Dopo aver parlato del teatro e prima che completassi lo studio sulla Grazia ed il convento dei Minori Osservanti (cui già avevo accennato nella ricostruzione della storia della Società Operaia di Mutuo Soccorso “Ferdinando Jacono” nel 2002), mi dedicai a ricostruire le vicende del Municipio e dell’isolato dove oggi sorge il Memoriale della Pace (inaugurato nel giugno 1981). Grazie infatti a numerosi documenti inediti e alla lettura attenta delle deliberazioni consiliari, è stato possibile ricostruire lo stato dei luoghi del centro cittadino e riferire delle vicende del Municipio costruito nel 1869 e demolito nel 1970. Forse oggi le nuove tecniche avrebbero consentito di salvarlo, ma allora la scelta della demolizione (prevista sin dal PRG del 1956) sembrò l’unica attuabile…

Ecco l’indice del lavoro:

1.La Cancelleria e la casa del Giudicato Mandamentale

2.La ristrutturazione della Cancelleria (1860-1863)

3.L’Ospedale di Matteo Terranova e la costruzione della Casa di Giustizia.

4.La nascita dell’ospizio di Matteo Terranova (1679) e il suo sviluppo

5.Le opere di beneficenza a Vittoria dal 1748 al 1860

6.L’antico ospizio di Matteo Terranova e il Caffé o Casino di Conversazione dal 1815 al 1853

7.Il Comune contro gli usurpatori e la permuta del 28 aprile 1864

8.Il sindaco Giombattista Jacono, il completamento della Casa di Giustizia e la sua trasformazione in Casa Comunale (1868-1870)

9.Il Municipio e la piazza Vittorio Emanuele nel 1871

10.Un nuovo ospedale ai Cappuccini, la sede della Pretura nell’antica Cancelleria e varie pratiche per l’ampliamento del Palazzo di Città (1876-1880)

11.Il sindaco Gioacchino Jacono riprende la lite contro gli usurpatori. L’indennizzo per l’esproprio della chiesetta dell’Assunzione (1883-1885)

12.La lite per i locali dell’ex ospedale sulla via Bixio e la ritorsione contro Cancellieri (1886-1890)

13.Il concorso per la costruzione della nuova Casa Comunale (1905-1906)

14.La ripresa della politica degli ampliamenti (1913-1935)

15.L’ultima fase di vita del Palazzo di Città (1943-1970)

16.Considerazioni finali

Appendice. Breve storia di un isolato

Ed ecco stralci del testo:

Introduzione

Tempo fa fu proposta all’opinione pubblica l’idea di ricostruire il vecchio Municipio “così com’era”; poi è stata pubblicata una ricostruzione non esatta delle origini dell’edificio abbattuto nel 1970. Ce n’era abbastanza per spingermi a ricostruire una storia “vera” della Casa Comunale di Vittoria. O meglio, delle Case Comunali.

Così è nato questo ulteriore esperimento di “microstoria”, perché attraverso la storia dell’edificio e del suo isolato si può ripercorrere la storia della città per oltre tre secoli.

Le fonti da cui abbiamo attinto sono i riveli del 1638 e 1748 (trascrizione mia al computer), alcune deliberazioni del Decurionato e del Consiglio Comunale; le “Memorie Storiche” del barone Salvatore Paternò (1877); la “Breve Notizia sull’Ospedale Civico di Vittoria” scritta nel 1881 dal sac. Salvatore La China (fra’ Gaetano); “Vittoria dal 1607 al 1890” di Monsignor Federico La China: l’”Inchiesta delle Leghe socialiste sulla Congregazione di Carità” del 1910 e “La terza visita del patriotta Rosario Cancellieri alla sua città”, “La quarta visita etc.” del 1914, opere queste ultime di Nannino Terranova (che ci si rivela come uno dei maggiori storici vittoriesi del Novecento); “Vittoria.Storia di una città”, di Gianni Ferraro (1988).

Infine le utilissime carte gentilmente fornitemi dal prof. Salvatore Battaglia, sindaco al tempo della demolizione, recentemente scomparso, che non taceva mai il proprio disappunto per la “disinformazione” e “le polemiche strumentali” -come le definiva- ogni volta che si parlava della demolizione del Palazzo Comunale. Mi dispiace che non abbia potuto leggere nessuno dei miei lavori, pur pronti, sulla vicenda, realizzati anche con le inedite carte in suo possesso.

1.La Cancelleria e la casa del Giudicato Mandamentale.

Il Comune di Vittoria nacque ufficialmente il 1° marzo 1818, data di entrata in vigore nell’Isola del decreto 11 ottobre 1817, con cui fu estesa alla Sicilia la legge sull’amministrazione civile a far data dal 1° gennaio 1818, poi prorogata al 1° marzo 1818.

Nella nuova organizzazione amministrativa, il potere procedeva a cascata dai Ministeri alle Intendenze (su base provinciale, con la costituzione quindi di un nuovo organismo: la provincia) alle Sottointendenze (a capo dei distretti) per finire ai Decurionati.

I decurioni (in numero di 30) e gli amministratori comunali non sarebbero più stati sorteggiati dalle “mastre” nobili, ma estratti a sorte da liste degli “eleggibili”. Il sindaco, il primo eletto e il secondo eletto (assessori), il cassiere, il cancelliere archivario (segretario comunale) venivano scelti dall’Intendente su terne formate dal Decurionato. Le liste duravano quattro anni (poi dal 1841 2 anni) e ogni anno il Decurionato veniva rinnovato per un quarto: l’Intendeva stabiliva chi dovesse uscire…Pur con forti limitazioni, rispetto al passato, la riforma dei poteri locali fu un notevole passo avanti, perché nonostante tutto si favorì la formazione di un moderno stato amministrativo e la crescita di nuovi gruppi dirigenti (ma i baroni non ne furono affatto contenti).

Per essere eleggibili a Vittoria bisognava avere rendite o redditi per almeno 8 onze annue provenienti da proprietà fondiarie, arti e mestieri e professioni. L’Intendente approvava le liste.  

