Nei mesi scorsi si è sviluppata una stupida polemica sulla presunta discendenza dei Vittoriesi da “banditi”. Pertanto credo sia opportuno fornire un po’ di materiale su cui riflettere: mi sembra utile infatti ricordare a tutti come è nata la “minchiata” (Montalbano me lo consentirà) della presenza dei briganti a Vittoria, una vera e propria “leggenda nera” inventata da altri e disgraziatamente ripresa da Vittoriesi ignoranti. Ne ho già parlato in un vecchio saggio del 1995 intitolato «Miti storiografici su Vittoria e i Vittoriesi», ancora in gran parte valido.

Il primo a parlare di banditi fu il barone Salvatore Paternò (1877), che nella sua «Vittoria di Sicilia dei primi tempi» a pag. 10 scrive che la contessa di Modica Vittoria Colonna aveva deciso di fondare una nuova città «allo scopo di pagare i debiti ed anche di far cessare i furti, essendo la selva divenuta un covo di ladroni provenienti in massima parte da Licodia ed altresì per dissodare e porre in coltura quelle lande boschive…». Attenzione dunque: banditi di Licodia!

Chi fa fare un salto di qualità alla questione è il padre cappuccino Samuele Nicosia, che nel cap. XV delle sue «Notizie storiche su Chiaramonte Gulfi» (1882), parlando sempre della fondazione di Vittoria (basandosi su Paternò) dice che «allora la selva di Boscopiano ossia di Cammarana formava parte del vasto territorio di Chiaramonte, ed essendo tutta imboschita era divenuta un nascondiglio di ladri, specialmente nell’attuale piazza di Vittoria…».

Attenzione dunque: i banditi di Licodia nel giro di pochi anni si sono trasferiti nella piazza di Vittoria!

Monsignor Federico La China riprese la questione, parlando però della fine del banditismo, in conseguenza del risanamento del territorio, dandone il merito all’azione coraggiosa di Vittoria Colonna. Sottolineò anche l’idea (condivisa con Paternò) che Vittoria sarebbe nata come rifondazione di Camarina.

A questo proposito vorrei chiarire una volta per tutte che tale idea (del tutto infondata) fu alla base delle memorie difensive presentate in giudizio dai legali di Vittoria (ispirati in tal senso dall’arciprete don Enrico Ricca) per contrastare le pretese dei chiaramontani su parte del territorio di Vittoria. La controversia, durata dal 1684 al 1764 fu vinta “dimostrando” che: la selva di Boscopiano era l’antica foresta un tempo appartenuta a Camarina; Vittoria era l’erede di Camarina essendo insediata nel suo territorio: ergo Boscopiano apparteneva tutto a Vittoria (poi però si fece una transazione): da qui si cominciò a pensare che nel privilegio di fondazione ci dovesse essere scritto: “riaedificetur Camerina”…

Il tema della presenza dei banditi è trattato come topos letterario nell’”Ode a Vittoria Colonna” del dr. Francesco Maganuco (1907, quando fu celebrato il III Centenario), che esalta ed afferma il potente ruolo di Vittoria Colonna, “alma regale” che fondando Vittoria crea il discrimine tra il “prima” della fondazione (la selva oscura, le fiere, i banditi, la malaria etc.) ed il “dopo”, con le terre coltivate, le messi, la crescita della nuova comunità. Come è evidente, a poco a poco si afferma il concetto che la fondazione ha risanato il territorio, da tutti i punti di vista.

Se già nell’opera di padre Samuele Nicosia da Chiaramonte (1882) trapelava una discreta “antipatia” per Vittoria, che aveva tolto abitanti e territorio all’antica città sui monti, la stessa scarsa simpatia (diciamo così) ispira le parole di Fulvio Stanganelli (pseudonimo del canonico Raffaele Flaccavento) che nelle sue «Vicende storiche di Comiso» (1926) addebita anche lui alla nascita della nuova città una «ben grave ragione di perturbamento» per Comiso, che perse moltissimi abitanti, attirati dalle più favorevoli concessioni fatte dalla contessa Colonna ai nuovi abitatori di Vittoria, rispetto alle angherie dei Naselli. Ma non evita una punta di veleno, scrivendo infatti che Vittoria era nata sì «per distruggere il fortissimo covo di briganti che colà si erano asserragliati», ma che ai residenti «perseguitati dalla legge…era, per benigna disposizione della fondatrice, assicurata l’impunità purché non se ne fossero più dipartiti».

