All’invenzione del mito secondo il quale Vittoria sarebbe la “rifondazione di Camarina”, condensato nel detto latino “riaedificetur Camerina” (forma scorretta al posto di quella classica  “reaedificetur”), ho dedicato due saggi. Ho potuto ricostruire l’intricata e lunghissima vicenda durata ben 80 anni grazie al dr. Giuseppe La Barbera (che mi fornì a suo tempo copia delle Allegazioni del 1763 custodite nell’archivio storico di San Giovanni) e al dr. Giuseppe Cultrera allora direttore della Biblioteca Comunale di Chiaramonte Gulfi, che ebbe la bontà di fornirmi in visione tutto l’incartamento del 1764. Il mito del “riaedificetur Camerina” è molto radicato nell’immaginario collettivo vittoriese costruito dai due primi storiografi patri, il barone Salvatore Paternò (1877) e mons. Federico La China (1890). Il motto, ripreso più volte nella certezza che così ci fosse scritto nel diploma di fondazione della città, invece non compare nel testo. Pertanto spesso mi ero chiesto come fosse nato. E la risposta ho ritenuto di trovarla nella lunga e complessa questione della lite territoriale tra Vittoria e Chiaramonte, iniziata nel 1684 (quando i Chiaramontani avrebbero sradicato il grande carrubo di Niscima che faceva da confine) e durata 18 anni nella sua ultima fase, dal 1745 al 1763. Vittoria ebbe la meglio su Chiaramonte per tre volte nei giudizi, perché i suoi legali riuscirono a convincere il tribunale che la città fondata da Vittoria Colonna sarebbe stata la rifondazione di Camarina e pertanto ne avrebbe ereditato il territorio. Un assioma completamente destituito di ogni fondamento, ma che è interessante scoprire con quanto acume giuridico e conoscenze storiche fu “dimostrato”. Alla fine comunque, la questione fu risolta con una saggia transazione scegliendo come confine la strada che da Comiso portava a Mazzarrone, l’attuale provinciale n. 4 oggi nota come Comiso-Grammichele e immortalata da un gran numero di stampe, ordinate dall’arciprete don Enrico Ricca con San Giovanni tra Vittoria e Chiaramonte e la scritta “pro accordii in lite territoriali…” e la data del 7 marzo 1764, mercoledì delle Ceneri, che da allora divenne festivo per i Vittoriesi e celebrato con la famosa “caminata”, oggi naturalmente in disuso…   

Nel primo volume è ricostruita la vicenda, nel secondo ho pubblicato i documenti. Ecco l’indice del primo volume:        

Parte prima

L’origine e lo svolgersi della controversia (1684-1762)

1.L’origine del riaedificetur Camerina

2.Il casus belli

3.Le sentenze (1745-1750)

Parte seconda

4.L’Allegazione in pro dell’Università di Vittoria contro l’Università di Chiaramonte

5.Riaedificetur Camerina

6.L’usucapione

7.I confini del Magistrato di Chiaramonte e Bonincontro

8.La quinta sentenza (2 marzo 1763)

9.La questione di Baucino, Bosco Rotondo, il perpetuo silenzio e la bonatenenza.

Parte terza

10.Due procuratori per la pace

11.Considerazioni finali

Nel secondo i documenti: 

1.Allegazione in pro dell’Università di Vittoria contro l’Università di Chiaramonte (1763)

2.Scritto legale (1763)

3.Atto del 7 marzo 1764 rogato in Palermo presso il notaio Giuseppe Antonino Lazara

Ecco alcuni assaggi:

2. Il casus belli.

Scrive Salvatore Paternò (1877) che la designazione del territorio di Vittoria nel 1642 fu necessaria per l’imposizione della gabella della dogana. Per dogana a quei tempi «non s’intendeva…il luogo dove si scaricano le mercanzie…ma qualunque imposta, sulla frutta, paglia, carne, pesci ed altro». Nei decenni successivi alla designazione del territorio, «si verificarono delle quistioni relativamente ai confini territoriali tra i Giurati di Vittoria e quelli di Chiaramonte…».  Finché «nel 1745 i Giurati di Chiaramonte fecero subire un sopruso a don Gioacchino Paternò Castello facendolo soggiacere nel suo latifondo di Bonincontro ad un sequestro per ragione di dogana ritenendo il luogo giurisdizione di Chiaramonte.  Fu questa la scintilla, che accese il fuoco alla più accanita lotta tra due comuni, che fu agitata pel corso d’anni diciannove. L’erroneo rito di quei tempi involucrava i litiganti in un laberinto di forme e di tribunali, per modo che non veniva ad ammettersi mai quel perpetuo silenzio, che si chiamava cosa giudicata e che non potevasi raggiungere se non per tre sentenze uniformi; ed anche quando queste s’erano ottenute, sovente si metteva in campo la revisione sotto il pretesto d’inesatta esecuzione. Oltre che per il rito, le lungaggini delle liti erano prodotte dalla bizzarra accozzaglia di diritto arabo, normanno, angioino, dalle costituzioni aragonesi, dalle prammatiche dei viceré, dalle consuetudini, e tutti in rapporto col diritto romano».

