In occasione del 140° anniversario della nascita della Società Operaia di Mutuo Soccorso “Ferdinando Jacono” fui invitato da quella associazione a ricostruirne -per quanto possibile- le vicende, sulla base dei documenti in suo possesso. Lo feci volentieri, incuriosito da vicende che mai avevo affrontato. E così ebbi occasione di constatare il ruolo dell’antico associazionismo di massa a Vittoria prezzo mastri ed artigiani. La Società di Mutuo Soccorso vittoriese, nacque il 24 agosto 1862 nei locali dell’antica chiesa di Sant’Antonio Abate (già da due anni sconsacrata) e risulta fra le prime sette ad essere nata in Sicilia subito dopo lo sbarco di Garibaldi. Pur di ispirazione mazziniana, essa non era altro che la continuazione di un’antica confraternita nata alla Grazia nel 1732, la Confraternita San Francescana, che aveva non solo compiti religiosi ma anche “laici”, quale quello (testimoniato” in un frammento di bilancio del 1845) di provvedere alcuni legati di maritaggio per le figlie di soci (in ciò riprendendo anche l’ispirazione antica del legato di maritaggio lasciato da Paolo Custureri nel suo testamento del 1619. Rifare la storia della Società fu ancora una volta ricostruire la storia di Vittoria e della stessa Italia, dal 1860 al secondo dopoguerra, dall’età cancellieriana all’accanimento con cui i fascisti locali sottomisero al loro potere questa associazione e l’altra intitolata a Rosario Cancellieri, per controllare il consenso ma anche avere una sorta di “bancomat” per tesseramenti più o meno volontari e disporre di una massa di manovra per manifestazioni e comizi di gerarchi. Ma fortunatamente tutto poi fu spazzato via e col ritorno della libertà, il sodalizio riprese il suo esclusivo ruolo di mutuo soccorso tra artigiani e altre categorie, che onora ancor oggi. Ecco l’indice del lavoro:   

Introduzione

Parte prima

Il mutualismo e le “organizzazioni di massa” a Vittoria prima dell’Unità d’Italia

 1.Il concetto di mutuo soccorso.

 2.Le “organizzazioni di massa” a Vittoria dalla fondazione all’Unità d’Italia.

 3.Vittoria tra borbonici e liberali dal 1848 al 1862.

 4.La Società Operaia Vittoriese di Mutuo Soccorso e l’antica “Confraternita S. 

   Francescana”.

 5.La fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso Vittoriese (24 agosto

   1862).

 6.Contenuto e finalità del Mutuo Soccorso.

Parte seconda

Le vicende della Società e la vita di Vittoria dal 1862 al 1892

 7.I primi anni e la sede definitiva nei nuovi locali dell’Oratorio della Confraternita delle Stimmate di San Francesco d’Assisi (1862-1865).

 8.La Società Operaia a fianco di Rosario Cancellieri (1865).

 9.La creazione della scuola sociale (1876).

10.La Società Operaia da Rosario Cancellieri al Principe di Camporeale (1882-1883).

11.Dal commissario Arpa allo scoppio della crisi della fillossera (1885-1886).

12.Il tramonto dell’epoca d’oro (1886-1887).

13.La Società nella bufera della crisi economica: dalla scissione alla rinascita (1886-1892).

Parte terza

La Società Operaia Cooperativa di Mutuo Soccorso fra gli Operai in Vittoria

(1892-1908)

14.La riunificazione con la Società Operaia “Principe di Napoli” e la fondazione della Società di Mutuo Soccorso Cooperativa fra gli Operai in Vittoria (1892).

15.I tormentanti Anni Novanta: le lotte municipali e i Fasci Siciliani(1893-1894).

16.La statuto della Società Cooperativa, gli appalti di lavori pubblici e le vicende del magazzino (1892-1893).

17.Dalla morte di Rosario Cancellieri ai moti del 1898.

18.L’elezione di Evangelista Rizza a deputato, la nascita del partito socialista e la questione Nasi (1900-1908)

Parte quarta

La Società Operaia di Mutuo Soccorso “Nunzio Nasi” (1908-1926)

19.Dal cambio del nome della Società alle prime elezioni politiche a suffragio universale maschile (1908-1913).

20.Dalle amministrative del 1914 alla prima guerra mondiale alle amministrative del 1920.

21.La Società Operaia e le beghe interne del Fascismo vittoriese (1922-1926).

Parte quinta

La Società Operaia di Mutuo Soccorso “Principe di Piemonte” sotto il Fascismo (1926-1943)

22.Dallo scioglimento “per sovversivismo” della Società Operaia al compromesso per la sua riapertura (1928-1935).

23.La “fascistizzazione” della Società Operaia. Verso la guerra (1936-1940).

24.Vittoria e la Società Operaia “in guerra” (1940-1943).

Parte sesta

Dal ritorno della libertà al cambio della denominazione (1943-1945)

25.Il ritorno della libertà e il cambio della denominazione a “Ferdinando Jacono”.

26.Conclusioni.

