione dell’impero spagnolo tra Francia, Austria e Baviera con il sostegno di Inghilterra e Olanda, il Consiglio di Stato, su impulso di Oropesa (richiamato a Corte dall’Almirante nel marzo precedente) votò per il candidato bavarese, in assenza però del cardinale Portocarrero e dello stesso Juan Tomas. Conseguentemente il re, l’11 novembre 1698 confermò per testamento come suo erede il principe Giuseppe Ferdinando (di appena sei anni) e suo padre Massimiliano duca di Baviera reggente.

Ma il destino volle altrimenti e quando il bambino morì poco dopo, nel febbraio 1699, si rinfocolò la guerra tra le varie camarille che a Corte si disputavano il controllo del re: da un lato di nuovo alzò la testa il partito “francese”, capeggiato dal cardinale Portocarrero (sostenuto dall’abilissimo ambasciatore d’Harcourt) e dall’altro il partito “tedesco”, indirizzato ormai verso l’arciduca Carlo (1683-1740), capeggiato dall’Almirante Enriquez de Cabrera. Il partito “tedesco” però era in minoranza nel Consiglio di Stato e profondamente odiato da uno strato consistente di opinione pubblica. Infatti una notevole massa di satire, libelli e pasquinate aveva colpito non solo i famelici favoriti della regina, ma anche l’Almirante e la stessa Mariana, accusati non solo di troppa intimità tra di loro, ma di avere “stregato” il re con la complicità di Oropesa: addirittura il re fu sottoposto a veri e propri esorcismi (sulle satire politiche dell’epoca scrisse un bel saggio nel 1973 il prof. Teofanes Egido, che ebbi in sorte di conoscere all’Università di Valladolid al tempo della ricerca delle spoglie di Vittoria Colonna). Si scatenò così una guerra senza esclusione di colpi, di attacchi e di scandali che diede i suoi frutti. Lo stesso secondo matrimonio di Juan Tomas (dopo la morte della prima moglie), con la nipote omonima, Anna Caterina della Cerda, figlia del cognato duca di Medinaceli, fu violentemente attaccato da Portocarrero per lo sfarzo con cui fu celebrato. Ma il peggio doveva ancora venire. A seguito di un forte aumento del prezzo del pane e dell’olio per i cattivi raccolti, il 28 aprile 1699 nella Plaza Mayor di Madrid si accese una rivolta popolare che in breve vide oltre 10.000 persone concentrarsi davanti al Palazzo Reale. Tale malcontento fu abilmente indirizzato da Portocarrero e da altri contro Oropesa (responsabile dei rifornimenti della capitale), accusato falsamente a mezzo di voci e scritti nei giorni precedenti di avere venduto grano al Portogallo, mentre la moglie avrebbe fatto incetta d’olio. La folla assaltò e devastò la sua casa. La cosiddetta “sommossa dei gatti” durò poche ore, ma il partito francese ne approfittò per ottenere dal re la cacciata di Oropesa il 9 maggio e subito dopo quella dell’avversario più pericoloso: l’Almirante don Juan Tomas, conte di Modica (ancora in lutto per la perdita a febbraio della sua seconda giovane sposa), che fu esiliato dal re prima ad Aranjuez poi in Andalusia. Con l’esilio dell’Almirante, il cardinale Portocarrero e gli altri nobili attuarono un vero e proprio colpo di stato e da quel momento ebbero il pieno controllo del sovrano ormai alla fine della sua infelice esistenza. Dopo la notizia del nuovo trattato di spartizione dell’impero spagnolo concluso a Londra nel marzo 1700 tra la Francia, l’Austria, l’Inghilterra e l’Olanda, i malanni di Carlo II si aggravarono e il re si convinse che per salvare l’integrità della Spagna occorreva scegliere come erede il nipote di Luigi XIV, il secondogenito del Delfino, Filippo duca d’Angiò. C’è però da dire che nonostante la pressione del partito francese e del cardinale Portocarrero al soldo di Luigi XIV, la scelta, resa nota dopo la morte del 39enne sovrano avvenuta il 1° novembre 1700, fu l’atto più degno che Carlo II potesse fare, perché salvava l’integrità della Spagna e dei suoi possedimenti, vanificava il trattato di successione mettendo in difficoltà Luigi XIV ed incontrava il favore dell’opinione pubblica spagnola, che odiava la regina tedesca ed i suoi corrotti favoriti e conseguentemente non voleva come re un arciduca austriaco. Nel suo testamento, il re revocò l’esilio per l’Almirante, che così tornò a Corte, più arrogante ed altezzoso che mai…

Il 13 settembre 1702, il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera lasciò Madrid, con un seguito di 300 persone e 150 carri pieni di vasellame prezioso, gioielli, arazzi e almeno 200 fra i quadri migliori della sua collezione (nel maggio 1701 ne aveva donati 140 al convento di Valdescopezo, dove erano sepolti dal 1477 numerosi esponenti della famiglia Enriquez). La destinazione era Parigi, dove l’Almirante avrebbe svolto il ruolo di ambasciatore presso Luigi XIV, nonno del nuovo re di Spagna Filippo V di Borbone. In verità i rapporti tra gran parte della nobiltà spagnola ed il nuovo re dopo i primi mesi si erano guastati. Seguendo le disposizioni di Luigi XIV (che almeno fino al 1709 controllò il governo spagnolo del nipote), i nobili furono allontanati dai posti di responsabilità e sostituiti con francesi. Ma il caso dell’Almirante fu emblematico e lo avrebbe consegnato alla storia. Infatti, pur avendo giurato fedeltà al nuovo sovrano, il conte di Modica -come capo riconosciuto del “partito austriaco” (la regina vedova era stata confinata a Toledo)- fu oggetto dei sospetti di Luigi XIV e della vendetta del cardinale Portocarrero che, subito dopo l’arrivo di Filippo V a Madrid nel febbraio 1701, lo privò delle cariche a Corte e degli incarichi di governo precedentemente ricoperti. Fra le prime disposizioni date a suo riguardo da Luigi XIV era quella di allontanarlo da Madrid, anche nominandolo ambasciatore a Parigi, un’idea che rimase silente per circa un anno prima di prendere forma nell’aprile 1702. Infatti, prima di partire per l’Italia Filippo V lo nominò ambasciatore straordinario a Parigi, ma Portocarrero lo declassò ad ambasciatore ordinario con la riduzione di un terzo del compenso e non ci fu verso di costringerlo a rispettare la disposizione del re. Umiliato, don Juan Tomas prese la decisione che maturava da tempo, anche perché la situazione internazionale era mutata. Nel maggio 1702 infatti Inghilterra, Olanda e Austria avevano dichiarato guerra alla Francia, dopo che Luigi XIV aveva tradito il trattato di ripartizione del marzo 1700, aveva occupato le Fiandre spagnole e auspicato che Francia e Spagna si unissero sotto un’unica corona. Inoltre Filippo V aveva concesso l’esclusiva della tratta degli schiavi neri ad una compagnia francesi: era così scoppiata la prima guerra del XVIII secolo, passata alla storia come Guerra di Successione spagnola (1702-1714). Pertanto si costituì un’alleanza a sostegno del pretendente austriaco al trono di Spagna, l’arciduca Carlo, cui il padre Leopoldo ed il fratello Giuseppe avevano trasferito i loro diritti (si disse allora che per convincere l’imperatore Leopoldo determinante era stato proprio Juan Tomas). Per poter realizzare il suo proposito di riacquistare la sua libertà d’azione, il conte di Modica finse di accettare la nomina di ambasciatore ordinario a Parigi e chiese l’autorizzazione ad accendere nuovi prestiti per far fronte alle spese: ancora una volta i beni liberi della Contea di Modica (come fossero un odierno bancomat) gli fecero da garanzia per avere pochi giorni prima di partire due prestiti, il primo di 26.800 scudi e il secondo di 12.000 scudi. Per il suo piano, chiese alla regina reggente Maria Luisa di Savoia anche una lettera di raccomandazione per Luigi XIV, lasciando a Madrid un corriere che gliela portasse appena scritta dalla regina e partì, dirigendosi a nord, con il suo corteo, di cui facevano parte anche il medico personale e tre padri gesuiti, fra cui il suo maestro Álvaro Cienfuegos, autore di una sua breve biografia premessa alla vita di San Francesco Borgia (1726, foto 1) e fedele seguace dell’arciduca poi imperatore Carlo VI. All’altezza di Medina de Rioseco però deviò dal cammino verso Parigi, con la scusa di incontrare il fratello Luis (sposato con una discendente della famiglia reale Inca) e il nipote don Pascual Enriquez, quindi si fermò a Tordesillas, anche per aspettare la lettera della regina. Quando gli arrivò, la sostituì con un’altra, e la lesse davanti a tutti dicendo che la regina gli aveva ordinato di passare in Portogallo come ambasciatore straordinario per trattare con il re dom Pedro un’alleanza o almeno la neutralità. Insomma, fuggì in Portogallo, dove chiese asilo e prese subito contatto con l’ambasciatore imperiale, mettendosi a disposizione della “augustissima Casa d’Austria”. La scelta di Juan Tomas impressionò tutti. Persino Luigi XIV, pur ordinandone l’estradizione e la punizione, fu colpito dall’agire di un uomo che per fedeltà ad una causa era disposto a perdere tutto. Infatti immediatamente fu ordinato di processarlo per tradimento, disobbedienza, falsificazione di lettere della regina e si ordinò il sequestro di tutti i suoi beni spagnoli e siciliani (cioè la Contea di Modica e le baronie di Alcamo e Calatafimi).La rottura non poteva essere più totale ed infatti, dopo un processo segreto (in cui testimoniò anche il nipote don Pascual, fuggito a sua volta dal Portogallo dopo aver seguito lo zio, ignaro dei suoi piani), nell’agosto 1703 l’Almirante fu condannato a morte, mentre tutti i suoi beni venivano man mano confiscati. Juan Tomas fu così colpito da una tremenda “damnatio memoriae”, che si materializzò con l’ordine di togliere i suoi ritratti dal Duomo di Milano e con la distruzione, secondo Villabianca, degli stemmi degli Enriquez Cabrera nella cappella del Castello a Modica, dove le sepolture erano adorne di «…iscrizioni, quali oggi si veggono cancellate per ordine del Governo sul principio del secolo presente decimo ottavo insieme con tutte le altre più antiche, e moderne di tutti i Conti di Modica a motivo del partito Austriaco, che abbracciò in detto tempo il Conte Gio. Tommaso Enriquez…». In un primo tempo lo si era solo condannato all’esilio, ma dopo che gli attribuì la responsabilità di aver convinto il re del Portogallo ad entrare nell’Alleanza contro Filippo V, gli si comminò la pena di morte. Dopo la condanna, l’Almirante pubblicò un Manifesto (foto 2) politico che fece molto scalpore anche all’estero (fu tradotto e stampato in inglese), in cui, riaffermando la sua lealtà e devozione agli Asburgo e al ramo austriaco, spiegava le ragioni della sua scelta, accusando il duca d’Angiò (mai chiamato “re”) di aver asservito la Spagna alla Francia, additando il cardinale Portocarrero e il suo circolo come coloro che avevano plagiato il morente Carlo II a favore del nipote di Luigi XIV. Accusava in particolare Portocarrero di aver falsificato il testamento dell’ultimo degli Asburgo spagnoli con l’aggiunta della clausola dell’obbligo delle nozze tra il nuovo re ed una arciduchessa austriaca, proposta peraltro respinta dall’imperatore Leopoldo (in seguito l’Almirante scrisse anche i testi dei proclami dell’arciduca d del re del Portogallo). Nella complicata vicenda della guerra, Juan Tomas giocò un ruolo assai importante, agendo come un vero e proprio inviato dell’imperatore, riuscendo a far passare il Portogallo dalla neutralità al fronte della Lega. Convinse anche Leopoldo a mandare suo figlio, incoronato re di Spagna a Vienna nel settembre 1703 col nome di Carlo III, a Lisbona per guidare l’attacco alla Spagna. Il giovane raggiunse Lisbona nel marzo 1704. Ad accoglierlo Juan Tomas, che fu nominato Generale della Cavalleria. Ma anche nel circolo del’arciduca a Lisbona non mancavano i contrasti e sulla strategia da seguire l’Almirante fu messo in minoranza (diceva che nel circolo di Carlo tre soli ragionavano: l’arciduca, il nano ed il cavallo…). Juan Tomas Enriquez de Cabrera, in un primo tempo spalleggiato dagli Inglesi (che avevano approfittato della situzione per impadronirsi di Gibilterra), proponeva di invadere la Castiglia dall’Andalusia. Prevalse invece la linea d’attacco alla Catalogna, che si pensava si sarebbe sollevata contro Filippo V. Ma Juan Tomas non era destinato a vedere la fine della Guerra di Successione. Infatti subito dopo quel consiglio di guerra in cui era stato messo in minoranza, il 29 giugno 1705 morì all’improvviso ad Estremoz, all’età di 59 anni, forse per un ictus. La sua morte fu salutata con piacere a Madrid e a Parigi, dove alcuni ministri di Luigi XIV avevano pensato anche di farlo uccidere a Lisbona…). Il re del Portogallo, don Pedro II, si occupò delle sue esequie e l’Almirante fu sepolto nella cappella maggiore del convento di San Francisco ad Estremoz (foto n. 3). Il testamento che si aprì a Lisbona il 10 luglio disponeva che i suoi beni fossero destinati alla costruire una casa-noviziato della Compagnia di Gesù a Madrid se Carlo fosse riuscito a diventare re di Spagna o a Lisbona, in caso contrario. l beni lasciati in Portogallo furono amministrati dai suoi esecutori testamentari, i padri gesuiti Casnedi e Cienfuegos. I beni spagnoli -sequestrati- saranno richiesti nel 1710 dal fratello Luis, marchese di Alcañizes, che pure lo aveva disconosciuto e criticato duramente per il suo “tradimento”, definendolo un “pazzo”. Dopo la sua morte avvenuta nel 1713, i suoi diritti su Medina de Rioseco passarono al figlio Pascual, che a sua volta dopo la pace di Vienna del 1725 tra Carlo VI e Filippo V poté entrare in possesso anche dei beni siciliani appartenuti allo zio, fra cui la Contea di Modica, di cui ebbe l’investitura nel gennaio 1729. Il tragico destino dell’Almirante lo rese famoso a lungo nel Settecento spagnolo ed addirittura nel 1827 la scrittrice francese Laure Junot Saint Martin, duchessa d’Abrantes, scrisse un romanzo tradotto in spagnolo nel 1838 con il titolo “El Almirante de Castilla”, in uno stile gradevole, che fa pensare a quello coevo di Alexandre Dumas (foto 4). Quindi altro che traditore! Ci troviamo davanti ad un uomo che per la fedeltà ad una causa perse tutto: i beni ed anche la vita: un esempio mirabile di lealtà. Uomo di potere, che aveva combattuto contro Luigi XIV e che dagli Asburgo di Spagna tutto aveva avuto, non accettò che la volontà di Carlo II fosse stata violentata dal cardinale Portocarrero a favore del nipote del re di Francia. Non tradì ma fece una scelta onorevole: l’unica possibile per un Grande di Spagna fedele al concetto di legittimità. Combatté per l’arciduca Carlo d’Austria, che però non ebbe per l’Almirante la considerazione che lui si aspettava. Anche in morte fu oggetto di satire feroci, destino riservato agli sconfitti. Ma che fine fecero gli oggetti preziosi e gli oltre 200 quadri che il conte di Modica si era portato appresso da Madrid fino a Lisbona?

Da Lisbona a Vienna. Ma che fine fecero i beni che il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera lasciò al momento della sua morte in Portogallo? Alcuni storici scrissero che lasciò tutti i suoi beni all’arciduca Carlo. La notizia è infondata. Nel suo testamento dell’11 aprile 1705 (modificato da una successiva aggiunta del 20 aprile), infatti l’Almirante destinò tutto il denaro liquido di cui disponeva a Lisbona (oltre 211 milioni di reis portoghesi, equivalenti a circa 5 milioni e 300.000 reales spagnoli: una somma assai cospicua!) alla Compagnia di Gesù, con l’obbligo di fondare un collegio per la formazione di missionari gesuiti destinati alle Indie orientali e alla Cina, sotto titolo di Nostra Signora della Concezione. Una casa-noviziato da costruire a Madrid nel caso l’arciduca Carlo fosse riuscito a diventare re di Spagna; a Lisbona, se non ci fosse riuscito. Niente lasciò al fratello Luis né al nipote Pascual (la cosa è comprensibile visto che entrambi lo avevano rinnegato e Pascual aveva testimoniato nel processo contro di lui!), ma volle destinare alla nipote donna Maria Enriquez (figlia del fratello Luis e che nel 1740 avrebbe ereditato dal fratello Pascual la Contea di Modica) un lascito di 5.000 ducati sull’encomienda di Pietrabuena (che però era stata sequestrata, con le case ed i palazzi di Madrid e tutto il resto). Oltre al denaro liquido lasciò però anche 10 arazzi, gioielli ed altre cose preziose, tra cui servizi di porcellana e d’argento. Juan Tomas era stato molto colpito dalla perdita di ben 280 chili di argento lavorato, depredato dai francesi che avevano catturato la nave su cui viaggiava con destinazione Olanda per farlo fondere. Infine i quadri, ben 200, come sappiamo. Agli oltre 200 milioni di reis vanno quindi aggiunte le somme ricavate dalla vendita di tutti questi oggetti preziosi.

Scrive la studiosa americana Angela Delaforce: «…Nell’estate del 1705, subito dopo la morte di Juan Tomas [avvenuta il 29 giugno], gli arazzi, alcune rare tappezzerie, dipinti, servizi, argenti, armadi e cassapanche, orologi, pezzi di ambra, gioielli e pietre preziose furono stimati e messi in vendita a Lisbona. Gli arazzi includevano paesaggi o boschi: 12 pannelli con le “Storie di Enea”, che si dicevano tessuti ad Anversa e col marchio di Bruxelles; otto pannelli con le “Storie di Mosè” tessuti in Francia, di cui si sapeva che erano stati acquistati a Roma da Juan Alfonso; e altri descritti come nature morte e fiori». Gli oggetti lavorati in oro e in argento, che comprendevano un preziosissimo servizio da tavola fatto in Olanda, furono tutti comprati dal re del Portogallo, Dom Pedro II, mentre «…un altissimo prezzo (circa 54.777.900 réis) fu pagato per le pietre preziose (smeraldi, diamanti ed altri gioielli con pietre), tutte acquistate dal futuro imperatore, l’arciduca Carlo». Juan Tomas aveva portato da Madrid anche argenti liturgici e preziosi reliquiari della sua cappella privata, che nel testamento destinò alla cappella del nuovo collegio gesuitico da costruirsi, con la disposizione di creare una custodia per il suo cuore, che doveva recare un’iscrizione ed essere collocata sull’altare, dentro la base del piedistallo di una grande statua della Vergine dell’Immacolata Concezione. Sul destino della collezione di quadri degli Enriquez (ricordo che venne annoverata tra le maggiori della Spagna del XVII secolo), le notizie avute in passato erano non del tutto complete: si scrisse che la collezione fu tra i beni sequestrati all’almirante nel 1703 e che sarebbe stata dispersa in Spagna (molti quadri però sono oggi al Prado). Ma oggi sappiamo che gran parte dei 200 quadri portati nell’esilio, da Lisbona andarono a finire a Vienna. La maggior parte di questi quadri (tra i più preziosi trasportabili), fu acquistata dall’arciduca Carlo, per il prezzo di 100.000 cruzados (pari a 40 milioni di reis), ritenuto dai contemporanei un prezzo irrisorio di fronte al valore complessivo di tanti capolavori. La somma fu prestata al futuro imperatore da un banchiere portoghese, cui l’arciduca diede come garanzia le gemme appartenute all’Almirante e acquistate poco prima. La fama del valore della collezione del conte di Modica stuzzicò diversi amanti dell’arte, fra cui anche l’inglese duca di Marlborough, John Churchill (antenato di Winston Churchill) e altri acquirenti olandesi ed italiani. Ma tutti arrivarono tardi o meglio, gli esecutori testamentari dell’Almirante (i padri gesuiti Cienfuegos e Casnedi) preferirono venderli a colui che sembrava stesse per diventare il nuovo re di Spagna, cioè l’arciduca Carlo e la transazione fu perfezionata il 26 febbraio 1706. Dei quadri il 1° febbraio 1705 era stato fatto un inventario, accluso al testamento, purtroppo andato perduto dopo il 1916. Tale documento fu però fra le mani di uno storico gesuita coevo, padre Antonio Franco, che ci riferisce che alcuni quadri erano stati donati dal duca di Medina de Rioseco al re Dom Pedro II e ad altri dignitari della corte portoghese. Tra i 200 quadri dell’Almirante, padre Franco scrive che c’erano 30 opere di Tiziano (due delle quali acquistate dallo stesso conte di Modica), 9 dipinti di Correggio (uno dei quali sarebbe una copia di “Giove e Io”), 3 di Raffaello, 1 del Perugino, 2 di Michelangelo, 3 di Brueghel, 26 di Van Dyck, 34 di Tintoretto, 1 di Dürer, 5 di Veronese e 3 di Luca Giordano. Per il resto, non ci sono numeri per gli altri artisti, e solo per deduzione possiamo calcolare che c’erano 33 quadri attribuiti a Guercino, Guido Reni, Jusepe de Ribera e Poussin; gli altri erano descritti solo come opere di “celebri” pittori, tra cui il genovese Luca Cambiaso, conosciuto come “Luqueto” in Spagna (che morì all’Escorial nel 1585), tra cui la “Maddalena penitente”.

Nel resoconto di padre Franco, Juan Tomas aveva portato a Lisbona anche 26 quadri dei Bassano (sui 90 registrati nel 1691): uno dei quali potrebbe quello quello denominato “I Cambiavalute”, ora attribuito a Leandro Bassano (fig. 3). I 22 dipinti di Rubens, secondo la lista di padre Franco, suggeriscono che Juan Tomas nel suo esilio portò con sé tutti i quadri che possedeva del maestro fiammingo (tra essi “Venere, Marte e Cupido”, forse quello ora alla Dulwich Picture Gallery di Londra). Tra i quadri di Rubens appartenenti alla collezione Castiglia (così infatti è denominata la collezione degli Enriquez dagli studiosi) ed identificati abbiamo un “Cristo Infante e San Giovanni Battista con due angeli (fig. 4). Gli altri sono “Andromeda legata alla roccia” (ora alla Gemäldegalerie, Berlino), “Un paesaggio autunnale con vista dell’Het Steen” e “Un trionfo romano” (entrambi oggi alla National Gallery di Londra), “Marte e Venere” (oggi al Palazzo Bianco, a Genova) e il quadro citato sopra “Venere, Marte e Cupido”. Inoltre, la collezione conteneva 10 ritratti, due di filosofi e una scena mitologica con Nettuno. Uno dei ritratti, allora descritto come un “Ritratto di Cardinale”, è il “San Gerolamo” di Vienna (fig. 5).

Tra i quadri certamente provenienti dalla collezione Castiglia ed oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna è la cosidetta “Allegoria della Vanità” (fig. 2) dell’artista madrileno Antonio de Pereda y Salgado (1611-1678), nota anche come “Desengaño de la vida”, che fu ereditato nel 1691 da Juan Tomas da suo padre. «Allora era appeso nella galleria dedicata ai quadri di eminenti Spagnoli, la Pieza de Españoles, e viene descritta in dettaglio ed ha una stima alta nell’inventario di quell’anno. In esilio, in disgrazia e contemplando il suo incerto destino, l’ultimo Almirante avrebbe trovato un pungente significato nella Allegoria della Vanità, un’eloquente immagine della effimera natura del potere terreno. Il magnifico angelo con le ali spiegate che sovraintende ai simboli della ricchezza della vita terrena e ai simboli della morte contiene un ritratto-cammeo dell’imperatore Carlo V, e per Juan Tomas la presenza dell’Asburgo avrebbe avuto un profondo significato personale» (Delaforce). Un altro dipinto potrebbe essere il “San Giovanni bambino e l’Agnello” (fig. 7), ora considerato un’opera di Murillo (1618-1682), mentre del maestro spagnolo Pedro de Orrente (1580-1645) sarebbe il “Cristo al lazzaretto di Bethesda” (fig. 8). A Vienna dal 1720 sono anche presenti altri dipinti, probabilmente acquistati a Napoli da Juan Alfonso tra il 1644 ed il 1646: due del pittore Agostino Beltrano (1607-1656), un discepolo e seguace di Massimo Stanzione (1585-1656): uno rappresenta “Alessandro il Grande”, a cavallo del suo Bucefalo (fig. 9), l’altro “Il trionfo di David”; il terzo, “Il martirio di Sant’Orsola” è del napoletano Scipione Compagno (attivo tra il 1636 ed il 1664).

Passò un decennio prima che i quadri dell’Almirante di Castiglia conte di Modica lasciassero il Portogallo per il loro viaggio verso Vienna. La ragione del ritardo non è nota, ma potrebbe essere stata connessa alla loro sicurezza in mare in tempo di guerra (la guerra di Successione durò fino al 1714). Infatti solo il 19 luglio 1715, quattro anni dopo che l’arciduca Carlo era salito al trono imperiale come Carlo VI, padre Cienfuegos partì da Lisbona -via Inghilterra- con i quadri per l’imperatore di Germania. La Delaforce infine si chiede «perché solo così pochi dipinti possano essere identificati fra i circa 200 quadri che, come si è detto, rimanevano della collezione dell’Almirante di Castiglia. Il problema è se e dove questi quadri furono custoditi in Inghilterra durante il loro viaggio, e quando e come essi finalmente arrivarono a Vienna, dove furono sistemati nella galleria della Hofburg fatta predisporre appositamente. Di tutti i quadri fu fatto un catalogo dipinto, opera di Ferdinand Storffer, di cui il pittore napoletano Francesco Solimena (1657-1747) immortalò nel 1733 la presentazione a Carlo VI.

