Indice

1.Le sette piaghe del vigneto. Dall’euforia al baratro                                                             

2.Le malattie della vigna

a)Il morbo bianco e lo zolfo

b)Il morbo nero

c)Il morbo riccio o Arbanella rizza

d)La peronospora (e il solfato di rame)

3.La Fillossera

a)La comparsa della fillossera in Italia

b)L’azione dell’on. Rosario Cancellieri contro la fillossera: un “cordone sanitario” per la Sicilia e la Sardegna contro la phylloxera vastatrix

c)La fillossera nella Relazione Amministrativa del Sindaco Cancellieri del 4 aprile 1880

d)La legge contro la fillossera (luglio 1880-luglio 1881)

e)Il dibattito in Sicilia e a Vittoria per la sperimentazione con le viti americane

f)Le note di Busacca sulla diffusione della fillossera nel Vittoriese (dicembre 1887-giugno 1892)

g)Il Comune di Vittoria e l’impianto di un vivaio di viti americane (maggio-novembre  1892)

h)Cancellieri al Senato e la nuova fase della lotta alla fillossera (dicembre 1892)

i)Altre note di Busacca (giugno 1893-giugno 1894)

l)Il secondo intervento di Cancellieri sulla fillossera al Senato (30 giugno 1894)

m)Ultime note di Busacca sulla fillossera (luglio 1894-giugno 1895)

1.Le sette piaghe del vigneto.Dall’euforia al baratro                                                             

«Da questo infausto anno [1887] cominciò a volgere al tramonto la stella della nostra Comune».

Così lapidariamente e dolorosamente scrive Busacca, riferendosi alla scoperta della fillossera ma non solo.

«Questo insetto micidiale comparso e rinvenuto nel mese Agosto ultimo [1886], e che da prima non vi si dava quella importanza che meritava perché in una sola contrada e un sol centro, ora già

possiamo affermare che si sono rinvenuti altri diversi centri filosserati!  

Queste nuove scoverte uniti allo ribasso de’ prezzi sul vino, ha prodotto un grande scoraggiamento, ed una forte apprensione nella mente di ogni proprietario, ne’ capitalisti, nelle banche, e nel commercio in generale: già cominciano a venir meno gli affidamenti e la cieca fiducia!

Oltre poj alla filossera, la povera vigna viene travagliata da tanti altri mali o malattie occulti e da noj ancora sconosciuti, siccome se ne è fatto cenno nel Dicembre 1885…».

E poi ancora:

«I valori che sino allo scorso anno. e che si sono ancora attribuiti alle comprevendite delle proprietà, già cominciano a intiepidirsi, e ognuno comincia a far senno e pentirsi di non aver fatto tesoro del Passato…: è tardi!!!».

Questo breve sfogo, datato dicembre 1886, racchiude alcuni dati che in Busacca saranno ricorrenti nelle note del decennio seguito alla scoperta della fillossera nel territorio di Vittoria e cioè:

-la diminuzione del prezzo dei vini;

-lo scoraggiamento dei proprietari;

-il crollo della fiducia e quindi le difficoltà nel credito ed i fallimenti di decine e decine di coltivatori;

-)la riduzione dei prezzi delle proprietà. 

Ma, come vedremo, nel corso del 1887 e poi nel 1888, si aggiunsero altre due grandi questioni: il divieto della gessatura dei vini e la guerra commerciale con la Francia. Si creò così una miscela esplosiva, che con siccità e gelate eccezionali generò una vera e propria “tempesta perfetta”, che rischiò di mettere in ginocchio per sempre l’economia vittoriese.

Dal 1887, nelle sue Effemeridi, Busacca ripete spesso le lamentazioni, vere e proprie geremiadi sul buon tempo antico, sui tempi felici del trentennio precedente.