Attenzione: si parla di “fortissimo covo di briganti colà asserragliati” (ma dove?) e di impunità per i perseguitati dalla legge!

Maggiore equanimità e indubbia conoscenza dei documenti aveva invece l’archeologo Biagio Pace, che nella sua «Camarina» (1927) riporta per la prima volta in una nota il passo del privilegio della fondazione di Vittoria in cui si dice che mediante la fondazione del nuovo abitato «si rende sicuro il passo del Dirillo in cui i viandanti sono continuamente derubati».

Attenzione dunque: nel giugno-dicembre 1606 i banditi c’erano sì, ma non nella piazza di Vittoria, bensì al passo del Dirillo! La nuova fondazione nasceva pertanto con l’esplicito mandato di rendere sicura la zona e debellare il gruppo di briganti lì asserragliati e non in piazza come diceva Nicosia: ma al passo del Dirillo! Questo è scritto nel decreto che autorizzava la fondazione e non altro.

Due precisazioni: la prima sulla data della fondazione: la richiesta di fondazione presentata dai Conti di Modica fu esaminata dal Tribunale del Real Patrimonio (una sorta di Ministero dell’Interno e delle Finanze dell’epoca) il 24 maggio 1606, l’autorizzazione vera e propria da parte del governo vicereale del duca di Feria è datata 3 giugno 1606; la ratifica da parte del re Filippo III reca la data del 31 dicembre 1606. E allora perché il 24 aprile? Il 24 aprile 1607 il decreto di fondazione, munito della ratifica reale, fu pubblicato tra le leggi del Regno di Sicilia, ma la data del 24 aprile fu proposta da Mons. La China, anche per onorare la fondazione della parrocchia di Vittoria, avvenuta il 24 aprile 1640: la sua proposta fu poi alla base delle celebrazioni del III Centenario il 24 aprile 1907. Altro ricordo della data di fondazione fu fatto nel 1916, poi nel 1937 e quindi quasi ogni anno dal 1957 in poi: le tradizioni si inventano, non esistono dall’inizio…

La seconda precisazione va fatta sulla presenza dei briganti al passo del Dirillo. Nel 1993 pubblicai parte della relazione del viceré di Sicilia Juan de Vega che il 7 giugno del 1547 comunicava lieto all’imperatore Carlo V (ancora in Germania, reduce dalla vittoria di Mühlberg contro i principi protestanti della Lega di Smalcalda) che non appena insediatosi aveva dato disposizione di distruggere il covo dei briganti del “Torillo” (così nel documento), facendo bruciare la boscaglia, ottenendo pieno successo: due dei capi dei briganti erano morti in combattimento, ai due superstiti era stata tagliata la testa sul posto, mentre gli altri (una trentina in tutto) erano stati catturati… Evidentemente però, a distanza di anni, il passo del Dirillo era tornato con la sua boscaglia luogo di briganti. Ma ecco ora la nuova città avrebbe contribuito a stanarli e distruggerli. Basta questo per dire che Vittoria nasce anche per debellare i briganti del Dirillo? A Dirillo, amici, non nelle grotte sotto Piazza del Popolo…

Ma chi legge le ricerche fatte nel corso degli anni? Troppo faticoso andare in biblioteca ed informarsi. Troppo faticoso e impegnativo leggere! E più facile ripetere a pappagallo le fake news, che io traduco con “minchiate”…

Ma allora, chi ha creato il mito dei banditi venuti ad abitare a Vittoria e quindi “progenitori” dei Vittoriesi? Dobbiamo tale “felice” invenzione proprio ad un vittoriese, il comm. Giovanni Barone (proprietario fino agli anni ’60 dell’omonimo cinema), autore della «Storia di Vittoria nel grande Boscopiano di Camarina» (1950). Barone si sforza di costruire una storia del territorio e della città, attigendo a nuovi documenti: pubblica infatti la relazione di Paolo La Restia del 1604 sui luoghi della fondazione (estratta dall’archivio di Modica da Grana Scolari nel 1934) e pubblica per la prima volta una copia delle “Grazie e Franchigie” concesse il 1° settembre 1607 da Vittoria Colonna ai futuri abitatori di Vittoria. Inoltre ricostruisce (pur con molte imprecisioni) la storia del territorio, vicende sconosciute dal Seicento in poi, parla dei monumenti, delle chiese, di personaggi etc. etc.. Complessivamente un lavoro decente, innovativo rispetto a Paternò e La China e soprattutto una visione unica della storia di Vittoria. Insomma, fino a quando l’autore segue i documenti e qualche pubblicazione a lui nota, il risultato è soddisfacente. Il problema è che in mancanza di documentazione, supplisce con la fantasia, senza alcun senso storico.

