Continuando a richiamare i saggi già scritti, vorrei completare la ricostruzione dello sviluppo della città e delle campagne nella prima metà del Settecento. Come il lettore potrà vedere dall’indice dei capitoli, si tratta di notizie del tutto inedite, che fanno della storia di Vittoria (se mi è consentito dirlo) una delle più indagate. Dopo la città secentesca, i nuovi inediti documenti da me esaminati ci dànno l’immagine della città nel Settecento, in pieno rigoglio economico del vigneto e in grande sviluppo urbanistico e demografico. Una cittadina che passerà dai 5669 abitanti del censimento del 1714 ai poco più di 9.000 nel 1748: quante città siciliane raddoppiarono la loro popolazione in poco più di un trentennio? Vittoria di sicuro e questo raddoppio avvenne nonostante la gravissima mortalità del 1738 e degli anni successivi. Senza questo crudele prelievo della morte, Vittoria avrebbe probabilmente triplicato la propria popolazione già nel 1748.

Dopo il terremoto, il centro urbano si riorienta e si assesta lungo l’asse dell’attuale via Cavour, allineandosi parallelamente all’antica strada che da Comiso saliva al pianoro e proseguiva verso Terranova: all’incirca lungo l’attuale via Magenta per poi continuare lungo l’antica trazzera di San Giuseppe lo Sperso verso Pozzo Bollente, dove si congiungeva con la strada che da Comiso portava a Terranova (‘u stratuni de’ Cummisari”) che a Montecalvo si diramava verso Biscari e verso Terranova. L’antica piazza del mercato muta la sua destinazione e l’area viene occupata per due terzi dalla nuova imponente costruzione della basilica di San Giovanni, mentre molte botteghe si trasferiscono nell’attuale Piazza del Popolo, sotto l’ospizio di Matteo Terranova, sotto il palazzo Mandarà (poi proprietà Scrofani, già Caffè Roma e Banco di Sicilia), nell’isolato oggi proprietà Calarco-Galbo e sotto l’attuale teatro (ambienti oggi purtroppo occupati dai gabinetti pubblici, che spero la futura amministrazione riesca a togliere da lì: nel 2008 volevo spostarli nell’area di proprietà comunale in via Garibaldi ang. Castelfidardo ma non ci sono riuscito e me ne rammarico…). In seguito altre botteghe occuperanno i bassi del Municipio lungo la via Volturno (dal novembre 1930 intitolata a Cancellieri), con le famose cianche (banconi di macelleria, propriamente).

Insomma, ai primi del Settecento nasce la Vittoria moderna.

Ecco l’indice:

  1.Vittoria ed il terremoto del 1693.

  2.Il fervore edilizio seguito al terremoto. Le nuove fondazioni pie.

  3.Vittoria ed i suoi quartieri nel 1714.

                                          La città di Dio. Parte II. 1694-1748 

  4.San Giovanni il vecchio o chiesa di Maria de septem doloribus poi della SS.ma Trinità o della

     Santa Testa.

  5.La nuova Chiesa Madre e i suoi benefattori tra il 1714 ed il 1748. 

  6.Il monastero di Santa Teresa.

  7.San Vito.

  8.Sant’Antonio Abate.

  9.La chiesa di San Biagio ed il Collegio di Maria.

10.La chiesa ed il convento di San Francesco di Paola nella prima metà del Settecento.

11.La chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna.

12.La chiesa ed il convento dei Cappuccini fino al 1748.

13.San Paolo.

14.La chiesa di San Giuseppe e il Conservatorio della Sacra Famiglia.

15.La chiesa ed il convento della Grazia dal 1694 al 1748.

16.L’Ospedale o Ospizio dei Poveri Pellegrini dal 1706 al 1748.

17.La città nel 1748.

18.La proprietà della terra tra il 1714  ed il 1748.

                                                Appendice

19.L’Università ed i bilanci del 1638, del 1714 e del 1748.

20.Demografia e calamità. La crescita della ricchezza dal 1616 al 1748.

21.Beni sequestrati agli eredi di don Giuseppe Garì risultanti nel rivelo del 1714.

22.I capitoli della Compagnia del Santo Padre a San Francesco di Paola.

23.I Collegi di Maria.