Commentando prezzi a barile del vino (da lire 10 a 14) nell’aprile 1891 così scrive:

«Quadro scoraggiante dell’attualità dietro cinque anni di sofferenze. Ov’è ito quel grande movimento commerciale e finanziario che fu goduto (specialmente in Vittoria) a cominciare del 1855 sino a tutto l’anno 1885 meno degli anni 1853 e 1867-68?  Ovunque regnava anima, coraggio, progresso nell’industria agricola, e con sé lavoro per ogni classe di cittadini e pochissima sofferenza nel popolino. Il numerario circolava dapertutto. Regnava la buona fede, e perciò la cieca fiducia, tanto che ne avvenne l’abbuso del credito, lo sfoggio, lo sprego, il lusso, e la sbrigliatezza nello spendere 100 ed anche 1000 invece di 101. L’anno 1886 segnò la fatale parabola, e la barriera ínsormontabile che pose fine al generale gaudio, al movimento commerciale, alla fiducia publica del credito; e nel 1887 già si manifestò la fatale crisi, che sparì la fiducia in un modo assoluto sino all’incredibile, e l’assoluta circolazione del numerario, e perciò gli affari arenati, debitori d’ingenti somme scoverte, capitalisti ritirati, protesti cambiarii da pertutto su larga scala, debitori angustiati e perseguiti; e giusto a quanto mi trovo averne fatti rapidi cenni in diverse pagine di questi miej Effemeridi, a cominciare del 1886 n’è avvenuto l’arresto degli affari in generale, la mancanza del lavoro nel popolino, e perciò le privazioni, la miseria, la fame. Solamente ripeto ciò che dissi dietro…che previa i lavori ferroviari cominciati nel marzo 1890 sino adesso, non pochi individui di varie classe hanno avuto lavoro; e guai se ta’ lavori vengono sospesi per come già il provvido sgoverno ha disposto per ragioni di economia; allora sì che ricomincieranno le lagrime in diverse famiglie di operaj. Stanteché ancora continua impresso nella mente della gran parte dei ricchi quel famoso programmacu campa campa e cu mori mori”…».

E poi, continuando nel suo dipingere «il quadro scoraggiante», aggiunge:

«…Nessuno pensa ancora a riprendere le imprese che lasciò sospese a metà nel 1887, sia di fabricati, sia di nuovi piantagioni in vigne, sia dì comprevendite, o meglio di acquisti qualunque, ognuno restò al suo posto: “Tutto è silenzio!”. Non più lusso, non più sfoggi. Mancò il credito e mancò il movimento commerciale dapertutto.  I negozianti di qualunque genere, come sarebbero oreficerie, chincaglierie, pannerie, e gran bazzar stanno in ozio, e tutto all’opposto dei beati tempi sino al 1886! Tutto è silenzio…Gli affitti de’ terreni, le piggioni delle botteghe e fabricati in generali ancora si cedono per la mettà de’ prezzi che godevano allora e la gran parte chiusi e inaffittati perchè moltissimi forestieri che si erano domiciliati in Vittoria ora sono ritornati a’ loro paesi! I valori delle proprietà sono ridotti a due quinti di come lo erano allora, e pure non si vende per mancanza di compratori o mancanza di numerario.

Ingegneri, architetti, e periti agrimensori inoperosi (o quasi) e cosi i notaj, e cosi i traffichini procuratori legali, patrocinatori, avvocati, hanno puoca occupazione.  Si accordano gratuiti patrocinii a’ litiganti per dare agio a litigare e costringere a’ debitori o per lo meno ottenere il condannatorio. Non si paga e non si esigge, Tutto confusione. Tutto è silenzio…».

E ancora notizie sul «…quadro scoraggiante dopo cinque anni cattivi! La scarsissima produzione de’ vigneti, oliveti, carrubbeti ed altri generi dell’anno precedente 1890, e la mancanza del commercio, e bassi prezzi de’ vini dell’anno che corre furono e sono l’ultimo querelario per Vittoria, e paesi vicini, insomma “Tutto è silenzio ove l’orma io stampi…” con quel che siegue…»[1].