Pur ignorando quasi tutto del viaggio dei quadri (giunti a Vienna probabilmente nel 1718), una cosa è certa: la partenza da Lisbona li ha salvati per la posterità. Se fossero stati trattenuti dalla Corona portoghese, sarebbero stati distrutti nel tremendo terremoto, tsunami e incendio che 40 anni più tardi, il 1° novembre 1755, distrusse il Palazzo della Riviera e ciò che c’era dentro, insieme con tutta la città di Lisbona (foto 10). Se politicamente amara fu la sorte di Juan Tomas Enriquez de Cabrera, lo splendore dei resti della collezione di quadri della famiglia Enriquez ancora oggi illumina i musei europei ed in particolare il Prado di Madrid e il Kunsthistorisches Museum di Vienna (foto 11). E tanto basta per dare torto al marchese di Villabianca e a Raffaele Solarino…

14.La bolla di componenda. Da Andrea Camilleri a Rosario Cancellieri al barone Giovan Battista Ricca

Nel 2012 mi capitò di leggere uno scritto di Camilleri, la “Bolla di componenda”, un titolo misterioso e accattivante. Partito dalle vicende di un delinquentucolo inglese dei primi del XVIII secolo, che dopo aver organizzato furti faceva contattare la vittima ed in cambio di un riscatto in percentuale restituiva il maltolto, Camilleri plana sulla realtà italiana. Allarga infatti tale concetto al pagamento del “pizzo”, alle trattative tra Stato e singoli criminali per sconfiggere parte della stessa criminalità mafiosa (“una componenda”, cioè un “compromesso” o “transazione” sarebbe stato l’assassinio del bandito Giuliano ed altri patti oscuri tra Stato e mafia: chissà forse anche l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte: ma questo lo dico io). Quindi parla di antiche bolle papali, come quella detta di Terrasanta con cui si acquistavano benemerenze in cielo dando un obolo alla Chiesa per mantenere i Francescani custodi dei Luoghi Santi, ed infine di una misteriosa “bolla di composizione”. Con quest’ultima, nella Sicilia della seconda metà dell’Ottocento si acquistava il diritto, in base ad un tariffario, non solo di mangiare carne e latticini il venerdì, ma anche di cancellare i peccati conseguenti a furti. La tariffa imposta andava a favore della Chiesa, che ogni anno metteva in vendita nelle chiese il Venerdì Santo la “Bolla di Composizione” (il regolamento vero e proprio con tariffe annesse in base all’entità del valore rubato), a condizione che il peccatore si fosse pentito ma non potesse restituire il maltolto perché ignorava chi fosse il derubato. In tal caso, poteva tenere il maltolto dandone una parte alla Chiesa (circa il 3 per cento): l’oggetto della trattativa era definito appunto “componenda”. Per valori elevati era però previsto che fosse direttamente il Vescovo a trattare il “quantum”… Ma non erano solo i proventi di furti e rapine che si potevano “condonare”: tranne l’omicidio, si potevano cancellare a pagamento peccati come: rapina, estorsione, concussione, corruzione, stupro, prostituzione femminile e maschile etc. etc.. Dice Camilleri che della faccenda parlò a Leonardo Sciascia, che gli avrebbe confessato di non saperne nulla ma che di una cosa del genere, se fosse esistita, non si sarebbe mai trovata traccia. Pertanto Camilleri si mette alla ricerca delle prove, trovandone tracce nella relazione della “Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia”, che operò nell’Isola tra la fine del 1875 e gli inizi del 1876. In particolare nella deposizione del generale Casanova. Il 12 novembre 1875, interrogato, il comandante delle truppe regie di stanza nell’isola (41 battaglioni, mentre per popolazione in Sicilia avrebbero dovuto essercene solo 28!) non solo parlò della criminalità mafiosa dell’epoca (diretta da personalità di alto livello) seppure in maniera sfumata, ma accennò -sempre con toni vaghi- all’esistenza di questa “bolla di composizione” che, con la cancellazione onerosa di ogni peccato non aiutava la giustizia a combattere la criminalità né sollevava la Sicilia dal suo stato di depressione. Gliene fu chiesta copia e lui la fece avere alla Commissione solo dietro ulteriore richiesta, il 25 novembre. Ma -scrive Camilleri- i segretari ne avrebbero trascritto parti e poi l’avrebbero restituita al generale. Pertanto, dice Camilleri, nelle carte della Commissione, pubblicate nel 1969, non se ne trova traccia, così come gli aveva “profetizzato” Sciascia. Camilleri però riferisce che della bolla avrebbe parlato anche un certo professor Giuseppe Stocchi nella seconda di ben 14 lettere pubblicate tra l’agosto e il settembre 1874 nel giornale “La Gazzetta d’Italia”. Inserendosi nel dibattito dell’epoca sulle condizioni morali dell’Isola, il prof. Stocchi, di Alcamo, accenna alla “bolla di composizione” (Camilleri, op. cit., pagg. 84-86), riportando alcuni articoli della bolla in questione: il 4°, che parlava di corruzione e concussione di magistrati ed il 16°, relativo a “mantenute” e “mantenuti”. Camilleri poi conclude la sua opera usando la sua formidabile fantasia di scrittore…

Ma come passiamo da Camilleri a Cancellieri? E che c’entra Cancellieri con la Bolla di Composizione? E il barone Ricca?

Nella sua deposizione alla Commissione d’Inchiesta a Palermo il 12 novembre 1875, il generale Casanova aveva detto che era difficile trovare copia di una Bolla di Composizione, dopo il sequestro ordinato dal Procuratore del Re di Palermo, Diego Tajani. Dal contenuto e dal tono delle risposte del generale, sembrerebbe che la Bolla fosse messa in vendita clandestinamente dai preti. A domanda infatti, Casanova dice e non dice, afferma che la bolla non ha firma, che è difficile prendere il prete che la vende, né risponde al deputato-commissario Gravina che afferma invece: «E’ sempre stato così, anche il Governo l’ammetteva»…

Il Procuratore di Palermo Diego Tajani (1827-1921), citato dal generale Casanova era stato al centro di polemiche avendo messo sotto accusa nei primi anni ‘70 il questore Albanese, stretto collaboratore del prefetto Medici (1868-1873). Dimessosi dalla magistratura, nel 1874 Tajani era stato eletto deputato al Parlamento nelle file della Sinistra, mentre Albanese era stato assolto dall’accusa di collusione con la mafia per insufficienza di prove.

Ma l’ex magistrato era stato anche tra i protagonisti della discussione che nel giugno 1875 aveva accompagnato la legge istitutiva (voluta dal Governo Minghetti) della Commissione d’inchiesta in Sicilia, ipocritamente celata dietro la dizione generica di “provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza”. Nel suo intervento dell’11 giugno 1875, l’on.Diego Tajani aveva lucidamente denunciato le complicità governative nella gestione dell’ordine pubblico soprattutto nelle province di Palermo, Girgenti e Trapani, dove era stato ripreso il modus operandi usato dalla polizia borbonica negli anni ’50 (al tempo di Salvatore Maniscalco, n.d.a.), quando si usava reclutare tra le guardie borboniche i “maffiosi” stessi per tenere sotto controllo la criminalità, con le immaginabili conseguenze. Tajani denunciò che dopo il 1866 si era fatta la stessa cosa. E per dimostrare che “il pizzo” (uso questo termine per chiarezza: Tajani parla di “ricatto”) era imposto a tutti i livelli, dalla città alla campagna, accennò anche alle gravi responsabilità della Chiesa, che consentiva a ladri e briganti, stupratori e corrotti di comprarsi il perdono a suon di denaro, concludendo che «il malfattore transige col prete a sinistra e con la vittima a destra». Conseguentemente, appena arrivato a Palermo nel novembre 1868 e venutone a conoscenza, aveva negato l’exequatur alla diffusione della “bolla di composizione”.

L’intervento di Tajani, che chiamava in causa un prefetto (Medici), un sindaco di Palermo (Peranni) amico personale del presidente del Consiglio Minghetti e un ex presidente del Consiglio (Lanza), come responsabili di questa politica di “accomodamento” con la criminalità “maffiosa”, causò l’interruzione della seduta alla Camera per tumulti e poi un durissimo attacco della Chiesa, che con l’Osservatore Romano e la rivista dei Gesuiti “La Civiltà Cattolica” del 26 giugno 1875, accusò Tajani di essere un bugiardo e di avere mentito per puro odio contro la Chiesa, sfidandolo a produrre una copia della “Bolla di Composizione” in cui si prevedesse questo “acquisto di indulgenze” per ogni genere di reato. Ma lo stesso Osservatore Romano precisava però che ciò cui alludeva Tajani, altro non era che la “Bolla della Crociata”, «conosciuta nel mondo intero da oltre tre secoli…e che, stampata a migliaia e migliaia di copie, va nelle mani di tutti nei luoghi ove essa vige, che sono tutti quelli soggetti un tempo alla dominazione dei Re di Spagna. Ora, quella Bolla, che tratta delle componende, dice precisamente l’opposto di ciò che il sig. Tajani per odio alla Chiesa ed alla verità ha asserito…». L’articolo quindi precisava che la Bolla non comprendeva l’indulgenza per qualsiasi tipo di reato, ma solo concedeva all’amministratore Commissario generale «…la facoltà di venire ad una composizione intorno alle cose mal procacciate o illegittimamente possedute od usurpate, solo quando non se ne conosca il padrone». Si negava quindi recisamente qualsiasi responsabilità della Chiesa nella genesi delle cause della diffusa immoralità e criminalità esistenti nell’isola di Sicilia. La cosa strana però è che né Tajani né l’Osservatore Romano ebbero cura di pubblicare per chiarezza il testo integrale di una qualsiasi “Bolla della Crociata”, volgarmente detta “Bolla di Composizione”. Eppure, dell’argomento aveva parlato sin dal 1868 un deputato di nome Rosario Cancellieri, nel suo intervento alla Camera del 28 maggio di quell’anno…

Ciò di cui tutti parlavano e che non si riusciva a trovare nella sua versione integrale era invece da anni agli atti della Camera, già allora ben stenografati e stampati. Infatti la trascrizione completa di una Bolla della Crociata o Bolla di Composizione era inclusa nel verbale della seduta del 28 maggio 1868, quando la Camera aveva discusso una “Interpellanza del deputato Cancellieri sull’esecuzione delle leggi che sopprimono le corporazioni religiose”. Infatti l’onorevole Rosario Cancellieri (1825-1896), sin dal febbraio di quell’anno, aveva chiesto per quali motivi le leggi del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867 sull’esproprio dei beni ecclesiastici e sulla soppressione delle corporazioni religiose non fossero rispettate in Lombardia. Non avendo avuto risposte plausibili dal ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Gennaro De Filippo, aveva presentato la sua interpellanza, messa in discussione quel giorno. Cancellieri esordì dicendo che la sua interpellanza aveva due scopi: l’uno di chiedere al governo Menabrea, da lui definito “reazionario”, quale fosse la sua politica nei confronti della Chiesa (verso la quale si avvistavano segni di accomodamento) e l’altro di sollecitare ad eseguire senza tentennamenti l’acquisizione dei beni ecclesiastici e lo scioglimento degli ordini religiosi. Cancellieri voleva che il Governo fornisse «spiegazioni tali che possano confortare me e quanti altri in questa Camera propugnano meco i principii di libertà e di anticlericalismo che informano le leggi del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867, di cui reclamo l’esecuzione». La Camera le aveva votate a stragrande maggioranza e non si capiva ora per quale motivo il Governo esitasse e l’oratore si lanciò poi in una vera e propria filippica: «Chi vede in quelle leggi un disegno finanziario, ne calunnia il concetto. Quelle leggi furono essenzialmente ispirate al principio nazionale di combattere il potere temporale…Sciogliendo i sodalizi religiosi che erano l’armata del papa-re, e destinando la temporalità della Chiesa in modo che non potesse disporne la Curia romana, si usarono i mezzi morali più efficaci per abbattere il dominio temporale dei papi…La grande maggioranza [della Camera] comprese che, non per vedute finanziarie, ma per più alti principii di politica bisognava sciogliere i sodalizi religiosi, e disammortizzare i beni della Chiesa; e senz’altro votò quelle leggi di cui oggi reclamo l’osservanza. Sono desse le vere macchine da guerra contro la Curia romana…Come dissi in principio, nel muovere questa interpellanza intendo eccitare il Ministero a spiegare apertamente le sue intenzioni riguardo all’indirizzo politico».

Non si capirebbe il violento attacco di Cancellieri alla Chiesa se si ignorasse il momento preciso in cui tali preoccupazioni risuonavano a Palazzo Vecchio, sede della Camera a Firenze. “Roma capitale” era la grande questione che assillava la classe dirigente in quegli anni. Il Governo era stretto tra Napoleone III che difendeva Roma e l’opinione pubblica che invece seguiva con attenzione e simpatia Garibaldi, che aveva tentato nell’ottobre 1867 un colpo di mano, fermato però tragicamente a Mentana dai fucili francesi “chassepots”. Dopo il massacro di Mentana (in cui avevano perso la vita i fratelli Cairoli ed altri erano stati catturati, come i patrioti romani Monti e Tognetti, in seguito decapitati a Roma), Garibaldi era stato arrestato. E Menabrea trattava con la Chiesa e la Francia. Cancellieri insisteva pertanto per capire dove si volesse andare e soprattutto per quale motivo i beni della Chiesa, già espropriati per legge ed arma definitiva per abbattere il potere temporale, si esitasse a toglierli a frati e monache.

Nella seconda parte dell’interpellanza passava quindi a dimostrare come non si fosse data piena esecuzione alle leggi sulla soppressione dei corpi monastici e sull’asse ecclesiastico, a cominciare dai beni in Lombardia (come se non fosse in Italia) ed elencando tutti i casi a sua conoscenza in cui nulla era cambiato: oltre alla Lombardia, a Bologna, Firenze, Moncalieri, Mondovì, Montecassino, Napoli, Siracusa ed in numerose altre località. Inoltre si continuava la pratica della questua, proibita dalla legge, nonostante si fossero concesse pensioni adeguate agli ex religiosi, cosa che presso il popolino provocava avversione contro il Governo, accusato di aver cacciato i frati dai loro chiostri e li aveva costretti alla miseria: cosa non vera, secondo Cancellieri. Ma lo scandalo più grande era che il Governo, in Sicilia, consentiva ancora lucrose pratiche che continuavano a finanziare la Chiesa e i luoghi pii, nonostante le leggi eversive dell’asse ecclesiastico. Infatti, con il beneplacito del Governo, con decreto del 9 febbraio 1868, era stata messa in vendita in tutte le chiese siciliane una bolla emanata dal papa Pio IX e firmata dall’arcivescovo di Palermo che anche per quell’anno regolava la predicazione e la vendita della Bolla della Crociata, con tutte le istruzioni per i religiosi venditori, che dovevano «insinuare con zelo, pietà e fervore il desiderio della santa bolla e sue indulgenze, e nei giorni di festa devono situarsi con un tavolino nella madrice chiesa, parrocchie o altre chiese più frequentate vicino la porta maggiore, invitando i fedeli a prendersi la bolla suddetta» ed ai quali rimaneva un tasca una percentuale. In particolare, la “composizione” riguardava, come già sappiamo, i proventi da furto e la condizione essenziale era che il ladro, volendo restituire, non sapesse chi fosse il derubato. In tal caso, pagando alla Chiesa tarì 2.12.3 su un valore rubato di 77.4 (pari al 5%) ci si poteva tenere lecitamente il resto. Nel caso di somme superiori, occorrevano tante bolle fino alla concorrenza del valore del maltolto…

La Camera accolse con ilarità tali affermazioni, ilarità che si tramutò in incredulità quando Cancellieri elencò la casistica suscettibile di “perdono”:

1)per guadagni illeciti ed usura; 2)per rendite ecclesiastiche illecitamente percepite; 3)per legati usurpati; 4)per magistrati corrotti; 5)per avvocati corrotti; 6) per falsa testimonianza; 7)per falsificazione di documenti; 8)per magistrati concussi; 9)per impiegati amministrativi corrotti; 10) per poliziotti corrotti; 11) per bari; 12) per false dichiarazioni attestanti povertà; 13)per rinvenimento di oggetti smarriti; 14)per ricettazione; 15) per possesso di bestiame rubato; 16) per vendita di vino annacquato e furto sul peso; 17)per qualunque altra transazione illecita.

Tutte le somme andavano versate in un’apposita cassettina detta “dei mali ablati”. Il punto 18° riservava infine all’arcivescovo di Palermo la composizione di grosse somme…

Come dimostrò Cancellieri, tutto avveniva alla luce del sole, con tanto di bolli e timbri del Governo. Lo stesso Governo che scandalosamente consentiva la vendita della Bolla detta dei Luoghi Santi o di Terra Santa, reintrodotta nel 1852 e destinata a finanziare il mantenimento di 300 francescani nella custodia dei Luoghi Santi di Gerusalemme. La sua vendita era stata autorizzata dal Consiglio di Stato nonostante numerosi prefetti avessero dichiarato che i proventi si sospettava andassero a finanziare il brigantaggio. Fin dal 1866 Cancellieri aveva personalmente denunciato questo stato di cose a parecchi ministri, che gli avevano dichiarato di non saperne nulla. Pertanto l’oratore si chiedeva come potesse «il Parlamento italiano dimenticare un momento la questione religiosa nelle sue attinenze colla politica, fino a che abbiamo a Roma un nemico il quale non rifugge da qualunque mezzo morale o materiale per assalirci, un nemico che congiura ogni giorno con tutti i suoi adepti contro di noi? Finchè abbiamo implacabilmente ostile il Papa che ci assale con tutte le sue armi, e lecite ed illecite, noi siamo nel dovere di stare sempre in sulla breccia…E’ lotta di principio quella che ci divide dalla Roma dei Papi. Noi lottiamo per l’unità nazionale e per la libertà; la Chiesa lotta per le ristaurazioni degli spodestati e pel Sillabo. Comprendo le tendenze di coloro che volessero assonnarci per farci rinunziare alla meta sospirata del nazionale trionfo; ma per l’opposta ragione il Parlamento non deve un momento chiudere gli occhi, e vigile custode dei diritti della Nazione, di fronte alle multiformi insidie clericali, deve continuare affermarli, perchè sia assicurato il Paese del costante rispetto a quei principii liberali che hanno dettato le nostre precedenti deliberazioni. Conchiudo instando perchè sia data completa esecuzione alle famose leggi che, sopprimendo i corpi monastici, e disammortizzando il patrimonio ecclesiastico, devono considerarsi come i mezzi più efficaci per disarmare il nostro nemico».

Un Cancellieri sconosciuto, ardente patriota per il compimento dell’unità nazionale con Roma capitale e per questo fortemente anticlericale. Questo intervento è inedito e non compare nell’edizione dei più importanti discorsi parlamentari di Cancellieri, pubblicata da mons. Federico La China nel marzo 1896. Come abbiamo visto, con buona pace del generale Avogadro di Casanova (e quindi dello stesso Camilleri), la Bolla di Componenda veniva venduta alla luce del sole, con tanto di autorizzazione del Governo. Un meccanismo che nel novembre successivo, un coraggioso magistrato di nome Tajani interruppe…

La risposta del Governo a Cancellieri fu evasiva e addirittura il ministro giustificò risibilmente l’autorizzazione della vendita della Bolla di Terra Santa come mezzo per mantenere la “presenza italiana in Medio Oriente”, cosa che suscitò la prevedibile ed ironica risposta di Cancellieri. Bloccata la vendita della Bolla della Crociata, dopo la caduta del Governo Menabrea, la liquidazione dell’asse ecclesiastico e la chiusura di conventi e monasteri fu portata a termine.

L’interpellanza sulla scandalosa Bolla di Composizione è solo un esempio della smisurata competenza e delle capacità di Rosario Cancellieri, deputato alla Camera nei periodi 1865-1874 e 1876-1882, sindaco di Vittoria dal 1879 al 1882, poi Senatore del Regno dal 1891 al 1895. Un vittoriese che fu tra i costruttori della nuova Italia unita e come sindaco il creatore della Vittoria moderna. Una personalità gigantesca, di cui l’11 gennaio ricorre il 123° anniversario della morte, e al quale la Società Operaia di Mutuo Soccorso a lui intitolata, con una iniziativa benemerita, sta dedicando una ricerca che ne illustri l’azione e ne sottolinei il lascito amministrativo, politico e morale per la città di Vittoria, in un momento di grave crisi della politica e della vita amministrativa cittadine.

Per concludere, un cenno al barone Giovan Battista Ricca (1666-1725), padre dell’arciprete don Errico Ricca (1700-1784) altro gigante della storia vittoriese. Nel suo testamento del 1721, Giovan Battista Ricca disponeva alcuni legati:

a)«alla Cassa di mali ablati della Magnifica Panormitana Chiesa di questa Città di Palermo onze dieci in denari da pagarsi seguita la mia morte per tanti mal’ablati incorsi, acquistati, che cossì voglio»;

b)«alli Lochi Santi di Gerusalemme onze quattro in denari da pagarsi seguita la mia morte per sussideo di detti Lochi Santi, e per Dio e l’anima mia».

Inoltre, gli eredi avrebbero dovuto acquistare dopo la sua morte «cento bolle di composizione per Dio e l’anima mia perché cossì voglio».

Insomma, dai lasciti del barone Ricca possiamo dedurre due cose: che l’uso delle bolle era antico e radicato nella società siciliana e che il barone Ricca ne aveva parecchie sulla coscienza…

15.Vittoriesi d’altri tempi: Rosario Cancellieri.

Il 5 novembre 1825, nella casa di via Teatro (oggi Cavour), nacque Rosario Cancellieri, dal dottor Giuseppe aromatario (farmacista) e da donna Salvatrice Terlato. La famiglia Cancellieri, come tante altre venute a Vittoria nel corso del Seicento, a poco a poco aveva migliorato le sue condizioni, grazie alla terra, che a Vittoria fu sempre la base della ricchezza, consentendo l’ascesa sociale fino alla borghesia delle professioni e alla piccola nobiltà. Dopo l’istruzione elementare, Rosario frequentò la scuola privata del lettore Salvatore Lucchesi, completando i suoi studi a Noto, per poi frequentare l’Università di Catania, dove si laureò in Legge nel 1844 (anno in cui fu stampata una sua traduzione del dialogo ciceroniano “Laelius de amicitia”, che a mio avviso fu la sua tesi di laurea). A Catania insegnavano numerosi professori di idee liberali e antiborboniche, idee che sarebbero state in seguito confermate nel giovane e rafforzate dai contatti professionali con Matteo Raeli, di Noto (che poi sarà uno dei protagonisti dei mesi immediatamente successivi allo sbarco di Garibaldi in Sicilia e futuro deputato e ministro). Avvocato del Comune in alcuni processi contro le pretese del Conte di Modica sui locali dell’ex Castello (ceduti per debiti al Comune ed adibiti a carcere sin dal 1816), dimostrò una spiccata sensibilità sociale con uno studio pubblicato nel 1853 sul barbaro sistema dell’abbandono dei neonati “alla ruota”, causa di inaudite sofferenze per tanti piccoli infelici e di ignobili speculazioni.

Formatasi una famiglia, pur coltivando la sua professione di avvocato divenne in quegli anni anche un capace imprenditore agricolo, producendo vino e limoni in contrada Bastonaca, nei pressi di Pedalino, in anni in cui maturavano grandi cambiamenti. Dopo la sconfitta della rivoluzione separatista del 1848-1849, la Sicilia negli anni ’50 fu sottoposta ad un feroce regime di polizia guidato dal messinese Salvatore Maniscalco e le idee liberali e antiborboniche di Cancellieri lo misero nel mirino delle autorità. Grazie ad una soffiata, ai primi di dicembre 1856 contro di lui ed altri patrioti vittoriesi fu spiccato mandato di cattura. Avvertito in tempo (probabilmente da Orazio Busacca), Cancellieri riuscì a rendersi latitante e poi fu condannato al domicilio coatto a Noto. Ne fu liberato a fine marzo 1857 per essersi dimostrate infondate le accuse mossegli dal giudice Moscato (della segnalazione fu poi sospettato il borbonico Filippo Pancari). Dopo lo sbarco di Garibaldi, Vittoria innalzò il tricolore il 21 maggio 1860 (altri dicono il 18) e il giovane Cancellieri da allora in poi dimostrò le sue non comuni qualità politiche. Presidente del comitato per il Plebiscito, fu consigliere comunale e provinciale dal 1860-1861, poi deputato nel 1865, rieletto nel 1867, nel 1870, nel 1876 e nel 1880.

Furono quelli gli anni della costruzione della nuova Italia unita e l’on. Rosario Cancellieri, deputato della Sinistra Storica, dimostrò alla Camera in numerosissimi interventi la sua competenza soprattutto nelle materie finanziarie, scontrandosi con i ministri delle Finanze della Destra e soprattutto con Quintino Sella (che stimava e dal quale veniva stimato), costringendolo nel giugno 1870 a porre la questione di fiducia per evitare una sicura sconfitta su un provvedimento che aumentava una tassa. Oltre alla sua preziosissima e competente attività parlamentare (a volte sostenuta da Francesco Crispi), a Cancellieri va riconosciuto il merito di aver programmato e fatto realizzare l’intera rete stradale dell’antica Provincia di Siracusa (dal 1862 in poi): si tratta di una rete di oltre 300 km di strade su cui ancora oggi si transita nelle due attuali province (e per le quali ognuno dei 32 Comuni dovrebbe fargli una statua, visti i tempi che corrono oggi in materia di viabilità). Ma la sua creatura più difficile da far nascere -e tutta dovuta a lui- fu la linea ferroviaria Siracusa-Licata, per la quale si batté ininterrottamente dal 1862 al 1893, quando fu messa in esercizio in tutti i suoi 218 km. E poi, Vittoria. A Cancellieri dobbiamo la creazione della Vittoria moderna, con l’adozione del Prg (che creò la “città quadrata”), la realizzazione di numerose opere pubbliche e infrastrutture che misero Vittoria e Scoglitti sottosopra nel triennio in cui fu sindaco (1879-1882), risanando interi quartieri, ricostruendo, ristrutturando, illuminando, regolando, intuendo per primo che la moderna igiene e la civiltà aveva bisogno di una adeguata dotazione idrica: fece dunque acquistare la sorgente di Scianna Caporale, la cui acqua arrivò in città il 30 giugno 1898, due anni dopo la sua morte (avvenuta l’11 gennaio 1896), ma che senza la sua intuizione mai si sarebbe ottenuta. Nella sua attività politica ed amministrativa Cancellieri ebbe ferventi sostenitori ed altrettanto feroci e determinati avversari né tutta la sua azione amministrativa gli portò consenso: fu anzi considerato un tiranno, un megalomane che aveva imitato Napoleone III che con il barone Haussmann aveva rifatto Parigi (Cancellieri si era servito del suo collaboratore ing. Eugenio Andruzzi, di Venezia). Il suo rigore nell’applicare leggi e regolamenti non gli portò simpatie, mentre i proprietari dei terreni vincolati e numerosi commercianti -ostili alla liberalizzazione dei prezzi e al libero commercio- lo ebbero come acerrimo nemico e nelle elezioni del 1882 (con suffragio elettorale allargato) gli si rivoltarono contro, votando per i candidati della Destra. Cancellieri ebbe formidabili avversari politici in città e fuori. A Vittoria lo contrastò il ramo della famiglia Jacono capeggiata dall’ex sindaco Giombattista Jacono ma dopo il 1887 anche il suo amico e seguace di un tempo Gioacchino Jacono e il cognato Evangelista Rizza si schierarono contro di lui; a Comiso l’avv. Raffaele Caruso; a Ragusa il barone Corrado Arezzo di Donnafugata, che non lesinò tempo e denaro per organizzare la sconfitta di Cancellieri, di Nicastro e Tedeschi (la cosiddetta “triade”), ricorrendo a brogli e corruzione, mentre a Siracusa dominava il marchese Di Rudinì, capo riconosciuto della Destra in provincia. Né gli furono risparmiati feroci attacchi di satira, soprattutto da parte di Giuseppe Jacono Roccadario, che lo dileggiò per anni con i fogli in dialetto intitolati “Ciccu, Cola e don Fracassa”, salvo poi pentirsene amaramente, di fronte allo squallore ed all’incompetenza di coloro che avevano preso il potere in Municipio dopo Cancellieri. Dopo 8 anni di sconfitte, Cancellieri rinacque come l’araba fenice dalle sue ceneri nel dicembre 1890, quando grazie a Crispi fu nominato Senatore del Regno. E anche al Senato onorò la sua storia politica, schierandosi contro l’eccessivo rigore della legge che consentiva l’esproprio delle case per debiti (nella sola Vittoria del 1894 più di 2000!), in una situazione di miseria generalizzata causata dalla crisi scoppiata nel 1887 e dal dilagare della fillossera, che divorò insieme con la peronospora i vigneti vittoriesi. Della fillossera Cancellieri si era occupato sin dal 1879 e sua possiamo dire la legge del 1881 che stabiliva indennità per i proprietari danneggiati e soprattutto stanziava fondi per la diffusione degli esperimenti con le viti americane, che in Francia stavano avendo buon successo e che alla fine si rivelarono essenziali per ricostruire i vigneti e restaurare quindi la base della ricchezza vittoriese.