24.Contrade e proprietà della terra nella prima metà del Settecento.

Riporto come al solito alcuni “assaggi”…

19.I bilanci dal 1638 al 1748

c).Il bilancio del 1714.

Nei riveli del 1651 e del 1682 non abbiamo trovato traccia di bilanci ma possiamo in qualche modo integrare la mancanza di dati con quelli riferiti in una delle due memorie in nostro possesso presentate nel 1763 per la lite territoriale .

«Dovendosi per secondo in tutte le numerazioni dell’Anime…si scorge sempre che il feudo di Boscopiano per territorio di Vittoria siasi rivelato, e che in forza di siffatti riveli abbia ella riportato il peso delle tasse, e de’ regi donativi, cioè

nell’anno 1642 in onze 338.28.14

nell’anno 1651 in onze  378.24.3

nell’anno 1680 in onze  656.6

nell’anno 1715 in onze 1334.28.6».

Come si può subito constatare, dal 1642 al 1715 il peso delle tasse è quadruplicato, mentre la popolazione è solo il doppio. Il peso delle tasse è però andato di pari passi con la crescita della ricchezza, che è probabilmente anch’essa quadruplicata.

Il bilancio nel 1714 ci conferma l’enorme crescita dello sviluppo. In quell’anno risultano gabelloti: Giuseppe Santi di Siracusa, per la seta; Carlo e Stefano Pallavicini di Genova, per l’olio; m.ro Pietro Mandarà (con fidejussione di Guillelmo Bonfissuto), per la diminuttione  e salume; don Antonio Ragusa (con fidejussione del dr. don Gio. Batta Giudice), per la macina e vendittione di pane.

I Giurati che presentano il bilancio del 1714 sono: don Pietro Saverio di Marco, don Biaggio Toro, don Francesco Ottaviano e don Francesco Terlato (il sindaco è don Vincenzo Paternò). Se rispetto al 1638 la cittadina ha solo duplicato la popolazione, le entrate del bilancio sono invece decuplicate, passando dalle 83 misere onze del 1638 alle 839.6 onze del 1714. L’introito è generato dalle seguenti imposizioni:

1)gabella della macina:                       onze 661.18

2)gabella della dimuzione e salume:  onze 165.  6

3)bonatenenza  per vigne:                onze   12.12                                 

Tale somma serve per finanziare la quota spettante dei donativi, pari ad onze 454.22 (54%), compreso un contributo per il mantenimento della torre di Manfria ed una cospicua serie di contributi a persone ed istituzioni religiose (onze 160), fra cui i Monasteri della Martorana e di Santa Rosalia di Palermo e la Cappella del SS.mo Sacramento di Marsala. Che le cose però siano leggermente cambiate nel senso della crescita del concetto di “comunità”, è dimostrato dalle spese di onze 200 per il Corpo Politico. Nonostante tutti i limiti, possiamo affermare che nel 1714 l’Università, in base alle leggi del Regno, ha una sua fisionomia “moderna”.

Presiedono all’amministrazione un sindaco e quattro giurati, retribuiti rispettivamente con onze 4 il sindaco ed onze 2.15 ciascuno i giurati. La struttura amministrativa è composta da:

1)un detentore dei libri ed apocario; 2)un depositario; 3)un arcivario. La Corte Giuratoria (cioè la giunta comunale) è assistita da: 4)un assessore; 5)un maestro notaro; 6)un giudice sindicatore; 7)un secretario; 8)un serviente; 9)un mastro di piazza (banditore). L’amministrazione costa poco più di onze 57 l’anno (pari al 28,5%). Pur essendo assolutamente assente il concetto di “servizi sociali” (con l’assistenza delegata alla Chiesa), troviamo che l’Università pagava tre medici (due fisici, forse con tale termine intendendo la “medicina generale” ed un chirurgo), sorta di medici condotti ante litteram e assicurava un servizio di allattamento per i bambini abbandonati alla ruota (projetti). Poco, ma meglio di niente…

Nel concetto di servizio pubblico possiamo far rientrare il “governo” dell’orologio, servizio importantissimo, più di quanto possiamo immaginare, pagato più di un giurato (3 onze).