Chiaramonte quindi riteneva di possedere Bonincontro e non avendo pagato il barone Paternò Castello la gabella della dogana, gli fu applicata la pena prevista del sequestro di alcuni beni, tra cui del bestiame. Al di là del caso specifico, il problema era assai grave perché Bonincontro era una contrada assai addentro nel territorio di Vittoria: tra Bonincontro e il territorio di Chiaramonte si estendevano varie altre contrade, tra cui Pettineo, Bastonaca, Sabuci etc.: pretendere la competenza territoriale su Bonincontro equivaleva a rivendicare tutte queste terre, un tempo conosciute come Boscopiano.

«L’iniziativa fu presa da Vittoria e dal Paternò, che, riuniti in unico libello, istituirono avverso la città di Chiaramonte giudizio petitoriale nel 1745 perché‚ fosse dichiarato spettare alla giurisdizione territoriale di Vittoria l’intero Boscopiano…».

                                                                           *** 

Più completo, padre Samuele Nicosia da Chiaramonte (1882) segue passo passo e con i documentati le vicende del territorio di Chiaramonte dal 1300 in poi. Dopo aver dimostrato che molti degli abitanti di Vittoria sarebbero di origini chiaramontane (nel suo testo compare anche un breve saggio di Serafino Amabile Guastella sull’affinità dei due dialetti), scrive che nel 1745 «le due popolazioni di Chiaramonte e di Vittoria cominciarono a mettersi in grave contesa per la…quistione territoriale, agitata calorosamente per molti anni con forte dispendio delle due Università». Dopo aver ricordato che Vittoria Colonna aveva accordato «dieci grazie…ma si negò a concedere un territorio,  né d’altronde potea farlo, perché…la designazione del territorio era di diritto regio, non feudale», il padre Nicosia continua:

«I coloni però cresciuti ben presto di numero, di prosperità e di ardimento, non potendo ottenere un territorio per via giuridica, tentarono usufruirlo a via di sottintesi, e uno dei mezzi più acconci parve loro quello dello dei riveli nella numerazione delle anime…Or dunque i Vittoriesi nel rivelare le loro terre le designavano come territorio di Vittoria, ed anzi in ogni nuova numerazione di anime n’estendevano i limiti, sperando con ciò acquistare col tempo un titolo possessorio». Ignorando volutamente che i riveli erano organizzati dalla Deputazione del Regno e che se nei documenti ufficiali e in centinaia di atti notarili si scriveva che la tale o talaltra contrada era «sita e posta in territorio di Vittoria», ciò poteva farsi solo col consenso delle autorità, Nicosia lascia trasparire la sua avversione contro Vittoria, quando di nuovo ignora la designazione territoriale del 1639 e scrive che «i Vittoriesi predominati sempre dall’idea territoriale cercarono con ogni mezzo allargare i limiti» del territorio loro assegnato. «In tale tenzione degli animi -continua- bastava una scintilla a far divampare un incendio, e la scintilla fu una controvenzione presa dagli esattori di Chiaramonte nella contrada di Bonincontro a un certo dott. Gioacchino Paternò da Vittoria…». Stupisce a questo punto il modo in cui il buon padre Nicosia tratta la questione, negando innanzi tutto che mai Vittoria avesse avuto un suo territorio ed accusando i Vittoriesi di ricorrere ai sotterfugi e alle liti giudiziarie contro Chiaramonte per strapparle la giurisdizione su terre che non le sarebbero appartenute…Ma la cosa che più meraviglia è quel «certo dott. Gioacchino Paternò da Vittoria», in verità Abate e parente del Principe di Biscari, che stava a Catania e possedeva il feudo di Bonincontro . Peccato che padre Nicosia non sapesse chi era quel dott. Gioacchino Paternò Castello, anche perché nel 1714 Chiaramonte si era ben servita di suo padre Michelangelo per cercare di annettersi Bonincontro che invece era di Vittoria…

                                                                        ***

Ma andiamo ora a La China (1890), da cui apprendiamo sia del ringraziamento a San Giovanni Battista che veniva celebrato ogni anno nel giorno delle Ceneri (si è già detto che il 7 marzo 1764 era il giorno delle Ceneri), sia che la vicenda poteva essere fatta risalire al 1684 , quando «in una bella mattinata, quell’albero [la carrubba di Niscima, che costituitva il fulcro attorno a cui nel 1639 era stato delimitato il territorio entro cui esigere la gabella della dogana, n.d.a.] venne sbarbicato sin dalle radici, da chi avea interesse di farlo sparire, e quindi, tolto il punto di partenza, nel 1686 e 1687 si eseguirono dai Chiaramontani dei pignoramenti nell’Isola delli Stefani; e nel 1694 e 1703, degli altri pignoramenti nel feudo della Scaletta…».