Morendo, Cancellieri non lasciò eredi politici (“il capitano era di bronzo, ma i soldati di cartapesta”, si disse), come generalmente avviene quando personalità strabordanti occupano per anni la scena politica, ma la sua figura influenzò ancora per due decenni la vita politica vittoriese, nello scontro all’arma bianca tra il partito Jacono-Rizza ed i socialisti di Nannino Terranova.

Vittoria gli deve molto, anche se non ha mai onorato per come meriterebbe colui che è un vero e proprio gigante della nostra storia cittadina, ricordandolo solo con una lapide ed “bustino” a 10 metri d’altezza nella sua casa di via Cavour (che nessuno nota), una via, i pozzi omonimi (residuo di antiche polemiche) e per fortuna c’è una Società Operaia di Mutuo Soccorso che ne porta il nome (scomparso ormai il Liceo-Ginnasio a lui intitolato). Ma di un moderno Cancellieri oggi Vittoria avrebbe estremo bisogno: e attorno ad un nuovo Cancellieri soprattutto una nuova classe dirigente…

16.Dalla Madonna di Loreto alla fiera di San Martino.

Poiché vedo che sulle origini della fiera di San Martino circolano ancora notizie non rispondenti alla verità storica, mi sembra opportuno fare qualche precisazione. Nelle società d’antico regime (e quindi anche a Vittoria nel Seicento), il commercio aveva numerosi freni, sottoposto com’era a privative, dazi e limiti imposti dal potere politico: ad es. a Vittoria si poteva portare il frumento da molire solo nei mulini del Conte, che sorgevano nella valle sotto il Castello. Però in speciali occasioni (sin dal Medioevo), il potere politico-amministrativo concedeva delle eccezioni: erano queste le fiere, in cui per alcuni giorni si potevano vendere e acquistare vari prodotti in maniera meno condizionata, senza alcuni balzelli e a vantaggio in genere di chiese e conventi. Questa fu l’origine della prima fiera nata a Vittoria, concessa nel 1640 in occasione della festa del patrono San Giovanni (dal 23 al 30 giugno o anche dal 24 al 1° luglio). Tali fiere però non avevano carattere permanente, ma venivano autorizzate per uno o più anni. Dalle ricerche fatte dal prof. Raniolo (Vittoria…1990), apprendiamo però che una seconda fiera della durata di otto giorni fu autorizzata nel 1641 a favore dei Padri Zoccolanti della Grazia, da tenersi la terza domenica di agosto, per la festività della Madonna della Catena. La fiera fu concessa per quattro anni e si svolgeva nel Piano della Grazia e probabilmente anche nell’area dove oggi sorge il Teatro. Come si vede, all’inizio non ci fu alcuna fiera di San Martino, nonostante la data dell’11 novembre sia attestata già nel 1623 come scadenza di alcuni pagamenti, connessi probabilmente con l’inizio della nuova annata agraria (ancora nel 1873 Orazio Busacca attesta che quel giorno si consegnavano i vini venduti in luglio e agosto ai commercianti).

Sempre da Raniolo apprendiamo della concessione nel 1681 di una terza fiera, della durata di cinque giorni (a cominciare dalla seconda domenica dopo Pasqua fino al giovedì successivo), in occasione della festa della Madonna di Loreto, il cui altare era nella chiesa di San Biagio, davanti alla quale si svolgeva: si trattava probabilmente anche di una fiera del bestiame.

Nel Settecento (dall’opera su San Giovanni del sac. Giovanni Palumbo del 1744), abbiamo notizia della fiera di San Giovanni il 24 giugno, dove si vendevano «drappi…». Nel 1775, un documento dell’Archivio di Stato di Modica accenna di nuovo alla fiera della Grazia e alla fiera di Santa Maria di Loreto (stavolta però ai Cappuccini), dove venivano vendute «cannate, pignate e quartare» (Raniolo).

Da tale notizia apprendiamo quindi che la fiera della Madonna di Loreto dalla chiesa di San Biagio si era spostata ai Cappuccini da prima del 1775: va qui precisato che la notizia riportata da Giovanni Barone (Vittoria…1950) relativa all’esistenza di una chiesa della Madonna di Loreto in piazza Calvario è destituita di ogni fondamento. Probabilmente, lo spostamento da San Biagio ai Cappuccini fu dovuto al grande favore di cui godeva anche a Vittoria il culto della Madonna di Loreto, una cui statuetta lignea -secondo quanto si tramanda- sarebbe stata portata a piedi e sulle spalle da Loreto a Vittoria da fra’ Fedele (tale statua, recentemente restaurata, è uno dei pezzi più antichi di arte sacra esistenti a Vittoria, vedi foto). Appunto basandosi su questo culto, secondo quanto scrissero gli storici Paternò e La China, i frati Cappuccini e il reverendo Padre Lettore Giombattista Orecchia (inteso Nannarone) avrebbero pensato di far rivivere o creare ex novo una fiera dedicata alla Madonna Lauretana. La cui statua nel frattempo aveva cominciato «a spargere grazie e prodigi», tanto che nel 1784 il vescovo Alagona chiese alla apposita Congregazione dei Cardinali di concedere alla statua la corona d’oro, cosa che avvenne nel 1785. Nel frattempo il mastro ebanista Carmelo d’Asta era stato incaricato di costruire lo splendido reliquiario (nella foto) che ancora si può ammirare nella chiesa (mastro d’Asta, nato nel 1740, costruì anche il pulpito nella Chiesa Madre di San Giovanni e l’armadio in noce della sagrestia della Grazia). Nel 1793 l’altare fu dichiarato “Cappella Reale” dal re Ferdinando di Borbone (III di Sicilia e IV di Napoli, poi I delle Due Sicilie: con scritti satirici sul futuro azzeramento…).

Vagliate le testimonianze del barone Paternò e di mons. La China alla luce della documentazione pubblicata dal prof. Raniolo e da Gaetano Bruno (cui va il merito di aver scritto una bella opera sulla chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cappuccini), possiamo ricostruire la vicenda.

Furono i Giurati di Vittoria (cioè la Giunta Municipale), su richiesta dei frati, a chiedere nel 1795 al Real Patrimonio a Palermo l’autorizzazione a tenere un «Mercato…per otto giorni di Panni, ed ogni sorte di Merci, ed ore ventiquattro per ogni sorte di Bestiame» in occasione della festa da celebrarsi nella prima domenica successiva al 4 novembre: in pratica, anziché vendere solo poche cose, i frati pensarono di ingrandire la fiera, ad imitazione di quella di San Giovanni, già “riautorizzata” nel 1791. Acquisito il parere favorevole dei Comuni del circondario, l’autorizzazione fu concessa l’8 giugno 1796. Ma i Cappuccini pensavano alla grande e infatti chiesero ed ottennero nel 1801 la facoltà di costruire una serie di logge in legno per i mercanti, con una tassa fissa di onza 1 per ogni canna (pari a m. 2,06) di spazio coperto concesso, cosa che apportava ai frati grandi guadagni. E fu proprio l’entità degli introiti e soprattutto le mutate condizioni politiche che causarono un lungo scontro tra il Comune (nato con la Costituzione del 1812) e i frati. Il Comune (allora si diceva “la” Comune) infatti -in base alla legge- rivendicò il diritto di esigere le tasse anche sui posti fissi e volanti. Ne seguì un contenzioso durato decenni e sanato da vari compromessi tra il 1826 ed il 1845, in base ai quali ai frati spettò l’affitto delle logge da loro costruite e al Comune i diritti sui posti fissi e volanti.

Dopo il 1849 manca la documentazione e sembrerebbe che di fiere non si parlasse più, ma lo storico Gioacchino Di Marzo ci testimonia la loro esistenza a Vittoria ancora nel 1856.

«…Vi sono in ogni anno due mercati di bestiame, tessuti ed altre merci; uno dal 23 al 30 giugno, per la festività di s. Giovanni Battista, istituito con lettere viceregie del 1791; l’altro nella prima domenica dopo il 4 [novembre], per la sollennità di s. Maria di Loreto, stabilito con dispaccio del Real Patrimonio degli 8 giugno [1796]» (Dizionario Topografico della Sicilia, 1856).

Dopo l’unificazione del 1860 (che portò alla liberalizzazione del commercio) e soprattutto dopo le leggi eversive dell’asse ecclesiastico del 1866-1867, abbiamo traccia da Orazio Busacca della fiera del bestiame il 10 novembre 1873 (interrotta da piogge dirotte). Continuando il nostro viaggio nella storia, seguiamo l’utilissimo La China, che a pag. 441, relativamente alla situazione delle fiere a Vittoria nel 1890 scrive:

«…La fiera poi del bestiame in occasione della solennità di S.a Maria di Loreto, è una delle principali della Sicilia, e dovrebbe aprirsi nella prima Domenica dopo il 4 Novembre di ogni anno…». Alla domanda del perché la fiera di Vittoria «dicesi Fiera di S. Martino», La China risponde: «Qui non entra affatto S. Martino; ma siccome la fiera si apre sempre a 9 Novembre, e finisce agli 11, per esservi in tal modo un tempo preciso e determinato, così dicesi comunemente, sebbene impropriamente, la fiera di San Martino. La origine della fiera è quella detta di sopra, cioè, istituita per la solennità di Maria di Loreto, con Dispaccio dell’8 Giugno [1796], vale a dire, cent’anni or sono». La China dunque ci testimonia:

a)la grandissima importanza nel 1890 della fiera del bestiame della Madonna di Loreto, celebrata dal 9 all’11 novembre;

b)cadendo sempre negli stessi giorni e in particolare sull’11, aveva a poco a poco già acquistato il nome di fiera di San Martino, cancellando o sovrapponendosi all’antica denominazione lauretana. Pertanto possiamo parlare di fiera di San Martino dal 1890 in poi.

In verità, dopo l’Unità d’Italia, con la quasi liberalizzazione del commercio (per alcuni generi però i Consigli Comunali potevano imporre dei prezzi o assise), l’importanza delle fiere era drasticamente diminuita ma non cancellata, tanto è vero che il Comune nel 1885 aveva stabilito un vasto piano di fiere settimanali. A pag. 174 della sua opera, La China infatti riferisce con orgoglio di aver impedito che il Piano di San Giovanni fosse utilizzato per lo svolgimento delle fiere settimanali. Cita due deliberazioni del Consiglio: la prima, del 26 ottobre 1885, con la quale si stabiliva «di occuparsi nei giorni di Domenica il suolo del Piano di S. Giovanni pei posti fissi e volanti, cioè pel mercato di tessuti, di terraglia, di pignatte, di trespoli, di scarpe, e di altri oggetti che sogliono pervenirci da Caltagirone». L’arciprete si era opposto ed il Consiglio aveva mutato parere, stabilendo il 29 gennaio 1886 che le bancarelle occupassero «il tratto di via Volturno [oggi Rosario Cancellieri] compreso tra via Palestro e Goito, ed il tratto di via Cialdini compreso tra via Garibaldi e Ruggero Settimo». Le bancarelle dovevano lasciare liberi i marciapiedi e il centro delle vie e comunque, quando fosse stata ultimata la sistemazione di Piazza Indipendenza a San Francesco di Paola, le bancarelle avrebbero dovuto lasciare le due vie suddette e sistemarsi in continuazione della Via Volturno appunto nella Piazza Indipendenza o Piano di San Francesco.

La deliberazione del 1886 è importante perché pone le basi del ripristino e dello sviluppo delle fiere di San Giovanni e poi di San Martino togliendole dagli angusti spazi in cui si svolgevano cinquant’anni prima. Ripristinate dunque nell’uso popolare a fine secolo, le fiere acquistano sempre maggiore importanza e vagabondano da una via all’altra del centro storico nel corso dei decenni. Per ricostruire appunto tali “vagabondaggi”, mi servo dei ricordi della signora Giovanna Paravizzini Dierna, che ci ha dato un preziosissimo contributo. Le fiere di san Giovanni e di San Martino si svolgevano infatti nel 1925-26 in via dei Mille, nel tratto che va dalla fontana dell’Acqua Nova (o Garì, oggi dei Leoni) a via Varese;

-verso il 1928-29 in via 4 Aprile (con diramazione nell’unica traversa di via 20 Settembre) e in via Cavour, nel tratto che va da via dei Mille a Piazza Enriquez;

-la fiera degli animali si tenne prima in Piazza Calvario e poi in contrada “Ceddi”, all’inizio dello stradale per Comiso. Tra il 1940 ed il 1945 le fiere furono sospese e ripresero nel 1946-47 in via 4 Aprile. Poi tra il 1948 ed il 1950 furono allocate in via Roma a cominciare dall’incrocio con via Palestro…Negli anni ’50 infine le fiere ebbero un’altra destinazione: non più in via Roma ma, partendo da Piazza del Popolo, si snodavano lungo la via Rosario Cancellieri, la piazza e la scalinata di San Francesco, via dei Mille e fino alla Piazza del Calvario, dove in seguito furono sistemate le giostre. Poi altri cambiamenti. Nel 1966 nacque l’Emaia all’interno della Villa Comunale. Da allora in poi la fiera di San Martino cominciò a ingrandirsi sempre più (occupando pure via Goito fino a via del Quarantotto), divenendo sempre più legata all’Emaia. Nel 1979 -sindaco Aiello- l’Emaia e le fiere furono trasferite in una parte dell’ampia area dell’ex Campo di Concentramento (nella foto un manifesto opera del prof. Arturo Barbante). Questi i fatti. Il resto è storia.

17.San Martino, il vino e i friiteddi a Vittoria.

Come ho già scritto, la fiera di San Martino è così denominata perché storicamente la fiera della Madonna di Loreto -per consuetudine nel corso dell’Ottocento- si svolgeva sempre tra il 9 e l’11 novembre, giorno appunto di San Martino, senza che ciò fosse collegato ad un culto vittoriese del santo di Tours (nato in Pannonia nel 317 circa e morto a Tours -allora Gallia oggi Francia- l’11 novembre 397; nella foto un’immagine del Santo nella chiesa di Monreale).

In ogni caso, la data dell’11 novembre risulta a Vittoria nel 1623 (secondo censimento) come data di scadenza di pagamenti e ancora nel 1873 come data ultima di consegna del vino vecchio venduto ai compratori (Effemeridi di Orazio Busacca). Un culto di San Martino è però esistito a Vittoria e se nella documentazione da me esaminata dei censimenti dal 1616 al 1748 non ce n’è traccia, lo troviamo invece presente nella chiesa di San Vito nell’elenco delle feste redatto dall’arciprete Ventura ai primi dell’Ottocento, laddove si legge:

«A 11 novembre. Si celebra la festa di S. Martino alle volte, con pochissimi lumi, e qualche elemosina in chiesa»: dunque non sempre ed una festa senza risorse…

Dall’inventario della stessa chiesa fatto nel 1834 (e pubblicato da La Barbera), apprendiamo che l’altare di San Martino era il primo entrando a sinistra (ma senza alcuna iconografia relativa al santo). Del culto si sono quindi perse le tracce, insieme con la chiesa demolita negli anni ’50 del Novecento (nella foto, una rara immagine della chiesa, dall’archivio Palmeri di Villalba).

Limitiamoci quindi a ciò che oltre alla fiera oggi resta della festa e cioè le frittelle, dolci e salate, da accompagnare col vino, nuovo o vecchio che sia.

Per l’accostamento tra San Martino e vino nuovo possiamo attingere al grandissimo Giuseppe Pitré, che nella Biblioteca delle tradizioni popolari, vol. XII, riporta alcuni proverbi relativi al binomio che ci interessa, tra i quali “Ppi San Martinu, si tasta lu vinu” (in verità ad Erice la rima era con San Crispino, festeggiato il 24 ottobre, cosa che ci conferma la casualità dell’accostamento tra “vino” e “Martino”, esclusivamente dettata dalla ricerca della rima) o, in italiano, “Per San Martino ogni mosto è vino”.

Lo stesso Pitré e molti altri (tra cui Antonino Uccello, nel suo “Pani e dolci di Sicilia”) fanno derivare la tradizione della spillatura del vino nuovo dalla prima giornata (Pithoigìa) delle feste ateniesi delle Antesterie, in cui si spillava vino dalle botti. Ma, a parte il fatto che tali feste si svolgevano a marzo e non a novembre, non abbiamo alcuna prova che una festa ateniese avesse preso piede nella Sicilia dorica… Lasciando quindi alle nebbie del passato l’origine della festa, credo che la cosa più sensata sia quella di collegarla esclusivamente alla naturale maturazione dopo 30-60 giorni del mosto imbottato tra il 10 settembre ed il 10 ottobre (tempi canonici delle nostre vendemmie). Pitré conclude poi la sua nota parlando del mangiare in uso per tale ricorrenza: in particolare del “gallottu”, cioè il tacchino (cosa che daterebbe la tradizione alla diffusione di questo gallinaceo nel corso del XVI secolo, provenendo dal Messico) ed in mancanza del tacchino il maiale, da cui il detto “ad ogni porcu veni lu sò San Martinu”…). Per quanto riguarda i dolci, Pitré parla dei cosiddetti “Viscotta di San Martinu” (dalla forma stranamente allusiva…) e delle «guasteddi…paste coniche, le quali si mangiano intinte nel miele». Come si vede, nessun cenno a “friiteddi”. In verità, Pitré ed altri studiosi ignorano il termine e parlano di “crispeddi” e di “sfincie”, collegandole però non a San Martino ma a Natale e a San Giuseppe (19 marzo).

Anche Siracusano il termine in uso è “crispeddi”, sia nella versione dolce con uva passa, noci o gocce di cioccolato, che salata, con alici e finocchietto selvatico.

Ma vediamo cosa accadeva nella Contea di Modica.

A Vittoria ignoriamo il termine “crispeddi” (oggi diciamo crispelle, ma vengono fatte col riso e condite col miele): da noi si usa la parola “friiteddi”. Le quali anticamente erano di due specie: salate, fatte con la tonnina salata (e poi con sarda o “anciuovu”/acciunghe, aglio e semi di finocchietto selvatico) e naturalmente dolci, con uva passa e zucchero o miele. Ma da dove arrivò a Vittoria quest’usanza?

La tradizione delle frittelle salate la ritroviamo a Modica nel monastero del Carmine in un inventario del 1843 (Blanco 2016), quando si acquista tonnina salata «per li soliti crispelli», da consumare però per la vigilia di tutti i Santi e non per San Martino.

La tradizione delle frittelle dolci proprio per l’11 novembre la troviamo testimoniata invece a Scicli negli usi familiari dell’Ottocento e nei registri antichi del convento dei Cappuccini, con la distinzione tra le frittelle semplici e le cosiddette “taronchie”, frittelle a base di ricotta (a Scicli però mancano le salate).

Sull’uso antico anche a Vittoria di frittelle a base di ricotta ci informa indirettamente Giovanni Consolino, che nel suo Vocabolario distingue la “friitedda” (che può essere dolce o salata) e la “sfincia”, termine antiquato e da tempo fuori uso che per lo studioso sarebbe invece la frittella a base di ricotta impastata con uova e farina. Sembrerebbe pertanto che l’accostamento frittelle/vino per San Martino sarebbe proprio di alcuni comuni della Contea di Modica, come ad es. a Comiso (Stanganelli 1926), mentre a Santa Croce e a Pozzallo erano (e sono ancora) in uso per San Giuseppe.

Per quanto riguarda il termine “friitedda”, esso è chiaramente collegato al verbo “friiri”, “friggere” (frittedda in siciliano indica però non solo il dolce ma anche una sorta di pesce d’uovo di fave fresche) e il Vocabolario di Piccitto lo assegna solo a Ragusa nella forma “friiteda”, da cui pertanto ci deriverebbe la parola, con il raddoppio della “d” tipico del vittoriese/chiaramontano.

Come si vede, anche il termine ci riporta alla specificità di parte della Contea di Modica.

A Scicli come pranzo di San Martino si usava il maiale a sugo per condire i cavatieddi, ma la tradizione dell’uccisione del maiale a Vittoria era invece legata al Natale, mentre il pranzo a base di sugo di maiale e cavatieddi o altro tipo di pasta di casa a Vittoria e a Chiaramonte era più riferita a Carnevale che a San Martino (anche se in alcune famiglie vittoriesi si usava o si usa ancora, come ci testimonia nella sua opera l’amica Marisa De Pasquale Trombatore).

Per concludere, una curiosità storico-linguistica.

Michele Amari nella sua “Storia dei Musulmani in Sicilia (III, pag. 892) così scrive:

«De’ camangiari vanno notate le paste fermentate e fritte che in Sicilia, al par che in Barberia, si chiamano sfinci, dal latino spongia» (in verità attraverso l’arabo “isfinj”/isfang” derivato appunto dal latino “spongia”).

Le parole, come si vede, migrano con gli uomini e superano i secoli, le civiltà, le religioni. In Sicilia quindi la sfincia/frittella/crispella fu diffusa dai nostri antenati musulmani. Tra essi guerrieri venuti dalla penisola arabica e poi dalla Spagna, con berberi del nord Africa, egiziani, siriani e persiani. Dopo due secoli furono poi costretti alla conversione sotto i Normanni e in parte sterminati (come del resto era accaduto alle popolazioni siciliane al momento della conquista araba nel IX secolo) e i superstiti esiliati a Lucera in Puglia da Federico II: ma i loro usi in cucina influenzarono profondamente la gastronomia della Sicilia.

Per quanto riguarda il termine “taronchia/tarongia” diffuso a Scicli (e ancor oggi nell’Agrigentino, zona di insediamento berbero), esso deriva dall’ar. turunğ, che indica il cedro o anche l’arancio (Pellegrini) ed indica una frittella di forma rotonda (antenata delle arancine?). Fatta con ricotta o forse formaggio, essa ricorda anche le spagnole almojábanas. Insomma, le frittelle che mangeremo in questi giorni sono un’eredità araba. Un’eredità di cui andare orgogliosi…

18.Don Evangelista Rizza/1

Nella puntata di “Ulisse. Il piacere della scoperta” andata in onda sabato 19 su “La Sicilia del Gattopardo”, Alberto Angela ha voluto inserire anche un cenno ai proprietari di Villa Fegotto, presi ad esempio dell’ imprenditoria borghese moderna, che dopo l’unità d’Italia spodestò l’aristocrazia, operazione sintetizzata nel Gattopardo dal nome di don Calogero Sedara. Nella trasmissione è stata esaltata l’organizzazione dell’azienda del Fegotto, mostrando anche il palmento e l’antica “dispenza” con le enormi botti, con un dipinto di una sorta di Bacco con un bicchiere di rosso in mano a cavalcioni di una botte. Alberto Angela, pur tacendo il nome della famiglia proprietaria un tempo della tenuta, ha accennato che addirittura un esponente di essa divenne deputato. Ebbene, avrebbe anche potuto citarne il nome: si tratta infatti di don Evangelista Rizza (1842-1920) che, pur chiaramontano (figlio di un ricco massaro di nome Vito) è però uno dei protagonisti della storia di Vittoria tra la fine dell’Ottocento ed il primo ventennio del Novecento. Figura di moderno imprenditore agricolo, produttore di vino, olio, grano, padrone di allevamenti di bestiame, capitalista milionario, possessorie di azioni in importanti società, nel giugno 1900 fu eletto deputato con un plebiscito, all’insegna del motto “Pace! Pace!”, unificando sul suo nome la ricca borghesia vittoriese che fino ad allora si era dilaniata per circa quattro decenni tra partito Jacono (un partito personale di un ramo della famiglia Jacono con a capo don Giombattista, il costruttore del Teatro Comunale) a volte vicino alla Destra Storica, e il partito Cancellieri, che rappresentava la Sinistra Storica.

Vittoria ricorda oggi don Evangelista Rizza con una via, a lui intitolata dal podestà Michele Maltese nel maggio 1933, mentre il Municipio, oggi noto come Palazzo Jacono (acquistato dal Comune con atto del 24 aprile 1982) più correttamente dovrebbe chiamarsi Jacono-Rizza, essendo stato costruito e completato nel 1880 da don Gioacchino Jacono e appunto da don Evangelista Rizza (il primo palazzo Jacono, sito oggi lungo la via Bari e San Martino, fu venduto al dr. Felice Maltese -oggi proprietà Schifano-).

Ma come mai un chiaramontano si trasferì a Vittoria? Per un matrimonio: nel 1862 infatti, il giovane Evangelista (che aveva studiato a Vittoria) sposò donna Teresa Jacono, figlia di don Ferdinando, ricchissimo proprietario terriero, padrone tra l’altro delle terre dette del Cannamellito (così chiamate per un breve esperimento di produzione di zucchero di canna, pianta detta “cannamele”, promosso dal 1641 al 1646 dal conte di Modica Juan Alfonso Enriquez Cabrera, figlio di Vittoria Colonna, allora viceré di Sicilia): si tratta dell’area in contrada Bosco Rotondo

su cui oggi sorge l’aeroporto di Comiso, tolta a Vittoria ed assegnata a Comiso per decisione dell’allora deputato di Comiso, l’archeologo Biagio Pace, in previsione della realizzazione dell’aeroporto militare. Il ramo degli Jacono con cui don Evangelista si imparentò aveva però simpatie larvatamente cancellieriane, tanto è vero che il cognato don Gioacchino Jacono (1852-1929) succedette come sindaco nel 1883 a Cancellieri, dopo le sue dimissioni per incompatibilità con la carica di deputato e subì l’onta dello scioglimento del Consiglio nel gennaio 1885 per il tentativo della Destra -guidata dal barone Corrado Arezzo di Donnafugata ed altri- di sradicare dal Collegio elettorale di Modica ogni traccia di “cancellierismo”.