Per rappresentare l’Università presso il Governo, si mantiene un procuratore legale a Palermo, tale avvocato Antonino Gerardi. Altra incombenza comunale era formare i riveli del frumento (costava tarì 24), uno strumento indispensabile per garantire l’equilibrio tra il consumo interno del grano calcolato a famiglia e l’eventuale esportazione del sovrappiù. 

Per la manutenzione di acquedotti  e delle strade (inciancare) si spendevano onze 2: quasi niente…

Notevole era invece la spesa per il culto, pari complessivamente ad onze 34.20 (17%). Le spese erano rivolte a stipendiare l’organista della Madre Chiesa (onze 4) ed il Predicatore Quaresimale, con un salario doppio rispetto al 1638 (onze 10.20). Onze 10 si spendevano per la festa di San Giovanni, definito “Protettore”; 4 onze per la festa di Santa Rosalia, 2 onze per l’Immacolata Concezione, onze 2 per solennizzare il primo sabato di Quaresima, mentre per la Settimana Santa (Santo Sepolcro e Quarant’ore) si impiegavano onze 4. I giurati inoltre avevano diritto a portare le torce nella solennità del Corpus Christi, a spese dell’Università (onze 2). In sostanza, dell’intero bilancio, 600 onze (72% circa) andavano allo Stato, il resto serviva per le spesi di amministrazione e culto. Però, è considerevole che già esistesse l’idea di un’amministrazione locale che erogava servizi, anche se minimi.

d).Il bilancio del 1748

Il bilancio è presentato dal dr. don Guglielmo Paternò, don Carmelo Fatuzzo, don Arcangelo Mazza e dr. Mario Occhipinti Giudici Giurati di Vittoria; sindaco e capitano è don Francesco Maria La China.

Le entrate sono:

1) gabella della macina e vendita di pane                      onze  1330            (81,54%)

2) gabella di diminuzione, peso e salume                      onze    185            (11,34%)

3) gabella della grossa                                                onze       62            (4,65%)

3) bonatenenza                                                            onze       54.21.18  (3,3%)

per un totale di onze  1631.21, cioè il doppio rispetto a 30 anni prima, come doppia è la popolazione.

Le uscite possono essere così raggruppate:

a) al Governo Vicereale per i donativi                             onze 1017.1 (66%)

b) a varie persone e istituzioni religiose di Palermo,

    Piazza  e Marsala                                                          onze   337     (23% circa)

c)spese correnti                                                                 onze  195.15 (12,60%)

Il totale delle uscite è onze 1548.25.2, con un residuo di poco meno di 83 onze, non impegnato.

Rispetto al 1714, le spese correnti sono più articolate.

Il personale dell’amministrazione assorbe onze 51,22 (27% circa, con una riduzione rispetto al 1714), mentre per i servizi di medicina e dei projetti si spendono 28 onze (15%), con un incremento di onze 4 per le nutrici. A Palermo, oltre che un procuratore (onze 6), si mantiene pure un avvocato, con un salario di onze 12 (non dimentichiamo che c’è la lite con Chiaramonte in corso, per cui è necessario prevedere anche le spese per corrieri e liti giudiziarie, con l’incremento della posta delle varie e manutenzione stradale pari ad onze 40). Le spese per il culto raggiungono la somma di onze 38.14 (circa il 20%), con un leggero incremento. L’uscita maggiore riguarda il Predicatore Quaresimale (onze 10.20), il contributo per la festa di San Giovanni (10.12 onze), la festa dell’Immacolata, la festa di Maria Vergine nel primo sabato di Quaresima, le Quarant’ore nella Settimana Santa e Santo Sepolcro (onze 4) , le solite onze 2 per le torce dei Giurati nella processione del Corpus.

