Continuando a richiamare quanto da me scritto nei decenni passati e ritenendo che alcune cose possano ancora interessare qualcuno, ecco l’indice del volumetto “Miscellanea”, che raccoglie alcuni articoli da me pubblicati su quotidiani e riviste. Preciso che si tratta di testi datati.

Ecco l’indice:                                                                                    

…                                                                

‘A caminata delle “Ceneri” e la controversia chiaramontana                        

Il palio di Vittoria? Ce n’erano due                                                                                                               

Zi Blasi e la vera storia di “S. Franciscuzzu” di Scoglitti                            

La “civiltà del vino” nel Vittoriese                                                            

Le feste di Natale fra tradizione e consumismo                                           

Il 1898 a Vittoria                                                                                      

Vittoria in rivolta. La “rivoluzione” del 1820                                             

La chiesa e il culto della Madonna di Cammarana                                      

Naufraghi turchi a Scoglitti nel 1630                                                         

Il Dizionario biografico di Gianni Ferraro                                                  

Viaggio tra i monumenti scomparsi della città di Vittoria (Municipio, San Giovanni alla Trinità, San Vito, Santa Rosalia, Sant’Antonio Abate)                         

Eccone alcuni stralci

Il palio di Vittoria? Ce ne erano due…

La tradizione storica di Vittoria e del suo territorio conosce la celebrazione di due palii. Il primo, il più antico, si teneva in onore della Madonna di Cammarana, la cui festa si svolgeva dal 13 al 15 agosto; il secondo, meglio conosciuto, è quello legato alla festa del Patrono San Giovanni, così radicato nella memoria che la via dei Mille (l’antica strada per Scoglitti) ancora oggi da molti anziani è ricordata come “a srata o paliu”. Corse di cavalli (berberi), giostre, fuochi d’artifizio e fiere caratterizzavano molte feste religiose in tutta la Sicilia. Di origine medievale ( si indicava con il termine palio il drappo dipinto o riccamente intessuto, che nel medio evo costituiva il premio per il vincitore nella corsa dei cavalli), la corsa dei cavalli era il momento culminante e forse più appassionante in una società che ancora nel Seicento e nel Settecento era improntata agli ideali della cavalleria medievale e che nella corsa dei cavalli univa divertimento, spettacolo e prova di coraggio e destrezza per molti giovani.

Esaminiamo le tracce di queste tradizioni nella storia del nostro territorio.

“In un punto dell’antico sito di Camerina sino dai tempi molto anteriori alla fondazione di Vittoria esistea una chiesa sotto il titolo della Madonna Assunta, [dove] il clero vittoriese sino l’anno 1834 nel 15 agosto d’ogni anno celebrava la festa in mezzo ad un gran concorso di devoti di Vittoria, Comiso e Ragusa non solo in chiesa ma fuori con fuoco d’artifizio, corsa di bàrberi, banda musicale ed altro”.