In seguito, sia don Gioacchino che il cognato continuarono a convergere con Cancellieri, ma già nel 1887 se ne staccarono e si aggregarono all’altro ramo del partito Jacono, dominato ancora dal vecchio don Giombattista e dopo la sua morte nel 1893 dai nipoti Giombattista e Ferdinando, che in seguito divenne genero di Rizza, saldando così anche con un matrimonio il legame ritrovato tra i due rami della famiglia Jacono (anch’essa originaria di Chiaramonte e stabilitasi a Vittoria tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, con un ricco capostipite di nome don Angelico Jacono).

Insomma, don Evangelista unì le ricchezze ereditate dal padre con quelle del suocero, fino appunto ad essere scelto come deputato nel 1900. Ricandidato nel 1904, ebbe come avversario nel Collegio di Comiso il socialista Filippo Turati, candidato dai socialisti vittoriesi di Nannino Terranova, fondatore della prima sezione socialista della provincia di Siracusa nell’ottobre 1899, partito saldamente insediato a Vittoria dal 1901 in poi. Rizza vinse facilmente su Turati e lo sconfisse di nuovo nel 1909, ma nel 1913 la situazione mutò: il suffragio universale (1912) diede il voto anche a Vittoria a migliaia di contadini, artigiani, operai che prima non l’avevano. Rizza ebbe un formidabile avversario nella persona di Luigi Macchi (1871-1942), un giovane preparato e brillante, arrestato per la rivolta dei Fasci del 1893-1894, poi divenuto uno dei massimi esponenti del socialismo riformista siciliano guidato dal catanese Giuseppe De Felice Giuffrida. Insomma, l’on. Evangelista Rizza vinse per appena 390 voti, ed a prezzo di numerosi brogli, intimidazioni di esponenti delle forze dell’ordine e di squadracce formate da caprai (vero e proprio precedente delle squadre fasciste), acquisto di voti etc. etc.: almeno queste furono le accuse mosse dai socialisti a don Gioacchino Jacono, che aveva condotto la campagna elettorale del cognato. La Camera poi convalidò a maggioranza l’elezione di Rizza, non senza però aver constatato gravi irregolarità. Nel 1919 Rizza, ormai 77enne, non volle essere ricandidato. Morì il 13 dicembre 1920, e la sua morte fu il suggello della fine di un’epoca, quella del controllo assoluto del Municipio (e quindi di Vittoria) da parte della famiglia Jacono-Rizza. Infatti il 7 novembre 1920, i socialisti guidati dall’avv. Salvatore Molé avevano conquistato il Municipio (ne saranno scacciati con la violenza dopo appena 100 giorni, a seguito degli attacchi e delle provocazioni -consentite dalle autorità dell’epoca- ad opera di caprai, di ex Combattenti e delle nuove squadre fasciste: il tutto organizzato da Palazzo Jacono.

Don Evangelista Rizza fu veramente un moderno e capace agricoltore (come gli riconobbero persino gli avversari socialisti), che dovette affrontare come tanti altri l’immane disastro dei vigneti distrutti dalla fillossera, ma che non ne risentì grazie alla sua immensa fortuna. Una fortuna milionaria sapientemente accumulata, che da un lato gli consentì di fare generose donazioni per la creazione della Scuola d’Arti e Mestieri (cioè un primo nucleo di scuole professionali nel 1912, a San Giuseppe) e per vari interventi assistenziali, ma che ovviamente non gli evitò le maldicenze e le accuse più gravi. Da Giuseppe Jacono Roccadario (autore del famoso foglio satirico “Ciccu, Cola e don Fracassa”) fu accusato, nelle elezioni del 1883, di convocare molti elettori e di aprirgli sotto gli occhi increduli il portafoglio gonfio di banconote, invitandoli a servirsi…Fu anche protagonista di varie dicerie popolari a Vittoria, secondo le quali interveniva da mediatore in casi di abigeato, facendo restituire dietro ricompensa muli, asini e cavalli; secondo un’altra versione avrebbe custodito le bestie rubate proprio a Fegotto (dove per altro sarebbe esistita una caserma dei Reali Carabinieri). In seguito fu accusato anche di aver fatto rapire per motivi oscuri il sindaco Rosso di Chiaramonte (nel 1893) ma querelò l’accusatore con vittoria giudiziaria. Fu tirato in ballo anche per il delitto Pancari (che vedeva coinvolti alcuni esponenti della famiglia Jacono suoi cugini) e si sospettò che fosse stato lui ad aver organizzato l’assalto alla diligenza che portava da Modica a Palermo l’incartamento della prima istruttoria sul delitto, con un assalto avvenuto la notte tra il 1° e 2 maggio 1871 nei pressi di Vallelunga Pratameno in provincia di Caltanissetta, quando ignoti mascherati avevano fermato la corriera e prelevato solo quel plico. Per onestà intellettuale bisogna dire che tra le carte di Villa Fegotto -venduta nel 1992- furono trovati numerosi documenti relativi alle vicende processuali del caso Pancari, che non si capisce perché fossero in possesso di Rizza. Che dovette essere personalità dotata anche di grande autoironia, visto che si fece immortalare nella parete di fondo della sua dispenza al Fegotto a cavalcioni di una botte con un bicchiere di rosso in mano…

Insomma, come si vede, anche la storia di Vittoria è sempre interessante e dalle mille sfaccettature e ringrazio Alberto Angela per avermi dato lo spunto per questo piccolo passatempo domenicale.

19.Don Evangelista Rizza/2

Torno alla storia di Vittoria, per “alienarmi” piacevolmente dall’oscuro presente. In due miei precedenti post ho parlato di Orazio Busacca, autore delle Effemeridi -cronache vittoriesi dal 1850 al 1896- e, a proposito del Fegotto citato da Alberto Angela nella puntata di Ulisse dedicata alla Sicilia del Gattopardo, ho accennato a don Evangelista Rizza. Nelle foto si può ammirare un suo “ritratto” nel palmento del Fegotto a cavalcioni di una botte e il suo busto opera di Li Rosi -scultore del Liberty vittoriese- datato 1913 e danneggiato da un balordo nel settembre 2016, posto all’ingresso del piano nobile di Palazzo Jacono; ricordo anche che il latifondo del Fegotto di 94 salme -oltre 260 ettari- gli fu donato nel dicembre 1861 dal padre Vito per le sue nozze con donna Teresa Jacono. Busacca e Rizza furono contemporanei, legati da rapporti di stima reciproca e di lavoro. Busacca parla di Rizza in due occasioni. La prima nel febbraio 1893, quando Rizza lo chiama come agrimensore e così scrive:

«Perizia in contrada Ticciara tenere di Chiaramonte proprietà Rizza Signor Evangelista. Il giorno 21 partii per andare alla Ticciara, proprietà del Signor Rizza don Evangelista, e ciò per staccare e valutare salme 43 terre con dentro num. 2768 alberetti di olive ed un grande numero di frutti diversi, caseggiati rurali, muri e fossati in giro, e che assiemi li ho valutati per lire centotrentamila (130.000), e tutto ciò per dotarlo alla propria figlia Signorina Giuseppina Rizza Iacono già in circostanza di matrimonio col nobile Signor Marchesino Giovannino Ricca fu Giombattista e della Illustre Signora Francesca vedova Ricca Duchessa di San Lorenzo».

La seconda è nell’agosto 1896:

«Meritevole beneficenza concessa al Signor Evangelista Rizza. Il nostro Giornale di Sicilia ci ha dato la lieta notizia che il Ministro di Agricoltura e Commercio ha concesso l’onorificenza (meritata) al nostro amico Signor Evangelista Rizza nominandolo come “benemerito di Agricoltura” come per decreto (si dice) del 14 Marzo e pubblicato di recente.

Oh se tutti i ricchi proprietari dei latifondi in Italia la pensassero come la pensa il Signor Rizza che invece di andar vagando per divertirsi insultando la miseria e la fame per come praticano i tanti latifondisti, il Signor Rizza…inveci sta vicino ai suoi campi e da esperto e diligente e intelligente coltivatore dà lavoro permanente alla classe bisognosa, fa opera molto utile, tanto pei suoi interessi quanto nello interessi generale, e se tutti i ricchi lo imitassero l’Italia non assisterebbe al doloroso spettacolo della fame e della emarginazione causa la mancanza di lavoro, ed è perciò che più di 300 mila Italiani (tutti bracci utili al lavoro) mancano dalla nostra Patria per andare a vivere altrove, e quello che ci addolora si è che di peggio sono maltrattati in tutte le Nazioni e vi si dà la caccia perché suscitano invidia e gelosia a quei lavoranti locali sia perché gli fanno venir meno il lavoro e la mercede giornaliera e sia ancora perché i nostri si fanno distinguere nella bontà e sincerità del lavoro. Oh se i nostri governanti invece di fare sfoggio inutile di parolacci altosonante si dedicassero unicamente a studiare il modo di sanare la piaga cancrenosa!!!».

Come si vede, Busacca approfitta della concessione di un attestato a Rizza, per portarlo come esempio di capitalista intraprendente, capace di dare lavoro, evitando l’emigrazione, causata dalla crisi scoppiata nel 1887 e che aveva costretto centinaia di migliaia di connazionali a varcare l’oceano o a disperdersi in Europa e nel nord Africa. E poi, la situazione degli emigrati italiani, maltrattati e a volte massacrati: Busacca ha sempre in mente il massacro di Aigues Mortes in Provenza dell’agosto 1893, in cui decine e decine di lavoratori italiani erano stati uccisi in una ferocissima caccia all’uomo da operai francesi. Che dire? A volte la storia ritorna, ma a parti rovesciate e gli Italiani un tempo emigranti oggi hanno paura, esattamente come i Francesi di fine secolo…

20.La nascita di Vittoria e i banditi

Nei mesi scorsi si è sviluppata una stupida polemica sulla presunta discendenza dei Vittoriesi da “banditi”. Pertanto credo sia opportuno fornire un po’ di materiale su cui riflettere: mi sembra utile infatti ricordare a tutti come è nata la “minchiata” (Montalbano me lo consentirà) della presenza dei briganti a Vittoria, una vera e propria “leggenda nera” inventata da altri e disgraziatamente ripresa da Vittoriesi ignoranti. Ne ho già parlato in un vecchio saggio del 1995 intitolato «Miti storiografici su Vittoria e i Vittoriesi», ancora in gran parte valido.

Il primo a parlare di banditi fu il barone Salvatore Paternò (1877), che nella sua «Vittoria di Sicilia dei primi tempi» a pag. 10 scrive che la contessa di Modica Vittoria Colonna aveva deciso di fondare una nuova città «allo scopo di pagare i debiti ed anche di far cessare i furti, essendo la selva divenuta un covo di ladroni provenienti in massima parte da Licodia ed altresì per dissodare e porre in coltura quelle lande boschive…». Attenzione dunque: banditi di Licodia!

Chi fa fare un salto di qualità alla questione è il padre cappuccino Samuele Nicosia, che nel cap. XV delle sue «Notizie storiche su Chiaramonte Gulfi» (1882), parlando sempre della fondazione di Vittoria (basandosi su Paternò) dice che «allora la selva di Boscopiano ossia di Cammarana formava parte del vasto territorio di Chiaramonte, ed essendo tutta imboschita era divenuta un nascondiglio di ladri, specialmente nell’attuale piazza di Vittoria…».

Attenzione dunque: i banditi di Licodia nel giro di pochi anni si sono trasferiti nella piazza di Vittoria!

Monsignor Federico La China riprese la questione, parlando però della fine del banditismo, in conseguenza del risanamento del territorio, dandone il merito all’azione coraggiosa di Vittoria Colonna. Sottolineò anche l’idea (condivisa con Paternò) che Vittoria sarebbe nata come rifondazione di Camarina.

A questo proposito vorrei chiarire una volta per tutte che tale idea (del tutto infondata) fu alla base delle memorie difensive presentate in giudizio dai legali di Vittoria (ispirati in tal senso dall’arciprete don Enrico Ricca) per contrastare le pretese dei chiaramontani su parte del territorio di Vittoria. La controversia, durata dal 1684 al 1764 fu vinta “dimostrando” che: la selva di Boscopiano era l’antica foresta un tempo appartenuta a Camarina; Vittoria era l’erede di Camarina essendo insediata nel suo territorio: ergo Boscopiano apparteneva tutto a Vittoria (poi però si fece una transazione): da qui si cominciò a pensare che nel privilegio di fondazione ci dovesse essere scritto: “riaedificetur Camarina”…

Il tema della presenza dei banditi è trattato come topos letterario nell’”Ode a Vittoria Colonna” del dr. Francesco Maganuco (1907, quando fu celebrato il III Centenario), che esalta ed afferma il potente ruolo di Vittoria Colonna, “alma regale” che fondando Vittoria crea il discrimine tra il “prima” della fondazione (la selva oscura, le fiere, i banditi, la malaria etc.) ed il “dopo”, con le terre coltivate, le messi, la crescita della nuova comunità. Come è evidente, a poco a poco si afferma il concetto che la fondazione ha risanato il territorio, da tutti i punti di vista.

Continuo la mia ricostruzione dell’invenzione della “minchiata” (chiedo venia, ma non riesco a chiamarla diversamente) sulla “Città di briganti”.

Se già nell’opera di padre Samuele Nicosia da Chiaramonte (1882) trapelava una discreta “antipatia” per Vittoria, che aveva tolto abitanti e territorio all’antica città sui monti, la stessa scarsa simpatia (diciamo così) ispira le parole di Fulvio Stanganelli (pseudonimo del canonico Raffaele Flaccavento) che nelle sue «Vicende storiche di Comiso» (1926) addebita anche lui alla nascita della nuova città una «ben grave ragione di perturbamento» per Comiso, che perse moltissimi abitanti, attirati dalle più favorevoli concessioni fatte dalla contessa Colonna ai nuovi abitatori di Vittoria, rispetto alle angherie dei Naselli. Ma non evita una punta di veleno, scrivendo infatti che Vittoria era nata sì «per distruggere il fortissimo covo di briganti che colà si erano asserragliati», ma che ai residenti «perseguitati dalla legge…era, per benigna disposizione della fondatrice, assicurata l’impunità purché non se ne fossero più dipartiti».

Attenzione: si parla di “fortissimo covo di briganti colà asserragliati” (ma dove?) e di impunità per i perseguitati dalla legge!

Maggiore equanimità e indubbia conoscenza dei documenti aveva invece l’archeologo Biagio Pace, che nella sua «Camarina» (1927) riporta per la prima volta in una nota il passo del privilegio della fondazione di Vittoria in cui si dice che mediante la fondazione del nuovo abitato «si rende sicuro il passo del Dirillo in cui i viandanti sono continuamente derubati».

Attenzione dunque: nel giugno-dicembre 1606 i banditi c’erano sì, ma non nella piazza di Vittoria, bensì al passo del Dirillo! La nuova fondazione nasceva pertanto con l’esplicito mandato di rendere sicura la zona e debellare il gruppo di briganti lì asserragliati e non in piazza come diceva Nicosia: ma al passo del Dirillo! Questo è scritto nel decreto che autorizzava la fondazione e non altro.

Due precisazioni: la prima sulla data della fondazione: la richiesta di fondazione presentata dai Conti di Modica fu esaminata dal Tribunale del Real Patrimonio (una sorta di Ministero dell’Interno e delle Finanze dell’epoca) il 24 maggio 1606, l’autorizzazione vera e propria da parte del governo vicereale del duca di Feria è datata 3 giugno 1606; la ratifica da parte del re Filippo III reca la data del 31 dicembre 1606. E allora perché il 24 aprile? Il 24 aprile 1607 il decreto di fondazione, munito della ratifica reale, fu pubblicato tra le leggi del Regno di Sicilia, ma la data del 24 aprile fu proposta da Mons. La China, anche per onorare la fondazione della parrocchia di Vittoria, avvenuta il 24 aprile 1640: la sua proposta fu poi alla base delle celebrazioni del III Centenario il 24 aprile 1907. Altro ricordo della data di fondazione fu fatto nel 1916, poi nel 1937 e quindi quasi ogni anno dal 1957 in poi: le tradizioni si inventano, non esistono dall’inizio…

La seconda precisazione va fatta sulla presenza dei briganti al passo del Dirillo. Nel 1993 pubblicai parte della relazione del viceré di Sicilia Juan de Vega che il 7 giugno del 1547 comunicava lieto all’imperatore Carlo V (ancora in Germania, reduce dalla vittoria di Mühlberg contro i principi protestanti della Lega di Smalcalda) che non appena insediatosi aveva dato disposizione di distruggere il covo dei briganti del “Torillo” (così nel documento), facendo bruciare la boscaglia, ottenendo pieno successo: due dei capi dei briganti erano morti in combattimento, ai due superstiti era stata tagliata la testa sul posto, mentre gli altri (una trentina in tutto) erano stati catturati… Evidentemente però, a distanza di anni, il passo del Dirillo era tornato con la sua boscaglia luogo di briganti. Ma ecco ora la nuova città avrebbe contribuito a stanarli e distruggerli. Basta questo per dire che Vittoria nasce anche per debellare i briganti del Dirillo? A Dirillo, amici, non nelle grotte sotto Piazza del Popolo…

Ma chi legge le ricerche fatte nel corso degli anni? Troppo faticoso andare in biblioteca ed informarsi. Troppo faticoso e impegnativo leggere! E più facile ripetere a pappagallo le fake news, che io traduco con “minchiate”…

Ma allora, chi ha creato il mito dei banditi venuti ad abitare a Vittoria e quindi “progenitori” dei Vittoriesi? Dobbiamo tale “felice” invenzione proprio ad un vittoriese, il comm. Giovanni Barone (proprietario fino agli anni ’60 dell’omonimo cinema), autore della «Storia di Vittoria nel grande Boscopiano di Camarina» (1950). Barone si sforza di costruire una storia del territorio e della città, attigendo a nuovi documenti: Barone pubblica infatti la relazione di Paolo La Restia del 1604 sui luoghi della fondazione (estratta dall’archivio di Modica da Grana Scolari nel 1934) e pubblica per la prima volta una copia delle “Grazie e Franchigie” concesse il 1° settembre 1607 da Vittoria Colonna ai futuri abitatori di Vittoria. Inoltre ricostruisce (pur con molte imprecisioni) la storia del territorio, vicende sconosciute dal Seicento in poi, parla dei monumenti, delle chiese, di personaggi etc. etc.. Complessivamente un lavoro decente, innovativo rispetto a Paternò e La China e soprattutto una visione unica della storia di Vittoria. Insomma, fino a quando l’autore segue i documenti e qualche pubblicazione a lui nota, il risultato è soddisfacente. Il problema è che in mancanza di documentazione, supplisce con la fantasia, senza alcun senso storico.

Inventa pertanto di sana pianta la notizia che Vittoria Colonna col figlio nel 1608-1609 sarebbero venuti dalla Spagna a Modica per assistere alla fondazione del nuovo borgo (pag. 81).

Inoltre, influenzato dalle immagini e dalle storie di alcuni dei film western proiettati nel suo cinema, rappresenta la fondazione di Vittoria alla luce del mito americano della “nuova frontiera”, di quello crociato (?) della “terra promessa“ a Gerusalemme (?), della “febbre dell’oro” dei cercatori d’oro del Klondike… Quindi a pag. 81, riprendendo la storia dei briganti, senza alcuna ombra di documento, scrive che Vittoria Colonna avrebbe concesso con la terra «…il perdono agli stessi briganti se avessero ripreso a lavorare onestamente» (pag. 81) e non contento aggiunge che così si formò «un popolo eterogeneo e nuovo, semplice e lavoratore, fra cui assieme agli onesti contadini c’era gente d’ogni risma (beneficiata persino dalla scure del boia e dalla corda della forca)…» (pag. 83).

Tutto ciò, senza uno straccio di prova, senza mai aver visto la documentazione dell’epoca e senza rendersi conto che non stava facendo certo un buon servizio ai Vittoriesi. Fantasia, solo sfrenata fantasia cinematografica.

Il danno di queste pagine per generazioni di Vittoriesi (e non solo), a mio avviso è stato incalcolabile ed ha influenzato anche storici del calibro di Denis Mack Smith, che nella sua “Storia della Sicilia” pubblicata da Laterza (1970), nel capitolo sulle fondazioni baronali del XVII secolo, avendo probabilmente avuto tra le mani il testo di Barone, così scrive:

«A Vittoria e a Santa Ninfa fu necessario promettere l’immunità non solo ai debitori ma anche ai criminali, e forse inizialmente la popolazizone di qualche città fu costituita largamente da delinquenti» (pag. 248). Anche Mack Smith scrive senza citare uno straccio di documento a suffragare la sua affermazione.

Ritornando a Barone -autore inconsapevole del danno provocato da semplice fantasia-, la sua storia è entrata nelle case di centinaia di Vittoriesi nei decenni successivi alla sua stampa; ha formato intere generazioni; è stata letta fuori Vittoria, creando così quella “diceria” che tanto ci ha danneggiato, anche recentemente. Per di più, l’opera fu ristampata tale e quale dalla Provincia agli inizi degli anni Duemila: una ristampa senza alcuna nota o introduzione critica, che da un lato valorizzasse per il giusto merito l’opera di Barone; dall’altro ne mettesse in evidenza le notizie superate o errate. Dunque la colpa non fu del solo Barone (che voleva solo esaltare i Vittoriesi, indubbiamente), ma anche di chi volle all’epoca la ristampa, senza alcun interesse storico, ma probabilmente per accontentare un amico…Senza infine tenere conto che nel frattempo a Vittoria erano state scritte, stampate o promosse nuove e importanti ricerche. E così, ecco spiegata l’origine della diffusione capillare di notizie false e tendenziose, che ancora oggi circolano e fanno danni…

Ai primi degli anni 2000, quando la Provincia di Ragusa ristampò il testo di Giovanni Barone del 1950 senza curarsi di “storicizzarlo”, la storiografia su Vittoria aveva fatto passi da gigante e reso -dal 1970 in poi- Vittoria una delle città più studiate della provincia.

Ai lavori di Attilio Zarino (per certi aspetti pionieristici, per altri purtroppo zeppi di errori) e di Gianni Ferraro (che utilizzò moltissimo materiale proveniente dall’Archivio Storico Comunale relativo all’Ottocento), si era aggiunta l’opera del prof. Giuseppe Raniolo, un docente modicano di grande preparazione e acribia. Conosciutolo come importante studioso delle istituzioni della Contea di Modica, lo contattai nella mia qualità di sindaco nel gennaio 1985 e gli affidai l’incarico di verificare quali documenti su Vittoria esistessero non solo a Modica ma anche a Palermo. Frutto delle sue certosine ricerche fu il volume «La nuova Terra di Vittoria dagli albori al Settecento», pubblicato dal Comune nel 1988. Nel suo lavoro, sulla base della documentazione reperita, Raniolo ricostruì la vicenda della fondazione di Vittoria, spazzando via tutte le leggende che nel corso di un secolo si erano accumulate. La storia di Vittoria ne esce per quella che è: un piccolo borgo fondato dalla contessa di Modica come investimento a lungo termine (e non per saldare debiti urgenti!), per valorizzare il Boscopiano (ultima parte della Contea solo lambita dall’enfiteusi), mettendo a coltura terre vergini solo in parte boscose, per creare soprattutto nuovi vigneti. Raniolo pubblica il testo autentico del privilegio della fondazione, ricostruisce la tempistica, esamina il contenuto delle Grazie e delle Franchigie: in esse non c’è traccia di concessioni di terre a briganti, ma solo il divieto di sequestro dei beni e degli animali per quegli abitatori che fossero indebitati; l’esenzione da alcune tasse comunali per cinque anni; la concessione di venti salme di terre comuni etc. etc. Lo storico ripercorre poi lo sviluppo della nostra città basandosi sui meravigliosi e inediti “riveli”, cioè i censimenti del 1616, 1623, 1638 e 1651: in essi compaiono i quartieri, le contrade, i nuclei familiari, i nomi dei coloni venuti a Vittoria a far data dal 16 gennaio 1608: Vittoriesi in carne ed ossa, che nella nuova Terra lavorarono e vissero e a cui nel corso dei decenni, con un continuo stillicidio (non spostamenti di massa aggregatisi per quartieri!), si aggiunsero coloni provenienti da tutti i paesi del Val di Noto (in maggior parte da Modica, Ragusa, Scicli, Comiso, Chiaramonte -da cui Vittoria ha mutuato il dialetto- ma anche Avola, Noto etc.), da Malta (con una notevole presenza), da mezza Sicilia e dalla Calabria, oltre naturalmente a spagnoli.

Dai riveli poi appare che la zona era tutt’altro che incolta o disabitata e che dal 1588 a Grotte Alte e nei dintorni si erano stabiliti numerosi comisani: alla base dell’attuale Castello c’era un antico abbeveratoio, per i viandanti che dalla valle risalivano provenendo da Comiso sul pianoro per andare verso Terranova, seguendo la via di Pozzo Bollente, attraversando non boscaglie ma vignali (cioè pezzi di terra circondati da muri a secco, con vigne o ulivi), appartenenti a comisani, tra i quali i Custureri, che vi possedevano anche un “ciaramiraro”. Nella valle, come già riportato da Fazello nel 1558, crescevano rigogliosi gli agrumeti (aranci e cedri), i frutteti, le coltivazioni di cannavo (canapa) e lino, con una strada che arrivava fino alla chiesa di Cammarana, dove il 15 agosto si celebrava il culto della Madonna etc. etc. Inoltre c’erano i mulini e i paratori, cioè le gualchiere per la lavorazione delle fibre tessili. Dalla relazione di La Restia del 1604 apprendiamo inoltre che nella zona c’erano i resti di un casale, cioè di un antico borgo (non sappiamo se si riferisse all’insediamento di epoca tardo imperiale e bizantina, vissuto fino alla conquista araba), mentre in un testamento del 1632 leggiamo che c’erano vecchie case nella zona compresa tra l’attuale Sala Mazzone e la piazza di San Giovanni, dove tutt’intorno fu costruita Vittoria. Alla luce dei documenti, può ancora qualcuno di “mente ben sana” affermare che la zona era tutta “inselvatichita” e “covo di briganti”?

Raniolo riporta anche tutti i nomi dei concessionari delle terre dal 1608 al 1633: di ognuno dà la provenienza, la terra assegnata, il canone in frumento da pagare. Conosciamo inoltre la composizione dei nuclei familiari per tutto il Seicento. C’erano vecchi “briganti” tra essi? Chi lo sa? Magari qualche poveraccio fuggito per debiti dal suo paese, e che qui cercava di rifarsi una vita lavorando. In ogni caso, decine di nuovi abitatori, come tanti Mastro don Gesualdo, lavorando e coltivando la terra si costruirono una notevole ricchezza e nel corso dei decenni divennero il nerbo della classe dirigente laica e religiosa della cittadina.

