Indice

Premessa

1.Le cause profonde della crisi di fine secolo del vigneto

a)La questione della gessatura secondo Orazio Busacca e Neli Maltese (1887, 1897)

b)Il mancato rinnovo del trattato di commercio con la Francia (1888)

2.Le geremiadi di un Vittoriese

3.Il terribile 1891

4.L’infausto 1892

5.Il biennio 1893-1894: la rivolta dei Fasci e lo stato d’assedio, emigrazione, eruzioni e terremoti, gelate eccezionali. Eppure…

6.Epilogo (1895-96)

Box.I valori di terre e case dal 1887 al 1896

8.Andamento del commercio dei vini e dei salari a Vittoria dal 1840 al 1896. Riepilogo e conclusioni

Tabella 1.Prezzi medi annuali dei vini

Tabella 2.Salari a settimana di braccialieri, zappatori, potatori, stagionali vari

                                      

Premessa

La scoperta della fillossera servì da detonatore per far crollare il castello del benessere costruito sulla continua espansione del vigneto, che aveva portato a valori altissimi e irreali il prezzo delle terre, acquistate a mezzo di numerosi prestiti bancari o presso prestatori privati, con garanzie di terzi ed ipoteche. Questa “bolla” esplose all’improvviso a fine 1886 e il 1887 iniziò con un drammatico crollo dei prezzi dei vini che travolse tutto e tutti (o quasi). Il colpo di grazia fu poi la guerra doganale con la Francia, che vide gravati i vini meridionali in generale e vittoriesi in particolare di un dazio di lire 20 a ettolitro, cosa che ridusse ulteriormente le vendite. Le note di Busacca, che seguono le vicende quasi quotidianamente, dànno il drammatico quadro della situazione, di mese in mese e di anno in anno per un decennio intero. Mai testimonianza di una crisi fu più precisa e puntuale. Nella descrizione del tracollo, le note di Orazio Busacca sono un notevole esempio della evoluzione ed osservazione “in vitro”, come in un laboratorio, della grande crisi di fine secolo. Il massaro Orazio Busacca, oltre alle parole, fornisce le cifre della vendita dei vini e dei salari degli operatori agricoli per oltre un quarantennio. E dalle cifre emerge però un quadro diverso, che in parte smentisce i toni cupi e ci fornisce l’idea di chi effettivamente pagò la crisi di fine secolo…

1.Le cause profonde della crisi di fine secolo del vigneto

Peronospora e fillossera non furono le uniche cause del tramonto della viticoltura vittoriese.

Prima che l’una e l’altra esprimessero il loro potenziale distruttivo (che in ogni caso, riducendo la produzione avrebbe fatto crescere i prezzi), due erano stati i fattori scatenanti della crisi: la questione della gessatura dei vini (rifiutata dalla Francia) e la scelta del Governo Crispi di non rinnovare il trattato commerciale con Parigi, decisione che era dettata dalla volontà di Francesco Crispi di legarsi alla Germania per avere sostegno nella sua politica coloniale. Il rifiuto commerciale del vino gessato, l’improvvisa interruzione del principale sbocco commerciale per il  Mezzogiorno d’Italia e per la Sicilia soprattutto e la contemporanea diffusione della fillossera crearono una miscela esplosiva che travolse la quasi trisecolare civiltà della vite e del vino vittoriese. Ma andiamo con ordine.  

a)La questione della gessatura secondo Orazio Busacca e Neli Maltese (1887, 1897)

Ancora una volta, le parole scritte del nostro cronista ci informano minuziosamente su quegli eventi. Scrive Busacca a fine ottobre 1887:

«Altra causa o concausa che si uni a quelle fu l’anno in cuj il Governo Francese (geloso naturale della nostra Italia) cercava come suol dirsi il pelo nell’uovo per non fare introdurre vini italiani nel territorio francese, perché ingelosito dalla prosperità Italiana, e per la concorrenza che i nostri vini facevano a’ suoj, e perciò l’egoisimo de’ governanti (proprietari di vini) fece sì che decretò di non fare introdurre più vini italiani, perché gessati e perciò nocivi alla salute dell’umanítà francese.   Menzogna e pretesto spinto dalla gelosia naturale che ha nutrito contro l’Italia!