Ma le spese non sono finite. Innanzi tutto dobbiamo sottolineare che tra le uscite coperte dalle entrate c’è un contributo di onze 14.15 al Capitano d’Armi e Guerra di Santa Croce (è sparito però il contributo per la torre di Manfria); in secondo luogo che il Tribunale del Real Patrimonio aveva ordinato una serie di spese extra, per l’ammontare di onze 189 circa, che portano il bilancio in rosso per onze 112: abbiamo infatti entrate per onze 1646 e spese per 1758…

Tali spese sono indirizzate a favore di funzionari della Contea (onze 16.15), omaggi di Pasqua e Natale al Procuratore Generale della Contea (onze 20.16), al convento di San Francesco di Paola per il mantenimento della scuola, ai giurati per indennità aggiuntive varie (onze 35). 79 onze circa riguardano spese militari: altre 7 onze al Capitano d’Armi e Guerra di Santa Croce, per ordine del viceré; onze 20 circa per il mantenimento delle guardie nel posto del Safaglione e ben 53 onze circa per contribuire alla custodia del litorale di Siracusa per tutto l’anno. Non ci è dato sapere come furono coperte queste spese, anche se sappiamo che le 20 onze per la scuole furono le uniche che non andarono giù ai Giurati…

                                                                      ***

Qualche considerazione per mettere in luce la differenza con oggi.

La situazione odierna, basata sulla fiscalità generale diretta e indiretta (con prelievi su beni e consumi divisi tra Stato, Regione e Comune), prevede anche trasferimenti dallo Stato e dalla Regione verso i Comuni: insomma le risorse prelevate dalle tasche dei cittadini in parte ritornano nel territorio.

Nei bilanci dell’Ancién Régime invece c’è un rapporto “unilaterale” dal basso verso l’alto, con l’aggiunta che lo Stato non solo preleva direttamente dalle proprietà (beni stabili e mobili), ma compartecipa pesantemente anche delle entrate comunali sui consumi, privando le comunità di qualsiasi risorsa: i Comuni dànno quasi tutto, senza nulla ricevere in cambio.

L’Università trae le proprie entrate dalla tassazione indiretta (per il 93%) e solo per il 7% sulla proprietà (ma solo per i non residenti). Le gabelle sui consumi colpiscono particolarmente i più poveri. Infatti il drenaggio di denaro sul macinato (sei tarì a salma) non gravava molto sui benestanti (ricchi borghesi e religiosi, in gran parte esenti), mentre è intuibile che tenesse alto il prezzo del pane a danno dei più poveri, la cui dieta doveva essere assai lontana da quella riscontrabile nei documenti per le suore del monastero di Santa Teresa, assai ricca e varia (ma completamente priva di carne…).

20.Demografia e calamità. La crescita della ricchezza dal 1616 al 1748.

a).Natalità, nuzialità e mortalità nel Settecento.

Vittoria, come si è già detto, raggiunge i 5568 abitanti nel 1714 e quasi li raddoppia nel 1748, con 9072 residenti. Il secondo cinquantennio del Settecento fu invece un periodo di forte crisi e di stagnazione demografica. Dal 1748 al 1800 Vittoria crebbe solo di poco più di 900 unità, passando da 9072 ad 9993 abitanti.

Nel periodo 1714-1748 la media annua dei battesimi è di 380; la  media dei matrimoni è 80; la media dei defunti è 318. Il saldo tra nati e morti è di +2107.  In base al trend verificato nei decenni precedenti, la media annua “normale” di morti, su una popolazione che a poco a poco si avvicina ai 6.000 abitanti e continua a crescere è 250-300 morti. Pertanto, statisticamente abnorme è la mortalità che si riscontra negli anni 1726 (374 decessi), nel 1731 (652), nel 1732 (412), bel biennio 1737 (480) e 1738 (806!) ed ancora nel triennio 1746 (586), 1747 (557) e 1748 (482 defunti). In assoluto la strage maggiore nella storia di Vittoria risulta essersi verificata nel 1738. Ad oggi non sappiamo a cosa potere attribuire quegli 806 morti … Anni di maggior numero di nascite furono il 1727  (467), il 1731 (512) ed il 1740 (463). Per i matrimoni, gli anni più fertili furono il 1732 (102), il 1739 (123) ed il 1745 (108). 