Così il primo storico di Vittoria, il barone Salvatore Paternò, ci parla nel 1877 della tradizione dell’Assunta di Cammarana, parlando appunto di una “corsa di bàrberi”, che si svolgeva lungo la dorsale del promontorio, in mezzo ai ruderi dell’antica Kamarina. La chiesetta infatti era addossata ad uno dei muri superstiti del tempio di Athena (oggi Museo) e dovette essere costruita intorno al 1360, assieme all’antica torre di Cammarana(il cosiddetto papallossu). All’interno della chiesa veniva venerata un’immagine ritenuta miracolosa (se ne ha traccia in una magnifica leggenda chiaramontana) della Dormizione della Vergine (cioè l’Assunzione della Madonna in cielo), festa collegata con la tradizione bizantina della Madonna di Gulfi. Secondo lo storico Tommaso Fazello (che visitò le rovine di Camarina nel 1544 e poi nel 1554) ogni anno vi si svolgeva anche una grande fiera popolare che attirava numerosissime persone dal circondario e persino dall’isola di Malta. Assieme alla fiera, il palio di Cammarana era il cardine dei tre giorni di festa. Una festa di cui immaginiamo che il palio era il cardine.  Quell’antico palio di Cammarana cessò di celebrarsi assieme alla festa della Madonna, a quanto pare intorno al 1834, quando la chiesa prese fuoco. Il culto bizantino dell’Assunzione si diffuse in Sicilia specialmente dopo la conquista normanna. Veniva celebrato il 15 agosto (per un decreto imperiale del 582 d.C.), e rafforzò ovunque le antiche feste del raccolto che già in epoca greca erano dedicate a Demetra e in epoca romana a Cerere. Inoltre,  per la particolare pericolosità della costa degli Scoglitti, battuta da venti tempestosi (che causarono nel 1300 la distruzione di una grande flotta angioina), nel corso dei secoli la stessa Madonna aveva acquistato nuove attribuzioni di culto, quella cioè di protettrice dei marinai dai pericoli del mare. Col tempo tale ruolo divenne preminente, come è attestato dai numerossimi ex voto marinari di cui la chiesetta risultava piena nel 1815, dove l’acquasantiera –a ricordo del continuo pericolo di morte per naufragio-era costituita da un teschio (così scrive l’inglese W.H. Smith, incaricato di eseguire i rilievi della costa siciliana al tempo dell’occupazione inglese). Spostatosi a Scoglitti, al servizio del nucleo di pescatori ivi esistente, il culto perse l’aspetto relativo alla festa del  raccolto e mantenne solo l’aspetto della protezione dai pericoli del mare. Tramutatasi la Madonna di Cammarana in Madonna di Portosalvo (la cui statua reca la data del 1865), la festa perse la tradizione del palio, ma si arricchì nel corso dei decenni con la regata e l’”antinna a mari”, vero e proprio “palo della cuccagna” riservato ai giovani marinai, per provarne destrezza e abilità (gioco in uso anche per la festa di San Franciscuzzu, una statuetta rivenuta sulla spiaggia di Scoglitti a fine Ottocento, da un marinaio di nome ‘zi Blasi e divenuta in breve oggetto di grande devozione marinara).

Il palio di Vittoria è invece collegato alla festa di San Giovanni, patrono per designazione della stessa fondatrice Vittoria Colonna sin dal 1607. Mentre per la fiera abbiamo la data in cui fu concessa, cioè il 1640, nessun documento ad oggi è stato rinvenuto in cui si parli della corsa dei cavalli, né nel Seicento né nel Settecento. Ma la tradizione doveva essere assai radicata e sentita. Le notizie in nostro possesso sono tutte indirette e attestano la celebrazione del palio solo nell’Ottocento. In occasione del colera del 1837 infatti, il sindaco don Gioacchino Jacono ne vietò l’organizzazione, per evitare che i numerosi forestieri che venivano dai comuni vicini contagiassero i vittoriesi.     

Lo stesso Mons. La China nella sua opera “Vittoria dal 1607 al 1890”, parla del palio, ma solo per dire che se ne era promossa l’abolizione, assieme ad altre tre antiche usanze.

Così infatti si legge a pag. 452 dell’opera:

“Nella festa di S. Giovan Battista, soleano esservi le così dette corse de’ bàrberi; ma avendo visto il pericolo, a cui si andava incontro, l’Amministrazione della Chiesa Madre fece opera saggia nel sopprimerle circa il 1878. Nel 1885 però una raunata di persone, dalla quale la Chiesa si mantenne estranea, volle rinnovare il pericoloso spettacolo, che non è stato più oltre ripetuto…”.

La seconda cosa abolita “si è quella della corsa degli Asini, che si facea un tempo, e forse sino a trent’anni addietro [cioè fino al 1860 circa], nella via S. Antonio Abate, ora via Magenta, e propriamente a cominciare dal quartiere della Senia, sino al cosi detto S. Giuseppuzzo lo Sperso. Quella corsa aveva luogo nella festa di S. Eligio, detto volgarmente S. Aloi, che cade a 1° Dicembre…”.

La terza cosa abolita “…si è la battaglia sanguinosa, la lotta straziante dei galli, fra loro nel Giovedì grasso, per opera dell’uomo. Godo però nell’annunziarle, che questa scena di sangue cessò fra noi da un pezzo, ed io la ricordo benissimo”.

“La quarta finalmente era un barbaro piacere di tormentare alquanti galletti innocui, nella festa della Divina Pastorella, detta altrimenti della Madonna de’ poveri, che si celebra nella chiesa di S. Paolo. Il giuoco consisteva nel seppellire il povero animaletto, lasciandogli soltanto libera la testa. Poi un uomo bendato, con grosso bastone alle mani, dovea far dei giri, e scaricando una mazzata, colpire proprio in testa quell’innocente galletto. La scommessa allora era vinta; se no, quel crudele, che impropriamente appellavasi uomo, avea irremissibilmente perduto, dopo due o tre colpi infruttuosamente scaraventati.