Fu allora che il nostro Governo per non dare simili appicchi puerili al Governo Francese, emanò una circolare motivata ne’ sensì accennati a tutti i Prefetti di esortare a’ produttori vinicoli a non mescolare gesso nelle uve e ne’ vini mosti per non incorrere nel rischio di restargli il vino invenduto, o pure di averlo seguestrato all’immisione in Francia, e con la minaccia che, trovandolo gessato (analizzandolo), di buttarlo in mare giusto il vandalico decreto emanato dal Governo Francese. Il gesso in Vittoria fu messo in uso sin dal 1840 e maj fu nocivo alla salute ma sempre giovevole. Da parte de’ produttori Vittoriesí venne ubbidita tale disposizione a malincuore, essendo verità conosciuta per esperienza, che i nostri vini per raggiungere la perfezione nel mantenersi sani, hanno di bisogno non meno del due per cento di gesso in media, ma in questo anno fatale per timore dì non cimentare il tutto, restandovi invenduto, giusta la disposizione governativa, la gran parte de’ produttori si astennero chi in tutto e chi in parte nel mescolare il gesso nelle uve, e da ciò ne avvenne l’inacidimento de’ vini».

Poi, come sempre, trapela l’esperienza del vecchio viticultore. 

«Veramente non fu questa (secondo me) la causa prima, ma bensi fu una concausa, giacché la causa principale nacque dalle pioggie fuori staggione, e degli eccessivi calori sopravvenuti…, però il gesso avrebbe certamente frenato le parte acide e perciò non si sarebbe esteso su larghissima scala per come si verificò l’inacidimento in una immensa quantità di vini!…».

Sull’argomento ritorna poi nel settembre 1891:                                                 

«Per disposizione governativi non si possono vendere vini gessati, e poi non prima del 15 9bre e senza gesso…al contrario per come si è pratticato per tanti anni che gli si è mescolato un mondello [kg. 3,5 circa] di gesso per ogni 10 ettolitri in media, mentreché per disposizione governativa in questo anno, appena se ne permette un chilo per ogni 10 ettolitri, e chilo uno e mezzo di acido tartarico. Più, per volere del Governo non si permette di mettere in vendita vino mosto se non prima del giorno 11 Novembre, perché credesi nocivo alla salute, e da ciò mancano i compratori soliti come gli anni scorsi. Tutto ciò concorre a danno de’ poveri venditori o produttori che avrebbero bisogno di vendere presto per riparare a’ primi bisogni!!!».

Altre note a fine ottobre 1891, precedute da titoli esplicativi:

«Mancanza assoluta di commercio. Vini inaciditi moltissimi…Importanza del gesso ne’ vini e projbizione governativa. Acido tartarico in sostituzione del gesso, suoi effetti. Immensi lamenti di vini inaciditi e schiuma bianca o scolorata, e ciò si attribuisce a diverse cause:

1.a) vendemmia immatura; 2.a) pioggie estive che fecero prolungare la maturazione delle uve e frutti in generale; 3.a) per ubbidienza alle raccomandazioni governative a non mettere gesso nella pesta delle uve con minaccie di non potere mettere in vendita i vini gessati, perché nocivi alla salute: cosi tutti ci astenemmo [con l’] abandonare l’antico sistema di mettere la solita dose di gesso cioè mondelli due siciliani in media per ogni 30 ettolitri crivellato. Tale sistema fu iniziato verso il 1840. E invece ci venne consigliato da’ professori di Enologia mandati dal Governo a fare delle publiche conferenze…di sostituire al gesso l’acido tartaricoIl fatto sta che nell’attualità vi regna scoraggiamento generale, non solo per la causa succennata della grande quantità di vini inaciditi e scolorati, ma pure perché il commercio è ammortizzato[1] come lo fu nel 1888 sì per l’una che per l’altra causa, e pel povero raccolto…».

Dopo aver riportato i prezzi di vini di prima qualità neri a schiuma rossa e degli altri, prezzi stabiliti

«a seconda i gradi di colore, e pure a seconda le circostanze bisognose del proprietario che vuole vendere o dovrà vendere per riparare a propri bisogni, e che in tal caso i compratori specolanti e camorristi fanno di tutto per strozzare il povero venditore che deve vendere o svendere o volere o volare! e tutto ciò per la mancanza di compratori, mentre i venditori abbondano; in una parola siamo in un periodo più serio di quello avvenuto nel Marzo del 1888 o peggio, e con la differenza che in quell’anno il raccolto fu due terzi di più di quello di questo anno, e perciò si deve notare una sì tale differenza e considerazione, si presuppone che in questo anno si prepara una grande carestia, che Iddio non possa permettere che l’anno che corre sia peggiore degli altri, essendo che il lavoro per gli operaj e lavoratori dovrà mancare!».