Inventa pertanto di sana pianta la notizia che Vittoria Colonna col figlio nel 1608-1609 sarebbero venuti dalla Spagna a Modica per assistere alla fondazione del nuovo borgo (pag. 81).

Inoltre, influenzato dalle immagini e dalle storie di alcuni dei film western proiettati nel suo cinema, rappresenta la fondazione di Vittoria alla luce del mito americano della “nuova frontiera”, di quello crociato (?) della “terra promessa“ a Gerusalemme (?), della “febbre dell’oro” dei cercatori d’oro del Klondike… Quindi a pag. 81, riprendendo la storia dei briganti, senza alcuna ombra di documento, scrive che Vittoria Colonna avrebbe concesso con la terra «…il perdono agli stessi briganti se avessero ripreso a lavorare onestamente» (pag. 81) e non contento aggiunge che così si formò «un popolo eterogeneo e nuovo, semplice e lavoratore, fra cui assieme agli onesti contadini c’era gente d’ogni risma (beneficiata persino dalla scure del boia e dalla corda della forca)…» (pag. 83).

Tutto ciò, senza uno straccio di prova, senza mai aver visto la documentazione dell’epoca e senza rendersi conto che non stava facendo certo un buon servizio ai Vittoriesi. Fantasia, solo sfrenata fantasia cinematografica.

Il danno di queste pagine per generazioni di Vittoriesi (e non solo), a mio avviso è stato incalcolabile ed ha influenzato anche storici del calibro di Denis Mack Smith, che nella sua “Storia della Sicilia” pubblicata da Laterza (1970), nel capitolo sulle fondazioni baronali del XVII secolo, avendo probabilmente avuto tra le mani il testo di Barone, così scrive:

«A Vittoria e a Santa Ninfa fu necessario promettere l’immunità non solo ai debitori ma anche ai criminali, e forse inizialmente la popolazione di qualche città fu costituita largamente da delinquenti» (pag. 248). Anche Mack Smith scrive senza citare uno straccio di documento a suffragare la sua affermazione.

Ritornando a Barone -autore inconsapevole del danno provocato da semplice fantasia-, la sua storia è entrata nelle case di centinaia di Vittoriesi nei decenni successivi alla sua stampa; ha formato intere generazioni; è stata letta fuori Vittoria, creando così quella “diceria” che tanto ci ha danneggiato, anche recentemente. Per di più, l’opera fu ristampata tale e quale dalla Provincia agli inizi degli anni Duemila: una ristampa senza alcuna nota o introduzione critica, che da un lato valorizzasse per il giusto merito l’opera di Barone; dall’altro ne mettesse in evidenza le notizie superate o errate. Dunque la colpa non fu del solo Barone (che voleva solo esaltare i Vittoriesi, indubbiamente), ma anche di chi volle all’epoca la ristampa, senza alcun interesse storico, ma probabilmente per accontentare un amico…Senza infine tenere conto che nel frattempo a Vittoria erano state scritte, stampate o promosse nuove e importanti ricerche. E così, ecco spiegata l’origine della diffusione capillare di notizie false e tendenziose, che ancora oggi circolano e fanno danni…

Ai primi degli anni 2000, quando la Provincia di Ragusa ristampò il testo di Giovanni Barone del 1950 senza curarsi di “storicizzarlo”, la storiografia su Vittoria aveva fatto passi da gigante e reso -dal 1970 in poi- Vittoria una delle città più studiate della provincia.