Dopo aver ricordato siccità, fillossera e morbi vari che avevano travagliato la vigna dal 1850 in poi, come l’oidio, da cui ci si era salvati grazie al «divino rimedio (lo zolfo)», Busacca lamenta che il Governo aveva gravato di un pesante balzello le zolfare, cosa che aveva fatto rincarare il prezzo dello zolfo sino a lire venti al quintale. In conseguenza molte miniere erano state chiuse dai proprietari e pertanto «molti proprietari vjgnaiuoli, sia per mancanza di mezzi, sia per dispetto, sia per risparmio, si astengono a comprare (lo zolfo) e perciò a scapito sempre della produzione!».

Come se tutto ciò non bastasse, a fine 1891 era arrivata la decisione del Governo di sospendere i lavori per la costruzione della linea ferroviaria Siracusa-Licata, sulla quale tanto impegno aveva profuso Rosario Cancellieri. E così la miseria sarebbe aumentata. A Vittoria stava succedendo l’inimmaginabile…

Da un lato «di giorno in giorno succedono varie grassazioni e furticoli nelle campagne sino ad assaltare la posta. Il trascico della crisi ancora in pieno vigore; ne’ capitalisti di poca entità restò fissato il programma “cu campa campa, e cu mori mori”!!! I grossi capitalisti diffidono di tutto e di tutti, perché tutti sfiduciati, essendo venuti meno all’adempimento de’ propri doveri chi per un verso chi per un altro, chi per malvagità; chi perché i mezzi gli sono venuti meno per la meno produzione de’ vini, e pel ribasso de’ prezzi»; dall’altro «…la gran parte delle proprietà sono vingolati, iscritti o trascritti da’ creditori, sia bancarie sia particolari, e ciò tanto i beni del debitori effettivi, come cosi per noi avallanti o firmatari di favori, e quindi se si vorrebbe ognuno vendere una parte della proprietà o tutta, o ben pure ipotegarla per far danaro e riparare a’ propri bisogni, nol può, avendo il tutto vingolato, da peraltro volendo o potendo vendere o svendere non si trovano compratori di sorta, sia perché il numerario manca generalmente (salvo pochi famiglie) sia perché ognuno nelle attuali calamità teme a dispendiarsi, e molto più se si tratta di comprare vigne che tutto il territorio è già attaccato o minacciato dalla filossera   Insomma siamo tutti in una tristissima situazione, non si può esiggere e non si può pagare, solamente si dovranno pagare i balzellì dello Stato, o volere o non volere!!!». L’autore sentiva particolarmente e personalmente il problema. Era successo infatti che in tempi non sospetti, Busacca aveva fatto da garante per prestiti ottenuti dal nipote Giombattista Busacca, figlio del fratello Salvatore, il quale non vari motivi non era riuscito a restituirli. E così Busacca si era visto espropriare alcuni pezzi di terra a Montecalvo  ed una casa a Vittoria in via Vicenza.

Ma cosa era successo? Come poté l’economia del vigneto precipitare all’improvviso dall’euforia e dall’ottimismo al baratro di cui non si vedeva il fondo?.

Come se non bastassero fillossera e peronospora, negli anni ’90 il vigneto vittoriese dovette affrontare una malattia dopo l’altra. Lamentando la scarsezza del raccolto nel settembre 1890, così annota il cronista:

«Tale mancanza di raccolto di quest’anno è cagionato da tante concause, anzitutto è causa originaria le replicate anni di siccità l’una dopo l’altra ed ha portato con sé tante e tanti mali sulla povera pianta che non si possono enumerare perché sconosciutí: morbo nero, morbo bianco, clorosi, morbo lustro, peronospora, antriconose [antracnosi], filossera!  Sono sette quanto sono i peccati mortali che dannano l’uomo! Tutti i vigneti del nostro territorio da dieci anni a questa parte grado grado sono divenuti (relativamenti) irriconoscibile perché martirizzati chi da un male chi da un altro, e tutti poj per la siccità e senza tener conto de’ geli e della grandine che spesso danneggiano i vigneti all’epoca che sono sbucciati». In seguito, al ripetuto elenco delle “sette piaghe del vigneto”, aggiunge le seguenti considerazioni sulla siccità che aveva caratterizzato il 1890:

