Come ho già ricordato, il terremoto del 1693 -che pure molto ha inciso nell’immaginario collettivo- a Vittoria non causò danni eccessivi. Si contarono dai 28 ai 40 morti (su poco più di 3000 abitanti e rispetto ai 60.000 morti complessivi), con gravi danni nell’area del Castello (chiesa di San Giovanni, il Castello stesso ed i magazzini, le case del Beneficio Curato nell’attuale piazza Enriquez e ad alcune case del quartiere), alla chiesa e al convento della Grazia, all’ospizio di San Francesco di Paola (nato per fondare il nuovo convento), alla chiesetta del SS.mo Cristo, ai mulini nella valle e ad alcuni palmenti in città e nelle campagne. Niente però di paragonabile agli immensi danni patiti altrove, da Comiso a Ragusa a Modica o Scicli, per non parlare delle città rase al suolo nel resto del Val di Noto e di Catania, ridotta come “il palmo di una mano”. Vittoria si salvò perché era periferica rispetto all’epicentro e perché la valle dell’Ippari smorzò probabilmente la violenza delle onde sismiche. Al di là della tradizione e della devozione al Santo Patrono San Giovanni (che nulla poté invece per gli sventurati Ragusani, che pure gli erano molto devoti), nel corso dei secoli, ben altri furono a Vittoria i momenti di mortalità di massa, dovuti soprattutto a gravi epidemie.

Siamo nelle settimane del picco dell’influenza, con due milioni di persone -così scrivono i giornali- colpite, ma che in grandissima parte, fra qualche giorno, grazie alle medicine ritorneranno in salute. Altri milioni, vaccinati, non avranno l’influenza. A volte penso all’enorme stupidità dei cosiddetti “no vax”, che evidentemente ignorano le tragedie immani del passato, quando -solo in Italia- centinaia di migliaia di persone perivano per la peste o il colera o il vaiolo.

Senza entrare nel merito della questione, vorrei solo riportare alcuni dati relativi a Vittoria

Non abbiamo cronache relative al Seicento e al Settecento, ma si può dedurre la presenza di alcune epidemie in base alla mortalità -più o meno elevata- registrata nei registri parrocchiali dell’Archivio di San Giovanni Battista.

Per quanto riguarda il Seicento, non risultano morti di peste nel triennio 1624-1626, nonostante si creda che la pestilenza fosse presente anche a Vittoria. Il solito Giovanni Barone (1950) parla di ben 760 vittime, numero esorbitante e che non si sa da dove lo abbia desunto, con l’affermazione anche a Vittoria del culto di Santa Rosalia. In verità, il culto di Santa Rosalia, imposto a tutta la Sicilia nel luglio 1627, era però già noto nella zona, con una chiesetta antica, anteriore alla stessa fondazione di Vittoria, chiesetta presso la quale nel 1631 fu costruito il terzo mulino della cittadina, nella valle del fiume di Cammarana. Pur onorato a Vittoria a spese dell’Università (come ci attesta il bilancio del 1638, con uno stanziamento di 4 onze), il culto di Santa Rosalia non scalzò mai il culto di San Giovanni, affiancandosi a volte ad esso nei documenti.

Con un migliaio di abitanti nel 1623, un primo picco di mortalità (cioè oltre la media annua dei decessi calcolati per un determinato periodo) fu registrato a Vittoria nel triennio 1633-1636 (dovuta a pestilenza?); un secondo tra il 1646 e il 1648 (dovuto alla carestia che a Palermo ed in altre città provocò vere e proprie sommosse); un terzo, gravissimo con oltre 400 morti in media l’anno su una popolazione di poco più di 3000 abitanti nel quinquennio 1671-1675 e con una recrudescenza dal 1679 fino al 1683 (con 338 morti, pari al 10% della popolazione):  ne ignoriamo le cause né sappiamo se si trattò di peste o altre malattie. Nella prima metà del Settecento, si riscontrano picchi di mortalità doppi rispetto alla media del cinquantennio e su una popolazione di circa 6000 persone nel 1726 (374 decessi), nel 1731 (652), nel 1732 (412), nel 1737 (480) e soprattutto nel 1738 (806!): senza che nei registri dei defunti siano indicate le cause di tanta strage. Altri picchi di mortalità  ancora nel triennio 1746 (586), 1747 (557) e 1748 (482 defunti), quando ormai la popolazione aveva superato le 9000 unità. Non sappiamo a cosa fu dovuta tale elevata mortalità: ma io azzarderei che si sia trattato di vaiolo, per il quale bisognò aspettare il medico inglese Jenner per trovare un rimedio, nel 1797 e ricordando le polemiche dei cosiddetti no-vax, mi sembra utile far conoscere il testo del vittoriese Orazio Busacca, che ci testimonia gli effetti delle epidemie di colera del 1837, del 1854-1855, del 1867.  