Nel cinquantennio successivo 1749-1799, la media annua delle nascite fu di 433; quella dei matrimoni 96; quella dei decessi di 400 l’anno. Il saldo tra nati e morti è di +1668, ma la popolazione crebbe di sole 921 unità, segno probabile di un allontanamento da Vittoria di almeno 700 persone. Gli anni più fertili per le nascite furono il 1771 (575), il 1790 (507), il 1795 (537) ed il 1797 (557); per i matrimoni il 1753 (133), il 1782 (134), il 1790 (137) ed il 1794 (149). Per la mortalità, gli anni più terribili furono il 1754 (533), il biennio 1764 (525) e 1765 (586), il 1770 (530), il 1775 (560), il biennio 1784 (676) e 1785 (670), il 1793 (521) ed infine il 1796 (621). Neanche per questi picchi di mortalità conosciamo le cause ad oggi, tranne forse che per il biennio 1764 e 1765. Ferraro parla di febbre mesenterica scoppiata a Palermo e di carestia e peste a Napoli, ma non abbiamo alcuna notizia di tali eventi per Vittoria. Della carestia del 1763, che provocò migliaia di morti nella Contea, abbiamo una traccia indiretta nell’opera di La Cetra , che accenna al fatto che proprio in quell’anno si sarebbe trasferito a Vittoria, chiamato dall’arciprete Ricca per insegnare nella sua scuola e che qui non avrebbe sofferto fame. Dal sito internet Ospedalità antica in Sicilia apprendiamo che un’epidemia di vaiolo avrebbe imperversato in Sicilia negli anni 1759-1760 e nel biennio 1780-1781. 

24.Contrade e proprietà della terra nella prima metà del Settecento.

Ad ulteriore ampliamento delle notizie sul possesso della terra nelle varie contrade, ho voluto passare in rassegna i mutamenti di proprietà (se ce ne sono stati) tra il 1714 ed il 1748.

Come si è detto, Vittoria sorgeva in mezzo al verde delle campagne ed era circondata a sud da boschi (ce n’è traccia nei toponimi), era punteggiata di orti e si affacciava sulla valle del fiume di Cammarana (la denominazione Ippari era a conoscenza solo degli studiosi). La conquista delle campagne era partita proprio dalla valle. Le contrade registrate nel territorio di Vittoria ai primi del Settecento sono circa un centinaio e vanno dalla valle (dal Passo Piro al biviere di Cammarana) ad Anguilla ad Alcerito e fino alla valle del Dirillo . I nomi sono quelli ancora oggi noti, tranne qualcuno non più in uso (ad esempio Giurgiulinara, a Castelluccio; Sant’Anna, a Boscorotondo; Bosco di Custureri, cioè tutta la zona da San Francesco a Fanello e fino all’attuale Giardinazzo; Marina, a confine con Buffa e Niscescia ed altre). Le contrade producevano in gran parte vino, ma non mancavano il frumento e l’orzo, l’olio e varie qualità di alberi da frutto. Le Cannavate, irrigue, venivano seminate a canapa (da cui il nome), lino ed altre fibre tessili e producevano agrumi nei cosiddetti “giardini”, in mezzo a folti canneti. Nelle campagne sorgevano numerosi palmenti, nei bagli tradizionali. Gli impianti industriali erano invece concentrati nella valle: ricordiamo i quattro mulini, alcuni paratori (per la lavorazione delle fibre tessili), la conceria, un ciaramiraro (stazzone). Numerose anche le case in campagna .

Partendo dalla valle del fiume di Cammarana, dalle contrade Passo di lo Piro/Carosone nel 1714 vi risulta insediato don Giovan Battista Ricca, mentre nel 1748 il figlio don Errico su quelle terre finanzierà la sua opera più grande, il Collegio della Sacra Famiglia, mentre residuale appare il uolo del Patrimonio di Modica, che pure ancora vi percepisce censi.

Scendendo lungo la valle, nella contrada Bianca il tempo appare fermo a quando Vincenza Custureri (morta nel 1665) nel 1638 soggiogò sul mulino della Bianca onze 8.3 annui al Venerabile Hospitale della Terra del Comiso, su un capitale onze 115.20 e nel 1651 tarì 6 al Monastero di Santa Lucia di Siracusa.

La Martorina, un tempo di Antonuzo Garofalo (morto nel 1632) e di Antonino Custureri (morto nel 1645) nel 1714 è degli eredi di don Nicolò Leni  La contrada t (su cui è stata costruita Vittoria) nel 1748 è di donna Giovanna Custureri ved. Porcelli (1680-1752).