Vittoria ha una grande storia, che da un piccolo borgo all’alba del Seicento l’ha resa oggi la nona città della Sicilia, cresciuta in quattro secoli come tante altre città della Sicilia e dell’Italia, con lavoratori e delinquenti, persone oneste e mafiosi, senza lo “stigma” della delinquenza innata, come tanti idioti ripetono…

Questi sono i fatti: che purtroppo nessuno studia e nessuno legge: troppa fatica impegnare il cervello recandosi in biblioteca, non sia mai! Ma è un peccato che i Vittoriesi ignorino la propria grande storia, non se ne curino e siano i primi a ripetere le solenni minchiate del passato, umiliando così sé stessi e la loro stessa Città…(5-continua).

Chi però si fosse illuso che tante ricerche, tante pubblicazioni siano servite a sconfiggere “la cattiva storia” si sbaglia. Vittoria è la città più studiata della provincia, ma anche per le conoscenze storiche sembrerebbe valere quella che nello studio dei sistemi monetari viene chiamata la “legge di Gresham”: “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”… Ne ho avuto prova a conclusione dello sforzo fatto per ricordare il Quarto Centenario della Fondazione di Vittoria, caduto nel 2007. Grazie alla sensibilità dell’allora sindaco Giuseppe Nicosia, si cercò di organizzare qualcosa che mettesse fine alle leggende ed alle “minchiate” (chiedo sempre scusa per il termine, ma non ne trovo altri, forse fake news, ma è inglese…). Non si trattava infatti solo di una festa, ma di fare il punto delle conoscenze storiche sulla nostra città, coinvolgendo quante più persone competenti possibile, le associazioni culturali locali e le scuole. Le manifestazioni riuscirono: conferenze e convegni alla “Sala Mandarà” e cerimonie al Teatro furono tutte un successo. Fu ripristinato il contenuto della vecchia lapide del 1907 (andata distrutta col vecchio Municipio nel maggio 1970), creandone una nuova e affiggendola ad una parete della scalinata d’onore di Palazzo Jacono (lo stesso non riuscii a fare per la lapide in onore di Giuseppe Garibaldi, anch’essa andata distrutta); fu finalmente consegnata alla città una nuova “Sala Esposizioni” ricavata dai locali dell’antica Officina Elettrica Municipale (ex monastero di Santa Teresa), intitolandola al più grande pittore dell’Ottocento, Giuseppe Mazzone; furono anche consegnati i locali dei Magazzini del Conte e soprattutto furono pubblicati alcuni volumi di storia cittadina: una diecina di belle pubblicazioni, diffuse in biblioteca e nelle scuole (a proposito, ricordo che la Regione non volle dare manco un euro per le manifestazioni, mentre generose furono la Banca Agricola Popolare e la Provincia Regionale del presidente Antoci). Ma chi le ha lette? Chi va in biblioteca a cercarle e ad imparare? o anche per criticare? Spesso mi sono sentito come un Don Chisciotte in lotta contro i mulini a vento: tempo e fatica sprecati, a leggere certe poesiole…

A volte però mi chiedo se non sia colpa mia: qualcuno mi rimprovera di non aver prodotto un testo unico. La critica è in parte giusta, in parte no. In verità ho scritto tanti saggi, che coprono la storia di Vittoria dal Seicento al 1962, come tante tessere di un unico grande mosaico (quasi 100 tra saggi e articoli). Avevo anche pensato di scrivere una specie di manuale di storia di Vittoria da far circolare nelle scuole. Poi, invitato dall’A.C. dell’epoca, nel 2013 ho prodotto una grande guida di Vittoria e Scoglitti. L’opera è concepita non come un manuale di storia, ma ripercorre le vicende della città, dei luoghi e dei monumenti strada per strada, contrada per contrada. Ma non è mai stata stampata. E la mancanza di un testo nuovo e unitario, come si è visto, si sente…

“La memoria e il futuro”: ho usato più volte questo titolo per alcuni miei saggi, perché senza memoria del passato non c’è futuro. Sembra un’ovvietà. E invece non è così. Specie da quando la destra ha vinto le elezioni amministrative del 2016 e poi con lo scioglimento del Comune e l’avvento dei commissari, ho l’impressione che la memoria storica di Vittoria sia stata come azzerata. E’ come se oggi Vittoria non fosse più nulla. A parte la scemenza dei briganti (che mi auguro di non sentire mai più, ma non mi faccio illusioni: la madre degli idioti è sempre incinta), tutti ignorano cosa sia veramente Vittoria: nell’immaginario collettivo sta passando l’idea di una città di mafia, dove solo si scorrazza e si uccidono bambini innocenti e che purtroppo è sommersa dall’immondizia. Oggi solo questo sembrerebbe essere la povera Vittoria…

Eppure si tratta della nona città della Sicilia per popolazione ed uno dei più grandi mercati ortofrutticoli del Mezzogiorno. Una città che ha una grande storia economica e politica.

Storia economica: Vittoria è stata capitale del vigneto per più di 300 anni (dal Seicento alla fine dell’Ottocento e poi di nuovo nel Novecento), con una enorme produzione di vino già nel Settecento e triplicata nella seconda metà dell’Ottocento, quando su una superficie di vari comuni per 40.000 ettari si arrivò ad una produzione di oltre 400.000 hl di vino l’anno.

Vittoria è la città che ha visto per prima la coltivazione su larga scala del pomodoro a campo aperto sin dagli anni Dieci del Novecento (in alcune contrade attorno a Scoglitti, come l’Anguilla), e poi notissima per i suoi ortaggi (rinomati in verità sin dal Seicento, come si è ricordato). E’ anche la città in cui alcuni ex braccianti improvvisatisi coltivatori diretti nel 1959 hanno inventato la serricoltura per gli ortaggi e dove in seguito alcuni imprenditori hanno creato grandi aziende floricole.

Storia politica: Vittoria ha partecipato all’edificazione del nuovo Stato unitario grazie all’azione in Parlamento di Rosario Cancellieri dal 1865 al 1895; è stata la culla di una grande rivoluzione politica nell’antica provincia di Siracusa, fra le prime a vedere nascere il Partito Socialista nel 1899, ad opera del giovanissimo Ferdinando Terranova.

Vittoria è la città dove per decenni, dal secondo dopoguerra in poi, ha attecchito ed è cresciuta la sezione più grande del Pci nell’intera provincia, che ha fondato la moderna economia vittoriese, guidando l’emancipazione di migliaia e migliaia di braccianti, con una grandiosa trasformazione economica e sociale. Poi tutto è cambiato: tra la fine del Novecento e gli inizi del Duemila, è come se la città avesse smarrito sé stessa, illudendosi di superare i suoi problemi dandosi ora a Forza Italia, ora alla destra ed ai 5Stelle, senza alcuna classe dirigente, senza alcuna direzione di marcia verso un futuro. In questo contesto, la sinistra, dopo essersi dilaniata, si è inabissata ed oggi è ridotta ai minimi termini. E ciò ha comportato il tentativo di azzerare la grande storia di questa città.

Non voglio però cedere al pessimismo, come altri acuti osservatori e fustigatori della nostra comunità (voglio ancora chiamarla così, sperando nella costruzione di un nuovo futuro).

Per quanto mi riguarda, faccio quello che posso, cercando di ricostruire il passato e mantenere in qualche modo la memoria di una città e di un territorio, facendo appello a tutti coloro che hanno dato e danno oggi un contributo alla nostra civiltà, a tanti altri “custodi della memoria”, che fortunatamente non mancano a Vittoria, in ogni campo: dalla storia alle tradizioni popolari, alla musica, alla fotografia, all’arte, alla poesia, alla letteratura, all’imprenditoria sana, a quanti operano e vivono in questa città, lavorando quotidianamente:: ognuno per quello che può fare, senza per forza essere “grandi”. Occorre costruire insieme una salda memoria del passato, per dare a questa città un futuro in cui anche se cambia il colore politico di chi va a Palazzo Jacono, non si pensi più a cambiare il nome di una Sala, per cancellare il passato. Perché cancellando il passato, si sega il ramo su cui si è seduti; cancellare Grotte Alte e il Quarto Stato non ha portato fortuna…

21.Sulla storia del vino a Vittoria

Non sarò certo io -nell’attuale oscuro momento amministrativo cittadino- a negare la necessità di qualche raggio di luce: la celebrazione del nostro vino, in programma nei giardini del Municipio dal 20 al 22 settembre, va dunque apprezzata.

Io però vorrei approfittarne per chiarire una volta per sempre alcuni aspetti della nostra storia vinicola, in base ai documenti e non alle consuete fantasie.

Leggere che il “Cerasuolo” sarebbe nato con la fondazione di Vittoria -così come riportato dalla recente guida di “Repubblica” intitolata “Il paradiso degli Iblei”, a pag. 223- è una solenne scempiaggine (sempre, come al solito, per usare un eufemismo).

E allora, quali vitigni furono piantati sin dall’inizio nelle contrade del territorio man mano che venivano messe a coltura? Dallo studio dei censimenti di Vittoria fatti dal 1616 al 1748, è stato possibile seguire il trionfale progresso del vigneto dalle zone della valle e attorno all’abitato fino all’interno in tutte le direzioni e lungo la costa, ma non le qualità dei vitigni.

Dai riveli (soprattutto da quelli del 1748) ci è possibile apprendere che già a metà Settecento le contrade vignate erano ben 54 (quasi tutte), con vigne estese per oltre 3.000 ettari (il calcolo è mio ed è basato sulle migliaia di viti dichiarate e sulla superficie occupata da ogni migliaio, pari a mq. 2188, in base al sesto allora in vigore).

Solo nel rivelo del 1714 abbiamo le prime notizie di alcune qualità di vino esistenti a Vittoria. Il barone don Giombattista Ricca infatti nel 1714 rivela di possedere barili di vino della qualità “guarnaccia”, “moscatello”, “malvasia”: si tratta di vini bianchi da pasto però, che non sappiamo se venissero prodotti sul posto o fossero importati. Nelle sue vigne alla Scaletta produceva comunque il vino detto genericamente “rosso” o “nero”, come centinaia di altri produttori vittoriesi. Pur non avendo alcuna indicazione, è ovvio presumere che i vitigni piantati sin dai primi del Seicento furono quelli in uso nelle zone vicine da cui provenivano gli abitatori e soprattutto -credo- quelli dei vigneti di Chiaramonte, Comiso, Ragusa, Scicli etc.

Ma per sapere quali vitigni erano piantati in genere nel Seicento in Sicilia e nel Val di Noto (da cui provennero la maggior parte degli enfiteuti), è necessario passare in rassegna alcune fonti coeve.

Per semplice curiosità, riporto però alcune notizie tratte da vocabolari siciliani. Uno dei più antichi è quello dell’abate Angelo Senisio (1348) che cita solo la qualità “minna vacchina” (detta in seguito “bumaste”, dal greco, che significa appunto “minna di vacca”; ancora in uso nel palermitano, ne riporto una foto, precisando che tutti gli attuali vitigni sono stati reinnestati su porta-innesto di viti americane dopo la catastrofe della fillossera di fine Ottocento).

Nel vocabolario di Niccolò Valla (1500, studiato e pubblicato dal vittoriese prof. Giuseppe Gulino) vengono citati i seguenti vitigni: “duraca o duracina”, “insolia”, “minna vacchina”, “muscatella”.

Lucio Scobar (1519) cita anche lui la “minna di vacca”, e per la prima volta la “curniola”. Per quanto ne capisco, si trattava di uve bianche, soprattutto della Sicilia occidentale.

Una descrizione completa delle qualità di vino prodotte in Sicilia nel Cinquecento è opera del piceno Andrea Bacci (1524-1600), medico e scienziato, autore, tra le altre cose, anche di una apprezzata opera enologica intitolata De naturali vinorum historia, de vinis Italiae et de conviviis antiquorum Libri VII (pubblicata a Roma con tre edizioni nel 1596, 1597 e 1598, ed in Germania a Francoforte nel 1607 in otto libri), dedicata al suo mecenate: il card. Ascanio Colonna (1560-1608), da noi conosciuto anche per essere fratello della fondatrice di Vittoria.

Nella sua opera, Bacci parla dei vini dell’agro catanese, che sono «simili a quelli del Vesuvio ed ai [vini] Greci, per la presenza dell’Etna: imitano i generosi vini antichi detti di Tauromenio e Mamertino, prodotti lungo la costa di Savoca e Nasso, di Scaletta e fino al monastero di San Placido». Cita inoltre «il vino detto Calaurisi, prodotto a Napoli, nel Salernitano, nel Cilento, fino a Cetraro e a Paola in Calabria ». La sua caratteristica è quella di essere arricchito con il cotto, che gli dà un colore fulvo. Si tratta di un vino di «molta forza, e nutrimento…solido», capace di resistere non solo al calore estivo. Fatto da vari generi di uve, è adatto ai «grandi banchetti, e per l’uso familiare, utile anche agli operai…». Lo studioso accenna poi ai vini del Val di Noto: il «Vino Netino, conosciuto col nome di Siracusano a Malta» (probabilmente il moscato di Siracusa).

Come si è detto, sfortunatamente, nessun cenno a vitigni è nei riveli né negli altri documenti del Seicento vittoriese, mentre studiosi ed eruditi cominciano ad occuparsene a Palermo. A fine Seicento, infatti, frate Francesco Cupani nel suo “Hortus catholicus sive catalogus” (Napoli 1696, 1697) elenca molte varietà di vitigni, con notizie che però noi possiamo utilizzare alla luce di quanto scrive «Dei vini della Vittoria» Domenico Sestini, bibliotecario del principe di Biscari. La memoria, scritta tra il 1770 ed il 1775, fu pubblicata dall’Accademia dei Georgofili nel 1812 e ripubblicata da Sellerio nel 1994 a cura della Banca Popolare di Credito e Servizi, in occasione della inaugurazione della sua sede vittoriese. Ed è proprio Sestini che indica finalmente i nomi dei vitigni allora in uso nel Vittoriese: «sono i Frappati, i Calabresi, i Grossi Neri, li Cataratti, le Visazzare, e li Guarnacci, le quali sorte d’uve unite tutte insieme producono un’ottima qualità di vino rosso». Confrontando Sestini con Cupani, possiamo proiettare un fascio di luce sul Seicento, quando probabilmente questi potevano essere i vitigni piantati a Vittoria:

In Cupani il Grosso Nero è indicato come “Niuridduni”; il Frappato come “Niureddu ordinariu” (in altri documenti detto anche “Niureddu comuni” o anche “Surra”); il Calabrese come “Calaurisi”; il Catarratto (vedi foto) mantiene il suo nome (individuato da Sestini anche come “Trebbiano”); la Visazzara è in Cupani detta “Buxazzara”, mentre la Guarnaccia è distinta in bianca e nera.

Sestini indica le contrade che producevano i vini migliori: Santa Teresa, Pettineo, Fossa di Lupo, Spitalotto, Capraro, Montecalvo, mentre a me le più vitate e le più produttive risultano le contrade Anguilla-Lucarella (in assoluto quella con una maggiore estensione di vigne), Pozzo Bollente, Pozzo Ribaldo, Resiné, Suvaro Torto, Bastonaca, Bonincontro, Boscopiano ed altre.

Sestini dice che gran parte del vino vittoriese veniva esportato a Malta, notizia confermata dall’abate Paolo Balsamo che venne a Vittoria nel 1792 e poi nel 1808, ma che non cita vitigni.

Con buona pace degli estensori della guida di “Repubblica” e dei loro disinformati informatori, il bibliotecario del principe di Biscari al primo posto mette il “Frappato” ed in verità sembrerebbe che questo vitigno sia la vera caratteristica dei vigneti vittoriesi originari. Ce lo conferma in una sua lettera del 1890 al barone Mendola di Favara lo stesso on. Rosario Cancellieri, che così scrive:

«Dacchè esiste Vittoria (città fondata nei primordi del XVII secolo) il Frappato è stato universalmente preferito…in queste contrade. Esistono vigneti le cui piantagioni risalgono al XVII secolo e tutti di Frappato, come di Frappato generalmente sono tutte le piantagioni del secolo presente…In relazione alle altre varietà rappresenta il 90% e forse più di questa plaga vitifera. In Vittoria accennando ad un vigneto senz’altra indicazione intendesi il Frappato, mentre in caso diverso si specificano le varietà come sarebbero il Calabrese, il Catarratto, l’Albanello etc.».

Il vino di Vittoria (chiamato solo “rosso” o “nero”), di 14 o anche 16 gradi di alcool, dal 1816 in poi prese il nome di vino “Scoglitti”, dopo che il barone Francesco Contarella (1772-1837), per superare la crisi del commercio causata dall’abbandono della Sicilia da parte delle truppe inglesi dopo il 1815, lo spedì direttamente da Scoglitti, saltando l’intermediazione di Messina, dove prima veniva spedito per poi essere imbarcato verso i porti di Livorno e Genova.

Un’ulteriore prova che per tutto l’Ottocento fu il Frappato il vitigno-principe dei vigneti vittoriesi è data dal sindaco Giovanni Leni di Spadafora, che in una sua relazione all’Intendente di Modica nel 1853 così scrive:

«…La specie dell’uva che si coltiva quasi generalmente è l’uva rossa che in Vittoria chiamasi Frappato che si assimila al Nivoro [Nerello] che coltivasi nell’Etna. Questa vite è la piú forte che si conosca. Il suo sapore è aspro e men dolce della uva tenera e il vino che si produce tiene del sapore del frutto Mareyge, anzi migliora con gli anni e la navigazione. Si pianta…in proporzione dei 90 a 10 tra il Frappato e le altre specie». Leni precisa poi che il vitigno resisteva benissimo all’oidio (che aveva distrutto i vigneti napoletani) e che anche per questo era il preferito.

(Sull’origine del nome, qualcuno ha scritto che “Frappato” sarebbe una corruzione per “Fruttato”: a mio avviso invece potrebbe derivare dal verbo “frappari” che secondo Del Bono (1751) significa “tagliare, incidere profondamente” e in effetti le foglie della vite sono profondamente incise e lanceolate,.

Anche Salvatore Contarella nel saggio “Il presente e l’avvenire dei vini Scoglitti” (1875), parlando dei vitigni vittoriesi, conferma il primato del Frappato. A Vittoria infatti si coltivavano all’epoca:

«1.Il Negrello, che in vernacolo si chiama [Frappato], che dà grappoli di uva nera, lunghi sino a 25 centimetri, e proporzionalmente grossi, con acini arrotondati, ed uniti fra loro, che all’epoca della maturità acquistano un color nero vellutato, di gusto grato al palato, e molto zuccherino.

2.Il Calabrese, che dà uva nera, con grappoli più piccoli, ma più numerosi del Negrello, con acini più prolungati, e meno compatti, di un gusto meno dolce del Negrello.

3.L’Albanello che dà uva bianca tendente al verde, ma che prende un color d’oro all’epoca della maturità, di lunghezza, e grossezza maggiori del Negrello, con acini rotondi, compatti, e più grossi del Negrello, grata al palato, e buona anche come uva mangereccia.

Le due ultime varietà, cioè il Calabrese, e l’Albanello, stanno a proporzione del Negrello come uno a trenta. Ne segue che abbiamo l’unità, o poca varietà di vitigni, che è la seconda condizione della buona vigna Latina» (come si vede, Contarella aumenta la percentuale del Frappato nella composizione dei vigneti dal 90% di Leni ai 29/30, cioè alla quasi totalità di una vigna.Contarella parla anche dell’enorme produzione del territorio dei comuni di Vittoria, Comiso, Chiaramonte e Biscari, pari a 400.000 hl l’anno.

Poco prima della catastrofe della fillossera (dal 1886 in poi), anche Orazio Busacca, nelle sue “Effemeridi” dal 1850 al 1896 parla principalmente di tre vitigni: Calabrese, Frappato nero e Cateratto bianco.

Un quadro dei vitigni della provincia di Siracusa prima della fillossera è data dall’Inchiesta Jacini del 1885 che ne elenca ben 39. Tra essi i nostri: Albanello bianco; Catarratto bianco e Catarratto nero; Calaurisi; Guarnaccia; Insòlia bianca e Insòlia nera; Lignaggiu di Surra o Frappato; Moscato (di Siracusa); Nero d’Avola; Grosso Nero. Da notare la distinzione tra “Calaurisi” e “Nero d’Avola”: trattandosi dello stesso vitigno, ciò si spiega con la diversa denominazione in luoghi diversi, cosa che dava luogo alle varianti di nome (non sempre distinte dall’estensore della relazione finale). Infine, così leggiamo in una relazione del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, risalente al 1896:

«Chiamansi poi col nome di Vittoria i vini della vasta pianura posta nei territorio di Chiaramonte, Comiso, Vittoria e Scoglitti. In commercio passano anche col nome di vini di Scoglitti, dal luogo d’onde vengono spediti: derivano dal Frappato e dal Calabrese, sono però più pregiati i vini che provengono dal solo Calabrese (da non confondersi col Calabrese di Siracusa). Il pregio principale dei vini di Vittoria è la schiuma rossa senza nulla di violaceo, ed è precisamente ciò che li rende più ricercati di quelli di Pachino. Hanno molto profumo, sapore caratteristico e color rosso granato, sono poco sapidi, molto alcoolici e ricchi di corpo; ebbero grande fortuna nella Francia meridionale: oggi si spediscono a Genova e Napoli e anche all’interno dell’Isola». Da questa relazione, sembrerebbe che a fine Ottocento il Calaurisi abbia preso già il sopravvento sul Frappato….

Solo lentamente, ai primi del Novecento, la catastrofe della fillossera poté dirsi superata, grazie alle sperimentazioni francesi di Montpellier, recepite in Italia anche con la legge Cancellieri del 19 luglio 1881, n. 167. In base a tale legge furono impiantati soprattutto in Sicilia vivai che sperimentarono l’innesto di alcuni vitigni siciliani su porta-innesto di vite americana (la stessa che aveva introdotto la fillossera in Europa, ma che ne era immune). Nella nostra zona, nei due vivai di contrada Surdi e Boscopiano furono così reimpiantati soprattutto i tre vitigni Frappato, Calabrese e Albanello: c’è anche da dire quindi che il gusto attuale dei vini potrebbe essere assai diverso da quello del passato. Ma come è nato quello che oggi è il maggior vanto vinicolo di Vittoria?

Il termine “cerasuolo” è riscontrato per la prima volta nelle “Effemeridi dal 1850 al 1896” di Orazio Busacca al plurale: “cerasuoli” per Busacca sono i vini “scoloriti” e di non buona riuscita rispetto al normale colore rosso o nero: pertanto non ne ha grande considerazione.

Più indicativo è invece l’enotecnico Arcangelo Mazza, che nella sua tesi di laurea del 1910 intitolata «Ricerche per migliorare le condizioni economico-agrarie del territorio di Vittoria» così descrive le diverse qualità di vino ai primi del Novecento:

«I vini cerasuoli si ottengono facendo fermentare per alcune ore (12 circa) il mosto e le vinaccie insieme. Nel territorio hanno il primato per la evidente ragione che costituiscono i vini di diretto consumo e per essere ricercati nell’interno dell’Isola… I vini rossi da taglio [si ottengono con] l’intinamento delle uve…36 ore al minimo… I vini bianchi nel territorio sono quantità trascurabile…Si ottengono mediante uve bianche (albanello, catarratto, ecc.)». Come si vede, Mazza non dice come si combinino ed in quale percentuale le uve delle diverse qualità per ottenere il cerasuolo.

Chi invece lo fa è il massimo enologo di Vittoria, nonché massimo poeta dialettale di Vittoria: Neli Maltese (1863-1947). Nel suo «Ditirambu. Eloggiu a lu vinu di Vittoria», contenuto nella raccolta “Scuru” (pubblicata dopo la sua morte nel 1947) parla di quattro vini prodotti a Vittoria:

-il “vino nero o rosso da taglio”, fatto di Calabrese e Frappato;

-il “vino Cerasuolo”, anch’esso fatto di Frappato e Calabrese, distinto in “forte” o “leggero”;

-il “vino vecchio” (delle qualità precedenti, ma invecchiato);

-il “Moscato o Moscatello”.

Con Maltese abbiamo pertanto la certezza che a poco a poco, dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, il Cerasuolo (prodotto secondo Mazza con appena 12 ore di fermentazione nei “tinelli”) andò conquistando sempre maggiore spazio, distinguendosi nelle due qualità accennate probabilmente variando le ore di permanenza nei “tinedda”: per esperienza diretta risalente agli anni ‘60, a Pettineo nel palmento il mosto veniva a volte “sfossato” a mezzanotte, a volte l’indomani (aggiungo che nelle vigne di Pettineo oltre al “calaurisi” c’erano vitigni soprattutto di “ruossu niuru” e di “giacché”, oggi completamente scomparso dalle nostre parti).

Il primo che usò però commercialmente il nome “Cerasuolo” in un’etichetta di bottiglia fu il cav. Giuseppe Di Matteo, che nel 1950 imbottigliò vino con i nomi di “Cerasuolo-Bastonaca e Cerasuolo-Santa Teresa”, e che all’on. Salvatore Ricca (allora deputato regionale dell’Uomo Qualunque, ma già sindaco nel 1925, quando si distinse per aver fatto deliberare dal Consiglio la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini) chiese di proporre una norma per il riconoscimento della denominazione. L’Ars nel 1951 votò una proposta in tal senso indirizzata al Senato, ma non se ne fece nulla. Solo con decreto del 29 maggio 1973, il Cerasuolo di Vittoria ebbe il suo riconoscimento di legge, perfezionato con D.M. del 13 settembre 2005, pubblicato nella G.U.R.I. del 26 settembre 2005, con la concessione della D.O.C.G.. Il Cerasuolo di oggi è formato da un 50-70% di Nero d’Avola/Calabrese e da un 30-50% di Frappato. Anche per le denominazioni sarebbe utile ritornare alle antiche: perché chiamare “Nero d’Avola” il vitigno che è il “Calabrese” di Vittoria? (come il pomodorino: inventato a Vittoria, è conosciuto come “Pachino”…). Non lo dico per campanilismo, ma solo per riaffermare un primato che la storia ha dato a Vittoria e che i Vittoriesi non abbiamo saputo sempre valorizzare. Sarebbe quindi ora di farlo. Questa, in sintesi, è la storia dei vini vittoriesi, per non parlare dell’influenza del vigneto sull’architettura civile (dal teatro alla basilica di San Giovanni) e soprattutto su quella privata in stile Liberty. Sperando di aver fornito materiali utili a progettare il futuro, non mi illudo però di non leggere o sentire più le consuete scemenze sulla nostra storia, quale ad esempio anche quella secondo cui il vino prodotto nel territorio dell’antica Camarina fosse l’“antenato” del Cerasuolo…

22.Commissari e commissariati a Vittoria

Seguo a distanza e sempre più disamorato le vicende politiche, economiche e amministrative di questa nostra Città e come sa chi ogni tanto mette qualche “mi piace” sui miei post, preferisco passar tempo a ricostruire le vicende di Vittoria e del suo territorio, ritenendo così di fare cosa più utile alla Città che ho per qualche tempo contribuito, nel bene e nel male, ad amministrare, lasciando il giudizio ai posteri…

Ma guardate a volte cosa riserva la lettura di vecchi documenti. Sono infatti in mio possesso da anni copie di alcuni giornali dei primi del Novecento, e di fogli volanti curati da Ferdinando Terranova (pioniere e fondatore del Partito Socialista a Vittoria) tra il 1913 ed 1914, anni di violentissimi scontri non solo verbali, tra i seguaci dell’on. Evangelista Rizza ed il partito Jacono da una parte ed il Partito Socialista dall’altro. Il clima assai rovente di quel biennio fu dovuto alla grande novità del suffragio universale maschile che aveva concesso il voto ad una grande massa di contadini ed operai a Vittoria e nel Collegio di Comiso. La cosa naturalmente faceva tremare la vecchia borghesia liberale al potere dal 1861, pur se divisa tra la Destra di don Giombattista Jacono e la Sinistra cancellieriana, distrutta dopo la morte del Senatore.