«Tutti i vigneti da un decennio a questa parte sono stati chi uccisi, e chi mortalmenti feriti, e se la divina Provvidenza non concorre a fare sparire ogni epidemia occulta e manifesta, e non ci dà la radicale ricetta, l’acqua abondante che medica e rimargina tutte le píaghe cancrenose, addio povera umanità! La ricetta curativa sta nell’abondanza delle pioggie come un tempo!

E senza tener conto più di altri danni che ordinariamente danneggiano la produzione, per lo più quello della povera vigna, sono: il caldo eccessivo, il freddo intenso o brine, venti impetuosi, grandine e pioggie fuori staggione, per come già tutto ciò si è verificato in questo anno 1890, non esclusa la siccità da cuj ne avvenne questo meschinissímo raccolto, che fu l’ultimo querelario!»

Sembrava proprio che nulla fosse risparmiato.

E ancora nel giugno 1892

«…Povera vigna di quanti nemici atmosferici è travagliata: dall’ojdio, o morbo bianco, morbo nero, morbo lucido, la clorosi, filossera su larga scala, peronospera e l’antracnosi.   Perciò i mali apparenti che affligono la vigna sono sette, giusto quanto sono i peccati mortali che dannano l’anima! E più senza tener conto de’ mali occulti come sarebbero la miriade gli insetti invisibbile, luparello, cicalone, sotterra i quali questi rodono le radici della vigna nelle stagioni invernali, e in autunno il frutto, tagliando il grappolo dell’uva, questo insetto abonda nelle terre sabbiose. Le siccità poj sono la sorgente di ogni male che si avvilisce ogni sorta di pianta!».

Contro l’insetto chiamato cicaluni in italiano (grillotalpa), Busacca nel giugno 1891 scrive che si utilizzava «l’arsenico (venefico e corrosivo), di cuj in Vittoria se ne fa molto uso per avvelenare gli insetti così detti cicaloni, i quali ne’ mesi Luglio, Agosto e 7bre si manciano le uve alle vigne, rosicchiano le radice, e danneggiano mortalmente le vigne siti in terre sabbiose, si compra: cioè quello a lastronetti (in pietra) a lira una chilo perché di prima qualità, e quello in polvere a centesimi 70 perché di 2.a qualità. La dose e la distribuzione è notoriamente conoscita cioè un rotolo [800 grammi] di arsenico liquefatto in 40 litri di acqua calda e meglio se sia bollente, e dopo fredda inzupparvi sia scaruola sminuzzata sia pampina di vigna, sia verdura qualunque, o pure ancora paglia sminuzzata o susca (avanzo dell’aia [delle fave, n.d.a.]) e questa sparsa nella superficie da 10 a 12 migliaja di vigne infetti de’ detti cicaloni, infra tre giorni che detti insetti già l’hanno pascolato restono la gran parti morti. In questo anno 1891 la cova (prima) di tale insetto falli perché morirono sul nascere a causa della grande quantità della neve in febbrajo e perciò soverchia umidità che restarono vittima. Per tale motivo ne vennero meno alla luce e le vigne sono poco o nulla danneggiati»…

Insomma, anche l’”età dell’oro” aveva avuto i suoi problemi, ma il fatto fu che dalla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento si sommarono malattie, eventi atmosferici estremi e scelte politiche in una congiuntura terrificante. Alla quale si unì la più catastrofica delle pestilenze: la fillossera.


[1] Si tratta di un distico che così recita: Tutto è silenzio ove l’orma io stampi/ morte qui regna,/ e di Segesta nei deserti campi”, di cui mi riservo di trovare l’autore.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.