Dunque abbiamo due versioni diverse e contrapposte:

a) per Nicosia, i Vittoriesi, privi di territorio, avrebbero continuamente usurpato le terre di Chiaramonte dichiarandole in territorio di Vittoria;

b) per La China, sarebbero stati i Chiaramontani a sradicare il confine della carrubba di Niscima e a tentare più volte di sottrarre alla giurisdizione di Vittoria ora una contrada ora un’altra.

Ma qual è la verità? Chi ha torto e chi ragione? Vediamo se i documenti in nostro possesso ci aiutano a stabilire quanto meno la successione dei fatti.

3.Le sentenze.

a) la prima sentenza (10 marzo 1745).

Al memoriale presentato dall’abate don Gioacchino Paternò Castello e dai Giurati di Vittoria, assistiti dall’avv. don Emanuele Giudice, da parte dei Giurati di Chiaramonte fu proposto un atto di “denegazione di udienza e dissenso”, accolta dal tribunale che così respinse la richiesta di Vittoria di vedersi riconosciuti i presunti confini del Boscopiano nel 1409:

«Jesus…Stante interloqutoria paulo ante lata…non procedat petizio …expensis hinc inde compensatis..».

Così scrive l’avvocato Giuseppe Maria Trimarchi :

«In questo primo giudizio ebbe Vittoria la disgrazia di soccombere sia perché non si trovava provveduta de’ necessarj documenti che giustificavano il petitorio sia perché avendo per troppo chiara la sua raggione si contentò d’affidarla al solo patrocinio di un di lei giureconsulto nazionale, il quale non fe’ puoco ad ottenere una semplice udienza, ed ottenuta che l’ebbe nemmeno fu ammesso a produrre in iscritto le raggioni, che avea egli raccapezato per la difesa della sua Patria». 

Infatti il 10 marzo 1745 il Tribunale emanò la sentenza, respingendo la richiesta di “diniego di udienza” proposta da Chiaramonte, ma dandole ragione nel merito contro Vittoria, il cui ricorso fu respinto, perché per nulla documentato, a quanto si capisce. A seguito della sentenza, furono emanate le consuete “lettere osservatoriali” per la sua esecuzione, spedite il 20 marzo. In pratica la sentenza respingeva la richiesta di Vittoria mirante a definire i confini di Boscopiano non come erano stati definiti nel 1639, ma in base a quelli del 1409. Ma Vittoria non si arrese. Infatti «col favore del Baron don Riccardo Ricca, che n’assumette, come patriota, la difesa, fu ben pronta Vittoria a rintuzzarne l’insussistenza», facendo appello al Tribunale del Concistoro della Sacra Regia Coscienza «perché la predetta sentenza fosse annullata».

Ma sorta una questione di competenza tra il Real Patrimonio e il Concistoro, il 29 ottobre 1745 dovette intervenire il Viceré, che assegnò la causa al Concistoro. Pertanto sia i Giurati di Vittoria che don Gioacchino Paternò Castello poterono finalmente di nuovo citare in giudizio i Giurati di Chiaramonte il 17 marzo 1746.

b) la seconda sentenza (11 giugno 1747).

La causa, «discussa più e più volte» di fronte ad un Tribunale che era “politico”, in quanto diretta emanazione del Governo Vicereale, finalmente ebbe la sua seconda sentenza l’11 giugno 1747, che non accennò neppure ai confini del 1409 (anche perché esattamente non si sapeva quali fossero), che però stabilì (traduciamo dal latino):

«il feudo un tempo chiamato di Camerana o feudo di Boscopiano sia dichiarato spettare, ed appartenere per diritto di territorio all’Università di Vittoria ivi comprese quelle tenute e terre esistenti nei dintorni della stessa Università fino al mare, comprese anche quelle terre oggi chiamate Boscopiano moderno, confinanti da una parte col feudo di San Bartolomeo, con le contrade nominate di Fortuna , Dragonara e Monte Calvo, dall’altra parte con i feudi di Dirillo, la via che segna il confine [con il territorio di Biscari, n.d.a.] fino al mare; e dall’altra parte con il fiume di Camerana, anche da questo lato fino al mare; quanto alle altre terre e contrade, anche se di pertinanza del predetto feudo della foresta, ossia Boscopiano, verso Chiaramonte: non proceda la richiesta dell’Università di Vittoria, alla quale tuttavia siano riconosciuti tutti i diritti relativamente a quelle contrade per le quali sia riuscita a provare di aver acquisito il titolo e la pertinenza territoriale in modo legittimo…».