Le ricche terre della Cava di Cammarana, irrigue, sono divise nel 1714 tra istituzioni “statali” (il Patrimonio di Modica), comunali ((la Corte di Comiso), ecclesiastiche; e laici (nobili e “borgesi”). Vi detengono terre e giardini la Ven.le Chiesa Madre sotto titolo di San Giovanni Battista dal 1682 e la Ven.le Chiesa di San Vito , mentre a decenni precedenti risalgono i possessi del Ven.le Convento di San Francesco d’Assisi del Comiso (prima del 1608) e di data imprecisata sono quelli della chiesa di San Giorgio di Ragusa e le rendite della chiesa di San Teodoro di Ragusa (sul giardino di San Giovanni); il Patrimonio di Modica si spartisce la contrada con il Principe di Lampedusa duca di Palma (discendente di don Carlo Tomasi e Caro, presente nella valle sin dal 1638) , con don Antonino Butera del Comiso, con don Pietro Paulo Montalbano  del Comiso. Nel 1748 resistono ancora il Principe di Lampedusa, il Patrimonio di Modica; i “borgesi” sono un don Giacinto Ansaldo di Ragusa, un don Antonino Profetto di Modica, don Nicolò Catalano e don Modesto Mazza di Vittoria. Alle chiese e conventi possessori delle terre, nel 1748 risultano essersi aggiunti

l’Oratorio di San Filippo Neri del Comiso ed il Ven.le Convento di San Giuseppe di Modica.

Santa Rosalia nel 1714 appartiene al Real Patrimonio, mentre nel 1748 è censita alla Cappella del SS.mo Cristo alla Colonna dentro San Vito.

La contrada dei mulini (la zona dove sorse il quarto e poi altri mulini, fra cui quello di Garì) appartiene a San Francesco di Paola.

Torrevecchia si mantiene in mano alle famiglie ragusane dei Battaglia e dei comisani Carnazza anche nel 1748.

San Lorenzo passa invece dagli eredi di don Nicolò Leni al b.ne Porcelli di Modica. Pinnati e Nipitella nel 1714 appartengono ad un certo don Ramundo Palacino di Licodia.

Castelluzzo nel 1748 è del Principe di Santa Margherita di Messina.

I Ricca invece possiedono la tenuta detta Picciuna.

La Buffa è della famiglia Palermo di Scicli

La Buffitella nel 1748 è divisa tra l’abate don Michele Meli del Comiso (titolare sin dal 1714), il duca di San Filippo maritali nomine e donna Rosa Catalano ved. del b.ne Filippo Custureri (1708-1735) .

Con la contrada Nicaso, Pantano e Salina cominciano i possessi dei Ferrera (o Ferreri) di Comiso (divisi in vari rami) nel 1714 , mentre il biviere di Cammarana è per metà di don Pietro Vassallo  di Modica.

La Niscescia rimane in possesso dei baroni Russo di Modica, mentre la Marina è sempre del Monastero di Santa Teresa del Comiso , che possiede pure Serra dello Mangano.

Come si è detto, dal 1714 i Ferrera o Ferreri, con don Silvestro ed il b.ne don Giuseppe (nel 1748 i loro eredi), sono insediati nelle contrade Fossone, Ancilla/Anguilla, Berdia, Lucarella e parte di Burgaleci (che dividono con la Collegiata dell’Annunziata di Comiso -ante 1608- e gli eredi Gaudioso di Vizzini): un grande possesso, cui si aggiungono altre terre a Boscopiano, per una famiglia destinata ad un notevole ruolo fino ai primi dell’Ottocento, col marchese Gioacchino. Su loro iniziativa nasce la chiesetta di San Francesco di Paola a Scoglitti, a metà del Settecento. 

Pare però che il possesso dei Ferreri sulla Berdia non fu pacifico, se donna Carmela Giangreco ne ottene uno “strasatto”, cioè una parte a transazione, a seguito presumo di una lite. Non sappiamo se con i Ferreri: ma in ogni caso donna Carmela Giangreco, donna ricchissima come si è già visto, ebbe riconosciuto già nel 1748 il possesso di una parte della Berdia, chiamata appunto Strasattato della Berdia.

