Prologo  

Qualche spiegazione sulla nascita di questo libro. Nel mese di agosto 2019, il quotidiano “La Repubblica” pubblicò una guida turistica intitolata “Il paradiso degli Iblei”, per esaltare «le città ed i luoghi di Montalbano». Nell’ignorare completamente la parte occidentale della provincia -sebbene a Vittoria e Comiso fossero state girate alcune scene della fortunata fiction basata sui romanzi di Andrea Camilleri- nella guida si accennava a Vittoria solo incidentalmente, non potendo ovviamente ignorarne la produzione vinicola.

Confesso di essermi molto rattristato nel leggere il pezzo, perché pieno di inesattezze e vere e proprie invenzioni, ma ovviamente delle inesattezze e delle invenzioni non potevo dare la colpa alla redattrice della scheda: bensì ai suoi disinformati informatori. Essendomi occupato per anni del vigneto vittoriese (della cui storia fu pubblicato un sunto nel 2008 in occasione del Quarto Centenario della Fondazione di Vittoria[1]), ho pertanto voluto scrivere una “storia del vigneto vittoriese”, considerandolo come una vera e compiuta “civiltà”, nel senso che anche per Vittoria vale quello che alcuni studiosi hanno dimostrato per altre località[2], e cioè che il vigneto non solo ha plasmato l’economia del territorio ma ha condizionato la forma urbana e determinato la conquista progressiva delle campagne. Parlare del vigneto del Vittoriese significa parlare di una vera e propria “civiltà della vite” durata tre secoli e che dopo il declino di fine Ottocento e le alterne vicende della prima metà del Novecento oggi sta rivivendo una nuova stagione.    

Ritornando però alla “guida” di “Repubblica“, in essa si poteva leggere testualmente:

«…Il Cerasuolo di Vittoria, l’unico vino siciliano che si può fregiare del riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita, nasce in una zona molto vocata per la coltivazione della vite, fin dall’epoca della colonizzazione greca del III (sic!) secolo a.C.. Lungo il tragitto che un tempo collegava Catania a Kamarina, passando attraverso Lentini, Caltagirone, Acate, Vittoria e Comiso, sono ancora oggi evidenti le tracce di una fervida attività vitivinicola risalente a quell’epoca. Palmenti, fondaci per le soste e fornaci per la costruzione di anfore da vino punteggiano il percorso che giunge a Kamarina, che col suo porto d’imbarco rappresentava lo sbocco naturale di questi commerci: da qui veniva esportato il famoso vino Mesopotamium, vino prodotto tra i fiumi Ippari e Dirillo, le cui tracce sono visibili nei reperti archeologici rinvenuti in zona e negli scavi di Pompei. Oggi è la Strada Provinciale 68 a ricoprire un ruolo fondamentale per la produzione vinicola iblea, con il suo serpeggiare tra le vigne fino a raggiungere Vittoria. Nel suo tragitto lambisce le contrade che custodiscono una tradizione vitivinicola antichissima: Fossa di Lupo, dalle terre rosse, sabbiose e scarne, madre del Frappato più esile e leggiadro; Bombolieri, striata di dorata roccia calcarea, dove il Nero d’Avola cresce rigoglioso; Pettineo, in cui affondano le radici delle vigne più antiche, e Bastonaca, la contrada più storica del Cerasuolo, dalla terra rossa poverissima di sostanze organiche, patria di rossi eleganti ed espressivi, dai profumi più floreali ed eleganti. E’ il Frappato il vitigno simbolo dell’area iblea. Tradizionalmente coltivato ad alberello, con potatura corta e basse rese, è un vitigno precoce a maturazione tardiva, vendemmiato di solito verso la fine di settembre. Vinificato in purezza, dà vita ad un vino di colore tenue, i profumi delicati fruttati e floreali e la struttura alquanto esile, che si distingue per eleganza e freschezza, piuttosto che per potenza e concentrazione. Insieme al più celebre e diffuso Nero d’Avola, il Frappato contribuisce alla produzione del Cerasuolo di Vittoria: il blend tra i due vitigni crea un connubio perfetto di grande armonia e complessità, che unisce profondità, sostanza e forza tannica a grazia e finezza. Deve il suo nome al suo color “cerasa”, ciliegia in dialetto siciliano, e la sua data di nascita, nella tipologia attuale, coincide con la fondazione della città di Vittoria, avvenuta nel 1607 ad opera di Vittoria Colonna Henriquez-Cabrera, che regalò un ettaro di terra ai primi 75 coloni, a condizione che ne coltivassero un altro ettaro a vigneto. La Denominazione d’Origine Controllata è stata concessa secoli dopo, nel 1974, e garantita nel 2005». Così l’autrice della scheda.