Una sentenza salomonica, che prendeva solo atto della situazione esistente, confermando a Vittoria tutta l’area dall’abitato verso il mare, con il possesso riconosciuto delle terre ben definite da un lato dal feudo di Dirillo e dalla strada che da Biscari portava a Scoglitti, e dall’altro lato dalla valle del fiume di Cammarana (Ippari). Del Boscopiano le assegnava senza ombra di dubbio le contrade a confine con San Bartolomeo, Fortura, Dragonara e Monte Calvo; lasciando a Chiaramonte del Boscopiano stesso le contrade verso Chiaramonte. Non stabilendo alcun confine preciso da San Bartolomeo verso l’odierna Pedalino cioè verso le terre del cosidetto Magistrato di Chiaramonte (cioè le terre comunali, che però non si sapeva bene dove fossero), le cose rimasero quasi come prima: solo per Bonincontro la questione sembrava risolta, con il riconoscimento della sua appartenenza a Boscopiano moderno, sempre che Vittoria fosse riuscita a provarne nei modi legittimi la proprietà.

c) ricorso di Chiaramonte e Vittoria: terza sentenza (1° luglio 1749).

«Ottima fu questa sentenza in parte», scrive Trimarchi, ma sia Vittoria che Chiaramonte ne chiesero alla «Gran Corte Criminale di cause delegate il rimedio… nelle parti contro lor facienti…», dove «trovatosi un de’ giudici avvocato occulto d’alchuni Chiaromontani, pretese precipitatamente decidere la causa, quando portatosi a volo in difesa il Baron Don Riccardo Toro , altro compatrioto, prescelto da cittadini tutti invece del citato Baron Ricca, che assente trovavasi all’ora, da quella Capitale, gliene impedì le voglie con aver ottenuto da sua  Eccellenza Signor Viceré due giudici aggionti in detta causa». I due giudici aggiunti furono nientemeno che due luminari dell’epoca, De Napoli e Testa, che così giudicarono:

«…è accolta la richiesta relativamente ai confini stabiliti nella assegnazione fatta nel 1639, non tuttavia secondo gli antichi confini e ciò per quanto riguarda l’esazione delle gabelle e di tutti gli altri diritti che l’Università di Vittoria si ritrova  a possedere. Per le altre cose il ricorso è respinto».

In pratica il Tribunale, pur respingendo la richiesta di Vittoria di vedersi riconosciuti i confini del 1409, e pur accogliendo la tesi sostenuta da Chiaramonte (e che abbiamo già letto in Nicosia), secondo cui la designazione territoriale del 1639 era solo la definizione dei confini entro i quali Vittoria avrebbe potuto esigere la gabella della dogana, e non una assegnazione di territorio vera e propria, confermò che la giurisdizione di Vittoria poteva essere esercitata certamente entro i confini assegnatile nel 1639. Il Tribunale emanò poi il 26 settembre 1749 le conseguenti lettere osservatoriali per entrambe le città. neanche di questa sentenza soddisfatta, Vittoria si rivolse alla Gran Corte Civile, per vedersi riconosciuti gli “antichi confini” del Boscopiano, quelli del 1409.

d): la quarta sentenza: 18 marzo 1750.

Scrive Trinarchi: «Andava fratanto acquistando Vittoria maggiori lumi in rapportato a quelli co’ quali avea difeso la causa ne’ precedenti giudizi, onde fu, che ripropostosene il merito nel Tribunale della G.C. Civile sedendo quivi da Giudici l’Ill.mo Presidente Loredano sorrogato allo Sp.le di Caccamisi sospetto, gli Sp.li di Arceri e Pensabene Giudici naturali e gli Sp.li di Spinotto, ed Abela Giudici aggionti, gli riuscì con uniforme voto di tutti e cinque di ottenere una sentenza corrispondente e nella pertinenza e ne confini alla petizione da lei proposta». Infatti il 18 marzo 1750 si decise:

«…è accolto il ricorso di codesta Università di Vittoria relativamente ai confini descritti nel registro del 1409 ed esistente nella Cancellerai di Modica sotto la rubrica dei feudi non solo di Ragusa ma anche di Chiaramonte cioè:

Mazzarruni Baucino Biscaris territorium Durillorum, Favara, Comiso, Bosco Rotondo, q.ta di Cifali, et Magistratum sive terrenum Clarimontis, necnon iuxta confines infrascriptos in petitione contentos, scilicet Fontem Sancti Silvestri, et flumen Camerane usque ad mare». Però circa la designazione dei confini del Magistrato ossia le terre comuni di Chiaramonte, il Tribunale rinviava ad un successivo accertamento in sede di esecuzione della sentenza, mentre per Bonincontro respingeva il ricorso di Vittoria, questione anch’essa da vedere nell’ambito della definizione dei confini del Magistrato di Chiaramonte.