E così, con decreto del 3 giugno 1818, anche Vittoria vide in funzione il suo primo Decurionato e dal 1° gennaio 1819 fu designato sindaco Filippo Neri Leni.

Nel Decurionato figurano ben 10 baroni (Astuto, Ciano, La China, Leni, Lio, Paternò, Ricca, Scrofani, Terlato, Toro), 3 notai (Bellassai, De pasquale, Marchese, 3 dottori in legge (Maggiore, Mazza, Panagia; ma anche La China e Paternò erano avvocati), un farmacista (Sarri), mentre i non titolati dovevano essere grossi possidenti. Furono eletti anche un cancelliere (Benvissuto) e un cassiere (il dr. Antonio Jacono). Fu allora che nacque l’esigenza di avere una sede comunale vera e propria, cioè una “Cancelleria”. Probabilmente prima le carte municipali venivano custodite nella sede del Conte (odierno Palazzo Gucciardello), mentre i larghi Consigli Civici del Settecento (una sessantina di componenti) si tenevano nella chiesa di San Giovanni Battista. 

Vittoria però stava crescendo.

Agli inizi degli anni Quaranta infatti si cominciarono ad avvertire gli effetti della legislazione del ventennio precedente, anche se nel triennio 1843-1845 si constatò l’apice nella miseria in molte zone della Sicilia.

Tra repressione e occhiuto controllo della polizia, nuove riforme cambiarono a poco a poco il volto della Sicilia.

In questo contesto, la borghesia vittoriese al potere dal 1818 si occupò di far sviluppare il Comune, promuovendo la istituzione di scuole elementari, di varie opere di bonifica, la costruzione di una nuova strada per Scoglitti (sollecitata da Ingham nel 1833 per facilitare il trasporto dei prodotti della sua distilleria allo scaro di Scoglitti), di un nuovo teatro comunale. Nel 1842 fu fatta una ampia ridenominazione di vie e piazze.

Tutto ciò doveva portare ad una sede più dignitosa e più confacente al ruolo del Decurionato.

Fu così che nella seduta del 4 ottobre 1846 il Sindaco [Gaetano Mazza] rilevato che era “troppo indecente che [il Decurionato] si riunisse in una stanza di natura sua rustica per i Congressi Decurionali”, proponeva che nella Cancelleria “venissero eseguite le necessarie riparazioni con costruire il pavimento in balate nere di Ragusa ed il corrispondente intonico sulle murate e volte”. Il progetto era stato fatto redigere all’architetto don Francesco Platania, per un costo di ducati 68 gr. 37.5. L’edificio (di cui ad oggi ignoriamo quando il Comune ne venne in possesso) era sito all’angolo delle vie Dascone [Garibaldi] e Menelao (una forma errata per Menecolo), oggi via Bixio. Dascone e Menecolo erano i fondatori di Camarina e in tale denominazione la città confermava il suo legame con la greca Camarina, di cui si vantava di essere la ricostruzione (cfr. a questo proposito il mio saggio dal titolo “Miti storiografici su Vittoria e i Vittoriesi”).

Altro immobile di proprietà comunale erano i locali del Giudicato Mandamentale sito all’inizio di via Menelao (Bixio), ampliato con una permuta nel 1845. Il Comune aveva infatti acquisito un magazzino appartenente a don Antonio Lio, confinante il Giudicato (ma non sappiamo cosa diede in cambio) e nel 1846 furono fatti alcuni lavori per mettere in comunicazione gli ambienti. I lavori furono affidati a mastro Giuseppe Rodriquez “ebbanista” e a mastro Giuseppe Bucchieri, “capo maestro di fabbrica”. Nell’ottobre 1846 fu inoltre realizzato un parapetto di legname “per situarsi nella sala del Giudicato…onde gli amministratori della giustizia fossero segregati dalla gente che ivi si porta”. 

2.La ristrutturazione della Cancelleria (1860-1863).

Il Consiglio Civico eletto dopo la rivoluzione del 12 gennaio 1848 (cui Vittoria aveva subito aderito), tra le altre incombenze, su proposta del Magistrato

[cioè il sindaco e la giunta]

Municipale, nel dicembre 1848 deliberò di darsi incarico ad un “valente Ingegniere” per “redigersi un piano d’arte per la Casa Comunale di questa”, ponendo come condizione che sul compenso doveva essere il Consiglio a dire l’ultima parola.

….

6.L’antico ospizio di Matteo Terranova e il Caffè o Casino di Conversazione dal 1815 al 1853.

Sulla consistenza dell’ospedale e sulla conformazione dell’isolato nella prima metà dell’Ottocento, preziosissima è la ricostruzione delle vicende dell’opera pia fatta da fra’ Gaetano La China.

“A chi, un mezzo secolo addietro, entrava nella nostra piazza Camerina, or Vittorio Emanuele, si presentava, appoggiato ad un edifizio a piano superiore e guardante Greco, un terrazzo sostenuto da archi e allato una scala”. Così scriveva padre Gaetano La China (al secolo Salvatore La China, fratello maggiore dell’arciprete Federico) nel cominciare la sua “Breve notizia sull’Ospedale Civico di Vittoria” (Tipografia Velardi, 1881). Riferendo quindi una situazione edilizia risalente al 1830 circa, il vecchio frate cappuccino rivoluzionario (era stato tra i cospiratori mazziniani del 1853) continuava: “Al pian terreno e in fondo al terrazzo botteghe di salumi e di verdure; poi una botteguccia di funajo; poi una chiesetta. La più lunga delle botteghe tirava a Libeccio e avea uscita in via Menelao ora Bixio. Qui assumeva il nome di fondaco. Era il fondaco di Giunta. Adesso trovasi divisa da un muro e nella parte di via Bixio vi lavora un bottajo”. In nota La China precisa che tale ultimo spazio, sulla via Bixio, è stato ulteriormente suddiviso e vi si trovava l’archivio del notaio Filippo Neri Maltese. “Antico era quell’edificio, antico quel terrazzo, antica la sua scala. Potrebbesene stabilir l’epoca intorno al 1620 quando questa città non potendo svilupparsi più a Scirocco estendeasi a Maestro. In questa casa abitò un dì Matteo Terranova: il quale per atto di sua ultima volontà presso Notar Francesco Pozzo Carrubba a 3 Agosto 1679 la volle destinata ad ospizio per gli ammalati poveri di questo Comune. Componevasi di sala, camera, cucina, più un casalone, volgarmente casalino”.