Scheda di sintesi

Appendice. I soci fondatori del 1862

Bibliografia

a)Documenti in possesso della Società

b)Opere e documenti consultati

Ed ecco alcuni stralci:

Introduzione

In occasione del 140° anniversario della fondazione della Società di Mutuo Soccorso oggi denominata “Ferdinando Jacono”, la più antica di Vittoria e una delle più antiche in assoluto in Sicilia, il Consiglio d’Amministrazione di questo benemerito sodalizio ha pensato di fare una riflessione sulla propria storia. Ha scelto il sottoscritto che, senza alcun merito speciale, è stato riconosciuto capace di farlo. Io ho accettato di buon grado, impegnato come sono da tempo nella ricostruzione di vari momenti della storia di Vittoria. I dirigenti del sodalizio mi hanno quindi messo nelle condizioni di esaminare le carte di cui la Società è gelosa custode. Man mano che ho sfogliato vecchi registri e carte ingiallite o assottigliate dal tempo, mi sono sfilati davanti agli occhi decenni di storia non solo della Società, bensì di Vittoria e dell’Italia. Dal 1862 in poi infatti le vicende del sodalizio sono intrecciate inestricabilmente con quella che in generale è chiamata “la grande storia”. E così dagli anni di Garibaldi (presidente onorario del sodalizio), passando a quelli di Crispi e poi di Mussolini fino ad arrivare all’Italia repubblicana, la cronaca del sodalizio è parte della storia di Vittoria e dell’intero Paese, con una documentazione preziosa, a volte ricca di drammaticità, e che altre volte suscita la nostra facile ironia, specie di fronte allo stile dei verbali dell’epoca fascista. Dalle carte fornitemi emerge una storia ricca e varia, di un sodalizio che ha veramente realizzato gli ideali del “mutuo soccorso”, quando nulla di simile esisteva a livello statale. Ma non solo: la Società fu una delle prime a creare una cooperativa di consumo e una vera e propria impresa edile, che partecipò agli appalti dei lavori pubblici banditi dal Municipio a fine Ottocento e legò così il suo nome alla costruzione di importanti monumenti di Vittoria (il nuovo cimitero di contrada Cappellares e la Stradella). E poi le ingiustizie subite al tempo del Fascismo, a causa del fatto che la Società si trovò schierata contro la fazione Pennavaria nel 1924. Quindi il ritorno alla democrazia. Segno dei tempi anche i numerosi cambi di denominazione: dalla generica ispirazione democratica garibaldina e mazziniana a “Principe di Napoli” a “Nunzio Nasi” a “Principe di Piemonte” a “Ferdinando Jacono”: nei nomi c’è il precipitato di più un secolo di storia vittoriese. A farci comprendere il senso del cammino percorso da una importante componente sociale della nostra Città: quella degli artigiani e del ceto medio del commercio, l’altra gamba su cui si regge da sempre Vittoria.

La ricostruzione della storia della città, seppure per lineamenti generali, mi ha costretto ad affrontare il periodo del fascismo a Vittoria, ad oggi quasi del tutto trascurato, ma che comunque fa parte integrante della storia di Vittoria.

Se sono riuscito nell’intento di ricostruire una bella storia, lo giudicherà il lettore.

2.Le “organizzazioni di massa” a Vittoria dalla fondazione all’Unità d’Italia.

Abituati come siamo all’organizzazione della democrazia moderna, fatta di istituzioni parlamentari basate sulla divisione dei poteri, di partiti di massa e di sindacati, di opinioni pubbliche formate dal sistema dell’istruzione, dai mezzi di informazione e dai centri di elaborazione culturale, dimentichiamo che ciò è frutto dell’evoluzione storica successiva soprattutto alla Rivoluzione Francese del 1789.

Ma prima, in una cittadina come Vittoria, nata ai primi del Seicento, sotto l’Ancién Régime, come si organizzavano gli uomini? Ebbene, è facile rispondere che l’unica istituzione che organizzava le masse era da secoli la Chiesa, con le sue parrocchie e i suoi ordini religiosi  maschili (quelli femminili erano quasi sempre di clausura), dediti alla predicazione del messaggio evangelico ma anche all’assistenza dei poveri e alla cura dei malati.

Ciò è riscontrabile anche a Vittoria. Nata nel 1607, su decisione di Vittoria Colonna (1558-1633) e dell’amministrazione della Contea di Modica, il suo sviluppo complessivo è misurabile con la nascita e la crescita delle chiese e delle altre pie istituzioni. Il manto delle fondazioni religiose si stende sull’abitato, anzi lo costruisce e gli dà l’anima, per così dire, dando la possibilità ai suoi abitanti di riconoscersi in esse, di avere identità e protezione in vita e in morte. E così, dopo la “Chiesa Madre sotto titolo di San Giovanni Battista”, costruita nello stesso 1607, fu la volta della chiesa dei Francescani Osservanti, la Grazia. Essa risulta creazione del secreto Paolo Custureri, ricchissimo comisano trapiantato a Vittoria, che già nel 1617 la dota di beni e rendite e che è il primo ad esservi sepolto il 7 febbraio 1619. Questo amministratore è famoso anche per aver fondato un legato per “maritaggi” di fanciulle povere sue discendenti, finanziato con le rendite delle terre che poi assumeranno appunto il nome di “Maritaggi”, un odierno quartiere di Vittoria. La terza chiesa fu quella di San Vito, secondo la tradizione nata nel 1620.

Man mano che le chiese venngono completate ed entrano in funzione, si assiste anche alla creazione di confraternite o congregazioni al loro interno. La prima fu quella ospitata alla Grazia, dedicata all’Immacolata, nata tra il 1622 e il 1630 (La Barbera).

L’importanza dei sodalizi a Vittoria è tutta da studiare: sono certamente forme proficue di aggregazione sociale e se anche finalizzate alla “buona morte” (cioè alla preprazione del confrate all’ultimo istante, all’accompagnamento del defunto all’estrema dimora e all’assistenza ai suoi familiari), rappresentano comunque un primo esempio di associazionismo, di pietà e di solidarietà.

Il concetto di “buona morte” e la dottrina delle indulgenze crearono a Vittoria i presupposti per la formazione di grandi patrimoni ecclesiastici, che indirizzarono verso chiese ed altari particolari rendite spesso assai cospicue.

La chiesa delle Grazie ricevette sin dall’inizio le attenzioni di numerosi devoti, oltre Paolo Custureri. Ma grandissima sarà la devozione verso i conventi, come vedremo.

L’esigenza di affiancare alle chiese istituzioni monastiche fu avvertita sin dal 1619, quando il Conte Giovanni Alfonso Enriquez (1597-1647), figlio della fondatrice di Vittoria, per la profonda devozione francescana della famiglia Enriquez e della madre in particolare, ordinò ai suoi amministratori di distaccare dalle terre comuni l’area necessaria alla creazione di un convento francescano, da assegnare ai frati Conventuali.