«Ampia e giusta fu questa sentenza», perché Vittoria aveva ottenuto di vedere riconosciuti del Boscopiano gli antichi confini, quelli del 1409, assai più ampi rispetto a quelli del 1639, ma la sentenza, continua, l’avvocato «restò oscura nelle due parti del confine del Magistrato, e nell’inclusione del Bonincontro a causa che nella prima petizione avanzata l’anno 1744, ch’era quella la quale girava in tutti tribunali, erasi erroneamente scritto, ed asseverato, che tal feudo del Magistrato era l’attuale tenuta nominata li Mostrazzi, credendo, chi la scrisse, che collo scorso tempo di più secoli si fosse il nome corrotto da Magistrato in Mostrazzi. Ma come ribellandosi per via d’effetto (come fu nel caso nostro) la legge vuole che tutto quanto si dice provar si dee con pubbliche scritture: quel savio Tribunale prima di decidere, la scrittura legittimamente di tal Magistrato chiedette, non trovatasi né potutasi trovare, perché il Magistrato era assai diverso in se dalla detta tenuta delli Mostrazzi: perciò il Tribunale sudetto, che tutto e pieno, decider volle a favor di Vittoria, il punto di dichiararlo riserbossi. Siccome la seconda parte disse per Bonincontro a difetto uguale di scrittura, della quale non s’era investita la petizione sudetta: mentre dovea esser tale che il Bonincontro in Boscopiano esistente, avesse dimostrato.

Sorpresi li Chiaromontani dalla forza di questa sentenza, che elargò a Vittoria li confini datigli l’anno 1639 dal Tribunale di Modica, sino all’antichi, che molti e più feudi ampletteano, confusi tra loro ed agitati, pensarono introdurre l’esame ad effetto di nullità nel Tribunale del Concistoro della Sagra Real Coscienza e Cause Delegate [il 26 agosto 1750], ed ivi fatti non puochi contraddittorii, pretendean per la loro Università di Chiaromonte, se non tutto il Boscopiano, almen parte d’esso presentando alcune enunciative di Notari, li quali nelli pubblici contratti molti predii membri del Boscopiano, come esistenti nel territorio di Chiaromonte li diceano.

Cotali documenti, che in Chiaromonte o altrove prima dell’elezzion di Vittoria eran stati stipulati, quando tutto il Boscopiano o in territorio di Chiaromonte o in quel di Ragusa dicevasi, per la reciproca pretesa della vicinità, in altro luogo dimostrata, furon di nessun vigore, siccome tant’altri formati da Chiaromontani sospetti, dopocché Vittoria fu inalzata: Onde invece di far prova contro il licido dritto, che nacque a Vittoria sopra di Boscopiano, ad mentem juris, molti di essi diedero maggior risalto alla medema. A segno che esaminatesi da detto baron Toro, il medemo, presto disse, Salutem ex inimicis nostris, e fattane conferenza, col luminare maggiore del compatrocinante Baron Ricca, ripetendo uniti le stesse parole, e preso lume, entrambi portatisi nella Cancellaria del Illustre Conte di Modica, che in Palermo trovasi, nella casa del Procuratore Generale, al doppio di quella che nella Cancellaria di Modica esiste, ivi fatte non puoche diligenze, e rivolti i più antichi libri, ebbero la sorte di trovare molte scritture confacenti al segno che illustravan la causa e reprimean li Chiaromontani. Ne chiesero da quell’Arcivario le copie, ma li Chiaromotani sudetti prevedendo la loro sconfitta, anteponendo al Procuratore Generale, che dandosi a Vittoria quelle scritture acquistava molto del loro territorio, da che ne risultava perdita di gabelle al Conte padrone, poiché Vittoria n’è esente dapertutto, gl[i]ene fecero dar la negativa. Loro però li divisati Baroni simulando premura, e sconciurando d’una mano il detto Procuratore Generale per accordarcele, dall’altra scrissero volando in Modica, ove trasmesse le notande delle scritture con tutta la distinzione dell’anni, e delli fogli, ne tiraron da quel Razionale, in forma autentica, le copie.

Fra tanto venuta la procura generale in persona del Colonello Don Antonio de Zunica, questo traspose la sua autorità fra le due contendenti, affin di conciliarle in pace, ed alla buona. Ma per quanti congressi si detennero, nulla si conchiuse. Onde li trattati di questa pace serviron d’argine al disbrigo della lite, avendo restata indefinita anche a riflesso d’aver passato a miglior vita il divisato Baron Ricca . In tutti li trattati, come s’avvide il detto barone Toro, che tutta la forza de Chiaromontani, era quella di confondere un luogo per un altro, e portare in coerenza li confini, tanto oprò, tanto disse, che tirò l’ordine di farsi una pianta verificata coll’assistenza delli Giurati dell’una e dell’altra Università. Come fece assodarla dopo il dibattimento di tre anni. Questa alcanzata perché conobbe propenzione in favor di Chiaromonte nel Tribunale del Patrimonio di questa Contea, ch’era stato, come sopraluogo commesso, prese concedo dal superiore, riportò la causa nel Tribunale citato del Concistoro, innanzi al quale, non avendo potuto trattenersi a lungo tempo, nel quale avevano l’interessi della propria casa andato al rovescio, si diedero le preghiere al Signor Arciprete Don Errico Ricca, per assumerne colla sua bella mente, e condotta il patrocinio, e tiratosi la licenza del Prelato, piegò la volontà alle voglie del Popolo, e portatosi in Palermo, diede moto alla causa, la quale in veder vicina alla decisione richiamò ivi in sollievo, ed accompagnamento l’anzidetto baron Toro, col quale assistendo ebbe decisa la causa a pieni voti dalli cinque giudicanti» in data 2 marzo 1763.