Ad un rapido sguardo, lasciando da parte il fatto che la colonizzazione greca nella Sicilia orientale risale alla metà dell’VIII secolo a.C. e dalle nostre parti agli inizi del VI secolo e non al III, sorvolando sul fatto che la viabilità nella zona indicata è stata ricostruita parzialmente dal prof. Giovanni Uggeri con tutti i dubbi e le incertezze del caso; ritenute incerte -se non inesistenti- sino ad oggi le notizie di fondaci e di fornaci per la fabbricazione di anfore da vino lungo una presunta (ed inesistente) strada da Camarina a Catania: mi soffermerò solo su due questioni che mi sembrano fondamentali.

La prima è relativa al vino Mesopotamium, prodotto nelle vigne tra l’Ippari e il Dirillo, esportato dal porto di Camarina e di cui sarebbero note tracce nei rinvenimenti archeologici a Camarina e a Pompei; la seconda è relativa alla presunta origine del Cerasuolo, blend di Frappato e Nero d’Avola, la cui nascita nella tipologia attuale (!) risalirebbe nientemeno che al 1607, anno della fondazione di Vittoria ad opera di Vittoria Colonna Henriquez (sic per Enriquez!)-Cabrera, che avrebbe “regalato” un ettaro di terra ai primi 75 coloni (classificati?), a condizione che ne coltivassero un altro a vigneto.

Ma sarebbe ben poca cosa controbattere solo a tante assurde inesattezze (per tutte la misura agraria dell’ettaro, quando all’epoca la terra si misurava in salme, pari ad ettari 2,79), che fanno purtroppo parte delle leggende prive di fondamento sulla nostra storia. La storia del vino a Vittoria è infatti assai più grande di quella suggerita alla giornalista: si trattò infatti di una vera e propria “civiltà della vite e del vino”, che non solo costituì la ricchezza e la fama della città tra il Sette e l’Ottocento ma costruì la stessa città  con i suoi moduli edilizi e le decorazioni di palazzi e monumenti; conquistò le campagne, innervandole con le trazzere e punteggiandole di piccoli nuclei edilizi attorno ai cosiddetti bagghi; rese necessarie infrastrutture quali lo scalo di Scoglitti e richiese poi altre strade ed infine la ferrovia per collegare le città dell’area sud-orientale dell’Isola.  

Dicevo “civiltà della vite e del vino”. Come accennavo prima, ancor oggi ne rimangono tracce nell’edilizia cittadina: nelle residue antiche abitazioni compare spesso la karrittaria. Era la rimessa per i carretti o la stalla a piano terra con l’abitazione al primo piano, oppure a fianco dell’abitazione. L’edilizia cittadina nell’Ottocento vittoriese esaltò il vigneto. Grappoli d’uva stretti tra gli artigli dell’aquila simbolo della Città ornano ancor oggi monumenti civili e religiosi, le facciate e gli interni in stile Liberty di numerose case e palazzi. Notevole infatti è il pavimento dell’altare maggiore della basilica di San Giovanni, con un ex voto per il superamento del morbo nero che aveva imperversato a Dirillo tra il 1798 ed il 1801 [foto di copertina], mentre in un’arcata della navata centrale, vigila maestosa un’aquila con i grappoli stretti tra gli artigli. Analogo simbolo, in legno dorato, si trova al teatro comunale e nello stemma attuale della città l’aquila vittoriese tiene tra gli artigli due tralci d’uva con i grappoli rigogliosi. Della vecchia edilizia ottocentesca rimangono anche alcuni palazzi in città ed imponenti edifici nelle campagne -questi ultimi per lo più in rovina- nei già citati “bagghi”[3], caratteristici agglomerati edilizi di campagna composti in genere dalla casa padronale, dai locali per i mezzadri o i braccianti, il palmento, la dispenza (cioè la cantina) e a volte altri locali come stalle e “magghiulari”, addetti alla conservazione dei “magghiola” (sarmenti ricavati dalle potature) e delle viti divelte dette “zuccaredda” (plurale di “zuccarieddu”) ed altre frasche e legna varia.