Oh divertimenti umani! Oh volgo! Oh insipienza! Oh popolo! Il tuo nome, non per niente, vien composto con tre zeri!”.

Almeno per quanto riguarda il palio di San Giovanni, oltre che nel 1885, esso risulta ripreso almeno un’altra volta nel 1897(La Barbera) e forse in occasione della festa del Centenario, nel 1900. Nel corso del secolo passato non ce n’è traccia, anche se Giovanni Barone nella sua “Storia di Vittoria” scrive che nel 1950 si pensava ad una sua riproposizione. Ma dal 1955 si ha notizia di una gara di biciclette.

Questi i documenti -assai scarsi- sui due palii di Vittoria.

Zi  Blasi e la vera storia di “S. Franciscuzzu” di Scoglitti

Scoglitti festeggia la seconda domenica di luglio il suo “S. Franciscuzzu”, cioè S. Francesco di Paola protettore dei pescatori. La festa, basandosi su una profonda devozione popolare, specie fra i pescatori, nel corso degli ultimi anni ha via via acquistato spessore e importanza, fino a mettere in ombra la festa maggiore della Madonna di Portosalvo, anch’essa protettrice dai pericoli del mare (celebrata originariamente il 15, la festa dell’Assunzione-Portosalvo è stata scacciata dal Ferragosto a fine mese). Oggetto del culto di luglio è una statuetta lignea (rappresentante in verità un piccolo monaco) identificata tradizionalmente con S. Francesco di Paola (da cui il nome di “S. Franciscuzzu”), non si sa più come e quando approdata sulla spiaggia di Scoglitti. Recentemente addirittura si è detto che la statuetta sarebbe stata scoperta sin dal Seicento. Ciò è falso: l’approdo casuale della statuetta sulla spiaggia di Scoglitti è assai più recente.

Persasi ormai la memoria delle cose per la scomparsa delle passate generazioni, niente ne avremmo saputo, se un’insperata scoperta non ci avesse dato la possibilità di accertare la vera storia della statuetta, custodita nella primitiva chiesa di Scoglitti nella piazzetta davanti allo scaro. Formata di una sola stanza, la prima chiesa di Scoglitti era la cappella privata dei marchesi Ferreri. Famiglia di massari comisani, nel corso del Seicento e poi del Settecento si erano impadroniti delle terre attorno al piccolissimo borgo, da Anguilla a Lucarella a Berdia, riuscendo a nobilitarsi e a divenire marchesi. L’esponente più importante fu Gioacchino, ministro delle Finanze negli anni Dieci dell’Ottocento, acerrimo avversario dei liberali filo-inglesi che avevano voluto la Costituzione del 1812. E proprio l’eversione della feudalità a seguito delle nuove leggi lo costrinse a togliere il suo monopolio su Scoglitti, che da allora poté svilupparsi. La chiesetta, abbandonata dai Ferreri, fu salvaguardata e custodita da un gruppo di tenaci pescatori di Terranova (Gela) venuti ad abitare nelle misere capanne sorte via via nei pressi dello scaro.

Francesca Senia, una maestra con lunga esperienza di “scuole rurali” arrivò a Scoglitti nel 1949 e si immedesimò tanto con la povera realtà dei pescatori, da scriverci su “un lavoro per teatro, una commedia di spunto locale, a volte con battute dialettali”.  La colpivano soprattutto “i più anziani, che non vanno più a mare e passano le giornate vicino allo scalo a studiare il mare. E come lo sanno scrutare!”. Così scriveva in un bell’articolo pubblicato su “L’Eco di Vittoria”, un giornale del 1955. E poi continuava:

“Zi’ Blasi era uno di questi pescatori. Egli non andava a pesca perché era ormai vecchio. Una volta,  a me che gliela chiedevo, narrò in tutti i suoi particolari la favola del Santino  tanto portato in auge…”. “Sono passati anni ed anni –incominciò zi’ Blasi- ed io ero un ragazzetto dodicenne. Il mio babbo era quasi del tutto cieco…L’assenza di un porto o di qualsiasi protezione per le barche da pesca rendeva impossibile e fatale la pratica di questa attività.