La campagna elettorale fu rovente, fatta di manifestazioni di piazza, comizi, e velenosi fogli volanti. Ma Terranova superò sé stesso, arruolando (in funzione antirizziana e a favore dei socialisti) il defunto senatore Cancellieri, che l’autore immagina ritorni a Vittoria dal cimitero e si renda conto di cosa sia successo dopo la sua morte. Alla fine della seconda visita (in tutto saranno cinque), Cancellieri/Terranova sale alle «storiche Ceddi» (dove nacque nell’ottobre 1899 l’idea di fondare una sezione socialista) e da lì ammaliato dal panorama notturno rischiarato dalla luna, mentre «spira una lieve brezza e in fondo alla vallata si sente lo scorrere lento delle acque dell’Ippari…Cancellieri posa, commosso, lo sguardo sulla città addormentata e silenziosa.

“Vittoria!- esclama- mia dolce terra natia, popolata di gente buona e laboriosa, cittadina ridente, cui natura prodigò un cielo di cobalto e un clima eternamente primaverile…! Una schiera invitta di tuoi cittadini, cui io non fui estraneo, ti abbellì nella dimora e ti migliorò nei costumi…..Qual forte narcotico ora ti ha addormentata in un sonno profondo, che ti fa sorda ai lamenti dei figli tuoi, oppressi da una oligarchia assetata di sangue, di oro, di dominio?….Sorgi, o Vittoria!….Già un’aurora di pace e di giustizia annunzia lo spuntar del sole liberatore, che inonderà di sua luce il tuo cielo e la tua terra….L’aquila tua allora librerà le ali sulla città risorta e ripeterà alle tue genti, affratellate e redente, il peana della vittoria!…». Parole adatte solo al clima del 1914? O valide anche per il 2019 di questa nostra infelice terra?

23.Tra passato e presente: spigolature storiche sui commissariamenti del Comune di Vittoria.

Dalla nascita dei Comuni nell’allora Regno delle Due Sicilie (nel lontano 1819), il Consiglio Comunale di Vittoria è stato sciolto 11 volte. A cominciare dal 1874, in media una volta ogni 15 anni circa. La prima volta appunto fu sciolto nel luglio 1874, a seguito del processo di Siracusa, in cui vennero a galla le responsabilità dei fratelli del sindaco Giombattista Jacono come presunti mandanti dell’assassinio di Mario Pancari nel 1871. Il sindaco non c’entrava nulla (ed in seguito i suoi fratelli -probabilmente però colpevoli- furono prosciolti nel processo di Ancona nel 1877), ma lo scandalo suscitato fu così grande che il prefetto di Siracusa dell’epoca, Tiberio Berardi, fissatosi che a Vittoria si fosse affermata la “maffia” fece sciogliere il Consiglio Comunale, nominando commissario un funzionario di Prefettura, tale Vitaliano Scarpis. Il quale amministrò la città per tre mesi e poi fece svolgere le nuove elezioni che portarono ad una conferma del partito Jacono. Il Governo Minghetti non nominò però il sindaco e svolse tali funzioni il dr. Felice Maltese, uomo colto e filosofo.

Il secondo commissariamento (febbraio 1885-maggio 1885) fu tutto politico: si trattò infatti di una vendetta contro l’azione amministrativa dell’ex deputato Rosario Cancellieri da parte dei suoi avversari cittadini. Il cav. Giuseppe Arpa tentò infatti di smantellare l’operato di Cancellieri (soprattutto per il Piano Regolatore), appoggiandosi ad alcuni esponenti del partito Jacono, che naturalmente rivinse le elezioni.

Le malversazioni dei vincitori furono però tali e tante che nel settembre 1888 il Governo Crispi sciolse ancora una volta il Consiglio, nominando prima un tale Gambarini (toscano) poi tale Musi: quest’ultimo altro non fece che manipolare le liste ed il voto amministrativo del 27 gennaio 1889, al fine di assicurare la vittoria del partito Jacono, il cui capo -il vecchio Giombattista Jacono- fu designato sindaco dal Governo.

Nel giugno 1893 fu Cancellieri -risorto politicamente con la sua nomina a Senatore del Regno- a fare sciogliere per la quarta volta il Consiglio, cacciando il sindaco barone Francesco Leni Spadafora, facendo nominare commissario tale Berti, che amministrò secondo i dettami di Cancellieri. Ma le elezioni del dicembre successivo confermarono ancora una volta la vittoria del partito Jacono, con Leni Spadafora rieletto sindaco e furono una cocente sconfitta per Cancellieri, travolto dalla manipolazione delle liste elettorali e dai tradimenti tra le sue file.

Il quinto scioglimento avvenne nel marzo 1921, in un’altra epoca storica. L’amministrazione socialista, eletta a suffragio universale maschile il 7 novembre 1920 fu travolta dagli assalti armati di squadristi ed ex Combattenti, finanziati dallo sconfitto partito Jacono-Rizza. Dal 1° aprile 1921 e fino al gennaio 1923 Vittoria fu amministrata dal dr. Michele Serra, funzionario di Prefettura, che garantì l’ordinaria amministrazione e si preoccupò soprattutto di far fare la pace tra le due fazioni fasciste di Vittoria…

Un tentativo mancato di destituire il primo sindaco comunista nel luglio 1945 a seguito di una relazione dei Reali Carabinieri fallì. Andò a segno invece il sesto scioglimento (2 marzo 1950), anch’esso tutto politico: si basò su presunte vessazioni tributarie a carico dei ricchi vittoriesi, presunte assunzioni clientelari di professori per le scuole superiori cittadine ma ebbe le sue origini vere nel ruolo che i sindaci comunisti Omobono (1945-1947) e Traina (1947-1950) avevano impresso al Comune, con una partecipazione attiva -tra le altre cose- alle lotte bracciantili per l’imponibile di mano d’opera e contro l’adesione dell’Italia alla Nato. Dopo due anni di commissariamento del rag. Ferdinando Colombo, che governò appoggiandosi alla Dc locale, l’elettorato riportò trionfalmente al Comune i socialcomunisti nel maggio 1952.

Il settimo commissariamento avvenne nel gennaio 1964, a seguito della spaccatura interna al gruppo di maggioranza del Pci, dilaniato da lotte intestine sin dal 1962. Fino alle elezioni di novembre, amministrò la città il dottor Giovanni Guzzardi che (a parte lo spostamento del Monumento ai Caduti alla Villa Comunale) lasciò di sé un buon ricordo di capace amministratore.

Dopo gli anni del centro-sinistra, dal 1971 ritornarono le giunte socialcomuniste e poi i monocolore comunisti che amministrarono fino al settembre 1993. Dopo avere sconfitto nel 1992-93 il tentativo del prefetto dell’epoca di sciogliere per mafia il Consiglio, senza storia furono i commissariamenti Scalia (settembre 1993), Vernaci (dicembre 1994) e Campo: furono esclusivamente tecnici.

Ed eccoci all’undicesimo: quello per mafia, con la nomina della triade commissariale dall’agosto 2018.

A distanza di un anno, non mi sembra che la città se la passi meglio. Pur non volendo dare alcun giudizio di merito sull’attività dei commissari, non mi pare che Vittoria in questo anno sia migliorata: basti accennare alla spazzatura e ai disservizi nella fornitura d’acqua, per non parlare d’altro. Mafia (che c’è sempre stata, almeno dai primi anni ’70) o non mafia, da Palazzo Jacono verso la città mi sembra spiri un atteggiamento paternalistico e moralistico: da un momento all’altro mi aspetto di sentire la favola sui “Vittoriesi discendenti dai banditi di Boscopiano” e stampa e tv non hanno fatto altro che mettere in croce questa città (anche per eventi che con la mafia nulla hanno a che fare), per la presenza di “influencer” esterni a questa città, oggi dotati di grande visibilità mediatica, ma che nulla sanno di Vittoria e della sua storia. Questo è certamente il mio giudizio. Passati i commissari, che poco o nulla incideranno nella vita amministrativa della Città -anche se dovessero stare un altro anno-, tutto tornerà come prima: con l’aggravante che ormai Vittoria è una città senz’anima, senza identità, senza cultura, priva di memoria storica, in preda a prepotenti, maleducati e menefreghisti, con strade e campagne sommerse dalla sporcizia. E la cosa più grave è che dopo i commissari rischiamo il deserto politico. Troppo pessimista? Vediamo. A me piace essere smentito.

p.s.: sarà interessante da “storico” leggere la relazione finale dei commissari sulla loro attività al Comune di Vittoria dall’agosto 2018 al… 2020, dopo che finiranno il loro lavoro…

Grazie ad alcuni amici ho corretto due dimenticanze, aggiungendo il tentativo di scioglimento del 1993 e il commissariamento affidato al dr. Campo, vice prefetto all’epoca.

24.Commissari e commissariati a Vittoria dal 1874 al 1952.

Recentemente il noto giornalista Angelo Di Natale è stato imputato perché avrebbe offeso la reputazione e l’onore dei membri della Commissione straordinaria che amministra Vittoria dopo lo scioglimento per mafia del Consiglio Comunale nel luglio 2018. Di Natale, nel corso di un servizio televisivo andato in onda l’1.8.2019 avrebbe affermato che a Vittoria «c’è una cappa di piombo che impedisce proprio l’esercizio minimale delle funzioni democratiche». Allo stesso modo l’ex deputato regionale Francesco Aiello e Cesare Campailla -nello stesso avviso di garanzia- sono accusati per avere sui loro profili facebook definito «inutile e volto al compimento di atti di interesse privato il lavoro svolto dai membri della Commissione, lamentando carenza di democrazia nel loro operato».

Avendo naturalmente il mio giudizio su come vadano le cose a Vittoria sotto la gestione della triade commissariale e lasciando alla magistratura di giudicare se le accuse siano fondate o meno, e cioè se esista ancora il diritto di critica (sembra incredibile…),

mi è venuto in mente di esaminare quale sia stato il rapporto tra Commissari e Vittoriesi commissariati in alcuni dei casi di scioglimento cui periodicamente venne sottoposto il Comune di Vittoria per svariati motivi. I casi più eclatanti mi sembrano i seguenti:

a)luglio-novembre 1874: il Consiglio Comunale viene sciolto per togliere di mezzo il sindaco Giombattista Jacono, fratello dei presunti mandanti dell’assassinio Pancari (marzo 1871). Pur essendo il sindaco totalmente estraneo alla vicenda, il prefetto di Siracusa dell’epoca Tibaldi si incaponì che a Vittoria c’era la “maffia” e ottenne la nomina di un funzionario della Prefettura di Palermo, tale Vitaliano Scarpis, che resse il Comune per tre mesi e poi se ne andò. Nessuna polemica tra il funzionario e i gruppi politici della città né querele. Nelle elezioni del novembre 1874 il partito Jacono -gestito dall’ex sindaco- ritornò tranquillamente al potere, anche se il Governo Minghetti non nominò un sindaco se non nel febbraio 1876.

b)gennaio-giugno 1885: il Consiglio fu sciolto per mettere fine all’epoca cancellieriana (1879-1882) che aveva profondamente innovato la vita amministrativa della città, provocando il malcontento dei proprietari dei suoli da espropriare per il Prg, e di alcune categorie di commercianti, che si erano rivoltati contro l’on. Cancellieri e i suoi seguaci. Il commissario straordinario Giuseppe Arpa (funzionario della Prefettura di Siracusa) alla fine del suo mandato durato cinque mesi, fece stampare a spese del Comune un ponderoso resoconto di oltre 100 pagine, in cui esaltò il suo ruolo di fustigatore delle gestioni amministrative passate e di malcostume da lui duramente punito (licenziò uno che aveva fischiato la marcia reale, tolse le galline che il custode del teatro teneva nell’androne, licenziò vigili urbani: insomma volle secondo lui “moralizzare”, etc. etc.). Accusato di essersi fatto addobbare il palco al Teatro, fece causa a Cancellieri per essersi impadronito dell’area dei pozzi annettendola al suo palazzo (area che però il Comune nel 1878 gli aveva concesso in enfiteusi con un canone annuo). Arpa naturalmente si avvalse dell’opera del partito Jacono, che in seguito lo ricompensò dandogli un incarico di segretario comunale (ma per poco tempo). Insomma, niente querele…

c) settembre 1888-gennaio 1889: sciolto il Comune per la presunta cattiva gestione del partito Jacono, i commissari Gamberini (un funzionario ligure) e Musi (della prefettura di Siracusa) si occuparono non tanto di amministrare la città, quanto di garantire la futura vittoria del partito Jacono nelle elezioni del gennaio 1889, manomettendo le liste elettorali. Non potendo infatti accrescere il numero degli elettori jaconisti, Musi soprattutto ridusse i probabili elettori cancellieristi, cancellandoli o impedendone il libero voto, assicurando così al partito Jacono la maggioranza in Consiglio per soli 20 voti (il giovane Salvatore Busacca che espose le malversazioni fu prima querelato dai consiglieri di maggioranza ma in seguito divenne jaconista…).

d) giugno-dicembre 1893: scioglimento per malversazioni del partito Jacono su richiesta del senatore Cancellieri che fece nominare tale Berti, che trovò molto marcio e licenziò il segretario comunale dell’epoca: alle elezioni successive però, svoltesi a dicembre, rivinse il partito Jacono e a Cancellieri fu messa una bomba nell’androne del palazzo…

e) aprile 1921-gennaio 1923: scioglimento dopo la provocazione delle squadre fasciste organizzate da Palazzo Jacono. I commissari Serra e Spagna fecero solo ordinarissima amministrazione ma Spagna in particolare si adoperò per mettere d’accordo tra di loro le due fazioni del fascismo vittoriese, anch’esse divise tra seguaci di Pace (Jacono) e seguaci di Pennavaria, risultati sconfitti al momento;

e)marzo 1950-maggio 1952: caduto il fascismo, tornate libertà e democrazia, le prime elezioni amministrative si svolsero il 17 novembre 1946, che diedero la maggioranza a Pci e Psi.

Il Comune popolare divenne un centro di profonde novità amministrative e politiche, schierandosi contro la politica governativa regionale e nazionale e a fianco di braccianti e lavoratori, cosa che provocò una forte reazione dei Governi nazionale e regionale e delle forze dell’ordine. Dopo un primo tentativo fallito nel 1948, il Comune fu finalmente sciolto il 2 marzo 1950, per motivi che andavano da presunte vessazioni tributarie contro benestanti ad assunzioni irregolari nelle scuole e per aver votato un o.d.g. contro l’adesione dell’Italia alla Nato. Fu nominato commissario l’estensore della relazione ispettiva che aveva portato allo scioglimento, il rag. Ferdinando Colombo, modicano, funzionario della Prefettura. Ferocemente anticomunista, si appoggiò alla locale sezione della Dc ed al suo segretario dr. Gaetano Alessandrello, assunse al comune alcuni funzionari democristiani modicani (per garantirsi la direzione di alcuni uffici), licenziando il comunista Balloni, dando il fianco a ferocissimi e durissimi attacchi da parte del Pci e del Psi, che nei due anni del commissariamento durato dal marzo 1950 al maggio 1952 lo bombardarono quasi quotidianamente.

Dalle carte in mio possesso però, pur di fronte alle gravissime accuse rivolte a Colombo, al segretario della Dc Alessandrello e al segretario comunale Sardo (a volte al limite del dileggio), non mi risultano né querele né processi per diffamazione o per lesione d’onore. L’ex sindaco Traina fu autore infatti anche di numerose poesiole e sberleffi pubblicati su fogli volanti dal titolo “La Colonna Infame” (riprendendo l’analogo titolo che nel 1944 aveva fustigato duramente il sindaco socialista avv. Giovanni Foti: neanche lui querelò mai l’avv. Traina, il prof. Consolino e gli altri che scrivevano contro la Giunta: solo la polizia si limitava a strappare i fogli appena affissi, che così ci sono stati tramandati). Per dare un assaggio, così scrive Traina (a firma “Don Misciu”) ne “L’opra de’ pupi” (giugno 1951):

«Ccellentissimi signori,/maschi, femmine e neutrali,/appuntati e caporali,/vi racconto la sciansòn./

La sciansòn dei palatini,/ di Fernando e Gaetano,/senza scrupoli e coscienza/che facevano concorrenza/ alla banda di Giuliano…» e così continuando: ma mai nessuno dei due né degli altri messi alla berlina ed addirittura paragonati ai banditi di Giuliano querelò…

Il 25 maggio 1952 Pci, Psi e Psdi ebbero ancora una volta la maggioranza assoluta ed un nuovo ampio mandato al governo di Vittoria. Le soperchierie di Colombo & C. non furono dimenticate e

accadde che all’atto dell’insediamento del nuovo Consiglio il prof. Salvatore Battaglia e l’avv. Filippo Traina si alzarono per impedirgli di leggere la relazione conclusiva della sua amministrazione, precisando che per legge andava depositata agli atti e non necessariamente letta. Colombo se ne andò, tristemente. Ma non aveva mai querelato nessuno.

Tranne quello del 1964 (commissario il dr. Giovanni Guzzardi), gli altri scioglimenti non hanno storia. Fino a quello attuale, che speriamo finisca presto e su cui torneremo quando sarà finito, per giudicare se Vittoria ne avrà beneficiato o meno.

25.Vittoria: un romanzo criminale? (parte I)

A seguito di recenti pubblicazioni, avverto il grave rischio che passi nell’opinione pubblica il messaggio che la storia di questa città sia solo una storia di criminali assassini, che i politici e gli amministratori degli anni del boom economico sottovalutarono o peggio “favorirono” il fenomeno mafioso, affermatosi secondo l’amico Bascietto «…nel silenzio devastante dei cittadini e delle istituzioni. E non poteva essere diversamente, dato che la Politica in quegli anni stava difendendo inconsapevolmente i criminali e gli speculatori che avevano costruito le case abusivamente e in aperta violazione delle leggi». Riferendosi quindi al movimento degli anni 1985-1987 per una “sanatoria possibile”, l’autore alle pag. 137-138 scrive che «i politici non hanno capito che in quella battaglia si stavano difendendo non gli interessi della povera gente, ma quelli della mafia che aveva costruito abusivamente case, ville, condomini, interi quartieri che fino a quel momento non valevano nulla, e che con una sanatoria avrebbero di fatto decuplicato il loro valore. E’ lì che interessi criminali e politica rinsaldarono i loro legame». Ora, a parte il fatto che tale legame tra mafia e politica dell’epoca a Vittoria è solo una sua affermazione gratuita ed offensiva, non suffragata da alcuna documentazione, alcun arresto, alcuna indagine: come si fa a dire che a Vittoria la mafia avrebbe costruito interi quartieri, ville, condomini abusivamente? Purtroppo per l’autore, molti condomini che ogni si elevano nel panorama di case basse della città furono costruiti o ebbero regolare licenza negli anni ’60 (grazie alla legge Mancini del 1967) e poi nel ‘70, mentre gli sfugge la caratteristica dell’abusivismo edilizio vittoriese, un abusivismo di contadini, impiegati, artigiani, professionisti che con la mafia nulla avevano a che fare e magari qualcuno di loro o i figli o i nipoti applaudivano alla presentazione del libro e alle critiche contro qualche ex sindaco… Lo dico perché nel passato sono stato violentemente attaccato per la questione dell’abusivismo da uno il cui suocero costruì un condominio a tre piani a Scoglitti (quando io per altro ero al Liceo e non mi sognavo neanche di fare politica), costruzione che il mio duro critico si gode da anni giustamente avendola ereditata…

Lasciando a giovani ricercatori il compito di fare le opportune ricerche su cosa sia successo veramente a Vittoria, basandosi sui documenti custoditi al Comune e negli archivi di Questura, Prefettura e del Ministero degli Interni e non sulle opinioni personali non suffragate da alcun documento o peggio con il desiderio di costruire un “romanzo criminale” accattivante per il lettore: per quel che posso e so, vorrei dare la mia ricostruzione dei nostri drammatici “anni di piombo”.

Parlare di mafia e di criminalità a Vittoria senza capire cosa è successo nel nostro territorio alla fine degli anni ’50 significa costruire un discorso sul nulla.

Vittoria esce dagli anni ’50 con una grave crisi del vigneto ma con un grandioso sviluppo degli ortaggi primaticci a campo aperto (pomodori, sedani, finocchi, fagiolino, piselli etc.) nelle sue campagne. La città, lontana dal miraggio del petrolio che in quegli anni alletta Ragusa (rivelatisi infatti vani i tentativi di trovare petrolio a Bonincontro), punta ad ottenere dalla Regione e dallo Stato industrie per la trasformazione dei suoi prodotti ortofrutticoli, senza riuscirci. Pertanto l’Amministrazione Comunale retta da Pci e Psi, opta per la costruzione di un vero e proprio mercato, scegliendo nel 1962 l’area in contrada Terre Pupi (attuale via Di Vittorio), per dare un maggiore spazio al mercato ristretto nella Piazza Matteotti, ormai insufficiente e causa di ingorghi nel traffico della città. Nel frattempo, la Giunta retta dal sindaco Balloni riesce a far passare in Consiglio il P.R.G., la cui elaborazione si trascina dal 1954, dopo un concorso nazionale.

Le lacerazioni interne al Pci provocarono nell’ottobre 1963 la caduta della giunta Balloni e poi lo scioglimento del Consiglio, con nuove elezioni nel novembre 1964 che videro la riduzione della forza del Pci e la formazione della prima giunta di centro-sinistra con sindaco il prof. Battaglia e vice-sindaco l’avv. Giudice, con il Pci all’opposizione.

Gli anni del centro-sinistra, al netto delle violente polemiche tra maggioranza e opposizione, videro l’ennesima rielaborazione del Piano Regolatore Generale redatto dagli architetti Ugo e Verace, che cercarono di correggere in qualche modo le pecche della bozza originaria, che prevedeva la demolizione di interi isolati nel centro storico (compreso quello dell’ex Carcere), la creazione di compartimenti costruttivi (come quelli del Viale Sicilia di Catania), la previsione di costruzione di nuovi condomini con la venuta di costruttori edili da Catania e Messina etc. etc..

Tutto questo mentre dal 1959 la situazione economica delle campagne stava subendo un processo dalle conseguenze incalcolabili per migliaia e migliaia di braccianti e contadini. Se la riforma agraria del 1950 poco aveva inciso nella struttura della proprietà a Vittoria (con l’esproprio di qualche migliaio di ettari di terre, e non le migliori), nell’aprile del 1959 per l’intraprendenza di alcuni ex braccianti come Gentile, Bennice, Martorina, Di Stefano, Colletta, Fortunato ed altri fu sperimentata a Punta Secca la coltivazione di pomodori sotto serra, ad imitazione delle serre per i fiori che alcuni di loro avevano visto ad Albenga, in Liguria. L’esperimento diede ottimi risultati, con la produzione di pomodoro a Pasqua, mentre di solito a campo aperto maturava a giugno. La ricerca per nuove soluzioni era scaturita dal disastro provocato dalle gelate del febbraio 1956, che avevano bruciato la produzione orticola, parte dei vigneti, agrumeti ed oliveti della nostra zona. L’esempio di questi veri e proprio pionieri fu imitato da numerosi altri braccianti e mezzadri e fu seguito e agevolato dalla politica (primi a capire la valenza della novità furono l’on. Rosario Jacono, che presentò all’Ars un’apposita proposta di legge a sostegno e l’avv. Filippo Traina, che nel 1963 sarebbe stato eletto al Senato. Che si trattasse di una vera e propria rivoluzione anche culturale è dimostrato dalla nascita nel 1964 della cooperativa “Rinascita”, per la commercializzazione collettiva dei prodotti, smentendo il concetto dell’”individualismo” contadino. La diffusione della serricoltura era stata inoltre favorita dalle grandi lotte del 1962 per ottenere un nuovo contratto di compartecipazione, battaglia che sebbene perduta per l’ottusità della Confagricoltura ragusana, fu superata nella pratica da numerosi coltivatori diretti che preferirono dare a mezzadria le loro terre per impiantarvi le serre. Nel 1966, per far fronte all’accresciuta produzione orticola, furono costruiti lungo la via Di Vittorio (nella contrada Terre Pupi) alcune decine di box in metallo, per ospitare il nuovo mercato ortofrutticolo, la cui superficie si rivelò subito insufficiente, tanto che nel nuovo P.R.G. l’amministrazione Battaglia-Giudice aveva individuato una nuova area in contrada Surdi, per costruire un mercato più grande.

Nel P.R.G. furono inoltre previste le aree per la costruzione di nuove scuole a Forcone (oggi Portella della Ginestra) e a Chiusa Inferno (già Scuola Media “G. Marconi” oggi Istituto Comprensivo “Filippo Traina” e le prime aree per la 167. La vicenda del P.R.G., che fu oggetto di violentissime polemiche politiche si concluse come era prevedibile con un fallimento: il Comitato Urbanistico Regionale lo bocciò definitivamente nel 1974, ordinandone la rielaborazione perché non si poteva «demolire mezza città»!

In sostanza, proprio mentre enormi risorse economiche affluivano nelle banche cittadine (i cui sportelli cominciarono a moltiplicarsi a dismisura), permettendo l’ascesa sociale di migliaia di persone che da braccianti erano diventati piccoli proprietari (acquistando per lo più le terre della costa da alcune famiglie), Vittoria non aveva un P.R.G. vigente per l’edilizia privata ed in ogni caso le previsioni delle aree di espansione risultavano già compromesse nella realtà da numerose costruzioni. L’espansione della città negli anni ’60 e nei primi anni ’70 avvenne pertanto senza alcun controllo, ripetendo in alcune zone la tradizionale e secolare maglia ortogonale (ad esempio nei quartieri della contrada Chiusa Inferno) e slabbrandola invece in maniera disordinata in altre zone periferiche, come a Forcone. Contestualmente, la costa e le vie d’accesso a Scoglitti verso Gela e verso Cammarana si riempivano di abitazioni di villeggiatura da parte dei nuovi ceti medi delle campagne, dell’artigianato e delle professioni.