Il cronista parla del colera del 1837 (per il quale si sconoscevano le cause e quindi i rimedi) in base ai ricordi, mentre per il secondo colera (1854-1855) ed il terzo (1867) parla da contemporaneo. Il vibrione colerico, di origine orientale, attecchì profondamente in Europa dal 1817 in poi, trovando facile ambientazione nelle condizioni igienico-sanitarie degli Stati dell’epoca. E dopo Napoli, invase la Sicilia. Su questo primo colera Busacca scrive a memoria, dopo molti anni:

«Il primo colera da noj rigordato fu nel 1836 e 37 che portò con sé peggiori conseguenze…giacché in allora nacquero in diverse Città e Comuni vertigini e rivoluzioni, ed una di questi fu la Città di Siracusa perché una gran parte di civili e quasi tutta la gente di mezzana e bassa classe era invasa dalla falsa idea che non era il male mandato da Dio o dalla naturale influenza ma bensì da’ governi. 

Da qualcuno della classe pensante e liberale si proclamava questo per odio che si aveva da’ sovrani barbari e dispotici per cosi suscitare la rivoluzione e sbarazzarsi di quelli, ma tutto il di più della gente erano invasi di buona fede e che ne ottenevano la peggio, morale e materiale».

Dopo aver precisato che questa falsa credenza si era rinnovata nel 1854 e 1855 e -seppure in misura minore nel 1866 e 1867, aggiunge:

«Nel 1837 furono fucilati il padre e figlio Adorno da Siracusa e ciò perché gli Adorno per odio a’ Borboni sparsero e sostennero che il colera era opera de’ Re».

Nel 1891, in un anno di crisi economica gravissima, dovuta anche ad una eccezionale ondata di gelo, ritornò con la mente a quell’epoca:

«Commemorazione della fame del 1837-1838 che fu affligente…Solamente jo personalmente rigordo l’anno colonico 1837-1838 che si verificò il colera e le brinate o geli de’ giorni 22 e 23 aprile 1838 che furono danneggiate le vigne, e ne avvenne la poverissima produzione e la mancanza del commercio.  I prezzi de’ vini erano a tari sej, sette e otto, e perciò pochissimi introjti, mancanza di lavoro, miseria e fame, rigordo ancora che la povera gente per diffamarsi ricorreva a cibarsi di qualunque selvatica, di scorze delle fave verde raccogliendole nelle strade buttati via da’ ricchi, e pure ricorrevano a manciarsi l’orobanca o lupa!!! Il pane di farina d’orzo poj si manciava da quasi tutti le famiglie sul principio della messe [a giugno, n.d.a.] e ciò per la mancanza di frumento ridotto raro e perciò rincarito sino ad onze 10 salma antica [di] chili 256!!!», una «…carestia o cattivo anno…quell[a] del 1837-1838 che fu crudele…per Vittoria in particolare perché paese solamente vinicolo. Le due annate sudetti hanno afflitto questo paese in un modo eccezzionale!».

Il colera del 1837 e la rivolta siracusana chiusero la breve stagione di apertura riformistica iniziata nel 1830 con l’avvento di Ferdinando II.