Una notte la tempesta era furiosa e  il mare altisismo. Si temeva che entrasse nel villaggio. Tutti si levarono impauriti e molti pregarono per scongiurare la catastrofe che già si annunziava certa. Allora, in mezzo a quella gente prostrata dal panico, si fece avanti un bimbetto. Procedeva a stento tra gli spintoni della folla. Gridava a squarciagola: “Ho trovato un santo!”. La statua, che rappresentava un uomo piccolissimo vestito “dell’abito talare di S. Francesco” fu subito chiamata “San Franciscuzzu”.

E continua la maestra:

“Dall’immagine di quel santo, venuta provvidenziale tra loro, i pescatori si sentirono protetti. Credettero in un miracolo. Ringraziarono la Provvidenza e la Misericordia di Dio che in quel modo e con quel mezzo li aveva salvati dalla morte orribile e  sicura. Sulla spiaggia, poi, si trovò qualcosa di nuovo…Il mare aveva portato a riva i resti di una grossa barca; si vedevano, tra i rottami, arnesi vari, barattoli di conserve e parecchie bottiglie di vino vecchio. Era stato in quella barca il simulacro? Ma dov’erano i naufraghi?”.

Subito “il Santino fu portato in chiesa. E da allora –a dire di zi’ Blasi- prese ad operare grandi miracoli. I pochi che irridevano all’indirizzo di quella statua piangevano amaramente la loro folle audacia. Fiduciosi ed estremamente devoti, gli abitanti del luogo chiesero a San Franciscuzzu il miracolo della pesca. Nei giorni di magra lo portavano sulla spiaggia alla benedizione del mare. E questa processione con la solennità di un rito e con l’esagerazione della superstizione si rinnovava ogni qual volta il popolo aveva bisogno dell’aiuto divino”.

Però dopo qualche anno il Vescovo di Siracusa venne a conoscenza “con disappunto, degli eccessi di fanatismo con cui il popolo adorava il Santino e, consigliando più fervore di preghiera e meno superstizione, propose di abbattere quella statua che era venerata non tanto come un santo quanto come un idolo vero e proprio. Ma il popolo si oppose; ignorò il consiglio. E fino ad oggi custodisce il Santino con fede e con devozione”.

Dunque questa è la vera storia di San Franciscuzzu. Ipotizzando che l’anziano pescatore nel 1950 avesse una settantina d’anni, poiché afferma che i fatti si svolsero quando ne aveva dodici, propendo per datare il rinvenimento della statuetta tra il 1880 e il 1890.

Spero da oggi che nessuno continui a dire che la statuetta è del Seicento…

Il 1898 a Vittoria

“Il 1898 fu un anno di gravissima crisi economica e di pesantissimo fiscalismo statale e comunale, cosa che provocò gravi tumulti in tutto il Paese. Ben prima però dei famosi moti per il carovita di Milano, repressi a cannonate dal gen. Bava Beccaris nel maggio, altre sommosse si erano verificate in quasi tutta l’Italia e anche in Sicilia. Il circondario di Modica ne fu particolarmente colpito. Per prima si sollevò Modica. Una grande folla di contadini, esasperata dalla miseria e dalle tasse, al grido di “pane e lavoro”, nel giorno di carnevale martedì 22 febbraio, aveva dato vita ad una imponente manifestazione. Fermatasi sotto la casa del sindaco, si era ingrossata sempre più ed era degenerata quindi in duri scontri con le forze dell’ordine che, per impedire l’assalto al carcere, avevano sparato sulla folla uccidendo tre dimostranti. 

