Dall’esame dei riveli e dai documenti del Fondo Corporazioni Religiose dell’Archivio di Stato di Ragusa sono nate alcune monografie su quella che io ho chiamato “La città di Dio”, cioè chiese, conventi e monasteri, che hanno plasmato la città non solo spiritualmente ma materialmente, nel senso che ne hanno regolato lo sviluppo urbanistico. I quartieri di Vittoria nascono attorno alle chiese: attorno alla Matrice (prima nella piazza oggi detta della Trinità, ma che si chiama Piazza Unità), Grazia, San Vito, Sant’Antonio Abate, San Biagio, Santa Maria Maddalena o dei Cappuccini, il quartiere del Conservatorio poi di Santa Teresa e così via. Dalla ricca donazione di un devoto, Gregorio Melilli da Scicli nacque nel 1643 la possibilità di istituire a Vittoria un convento di Paolotti, cioè di frati di San Francesco di Paola. Con la Grazia e i Cappuccini, San Francesco contiene belle opere d’arte del Settecento, che meriterebbero un approfondito studio da parte di competenti. I grandi dipinti dell’altare maggiore che rappresentano il riconoscimento della “Congregazione eremitica paolana di San Francesco d’Assisi” da parte di papa Sisto IV nel 1474 e l’arrivo di frate Francesco in Francia ricevuto da Luigi XI (1483), il miracolo dell’attraversamento dello stretto di Messina (1464, con sullo sfondo la grande Palazzata distrutta dal terremoto del febbraio 1783) ed altri dipinti raffiguranti alcuni miracoli, sono splendide opere d’arte di cui purtroppo si ignora l’autore, che potremmo chiamare “maestro di San Francesco di Paola”. Pertanto, dopo il richiamo delle monografie sulla Grazia e sui Cappuccini, oggi tocca a San Francesco di Paola, cui seguiranno le monografie su San Giovanni, San Giuseppe e il suo Collegio di Maria (con notizie anche sul Collegio di Maria a San Biagio), Santa Teresa (oggi area della Sala Mazzone e della Sala Carfì), mentre notizie sparse su San Vito, Sant’Antonio Abate e San Paolo sono reperibili nei saggi già richiamati su Vittoria nel Seicento ed in maniera organica nei quattro volumi de “I luoghi e la memoria”, di cui parlerò in seguito.        

Pur essendo stato in grado di ricostruire in parte la storia di queste istituzioni religiose, non ho la competenza per parlarne dal punto di vista artistico. Però ripeto che la Grazia, i Cappuccini e San Francesco sono tre scrigni di opere d’arte che meriterebbero di essere studiati e restaurati, perché la Vittoria settecentesca potrebbe essere un buon richiamo turistico, se ben organizzato. Mi auguro pertanto che qualche giovane studioso riesca a produrre un saggio sulle opere d’arte di queste tre chiese.

Ecco quindi l’indice:

  1.La chiesa di San Francesco di Paola oggi       

  2.Notizie sul convento in “Memorie Storiche di Salvatore Paternò (1877)

  3.Notizie in “Vittoria dal 1607 al 1890” di Monsignor Federico La China                                             

  4.Le donazioni di Gregorio Melilli (1643-1647)

  5.Vittoria nel Seicento: la città degli uomini e la città di Dio

  6.L’ospizio e il convento di San Francesco di Paola

  7.Il convento di San Francesco ai primi del Settecento

  8.Padre Francesco Gatto (1705-prima del 1756)

  9.L’istituzione della Congregazione di San Francesco di Paola

 10.Il convento di San Francesco tra il rivelo del 1748 e il 1768

 11.La questione delle venti onze per la scuola di grammatica

 12.La chiesa e il convento di San Francesco dopo l’Unità d’Italia.

 Appendice: monete e misure antiche

Come al solito, riporto alcuni paragrafi del lavoro

6.L’ospizio e il convento di San Francesco di Paola.