Il secondo colera scoppiò «in Vittoria il 1° 9bre 1854 dopo di aversi fatto il giro quasi in tutta Sicilia! In Vittoria non fece tanta stragge come si era verificato in Messina, Palermo, Catania, Vizzini, Ragusa, Terranuova ed in tante altre città e comuni.

Pel mese di 9bre 54 si mantenne lento, che non poté corrispondere ad uno [morto] al giorno. In Dicembre aumentò, e nel mese di Gennaro si ridusse a casi vari.   La media del tutto riunito quasi ad uno e mezzo al giorno.  I morti dì colera in tutto furono circa 150 e così fu chiuso l’anno 1854».

Ma dopo essere rimasto latente da gennaio fino all’estate «Nel giorno 18 Agosto del 1855 -annota il cronista- cadde una dirotta pioggia che fu il fatale preludio di scoppiare il colera in Vittoria, ma però dietro esserne stata invasa tutta la contea di Modica.

Il giorno 19 si cominciarono a sentire voci di sintomi colerici. Il giorno 20 si manifestò.  Il giorno 21 infierì orrendamente sino al punto che nel giorni 22, 23 e 24 spaventevolmente in ogni strada si sentivano grida strazianti di dolore per la perdita de’ suoi cari, o colpiti, o morienti, o morti dal fatale morbo asiatico.  Fu allora che il Sindaco Comunale Signor Giovanni Leni Spatafora per l’impellenza di trasportare i cadaveri fuori l’abitato (il luogo destinato era alle grotte sito dietro al convento de’ PP. Capuccinij) e siccome i becchini non potevano sodisfare le richieste per l’eccedente numero de’ morti, bisognarono ricorrere a’ carri per sbarazzare i cadaveri, come se fosse stato un campo di battaglia!!! In quej tre giorni lo spavento nel popolo Vittoriese era indescrivibbile.  Ognuno fuggiva tremante la Città ed andava ad abitare la campagna, e chi non era provvisto di casamenti andava ad abitare nelle capanne, e la gran parte del basso popolo sotto gli alberi fronzuti di ogni specie e di ogni genere, vivendo alla meglio che ognuno poteva, la gran parte del basso popolo sprovvisto di lavoro perciò sprovvisto di mezzi si alimentava mangiando fichi d’India che in quel tempo nelle trazzere pubbliche se ne trovavano ín abondanza, chi si governava di uva immatura anche rubandola perché la povera gente costretta dalla fame. Qualche generoso proprietario per riparare in parte a’ bisogni o dare lavoro alla povera gente si sforzava di trovare o dar lavoro. Un miglior mezzo di prevenire il male si era quello per impedire in certo modo il [pericolo di] venire colpito, di usare una perfetta igiene. Carne vaccina, pane cotto, pasto di facile digestioni,  mangiare pochissimi frutti e massimamente fichi, e frutti acerbi, e immaturi in generale, ottimi vini, acqua potabile: insomma perfetta igiene e infatti la maggior perdita del 1855 si verificò nel basso popolo perché non potevano o non volevano eseguire tale metodo».

Ovviamente, anche «la vendemmia del 1855 fu breve ma angustiatissima. Breve perché a causa della malattia del detto morbo alle vigne le uve rimaste colpiti ed appassiti si andavano perdendo pel cocente caldo e perciò la vendemmia fu anticipata, e meschina, e perché il gelo del 28 Aprile fece gran danno».

Riepilogando a fine anno, l’evento, così scrive Busacca:

«Il colera dell’anno 1855 come sopra fu detto cominciò il 19 Agosto, continuò fiero tutto il mese settembre di quell’anno, venuto Ottobre continuò con certa calma, in Novembre più lento con casi vari ed ebbe fine nel primi del mese Decembre, tanto che il giorno otto giorno festivo della SS.a Vergine Maria Immaculata Congezione venne cantato il Te Deum Laudamus, in segno di ringraziamento…Il numero de’ morti di colera in quell’anno memorando fu circa 9cento di 10.900

[abitanti]

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Ed ecco l’ultimo, quello del 1867, portato in Sicilia dai soldati del generale Cialdini/o La Marmora (verificare) che avevano represso la rivolta del settembre 1866 a Palermo e in provincia.

