Dalla Madonna di Loreto alla fiera di San Martino.

Poiché vedo che sulle origini della fiera di San Martino circolano ancora notizie non rispondenti alla verità storica, mi sembra opportuno fare qualche precisazione. Nelle società d’antico regime (e quindi anche a Vittoria nel Seicento), il commercio aveva numerosi freni, sottoposto com’era a privative, dazi e limiti imposti dal potere politico: ad es. a Vittoria si poteva portare il frumento da molire solo nei mulini del Conte, che sorgevano nella valle sotto il Castello. Però in speciali occasioni (sin dal Medioevo), il potere politico-amministrativo concedeva delle eccezioni: erano queste le fiere, in cui per alcuni giorni si potevano vendere e acquistare vari prodotti in maniera meno condizionata, senza alcuni balzelli e a vantaggio in genere di chiese e conventi. Questa fu l’origine della prima fiera nata a Vittoria, concessa nel 1640 in occasione della festa del patrono San Giovanni (dal 23 al 30 giugno o anche dal 24 al 1° luglio). Tali fiere però non avevano carattere permanente, ma venivano autorizzate per uno o più anni. Dalle ricerche fatte dal prof. Raniolo (Vittoria…1990), apprendiamo però che una seconda fiera della durata di otto giorni fu autorizzata nel 1641 a favore dei Padri Zoccolanti della Grazia, da tenersi la terza domenica di agosto, per la festività della Madonna della Catena. La fiera fu concessa per quattro anni e si svolgeva nel Piano della Grazia e probabilmente anche nell’area dove oggi sorge il Teatro. Come si vede, all’inizio non ci fu alcuna fiera di San Martino, nonostante la data dell’11 novembre sia attestata già nel 1623 come scadenza di alcuni pagamenti, connessi probabilmente con l’inizio della nuova annata agraria (ancora nel 1873 Orazio Busacca attesta che quel giorno si consegnavano i vini venduti in luglio e agosto ai commercianti).

Sempre da Raniolo apprendiamo della concessione nel 1681 di una terza fiera, della durata di cinque giorni (a cominciare dalla seconda domenica dopo Pasqua fino al giovedì successivo), in occasione della festa della Madonna di Loreto, il cui altare era nella chiesa di San Biagio, davanti alla quale si svolgeva: si trattava probabilmente anche di una fiera del bestiame.

Nel Settecento (dall’opera su San Giovanni del sac. Giovanni Palumbo del 1744), abbiamo notizia della fiera di San Giovanni il 24 giugno, dove si vendevano «drappi…». Nel 1775, un documento dell’Archivio di Stato di Modica accenna di nuovo alla fiera della Grazia e alla fiera di Santa Maria di Loreto (stavolta però ai Cappuccini), dove venivano vendute «cannate, pignate e quartare» (Raniolo).

Da tale notizia apprendiamo quindi che la fiera della Madonna di Loreto dalla chiesa di San Biagio si era spostata ai Cappuccini da prima del 1775: va qui precisato che la notizia riportata da Giovanni Barone (Vittoria…1950) relativa all’esistenza di una chiesa della Madonna di Loreto in piazza Calvario è destituita di ogni fondamento. Probabilmente, lo spostamento da San Biagio ai Cappuccini fu dovuto al grande favore di cui godeva anche a Vittoria il culto della Madonna di Loreto, una cui statuetta lignea -secondo quanto si tramanda- sarebbe stata portata a piedi e sulle spalle da Loreto a Vittoria da fra’ Fedele (tale statua, recentemente restaurata, è uno dei pezzi più antichi di arte sacra esistenti a Vittoria, vedi foto). Appunto basandosi su questo culto, secondo quanto scrissero gli storici Paternò e La China, i frati Cappuccini e il reverendo Padre Lettore Giombattista Orecchia (inteso Nannarone) avrebbero pensato di far rivivere o creare ex novo una fiera dedicata alla Madonna Lauretana. La cui statua nel frattempo aveva cominciato «a spargere grazie e prodigi», tanto che nel 1784 il vescovo Alagona chiese alla apposita Congregazione dei Cardinali di concedere alla statua la corona d’oro, cosa che avvenne nel 1785. Nel frattempo il mastro ebanista Carmelo d’Asta era stato incaricato di costruire lo splendido reliquiario (nella foto) che ancora si può ammirare nella chiesa (mastro d’Asta, nato nel 1740, costruì anche il pulpito nella Chiesa Madre di San Giovanni e l’armadio in noce della sagrestia della Grazia). Nel 1793 l’altare fu dichiarato “Cappella Reale” dal re Ferdinando di Borbone (III di Sicilia e IV di Napoli, poi I delle Due Sicilie: con scritti satirici sul futuro azzeramento…).