Il progetto si realizzò solo nel 1634, quando accanto alla chiesa della Grazia fu costruito il convento di Santa Maria di Gesù (così è chiamato come luogo di sepoltura a far data dal 1635), al quale il 5 gennaio 1638 fu aggregata la chiesa preesistente, che diede il nome allo stesso convento, che mutò nome in convento della Grazia o delle Grazie e che fu assegnata ai Francescani Osservanti o Zoccolanti (il secondo ordine francescano).

Nel 1639 è attestata l’esistenza a San Vito della Congregazione delle Cento Messe (La Barbera).

La venuta a Vittoria nel 1644 di una missione di Gesuiti guidata da padre Luigi Lanuza (1591-1647) diede una svolta alla storia della religiosità vittoriese. Infatti Lanuza, definito da Antonino Mongitore “l’Apostolo della Sicilia” creò ben due confraternite, una delle quali, la Congregazione Secreta de’ 33, poi chiamata del Santissimo Crocifisso, sarà all’origine della più bella e sentita cerimonia religiosa vittoriese, quella che è conosciuta come Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo (“I Parti”), su cui ha scritto bellissime pagine Angelo Alfieri.

Non cessando di crescere la città (che passa dai 1006 abitanti del 1623 ai 2292 del 1638), si edifica la chiesa di Sant’Antonio Abate (1638), poi è la volta di San Giuseppe (oggi area dell’ex Enel) nel 1647 e poi San Biagio (1654).

Non mancano anche le prime pie istituzioni, quali l’ospizio di San Francesco di Paola (dal 1643), poi l’ospizio di Matteo Terranova (1679), cui seguirà ai primi del Settecento il monastero di Santa Teresa (1715), nato dalla fuzione dei lasciti pii Indovina (1684) e Cannata (1696).

Nei primi decenni del XVIII secolo, assieme alla nuova chiesa e convento dei Cappuccini, proliferarono nuove confraternite e circoli, in cui si possono già riconoscere i segni delle divisioni di classe. In generale “nobili, professionisti e benestanti confluivano nella Congregazione del SS. Crocifisso e in altre di nuova istituzione (SS. Sacramento al Circolo); nobili, civili e plebei…erano accolti nella Compagnia di San Giovanni, mentre i cavalieri e i gentiluomini si radunavano in quella del SS. Sacramento. Altre categorie…davano origine a nuove compagnie con fini religiosi” (La Barbera).

Avevano tutte fini religiosi, ma la divisione di classe era netta.

Per Federico La China, al 1732 risale la fondazione di una Confraternita chiamata la “Compagnia del Santo Padre” San Francesco di Paola nella chiesa omonima, della quale furono soci “uomini della campagna, tanto massari quanto operarij”.

Sempre al 1732, secondo La China, risalirebbe la Confraternita della SS.ma Trinità, costituita all’interno della chiesa omonima, “la quale, secondo le regole, dovea esser formata di bordonari soltanto, o figli di bordonari, che avessero esercitato l’ufficio dei loro genitori”. L’importanza dei bordonari (proprietari cioè di muli), in una società che utilizzava come mezzo di trasporto muli, asini e cavalli, e facilmente intuibile. L’articolo quattro della regola stabiliva che la festa della Trinità doveva essere celebrata “facendovi apparato e luminarie, non lasciando la sera del Sabato, precedente alla detta festa, di girare a piedi, o a cavallo, con lumi alle mani per tutta la Città, accompagnati da suoni festivi di pifferi, trombe e tamburi, gridando allegramente: Per tutta l’eternità, sia lodata e benedetta la SS.a Trinità”.

Dopo le campagne e i bordonari, ecco gli artigiani: al 1732 risalirebbe una “Confraternita di S. Francesco d’Assisi” all’interno della Grazia, della quale però nulla sappiamo, ma che secondo la tradizione della stessa Società di cui stiamo parlando doveva essere costituita di artigiani e dalla cui antichità la Società attuale trae legittimità, sentendosene continuazione.

Sembra dunque certo che tra il 1732 e il 1733 le maggiori categorie di lavoratori della terra (subordinati) e del terziario (autonomi, li diremmo oggi) si costituirono in confraternite.

Scopo precipuo era la celebrazione di particolari feste, l’assistenza e l’accompagnamento nella morte. Tale compito, arricchito a fine Ottocento dalla sepoltura collettiva, è il “trait d’union” tra le antiche confraternite religiose e quelle laiche ottocentesche, che inserirono l’antica tradizione della “buona morte” (con l’assistenza alla famiglia e al funerale del consocio) nel concetto più ampio di “mutuo soccorso”. 

Il Settecento vittoriese è però il secolo di un grande arricchimento delle strutture educative della Città. Alla scuola di grammatica tenuta aperta dai frati nel convento di San Francesco di Paola, dal 1732 si affianca il Collegio della Sacra Famiglia di San Biagio, ad opera del sac. don Francesco Molé, commissario dell’Inquisizione (1676-1759) e dal 1737 il Collegio della Sacra Famiglia di San Giuseppe, fondato dall’arciprete don Enrico Ricca (1700-1784). I due Collegi di Maria offriranno protezione alle giovani “in pericolo” e insegneranno loro a cucire e ricamare, unendo così per la prima volta educazione e possibilità di lavoro.

Le profonde modifiche che dopo l’era napoleonica subì forzosamente anche il Regno delle due Sicilie, mutò il panorama dell’associazionismo a Vittoria.