Padre Salvatore (così infatti era tornato a chiamarsi dopo la soppressione del convento dei Cappuccini a seguito delle leggi del 1866 concernenti i beni ecclesiastici) traeva tali notizie oltre che dalle conoscenze personali e dai ricordi degli anziani, dall’opera del barone Salvatore Paternò “Memorie storiche di Vittoria dei primi tempi”, pubblicata nel 1877 (pag. 50). Ma rispetto alle notizie un po’ confusionarie del barone, La China ne aggiungeva altre, che ci consentono di avere chiara la situazione dell’isolato intorno al 1830.

“…Quella casa quincinnanzi chiamossi ‘Ospedale’ e la memoria del pio istitutore visse nelle nostre benedizioni.

Entro quel rettangolo formato dalle botteghe, dal Casino di Conversazione e dall’attuale Palazzo di Città Donna Gaetana e Donna Pasquala sorelle Giudice possedeano un piccolo spazio di terra che chiamavano l’orto; più un orticello con pozzo. L’orticello rasentava la sacristia e la chiesetta dell’Ospedale così chiamata perché ad esso vicina. Or, sullo scorcio del secolo scorso, trovandosi a rappresentare l’Ospedale il Dr. Francesco di Paola La China, mio avolo, le benefiche sorelle Giudice con atto del dì 8 Maggio 1791 presso Notar Gaetano Amodei concessero all’Opera l’orto nel quale s’avrebbe potuto costruire una scala, nonché l’orticello ov’era il pozzo. Relativamente all’orticello Donna Gaetana si riserbava una canna quadrata [cioè 4 mq circa, n.d.a.] di terreno; e riguardo al pozzo il dritto di potervi attingere dell’acqua. Queste prudenziali riserbe erano per comodo di chi ufficiava e di chi serviva la chiesa…L’orto avea l’entrata dalla bottega chiamata allora in dialetto il porticatello.

Questo, non più porticatello è appunto quella porta murata a metà, via Bixio n. 37 rosso, tra il Casino e l’antico fondaco di Giunta. Là venne praticata la scala: i scalini della quale rimossi dalla loro postura trovansi ancora in quel vano”.

A questo punto La China chiedeva a se stesso: se la scala e il terrazzo di Piazza Camerina facevano parte dell’Ospizio, a che serviva la costruzione di una seconda scala?

Rispondeva che “i nostri anziani (si parla di un 66 anni addietro) ricordano bene che da quel terrazzo non si andava mica all’Ospedale, ma in un Caffè o casino di conversazione”. E qualche anziano ancora vivo ricordava persino i nomi “di quelle persone estinte che il frequentavano” intorno al 1815, e che si giocava anche ai tarocchi. La China passa poi a giustificare come mai gli amministratori dell’Ospizio si fossero decisi a dare in locazione “la stanza d’ingresso nella casa di Matteo Terranova”. Come meravigliarsi di ciò, afferma, di fronte al disavanzo tra le rendite –assai misere- e le spese necessarie a “vitto, a medicine, a biancheria, a bucato, a lumi, alla legna, a stoviglie ed altri utensili bisognevoli” a mantenere anche un solo ammalato? Per cui, la costruzione della seconda scala, realizzata in parte dell’orto che aveva la sua entrata dal Porticatello in via Menelao oggi Bixio, sarebbe stata proprio funzionale a questa locazione. Dopo la donazione delle sorelle Giudice nel 1791, gli amministratori dell’epoca -e cioè il nonno dell’autore, il dr. Francesco di Paola La China- pensarono di sfruttare tale possibilità, separando la sala d’ingresso dell’Ospedale, servita dall’antica scala, per adibirla a Caffè o Casino di Conversazione in locazione; riservando ad Ospedale la camera rimasta e la cucina, servite dalla nuova scala d’accesso dalla via Bixio.

Senza questa ipotesi La China non riesce a giustificare la costruzione della seconda scala (e neppure noi). Il cappuccino ignora fino a quando il primitivo Caffè era rimasto lì allocato, ma era personalmente testimone del fatto che nel 1830 esso sorgeva già nel luogo dove era nel 1881, anche se prima occupava meno spazio. Il Casino infatti (dove nel 1871 si era consumato l’assassinio di Mario Pancari) era all’inizio composto dal “camerino via Dascone or Garibaldi, e da due stanze: una all’angolo formato dalla via Bixio e Garibaldi con una porta in ciascuna di queste vie; e l’altra stanza contigua a questa, detta la merceria con la porta in via Bixio. Tali locali erano stati ceduti in affitto dal proprietario Antonino Cicerone a Gioacchino Jacono e Gaetano Giudice (atto del 1° novembre 1830, in notar Felice Maltese). Qualche anziano inoltre gli aveva riferito che il Casino si trovava in quei locali già da qualche tempo prima del 1826. La cosa era dimostrata anche dal fatto che nell’atto stesso, parlando della stanza all’angolo tra le due vie Dascone [Garibaldi] e Menelao [errato per Menecolo, oggi Bixio], la si definiva “la seconda in cantoniera, detta il Caffè”, appunto a dimostrare che già prima del 1830 lì era allocato il Casino di Conversazione chiamato appunto “Caffè”. L’atto del 1830 riguarda infatti non la primitiva locazione ma un rinnovo per 16 anni (“otto di fermo e otto di rispetto”), resosi necessario per potere realizzare una stanza più grande, unendo insieme appunto quelle due del “Caffè” e l’attigua “merceria”. Pertanto, La China deduce che la primitiva sede fu abbandonata intorno al 1820. Ciò avvenne sia perché “i nastri colorati” (cioè i borghesi) non tolleravano più di stare in alto sul terrazzo, sia perché il terrazzo stesso era pericolante, tanto è vero che “intorno al 1828 dovette abbattersi perché minacciava andare in rovina”. 