Ancora una volta l’epidemia infierì in piena estate e per sovrappiù il colera si accompagnò al tifo ed al tifo bovino, che sterminò il bestiame.

«Questo disgraziato anno non contento di avere cagionato (assiemi al 1866) la miseria e lo dissesto finanziario, non solo in Vittoria, in Sicilia, e in una parte dì Italia, previa le siccità e cattivi raccolti; e pel totale colmo di sventura, si manifestarono le tre micidiali malattie come sopra enunciati

La prima a manifestarsi in Vittoria fu la Tifoide, la quale fece molte vittime, e fra i quali morirono gli amici Signor Pippo Porcelli, e il Sacerdote Padre Raffaele Calì, in unico giorno dentro il mese Maggio 1867. Il male era micidiale e difficile a curarsi.

Contemporaneamente il Tifo bovino incurabbile, di sua natura faceva stragge degli animali bovini, giacché il male era contagiosissimo e micidialissimo, era in tutta Italia, tanto che il governo sulle prime prese le misure di volere indennizzare a’ proprietari della perdita sofferta per la morte, o uccisione obligatoria che davasi agli animali che si giudicavano colpiti dal male, previa perizia, e tutto ciò per volere impedire la propagazione del contagioso male; ma visto che tutto riusciva inutile dopo fatti alquanti esperimenti, pochi furono i fortunati proprietarii che godettero il favore di tale indennizzo da parte del Governo; giacché il Governo stesso revocò quel decreto e per ciò moltissimi proprietari fallirono, e la pastorizia fu dimezzata a danno dell’agricoltura!

In quel fatale anno 1867 (già cominciato nel 1866) il fatale morbo asiatico (Colera) travagliava tutta Italia, e direj mezza Europa, e le notizie allarmanti si avvicinavano a noj.                                                                                                                                    

Nel giorno 7 luglio 1867 si manifestò nel nostro Comunello Scoglitti, e nel medesimo giorno in Vittoria fu colpito un certo Rovillo, villico; non vi si volle dare importanza per non portare l’allarme, ma dal sette al giorno 14 si verificavano casi rari e da parte del Municipio (Sindaco è il Signor Barone Salesio Scrofani) si voleva occultare per non scoraggiare la popolazione

Il 14 [luglio] però si pronunziò apertamente che ne morirono 4 e molti attaccati in quest’ultimo giorno…

Due terzi del popolo scappò lasciando il paese per andare ad abitare le campagne cuj nelle rispettive caseggíati in cuj altre famiglie di parenti ed amici vi si riunivano, e senza tanti ricerche di commodità, chi abitava le camere soprastanti, chi le stanze sottostanti, chi magazzini, chi cantine, e chi palmenti, e poj dapertutto non vi erano miseri casupoli, o capanne, o tettoje che non erano abitati, e sino agli alberi fronzuti e canneti ancora senza curare altro pericolo se non quello del morbo o Colera.  Molti erano (massime nel volgo) che credevano essere il male preveniente dalla mano dell’uomo e non già epedemia naturale, o pure emanata da Dio! e quindi molti rifiutavano medici e medicamenti lasciandosi miseramenti morire!

Dal 14 luglio sino a tutta la prima settimana di Agosto, i morti di ogni giorno non erano minore di cinque, ed il giorno più campale fu di 22.  Indi cominciò a declinare, e succedevano gli alti e bassi.

Si notava ad evidenza che l’aumento si verificava ne’ giorni di sabbato, Domeniche, e lunedì, e ciò si attribuiva al maggiore agglomeramento della popolazione che veniva obligata da bisogni relativi per venire in paese!

Non tutte le campagne in cuj vi era gente ad abitare restarono immuni e libere ad essere colpiti dal male. Molti casi si verificarono, ma sempre nella classe povera e agricola a causa di non potere o non volere badare né a cura e neppure evitare cibbi indìgestivi e frutti acerbi.