Delle confraternite d’ispirazione religiosa rimase in vita solo la Congregazione del Santissimo Crocifisso, mentre piede piede l’associaizonismo “laico” e anche ricreativo. Infatti intorno al 1826 in una stanza dell’isolato dove fino al 1969 sorse il municipio, all’angolo tra la via Garibaldi e la via Bixio nacque un “Casino di Compagnia” o “di Conversazione”, detto anche “Caffè”, dove si riunivano a giocare i “civili”, cioè i benestanti, nobilotti o borghesi che fossero. Un esempio seguito da altre categorie sociali, se La China nel 1890 a proposito dei “Casini di Conversazione” esistenti a Vittoria scrive: “…ve ne ha due di Civili ben messi, due di Borghesi, tre di Borghesi di seconda e terza classe, due delle Società Operaje di mutuo soccorso ed uno della società dei Carrettieri”. In tutto dieci, segno della ricchezza del tessuto sociale cittadino.

Ma le due Società di Mutuo Soccorso (la seconda è quella intitolata a Rosario Cancellieri) non hanno finalità assimilabili a quelle delle altre. Non è la stessa cosa infatti stare al Casino dei Civili a giocare a carte o al biliardo ed essere iscritti alla Società Operaia, che ha scopi ben precisi e fortemente innovativi, in un sistema politico ingessato, dove solo pochissimi contavano qualcosa.

La restaurazione borbonica, a cominciare dal 1818, previde anche per i Siciliani il voto, ma sempre strettamente censitario e limitato a pochissime persone (meno dell’1% della popolazione maschile), facilmente raggiungibili e controllabili, trattandosi di ricchi proprietari terrieri e professionisti (medici, avvocati, notai). Quasi del tutto esclusi artigiani e commercianti, se non raggiungevano un grossissimo reddito annuo. Ma sotto la cenere covava il fuoco…

5. La fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso Vittoriese (24 agosto 1862).

La Società custodisce religiosamente il registro dei primi verbali. In esso, in prima pagina è contenuto il seguente:

“L’anno milleottocento sessanta due in Vittoria il giorno ventiquattro Agosto.

In nome di Dio, della Patria, gli Onesti Operaj di Vittoria hanno fatto fratellanza costituendosi in associazione di Mutuo Soccorso.

Riunitosi nella Chiesa di S. Antonio, e chiamato l’appello nominale degli Operaj intervenienti dal Sig.r Avvocato Salvatore Platania che dirigeva allora l’adunanza fu trovato legale l’intervento di numero.

L’adunanza si apriva al grido di Viva l’Italia Una, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi.

Il Signor Platania su quelle parole pronunziava breve discorso, ed indi passava alla lettura dei regolamenti che servivano di base alla Associazione.

Invitati i Socj a discutere, ed approvare i sudetti regolamenti che ad unanimità tutta l’assemblea li approvò.

Come sollenne fu l’approvazione dei regolamenti, così si passava a sanzionarne infatti la piena osservanza, col mettere in prattica l’articolo…di detti Statuti.

Invitati dal Signor platania tutti i Socj hanno prestato nelle di Lui mani il giuramento sollenne innanzi al Crocifisso, ed innanzi i libri dei Santi Evangeli su cui hanno steso la mano destra, e spiegata dal Platania la formola sacra hanno compito con queste parole il rito:

“Io giuro, e prometto sul mio onore, e sulla coscienza, di condurre una vita operosa, sobria, ed onesta”.

[Con] un frenetico evviva, e acclamazioni entusiastiche si proclamava il Generale Giuseppe Garibaldi Presidente Onorario perpetuo della Società.

Indi passavasi ad acclamare ad unanimità Vice Presidente Onorario Direttore Perpetuo Fondatore della Società il Signor Avvocato Salvatore Platania Alfieri, il quale ringraziò l’assemblea e per la brevità del tempo si riserbava a rispondere alle affettuose dimostrazioni per lettera”. Quindi si passò ad eleggere “le magistrature della Società”. In primo luogo il Presidente. Furono presentate due liste, una dal socio Vincenzo Gallenti, che presentava come candidato Paolo Ferrara e “in sua mancanza Diego Marrone”; l’altra dal socio Giovanni Amodei, che indicava lo stesso Diego Marrone. L’assemblea inoltre propose altri candidati. Fu eletto Diego Marrone con 44 voti su 86 votanti. Vice Presidenti furono designati Giuseppe Rodriquez e Filippo Molé.

Nell’Ufficio di Presidenza furono indicati a stragrande maggioranza Salvatore Di Guardo, Francesco Lo Forte, Giuseppe Traina (membri anche della Congregazione) e Vito Lo Bianco, mentre segretario fu acclamato ad unanimità Gregorio Zanghi (anch’egli della Congregazione) e Riccardo Tosto come vice-segretario, contabile risultò Michelangelo Montoro e cassiere Filippo Neri Siciliano. In seguito troveremo anche la carica di “censori”, in numero di due.

A quel punto Platania passò i poteri al presidente Marrone, che ebbe il compito di riunire le singole centurie in cui era divisa la Società per eleggere i consiglieri, che avrebbero costituito il Consiglio di Rappresentanza, il vero e proprio organismo di direzione della Società. 

La Società nasce nei giorni drammatici di Aspromonte. Gli evviva a Garibaldi esplodevano proprio quando l’Eroe dei Due Mondi, partito da Catania, sbarcava a Melito in Calabria per conquistare Roma, con 2.500 uomini. Risalita la punta estrema dello Stivale, Garibaldi fu fermato il 29 agosto sull’Aspromonte.

Dal verbale della seduta del 31 agosto, la Società appare costituita da tre centurie, ognuna delle quali formata da quattro decurie, per un totale di 12 decurie. Dai verbali del 1865 apprendiamo che le decurie raggruppavano: calzolai, ferrai, murifabbri(tre decurie), barbieri e arti diverse, falegnami, sarti, pastai e pannettieri, cordai, bottai, lattai, negozianti e mista. I soci al 31 agosto 1862 risultano associati in 40 nella prima centuria, 35 nella seconda, 41 nella terza, per un totale di 116.