Dagli atti annessi al rivelo del 1682 risulta che il 3 ottobre 1671 Francesco Marangio “…diede al Venerabile Convento novamente edificato in questa Terra di Vittoria sotto titolo di San Francesco di Paula migliara quindici di pianta di vigna con suoi arbori d’olivi et altri…in q.ta chiamata delli chiusi di Cutelli e della Dragonara”. Quel “novamente edificato” ci fa capire che la costruzione dell’ospizio doveva essere completo. Lo stesso Marangio, morto ammazzato nel 1677, risulterà debitore del Convento “di un’incerta somma di denaro…depositata dai Padri di detto Convento appunto presso di lui…nel tempo di sua vita”. Allo stesso modo, il padre Nicasio, nel rivelo del 1651, risulta depositario di 15 onze appartenenti ai padri del Convento di San Francesco, di cui era procuratore.

Che la data del 1671 sia corretta, è dimostrato dalla “Giuliana delle Scritture ed effetti, che possiede questo Venerabile Convento di S. Francesco di Paola di questa Città di Vittoria, fondato e retto dalla pietà del fu Gregorio Melilli della Città di Scicli…l’anno di Nostra salute 1672”.

E finalmente veniamo al 1676, al 29 gennaio, data di trasmissione alla Sacra Congregazione dei Cardinali di un memoriale da parte di fra’ Lorenzo d’Amico,, professore di Sacra Teologia e Sacri Canoni, Provinciale dell’Ordine dei Minimi di Messina. Nel documento si riassume tutta la vicenda della donazione Melilli e si aggiunge la notizia che i Giurati della città decisero di erogare la somma di 40 scudi a maestro “per una scuola di Grammatica”, per un totale di 500 scudi l’anno, che potevano abbondantemente bastare per far vivere bene dodici frati, secondo le costituzioni apostoliche. Oltre a ciò ci si poteva aspettare “un’abbondante elemosina” per le messe, dal momento che gli abitanti di quella città avevano “con voti ardenti” richiesto quella fondazione, ritenuta assai necessaria all’istruzione, essendoci a Vittoria pochi operatori spirituali, come nella sua relazione attestava il Vescovo di Siracusa, che volentieri offriva il suo consenso alla nuova istituzione, contestato però dai Padri Osservanti.

Per cui si richiedeva l’autorizzazione.

L’istruttore della pratica, il cardinal Brentani, propose di dare parere favorevole, chiedendo però una piena assunzione di responsabilità al Vescovo di Siracusa affinché “informi la Sacra Congregazione sopra l’esposto, e in specie circa l’annue rendite d’assignarsi al nuovo q.vento erigendo, la qualità del sito del medesimo, se sia soggetto a prospetti, e se in detto luogo sia bisogno d’operarij spirituali, con udire gl’altri Regolari et aggiunger’anco il proprio parere”. 

Francesco Fortezza dovette essere assai sollecito. Per cui il 20 novembre 1676, la Sacra Congregazione dei Cardinali, udito il suo parere, si espresse positivamente, incaricando lo stesso Vescovo, previo consenso degli altri Regolari, dopo aver verificato che la costruzione “…praedicti Conventus cum ecclesia, campanili, choro, sacristia, refectorio, hortis et spatijs…” corrisponda alle misure e aver controllato pure che la suppellettile e sacra e profana sia sufficiente e che il reddito assegnato sia bastevole per mantenere dodici religiosi”, autorizzasse la costruzione richiesta “pro suo arbitrio et conscientia”.

Pertanto si mise in moto il meccanismo, con l’autorizzazione del Vescovo, allora monsignor Fortezza.

Il 3 marzo 1677 il Secreto e i Giurati di Vittoria si riuniscono e deliberano di assegnare il terreno per la costruzione del nuovo convento.

Infatti, ottenuto il breve pontificio, il Provinciale d’Amico aveva eletto “Vicario per la fundattione et erettione…il Rev.do Padre fra’ Valentino di Martino della Città di Randazzo del detto ordine di S. Francesco di Paola professore di Sacra Teologia” perché si facesse assegnare dai Giurati “il luogo per farci frabbricare detto Convento e piantarli la Santa Croce con le sollennità convenienti, e si dasse principio alla fabbrica quanto più presto sarà possibile”. 