Vagliate le testimonianze del barone Paternò e di mons. La China alla luce della documentazione pubblicata dal prof. Raniolo e da Gaetano Bruno (cui va il merito di aver scritto una bella opera sulla chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cappuccini), possiamo ricostruire la vicenda.

Furono i Giurati di Vittoria (cioè la Giunta Municipale), su richiesta dei frati, a chiedere nel 1795 al Real Patrimonio a Palermo l’autorizzazione a tenere un «Mercato…per otto giorni di Panni, ed ogni sorte di Merci, ed ore ventiquattro per ogni sorte di Bestiame» in occasione della festa da celebrarsi nella prima domenica successiva al 4 novembre: in pratica, anziché vendere solo poche cose, i frati pensarono di ingrandire la fiera, ad imitazione di quella di San Giovanni, già “riautorizzata” nel 1791. Acquisito il parere favorevole dei Comuni del circondario, l’autorizzazione fu concessa l’8 giugno 1796. Ma i Cappuccini pensavano alla grande e infatti chiesero ed ottennero nel 1801 la facoltà di costruire una serie di logge in legno per i mercanti, con una tassa fissa di onza 1 per ogni canna (pari a m. 2,06) di spazio coperto concesso, cosa che apportava ai frati grandi guadagni. E fu proprio l’entità degli introiti e soprattutto le mutate condizioni politiche che causarono un lungo scontro tra il Comune (nato con la Costituzione del 1812) e i frati. Il Comune (allora si diceva “la” Comune) infatti -in base alla legge- rivendicò il diritto di esigere le tasse anche sui posti fissi e volanti. Ne seguì un contenzioso durato decenni e sanato da vari compromessi tra il 1826 ed il 1845, in base ai quali ai frati spettò l’affitto delle logge da loro costruite e al Comune i diritti sui posti fissi e volanti.

Dopo il 1849 manca la documentazione e sembrerebbe che di fiere non si parlasse più, ma lo storico Gioacchino Di Marzo ci testimonia la loro esistenza a Vittoria ancora nel 1856.

«…Vi sono in ogni anno due mercati di bestiame, tessuti ed altre merci; uno dal 23 al 30 giugno, per la festività di s. Giovanni Battista, istituito con lettere viceregie del 1791; l’altro nella prima domenica dopo il 4 [novembre], per la sollennità di s. Maria di Loreto, stabilito con dispaccio del Real Patrimonio degli 8 giugno [1796]» (Dizionario Topografico della Sicilia, 1856).

Dopo l’unificazione del 1860 (che portò alla liberalizzazione del commercio) e soprattutto dopo le leggi eversive dell’asse ecclesiastico del 1866-1867, abbiamo traccia da Orazio Busacca della fiera del bestiame il 10 novembre 1873 (interrotta da piogge dirotte). Continuando il nostro viaggio nella storia, seguiamo l’utilissimo La China, che a pag. 441, relativamente alla situazione delle fiere a Vittoria nel 1890 scrive:

«…La fiera poi del bestiame in occasione della solennità di S.a Maria di Loreto, è una delle principali della Sicilia, e dovrebbe aprirsi nella prima Domenica dopo il 4 Novembre di ogni anno…». Alla domanda del perché la fiera di Vittoria «dicesi Fiera di S. Martino», La China risponde: «Qui non entra affatto S. Martino; ma siccome la fiera si apre sempre a 9 Novembre, e finisce agli 11, per esservi in tal modo un tempo preciso e determinato, così dicesi comunemente, sebbene impropriamente, la fiera di San Martino. La origine della fiera è quella detta di sopra, cioè, istituita per la solennità di Maria di Loreto, con Dispaccio dell’8 Giugno [1796], vale a dire, cent’anni or sono». La China dunque ci testimonia:

a)la grandissima importanza nel 1890 della fiera del bestiame della Madonna di Loreto, celebrata dal 9 all’11 novembre;

b)cadendo sempre negli stessi giorni e in particolare sull’11, aveva a poco a poco già acquistato il nome di fiera di San Martino, cancellando o sovrapponendosi all’antica denominazione lauretana. Pertanto possiamo parlare di fiera di San Martino dal 1890 in poi.