Poi ancora a fine novembre 1891:

«Inacidimento de’ vini e sua causa. Il commercio pe’ vini sempre morto, ogni proprietario non può effettuire i propri affari perché volendo vendere il genere vino non può per mancanza di compratori, e molto più se il suo vino è scolorato, come quasi tutta la produzione del nostro paese, rari sono i proprietari che hanno il vino nero come gli anni scorsi, e questo si vende a lire 9!». Poi, ritornando alla questione della gessatura:

«Mancanza del gesso e suoj effetti…Molte furono le concause che concorsero in questo anno a fare verificare ne’ vini l’inacidimento e la mancanza di colore, ma l’opinione publica è convinta (come me) che la causa principale sia stata la mancanza del gesso, il quale sin dal 1840 è stato messo in prattica e Vittoria sempre ne ha ottenuto vantaggi. Perciò i prezzi de’ vini in questo mese sono:

il nero a schiuma rossa a lire 9 ed anche 8 èa barile di 80 litri], scolorati da lire 4 a lire 6, guasti da una a due lire. E tutto ciò senza tener conto che i compratori già specolanti fanno degli abbusi angarici, e particolarmente con le persone che hanno premura di vendere pe’ propri bisogni!».

A queste difficoltà si aggiungeva l’aggravio della pressione fiscale: 

«Il Governo (sprovvido)[2] per sopracarico già ha imposto altri lire 20 di dazio sugli alcoli oltre a quello di cui si parlò…Questo nuovo aumento di dazio sugli alcol ha prodotto svogliatezza ne’ fabricanti[3], e privazione a proprietari de’ vini guasti di poterne lambicare [alcoolizzare] tanto quanto per lo meno potrebbe migliorare la condizìone del proprio vino, guaj sopra guaj. La miseria si è generalizzata».

E ancora a fine dicembre dello stesso 1891, tornando a lamentarsi della crisi, scrive che mai Vittoria si era trovata in quella situazione e con quella produzione di vini inaciditi, «…non esclusa o concausa di essere stati impediti di mescugliare il gesso alle uve nella piggiatura come pel passato a cominciare verso il 1840 in qua con gli effetti in bene per come dietro ne abbiamo fatti cenni!» (a tale proposito, anche Maltese scriverà che «nel Vittoriese…nella vendemmia del 1891, avemmo la festa dell’aceto…»).

Ma perché si gessava il vino?

La questione era antica e dibattuta da decenni nella stessa Francia, dove si usava la gessatura per migliorare vini di scarsa qualità. Invece in Sicilia tale pratica era universale. Busacca non è però molto preciso e ci confonde: a settembre 1891 scrive che di solito si usava mescolare un mondello di gesso per ogni 10 ettolitri in media, cioè 3,5 grammi a litro di mosto e che le disposizioni ministeriali ne avevano permesso solo un kg ogni 10 ettolitri, cioè un grammo a litro, più un chilo e mezzo di acido tartarico. A ottobre scrive invece che l’uso antico prevedeva circa due mondelli, cioè 7 chili di gesso ogni 30 hl di mosto, pari a circa 2,4 grammi a litro di mosto: così scrivendo Busacca ci conferma che ognuno faceva di testa sua. L’alternativa alla gessatura -dice sempre Busacca- era l’alcoolizzazione, cioè il sistema usato da Ingham secondo Balsamo, ma costoso e gravato da pesanti tasse e dazi (e in Francia vietata perché considerata vera e propria “sofisticazione”).

In Francia la gessatura serviva a ravvivare il colore, a chiarificare il vino e ad assicurarne la conservazione. La dose utile per alcuni era da 1 a 3 grammi per litro di mosto. Nell’Italia continentale era poco usata, ma in Sicilia se ne faceva un uso generalizzato, tanto che persino il famoso Marsala dei Florio era gessato. Per “gesso” si intendeva il solfato di calcio aggiunto nei tini. Tale sale, mescolandosi col mosto, dava luogo alla produzione da un lato di solfato di potassio e di acido tartarico che restavano in soluzione, dall’altro di tartrato di calcio che si depositava. Secondo altri, la dose utile era da 2 a 3 grammi a litro. Gli studiosi italiani raccomandavano però tre cose:

a)l’impiego del gesso puro, cioè solfato di calcio neutro (in commercio noto come scagliola in polvere);

b)operare la gessatura alla pigiatura dell’uva (così avveniva a Vittoria);

c)adattare la quantità di gesso alla qualità dell’uva, senza mai oltrepassare il mezzo chilogrammo per quantità d’uva capace di dare un ettolitro di mosto. Ma non tutti gli studiosi erano favorevoli all’uso del gesso.