I soci fondatori, in base al registro, risultano invece essere stati 42 (Appendice.1). Tolti i sei di cui ignoriamo i mestieri, le categorie cui appartenevano gli altri 36 erano:

murifabbri (12), sarti (6), ferrai (5), falegnami (5), calzolai (3), bottai (2), calderai (1), crivellatori (1), stagnino (1), cordai (1), coppolai (1).

Dei 36 fondatori di cui conosciamo i nomi, due provengono da Palermo, uno da Catania, uno da Noto, tre da Vizzini, uno da Caltagirone, due da Modica, tre da Ragusa. Gli altri sono tutti vittoriesi. Penso che la segnalazione della provenienza significhi che tali soci si erano da poco tempo trapiantati a Vittoria e sarei curioso di sapere quando vennero nella nostra città i due soci provienienti da Palermo, il sarto Michele Busacca e l’ebanista Giuseppe Rodriquez. Comunque qualcuno dovette prendere l’iniziativa, assieme al giovane Salvatore Platania Alfieri, a noi noto anche come genero di Rosario Cancellieri. Dei soci fondatori alcuni sapevano solo fare la firma, altri sapevano solo leggere e scrivere, altri solo leggere e firmare, solo sei erano “istruiti”, gli altri erano del tutto analfabeti. Eppure misero in piedi un’associazione mirabile! 

La prima sede fu dunque la chiesa di Sant’Antonio, sita allora all’angolo tra la via Palermo (oggi Bari) e la via San Paolo (oggi Magenta) sconsacrata sin dal 1860.

Ciò corregge in parte quanto affermato da La China (pag. 331), secondo il quale “esistevano nella Chiesa della Grazia due Confratrie, l’una dell’Immacolata e l’altra di San Francesco d’Assisi. La prima esiste…ma la seconda sparì…”.

Abbiamo già detto che secondo La Barbera la confraternita dell’Immacolata nacque tra il 1622 e il 1630, mentre della seconda La China poco dopo il passo di sopra citato scrive: “A 16 Ottobre 1732, come rilevasi dalle scritture della Chiesa Madre al vol. I, pag. 196, venne fondata in detta Chiesa la Confraternita di San Francesco d’Assisi, la quale fiorì sino al 1860. E siccome era dessa formata tutta d’operaj, così dopo il ’60 venne l’Oratorio di San Francesco segregato dalla Chiesa, e addetto a locale di riunione per la Società Operaja di Mutuo Soccorso”.

Al che l’interlocutore del parroco esclama: “Ah! dunque, il locale della Società Operaja nella Piazza Vittorio Emanuele è l’Oratorio antico di San Francesco d’Assisi!” e La China conferma: “Perfettamente!”, aggiungendo che nel 1887 ne era stato eletto socio benemerito.

Stando al primo verbale del 24 agosto le cose non andarono subito così, essendo stata la primitiva sede appunto la chiesa di Sant’Antonio Abate, sostituita solo in un secondo tempo dai locali di cui parla La China. Ma andiamo con ordine.

6. Contenuto e finalità del Mutuo Soccorso.

Purtroppo non ci è pervenuta copia del primo statuto. Ne possiamo però avere notizia induttivamente dalle spese mensili sostenute dalla Società e dal contenuto dello statuto del 1892.

Da esso possiamo desumere le modalità di funzionamento del sodalizio, il cui timbro è un ovale che contiene due mani che si stringono, a rappresentare plasticamente il mutualismo. Lo scopo, che già abbiamo trovato scritto nel primo verbale, era quello di educare ad “una vita operosa, sobria ed onesta”, un ideale che nell’art. 1 dello Statuto del 1892 è arricchito con il concetto di “redenzione economica e morale degli operai“. Il mutuo soccorso consisteva in vari istituti a favore dei soci:

a)interventi assistenziali in caso di malattia, invalidità, inabilità al lavoro per vecchiaia, morte;

b)credito per l’acquisto di attrezzi del mestiere;

c)istruzione ed educazione (sarebbe meglio chiamarla formazione professionale);

d)estrazione di n. 4 legati di “maritaggio” per le figlie o le sorelle di soci.

Per essere ammessi bisognava:

1)avere 21 anni;

2)esercitare un’arte o mestiere non degradante;

3)avere la residenza nel Comune da almeno un anno;

4)non aver subito condanna per furto, truffa, attentato al pudore, ed in genere per qualsiasi reato disonorante, né per cattiva condotta;

5)essere sani ed abili al lavoro;

6)non tenere bettole o botteghe che potessero causare “propagazione di vizi”.

Il socio era tenuto a:

a)pagare mensilmente una quota (il cui ammontare varia negli anni), più un contributo di ammissione “una tantum”;

b)assistere personalmente alle esequie ed onoranze funebri per il socio defunto, con obbligo, se necessario, di vigilare o assistere il socio ammalato in casa;

c)educare i propri figli “secondo i sani principi della morale” e a far frequentare le scuole pubbliche o sociali.

Era inoltre ritenuto responsabile della loro condotta.

Per essere più precisi, in caso di “malattia acuta non cagionata da stravizi, abusi ed altro”, a cominciare dal quarto giorno, il socio aveva diritto a:

1)un sussidio giornaliero fino alla guarigione;

2)medicine;

3)cure del medico per tutta la durata della malattia.

In caso di inabilità al lavoro per vecchiaia, cronicismo o disgrazia, se privo di mezzi di sussistenza, il socio aveva diritto al sussidio giornaliero per un anno, rinnovabile fino a guarigione o alla morte.

In cambio di tali provvidenze, dai conti mensili registrati minutamente dal 1862 in poi, troviamo che il socio doveva:

a)pagare un contributo d’ammissione, che all’inizio fu di sei tarì (pari a £. 2,55), per poi scendere a £. 1,30 nel 1877 e salire a £. 5 nel 1883 e a £. 5,75 in seguito;

b)pagare un contributo mensile di tarì 5 (£. 2,12), sceso a 50 centesimi dal 1868.