Dunque morto il fratello, spettò a don Errico Ricca (1700-1784), arciprete dal 1731, coadiuvare l’avvocato Toro e forse fu per suo interesse che si prescelse l’avvocato Giuseppe Maria Trimarchi.

Ma prima di arrivare alla storica sentenza del 2 marzo 1763, la vicenda si era ulteriormente ingarbugliata. Infatti i Giurati di Chiaramonte, in pendenza della causa, erano riusciti ad ottenere dallo stesso Concistoro in data 11 agosto 1761 un atto provisionale con cui si stabiliva che  a cominciare dal 1° settembre 1760 e «fino a nuovo ordine del Tribunale tutti gli introiti delle gabella del feudo di Boscopiano, o Foresta di Camerina dovessere essere depositati presso don Michele Grimaldi». Su questo fatto così  scrive l’estensore dell’atto del 7 marzo 1764:

«Poiché il precitato atto provisionale arrecava un grandissimo pregiudizio alla città di Vittoria, che aveva il peso delle tande e dei donativi assegnati nel 1714, per questo Vittoria fece ricorso allo stesso Tribunale». Udite le parti, il Concistoro, l’11 agosto 1762, si rimangiò la precedente decisione, restituendo a Vittoria gli introiti spettantile.

Sventato un tale mortale pericolo, i Giurati di Vittoria decisero allora di far riprendere l’antica causa nel Concistoro e il 3 novembre 1762 ottennero come giudici aggiunti «l’Illustre Presidente don Stefano Airoldi e lo Spettabile Barone U.I.D. don Francesco Averna». A quel punto i Chiaramontani si resero conto di aver perduto la partita e tentarono la carta della “liticessione”, per cristallizzare la situazione, con un’istanza presentata a Palermo il 23 gennaio 1763.

Ma ormai era troppo tardi. Accanto a Vittoria era di nuovo sceso in campo don Gioacchino Paternò Castello, che chiese la revoca della sentenza del 1750, emanata dal Tribunale della Magna Regia Curia in Sede Civile, laddove si escludeva Bonincontro da Boscopiano. Chiaramonte fu pertanto di nuovo citata in giudizio il 7 febbraio. E stavolta Vittoria si presentò in campo poderosamente armata di sapienza giuridica e soprattutto di documenti reperiti nell’Archivio della Cancelleria di Modica.

4. L’Allegazione in pro dell’Università di Vittoria contro l’Università di Chiaramonte.

Con tale titolo l’Archivio di San Giovanni Battista ci ha tramandato un interessantissimo documento , che ci illustra magnificamente le ragioni di Vittoria e che ci fa vedere, nel contraddittorio, anche le ragioni di Chiaramonte. Il documento parrebbe steso dall’avv. Giuseppe Maria Trimarchi e dal «compatrono signor Matranga», che dovrebbe chiamarsi Giuseppe . Entrambi, insieme con don Riccardo Toro e don Enrico Ricca furono l’anima della difesa vittoriese.

Interessante è la premessa del documento:

«Dopo tre solenni sentenze, le quali canonizarono all’Università di Vittoria il diritto territoriale a lei spettante sul feudo di Boscopiano, ossia su la foresta di Camerina, torna nuovamente a riproporne l’esame in questo Supremo Tribunale la Università di Chiaramonte qual di lei pretesa contradittrice non essendo però i mezzi, che produce ella oggi giorno se non uguali a quelli da lei prodotti ne’ passati giudizi, ha giusto motivo di sperare Vittoria che uguale ancora a quello degl’altri Giudicanti sarà, Signori, senza meno per essere quest’ultimo vostro arresto e questa vostra finale determinazione.

La Città di Vittoria non è già che, anziosa di acquistare in suo territorio un fondo soggetto all’altrui giurisdizione si diede a domandarne ne’ competenti Magistrati il gius e la pertinenza, ma trovandosi da un secolo ed anni nel possesso de’ diritti territoriali sul feudo di Boscopiano, nel quale sin dall’anno 1608 era stata edificata, siccome insurse una contesa tra lei e la vicina Università di Chiaramonte in qual de’ due territorj era situata la tenuta di Bonincontro, se in quello della prima, o in quello della seconda, affinché non restasse in futuro quistione alcuna intorno a confini che circondano il mentovato feudo di Boscopiano, domandò con una di lei petizione per via di effetto nel Tribunale del Real Patrimonio, che questo feudo secondo i suoi antichi confini tra i quali si comprendeva l’anzidetta tenuta di Bonincontro, si dichiarasse di appartenere alla medesima come suo territorio.