Il Casino di Conversazione rimase in quella stanza per 16 anni. Quando nel 1846, il nuovo proprietario Sebastiano Calì rinnovò la locazione per altri 30 anni, si colse l’occasione per ingrandire ulteriormente il circolo, aggiungendo la stanza contigua (sulla via Bixio), che allora serviva come archivio dello studio del notaio Ferdinando Mangione. Nel 1853 si utilizzò tale ambiente come stanza di passaggio per accedere alla nuova sala di biliardo, allora in costruzione. Infatti don Giuseppe Jacono Lucchese, con atto del 25 luglio 1853 presso il notaio Ferdinando De Pasquale, “cedette anche per trent’anni quello spazio interno di cui abbiam detto confinante con la sacrestia e chiesa dell’Ospedale e con la scala di questo: a patto che vi fossero costruiti, come di fatto si costrussero, la sala del bigliardo e annessi”. Nel riferire ciò, La China non spiega come mai l’orto e l’orticello donati nel 1791 dalle sorelle Giudice fossero finiti nelle mani di don Giuseppe Jacono Lucchese e poi dei suoi eredi. A buon intenditor poche parole…          

Riepilogando la situazione dell’isolato dopo la demolizione degli archi e del terrazzo, abbiamo che ai primi degli anni ’50 dell’Ottocento il lato prospiciente sulla Piazza Camerina (oggi del Popolo) lungo la via Carlo Alberto e a cominciare dalla via della Piazza (dal 1864 Volturno, oggi Rosario Cancellieri) vedeva al piano terreno susseguirsi botteghe di salumi e verdure, una botteguccia di cordaio, la chiesa. Una delle botteghe aveva un’uscita anche sulla via Bixio, dove allargandosi diveniva un fondaco, il fondaco di Giunta.

Sarebbe anche interessante capire come botteghe che nel 1748 appartenevano alla chiesa o all’Ospedale un secolo dopo si trovino in mano a privati. Forse i loro antenati, ricevute in affitto le botteghe, perdutasene la memoria, se ne considerarono proprietari

A conferma di quanto scrive La China, nel catasto urbano del 1851 è riportato lo stato delle proprietà sul lato della via Menelao.  Gli eredi di m.ro Antonino Cicerone possedevano una “stanza ad uso di Caffè” in via Menelao n. 145 e un’”officina” terrana al n. 147. L’Opera di pubblica beneficenza una “stanza bassa” al n. 148, con al piano superiore “tre stanze”, appunto i locali dell’Ospedale. Gli eredi di Salvatore Giunta possedevano una “stalla e fondaco”, con una stanza superiore al n. 149. Nella parte opposta, in via Ospedale, è registrata solo la “chiesa dell’Ospedale”.

Nel corso degli anni l’ospedale andò sempre più deperendo. Le risorse finanziarie permettevano a stento il ricovero di tre ammalati e il mantenimento di una vecchia infermiera “Dorotea Di Maio, intesa Dia a becchina, vedova di Lorenzo Polizzi (Laurienzu), beccamorti, il quale fu ucciso dal furore popolare il 4 giugno 1848, in occasione di una dimostrazione per l’avvenuta abolizione della tassa sul macinato”(Terranova). Con la morte della donna, avvenuta nel 1863, l’ospedale risultava completamente abbandonato.  

A questo punto, come si è detto, il Comune ritornò a metterci gli occhi sopra. 

9.Il Municipio e la piazza Vittorio Emanuele nel 1871.

Ultimato il prospetto sulla via Garibaldi, il Municipio poteva dirsi completato.

Dalle carte del processo Pancari, abbiamo ricavato alcuni dati sulla conformazione della piazza nel marzo 1871. Ricapitoliamo:

1)Segreteria Comunale (antica Cancelleria Comunale) all’angolo tra le via Garibaldi e Bixio,con ingresso sulla via Bixio (oggi casa Rio-Jacono-Mastragostino); continuando lungo la via Garibaldi abbiamo:

2)bottega di Giovanni Di Modica (ang. tra via Bixio e Garibaldi, oggi Bar Sport), con duplice ingresso in ciascuna delle due vie;

3)casa di Giovanni Antonio Paternò (angolo tra via Garibaldi e via Carlo Alberto);

4)caffè di Clemente Galbo (oggi in parte Banco di Sicilia);

5)botteghe di proprietà comunale lungo la via Garibaldi (oggi sotto il teatro comunale);

6)area libera tra le botteghe e la chiesa delle Grazie (già scelta per la costruzione del nuovo teatro;

7)ex convento delle Grazie, con pretura e caserma dei carabinieri;

8)caserma delle Guardie Municipali (locali accanto a Farmacia Jacono);

9)bottega di Clemente Mazzone (angolo via Cavour con Volturno, in pratica in piazza, oggi Farmacia Jacono).

L’isolato in cui sorgeva il Municipio era così composto:

a)Casino di Conversazione (all’angolo tra via Bixio e Garibaldi con ingresso sulla Garibaldi, accanto alla nuova entrata del Municipio;

b)ingresso del Municipio;

c)cantonera;

d)locali dell’ex chiesetta usurpati da Giombattista Giudice;

e)bottega di pastaio;

f)bottega di verdura (all’angolo sotto il Municipio tra via carlo Alberto e Volturno;

g)cantonera nuova;

h)bottega della vedova di Giacomo Giudice (con due aperture, una su via Volturno e l’altra su via Bixio);

i)locali vari di proprietà di alcuni esponenti della famiglia Jacono lungo tutta la via Bixio.