Per cui il Secreto Filippo di Marco e i Giurati Blasio Cannizzo, Damiano Scagliola, Giovanni Marangio e Giacomo Ottaviano, “considerato dove meglio puossa stare detto Convento cossì per lo commodo di detti Padri, come di questi Popoli, habbiamo giudicato assignarci…lo Cozzo chiamato del Calvario nelli Communi vicino, e puoco distanti di questa predetta Terra”, dove l’incaricato fra’ Valentino poteva liberamente “dar principio e fabricare il sito della chiesa sotto titolo di San Francesco di Paola, suo Convento e selva secondo il disegno e pianta fatta d’architetti conforme alla licenza”, nell’area individuata dal capomastro comunale m.ro Silvestro Russo, della superficie di “salma una e tummina due di terre”. 

Acclusa alla deliberazione è appunto la relazione di Russo, dalla quale apprendiamo che lo stesso giorno, portatosi nelle terre Comuni “chiamati il Cozzo del Calvario ad effetto di vedere riconoscere e misurare il sito del Convento…”, sulla base del “disegno e pianta fatta da mastro Vincenzo Bizzini”, mastro Silvestro Russo aveva individuato la superficie bastevole per la chiesa, il convento e la selva, pari a salma una e tumoli due.

Nulla si dice in questa deliberazione della assegnazione, oltre alla terra, della famosa provvigione di 40 scudi a maestro, cioè i famosi cinquecento scudi  di cui si parlava nel memoriale, pari a 200 onze.

Tale assegnazione fu fatta a mezzo di altra deliberazione, che però non abbiamo, ma si tratta solo di 20 onze. Va subito detto che venti onze erano equivalevano a 50 scudi, cioè ad appena un decimo della strabiliante promessa! Se ne legge traccia nel documento del 9 giugno 1679, con cui il Viceré, rivolto agli amministratori di Vittoria, ratifica le decisioni assunte nel Consiglio “da Voi tenuto sotto li 19 marzo p.p. consistente di dover somministrare al Collegio seu Convento dell’Ordine di San Francesco di Paula noviter edificando in cotesta Terra qualche elemosina per mantenimento, acciò possano vivere con decoro di veri religiosi, magiormente che per essere li detti PP. più bisognosi degl’altri religiosi”. In detto Consiglio “nemine discrepante”, si era deciso “d’assignarli sopra questa Università la somma di onze venti annue con obbligo però che li sopraddetti Padri dovessero tenere in detto Convento seu Collegio scuola di grammatica ad effetto di ammaestrare li figlioli di questa Terra, oltre il dovere degli exercitij divini per magiormente accendere li popoli di cotesta alla devotione e mantenersi in gratia di Sua Divina Maestà da fedeli christiani”.

Dopo la donazione Marangio del 1671 e subito dopo l’assegnazione delle venti onze da parte del Consiglio Civico, il 28 marzo Paola Corallo, vedova di Mariano Barone, con l’intervento dei tre fratelli Vincenzo, Matteo e Giacomo Giangreco e di Francesco Barone loro nipote e figlio di Paola Corallo, come erede universale di Maria Corallo loro zia paterna concede in enfiteusi ai fratelli Giuseppe e Paolo Scrivano per l’annuo censo di un’onza, “un vignale circondato di muri con alberi d’olive e carrubbe…in territorio di Ragusa e in contrada della Fiumara Grande”. Alla sua morte (il 6 novembre 1682) il censo fu lasciato al Convento di San Francesco, che lo segna sin dall’anno 1679 nella giuliana che inizia dal 1672, in cambio di “trenta messe da requiem davanti all’altare maggiore di detta Venerabile Chiesa per l’anima della testatrice e dei suoi genitori e successori defunti e per il perdono e la remissione dei suoi peccati”