Le cose mutarono radicalmente nel 1975, con l’Amministrazione Lucifora (Pci-Psi), che diede incarico all’équipe dell’arch. Susani per l’elaborazione del nuovo P.R.G.., dando disposizioni nelle more per uno strumento più immediato, come il Programma di Fabbricazione, che entrò in vigore nel 1979, dotando finalmente la città -dopo i tentativi cominciati nel 1949, ripresi nel 1954 e conclusisi negativamente nel 1974- di un nuovo e moderno strumento urbanistico vigente dopo il Piano Regolatore e di Ampliamento di Cancellieri del 1880.

Ma l’Amministrazione Lucifora non si occupò solo di urbanistica: impostò una inedita politica di servizi sociali per le coppie (consultori familiari) e gli anziani, deliberando un progetto di assistenza domiciliare. Vittoria entrava in una nuova era, avendo a modello i servizi sociali esistenti nell’Emilia “rossa”. Si affermò allora anche l’idea di recuperare monumenti abbandonati come il Teatro Comunale “Vittoria Colonna” (chiuso dagli anni ’50) e il complesso monumentale dell’ex convento della Grazia, anch’esso abbandonato ed in parte utilizzato da un asilo nido privato.

Idee e progetti che però sarebbero rimasti sulla carta se a causa delle grandi vittorie del Pci a livello nazionale nel 1975 e 1976 non si fosse inaugurata una nuova stagione politica, che nel 1977 dotò le Regioni di cospicui fondi per il decentramento, per i servizi sociali e gli investimenti in opere pubbliche. Infatti la legge 677/77 varata dal governo “della non sfiducia” (il Pci, in sostanza nell’area della maggioranza) fu recepita dalla Regione Siciliana retta allora da Piersanti Mattarella, che nel corso del 1978 approvò la fondamentale legge 1/79 che costituiva per ogni comune in base alla popolazione (e non più in base alle simpatie politiche) due fondi: uno per i servizi ed uno per gli investimenti. Fu questo a consentire alla nuova Amministrazione Aiello, subentrata nel febbraio 1978, di assicurare alla città una trasformazione pari per intensità e profondità a quello realizzata cento anni prima da Rosario Cancellieri (1-continua).

Vittoria: un romanzo criminale? (parte 2)

L’avvento della sindacatura Aiello si rivelò una svolta radicale, resa possibile -come già ho ricordato- dai fondi della legge 1/79 e dall’ampliata possibilità concessa dallo Stato ai Comuni di ricorrere a mutui della Cassa Depositi e Prestiti.

La nuova Amministrazione però non godé soltanto di nuovi fondi prima non concessi ai Comuni ma riuscì a caratterizzarsi come interprete dei bisogni della città grazie ad un attivismo instancabile del nuovo sindaco e soprattutto grazie alla collaborazione del gruppo dirigente del Pci, guidato dall’on. Rosario Jacono (dopo l’uscita di scena dell’on. Filippo Traina, colpito da grave male). Jacono, dirigente storico e uno dei fondatori con Traina ed altri militanti del Pci vittoriese, aveva la non comune abilità di aggregare e mediare i conflitti e riuscì ad assicurare al nuovo sindaco la piena collaborazione di un partito bene organizzato, profondamente radicato -tramite decine di militanti uomini e donne- nei quartieri popolari, capace di conoscere in tempo reale i problemi emergenti. Si contarono a centinaia le riunioni in città e nelle campagne, gli incontri con le categorie: artigiani, commercianti, contadini, sindacati: tutti furono coinvolti in un’opera colossale di cambiamenti amministrativi, favoriti anche dalla collaborazione fattiva dei vertici burocratici del Comune e di decine e decine di tecnici, impiegati, operai di ogni colore politico.

Sarei ipocrita se tacessi gli scontri e le diversità d’opinione tra i vari dirigenti, ma tutti avevamo uno scopo comune: l’amore per questa città, il desiderio di farla grande, di risolvere i suoi innumerevoli problemi, di farla crescere culturalmente e civilmente, renderla ricca in servizi e di nuovo protagonista del proprio destino. E quel gruppo dirigente riuscì a trasmettere la sua unità e la sua capacità amministrativa a tutta la città, che premiò ripetutamente il Pci, portandolo dal 43% del 1975 al 55% delle Amministrative del 1980, al 62% delle Politiche del 1987, al 72% delle Europee del 1989, il punto più alto mai raggiunto dal Pci a Vittoria (Bascietto, bontà sua ci porta all’82% ma dev’essere un refuso della mente…). Questi risultati furono frutto di anni di lavoro, di dedizione assoluta senza limiti di orari (anche nelle feste e di domenica), di giornate passate in campagna e in città, nelle riunioni di caseggiato (allora non c’erano né cellulari né whatsapp; e TeleCittà Val d’Ippari era alle prime trasmissioni). Contatti quotidiani con migliaia e migliaia di persone e soprattutto un progetto per la città, per i servizi, per il suo sviluppo civile e culturale, per la sua economia soprattutto.

Nel giro di pochi mesi e poi fino al 1981 l’Amministrazione Aiello (retta da Pci e Psi) mise le basi per un colossale risanamento dei quartieri popolari cresciuti malamente negli anni ’60 e ’70, portando acqua, fognature, illuminazione, marciapiedi, programmando ristrutturazioni di vecchi edifici scolastici (il Rosario, l’ex Ginnasio) e nuovi (tra cui il Rodari). Per l’acqua si ottenne un grosso finanziamento dalla Cassa per il Mezzogiorno per rifare la condotta di Scianna Caporale (la fonte era stata acquistata da Rosario Cancellieri nel 1881 e l’acqua addotta in città il 30 giugno 1898 dal sindaco Carfì) e con problemi con l’Eas per una richiesta negata di aumento di emungimento a Giardinello: nelle more si supplì con l’affitto di pozzi, provvisoriamente fornendo il servizio idrico con tubi di lamierino in superficie nelle numerose borgate delle campagne e attorno a Scoglitti, frazione che ebbe una rinata attenzione per il porto, con l’avvio di pratiche per la costruzione del lungomare della riviera Gela, un depuratore, illuminazione (anche del tratto Vittoria-Scoglitti), marciapiedi, campi da gioco. 

La raccolta dei rifiuti fu rifondata, con l’acquisto di centinaia di cassonetti e di nuovi mezzi, creando anche un’azienda speciale, l’A.M.I.U.

Per l’economia, il mercato di contrada Surdi, completato ma già insufficiente rispetto all’enorme accrescimento della produzione ortofrutticola del territorio, fu destinato a Mercato dei Fiori, progettando la costruzione di un nuovo grande mercato in contrada Fanello.

L’E.M.A. I.A. fu trasferita dalla villa all’ex Campo di Concentramento, per il quale si iniziarono le pratiche col Demanio Militare per averne la concessione, cosa che rese possibile un’ampliamento della partecipazione di ditte all’E.M.A.I.A.

Per i servizi sociali si previde la costruzione di due asili nido e due nuove scuole materne, l’istituzione di un secondo Consultorio Familiare e, dopo l’approvazione della apposita legge regionale, il Comune provvide a proporre alla Regione una delimitazione della riserva dei Pini d’Aleppo mentre nella vallata veniva progettato il depuratore della città e se non ricordo male si progettò anche un grande ampliamento del cimitero.

La cultura ebbe un grande riguardo, con la istituzione di una stagione di prosa al Teatro Comunale e con la creazione del Circolo del Cinema (in collaborazione con i Gambina, benemerita famiglia di pionieri del cinema a Vittoria).

E infine -spero di non aver dimenticato nulla- furono avviate le pratiche per l’acquisto di Palazzo Jacono, con un mutuo della Cassa DD.PP., per ridare alla Città un Municipio dopo che nel 1970 il vecchio Municipio di Piazza del Popolo era stato demolito, ritenendo i tecnici dell’epoca che non si potesse salvare (in effetti si trattava di una struttura seicentesca, ricostruita nel 1870 e alla quale nel corso dei decenni erano stati acclusi altri locali). Nell’area venne costruito il cosiddetto Memoriale della Pace (su progetto degli arch. Areddia e Petrolo), inaugurato il 13 giugno 1981, con un parziale recupero delle grandi caverne sottostanti, trasformate in rifugi antiaerei nel 1941 ma rimaste sempre chiuse al pubblico.

Una particolare attenzione fu riservata all’edificio dell’ex Carcere, primo atto del recupero del «nucleo primigenio della fondazione» (Areddia), oltre che alla Villa Comunale.

Insomma, una grande azione di rigenerazione, di riqualificazione, di acquisizione di una moderna coscienza civica, senza dimenticare la partecipazione dell’A.C. alle iniziative in difesa della serricoltura, dell’edilizia, dell’artigianato.

Nacque anche “Comune Notizie”, un giornale di informazione dell’A.C., diretto dall’avv. Gianni Ferraro, pubblicazione resa possibile dalla creazione di un Centro Stampa che, guidato da un valente tecnico come Rosario Marzo faceva risparmiare somme considerevoli con la stampa in proprio dei certificati. Tutte cose che sono riscontrabili negli atti e nei documenti del Comune, per chi avesse la capacità e la voglia di leggerli. Nn mancarono ovviamente le violente polemiche con la Dc ed il Msi, le lettere anonime, le denunce, le querele, i processi etc. etc., ma nessuna condanna venne mai a scalfire l’onestà e la rettitudine degli amministratori dell’epoca.

Ma davvero qualcuno potrebbe pensare di riuscire a ridurre la grande storia di questa Città a romanzo criminale? (2-continua).

Vittoria: un romanzo criminale? (parte III)             

Il 3 aprile 1981 il segretario del Pci on. Enrico Berlinguer venne a Vittoria, in occasione della campagna referendaria sull’aborto ed in previsione delle elezioni regionali del giugno successivo. In una piazza stracolma prima di lui parlò il segretario regionale del Pci on. Pio La Torre. Per la sezione del Pci vittoriese si trattava dell’ennesima dimostrazione di stima e vicinanza e la sanzione indiretta alla candidatura alla Regione del sindaco Aiello, che venne eletto di slancio nel giugno successivo.

Il nuovo sindaco fu l’on. Rosario Jacono, prestigioso dirigente del Pci vittoriese, deputato regionale dal 1955 al 1963, vice-sindaco nella rinnovata giunta di sinistra con il Psi dal 1971 al 1975. Fino a novembre 1981 la giunta vide partecipe anche il Psi, poi, a causa di dissapori sorti intorno al ruolo dell’ex sindaco on Aiello in giunta, si arrivò alla rottura e nel novembre 1982 nacque un monocolore comunista, con il rag. Giuseppe Amico vice-sindaco.

La divergenza con il Psi -prima che sul ruolo in giunta di Aiello-, era stata preceduta da una rottura per la questione dei missili di Comiso. Nella primavera del 1981, “Il Mondo” aveva pubblicato la notizia che il governo -ministro della Difesa il socialista Lagorio- aveva accettato di costruire una base di missili Cruise nell’area dell’ex aeroporto di Comiso. La cosa aveva provocato gravi preoccupazioni in città, di cui si era fatto portavoce per primo il consigliere Salvatore Garofalo e nell’agosto 1981 si tenne una seduta aperta del Consiglio Comunale sul Memoriale della Pace, con una divisione netta tra Pci e Psi. L’o.d.g. di rifiuto dell’iniziativa governativa costituì l’inizio della presenza della Città di Vittoria all’interno del movimento pacifista in Sicilia e che proprio in quei mesi cominciò a farsi notare a livello nazionale.

Ricordo però che la scelta della divisione a sinistra fu duramente condannata dall’on. Giorgio Napolitano, che ricevette a Botteghe Oscure una delegazione del Pci provinciale che doveva incontrarsi con il ministro Lagorio (mi pare il 7 agosto 1981). Io fui presente e non dimenticherò mai la “cazziata” che Napolitano ci fece per aver sacrificato l’unità con il Psi per una questione di politica internazionale: ma ormai il rapporto con il Psi andava sempre più logorandosi, anche perché l’Amministrazione di Comiso, retta dal sindaco Catalano, del Psi, aveva invece assunto una posizione favorevole all’installazione della base nel territorio di Comiso. L’incontro con il ministro della Difesa fu inutile e per certi versi ridicolo: Lagorio si dilungò a spiegarci che non c’era alcun pericolo, che in caso di attacco missilistico sovietico, i missili Cruise (i Pershing erano destinati alla Germania) si sarebbero “mimetizzati” nel territorio come “aghi in un pagliaio” (!).

Nel frattempo il Pci regionale, con in testa La Torre, individuò la lotta contra la base missilistica di Comiso come uno dei fronti su cui il Pci si doveva schierare in Sicilia, per la pace ma anche contro la mafia, che certamente avrebbe avuto interesse all’enorme flusso di denaro che sarebbe stato dirottato in provincia di Ragusa. A questo proposito indimenticabile fu la grande manifestazione del 4 aprile 1982, alla quale l’Amministrazione partecipò ufficialmente (e nell’occasione nell’auto del Comune demmo un passaggio all’on. Luciana Castellina). Il 30 aprile La Torre (più volte venuto in sezione a Vittoria con Rosario Di Salvo) fu assassinato e dopo di lui la mattanza continuò con l’assassinio di Dalla Chiesa e della moglie.  

L’Amministrazione Jacono (della quale facevo parte) continuò nella realizzazione delle opere impostate dalla Giunta precedente, acquistando il Palazzo Jacono (atto del 24 aprile 1982), continuando l’importantissimo lavoro per la redazione del P.R.G. e della costruzione del mercato, con l’espropriazione dell’area di Fanello su cui doveva sorgere (nella stessa contrada erano inoltre in corso di costruzione numerosi alloggi di edilizia popolare e convenzionata e venne completato ed inaugurato (gennaio 1983) un nuovo plesso scolastico che fu intitolato a Gianni Rodari. Fu ancora una volta dato largo spazio al cosiddetto “effimero” nel campo delle tradizioni popolari, con la realizzazione del Presepe, delle sfilate di Carnevale e di Re Cucco in estate a Scoglitti, tutte iniziative dovute alla dedizione ed al lavoro del prof. Arturo Barbante e dei suoi collaboratori, cose che naturalmente suscitarono polemiche, gelosie e lettere anonime, ma che ricevettero il plauso dell’opinione pubblica perché intendevano valorizzare tradizioni e coinvolgevano centinaia di persone come protagonisti. 

Nell’ambito della politica amministrativa grande rilievo ebbero i Servizi Sociali, a cominciare dalle refezioni scolastiche che assicuravano il tempo pieno nelle scuole materne (con il raddoppio di insegnanti) e in alcune classi delle elementari. Era cura inoltre degli uffici, su impulso dell’assessore, richiedere ogni anno l’istituzione di tre sezioni di scuola materna che, insieme con l’inizio del funzionamento anche del secondo asilo nido in via Roma miravano a coprire un’ampia fascia di utenze da 0 a 3 anni e poi da 3 a 6. I locali, presi in affitto, non sempre erano idonei al 100% e per questo si pensò pure di costruire tre nuove scuole materne: una in via dell’Acate, un’altra in via Che Guevara e la terza nei pressi del Campo Sportivo. Fu avviato il servizio di assistenza domiciliare ad una diecina di anziani, incrementato il servizio di sorveglianza davanti alle scuole, inaugurati cicli di vacanze per anziani: novità assoluta..

In quei mesi però la città cominciò ad essere scossa da un fenomeno prima sconosciuto, con attentati intimidatori contro i commercianti che non volevano pagare il pizzo. Avvertimmo subito che qualcosa stava succedendo e cominciammo a chiederci cosa fare e quando poi fu assassinato Cirasa (che oltre a fare il contrabbandiere faceva da mediatore tra i criminali che chiedevano il pizzo e le vittime) ci convincemmo che si era ad un punto di svolta e (con buona pace della presunta nostra “sottovalutazione” del fenomeno criminale) si lavorò ad organizzare una grande manifestazione popolare cittadina contro la criminalità organizzata, coinvolgendo le categorie degli artigiani e dei commercianti (i più colpiti) per chiedere al Governo di rafforzare la presenza delle forze dell’ordine in città e di creare una sorta di rete di protezione per incoraggiare le denunce da parte delle vittime.

La manifestazione si tenne il 4 novembre 1983 e vide la partecipazione di migliaia di persone (e c’è qualcuno che ha avuto la faccia di scrivere sul «silenzio devastante dei cittadini e delle istituzioni».

Alla fine del 1983, l’on. Rosario Jacono, considerando concluso il suo mandato di “traghettatore” verso un sindaco più giovane, si dimise. Tra i candidati a sindaco gli assessori Garofalo e Monello. Nel  dibattito interno al Pci di Vittoria e alla Federazione di Ragusa la scelta maggioritaria ricadde su Monello, appoggiato dall’uscente sindaco on. Jacono, che nella Giunta Monello, eletta il [3] gennaio 1984 conservò la carica di vice-sindaco con la delega all’Urbanistica (3-continua).  

Vittoria: un romanzo criminale? (parte IV)

Iniziai il mio lavoro di sindaco il [4] gennaio 1984, consapevole dei miei limiti, del peso che mi avevano affidato ma sostenuto dal desiderio di essere degno di chi mi aveva preceduto. In ogni caso non ero solo: avevo un’ottima squadra di persone competenti e capaci e l’appoggio del Pci e del suo gruppo consiliare.

Nel pomeriggio del 5 gennaio ricevetti una telefonata: era il giornalista Giuseppe Fava che però non cercava me (non avevamo mai avuto occasione di incontrarci o di parlare) ma un assessore. Forse la sua fu una delle ultime telefonate e con dolore l’indomani apprendemmo del suo assassinio. La mia prima uscita pubblica (con una breve relazione su Vittoria) fu a Bologna ai primi di marzo, al convegno del Comuni Denuclearizzati, alla presenza del sindaco Renato Zangheri. In quella sede maturò l’adesione al convegno mondiale dei Comuni Denuclarizzati, che si sarebbe svolto ai primi di aprile a Manchester, in Gran Bretagna. Infatti dal 1981 in poi in Europa e in Giappone si era sviluppato un grande movimento pacifista ed antinuclearista ed era stata lanciata l’idea dei “Comuni Denuclearizzati”: Vittoria, su sollecitazione dell’assessore Salvatore Garofalo aveva aderito, dichiarando “denuclearizzato” il suo territorio, con dei cartelli all’ingressi del territorio: si trattava ovviamente di un simbolo.

In seguito, per riempire di contenuti tale “denuclearizzazione”, fu emanata da me un’ordinanza di divieto di transito ai missili nel nostro territorio. L’iniziativa -ovviamente una semplice provocazione- da un lato fu ridicolizzata dai soliti abituati a sfottere, dall’altro fu invece ritenuta “pericolosa”, tanto che si mosse il Comando Nato di Napoli ed il governo tramite il prefetto dell’epoca la annullò. La cosa proiettò comunque Vittoria al centro dell’attenzione nazionale, mentre contemporaneamente appoggiavamo i movimenti pacifisti operanti a Comiso.  

Nel frattempo, molti dei progetti ideati e finanziati dall’Amministrazione Aiello (tra essi aggiungo qui la costruzione di una nuova caserma dei Carabinieri nell’area del cosiddetto “Orto di don Grazio), giungevano a completamento: fra tutti il più importante il nuovo acquedotto di Cifali-Scianna Caporale, per accogliere simbolicamente le cui acque in città si era pensato di creare una fontana pubblica. L’opera, realizzata dall’Ufficio Tecnico comunale, fu intitolata “Fontana della Pace” e fu inaugurata nel giugno 1984, provvisoriamente con le acque però dei pozzi del Passo Piro. Infatti ancora non si aveva l’autorizzazione formale ad immettere le acque di Scianna Caporale nel nuovo acquedotto. E proprio questa autorizzazione non pervenne. Accadde che su denuncia di un gruppo di agricoltori di Comiso (spalleggiati dal sindaco Catalano), il Genio Civile bloccò l’emungimento: il progetto finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno per miliardi rischiava di diventare un’opera morta in partenza. Per sbloccare la questione, nel luglio 1984 si tenenro vari incontri a Palermo promossi dall’Assessore Regionale ai Lavori Pubblici, on. Rino Nicolosi, che cercò di mediare tra la posizione dell’Amministrazione di Vittoria e quella di Comiso, che non  voleva assolutamente che fosse aperto il pozzo n. 5 ed il Genio Civile, che nulla aveva detto durante gli anni della costruzione del nuovo acquedotto, convergeva nel rifiuto. Per dare l’acqua a Vittoria e per non vanificare il lavoro di anni, ricorsi allora ad una seconda ordinanza sindacale, disponendo per motivi di igiene e sanità pubblica l’apertura del pozzo e l’immissione delle acque nella rete comunale. Mi beccai due denunce e due processi: uno a Comiso per Cifali e l’altro a Chiaramonte per Scianna Caporale; alla faccia del “ne bis in idem”, cioè il divieto di subire due processi per lo stesso presunto reato…Da entrambi uscii pienamente assolto. E così Vittoria ebbe la sua acqua.

Quell’anno fu però anche pieno di impegni e di inaugurazioni: ricordo quella del lungomare della Riviera Gela (con un finanziamento dell’Assessorato Regionale ai Lavori Pubblici) e soprattutto il trasferimento del Municipio dal condominio Cappello a Palazzo Jacono, il 15 dicembre 1984. Nel mio discorso (alla presenza del prefetto Bosa, che aveva annullato la mia ordinanza contro i missili), sottolineai il grande valore simbolico di quell’acquisto: la famiglia Jacono-Rizza era stata una delle maggiori della città e spesso schierata contro le masse popolari vittoriesi.

All’inizio del 1985 cominciò anche  l’avventura per la ricerca delle spoglie di Vittoria Colonna. Nell’aprile 1984, a Manchester, dove ero andato con l’avv. Ferraro e l’ass. allo Sport Salvatore Garofalo, conoscemmo alcuni sindaci spagnoli, uno dei quali (quello di San Fernando de Henares, un docente di storia, ci aiutò ad individuare il luogo di sepoltura della fondatrice di Vittoria (luogo fino ad allora a noi sconosciuto) nella chiesa di San Francisco a Medina de Rioseco, mausoleo della famiglia Enriquez. Per me la vicenda aveva un significato profondo: a parte la mia passione per la storia, mi sembrava un modo per dare maggior dignità e profondità culturale alla storia collettiva di Vittoria, ad una città che anche allora era quella dei “discendenti dei banditi”.

Il primo tentativo a Medina servì a conoscere la situazione e ad individuare gli ostacoli (non starò qui a ricordare i particolari di una vicenda che si concluse quattro anni dopo con un accordo tra Medina e Vittoria, non senza polemiche e bastoni fra le ruote ad ogni livello). Portare a Vittoria le spoglie della fondatrice era un pezzo della proposta culturale dell’Amministrazione, che nell’aprile 1985 (assessore alla P.I. e alla Cultura il dr. Filippo Foresti) consegnò all’uso pubblico i locali dell’ex Carcere, trasformati in Museo della Civiltà Contadina, arricchiti dalla collezione di oggetti d’uso della vendemmia donati dal col. Giuseppe Coria e dalla “stele di Ippò”, da poco rinvenuta a Camarina e che tradotta dal prof. Virgilio Lavore rivelava la presenza della religione orfica nel territorio di Camarina. Quell’anno uscì anche una raccolta di antiche cartoline di Vittoria curata dal not. Giuseppe Traina e dal prof. Arturo Barbante. A me invece venne l’idea di spazzare via per sempre le scemenze sui “banditi” (minchiata che da decenni affligge la storia di Vittoria e dei Vittoriesi), affidando ad uno dei maggiori conoscitori della storia della Contea di Modica l’incarico di ricostruire sulla base dei documenti dell’archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica e di Palermo le vicende della fondazione. Il prof. Giuseppe Raniolo -uno studioso scrupoloso ed attento- si mise subito all’opera e con pazienza certosina esaminò le carte e produsse un primo saggio che mi presentò nei primi mesi del 1986 e che in seguito fu ampliato e pubblicato dal Comune nel 1988.  Tra le attività culturali le pubblicazioni assunsero un ruolo importante, assieme a quelle ordinarie della stagione teatrale ed una delle cose cui più tengo fu l’aver promosso la pubblicazione della tetralogia del prof. Giovanni Consolino sul dialetto di Vittoria, con la pubblicazione di un preziosissimo “Vocabolario” e dei volumi sulla morfologia e la sintassi, sui “Proverbi e modi di dire” e su una raccolta di “Poesia popolare”. Importantissimo poi fu poter programmare la costruzione di nuovi edifici scolastici, grazie alla legge Falcucci e soprattutto al Piano Regolatore Generale, adottato definitivamente nel dicembre 1985. Furono infatti progettati nuovi edifici come il futuro 5° Circolo (poi intitolato al sen. Filippo Traina), l’edificio di via “1° Maggio” (poi intitolato al direttore Pappalardo), il nuovo 2° Circolo (poi intitolato all’ex sindaco Giuseppe Caruano) e l’edificio per le scuole medie poi intitolato al prof. Giovanni Consolino: se ne occuparono l’assessore all’Urbanistica Jacono e l’assessore alla P.I. Foresti. A Scoglitti fu ristrutturato il plesso elementare “Cervi” e costruita la nuova scuola media poi intitolata a Leonardo Sciascia.

Della squadra facevano poi parte Nunzio Pirone, Giovanni Caruano (in seguito costretto alle dimissioni con Foresti, essendo subentrata la legge sulle incompatibilità tra medici e assessori comunali), Giovanni Comitini, Titta Rocca, Filippo Bonetta, Salvatore Garofalo, Enzo Cilia e Maria Amorelli (dall’esterno seguiva il nostro lavoro l’on. Francesco Aiello). Il mio collaboratore più vicino era però l’avv. Gianni Ferraro, mi vero e proprio capo di gabinetto ombra oltre che vice-segretario comunale. Con funzionari e dirigenti ebbi sempre un buon rapporto (tra tutti, quelli della Ragioneria, con i quali controllavo il bilancio del Comune) e trovai ampia collaborazione. Era mia abitudine inoltre, in preparazione delle sedute del Consiglio leggere tutte le deliberazioni (correggendole ove necessario) e scrivere tutti gli ordini del giorno sui vari problemi sottoposti all’attenzione del Consiglio, dal problema della criminalità organizzata al temuto taglio dei “rami secchi” della ferrovia (tra cui la Siracusa-Gela) alle iniziative per la serricoltura e tutto ciò che era necessario.

La falsità delle accuse di “sottovalutazione” del fenomeno mafioso è ampiamente dimostrata dai numerosi o.d.g. votati dal Consiglio (ricordo a chi non lo sapesse che l’avere portato a soggiorno obbligato in provincia di Ragusa parecchi boss palermitani o bagheresi non giovò alla città, facendo scoprire un  mercato ricchissimo di centinaia di miliardi di fatturato. 