Relativamente alle famose “cianche”, ad oggi non meglio individuate, nella didascalia della pianta realizzata dall’architetto Emanuele Lucchesi per conto del pretore Antonino Lucia nel gennaio 1872 leggiamo al punto 47): “cantone della Casa Municipale nuova tra la via Carlo Alberto e la via Volturno, ove sono le cosiddette chianche”. Per saperne di più, dobbiamo leggere quanto più estesamente scrive Lucchesi: “Misurata poi la distanza dalle chianche alla casa di Giudice Gaetano, l’abbiamo eseguita a partire dal principio di esse chianche che sono situate nella stessa strada Volturno ov’è sita la casa del Giudice, e propriamente dal cantone della nuova Casa Municipale che dà angolo alla piazza Vittorio Emanuele…ed è risultata metri lineari ottanta”. Poiché sappiamo che la casa di Gaetano Giudice era all’angolo tra la via Palestro e la via Volturno (ex Registri Buffetti), se ne può dedurre che le famose “cianche” occupavano la parte di Piazza del Popolo lungo la via Cancellieri oggi compresa tra le vie Carlo Alberto e Cavour.

13.Il concorso per la costruzione della nuova Casa Comunale (1905-1906).

A fine anno, Rosario Cancellieri, avvicinatosi a Francesco Crispi, fu da questi premiato con il titolo di Senatore. Il vecchio uomo politico, battuto nel 1882, sabotato, abbandonato dagli amici passati al campo avverso (dopo Giuseppe Jacono Roccaddario anche Gioacchino Jacono lo aveva abbandonato nel 1886, mentre già da tempo il cognato Evangelista Rizza aveva abbandonato i vecchi trascorsi “sinistroidi”), rinacque a nuova vita. La sua una magnifica stagione, un “ultimo canto del cigno” che vide il coronamento trionfale di un antico sogno: quella di vedere finalmente realizzata e funzionante la linea ferroviaria Siracusa-Licata. Dopo trenta anni, il fischio di un primo treno si udì a Vittoria il 14 marzo 1893.

Cancellieri morì improvvisamente di polmonite l’11 gennaio 1896, non senza però aver reso pan per focaccia al clan Jacono, contro il quale aveva provocato lo scioglimento del Consiglio Comunale nel 1893 (sindaco il b.ne Ettore Leni Spadafora). Fu in quell’occasione che il commissario straordinario Berti elevò la sua filippica contro le usurpazioni dei locali dell’ex Ospedale, tanto utilizzata da Terranova, quanto purtroppo sconosciuta nella sua interezza.

E mentre la città continuava a svilupparsi secondo le politiche amministrative tracciate dallo stesso Cancellieri, soprattutto ad opera del sindaco Salvatore Carfì Jacono (1895-1903 e poi 1907-1911), la lotta politica vittoriese conosceva una grande novità: la nascita del partito socialista nell’ottobre 1899, che nel 1901 ebbe una propria sede, uno strumento di propaganda e informazione, un vero e proprio gruppo dirigente, alla testa del quale era Ferdinando Terranova Giudice. Dal 1900 siedeva in Parlamento Evangelista Rizza, eletto con un plebiscito dai borghesi vittoriesi.

A Carfì, dimessosi da sindaco nel 1903 per i contrasti con i cognati e cugini Giombattista (detto “barattieri”) e Ferdinando Jacono, assieme allo zio Gioacchino capi del partito Jacono-Rizza, successe il comm. Giuseppe Giudice Porcelli, figlio di quel famoso Giombattista che riuscì a impadronirsi dei locali della chiesetta ed ebbe la fortuna di non restituirli mai.

Giuseppe Giudice Porcelli li ebbe in eredità dal padre nel 1891 e li affittò al Club Unione, nuovo nome assunto dal vecchio Casino di Conversazione, che così si allargò di molto da un angolo all’altro dell’isolato.

Fu così che a seguito di un’interrogazione del consigliere avv. Emanuele Alessandrello, discussa in data 30 agosto 1904, si riparlò di ampliamento della sede Municipale, dopo quattordici anni di silenzio. Dall’interrogazione apprendiamo la notizia della già avvenuta vendita dell’antica Cancelleria e di un nuovo incarico dato all’ingegnere comunale Francesco Puglia per l’ampliamento dell’aula consiliare sulla via Garibaldi (per l’aumento del numero dei consigleiri da 30 a 40) nel contesto di un generale progetto di ampliamento e restauro dell’attuale sede municipale.

Fu forse da quella discussione che nacque l’idea di indire un “Concorso per la redazione di un progetto per la costruzione del Palazzo di Città”.

Il 31 maggio 1905 il Consiglio Comunale deliberò:

“1°.E’ aperto un concorso a premio per la redazione di un progetto di esecuzione per la costruzione del Palazzo di Città del Comune di Vittoria.

2°.L’edificio occuperà tutto l’isolato di figura rettangolare compreso tra le vie Volturno a Sud Est, di m. 26, Garibaldi a Nord Ovest di m. 26, Bixio a Sud Ovest di m. 31,35 e Carlo Alberto sulla Piazza V.ittorio Emanuele a Nord Est di m. 31,35.

Esso avrà due ingressi sui maggiori lati e sarà composto del piano terreno e di due piani di elevazione.

Il pianterreno sulla via Bixio e Volturno dovrà contenere locali per ufficio postale e telegrafico e per ufficio di Conciliazione, e sulla via Garibaldi e in Piazza V.E. botteghe per affitto.

Il primo piano sarà destinato a residenza municipale; il secondo piano ad uffici pubblici.

3°.Il primo piano per la residenza municipale dovrà contenere un numero di ambienti sufficiente a rendere comoda, completa e razionale la distribuzione di tutti gli uffici amministrativi a cui fanno capo i vari servizi municipali, compresi la tesoreria comunale e l’ufficio d’Igiene.

4°.I quattro prospetti in quell’ordine architettonico che sceglierà il progettista nel loro paramento esterno saranno in pietre di calcare compatto delle cave di Comiso alla base o zoccolatura e in pietra di calcare tenero delle cave di Ragusa in tutto il resto.