Ritornando dal mare all’interno, cominciamo con Boscopiano: è dei baroni Interlandi di Caltagirone dal 1714 (prima ne aveva l’investitura la famiglia ragusana Gurrieri, con don Gaspano nel 1623 e con don Andrea nel 1638), con Pirrone (sul Dirillo). Ma nel 1714, assieme alla Corte di Vittoria, titolare di diritti di possesso sin dalla fondazione, vi compaiono in varie contrade gli eredi di don Carlo e del figlio don Nicolò Leni, residenti a Comiso, ma oriundi di Licata (dal feudo di Spatafora, diverranno poi baroni Leni di Spatafora e saranno tra i protagonisti della Vittoria di fine Settecento ed inizio Ottocento). 

Bosco Rotondo rimase invece in mano alla Contea, con soggiogazione al Monastero di Santa Lucia di Siracusa. Sant’Anna apparteneva a don Gaspare Firrera (altra variante) nel 1714 poi il nome si perde. La contrada Corallo invece era suddivisa tra gli Ardizzone di Siracusa e don Antonino Butera, che possiede anche Salamato, con i chiaramontani Irobba.  

Le aree attorno alla città (ricordo che nel 1748 aveva oltre 9.000 abitanti e si estendeva da est e ovest dalla valle all’attuale via La Marmora e da nord a sud da San Giuseppe a  San Francesco e ai Cappuccini. Ma tutte le campagne intorno erano coltivate. Sottolineo anche che l’attuale centro urbano fu costruito su terre concesse a Paolo Custureri (ben 73 salme), e ancora nel 1748 c’è una forte traccia di questi possessi. Se dovessimo disegnare una mappa dei possessi, gli eredi Custureri (ma sarebbe meglio dire: Custureri-Porcelli, dopo il matrimonio tra donna Giovanna, sorella del barone Antonino (1673-1734), con il dottor don Pietro Porcelli) avrebbero diritto a due insediamenti: il primo in tutta la zona a nord-est della città, nelle contrade denominate Critazzi-Maritaggi-Cozzo dell’Oro (a volte denominate in modo scambievole), in parte insieme con la Corte di Vittoria e la Grazia (Costa del Canale, in particolare); il secondo insediamento a sud ovest, nella vasta area dal convento di San Francesco di Paola verso Fanello: è il cosiddetto Bosco di Custureri (anche Bosco di Coffa), che nel 1714 è ancora del solo Antonino (dal 1717 barone del Bosco) ma che nel 1748 i suoi eredi si dividono con le famiglie Lucchese, con donna Carmela Giangreco, donna Framilia di Marco e l’onnipresente don Errico Ricca. Parte del Bosco nel 1748 si chiama Giardinazzo ed è passato al ricco sac. don Gervasio Fatuzzo. I Custureri hanno perso anche parte delle terre Comuni (vi possedeva vigne Vincenza Custureri nel 1651): nel 1748 appartengono a donna Framilia di Marco: si tratta della zona oltre l’attuale via La Marmora, divisa tra San Francesco, la di Marco e San Giuseppe.

Dal 1705, oltre San Francesco (che possiede la contrada Croce e Mendolilli), si sono insediati i Cappuccini, che hanno avuto da don Cristoforo Garì una vasta estensione di terra nei pressi del convento. Le terre di Garì andavano però dal ciglio della valle (attuale Villa Comunale) fin verso l’attuale via Brescia, Milano ed anche oltre. Ma a contendere il controllo di vaste aree di periferia alle istituzioni religiose, sono alcuni esponenti di ricche famiglie, come don Giovanni Catalano (che possiede terre a Cicchitto e a Fanello), don Nicolò Catalano (terre di Garì e Senia), gli eredi di don Gabriele Catalano (Garì), gli eredi Benvissuto (Garì), don Errico Ricca (Garì), don Mario Ingallina (Mendolilli), esponenti delle famiglie Scrofani (Mendolilli) e Lucchese (Mendolilli). San Francesco e la Corte di Vittoria mantengono saldo il controllo delle contrade Fanello, Scalunazzo, terre di Corte seu dell’Inferno, mentre i Cappuccini hanno terre anche a San Placido (zona dell’attuale Piazza Italia). Le terre Comuni sono ancora del Patrimonio di Modica, ma esse ormai sono denominate come “vicino li mura” (Canale) o “fuori li mura”, o “dietro li mura” o “dietro la città” e come già sappiamo vi hanno possedimenti la Grazia, San Francesco e San Giuseppe, con la di Marco. In sostanza, le terre su cui si espanderà nei decenni seguenti Vittoria appartengono ai Catalano, ai Lucchese, a don Errico Ricca, ad Ingallina (poi Leni), ai Benvissuto, agli Scrofani etc., oltre che ai conventi dei Cappuccini, di San Francesco di Paola, della chiesa di San Giuseppe (la zona verso il Cozzo dell’Oro).