Quanto a me, il mio primo impatto sul tema della criminalità lo ebbi il 31 gennaio 1985, quando il presidente dei Commissionari Ortofrutticoli Vittorio Salibba scampò ad un attentato, riuscendo ad uccidere per legittima difesa l’assalitore. Nel pomeriggio lo andai a trovare con altri amministratori a casa sua, per esprimergli la solidarietà della Giunta Municipale a nome della città intera. L’indomani 1° febbraio 1985, al mercato di via Di Vittorio fui aggredito da un operaio, in occasione  dell’abbattimento da me ordinato -su richiesta del Comando dei Vigili- di un locale abusivo all’interno del mercato ortofrutticolo, di proprietà di tale Nicotra di Acireale, che si sospettava imponesse ai commissionari (più o meno lecitamente, per usare un eufemismo) di usare le cassette da lui fornite. Durante tale operazione infatti fui aggredito da un operaio aizzato da alcuni commissionari, che evidentemente non gradivano l’opera dell’A.C.. La domenica successiva, parlai della vicenda e del tentativo di assassinio di Salibba in un comizio in piazza: ricordo ancora le invettive del padre dell’ucciso nei miei confronti mentre parlavo… 

Lo spostamento della struttura del mercato nella nuova area di Fanello, al chiuso, dove sarebbe stato più facile controllare gli accessi e le presenze avvenne dopo il 7 marzo 1986, giorno in cui festeggiammo il completamento dell’opera (sotto un diluvio, peraltro…), alla presenza del Presidente della Regione, on. Rino Nicolosi col quale -dopo la vicenda del pozzo n. 5-, in quegli ultimi mesi avevo avuto parecchi scontri. Per la questione della sanatoria edilizia (4-continua).

Vittoria un romanzo criminale? (parte V)                         

Per la vicenda delle modifiche alla legge Nicolazzi (n. 47/85) nel corso degli anni ho subito numerosi attacchi. Ora, buon ultimo è venuto il libro presentato il 28 dicembre.

In due pagine del testo (137 e 138) infatti c’è un violento attacco alle Amministrazioni comuniste degli anni ’80 e soprattutto a me, colpevole secondo l’autore di:

a)aver sottovalutato la presenza della mafia a Vittoria, tanto è vero che in occasione del famoso funerale eravamo assenti perché impegnati a far approvare la legge di sanatoria, che avrebbe costituito da parte nostra un grosso regalo alla mafia.

Per quanto riguarda il funerale svoltosi il 21 febbraio 1987 ho già scritto che Bascietto o non conosce i fatti (a voler essere benevoli) oppure li ha volutamente ignorati: proprio il rifiuto da me espresso a tale Elio Greco che me lo venne a chiedere perché autorizzassi il passaggio del corteo lungo la via Cavour  è la prova di quanto ne eravamo consapevoli.

Pertanto è offensiva e gratuita la conclusione da lui tratta alla fine di pag. 142, quando scrive che con quel funerale svaniva il mito che la mafia proliferasse solo all’ombra della Dc, volendo dunque suggerire al lettore che a Vittoria la mafia ha prosperato all’ombra del Pci…

Ma poiché durante la presentazione del libro l’attacco più violento è stato mosso a me, al fine di fare chiarezza una buona volta per tutte, cercherò di ricordare i termini della questione.

Contrariamente a quanto scrive l’autore, la richiesta della sanatoria non partì da Vittoria, ma fu una iniziativa del governo Craxi, alla ricerca di soldi per le casse dello Stato.    

La vicenda si sviluppò dopo l’entrata in vigore della cosiddetta legge Nicolazzi del 28 febbraio 1985 n.  47, entrata in vigore il 2 marzo 1985 (in seguito recepita in Sicilia con legge n. 37/85, con la previsione dei piani di recupero), che consentiva una sanatoria per immobili costruiti fino al 1° ottobre 1983 previo versamento di un’oblazione (termine giuridico che cancellava il reato penale commesso) che andava da £. 5.000 a £. 36.000 a mq., oltre agli oneri di urbanizzazione. Nessuna distinzione tra abusivismo popolare e abusivismo speculativo faceva la legge Craxi-Nicolazzi (quindi Bascietto avrebbe dovuto scrivere che fu il governo Craxi che volle fare un regalo ai mafiosi, non il Pci di Vittoria…).

Ci rendemmo subito conto della pesantezza dell’esborso, con la preoccupazione che di fronte alle considerevoli somme molti cittadini ci avrebbero rinunciato, con la drammatica prospettiva di costringere le Amministrazioni o a impensabili demolizioni di interi quartieri cresciuti abusivamente (ma ad esempio a Vittoria già da anni risanati e serviti da strade, acque e fogne) oppure all’incriminazione dei sindaci per omissione d’atti d’ufficio.

Allarmato dalla prospettiva, il gruppo dirigente del Pci di Vittoria e l’Amministrazione decisero di intervenire. Cominciai a parlarne quell’estate nelle feste de l’Unità e mi accorsi subito dell’impatto e della preoccupazione che suscitava. Poche settimane dopo fui convocato dalla segreteria regionale del Pci (segretario allora Luigi Colajanni) ed in particolare da Lino Motta, che in contatto con il sen. Lucio Libertini, responsabile del settore Casa e Trasporti del Pci nazionale (che si era battuto per modificare l’impianto della legge di sanatoria), erano interessati a mettere su un movimento di protesta contro una norma che serviva solo a colmare il deficit dello Stato e niente dava ai Comuni per procedere al risanamento dei quartieri abusivi e disconosceva i poteri delle Regioni e dei Comuni. A poco a poco, allarmatisi anche i sindaci di qualsiasi colore degli altri Comuni dell’Isola, dopo decine e decine di riunioni in numerosi comuni, nacque un vastissimo movimento di sindaci e cittadini che, sostenuto in molte zone anche da Cgil, Cisl e Uil, elaborò una piattaforma di rivendicazioni non per rifiutare la sanatoria, ma per renderla più accessibile, chiedendo al governo di modificare con un decreto la legge 47/85. In questo senso furono elaborati numerosissimi documenti. Tra i punti salienti:

a)la riduzione dell’oblazione (tenendo conto che molti appartamenti erano stati realizzati per uso familiare e per i figli);

b)la possibilità di una più ampia rateizzazione della stessa oblazione;

c)la proroga di sei mesi della scadenza del 30 novembre 1985 per la presentazione delle domande;

d)affrontare la questione cruciale delle decine di migliaia di costruzioni edificate entro i 150 metri dal mare esclusi dalla sanatoria.

A sostegno di queste richieste si fece una prima manifestazione il 19 settembre 1985 a Palermo, con decine di sindaci e migliaia di cittadini (tra gli oratori fui io) e poi di nuovo il 7 novembre sempre a Palermo (parlai sempre io). Riuniti nella Sala Gialla del Palazzo dei Normanni, si creò un comitato di sindaci (di cui io fui nominato responsabile) per le interlocuzioni politiche e parlamentari a Palermo e a Roma, decidendo anche di organizzare -se necessario- una manifestazione a Roma (e non a Napoli, come dice Bascietto: ma da dove gli è venuto?). La vasta mobilitazione di cittadini e di sindaci di ogni colore politico (ma in maggioranza della Dc e del Psi) preoccupò il nuovo Presidente della Regione Nicolosi, che affidò all’assessore Placenti il compito di controllare la situazione, aiutandoci però nello stabilire contatti con il governo ed il Parlamento nazionale (in particolare con la Commissione LL.PP. della Camera), per ottenere alcune modifiche nel senso da noi richiesto. Ad una convocazione di Placenti partecipò pure l’allora segretario regionale della Dc, l’on. Sergio Mattarella, dal quale mi buscai un rimprovero non meritato, perché Mattarella credette che l’avessi convocato io e non Placenti… La Direzione del Pci, nella persona del responsabile del settore Casa e Trasporti, sen. Lucio Libertini, in data 3 dicembre 1985, si disse disponibile a sostenere tale battaglia, per modificare l’impianto della legge Nicolazzi. Di fronte all’immobilismo di governo e Parlamento indicemmo la manifestazione a Roma per il 17 febbraio, con partenza da Piazza della Repubblica ed arrivo ai Santi Apostoli. Essa fu un successo per la partecipazione (50.000 persone circa, con la coda del corteo che entrò in piazza quando io finii di parlare…), ma provocò la violenta reazione di gran parte della stampa: il più “gentile” (si fa per dire) fu Eugenio Scalfari, che su Repubblica mi affibbiò il soprannome di Masaniello. In un primo tempo il Pci appoggiò senza riserve (come si deduce dal comunicato del gruppo Pci della Camera, allora diretto da Giorgio Napolitano) le richieste, poi, di fronte alla violenza degli attacchi si spaccò tra il “meridionalismo” movimentista di Libertini (che fu messo sotto accusa) e l’ambientalismo ideologico di ampi settori del partito, che ignoravano del tutto la caratteristica non speculativa di gran parte dell’abusivismo meridionale. Il governo, a seguito della mobilitazione, emanò un decreto,  accettando però solo di spostare in avanti il termine per la presentazione delle domande ed introducendo leggere modifiche, ma l’impostazione generale rimase, provocando delusione e rabbia, che constatai anche tra i sindaci del comitato, democristiani e socialisti. La situazione sembrò sfuggirci di mano, quando a Bagheria, nel marzo del 1986, nell’imminenza della scadenza del decreto (che la Camera non era riuscita a convertire), alcuni facinorosi organizzarono dei posti di blocco, causando l’incidente nel quale perse la vita l’allora prefetto di Messina Vitocolonna. Nicolosi in seguito mi disse di aver fermato l’ira del ministro dell’Interno Scalfaro, deciso a farmi arrestare (non so se la cosa fosse vera, ma per quale reato avrebbero accusato uno che si trovava a 200 km di distanza e nulla aveva fatto per aizzare la folla?).

La vicenda si sbloccò ai primi di aprile, con l’emanazione dell’ennesimo decreto (alla fine saranno nove, l’ultimo dei quali convertito in legge 68/88, che recepì solo in minima parte le richieste relativamente ad una riduzione per le seconde case per i familiari).

La manifestazione di Roma mi mise nel mirino della magistratura che mi processò per omissione d’atti d’ufficio per non aver demolito alcuni edifici abusivi (accusa dalla quale fui in seguito prosciolto, per “insussistenza dei fatti”) ma la condanna per omissione d’atti d’ufficio mi diede ulteriore e maggiore notorietà (sulla condanna scrisse un bell’articolo articolo sul Corriere della Sera il giornalista Domenico Cavallaro nel novembre 1986).

Insomma, quando nell’aprile 1987 cadde il governo Fanfani e furono sciolte le Camere, sembrò naturale a tutti una mia candidatura al Parlamento. Nulla avevo fatto per ottenerla né mai lo avrei pensato, ma a Palermo e a Ragusa si resero conto che avrei preso un sacco di voti e nonostante i mal di pancia a Roma e i violenti attacchi sulla stampa di Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca, dell’ala ambientalista del Pci (che volle candidare Cederna contro di me),  l’avere percorso in lungo e in largo la Sicilia per oltre un anno, la notorietà e la buona impressione che facevo, mi giovarono. Presentato solo nella Circoscrizione orientale (mentre prima si era parlato di candidarmi anche in quella occidentale, per raccogliere i frutti di un lungo lavoro da Gela -dove avevo parlato a circa 10.000 persone in piazza- a Licata, Trapani etc.), il 14 giugno 1987 fui eletto con 42.175 voti, secondo dopo Anna Finocchiaro di Catania, che per D’Alema aveva fatto il miracolo di prendere più voti di me: solo un centinaio in più). Presi un terzo dei voti a Vittoria (che mi ha sempre apprezzato, premiandomi anche in seguito, sia rieleggendomi alla Camera nel 1992, sia nel 1994 al Consiglio provinciale -primo degli eletti- e persino nel Distretto Scolastico con oltre 1200 voti…), un terzo in Provincia ed il resto nelle province di Siracusa, Catania, Enna e qualcosa a Messina. Questa è la storia… 

Sull’affermazione gratuita fatta da Bascietto alla fine di pag. 142, secondo la quale a Vittoria la mafia sarebbe cresciuta all’ombra del Pci, non ho bisogno di dire nulla. Per me, per noi, per un intero gruppo dirigente del decennio ’80 parla l’Alto Commissario Antimafia Domenico Sica, che nel suo dossier dell’ottobre 1989 riporta da un lato l’elenco delle opere pubbliche (da sole un omaggio alla fattività delle varie Giunte di quegli anni) e dall’altro (dopo l’elenco degli morti ammazzati e dei tentati omicidi dal 1985 al 1989), riporta -oltre ad una mia- le interrogazioni dei senatori Scivoletto, Crocetta e Vitale e quella dei deputati regionali Aiello, Parisi, Chessari, Altamore, Capodicasa, Risicato, Gueli, D’Urso. La relazione si conclude con una interessante rassegna stampa sul periodo febbraio 1987-ottobre 1989, a firma di validi giornalisti come Domenico Calabrò (Gazzetta del Sud del 22 febbraio 1987), Gianni Molé (Gazzetta del Sud del 10 febbraio 1989), Giuseppe Raffa (L’Ora di Sicilia del 18 febbraio 1989), Gianni Di Gennaro (Giornale di Ragusa del 17 marzo 1989), Gaetano Trovato (Giornale di Sicilia, s.d.), Giangiacomo Marino (La Sicilia, s.d.) ed infine tre articoli anch’essi senza data sulla Gazzetta del Sud a firma di Antonio Ingallina. Per concludere:

1)decine di volantini, centinaia di articoli di stampa, decine di o.d.g. certificano la continua attenzione del Pci vittoriese nei confronti dell’esplodere della malavita organizzata a Vittoria (senza alcuna “ombra”), nel decennio ’80;

2)la nostra insistente richiesta allo Stato perché fossero potenziate le forze dell’ordine a Vittoria, con la finale richiesta di un intervento dell’Alto Commissario dr. Sica (anche alla luce del grave attentato all’ass. Titta Rocca, cui ignoti criminali bruciarono una casa nell’ottobre 1988);

3)la battaglia per una sanatoria possibile era una battaglia per risanare l’ambiente, far rientrare nella legalità centinaia di migliaia di vani fuori legge, dare lavoro e creare moderni servizi ed infrastrutture in Sicilia e nel Sud.

La realtà, come si vede, è diversa da come è stata presentata nel libro di Giuseppe Bascietto.

Io non so se l’autore si renda conto delle falsità che ha scritto in alcune pagine. E mi chiedo perché abbia voluto trattare così un’intera classe dirigente che probabilmente -come capita- avrà compiuto errori ma che con la mafia nulla ha avuto a che fare, come è dimostrato dai documenti.

La storia di Vittoria mai in nessun periodo può essere ridotta o considerata “storia criminale”: e farlo è un gravissimo errore. 

Contro Giuseppe Bascietto o altri che pensano che nel decennio ’80 (ed anche in seguito) la politica sottovalutò o peggio “favorì” la criminalità mafiosa, non ho niente di personale: penso solo che non conoscono Vittoria. Io critico e criticherò sempre finché sarò vivo chiunque nello scrivere di Vittoria affermi cose non supportate da fatti e documenti. Ad un giornalista serio chiedo solo di scrivere la storia “sine ira et studio”, come diceva Tacito: cioè senza pregiudizi e con scrupolo nell’esame delle fonti. Perché tranciare giudizi sommari (seguendo anche una certa moda e certi esempi: ma non tutti siamo Saviano); definire quasi “manutengoli della mafia” coloro che non lo sono stati e che contro di essa si sono battuti o peggio scrivere della storia di Vittoria come di un “romanzo criminale”: non è fare un buon servizio alla rinascita di Vittoria. Serve solo a vendere qualche copia in più e basta…    

26.Lettera aperta a Giuseppe Bascietto (e a Paolo Borrometi)

Egregi signori,

ho avuto solo ieri modo di vedere il video della presentazione del libro svoltasi il 28 dicembre nella Sala delle Capriate. Prima di entrare nel merito e partendo dalla vostra affermazione che questa Città avrebbe solo una storia criminale negli ultimi 30 anni, vorrei sottolineare il fatto che anche la sala dove avete potuto criticarmi fu creata da me e dal sindaco Nicosia (modificando il progetto originario della ricostruzione delle celle monastiche), al fine di dare alla città un grande spazio culturale: guarda un po’ cosa vi hanno combinato certi criminali…

A parte la battuta, avendo avuto cura di leggere in precedenza alcune pagine di quest’ultima fatica letteraria, non avrei mai potuto essere presente e già sul mio blog storiadivittoria.it e su fb ho ricostruito le linee generali delle vicende amministrative della Città di Vittoria dal 1975 al 1987, che spero possiate leggere e giudicare se siano infondate o meno. Per verificare ciò che io ho scritto sono a disposizione poi migliaia di atti deliberativi della Giunta e del Consiglio, innumerevoli manifesti pubblici ed altrettanto innumerevoli articoli di stampa: scusate la deformazione professionale, ma io sono abituato a parlare sulla base dei documenti e non a inventare. Come lo stesso Bascietto potrà constatare, non ho taciuto nulla né è mio interesse lasciare nell’ombra o nel dimenticatoio la vicenda che mi vide protagonista. Non ho nulla da rimproverare al Pci nazionale, regionale e provinciale, perché tutto ciò che fu fatto fu fatto con il coordinamento di tutte le strutture del partito, con l’adesione di migliaia e migliaia di cittadini onesti, lavoratori (presenti Cgil, Cisl e Uil), artigiani (presente la Cna), professionisti, impiegati etc. etc., tutti interessati a rientrare nella legalità e alle opportunità di lavoro che si sarebbero aperte con il risanamento dei quartieri tramite i piani di recupero. Pur essendo sicuro di parlare a persone che non cambieranno mai il loro giudizio per partito preso (né mi importa convincere nessuno) voglio riprendere i punti salienti della questione.

Nel suo intervento l’autore, animato da molta foga e direi “rabbia” (che non è mai buona consigliera), ha affermato tre cose:

1)che gli ultimi 30 anni di storia della città sarebbero solo “storia criminale”;

2)che tutto ha origine dalla battaglia fatta dal Pci nazionale, dal Pci di Vittoria ed in particolare dallo scrivente (quanto onore!) per sanare l’”abusivismo di necessità”, cosa che sarebbe stata accolta con brindisi dai mafiosi Lima e Ciancimino e che a Napoli avremmo manifestato la peggiore Dc;

3)che con il permesso di far passare il famoso funerale da via Cavour, lo Stato avrebbe ceduto il controllo del territorio (nel libro si adombra un mio assoluto disinteresse alla vicenda).

Paolo Borrometi, invece, in un discorso più ampio e grandemente condivisibile, ha detto:

4)che a Vittoria sono stati consumati “scempi” edilizi, per i quali ha invitato a fare nomi e cognomi.

Cercherò pertanto di discutere queste affermazioni ad una ad una, con grande rispetto per le posizioni di ognuno (se suffragate da atti e documenti, s’intende), senza trascurare ovviamente di dare la mia solidarietà  alle famiglie Incardona e D’Antonio presenti alla iniziativa, se la accettano, visto che nel libro sono equiparato a Lima e Ciancimino…

Per quanto riguarda il primo punto, mi viene difficile pensare che la criminalità governi questa Città da 30 anni. Ma poi perché 30 anni e non di più, già che ci siamo? Lo stesso Bascietto inizia il suo racconto dall’assassinio di Cirasa nel settembre 1983, ignorando però tre delitti avvenuti nel 1982: quelli di tali Nasale e Campailla (fatti sparire e rinvenuti in un pozzo, mi pare) e l’omicidio Inghilterra: tutti con le stesse modalità. Delitti che ci avevano allarmato parecchio. Inoltre l’autore ignora completamente la massiccia presenza di mafiosi portati a soggiorno obbligato sin dagli anni ’70 nell’Acatese. Ma davvero persone serie possono dire che la storia di Vittoria dagli anni ’80 in poi è “una storia criminale”? Dal 1970 in poi si sono avvicendate numerose giunte socialcomuniste (sindaci Cafiso, Battaglia, Lucifora, Aiello), un monocolore comunista (sindaci Jacono, Monello, Garofalo, Cilia, Curciullo, Lucifora), di sinistra e poi di centro-sinistra (Lucifora, Aiello, Nicosia): tutti ciechi? Tutti succubi della mafia? E quanti atti deliberativi, quanti appalti, quante lottizzazioni sono state fatte per favorire la mafia? Qualcuno lo sa? Perché questo significa dire che la storia recente di Vittoria è storia criminale. A parte poi il fatto che di sindaci condannati per voto di scambio finora ce n’è uno solo e non è di sinistra…

Sul secondo punto ho già risposto sul mio blog e su facebook: ma davvero Bascietto pensa che una battaglia per il risanamento del territorio sia stata fatta con i mafiosi accanto? Alla manifestazione di Roma del 17 febbraio 1986 (e non di Napoli: un abbaglio questo dell’autore indicativo del pressappochismo e della mancanza assoluta di documentazione: gli sarebbe bastato cercare gli articoli di stampa dell’epoca): io non ho visto né Lima né Ciancimino; ho visto decine di sindaci, migliaia di onesti lavoratori, padri di famiglia, artigiani, professionisti, impiegati (è probabile che ci fossero persone non oneste, è ovvio, come in tutte le cose) ma io mi ricordo di aver visto Bassolino, allora mi pare responsabile per il Lavoro e il Mezzogiorno ed altri bravi dirigenti del Pci, non certo in odor di mafia.

E ricordo ancora una volta all’autore che la legge 47/85 fu fatta dal governo Craxi, non dal Pci di Vittoria, che si mobilitò solo  per rendere più “accettabile” la sanatoria, chiedendone alcune modifiche. Come si può vedere, nessuna vergogna da parte mia, nessun desiderio di tenere nel dimenticatoio una vicenda politica di tale importanza, appoggiata dal Pci nazionale (pur con ovvie diversità di vedute), come si constata dal convegno svolto a Vittoria il 24 gennaio 1988, alla presenza di Giovanni Berlinguer.

In merito al famoso funerale, Bascietto ha ragione quando dice che fu una sconfitta per la città e per lo Stato, ma se è onesto intellettualmente deve prendere atto che fui io a negare il permesso di far passare il funerale in via Cavour (chiestomi da tale Elio Greco) e che sempre io -tramite il comandante Piccione- feci avvisare le forze dell’ordine su quel che bolliva in pentola. Non so come l’autore faccia a sapere che prefetto e questore fecero passare il corteo per non provocare incidenti (chi lo dice? Dove è scritto?). Ma se così fosse, perché a pagare sarebbe stato solo il giovane commissario che fu trasferito con l’accusa di aver sottovalutato la cosa? Avrebbero dovuto saltare anche questore e prefetto. In ogni caso: noi del Pci, io: che c’entriamo?

Dalle pagine 137 e 138 -anche se non sono citato- il mio nome è ingiustamente diffamato, accostato a Lima e Ciancimino: Bascietto lo ritiene corretto? Non sarebbe meglio prendere atto che ha sbagliato a scrivere ciò che ha scritto, facendosi trascinare dalla foga, dall’ira per qualche ingiustizia subita, per non saprei quale motivo?

Infine, un affettuoso rimprovero a Paolo Borrometi, che stimo non solo perché porta il mio stesso nome di battesimo ma per le sue coraggiose battaglie, per le cose che scrive (in ultimo il suo bellissimo libro intitolato “Il sogno di Antonio” su Antonio Megalizzi, ucciso nell’attentato islamista di Strasburgo). Alla fine del suo intervento, Paolo Borrometi parla di scempi edilizi a Vittoria. Vorrei sapere se attraversando le vie del centro storico (oggi profondamente vitale e con nuove iniziative economiche ed artistiche) o anche andando nelle periferie: vorrei sapere se ha l’impressione di un’urbanistica piena di scempi. Certo ci sono case brutte e palazzi non finiti, quartieri di case basse cresciuti negli anni 50, 60 e 70, frutto del boom economico delle serre. Non mancarono grossi proprietari che si arricchirono con la rendita fondiaria, vendendo a costruttori/speculatori  (i cui nomi a Vittoria tutti conoscono, dalla Chiusa Inferno al quartiere cosiddetto di Forcone) le aree periferiche attorno alla città: ma nessuno potrebbe definirla “un’edilizia mafiosa”. Gli sforzi delle varie amministrazioni dagli anni ’70 in poi sono stati dedicati a bloccare l’abusivismo dotando la città degli strumenti urbanistici sin dal 1975, a rendere vivibili queste periferie, fornendole di servizi, scuole, verde. Molti dei condominii che si vedono invece (a volte veri e propri scempi), furono costruiti negli anni ’60 con licenza, da costruttori catanesi e messinesi (quando peraltro il Pci era all’opposizione).

Lo scempio vero e proprio è stato invece fatto nelle campagne e soprattutto lungo la costa (come è avvenuto lungo le coste di tutto il Ragusano) ed anche questo non certo ad opera di mafiosi ma di migliaia di famiglie vittoriesi di ogni ceto e condizione. E da alcune immagini delle presenze all’iniziativa ho visto che sin dalle prime file, tra le persone che ascoltavano entusiaste e che avevano fragorosamente applaudito le critiche nei miei confronti, c’erano begli esempi di proprietari/costruttori di immobili abusivi a mare, in città e nelle campagne…

A parte questo, come si fa a scambiare un epifenomeno quale l’abusivismo con la causa? Io non capisco come Bascietto possa scrivere che a Vittoria tutto è cominciato con la battaglia per modificare la legge di sanatoria: io invece dico che tutto è cominciato dal 1959, con la nascita della serricoltura, che ho modificato le condizioni economiche di migliaia di famiglie, consentendo loro di costruirsi una casa ed ha fatto nascere un mercato di 400 di miliardi di lire di affari (al 31 dicembre 1988). E’ la ricchezza di Vittoria che ha causato in parte l’abusivismo ed ha generato il mostruoso fenomeno della criminalità da noi denunciato sin dagli anni ’80.

Per questo, anche a nome degli altri amministratori di quegli anni (e mi stupisce che nessun altro, oltre all’on. Aiello) ne parli e stia zitto, pur essendo stati assessori nella mia Giunta e poi sindaci. Pertanto respingo con sdegno le facilonerie, le banalità e il pressappochismo riscontrabili nel volume. Augurandomi infine che giovani ricercatori studino ed analizzino la realtà economica di Vittoria, per capire cosa è, passando in rassegna i dati degli ultimi decenni sulle produzioni, i ricavi lordi e netti, i depositi bancari, il numero dei laureati e degli studenti, i passaggi di proprietà, il numero delle ditte commerciali che operano in città ed attorno a Fanello etc. etc.. Vittoria è la sua economia: lì può continuare ad annidarsi il male, perché gli arrestati vengono immediatamente sostituiti. Quanto a me, pur non facendo più politica attiva, mi sono ritagliato un mio spazio, dedicandomi da anni alla ricerca storica, scegliendo questo campo per arricchire di conoscenze la mia Città, che ho rappresentato per come ho potuto e saputo, degnamente e se me lo si consente- soprattutto onestamente. Non mi sono occupato solo di “conti e principesse”, ma della storia di una città unica in Sicilia per le sue conquiste economiche, sociali e politiche. E continuerò a farlo, con buona pace di chi vorrebbe ridurre la storia di questa Città solo a storia criminale e per giunta con molto pressappochismo…

                                                                                          vostro Paolo Monello        

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.