5°.La scelta del progetto verrà fatta dal Consiglio Comunale.

6°.Il premio che verrà corrisposto al vincitore del concorso dopo l’aporvazione del progetto da parte del Genio Civile, è stabilito nella somma di £. 1.500.

7°.Il vincitore del concorso sarà obbligato di eseguire nel progetto tutte quelle modificazioni che potranno esser eindicate dal Genio Civile in meritto tecnica e amministrativa. Esso non avrà diritto ad altro compenso oltre del premio già stabilito e il progetto resterà di proprietà del Comune.

8°.Il termine utile per la presentazione dei progetti scadrà il 30 settembre prossimo venturo”.

Il bando fu pubblicato sul Giornale di Sicilia a giugno. Entro il termine di scadenza pervennero quindici, per cui si decise in data 28 ottobre di nominare una commissione. La quale doveva “scegliere i cinque migliori progetti fra quelli pervenuti, specificando di ognuno i pregi con apposita relazione al Consiglio”. Nella commissione furono nominati il cav. E. Rovida, direttore del Genio Civile di Siracusa; l’ing. Arcangelo Di Geronimo; l’ingegnere comunale  Francesco Puglia; il cav. Franco Scrofani Ciarcià (per la minoranza ex cancellieriana), che però non accettò e al suo posto fu designato dal sindaco l’avv. Paolo Maltese; l’avv. Ferdinando Jacono (per la maggioranza).

La commissione eseguì diligentemente il suo compito e riferì al Consiglio il 16 dicembre 1905. Innanzi tutto aveva dovuto “escludere dal concorso, perché non meritevoli di essere presi in alcuna considerazione, i progetti degli ingegneri Rosolino Milazzo, Achille Viola, Russo Pietro, Rosario Cimino, Ottaviano Giuseppe e Donatuli Luigi, Licata Antonio e Cavallaro Antonino per gravi difetti tecnici in essa relazione dettagliati e specialmente per incompleta redazione di essi”. Scartati e messi fuori concorso questi sette progetti, la commissione era passata all’esame minuzioso degli altri otto ritenuti meritevoli.

Dopo uno studio accurato e minuzioso di tali otto progetti, dettagliando di ognuno i pregi e i difetti, la commissione era venuta alle seguenti conclusioni:

“Passati in rivista tutti i progetti presentati al concorso, dobbiamo notare che nessuno di essi è completo in quanto direttamente concerne la valutazione e l’appalto dei lavori e che la maggior parte di essi è incompleta anche nei disegni. Tali incompletezze per altro sono molto frequenti nei concorsi per edifizi pubblici. Emerge poi chiaramente dalle cose esposte che nei riguardi architettonici sono degni di essere in considerazione i progetti “Pro luce nova”, “Fragapane lett. B”, “Atos” e “Tamburello”. Invece per le piante tutti i progetti esaminati richiedono riforme serie, giacché anche quelle a firma “Galeoto” che ha la migliore distribuzione degli ambienti, richiede una riforma radicale per essere fornito di uno scalone d’onore.

E le riforme occorrenti nelle piante non potrebbero essere introdotte senza allontanarsi da qualcuna delle condizioni fissate nell’avviso di concorso, oppure senza fare uno studio ex novo della distribuzione dei vani. Perciò riguardo alle piante nessun progetto può essere eseguito precisamente quale è stato studiato. Complessivamente dunque noi non possiamo trovare nei progetti presentati al concorso alcuno che corrisponda a rigore al programma stabilito e che possa essere eseguito senza che prima venga ristudiato”.

Tuttavia, attenersi scrupolosamente al mandato ricevuto, “la Commissione scartando ancora i progetti “Fragapane lett. A”, quello contrassegnato col motto “May you be happy” e “Calvaruso”, indica come migliore fra i quindici progetti presentati i cinque seguenti: 1°”Pro luce nova”; 2°”Fragapane lett. B”; 3°”Atos”; 4°”Tamburello”; 5°”Galeoto” “, avvertendo che l’ordine della loro elencazione era quello nel quale la Commissione li aveva esaminati e non aveva relazione alcuna coi pregi e difetti d’ognuno di essi già specificati.

A quel punto, considerato che nessuno dei cinque progetti ammessi consentiva l’appalto dell’opera, il Consiglio dichiarò inefficace quel concorso.

L’11 gennaio 1906 si ritornò sull’argomento, decidendo di bandire un nuovo concorso ristretto ai cinque meglio classificati che erano:

“1°quello contrassegnato col motto “Pro luce nova” la cui busta chiusa disuggellata dopo l’esito del concorso indicava come autore l’ing. Giuseppe Di Giovanni di Palermo;

2°uno dei due progetti redatti dall’ingegnere saverio Fragapane, domiciliato in Catania e specialmente quello contrassegnato con la lettera B;

3°il progetto contrassegnato dal pseudonimo “Atos” appartenente all’ing. sig. comm. Sergio Sallicano di Noto;

4°il progetto redatto dall’architetto Giovanni Tamburello di Palermo;

5°quello redatto dall’ing. Giovanni Galeoto di Comiso”.

Ai concorrenti sarebbe stato consentito di apportare le modifiche necessarie.

Stavolta però l’Amministrazione indicò meglio cosa volesse. Pubblichiamo integralmente il bando.

Regolamento per un concorso a premio per la redazione del progetto di esecuzione del Palazzo di Città di Vittoria.

Art.1. E’aperto un concorso a premio per la redazione di un progetto di esecuzione del Palazzo di Città fra i Signori ing. Giuseppe Di Giovanni di Palermo, ing. Saverio Fragapane di Catania, ing. comm. Sergio Sallicano di Noto, architetto Giovanni Tamburello di Palermo e ing. Giovanni Galeoto di Comiso.