Nel mio caseggiato in Montecalvo socombette il mio fattore certo maestro Giuseppe Noto da Monterosso Almo. Era padre di un mio cognato Francesco Paolo Noto. In quei giorni nella mia famiglia vi fu lutto e dispiacere immenso!

Era vivente ancora l’ottima e virtuosa mia prima compagna Maria Iacono Buscarino, la quale pure ad un pelo non socombette per causa di tale disturbo sofferto; e perché in quella sera aveva manciato una pesca un puo’ acerba e senz’altra causa.

Io appena avvedutomí dal primo sintomo ricorsi a fargli bere un bicchierino di absinzio, farmaco liquido ritenuto come specifico, che me ne aveva provvisto il farmacista Signor Giovannino Platania Alfieri, [e] fu salva, e dall’angustia spaventevole si passò alla paternale, avvertendo tutti di essere cauti e previgenti, giacché si vedeva chiara che il morbo per schivarlo veniva facile a prevenirlo previa l’esatto reggime, e invece senza di ciò riusciva difficile ad ottenerne la guarigione!

In Dorilli morirono 11 vendemmiatori in un giorno.

Il colera scoppiò in Vittoria il sette luglio, e continuò senza interruzione sino il 7 8bre con alti e bassi, e quando ognuno credette di non più temerlo con grande sorpresa fu colpito l’amico Sac.te don Placido Comes[1] la notte del 29 al 30 ottobre che fece e lasciò una dolorosa impressione; fu l’ultima vittima! Il num.o de’ morti di Colera nel 1867 si fu da otto a novecento».

Concludendo questa breve rassegna sulle epidemie verificatesi a Vittoria nell’Ottocento, dobbiamo ritornare al vaiolo.

Busacca ne parla nel maggio 1873 e poi nel mese di giugno 1889.

Scrive nel maggio 1873:

«Vajuolo. Il vajuolo che già da 4 mesi à travagliato il nostro paese, e perché si è mantenuto lento, e non tanto micidiale, oggi già lo è ed è divenuto allarmante, e massimamente per tutti coloro i quali non furono vaccinati bambini e che non hanno curato di vaccinarsi sin’oggi. In questi si manifesta di un caratteri maligno e mortale, mentre invece in tutti coloro i quali furono e sono stati vaccinati, [li] assale con caratteri benigno e curabilissimo, ciò serva di norma».

Ritorna sull’argomento nel giugno 1889:

«Vajuolo. In questa staggione estiva Vittoria fu (oltre degli altri guaj prodotti dalla crisi è dalla chiusura del commercio)[2] travagliata dalla micidiale epedemia del vajoulo e febbre piticchiale che fecero molto vittime. Il maggior numero delle vittime si verifìca nej bambini e di tenera età, e ciò bisogna che si dica che la causa principale si è stata quella delle poche cure e previgenze usati da parte del Municipio che non hanno usato quella dovuta attenzione nel fare (obligatoriamente) vaccinare tutti i nati, e pure a tutti coloro che non furono vaccinati sul nascere ed oggi divenuti adulti!».

A questo punto ne approfitta per ricordare il suo grande amico:

«Su di ciò mi credo in dovere rammentare la sindicatura del Cav.re Commendatore Signor Rosario Cancellieri dal [1879] sino ad Agosto o 7bre 1882, il quale aveva la sollecita cura di fare vaccinare tutti i nati non solo, ma pure tutta la scolaresca di ambo i sessi l’obligava a rivaccinarsí, e non solo si limitava a questo, ma ben pure obligava a vaccinarsi tutti coloro che non furono vaccinati sul nascere, e se si prentavano a luj Sindaco, o per sposarsi, o per certificati qualunque, o bisogni particolare sia di patenti, sia di buona condotta, o dì notorietà Lui come Sindaco (anche abusando un poco) l’obligava a vaccinarsi, e se non giustificavano di essere stati vaccinati, e ciò prima di accordargli quel certificato richiestogli. Durante la sua sindicatura Vittoria fu invaso da questa fatale epedemia di vajuolo, e Luj come Sindaco seguestrava i prími casi e proibiva che l’ammalato fosse avvicinato da qualunque sia parente, e sia da estrani, ma soltanto la madre, o altra sola persona invece della madre, in modo che con tal sistema non si delatava il contaggio. Il risultato si fu che quella epedemìa mori e si arrestò sul nascere.  Ora invece fu abandonata a se stessa e senza nessuna precauzione; e ne avvenne che mieteva e mieterà ancora vittime».