Per quanto riguarda la costruzione, da un atto rogato dal notaio Francesco Puzzo Carrubba dell’8 gennaio 1680 apprendiamo che “il reverendo padre frate Giovanni Battista Vizzari…trovò che per l’edificazione del predetto convento con la sua selva e le altre comodità necessarie” erano bastevoli sei tumoli rispetto alla salma e due tumoli assegnati *, cioè un terzo dei 18 tumoli concessi. Per cui il reverendo aveva chiesto che i rimanenti dodici potessero essere dati in gabella per utilità e beneficio del convento “noviter edificandi”, ma non risultando l’assegnazione da nessuna scrittura pubblica si era devenuti a farla. Per cui quel girono di gennaio “padre fra’ Giovanni Battista Vizzari della Città di Messina…come procuratore generale del reverendissimo padre fra’ Placido Filoramo Provinciale dell’ordine di San Francesco di Paola della Provincia di Messina…con l’intervento e il consenso di padre fra’ Luciano Zuppelli di Siracusa, fra’ Michelangelo Acciarito, fra’ Bernardo Romano” che vivevano nell’Ospizio già realizzato (in quanto nell’atto si scrive che i tre frati abitavano “in dicto Venerabili Conventu S.ti Francisci de Paula noviter constructi”)…riuniti al suono della campanella”, aveva provveduto a indicare il luogo in cui doveva essere edificato il nuovo convento “con la sua chiesa e selva e le altre cose necessarie”.

Ciò era avvenuto “con haverci fatto fare li fossati necessarij per i fondamenti delli mura per quanto circonda detto Convento con la detta chiesa e selva”; i rimanenti tumoli dodici vennero invece assegnati per darli in gabella ogni anno, in modo che dai frutti si traessero risorse per la costruzione del convento stesso. L’atto fu controfirmato anche i giurati Giovanni Marangio, Damiano Scagliola e Filippo Custureri, mentre già a quella data il secreto Filippo de Marco risulta già deceduto.

Alla luce di queste carte abbiamo la seguente situazione:

a)prima del 1671 risulta completato l’ospizio (o convento) di San Francesco, sito nelle antiche case lasciate da Gregorio Melilli (attuale isolato all’angolo tra la via Magenta e la via Ruggero Settimo). In esso risiedono nel 1680 già tre frati. Probabilmente un ambiente era destinato a chiesetta, tanto è vero che Paola Giangreco Corallo dispone che le si dicano messe davanti all’altare maggiore di tale chiesa;

b)ottenuta la licenza nel 1676 e l’area nel 1677, già nel 1680 il nuovo convento risulta in costruzione.

La devozione al Santo si diffonde ben prima che il convento sia realizzato. Infatti dalla giuliana si deduce che nel 1681 il convento “possiede…una casa nel q.ro di S. Francesco di Paola, qf. con case d’Isidoro lo Nanfaro, ed orto di m.ro Silvestro Russo”, una casa comprata per il prezzo d’onze dieci l’11 agosto 1681 da parte del rev.do padre fra’ Gaspare Errera della città di Scicli, allora residente nell’Ospizio. Il quartiere di San Francesco è, ovviamente quello dell’Ospizio fondato da Melilli nell’attuale via Magenta. Nel rivelo del 1682 compaiono già ben 30 case nel quartiere. Una sola nel quartiere di San Domenico “seu delli Convitta”, altro nome con cui nel 1682 viene indicata la nuova contrada urbana ad occidente attorno all’ospizio.

Nel frattempo, come già sappiamo, però gli Osservanti si erano opposti alla costruzione del nuovo convento dei Paolotti; con loro però stranamente si era schierata anche la stessa Curia Vescovile di Siracusa.

Così si legge nella giuliana:

“Fatta la concessione di detta salma e tumula due di terre…per opera del comune inimico insorsero varie questioni ad instanza del rev.do padre guardiano dell’Osservanti e del procuratore fiscale della Curia Vescovile Siracusana, acciò non si concedesse dall’Ill.mo Monsignor di Monarchia la licenza d’erigere detto Convento…”. Entrambi gli oppositori si erano infatti rivolti al Tribunale della Monarchia , competente per giurisdizione, il quale istruita la pratica, il 21 agosto 1682 “in controdictorio judicio” emise una sentenza favorevole ai Paolotti per mezzo del suo presidente don Bernardo Vigil de Quiñones, Abate di Santa Maria di Terrana.

L’autorizzazione è concessa lo stesso giorno, senza por tempo in mezzo.

“In Dei Nomine amen…concedatur licentia erigendi Conventum juxta tenorem bullarum apostolicarum dicto venerabili Conventui concessarum…” così reca il documento. Ma gli oppositori non si arresero e, passato qualche anno, tornarono alla carica, di nuovo rivolgendosi all’Apostolica Legazia.