Tali eventi “ingranditi dalla fantasia popolare”, generarono anche i fatti di Vittoria, accaduti il 6 marzo 1898 e descritti sul “Corriere della Provincia”, diretto da Salvatore Busacca. L’occasione degli scontri di cui finora ignoravamo persino l’accadimento, fu data dall’insipienza di un proprietario terriero. Costui, dovendo ingaggiare dei braccianti per le sue terre, voleva “profittare della mancanza di lavoro che trae seco il mese di marzo, epoca della sbocciatura delle viti, quando è impossibile praticare ad esse qualsiasi coltura”. “Uomo di corto cervello”, era andato in piazza ad offrire “la irrisoria mercede giornaliera di 50 centesimi [oggi equivalenti ad € 1,64], escludendo la minestra e il vino, che sempre si corrispondono ai contadini”. Essendo il salario solito mai inferiore a 85 centesimi [€ 2,79], per di più con il vino e la minestra, la cosa fece inferocire i numerosi braccianti che stazionavano quella domenica in piazza per cercare lavoro. Per tutta la mattinata dunque non si era parlato d’altro, cosa che aveva acceso gli animi. Per di più l’autore della proposta, un certo Santapà, non contento di ciò che aveva provocato la mattina, ebbe la stoltezza di ritornare in piazza nel pomeriggio, esponendosi ad una selva di urla e fischi. In breve l’uomo fu costretto a fuggire per evitare il linciaggio e trovò rifugio in una macelleria che sorgeva a pianterreno del Municipio (all’angolo con la via Volturno, oggi Cancellieri) macelleria che fu assediata da una folla che crebbe in continuazione, fino a che si contarono più di duemila persone. A nulla servì l’intervento del sindaco Carfì, del delegato di P.S., del tenente dei carabinieri che cercarono di riportare la calma. Anzi, proprio quando i carabinieri liberarono il disgraziato Santapà dall’assedio e lo portarono in salvo nella caserma, sita nel Convento delle Grazie, cominciò una fitta sassaiuola contro la stessa caserma e tutti coloro che tentarono di calmare la folla esasperata. A stento il sindaco, i suoi collaboratori, i carabinieri e i poliziotti poterono rifugiarsi nel “Caffè del Popolo” (attuale Caffè Roma). Subito dopo furono presi di mira e frantumati a pietrate i vetri delle finestre del Municipio e i fanali di Piazza Vittorio Emanuele.

Poi, come a Modica, ci fu qualcuno che gridò “alle carceri!alle carceri!”, per cui la folla si riversò tutta lungo la via Cavour dirigendosi al carcere e nel passaggio assaltò “il palazzo dell’antica esattoria e quello della nuova, che sono attigui, in via Cavour…Dalla casa dirimpetto, quella del Sig. Antonio Jacono, si affacciò il figlio di costui, sig. Giambattista, il quale arringò la folla, cercandola di calmare. Inutile! Ricominciarono le pietre contro le case Jacono, Porcelli, Mazza, Bucchieri, Roccaddario, Benvissuto e contro le altre che la folla incontrava…”. A colpi d’accetta fu sfondata la porta del carcere, ma quando i dimostranti stavano per forzare il cancello, furono presi alle spalle da otto carabinieri armati giunti di corsa dalla piazza, che operarono alcuni arresti e dispersero la folla, dalla quale però furono sparati alcuni colpi di rivoltella. La forza pubblica poi, tornata “a passo di carica” in piazza, disperse gli ultimi dimostranti, che avevano devastato il “Club dell’Unione”, un circolo monarchico (ubicato a pianterreno del Municipio all’angolo con la via Garibaldi). Così tornò la calma a Vittoria. In tutto furono arrestate 34 persone. Il cronista però aggiunge al nudo resoconto le sue riflessioni. La situazione di migliaia di persone a Vittoria era stata aggravata dalla fillossera, dalla crisi vinicola e dalla crisi bancaria che avevano “prodotto uno spostamento straordinario di fortune. Non solamente i contadini, ma anche i piccoli e i grossi proprietari, non si trovano più nelle floride condizioni passate”. La mano d’opera era “scarsamente retribuita e questo non per speculazione contro la miseria, ma per necessità ineluttabile della presente situazione”. Ma il Governo nulla aveva fatto per rimediare a quella miseria per cui l’autore dell’articolo proponeva: “il rimando delle esazioni delle tasse, il condono delle quote minime, l’abolizione della tassa sui fabbricati della povera gente, che possiede solo il tugurietto ove ripara le stanche membra”. Ma anche lavori pubblici da parte dell’Amministrazione Comunale, come “il colmamento del lago Salso che potrebbe dare lungo a proficuo lavoro. I lavori dell’acqua [di Scianna Caporale] e gli altri deliberati urgenti del Municipio, non daranno lavoro che alla classe operaia. E’ anche ai contadini che bisogna pensare e urgentemente”. Così si concludeva il resoconto dei disordini

Quella del 6 marzo 1898 fu l’ultima esplosione di rabbia inconsulta. Di lì a poco (ottobre 1899) nacque il partito socialista di Nannino Terranova, che organizzò in forme diverse la lotta di classe a Vittoria.

Naufraghi turchi a Scoglitti nel 1630

Si susseguono gli sbarchi di disperati sulle nostre coste. Oggi l’accoglienza (o l’espulsione) è gestita dallo Stato. Ma cosa accadeva nel passato, quando si entrava in contatto con i “Turchi” (così genericamente venivano chiamati i Levantini, di qualsiasi stirpe o nazione fossero)?