Busacca ritorna ancora sull’epidemia nel luglio 1889:

«Vajuolo in aumento. La malattia del vajuolo continuò in modo serio per tutto il mese, e sempre la gran parte delle vittime si verifica in tutti quei bambini, e adulti non vaccinati e di ogni sesso e di ogni età! Ciò serva di esempio a’ presenti e a’ posteri».

Del vaiolo non abbiamo più notizia a Vittoria, mentre sul colera che ancora nel 1884 fece strage a Napoli e negli anni seguenti allarmò pure la Sicilia, ritorna nel 1893:

«Prima di chiudersi l’anno 1893 sono cessate le due epedemie che anno inpensierito l’Italia e con particolarità la Sicilia, cioè, il colera e l’influenza, e tuttoche il colera si limitò in puoche grandi centri come Roma, Napoli, e          più di tutto a Palermo e suoi dintorni, pure tutta Italia è stata in grande sollecitudine!».

Il colera non fece più ritorno a Vittoria grazie anche alle misure igienico-sanitarie cominciate dall’Amministrazione Cancellieri e seguite dalle altre, mediante l’obbligo di costruire pozzi neri per le nuove abitazioni e maggiori precauzione per l’igiene dei pozzi pubblici, poi quasi del tutto superati nel 1898 con la conduttura in città dell’acqua di Scianna Caporale.

Il vaiolo fu a poco a poco debellato grazie alla capillare diffusione del vaccino, obbligatorio nelle scuole fino agli anni Sessanta del Novecento.   

[nella foto della mappa, la linea tratteggiata indica l’estensione di Vittoria nel 1860]


[1] Nativo di San Pietro Clarenza (provincia di Catania), fu il primo maestro pubblico, venuto nel 1820 (cfr. Salvatore Bucchieri, La scuola a Vittoria dal 1607 al 1923). Fece poi anche il precettore privato ed ebbe come alunno il giovanissimo Mario Pancari, figlio del barone Filippo. Con entrambi venne a conflitto subito dopo lo sbarco di Garibaldi, quando con alcuni liberali (Ricca, Jacono, Mazza ed altri) aizzò la folla contro Filippo Pancari, accusato di complicità per le repressioni operate dalla polizia borbonica contro i liberali vittoriesi (Sarri, La China, Ricca Spadaro, Cancellieri). Pancari scappò a Malta, mentre il figlio Mario, a Palermo, serviva nell’esercito garibaldino. Comes fu poi l’estensore della delibera con cui nell’ottobre 1860 si “esiliò” dalla Sicilia Filippo Pancari, deliberazione che non ebbe ovviamente alcun effetto. L’odio tra borbonici e liberali ebbe poi due tragiche conseguenze, con l’uccisione nel febbraio 1861 del giovane consigliere Francesco Porcelli, che era andato a salutare Pancari al suo ritorno, e l’assassinio dello stesso Mario, avvenuto il 12 marzo 1871 (di questo delitto furono dichiarati colpevoli e condannati all’ergastolo nel 1877 il possidente Giombattista Mazza Jacono come mandante e tale Salvatore Lo Monaco come esecutore. Don Placido Comes, conoscitore del Latino e del Greco, fu conosciuto da Julius Schubring che nel suo saggio su “Camarina” (1864) lo dice proprietario di alcuni reperti archeologici rinvenuti nell’area delle cosiddette “Ceddi”.  

[2] Busacca allude alla crisi del vigneto, con la scoperta nel 1886 della fillossera nella Valle dell’Ippari e al mancato rinnovo del trattato di commercio con la Francia, che danneggiò enormemente il commercio vinicolo vittoriese.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.