Dal documento in nostro possesso si può ricostruire la vicenda, raccontata dal rev.do don Cesare Passanisi, procuratore generale dei Minimi della Provincia di Messina.

Infatti in esecuzione della prima sentenza del Tribunale, “s’erigiò in detta Terra di Vittoria detto Ven.le Convento di S. Francesco di Paula e s’incominciò dalli PP. di detto Ven.le Convento ad executarsi li divini officij e farsi altre funzioni per servitio di Dio e del pp.co di questa Terra”. Ai padri del nuovo convento era stato pure concesso di “associare cadaveri tanto soli quanto con altro convento tanto nella chiesa propria quanto in altra chiesa di Religiosi o Preti”, senza che si pagasse la tassa sul funerale al parroco o ai frati Osservanti, in sostanza.

L’autorizzazione era stata immediatamente sfruttata. Nei registri parrocchiali conservati nell’archivio della Basilica di San Giovanni, infatti è segnato il primo defunto sepolto “a San Francesco di Paola”: si tratta di “Maddalena moglie di don Domenico Spataro, di anni 35”, morta il 1° agosto 1683: possiamo pertanto considerare questa data come prova della compiuta esistenza del nuovo convento.

Ma ai padri francescani era stata data anche “la facoltà di potere domandare elemosine”. Ciò, assieme al diritto di sepoltura nella loro chiesa e convento, provocò il nuovo ricorso contro di loro: in pratica alla mensa delle entrate per funerali ed elemosine si era seduto un altro convitato. Ma anche stavolta le proteste degli oppositori furono vane. Il 29 luglio 1690, il presidente del Tribunale della Regia Monarchia di Sicilia, il dr. don Gregorio Solorzano y Castillo, preso atto che al 15 luglio 1690 abitavano nel convento “sopra loro terra dodeci religiosi giusta la dispositione delle bolle pontifice”,  ordinò che i padri Minimi non fossero né “inquietati” né “perturbati” nella loro “gestione” dei funerali e  fossero liberi di raccogliere come mendicanti le elemosine in città e nel territorio. E inoltre che i parenti dei defunti non fossero costretti in nessun modo a pagare altra tassa al clero della città, se non volevano. In sostanza tutta la lite era stata per gli interessi: “tutta a sciarra è ‘ppa cutra”, come si suole dire.

Superato questo momento difficile, il convento è nel pieno del suo funzionamento, con ben dodici padri. Il convento risulta godere anche dell’”esenzione di pagare la quarta canonica alla mensa Vescovile Siragusana, che paga questa Diocesi sopra li legati pij, stante la bolla d’Urbano Ottavo esecutoriata in Palermo sotto li 7 maggio 1640”. Ecco il motivo per cui la Curia si era opposta: il già ricco convento (che sarebbe diventato di lì a poco ricchissimo) non pagava la quarta canonica spettante al Vescovo!

In merito al termine “associamento”, Pitré scrive che “quando moriva uno della maestranza, figlio o figlia, il console o i consiglieri erano obbligati, su’ fondi sociali, di mandare l’associo, che era una o più comunità religiose, far celebrare un numero di messe nella cappella del santo patrono, seppellire con associazione de’ maestri il morto, far le spese funebri”. Costume affermato lì dove esistevano le corporazioni, a Vittoria si deve presumere che il termine intendesse riferirsi al ruolo delle confraternite nei funerali. Pitré poi aggiunge che a volte gli antichi curati esigevano abusivamento una tassa su ogni funerale, “per apprestare una ricca coltre di loro proprietà”, cosa spesso respinta dai parenti per la sua esosità, usanza che ha dato origine al proverbio sopra citato.

Il timore degli Osservanti (che d’altra solo da poco avevano riavuto il convento della Grazia, abolito dal Sommo Pontefice) non era infondato: San Francesco di Paola, pur non ancora completo, attirava donazioni su donazioni.

Nello stesso 1690 risulta percepire un censo di tarì 27 e grana nove l’anno su una chiusa in contrada S. Placido, in cambio di tante messe.