Ai lavori di Attilio Zarino (per certi aspetti pionieristici, per altri purtroppo zeppi di errori) e di Gianni Ferraro (che utilizzò moltissimo materiale proveniente dall’Archivio Storico Comunale relativo all’Ottocento), si era aggiunta l’opera del prof. Giuseppe Raniolo, un docente modicano di grande preparazione e acribia. Conosciutolo come importante studioso delle istituzioni della Contea di Modica, lo contattai nella mia qualità di sindaco nel gennaio 1985 e gli affidai l’incarico di verificare quali documenti su Vittoria esistessero non solo a Modica ma anche a Palermo. Frutto delle sue certosine ricerche fu il volume «La nuova Terra di Vittoria dagli albori al Settecento», pubblicato dal Comune nel 1988. Nel suo lavoro, sulla base della documentazione reperita, Raniolo ricostruì la vicenda della fondazione di Vittoria, spazzando via tutte le leggende che nel corso di un secolo si erano accumulate. La storia di Vittoria ne esce per quella che è: un piccolo borgo fondato dalla contessa di Modica come investimento a lungo termine (e non per saldare debiti urgenti!), per valorizzare il Boscopiano (ultima parte della Contea solo lambita dall’enfiteusi), mettendo a coltura terre vergini solo in parte boscose, per creare soprattutto nuovi vigneti. Raniolo pubblica il testo autentico del privilegio della fondazione, ricostruisce la tempistica, esamina il contenuto delle Grazie e delle Franchigie: in esse non c’è traccia di concessioni di terre a briganti, ma solo il divieto di sequestro dei beni e degli animali per quegli abitatori che fossero indebitati; l’esenzione da alcune tasse comunali per cinque anni; la concessione di venti salme di terre comuni etc. etc. Lo storico ripercorre poi lo sviluppo della nostra città basandosi sui meravigliosi e inediti “riveli”, cioè i censimenti del 1616, 1623, 1638 e 1651: in essi compaiono i quartieri, le contrade, i nuclei familiari, i nomi dei coloni venuti a Vittoria a far data dal 16 gennaio 1608: Vittoriesi in carne ed ossa, che nella nuova Terra lavorarono e vissero e a cui nel corso dei decenni, con un continuo stillicidio (non spostamenti di massa aggregatisi per quartieri!), si aggiunsero coloni provenienti da tutti i paesi del Val di Noto (in maggior parte da Modica, Ragusa, Scicli, Comiso, Chiaramonte -da cui Vittoria ha mutuato il dialetto- ma anche Avola, Noto etc.), da Malta (con una notevole presenza), da mezza Sicilia e dalla Calabria, oltre naturalmente a spagnoli.

Dai riveli poi appare che la zona era tutt’altro che incolta o disabitata e che dal 1588 a Grotte Alte e nei dintorni si erano stabiliti numerosi comisani: alla base dell’attuale Castello c’era un antico abbeveratoio, per i viandanti che dalla valle risalivano provenendo da Comiso sul pianoro per andare verso Terranova, seguendo la via di Pozzo Bollente, attraversando non boscaglie ma vignali (cioè pezzi di terra circondati da muri a secco, con vigne o ulivi), appartenenti a comisani, tra i quali i Custureri, che vi possedevano anche un “ciaramiraro”. Nella valle, come già riportato da Fazello nel 1558, crescevano rigogliosi gli agrumeti (aranci e cedri), i frutteti, le coltivazioni di cannavo (canapa) e lino, con una strada che arrivava fino alla chiesa di Cammarana, dove il 15 agosto si celebrava il culto della Madonna etc. etc. Inoltre c’erano i mulini e i paratori, cioè le gualchiere per la lavorazione delle fibre tessili. Dalla relazione di La Restia del 1604 apprendiamo inoltre che nella zona c’erano i resti di un casale, cioè di un antico borgo (non sappiamo se si riferisse all’insediamento di epoca tardo imperiale e bizantina, vissuto fino alla conquista araba), mentre in un testamento del 1632 leggiamo che c’erano vecchie case nella zona compresa tra l’attuale Sala Mazzone e la piazza di San Giovanni, dove tutt’intorno fu costruita Vittoria. Alla luce dei documenti, può ancora qualcuno di “mente ben sana” affermare che la zona era tutta “inselvatichita” e “covo di briganti”?

Raniolo riporta anche tutti i nomi dei concessionari delle terre dal 1608 al 1633: di ognuno dà la provenienza, la terra assegnata, il canone in frumento da pagare. Conosciamo inoltre la composizione dei nuclei familiari per tutto il Seicento. C’erano vecchi “briganti” tra essi? Chi lo sa? Magari qualche poveraccio fuggito per debiti dal suo paese, e che qui cercava di rifarsi una vita lavorando. In ogni caso, decine di nuovi abitatori, come tanti Mastro don Gesualdo, lavorando e coltivando la terra si costruirono una notevole ricchezza e nel corso dei decenni divennero il nerbo della classe dirigente laica e religiosa della cittadina.