In verità, dopo l’Unità d’Italia, con la quasi liberalizzazione del commercio (per alcuni generi però i Consigli Comunali potevano imporre dei prezzi o assise), l’importanza delle fiere era drasticamente diminuita ma non cancellata, tanto è vero che il Comune nel 1885 aveva stabilito un vasto piano di fiere settimanali. A pag. 174 della sua opera, La China infatti riferisce con orgoglio di aver impedito che il Piano di San Giovanni fosse utilizzato per lo svolgimento delle fiere settimanali. Cita due deliberazioni del Consiglio: la prima, del 26 ottobre 1885, con la quale si stabiliva «di occuparsi nei giorni di Domenica il suolo del Piano di S. Giovanni pei posti fissi e volanti, cioè pel mercato di tessuti, di terraglia, di pignatte, di trespoli, di scarpe, e di altri oggetti che sogliono pervenirci da Caltagirone». L’arciprete si era opposto ed il Consiglio aveva mutato parere, stabilendo il 29 gennaio 1886 che le bancarelle occupassero «il tratto di via Volturno [oggi Rosario Cancellieri] compreso tra via Palestro e Goito, ed il tratto di via Cialdini compreso tra via Garibaldi e Ruggero Settimo». Le bancarelle dovevano lasciare liberi i marciapiedi e il centro delle vie e comunque, quando fosse stata ultimata la sistemazione di Piazza Indipendenza a San Francesco di Paola, le bancarelle avrebbero dovuto lasciare le due vie suddette e sistemarsi in continuazione della Via Volturno appunto nella Piazza Indipendenza o Piano di San Francesco.

La deliberazione del 1886 è importante perché pone le basi del ripristino e dello sviluppo delle fiere di San Giovanni e poi di San Martino togliendole dagli angusti spazi in cui si svolgevano cinquant’anni prima. Ripristinate dunque nell’uso popolare a fine secolo, le fiere acquistano sempre maggiore importanza e vagabondano da una via all’altra del centro storico nel corso dei decenni. Per ricostruire appunto tali “vagabondaggi”, mi servo dei ricordi della signora Giovanna Paravizzini Dierna, che ci ha dato un preziosissimo contributo. Le fiere di san Giovanni e di San Martino si svolgevano infatti nel 1925-26 in via dei Mille, nel tratto che va dalla fontana dell’Acqua Nova (o Garì, oggi dei Leoni) a via Varese;

-verso il 1928-29 in via 4 Aprile (con diramazione nell’unica traversa di via 20 Settembre) e in via Cavour, nel tratto che va da via dei Mille a Piazza Enriquez;

-la fiera degli animali si tenne prima in Piazza Calvario e poi in contrada “Ceddi”, all’inizio dello stradale per Comiso. Tra il 1940 ed il 1945 le fiere furono sospese e ripresero nel 1946-47 in via 4 Aprile. Poi tra il 1948 ed il 1950 furono allocate in via Roma a cominciare dall’incrocio con via Palestro…Negli anni ’50 infine le fiere ebbero un’altra destinazione: non più in via Roma ma, partendo da Piazza del Popolo, si snodavano lungo la via Rosario Cancellieri, la piazza e la scalinata di San Francesco, via dei Mille e fino alla Piazza del Calvario, dove in seguito furono sistemate le giostre. Poi altri cambiamenti. Nel 1966 nacque l’Emaia all’interno della Villa Comunale. Da allora in poi la fiera di San Martino cominciò a ingrandirsi sempre più (occupando pure via Goito fino a via del Quarantotto), divenendo sempre più legata all’Emaia. Nel 1979 -sindaco Aiello- l’Emaia e le fiere furono trasferite in una parte dell’ampia area dell’ex Campo di Concentramento (nella foto un manifesto opera del prof. Arturo Barbante). Questi i fatti. Il resto è storia

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.