Dal 1868 a questi oneri si aggiunse quello per la tomba sociale, le cui spese gravavano però a parte sui soci. Il contributo in caso di malattia acuta è all’inizio di £. 1 al giorno, mentre in caso di malattia cronica per un periodo di 15 giorni (rinnovabile) il socio percepiva £. 12.

In caso di morte la famiglia del socio aveva diritto a:

5)un contributo nei primi anni pari a £. 5, poi lievitato a 15 per i funerali;

6)un sussidio di £. 25 alla vedova.

Dai bilanci risultano anche sovvenzioni a fondo perduto, piccoli mutui su pegno e mutui per acquisto di attrezzi.

In un’epoca che sconosceva la previdenza e la malattia e la vecchiaia erano considerate un castigo di Dio, simili interventi dovevano apparire spesso come la salvezza per famiglie che altrimenti sarebbero finite sul lastrico.

Gli organismi dirigenti della Società erano costituiti dall’Assemblea Generale dei soci che all’inizio di ogni anno eleggeva il Consiglio di Presidenza composto dal Presidente della Società, due vice-presidenti, un segretario, un vicesegretario, un cassiere), con funzioni meramente esecutive. L’organo decisionale era costituito dal Consiglio di Presidenza e dai consiglieri eletti da ciascuna decuria, in numero variabile in base alla consistenza degli iscritti: tutti insieme i componenti formavano il Consiglio di Rappresentanza.

Due censori vigilavano sulla moralità dei soci e alle controversie sovrintendevano due “conciliatori”. Tutte le cariche duravano un anno, un periodo ottimale per consentire democrazia e rinnovamento.

8. La Società Operaia a fianco di Rosario Cancellieri (1865).

Rosario Cancellieri (1825-1896), avvocato, patriota liberale perseguitato dalla polizia borbonica e inviato al confino a Noto nel 1857, era uno dei maggiori esponenti dell’amministrazione comunale.

Assessore ai Lavori Pubblici aveva lavorato sodo sotto la sindacatura di Francesco Salesio Scrofani (1807-1875).

Scrofani, vecchio gentiluomo, ricoprì la carica dal 1861 al 1868, un’epoca segnata dalla costruzione della nuova Italia a livello nazionale, e in piccolo dalla costruzione della nuova amministrazione comunale vittoriese.

Superati i contrasti con i residui borbonici (vedi questione Pancari), unitariamente i liberali vittoriesi cooperano alla nuova amministrazione e realizzano nuove e importanti opere pubbliche, fra cui il nuovo teatro comunale, la bonifica di vari stagni e paludi, il completamento della Casa Comunale. Assieme alle necessarie entrate, si pensò anche a mettere ordine nello sviluppo urbano della città con un “regolamento d’ornato”, si potenziò l’istruzione primaria. Si pensò a collegare la città in rapido sviluppo con i comuni vicini a mezzo della corriera postale. La celebrazione del Risorgimento portò a radicali modifiche nella denominazione di vie e piazze. Su sollecitazione di Cancellieri, il Consiglio Comunale si schierò inoltre decisamente contro il tracciato proposto per la nuova linea ferroviaria Siracusa-Licata lungo la costa, tracciato che avrebbe impedito a molti braccianti di pervenire a Vittoria a lavorare nelle campagne.

Finalmente, dopo anni drammatici (l’Aspromonte, lo spostamento della capitale a Firenze nel 1864 con i gravi disordini di Torino), la prima Legislatura, dopo avere approvate le importantisisme leggi delega del 20 marzo 1865, ebbe termine e il Re, sciolta la Camera, indisse le elezioni generali per il 22-29 ottobre 1865. 

Fu il momento di Cancellieri. Accanto alle calde raccomandazioni della Società di Mutuo Soccorso, il 25 ottobre troviamo registrata una deliberazione di G.M. assai importante, un ringraziamento alla cittadinanza di Comiso, per l’appoggio dato a Rosario Cancellieri.

10. La Società Operaia da Rosario Cancellieri al Principe di Camporeale (1882-1883).

La sindacatura di Rosario Cancellieri occupò il triennio 1879-1882. Magnificata da La China essa è stata considerata una vera e propria svolta nella storia amministrativa della città. In verità alcuni progetti portati avanti da Cancellieri risalgono agli anni di Giombattista Jacono (ad esempio la ricerca di nuove fonti idriche) o all’intermezzo del 1875 (sindaco ff. Felice Maltese) per quanto riguarda l’idea di un nuovo Piano Regolatore. La stessa bracciamatura delle vie interne risale,come si è visto, all’ultimo periodo di Leni. Ma Rosario Cancellieri portò nella sua amministrazione la sapienza politica della comunicazione, la sua esperienza e i suoi contatti di deputato a Roma.

Orazio Busacca assembla un corposo elenco di opere sollecitate o realizzate da Cancellieri nelle sue varie funzioni di consigliere provinciale, assessore, sindaco e deputato. Strade nella provincia, ponti, l’approdo a Scoglitti del vapore della Florio, l’Acqua Nuova di Garì in via dei Mille, l’abbeveratoio di via San Martino, la sistemazione del quartiere San Biagio, l’energico intervento per la pulizia e il decoro della città, l’eliminazione dello sconcio costituito dalle “cianche” (le caratteristiche baracche di legno che sorgevano in piazza).