Vittoria ha una grande storia, che da un piccolo borgo all’alba del Seicento l’ha resa oggi la nona città della Sicilia, cresciuta in quattro secoli come tante altre città della Sicilia e dell’Italia, con lavoratori e delinquenti, persone oneste e mafiosi, senza lo “stigma” della delinquenza innata, come tanti idioti ripetono…

Questi sono i fatti: che purtroppo nessuno studia e nessuno legge: troppa fatica impegnare il cervello recandosi in biblioteca, non sia mai! Ma è un peccato che i Vittoriesi ignorino la propria grande storia, non se ne curino e siano i primi a ripetere le solenni minchiate ( sempre con licenza…) del passato, umiliando così sé stessi e la loro stessa Città…

Chi però si fosse illuso che tante ricerche, tante pubblicazioni siano servite a sconfiggere “la cattiva storia” si sbaglia. Vittoria è la città più studiata della provincia, ma anche per le conoscenze storiche sembrerebbe valere quella che nello studio dei sistemi monetari viene chiamata la “legge di Gresham”: “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”… Ne ho avuto prova a conclusione dello sforzo fatto per ricordare il Quarto Centenario della Fondazione di Vittoria, caduto nel 2007. Grazie alla sensibilità dell’allora sindaco Giuseppe Nicosia, si cercò di organizzare qualcosa che mettesse fine alle leggende ed alle “minchiate” (chiedo sempre scusa per il termine, ma non ne trovo altri, forse fake news, ma è inglese…). Non si trattava infatti solo di una festa, ma di fare il punto delle conoscenze storiche sulla nostra città, coinvolgendo quante più persone competenti possibile, le associazioni culturali locali e le scuole. Le manifestazioni riuscirono: conferenze e convegni alla “Sala Mandarà” e cerimonie al Teatro furono tutte un successo. Fu ripristinato il contenuto della vecchia lapide del 1907 (andata distrutta col vecchio Municipio nel maggio 1970), creandone una nuova e affiggendola ad una parete della scalinata d’onore di Palazzo Jacono (lo stesso non riuscii a fare per la lapide in onore di Giuseppe Garibaldi, anch’essa andata distrutta); fu finalmente consegnata alla città una nuova “Sala Esposizioni” ricavata dai locali dell’antica Officina Elettrica Municipale (ex monastero di Santa Teresa), intitolandola al più grande pittore dell’Ottocento, Giuseppe Mazzone; furono anche consegnati i locali dei Magazzini del Conte e soprattutto furono pubblicati alcuni volumi di storia cittadina: una diecina di belle pubblicazioni, diffuse in biblioteca e nelle scuole (a proposito, ricordo che la Regione non volle dare manco un euro per le manifestazioni, mentre generose furono la Banca Agricola Popolare e la Provincia Regionale del presidente Antoci). Ma chi le ha lette? Chi va in biblioteca a cercarle e ad imparare? o anche per criticare? Spesso mi sono sentito come un Don Chisciotte in lotta contro i mulini a vento: tempo e fatica sprecati, a leggere certe poesiole…

A volte però mi chiedo se non sia colpa mia: qualcuno mi rimprovera di non aver prodotto un testo unico. La critica è in parte giusta, in parte no. In verità ho scritto tanti saggi, che coprono la storia di Vittoria dal Seicento al 1962, come tante tessere di un unico grande mosaico (quasi 100 tra saggi e articoli). Avevo anche pensato di scrivere una specie di manuale di storia di Vittoria da far circolare nelle scuole. Poi, invitato dall’A.C. dell’epoca, nel 2013 ho prodotto una grande guida di Vittoria e Scoglitti. L’opera è concepita non come un manuale di storia, ma ripercorre le vicende della città, dei luoghi e dei monumenti strada per strada, contrada per contrada. Ma non è mai stata stampata. E la mancanza di un testo nuovo e unitario, come si è visto, si sente…