Scendendo verso il mare e la valle, le contrade Cappellares e Gelati, che nel 1714 con la contrada Giurgiulinara (a confine con Castelluzzo) sono dei baroni di San Basio, gli Arezzo di Ragusa, appartengono invece al duca di San Filippo nel 1748, per un matrimonio; ma anche a don Mario Ingallina. Brancato è ancora degli eredi Capra di Mineo, insieme con gli eredi di Marco che possiedono anche Casanova con i Lucchese e Resiné con gli eredi Gaudioso di Vizzini. Valseca o Concadaino è dei Pollara o Polara di Modica, dei Trigona di Piazza e degli eredi Custureri. Giaganetto  è di don Errico Ricca e degli eredi Lucchese. Don Errico Ricca possiede una vasta estensione di terre a Marina o Gaspanella, Scaletta, Gucciarda, Gucciardella, Suvaro Torto e Pozzo Ribaudo (col fratello Alfonso) e infine Gurgo: un immenso patrimonio di centinaia di salme di terra, che ne fa il più grande proprietario di Vittoria. Le contrade Surdi (o terre di Indovina) e Scalunazzo sono ancora della Corte di Modica. Pozzo Bollente è ormai diviso in due: Pozzo Bollente vero e proprio è dei Ventura Zacco di Chiaramonte, Pozzo Bollente di Mazzara (di don Filippo Mazzara del Comiso nel 1714) nel 1748 è diviso tra i Paternò (9/16) ed i Cabibbo (7/16). Nulla è cambiato per le tre tenute di Capraro, Reina (o Fundo delli Monaci) e Montecalvo, saldamente nelle mani del convento di San Francesco d’Assisi di Chiaramonte. I Settimo marchesi di Giarratana, dal 1638 (allora come baroni di Cammaratini) a Dragonara/Fortura e in parte di Gisara (Madonna della Salute) sono insediati all’Alcerito dal 1714. Vari proprietari si dividono le contrade Cutelli (don Antonino Butera del Comiso, il duca del Comiso, il not. don Saverio Gafà), Gisara (don Simone Antonacci Tomaselli, don Luigi Vassallo di Modica), Pasqui (l’Annunziata di Comiso, San Francesco di Chiaramonte, don Michele Meli del Comiso, i Lucchese). Don Luigi Vassallo di Modica possiede anche Piano delli Guastelli, parte di Rinazzi di strada e San Bartolomeo. Salmé è degli eredi di don Nicolò Leni, insieme con Forcone e parte di Rinazzi di strada.

Una vasta parte del territorio di Vittoria, ancora nel 1748, risulta in possesso di “esteri”, cioè non Vittoriesi. Si tratta di enti religiosi come il monastero di Santa Teresa di Chiaramonte (Santa Teresa e Fossa di neve), dei Mercedari di Modica (Spitalotto, Coste di Valseca, prima dei Trigona di Piazza), ma soprattutto di nobili e “borgesi” chiaramontani come i Ventura (Rinelli, Fossa di Lupo, Forcunello, parte di Bastonaca -prima dei Cultrera-), i Leva (Pittineo, prima dei Daniele), eredi Ciavola (Pozzilli);

-comisani come i Ferrera (in questa zona possiedono Oliveri);

-catanesi come don Michelangelo ed il figlio abate don Gioacchino Paternò e Castello (Bonincontro); 

-lo stesso Principe di Biscari (Fossa dello junco, Isola delli Stefani o Molinazzo, Calvello, Baucino, Baucinello;

-biscarani come i David (parte di Bastonaca e Linfanti, prima dei Trigona di Piazza), i Mulé (Cassarino e Salvaggio), Addario (Serra d’Alia).

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.