Sono scorsi già tredeci anni [dal 1750, n.d.a], dacché fu proferita quest’ultima sentenza e Chiaramonte invece di reclamarne se n’è stata anzi tacita e quieta come tuttavia se ne starebbe se insorta una nuova contesa per la esazione delle gabelle su la tenuta di Bonincontro non avesse pensato Vittoria di far dichiararsi dallo stesso Tribunale della G.C. Civile la designazione del confine chiamato il Magistrato di Chiaramonte infra del quale certamente esiste, e va compresa l’anzidetta tenuta di Bonincontro, chiamata intanto Vittoria per questo solo riguardo a proseguir la causa sin d’allora introdotta in questo Supremo Tribunale tanto non isdegna di riesaminarsene la quarta volta il merito quanto è sicura, che le assiste non solo colla sentenza di Lor Signori Ill.mi M[agistra]ti Sp[ettabi]li venga confirmata l’ultima determinazione proferita dalla G.C. Civile, ma venga ancora tolta qualunque conditione, e riserba, che per mancanza de’ necessarj documenti nel frattempo da Vittoria rinvenuti, nella medesima si prescrisse».

L’estensore dell’allegazione si riferisce al fatto che nella sentenza del marzo 1750, si era rinviata la decisione su Bonincontro, in attesa che si definissero esattamente i confini del cosiddetto Magistrato di Chiaramonte. Dopo anni e anni di dibattimenti e di sentenze, occorreva una buona volta porre fine alla controversia:

«Avviandoci al merito della causa con tre mezzi, de quali noi tratteremo qua in tre separati articoli, sostiene Vittoria, che spetti a se il feudo di Boscopiano, osia la Foresta di Camerina qual suo territorio.

Il primo perché essendo stato questo feudo prima assai che fosse stata edificata Vittoria un feudo indipendente, e nullius, divenuta Università, l’assonse ella tosto in suo territorio.

Il secondo perché fabbricata in esso Vittoria invece dell’antica città di Camerina  della quale non è dubbio che fusse stato il medesimo una parte di territorio, bastò questo solo a farle riacquistare tutti i suoi diritti e tutte le giurisdizioni, che Camerina godea sopra tal feudo osia Foresta.

Il terzo finalmente, perché avendo sin dacché nacque Vittoria, e fu ridotta in forma di Università pacificamente goduto de’ diritti territoriali sul mentovato feudo, senza che mai le si fusse opposta Chiaramonte, da questo immemorabile possesso deriva a lei un titolo il più forte e robusto per dimandare, che le fusse in oggi dichiarato suo territorio».

Segue quindi l’esposizione delle ragioni di Vittoria. Sarebbe troppo complesso e lungo seguire le pressanti argomentazioni storiche e giuridiche dell’estensore dell’allegazione (che però possono essere lette integralmente altrove, on line). Cercherò quindi di riportarle in sunto.

I punti su cui insistere erano dunque tre:

1)il feudo di Boscopiano era indipendente e nullius (cioè di nessun’altra città) ed essendo sorta Vittoria nel suo interno l’aveva assunto tutto come suo territorio;

2)anticamente il feudo di Boscopiano ossia la foresta di Camarina apparteneva a Camarina; e poiché Vittoria era nata al posto dell’antica Camarina, ne aveva acquistato automaticamente i diritti e le giurisdizioni che l’antica città possedeva;

3)da quando era sorta, Vittoria aveva goduto pacificamente del suo territorio e Chiaramonte non le si era mai opposta per 100 e più anni: in pratica aveva riconosciuto il pacifico possesso della nuova cittadina sul Boscopiano.

                                                                ***  

Queste tre proposizioni furono ampiamente argomentate. Ecco come:

«Articolo primo

Dall’essere stata la Città di Vittoria fabricata nel feudo di Boscopiano indipendente e nullius ne siegue d’averlo immediatamente acquistato  in suo territorio».

«Era il feudo di Boscopiano detto anche foresta di Camerina»: con questa asserzione categorica si apre l’esposizione, che serve ad introdurre il concetto (saltando ben 15 secoli!) che, distrutta Camarina, «a cui era egli annesso in territorio destinato già per le reali delizie», il feudo  venne concesso da Federico IV il Semplice a Federico Chiaramonte nel 1361 e poi finì nelle mani di Bernardo Cabrera nel 1392.

In tutti questi passaggi, però «sebbene perduto abbia il feudo di Boscopiano la qualità del Demanio, conservò tuttavia illeso, et illibato il nobil preggio d’indipendente e nullius, onde fu, che lungi d’esser soggetto a veruna città delle tante che componevano allora il Contado di Modica, formava ben anzi un territorio da se, e da tutti gl’altri separato e distinto».