Art.2. L’edificio occuperà tutto l’isolato di figura rettangolare compreso tra le vie Volturno a sud est di m. 26, Garibaldi a nord ovest di m. 26, Bixio a sud ovest di m. 31,35 e Carlo Alberto sulla piazza Vittorio Emanuele a nord est di m. 31,35.

Esso avrà due ingressi sui maggiori lati e sarà composto del pianterreno e di due piani di elevazione.

Il pianterreno sulle vie Bixio e Volturno dovrà contenere il locale epr l’ufficio di Conciliazione con non meno di quattro vani compresa la sala delle udienze piuttosto ampia, e sulla via Garibaldi e in piazza Vittorio Emanuele botteghe per affitto.

Il primo piano sarà destinato a residenza municipale, il secondo piano per alcuni uffici municipali appresso specificati e per l’ufficio della Pretura Mandamentale.

Finalmente nella seduta del 31 luglio 1906, la commissione portò i risultati, graduando i progetti.

“1°Ing. architetto saverio Fragapane;

2°Ing. Giuseppe Di Giovanni;

3°Ing. Comm. Sergio Sallicano;

4°Arch. Giovanni Tamburello;

5°Ing. Giovanni Galeoto.

Il vincitore era obbligato a completare il progetto “sia nei computi, stima e capitolato, come nei dettagli tecnici di costruzione, in modo di renderlo atto all’esecuzione materiale dei relativi lavori”.

Purtroppo, tale disposizione si rivelò inutile, perché dopo tanto lavoro, non se ne fece nulla.

Il 3 febbraio 1907, l’ordine del giorno contenente l’approvazione del progetto presentato da Fragapane fu rinviato a data da destinarsi e del Palazzo di Città non si parlò più fino al 12 settembre 1913.

Se fosse stato portato a compimento Vittoria avrebbe avuto un nuovo Palazzo Municipale costruito con criteri moderni, da un allievo del grande G.B.F. Basile (verificare). Qualche dubbio sullo stile “Quattrocento”… 

Se avesse costruito il nuovo Municipio, il sindaco Giudice Porcelli sarebbe passato alla storia non soltanto come un usurpatore…In verità fu un ottimo sindaco. A parte il trattamento riservatogli da Nannino Terranova, a lui si deve la municipalizzazione dei forni (che però infiniti guai gli portò) e la celebrazione del Terzo Centenario della Fondazione nel 1907. Fu anche un signore spiritoso e arguto (di cui parla Salvatore Ricca nel suo magnifico “M’arrivuordu”). Dimessosi Giudice, nel luglio 1907 Salvatore Carfì tornò ad amministrare la città. I tempi erano mutati. L’opposizione era sempre più agguerrita e nel Paese si agitava sempre più la questione sociale: il Mezzogiorno fu oggetto di nuove attenzioni e per finanziare gli interventi si introdusse la tassa di famiglia detta “focatico”. Ma il solo parlarne nel Comuni sollevava le masse. Solo nel 1908 si elaborò il regolamento e fu applicata nel 1910. Essa esentava i redditi più bassi, colpiva progressivamente, ma verso l’alto non faceva distinzione tra ricchi e ricchissimi, che pagavano la stessa somma. In pratica aveva un occhio di riguardo per i più ricchi. Con questi chiari di luna, non sembrò opportuno pensare a realizzare il nuovo Municipio, neanche utilizzando la Cassa Depositi e Prestiti.

15.L’altima fase di vita del Palazzo di Città (1943-1970).

Relativa al Municipio, dalle carte Battaglia ci è giunta una relazione del 4 luglio 1950 dell’Ingegnere Capo al Commissario Straordinario (non firmata) avente come titolo:

                 Relazione sulle precarie condizioni di stabilità del vecchio Palazzo Comunale

«Il Palazzo Comunale di Vittoria occupa un piccolo isolato di m. 27×32, il più piccolo della zona ad esso adiacente, anticamente adibito ad altro uso, prospiciente sul lato sud-ovest della Piazza del Popolo (ex Piazza Vittorio Emanuele) principale centro di tutte le attività agricole, commerciali ed industriali della Città.

Anticamente era adibito all’uso il solo 1° piano di proprietà comunale.

I vani del piano terra sono ancora nella massima parte di proprietà privata; ma da circa 30 anni sono stati tolti in fitto dal Comune pei propri uffici mentre, come si è detto, è di proprietà del Comune il 1° piano limitato però al fronte sulla Piazza lungo m. 32 e ad una larghezza sulle opposte vie laterali, Garibaldi e Rosario Cancellieri, di m. 16, rimanendo solo a pianterreno il fronte di via Bixio opposto alla piazza per una larghezza di mt. 11 sulle anzidette vie laterali composto quasi interamente di proprietà privata.

La insufficienza del Palazzo Comunale di Vittoria agli effettivi bisogni dell’Amministrazione cittadina, venne sempre lamentata sin dalla costituzione

del Regno e mai vi fu posto riparo; ma in seguito al grande sviluppo attuale degli uffici comunali e allo incremento del numero degli impiegati che da non più di una diecina ha ora sorpassato il centinaio, malgrado una grande quantità dei detti uffici occupi oltre il pianterreno numerose altre case private tolte in fitto dal Comune, tale insufficienza è ormai divenuta oltre che particolarmente onerosa, gravemente pregiudizievole al normale andamento dei servizi stessi per cui è ormai indilazionabile l’impostazione e soluzione del gravissimo problema del nuovo palazzo municipale della Città che ha ormai raggiunto i 50.000 abitanti.

Già sin dal 1902 l’Amministrazione comunale di quel tempo conscia della insufficienza della sede municipale, aveva bandito un concorso per la nuova costruzione del Palazzo municipale sulla stessa area attuale di m. 27×32 previa l’espropriazione delle vecchie case private sottostanti e la totale demolizione di tutte le vecchie costruzioni sovrastanti la detta area; vincitore di quel concorso fu proclamato l’Arch. Fragapane di Caltagirone con un edificio a tre piani in stile quattrocento che, a modesto avviso dello scrivente, avrebbe costituito una stonatura sia genericamente rispetto al carattere barocco della città nata nel 1607, sia specificamente, rispetto all’architettura classica del nuovo Teatro Comunale e al bel barocco dell’attigua Chiesa delle Grazie posta sul lato opposto della Piazza.