Un’altra donazione riguarda un censo sopra sei tumoli di terra in contrada “delli Catalani qf. con terre chiamate delli Maritaggi”, pagato dal “cappellano della Venerabile Cappella di S. Giacomo esistente nella Ven.le Matrice Chiesa e lasciato da Nicola lo Nanfaro il 19 giugno 1691.

Per atto del 27 giugno 1692, il convento percepisce dagli eredi di Vincenzo Sinatra tarì sei su una salma e otto tumoli di terre nella stessa contrada.

Paternò scrive che superate le controversie, poiché il convento non si costruiva, il vescovo di Siracusa nel 1692 dovette intervenire per spronare i frati. Niente di tutto ciò risulta dalle carte, e comunque Paternò ritiene che la costruzione fosse stata fatta nell’area della attuale via Magenta all’angolo con la via Ruggero Settimo e dice di ignorare per quale motivo poi quella costruzione fu abbandonata. Sbloccata la situazione e completato il nuovo convento, l’ospizio non aveva più motivo di essere. Infatti nel 1690, quando si concluse la vicenda della contestazione degli Osservanti, nel nuovo edificio  vivevano già dodici frati.

Una spiegazione per l’abbandono definitivo dell’Ospizio potrebbe venire dai danni causati dal terremoto dell’11 gennaio 1693. Nella relazione del Duca di Camastra, di Vittoria si dice che “ha subito qualche danno nelle case. E’ caduta una chiesa e due conventi”, aggiungendo che si contano 28 morti .

La chiesa è quella di San Giovanni (che in verità fu gravementre lesionata, ma non crollò); quanto ai due conventi uno è quello della Grazia, l’altro non sappiamo se può essere l’Ospizio dei Paolotti, oppure quello nuovo.

…                

10. Il convento di San Francesco di Paola tra il rivelo del 1748 e il 1768.

Nell’immenso rivelo del 1748 (ancora in corso di esame) troviamo numerose pagine dedicate ai beni ecclesiastici e fra questi al nostro convento.

Innanzi tutto al 21 luglio 1748, giorno del rilevamento, vengono registrati come facenti parte della famiglia conventuale:

padre Francesco Gatto, Correttore d’anni 43;

padre Serafino Varella d’anni 52 di Milazzo (il Varella di cui parla La China invece si chiamava Giovanni, morto nel 1743);

padre Gaetano Donato, d’anni 36 di Militello, lettore;

padre Vincenzo Guastella d’anni 35 di Vittoria;

padre Gio. Battista Mazza d’anni 28 di Ragusa.

Chierici oblati erano:

fra’ Salvatore Biazzo d’anni 23 di Vittoria;

fra’ Giuseppe Dragonetto d’anni 32 di Vittoria;

fra’ Francesco Vitale d’anni 36 di Vittoria;

fra’ Salvatore Russo d’anni 28 di Vittoria.

Ignazio Barbuzza, di 22 anni, famulo, cioè servitore.          

Il Correttore Gatto amministrava un immenso patrimonio, accumulato in un secolo, per le donazioni ricevute e gli investimenti fatti. Nel 1748 infatti il convento possedeva più di una trentina di immobili, sparsi in vari quartieri di Vittoria e a Scicli, più un’altra trentina di appezzamenti di terreni (chiuse), variamente coltivate con vigne, olivi e a frumento, nei territori di Vittoria, Ragusa, Scicli e Modica. In più risulta ricevere onze 14 l’anno (nel 1702 esse erano 20) finanziate sulla “gabella della foglia” (cioè su un’entrata patrimoniale della città di Vittoria), per il mantenimento della famosa scuola di grammatica, con due maestri pagati dal convento.

Le entrate sfioravano le 2.130 onze, che dovrebbero corrispondere a svariate centinaia di migliaia di euro oggi.

Nel 1764 risulta Correttore fra’ Gaetano Busacca (di cui esiste un ritratto), che già nel 1756 appare in un atto come procuratore del convento, in occasione dell’ennesima donazione.

Vari documenti ci illustrano l’elenco delle entrate del convento dal 1762 al 1768. In particolare, su ordine del Tribunale della Monarchia e alla presenza del suo delegato, il sac. don Rosario Ciano, e al sindaco della città di Vittoria, don Baldassare Toro, il Padre Correttore dei Minimi fra’ Gaetano Busacca, succeduto al padre Rosario Cimino (che continua però a svolgere le funzioni di lettore), fornisce il registro delle “limosine raccolte colla cassetta della chiesa e nella città” e dei “Censi enfiteutici e bullali”, a cominciare dal 1762 fino al 1768.