Infatti così lasciava intendere il diploma del 5 giugno  1392 di concessione della Contea di Modica al Cabrera, laddove si era concesso, fra le altre cose: «Turrim Camerane cum foresta, et territorio eius». Siccome però egli era privo in quel tempo di propria abitazione «all’Università più vicina, a cagion d’essere collettato, uopo era, che fusse stato soggetto». Tale diritto di collettazione, cioè l’esazione dei censi e delle gabelle, fu conteso dalle due città più vicine, Ragusa e Chiaramonte, anche perché «in quei tempi l’anzidetto feudo [veniva] rivelato or sotto la rubrica de feudi appartenenti a Ragusa ed or sotto quella de feudi a Chiaramonte spettanti». Pertanto dopo lunghi contrasti, come già sappiamo, si arrivò alla transazione del 1598, in cui le due città «convennero, che riconoscendo ognuna i suoi rispettivi nazionali intorno alle collette, sopra i beni posseduti dagl’esteri, se ne fusse fatta tra loro una uguale divisione».

Ma ai primi del Seicento, il panorama nella parte occidentale della Contea fu profondamente modificato.  Infatti «mentre le cose si trovavano in questo stato, volendo l’Ill.ma D. Vittoria Colonna allor Contessa di Modica rifabricar in Boscopiano l’antica distrutta Camerina col nome però di Vittoria ne avanzò le istanze a Filippo Terzo re delle Spagne per ottenerne il permesso, il quale dietro d’essere a lei accordato nell’anno 1606 per via del Tribunale del Real Patrimonio, le fu finalmente nell’anno 1607 dal re confirmato con un real privilegio».

Ma quello su cui si basava l’argomentazione del legale e cioè l’intenzione di Vittoria Colonna di  «rifabricar in Boscopiano l’antica distrutta Camerina col nome però di Vittoria» era  un prius dato per scontato: un assioma così evidente che non aveva appunto bisogno di essere dimostrato: in quanto Vittoria era lì, a dimostrarlo, cosa appunto inconfutabile.  Mentre Vittoria muoveva i primi deboli passi nel suo sviluppo, le due città più vicine si contendevano il suo territorio naturale. Infatti «mal contente forse le divisate due Università di Ragusa e Chiaramonte della transazione del 1598 tra lor stipulata, ne’ rispettivi Tribunali il diritto di vicinità sul mentovato feudo di Boscopiano si risolsero di contendere, ed avanzatesi a questo effetto, così da parte dell’una come dell’altra Università nel Tribunale del Patrimonio di Modica le reciproche petizioni, fu finalmente quando non era ancora Vittoria allo stato d’opporsi, sotto li 21 marzo 1614 decisa la causa nella seguente forma:

Iesus…

Feudum Nemoris Plani existens in territorio huius Comitatus Mohac, declaramus fore, et esse de territorio Universitatis Ragusie».

Potrebbe sembrare strano che la stessa amministrazione di Modica, che aveva fondato la nuova Terra, dichiarasse di Ragusa il tuo territorio naturale, ma non poteva fare diversamente, perché fino a quando il nuovo insediamento non avesse raggiunto il numero di abitanti prescritto dalle norme,  così doveva essere. Ragusa quindi fu chiamata «ad esigger sul medesimo [feudo di Boscopiano, n.d.a.] le gabelle così baronali, come reggie, e appunto proseguì ad esiggerle, fintanto che restò egli privo di propria abitazione. Erettasi però nel centro di esso, e resa già nello stato di Università  la novella Vittoria, cominciò questa ad usarvi una piena, e total giurisdizione, a rivelarlo in suo territorio, e ad esiger i suoi dazi le sue gabelle, senzacche dopo quel giorno perfino a tempi nostri la Città di Ragusa si fusse opposta giammai. Toccò al feudo di Boscopiano la stessa sorte che appunto veggiamo essere avvenuta al feudo della Mendola, al feudo di Villasmundo, e al feudo del Comiso nello stesso Contado di Modica esistente».  Ciascuno dei suddetti feudi, «sin tanto che restò privo di propria abitazione alla più vicina Università per ciò, che concerneva all’esiggenza de’ pesi regj, fu egli sempre soggetto; erettasi però nello stesso la nuova populazione, passò tosto nella medesima il diritto di collettarlo. Così appunto successe al feudo di Boscopiano precedentemente appellato foresta di Camerina. Formava questo feudo, perciò, che sinora si è detto, un territorio indipendente, e poicche si trovava privo di propria abitazione alla vicina Università di Ragusa uop’era che fusse stato soggetto, ma non si tosto fu nel mezzo di esso edificata Vittoria, che subito passò in questa il diritto di collettarlo, non già come altrui, ma come proprio territorio».

Etc. etc.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.