Cosa accadde quando il sempre infido mare di Cammarana gettò a fine febbraio 1630 quattordici naufraghi sulla costa fra le dune, si piedi della torre?

Gli sventurati furono soccorsi probabilmente dai guardiani che scorrevano il  litorale, per avvisare del pericolo di eventuali sbarchi nemici.

Ma, nei primi decenni del Seicento, i nemici temuti dai Vittoriesi non erano tanto i pirati barbareschi, quanto l’associazione mentale Turchi=peste. Si era da poco estinta infatti la grande peste del 1624-1626, scoppiata a causa di un tappeto infetto portato al Palazzo Reale di Palermo da Trapani, dove era sbarcato su una nave di cristiani riscattati. La peste, dopo aver ucciso lo stesso viceré Filiberto di Savoja, aveva desolato Palermo e mezza Sicilia. Ma  le efficaci azioni preventive del governatore Paolo La Restia avevano risparmiato alla Contea lutti più gravi. Vittoria per sua fortuna non risultò nemmeno sfiorata dalla peste, ma grande dovette essere il terrore quando si scoprirono i naufraghi. Da quel che si capisce dai documenti, La Restia ordinò ai giurati di Vittoria (il notaio Francesco Brancato secreto –cioè sindaco-, Vincenzo Recca, Michelangelo Di Fede e Giuseppe Garraffa assessori) di tenere in quarantena i prigionieri. La vicenda durò appunto quaranta giorni e non dovette essere priva di difficoltà per i poveri amministratori di Vittoria, costretti non solo ad anticipare le somme per gli interventi d’urgenza, ma anche a subire l’accusa (da parte di qualcuno non meglio identificato) di non avere eseguito “ad unguem”, cioè a puntino, gli ordini. Così infatti scrivono il 22 marzo 1630 secreto e giurati al governatore La Restia: 

“Illustrissimmo Signore

allegati a questa se mandano due relationi…l’una e la terza quale per ordine di Vostra Signoria Illustrissima siamo obligati mandare ogni otto giorni per spatio di 40 giorni e l’altra contiene come li turchi schiavi sono stati lavati e vestiti di vestimenta nuovi con scarpe e berrette conforme all’ordine datoci per Vostra Signoria Illustrissima e tanto le vestimenti che detti turchi havevano addosso son stati abruggiati, quanto quelle robbe si trovorno nel vaxello naufragato di detti turchi, quale erano conservate in uno luogo apparte [sic] della casa del Signor don Giovanne de Deo [errato per “Leo”] di questa…

Detti turchi per gratia del Signore stanno tutti beni sani e gagliardi li andamo governando della maniera Vostra Signoria Illustrissima have ordinato et si sappia che le mandati di Vostra Signoria Illustrissima l’essequiamo ad unguem et che governo e travaglio si havemo preso da loro stessi Vostra Signoria Illustrissima ni potrà havere fedele testimonianza e da tutto il popolo di questa, benché li giorni passati Vostra Signoria Illustrissima dal Signor Alfiere di Chiaramonte fosse stato sinistramente informato et a Vostra Signoria intanto per non più fastidirla facciamo riverenza augurandoli dal Cielo salute                                     

di Vostra Signoria Illustrissima servidori affetionatissimi”.

In verità amministratori, religiosi (don Vincenzo Sesti era stato incaricato di seguire la vicenda dal vicario don Giovanni di Lio) e militari avevano eseguito con zelo tutte le disposizioni. Davanti ai giurati, al sacerdote e al capitano di Vittoria, il “dottor fisico” Geronimo Pinedo aveva “visitato li quattordici turchi schiavi naufragati del vascello naufragato in queste nostre marine di Cammarana, quali per gratia del Signore si retrovano al presente fuor di ogni suspetto di morbo contagioso e sono sani e gagliardi”.