Dall’elenco dei censi, ben 44 si riferiscono a “case e luoghi di case nell’orto e chiusa del convento”, segno che gran parte dei 12 tumoli dei 18 assegnati, era ormai tutto lottizzato.

Nel rivelo compaiono nuove donazioni e nuovi legati, per altre centinaia di messe. Del gruppo del 1748 sono rimasti padre Giombattista Mazza e padre Vincenzo Guastella, fra’ Francesco Vitale, fra’ Ignazio Barbuzza: nuovi sono invece, oltre a padre Busacca, il padre lettore Antonio Cimino, il padre lettore Filippo Sallemi e fra’ Giombattista Nicosia.

Fra i beni, tra l’altro, compaiono 32 migliara di vigne a Cicchitto e 9 in contrada Mazzara, da cui si pagano ben 245 messe; e una chiusa in contrada Critazzi e un tenimento di case nel quartiere di San Francesco stesso.

Nel 1762 il registro annota che anziché ricevere 20 onze sulla “gabella della foglia” per il mantenimento della scuola di grammatica, l’Università ne dà  12.12.    

Nel 1771 il convento paga alla Corte di Modica salme 3, tumuli 14 e mondello 1 di frumento sopra beni posseduti in varie contrade, fra “della Croce oe Comuni delli Mendolilli”, del “Passo del Pero”, “Scalonazzo seu Fanello”, “San Placido seu della Corte”, “Scalunazzo seu Cicchitto”, ad ulteriroe prova che le terre Comuni occupavano la fascia verso Scoglitti alla periferia della città.

Le donazioni, anche se fortemente rallentate, continuano fino ai primi decenni dell’Ottocento. Dal 1791 al 1805 risulta Padre Lettore il rev. don Giombattista Scalone, che nella qualità di procuratore del Convento riceve in donazione ben 7 case, di cui 3 nel solo 1805, “nel quartiere della chiesa di S. Paolo e contrada del Convento Vecchio”.

La città che si affaccia al nuovo secolo è quasi la stessa del 1748, anzi i riveli registrano un minor numero di abitanti. Nel primo cinquantennio del secolo, Vittoria ha raddoppiato la popolazione, passando dai 5669 abitanti del 1714 ai 10000 rivelati nel 1748. Nel secondo cinquantennio però l’incremento demografico appare vicino allo zero, non riuscnedo la natalità a colmare i vuoi di un’altissima mortalità.

Eppure era stato un cinquantennio di ulteriore crescita. Nel 1763 si era finalmente conclusa la lunghissima lite territoriale con Chiaramonte per il possesso di vaste contrade coltivate a vigneto, mentre la fama dei suoi vini era giunta lontana, come testimonierà Paolo Balsamo prima nel 1792 e poi nel 1808.

Ma il nostro convento fu costretto, in quel periodo, a combattere una dura lotta per difendere un giusto principio.

11. La questione delle venti onze per la scuola di grammatica.

In una Vittoria in cui ad opera di don Francesco Molé commissario dell’Inquisizione e di don Enrico Ricca arciprete parroco, erano stati fondati due Collegi di Maria, scoppia nel 1740 il caso della scuola di grammatica dei frati paolotti. La vicenda si dipana dal 1740 al 1793 e parte dalla famosa assegnazione delle venti onze decisa dal Consiglio Civico il 19 marzo 1679 “nemine discrepante” (cioè senza alcun voto contrario) in previsione della fondazione del nostro convento per il mantenimento dei frati “acciò possano vivere con decoro di veri religiosi” con l’obbligo “che li sopradetti PP. dovessero tenere in d.o Convento seu Colleggio Scuola di Grammatica ad effetto di ammaestrare li figlioli di questa Terra”.

Nonostante il Padre Correttore dei Minimi, nella sua supplica al Viceré Caramanico nel 1793, affermi che “per un secolo il detto Convento avea esatto le sudette onze 20”, ciò non era sempre stato vero.