Furono sistemate a basolato le quattro vie principali (le uniche che così poterono resistere ai cingoli dei carri armati americani nel luglio 1943). Ma interventi volti al futuro, come il piano regolatore generale, il restauro e l’utilizzazione dei beni ecclesiastici assegnati al Comune per sistemarvi nuovi servizi (la caserma per i Reali Carabinieri, la delegazione di Pubblica Sicurezza, l’ufficio tecnico e le poste nell’ex Convento degli Osservanti); lo sviluppo dell’istruzione pubblica (nuove scuole a San Biagio e a San Giuseppe); l’impianto di nuovi servizi, come la tipografia Velardi a Santa Teresa (che però abbiamo visto merito di Leni Spadafora), ai Cappuccini l’Ospedale. Nella foga dell’elogio Busacca assegna a Cancellieri anche meriti non suoi…Il ruolo di Cancellieri fu comunque notevolissimo e i suoi discorsi parlamentari, raccolti da La China, ne costituiscono un’ottima prova.

Busacca scrive quando la stella di Cancellieri si appanna improvvisamente, ra il 1882 e il 1883. Il suo rimpianto è grande: con la caduta del deputato sarebbero rimaste incompiute numerose opere, fra cui la realizzazione di un vero e proprio porto a Scoglitti, la bonifica degli stagni e delle paludi malariche del territorio, la realizzazione stessa delle nuove previsioni urbanistiche per lo sviluppo della città, il compimento della ferrovia Siracusa-Licata.

La Società Operaia di Mutuo Soccorso non è estranea alle lotte politiche del periodo. Anzi ne è assoluta protagonista.

….

21. La Società Operaia e le beghe interne del Fascismo vittoriese (1922-1926).

Purtroppo i documenti relativi alla vita della Società dal 1911 al 1926 sono quasi inesistenti. Un documento senza data, ma certamente riferibile agli anni 1915-1918 reca un elenco di ben 38 soci sotto le armi, che vengono sospesi dal pagamento delle quote. Nel 1918 compare un progetto per un’area di tumulazione provvisoria (“colatoi”), per il quale si raccolgono fra i soci ben 1335 lire. Il progetto fu redatto il 12 marzo 1919, ma dal disegno e dalla scrittura appare fatto da un mastro socio del sodalizio e non da un tecnico. I lavori furono realizzati dai mastri Giovanni Mangione e Giovanni Battaglia sull’area di 25 mq. acquistata nel giugno 1920.

Non credo che la Società sia rimasta estranea alle lotte politiche che portarono prima alla conquista del Municipio da parte dei socialisti di Molé né alle vicende successive. Non poteva rimanere fuori, anche perché strettamente legata ai Jacono e ad Evangelista Rizza, oltre che a Salvatore Carfì. Ma di questa partecipazione attiva alla lotta politica non c’è traccia nei documenti. Dal 1° aprile 1921 il Comune è retto dal commissario prefettizio Marcello Spagna, che per prima cosa introduce il calmiere su pasta, pane e farina e poi passa ad aumentare varie tasse comunali. L’impossibilità di controllare i prezzi è dimostrata dal fatto che il commissario è costretto per tre volte a deliberare il calmiere, segno che i prezzi lievitavano lo stesso.

Tra le carte della nostra Società compare qualche traccia della vicenda del Monumento ai Caduti. Alla fine della guerra, era stato il Governo a imporre a tutti i Comuni di erigere un monumento ai caduti. Se ne era parlato in Consiglio Comunale sin dal 1919, ma non se ne era fatto nulla. A fine 1921, i Combattenti, che erano stati la massa di manovra del partito Jacono per cacciare i socialisti dal Municipio, riprendono la questione. Si forma un Comitato Cittadino “Pro Monumento Caduti in guerra Vittoriesi”, con un comitato esecutivo composto dal comm. Salvatore Carfì, l’avv. Gaetano Alessandrello, dal cav. Salvatore Ricca, da Martino Briganti, Rosario Dezio, dal prof. Giuseppe Scifo, dal prof. Tullio Pirazzi, dal dr. Giovanni Alessandrello e dall’avv. Giuseppe Cultrone, che ne era segretario. Questo il contenuto: “Cittadini, seguendo il culto degli antichi perpetuiamo il ricordo dei nostri gloriosi Caduti, la benedizione della loro memoria, il valore della vittoria; eleviamo il ricordo marmoreo che sia face allo spirito in tutte le lotte ed in tutti i martirii per i quali i nostri morti ascesero alla gloria.

Vittoriesi, voi non siete ingrati, la vostra gratitudine si è venuta e si viene manifestando in mille provvidenze sociali, ma qual maggior gratitudine di quella dovuta ai nostri Eroi caduti in guerra? Essi vi confermarono il gran titolo di nobiltà della stirpe versando il Loro sangue generoso; il monumento che sorgerà ricomporrà la meta a cui dobbiamo dirigere la mente ed il cuore e sarà segno di grazia della nostra umile partecipazione alla Loro stessa immortalità”. 14 soci della “Nunzio Nasi” sottoscrivono £. 36.

22.Dallo scioglimento “per sovversivismo” della Società Operaia al compromesso per la sua riapertura (1928-1935).

I rapporti tra la Società Operaia e il regime, pur essendoci tutte le premesse per essere ottimi, furono invece pessimi, per il peccato originale commesso dalla Società nel 1923-1924.

Nell’amministrazione della cosa pubblica, il sindaco Scrofani, tra le ultime decisioni, progettò di realizzare la Pretura in alcuni locali dell’ex convento degli Osservanti. Poi, il 25 febbraio 1927 fu sostituito dal primo podestà, che fu l’avv. Gioacchino Calì (uno degli otto eletti dell’opposizione antijaconista nel 1914). Il podestà Calì denominò qualche nuova strada (la via Fratelli Briganti e la via Ten. Alessandrello), elevò la multa contro la bestemmia e il turpiloquio da lire 10 a lire 100, fece attrezzare per la balneazione la zona chiamata “Renella” a sinistra dell’approdo di Scoglitti, diede in locazione l’androne del teatro per aprirci un bar (però tassò le macchine del caffè espresso), mise il calmiere su pane e farina, creò una fontanina pubblica in via XX Settembre ang. La Marmora e con denaro pubblico acquistò gli arredi per la nuova sede dell’Opera Balilla…

25.Il ritorno della libertà e il cambio della denominazione a “Ferdinando Jacono”.