Poi, con l’assistenza di Maistro Antonino Xifo barbiere di questa città ha fatto lavare con lavanda di salvia, rosmarino, giunepro, alloro et altre herbe odorifere li quattrodici Turchi schiavi naufragati dal vaxello li giorni passati in questa marina di Cammarana dato a traverso, et quelli doppo d’esser statti lavati ha fatto vestire di vestimenti nuovi cioè camise di tela, causuna e gilecco di abracio

[orbace]

et berretta e scarpi fatti dall’Università di questa Terra a sue spese; et quelli ha fatto conducere nelle grotte d’Andrea Terranova luogo fuor di questa predetta Terra, et quelli have visitato d’uno per uno con exactissima diligenza e l’have trovato tutti sani e gagliardi senza sospetto nessuno di morbo contagioso (che Dio ci guardi!) havendo doppo fatto bruggiare tutti quelli robbi e vestimenti ch’avevano li suddetti Turchi”.

Per l’individuazione delle grotte di Andrea Terranova, ci viene in aiuto il rivelo del 1623, dove il colono dichiara di possedere grotte in contrada Cavalonga o Santoro che corrisponde in parte all’attuale contrada Mendolilli. Non saremmo forse lontani dalla verità se ritenessimo che queste famose grotte fossero state all’interno dell’ex campo di concentramento.

Infine, il 28 marzo 1630 i giurati inviarono un ultima lettera a La Restia per comunicargli che “per la Dio Gratia li quattordeci turchi stanno beni e fuor di sospetto di morbo contagioso (che Dio ci guardi) et dal giorno che arrivorno qui in sino ad hoggi sonno giorni trentaquattro, si che ad complir la quarantena contandosi dal giorno dell’arrivo loro qui, ci voli quindi sei altri giorni quali non vediam l’hora che scorrano per levarne di questi travagli chi invero sonno assai oltra la passioni d’animo che teniamo non ni succediri qualche cosa et le quotidiane spesi, intanto a Vostra Signoria Illustrissima facciamo profondissima riverenza augurandoli dal Cielo queste vicine feste di Pascha di Resurrezione del Signore con mill’altre felicissime”.

Fortunatamente i poveri naufraghi erano sani come pesci, altrimenti ben difficilmente una lavandi di salvia, rosmarino, ginepro e alloro avrebbe salvato Vittoria dalla peste!

Comunque, sia per il timore della peste, sia forse per le precise disposizioni del governatore, quegli antichi naufraghi furono ben trattati: lavati, rivestiti, rifocillati. Non sappiamo che fine fecero una volta giunti a Modica, ma di Vittoria dovettero avere lo stesso un buon ricordo.

I rapporti tra la Sicilia e la costa nordafricana rimasero conflittuali per secoli. Dal momento in cui gli Arabi coqnuistarono la costa del nord Africa nel VII secolo d.C., dall’Africa arrivarono solo minacce, culminate nella conquista araba dell’isola, iniziata nell’827 e protrattasi per decenni. Poi, con la conquista normanna, nel XII e fino ai primi del XIV secolo fu la Sicilia a minacciare le coste nordafricane con violente incursioni, alternate a normali scambi commerciali. Dal 1399, con il sacco di Terranova, il pericolo divenne un incubo e dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453 ad opera dei Turchi non ci fu più limite alle scorrerie. La Sicilia sud orientale in particolare fu oggetto di violente incursioni dei pirati barbareschi per tutto il Cinquecento, sostenuti dal sultano turco Solimano il Magnifico (1520-1566), che voleva prendere in una morsa l’Europa, attancandola dai Balcani da un lato e dalla Sicilia dall’altro per risalire la penisola italiana.

E così anche la marina di Cammarana dal 1530 in poi, fu soggetta a ricorrenti sbarchi di pirati barbareschi che da Tunisi e da Algeri tenevano la Sicilia e Malta sotto tiro. Parecchi infelici furono rapiti dalle loro case e fatti schiavi (per riscattarli il conte Federico I Enriquez Cabrera lasciò un fondo apposito nel suo testamento del 1538). La torre di Cammarana era posto di guardia e in caso di avvistamento di navi la campana della chiesa (così come aveva fatto per tutto il Cinquecento) avvertiva “le genti dello sbarco dei turchi, affinché i cristiani trovassero salvezza” (Corrado Melfi). Anche se la torre venne danneggiata nel 1582 dal terribile Ulucchiali, essa continuò a svolgere la propria funzione difensiva, ma forse più a guardia del grosso allevamento di anguille che si faceva nella palude, come lasciò intendere ironicamente Fazello). Nel 1591 una nuova terribile scorreria aveva fatto razzia e catturato schiavi fra i pochi abitanti della zona (pastori e contadini).

Ma dopo Lepanto (1571), in verità la morsa si era allentata

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.