Chi ricostruisce le vicende della questione (seppure nel 1897) è il nostro Neli Maltese[4].  

Mentre Busacca la fa risalire al 1840, Maltese la data al 1850 (dopo però averla detta nota ai Romani e a Plinio, che ne attesta l’effetto ritardante nella fermentazione) ma poco dopo afferma che nel 1828 a Nizza (allora appartenente al Regno di Sardegna sabaudo) era stato impedito lo sbarco di vino rosso proveniente dalla Sicilia, gessato con solfato di calce (una pratica quindi più antica sia del 1850 ma anche del 1840), cosa avvenuta di nuovo nel 1856: ma stavolta il giudice aveva consentito lo sbarco del vino proveniente dalla Sicilia. Parimenti, dal 1828, tale pratica era stata introdotta in Francia, dove nel 1858 un tribunale di Montpellier aveva stabilito che nessun nocumento arrecava all’uomo. In merito alla quantità di solfato di calcio, in Francia nel 1880 il limite massimo stabilito fu ridotto da 4 a 2 grammi a litro e a questa decisione il governo italiano si adeguò raccomandando ai produttori di attenervisi. Tale limite fu poi confermato dal Governo Crispi nell’agosto 1890.

Maltese nel suo opuscolo conferma la utilità della gessatura, che:

-assicurava il colore, la limpidezza, la brillantezza e la conservazione del vino;

-neutralizzava l’eccesso degli acidi;

-mescolato alle uve all’atto della pigiatura o nel tinello man mano che si riempie, regolava l’andamento della fermentazione alcoolica, impedendo di superare i 38-40°;

-la presenza del solfato di calcio completava la decomposizione dello zucchero;

-il tartrato di calce che si generava dalla mescolanza, precipitando, trasportava in basso nella botte le sostanze che avrebbero impedito la chiarificazione del vino;

-non provocava alcun danno alla salute.

Maltese però precisa ironicamente che negli anni ‘40-‘70 dalle nostre parti il gesso si usava “a palate”: infatti si mescolavano da kg 1,250 a 2 di gesso a ettolitro di mosto, cosa che si tramutava in 6-8 grammi a litro di bisolfato potassico. In seguito, la quantità di gesso si era attestata dai 400 ai 600 grammi ad ettolitro, cioè dai 4 ai 6 grammi a litro, cosa che garantiva il 4‰ di solfato acido di potassa a litro di vino. Infine, dal 1881, i produttori di vino vittoriese avevano dovuto ridurre ulteriormente la quantità di solfato di calcio dal 4-6‰ al 2‰: cosa che aveva provocato problemi per quanti non si erano adeguati, con la chiusura dei mercati francesi, chiusura poi generalizzata dal marzo 1888 con il mancato rinnovo del trattato commerciale[5].


[1] Intende dire “annichilito”, “annullato”.

[2] Si riferisce al Governo francese, anche se non parrebbe…

[3] A Vittoria nel 1890 risultano in attività le fabbriche di Placido D’Andrea, Michele D’Andrea, Emanuele Incardona, Salvatore Gambardella, Francesco e Giovanni fratelli Molé, Giuseppe Battaglia, Calarco. Secondo La China pag. 506-507 «Queste fabbriche nacquero in origine per la confezione del cremor di tartaro; ora, possiamo appellarle soltanto, fabbriche di feccia asciugata e crivellata, eccettuandone qualcuna, in cui dalla vinaccia estrae il cremor di tartaro e l’acquavite…».

[4] Neli Maltese, La gessatura dei vini in Sicilia, Vittoria, Tipografia Velardi 1897.

[5] La questione si concluse nel giugno 1896, quando il governo Di Rudinì consentì la vendita dei vini gessati oltre il limite a condizione che servissero per tagliare altri vini come del resto accadeva da decenni, così risolvendo in gran parte il problema. 

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Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.