“La memoria e il futuro”: ho usato più volte questo titolo per alcuni miei saggi, perché senza memoria del passato non c’è futuro. Sembra un’ovvietà. E invece non è così. Specie da quando la destra ha vinto le elezioni amministrative del 2016 e poi con lo scioglimento del Comune e l’avvento dei commissari, ho l’impressione che la memoria storica di Vittoria sia stata come azzerata. E’ come se oggi Vittoria non fosse più nulla. A parte la scemenza dei briganti (che mi auguro di non sentire mai più, ma non mi faccio illusioni: la madre degli idioti è sempre incinta), tutti ignorano cosa sia veramente Vittoria: nell’immaginario collettivo sta passando l’idea di una città di mafia, dove solo si scorrazza e si uccidono bambini innocenti e che purtroppo è sommersa dall’immondizia. Oggi solo questo sembrerebbe essere la povera Vittoria…

Eppure si tratta della nona città della Sicilia per popolazione ed uno dei più grandi mercati ortofrutticoli del Mezzogiorno. Una città che ha una grande storia economica e politica.

Storia economica: Vittoria è stata capitale del vigneto per più di 300 anni (dal Seicento alla fine dell’Ottocento e poi di nuovo nel Novecento), con una enorme produzione di vino già nel Settecento e triplicata nella seconda metà dell’Ottocento, quando su una superficie di vari comuni per 40.000 ettari si arrivò ad una produzione di oltre 400.000 hl di vino l’anno.

Vittoria è la città che ha visto per prima la coltivazione su larga scala del pomodoro a campo aperto sin dagli anni Dieci del Novecento (in alcune contrade attorno a Scoglitti, come l’Anguilla), e poi notissima per i suoi ortaggi (rinomati in verità sin dal Seicento, come si è ricordato). E’ anche la città in cui alcuni ex braccianti improvvisatisi coltivatori diretti nel 1959 hanno inventato la serricoltura per gli ortaggi e dove in seguito alcuni imprenditori hanno creato grandi aziende floricole.

Storia politica: Vittoria ha partecipato all’edificazione del nuovo Stato unitario grazie all’azione in Parlamento di Rosario Cancellieri dal 1865 al 1895; è stata la culla di una grande rivoluzione politica nell’antica provincia di Siracusa, fra le prime a vedere nascere il Partito Socialista nel 1899, ad opera del giovanissimo Ferdinando Terranova.

Vittoria è la città dove per decenni, dal secondo dopoguerra in poi, ha attecchito ed è cresciuta la sezione più grande del Pci nell’intera provincia, che ha fondato la moderna economia vittoriese, guidando l’emancipazione di migliaia e migliaia di braccianti, con una grandiosa trasformazione economica e sociale. Poi tutto è cambiato: tra la fine del Novecento e gli inizi del Duemila, è come se la città avesse smarrito sé stessa, illudendosi di superare i suoi problemi dandosi ora a Forza Italia, ora alla destra ed ai 5Stelle, senza alcuna classe dirigente, senza alcuna direzione di marcia verso un futuro. In questo contesto, la sinistra, dopo essersi dilaniata, si è inabissata ed oggi è ridotta ai minimi termini. E ciò ha comportato il tentativo di azzerare la grande storia di questa città.

Non voglio però cedere al pessimismo, come altri acuti osservatori e fustigatori della nostra comunità (voglio ancora chiamarla così, sperando nella costruzione di un nuovo futuro).

Per quanto mi riguarda, faccio quello che posso, cercando di ricostruire il passato e mantenere in qualche modo la memoria di una città e di un territorio, facendo appello a tutti coloro che hanno dato e danno oggi un contributo alla nostra civiltà, a tanti altri “custodi della memoria”, che fortunatamente non mancano a Vittoria, in ogni campo: dalla storia alle tradizioni popolari, alla musica, alla fotografia, all’arte, alla poesia, alla letteratura, all’imprenditoria sana, a quanti operano e vivono in questa città, lavorando quotidianamente:: ognuno per quello che può fare, senza per forza essere “grandi”. Occorre costruire insieme una salda memoria del passato, per dare a questa città un futuro in cui anche se cambia il colore politico di chi va a Palazzo Jacono, non si pensi più a cambiare il nome di una Sala, per cancellare il passato. Perché cancellando il passato, si sega il ramo su cui si è seduti; cancellare Grotte Alte e il Quarto Stato non ha portato fortuna…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.

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