Attorno al vigneto per tre secoli non girarono solo le figure sociali come il massaro, piccolo, o medio o grande proprietario terriero, il braccialiero (così allora si chiamavano i braccianti, giornalieri e stagionali), il bordonaro specializzato nel trasporto di derrate a dorso di mulo (poi diventato carrettiere ai primi dell’Ottocento), falegnami e bottai, fabbri, calderai, muratori e operai in genere, i mediatori del commercio, i distillatori etc. etc.); ma lo stesso dialetto fu plasmato dalla viti-vinicoltura, come l’immaginario collettivo nei proverbi e nei modi di dire, nei canti, nei cibi, nelle bevande. Una civiltà che infine affermò la sua presenza anche nella creazione gastronomica di dolci a base di mosto e vinocotto, e richiese stoviglie di terracotta, provenienti soprattutto da Caltagirone: piatti (profondi e di colore giallo con ornamenti marroni), cannate, fiancotta (i grandi piatti dipinti col giallo, il verde, il rosso, il blu etc.) nei quali nel Novecento si usava far asciugare alla fine l’estratto di pomodoro, dopo averlo raccolto dalle maiddi, man mano che si riduceva. E poi, le caurare (i calderoni di varia misura, dalle grandi alle piccole, dette “menzaranci”), i treppiedi per sostenerle: lavoro per ferrai, calderai, ramai, stagnatori etc. etc.. Tutto un mondo che ruotava attorno al vigneto. Tutto un mondo, che non merita di essere trattato con superficialità ed ignoranza (a questo proposito, aggiungo due schede, considerato che nel testo della guida si accenna alla viabilità antica ed al vino Mesopotamium.


[1] Giuseppe Areddia, …Per un itinerario illustrato dal vigneto alle serre, pagg. 29-32, Vittoria 2008. 

[2] Cito qui due saggi: uno di Enrico Iachello, Il vino e il mare. Trafficanti siciliani tra ‘700 e ‘800 nella Contea di Mascali, Giuseppe Maimone Editore 1991, ed il recentissimo L’oro rosso dell’Etna. Storia ed etnoantropologia della viticoltura orientale etnea (secoli XIV-XXI), di Antonio Patané, Accademia…degli Zelantei e dei Dafnici di Acireale, 2019.  

[3] A questo proposito cfr. la recente pubblicazione di G. Bonetta e M. Cugnata, Architettura rurale a Vittoria, edito dalla Congregazione del SS.mo Crocifisso di Vittoria, 2019. 

Indice

Prologo

1.Il vigneto vittoriese nella storiografia                                                             

a)Il vigneto vittoriese in Salvatore Paternò (prima del 1840)

b)La voce su “Vittoria” in Amico-Di Marzo (1757-1856).

c)Il vigneto al tempo di Monsignor Federico La China (1890)

d)Scoglitti in Gustavo Chiesi (1890)

2.Il vigneto alla base della fondazione di Vittoria

3.Il vigneto vittoriese nei riveli dal 1616 al 1748

a)il vigneto nel rivelo del 1623

b) il vigneto nel rivelo del 1638

c)il vigneto nel rivelo del 1651

d)il vigneto negli atti notarili dal 1653 al 1682

e)il vigneto nel 1714

f)il vigneto nel 1748-1752

4.Cenni storici su uve e vitigni antichi

a)Nella Sicilia medievale

b)Nel XVI e nel  XVII secolo

c)Giovanni Attilio Arnolfini (1768)

5.Sestini ed il vigneto vittoriese nel 1775

6.Viaggiatori stranieri a Vittoria (1790-1820): vino e commercio

7.Il vigneto in Sicilia e a Vittoria nelle lezioni universitarie e nel Viaggio nella Contea di Modica dell’abate Paolo Balsamo (1792-1808)

a)La prima visita di Balsamo nella Contea di Modica nel 1792

b)Le lezioni all’Accademia Palermitana (1800-1808)

c)Il vigneto vittoriese nel 1808

8.Mete e dazi sul vino imposti dal Consiglio Civico dal 1787 al 1818. La nascita del vino “Scoglitti” nel 1816 ed i salari dei braccianti agricoli nel 1818

a)Mete e prezzi reali

b)Dazi

c)La nascita del vino Scoglitti

d)Qualche notizia sui salari agricoli e la nascita dell’istituto della “caparra” nel 1818

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.