Nella città che aveva visto, come tutta l’Italia, gli osanna al Fascismo, nel giro di qualche ora (sparsasi anche la notizia della fucilazione del podestà di Acate, Mangano e del figlio, sopresi ancora con il distintivo fascista e le fucilazioni di Feudo Nobile, sparirono tutti i distintivi fino a poco prima orgogliosamente esibiti e “il nero rimase solo alle tonache dei preti”…Le vecchie scritte “Credere Obbedire Combattere” e “Vincere e Vinceremo” e altre inneggianti al Duce al Fascismo furono coperte da altre scritte in rosso, “fiorite durante la notte: W la Democrazia, W il Socialismo, W il Comunismo, W l’Anarchia, W la Sicilia Indipendente” (Lavore).

Il Governo Militare Alleato dei Territori Occupati (A.M.G.O.T.) emanò immediatamente due proclami: il primo che istituiva il coprifuoco e puniva l’asilo o l’aiuto ai militari che non si fossero arresi; il secondo comminava la pena di morte per chi non avesse consegnato le armi in suo possesso. Ma oltre a ciò, si preoccupò soprattutto di amministrare la città. Raffaele Di Giacomo fu lasciato al suo posto e continuò a deliberare sotto la denominazione di “podestà” fino al 24 agosto, giorno dal quale si titola “sindaco”. Ma il suo fu un incarico momentaneo, che servì solo per ratificare spese ordinate dagli Alleati e per nominare il nuovo direttore dell’ufficio razionamento.

Virgilio Lavore descrive sapidamente la prima manifestazione politica della rinata democrazia. C’era la Vittoria “fascista, antifascista, proletaria e borghese”.

Il sodalizio ancor oggi è proprietario di opere d’arte.

La Società commissionò al pittore Giuseppe Mazzone (1838-1880) i seguenti quadri:

quadro di Vittorio Emanuele (1865);

quadro di Giuseppe Garibaldi (1865);

quadro di Giuseppe Mazzini (1872).

Nel 1885 ebbe in dono dallo scultore Simone Palizzolo un busto di Garibaldi in pietra bianca di Ragusa. La Società ne fu così contenta che commissionò allo stesso scultore un busto di Giuseppe Mazzini.

Nel ringraziare l’arciprete Federico La China che aveva donato una sua casa al sodalizio con l’obbligo di finanziare l’estrazione di due legati di maritaggio l’anno, nel novembre 1893 il prof. Valenti di Palermo fu incaricato di realizzare un busto raffigurante Monsignor Federico La China. L’opera fu sistemata nel salone sociale nel luglio 1894 e reca la firma di Salvatore Sciacco, che probabilmente la portò a termine.

Nel 1909 i locali furono completamente rinnovati e la volta e l’arco del salone furono affrescati da Gioacchino Santocono, di Terranova, autore della decorazione della volta del Salone degli Specchi di Palazzo Jacono-Rizza.

In merito al medaglione di Leonardo da Vinci, registrato nel 1932, nessun documento è stato rintracciato.

Appendice.Elenco dei soci fondatori della Società Vittoriese di Mutuo Soccorso nata il 24 agosto 1862

 1)Amodei Bartolo                                                 capomaestro

 2)Arena Gaetano                                                  capomaestro

 3)Asta Salvatore                                                  capomaestro

 4)Arezzi Antonino                                                capomaestro

 5)Azzaro Francesco                                              capomaestro

 6)Azzaro Gabriele                                                 capomaestro

 7)Benincasa Francesco Giuseppe di anni 48        murifabro

 8)Busacca Michele da Palermo    di anni 46         sarto

 9)Cannizzo Nunzio da Catania                             ferraro

10)Di Guardo Salvatore                                        calderaio

11)Diamante Corrado da Noto                              murifabro

12)Fede Carmelo da Modica di anni 42                 bottaro

13)Fede Gaetano da Modica                                  bottaro giovane***               

14)Ferrara Paolo di anni 47                                   sarto

15)Gagliardi Giacomo                                           ferraro

16)Gallenti Vincenzo di anni 47                            sarto

16)Guastella Gaetano                                            murifabro

17)Gulino Francesco da Ragusa                            ferraro

18)Gulino Giombattista                                        ferraro

19)Gulino Giuseppe da Ragusa                            ferraro giovane

20)Lo Forte Francesco                                          murifabro

21)Mangione Salvatore di anni 44                        crivellatore

22)Marrone Diego di anni 43                                sarto

23)Molé Filippo di anni 28                                   falegname

24)Montalto Vincenzo                                          sarto

25)Pennisi Concetto di anni 22                             murifabro

26)Poidomani Emanuele da Ragusa                      falegname

27)Polizzi Giuseppe da Caltagirone                      falegname

28)Puccio Giuseppe da Vizzini di anni 21            calzolaio

29)Rinaldi Carmelo da Vizzini                              calzolaio

30)Rinaldi Gesualdo da Vizzini                            calzolaio

31)Rodriquez Giuseppe da Palermo di anni 52    ebanista

32)Salerno Salvatore                                            murifabro

33)Scrofani Vincenzo                                           murifabro

34)Senia Filippo                                                   murifabro

35)Senia Salvatore                                                murifabro

36)Serra Michele                                                   stagnataro

37)Siciliano Filippo Neri di anni 33                      cordaro

38)Stimolo Filippo                                                murifabro

39)Traina Giovanni di anni 17                              murifabro

40)Traina Giuseppe di anni 38                              murifabro

41)Vernuccio Raimondo di anni 37                      sarto di donna

42)Zanghi Gregorio da Santa Croce di anni 39     coppolaro   

42)Zapparrata Giovanni                                       falegname   

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.