Ma malgrado il bisogno da tutti sentito di una nuova sede municipale, non se ne fece nulla sia perché un palazzo a tre piani da edificare nella ristretta area non poteva ospitare tutti i servizi necessari del Comune, sia perché già sin d’allora vi era una forte corrente fra i cittadini che riteneva erroneo compromettere con una costruzione ex novo del Palazzo municipale in quel luogo, la possibilità di ottenere un futuro ingrandimento della ex Piazza Vittorio Emanuele sin dall’ora anch’essa insufficiente ai bisogni della cittadinanza.

Col terremoto del 1908 il vecchio edificio a due piani parte sull’argilla e parte su un banco di arenaria tenera fratturatissima, subì gravi lesioni per cui fu provveduto al consolidamento del 1° piano mediante catene in ferro e, raggiunto tale non definitivo stato di sicurezza, vi fu eseguito un piccolo ampliamento parziale nel 1921, un lussuoso Gabinetto del Podestà al posto della vasta aula consiliare nel 1924 e un restauro dei prospetti esterni nel 1934.

Nel 1932 l’Arch. Fragapane si prendeva una bella rivincita pel non eseguito progetto di Palazzo municipale col progettare e dirigere la bella Villa Comunale di Vittoria.

In occasione dell’ultima guerra, essendosi dovuto provvedere alla costruzione dei ricoveri antiaerei per la Piazza del Popolo e pel Palazzo Municipale, furono praticate nella roccia arenaria fratturata, una lunga galleria-ricovero perimetrale attorno alla detta Piazza e due grandi caverne del diametro di mt. 7 ciascuna, separate da uno spessore di roccia fratturata di appena mt. 1,40 sotto il Palazzo municipale comunicanti con le gallerie sudette da una parte e con la scala d’accesso al Palazzo comunale dall’altra.

Appena eseguiti gli scavi fu sospesa, per l’avvenuta invasione alleata, la costruzione di tutti i ricoveri.

Fu così che non solo non furono rivestite in muratura le gallerie sotto la piazza, ma non furono nemmeno rivestite in muratura le due grandi caverne scavate nella roccia fratturata sotto il Municipio almeno nei punti in cui esse sottopassano a poca profondità le fondazioni dei muri perimetrali e d’intelaiatura principale del Palazzo municipale per cui queste sono ancora mancanti di alcun solido sostegno che sostituisca la resistenza della roccia arenarea scavata di sotto.

Questo fatto provocò e seguita a provocare gravi lesioni nelle strutture murarie del detto palazzo sovrastante alle caverne cui il gravissimo scoppio di munizioni avvenuto alla stazione ferroviaria il 7-8-1944 dette addirittura il colpo di grazia.

Le lesioni dell’immobile sono divenute ormai così numerose in tutti i muri sia interni che esterni dell’edificio e così collegate fra di loro –se pur di entità da non impressionare il profano in quanto temporaneamente i cedimenti e le lesioni sono infrenati dalla provvidenziale entrata in tensione delle catene in ferro apposte nell’edificio dopo il terremoto del 1908- da preoccupare seriamente il tecnico che nessun rafforzamento sia provvisorio che definitivo per quanto costoso -e pericoloso per gli operai addetti- da attuare era alle dette caverne, possa impedire l’inesorabile progredire delle lesioni e che quando sarà raggiunto nello sforzo di tensione delle catene di ferro il carico di rottura, abbia improvvisamente e fragorosamente a crollare tutto il Palazzo municipale. Nelle anzidette gravi condizioni di pericolo di crollo imminente e nellea impossibilità di porre in essere un qualsiasi controllo tecnico del complesso fenomeno, nessuna remora può essere interposta dallo scrivente a dichiarare le vere condizioni di imminente pericolo di crollo in cui versa tutto il Palazzo municipale, senza incorrere in responsabilità morali e materiali superiori di gran lunga a quelle comuni inerenti alla sua funzione.

Per lesioni molto meno importanti infatti, avvenute nell’arcone di divisione fra la sala e il palcoscenico del Teatro comunale malgrado siano infrenate sicuramente dalla resistenz aal rovesciamento di tutto il prospetto laterale del Teatro sulla via Garibaldi in perfetto appiombo, la Commissione Provinciale degli spettacoli di Ragusa ha negato l’agibilità del detto Teatro comunale.

In piena scienza e coscienza pertanto il sottoscritto nelle sue funzioni dichiara proecario e in imminente pericolo di crollo incontrollabile e non riparabile l’esistente Palazzo Municipale e dato l’enorme affollamento in tute le ore del giorno sia della Piazza del Popolo che delle strade perimetrali al Palazzo e degli uffici interni, dichiara esistere per tale ragione un grave pericolo per la incolumità dei cittadini. Ritengo pertanto che sia emessa da parte della S.V. Ill.ma apposita deliberazione per la recinzione di un’opportuna zona di sicurezza attorno al Palazzo Municipale, lo sgombero dei locali interni dell’edificio, la puntellatura e la successiva demolizione delle strutture murarie di proprietà del Comune e di quelle sottostanti di proprietà privata.

Nessuna proposta può fare lo scrivente per la indicazione del luogo sul quale dovrà progettarsi e costruirsi il Nuovo Palazzo Municipale, in quanto stima sia questo il primo essenziale compito che responsabilmente deve essere riservato ai partecipanti al concorso per il nuovo Piano Regolatore e di ampliamento della Città di imminente pubblicazione; e in quanto costituendo tale scelta il fulcro principale della futura sistemazione del centro cittadino, una volta fatta e accettata, svuoterebbe di contenuto sin dall’inizio l’importanza che si annette a questo concorso e costituirebbe grave pregiudizio ad altre possibili soluzioni».

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.