Se nella giuliana che inizia dal 1672 troviamo registrata l’entrata delle venti onze finalizzate al mantenimento della scuola sin dal 1679, e la stessa cosa nella giuliana del 1702, dell’erogazione non c’è traccia nel bilancio comunale del 1714, se dobbiamo prestare fede al “Revelo delli Giurati” fatto in quell’anno da don Pietro Saverio di Marco, don Biagio Toro, don Francesco Ottaviano e don Francesco Terlato”. Nel vero e proprio bilancio tracciato delle entrate e delle uscite, non figura minimamente l’erogazione delle 20 onze ai padri paolotti. L’Università traeva allora la maggior parte degli introiti da tre gabelle: quella sul macino, sui salumi, sulla “bonatenenza”, cui erano obbligati i proprietari “esteri” di terreni in territorio di Vittoria.

Se quindi nel documento del 1740 si scrive che “fondatosi il Convento se li sono sodisfatti le onze venti” e che nel prosieguo degli anni ciò non si era più verificato, l’affermazione deve riguardare un periodo successivo al 1702 e precedente il 1714. Inoltre nel memoriale inviato al Viceré Corsini nel 1740, probabilmente dal Correttore Giovanni Varella, si legge che “venendo meno le gabelle spettanti all’Università” e continuando però i paolotti a mantenere in vita la scuola, i padri avevano fatto ricorso al Viceré nel 1724. Probabilmente, stanchi di aspettare che il Comune assicurasse quanto promesso, i Paolotti si erano decisi a rivolgersi alle autorità superiori (non dimentichiamo che sono anni tempestosi, con il passaggio della Sicilia dalla Spagna prima ai Savoia, poi agli Austriaci e infine all’Infante di Spagna Carlo di Borbone, dal 1734). Per cui il Tribunale del Real Patrimonio, data ragione ai frati, nel 1724 aveva ordinato “che le onze venti dovuti di anno in anno alli Religiosi Minimi se li pagassero sopra la gabella della foglia, che si suol vendere nella Piazza introdotta dalli forestieri convicini”. Si trattava di una tassa sulla verdura portata nel mercato di Vittoria dai paesi vicini, soprattutto da Comiso.

Ma l’introduzione della nuova tassa aveva danneggiato il commercio e fatto aumentare i prezzi delle verdure in tutto il territorio di Vittoria “in modo tale che la sudetta gabella non frutta che sole onze dodici in circa annuali”.

Pertanto, l’Università erogava ai frati solo ciò che percepiva, somma che essendo al di sotto del dovuto metteva in discussione il sostentamento dei frati. Per cui il 4 gennaio 1740 i frati avevano chiesto che si integrasse il mancante della gabella della foglia “con un supplimento” a carico della città, al fine di non far venir meno la scuola. In cambio “il Glorioso Patriarca San Francesco di Paola” avrebbe interceduto per il Viceré ottenendogli “una lunga serie di anni” da vivere, mentre i frati non avrebbero trascurato di “priegare per la salute ed augumento della sua Grandezza”…

Poste così le cose, il 10 marzo 1740 il Viceré Corsini aveva ordinato ai Giurati dell’epoca che, tenuto il solito Consiglio, deliberassero che ogni qual volta le entrate della gabella della foglia fossero inferiori alle 20 onze annue, essendo un beneficio pubblico il mantenimento della scuola, integrassero con una tassa, “escludendo d’essa li poveri, e miserabili”. Ciò doveva essere eseguito da allora innanzi dai Giurati presenti e futuri, senza dare motivo di nuovo ricorso ai frati. Tale disposizione dopo il 1740 fu rispettata, come si constata nel bilancio del 1748, in cui i Giurati don Guglielmo Paternò, don Carmelo Fatuzzo, don Arcangelo Mazza e il dr. Mario Occhipinti, nella parte dell’”esito”, segnano “onze 20…per salario delle scuole [che] mantiene il Convento di S. Francesco di Paula in virtù di dispaccio dato in Palermo sotto li 28 marzo 1740”. Stranamente però nel loro rivelo i Minimi scrivono al punto 56 degli introiti: “Esige ogn’anno onze quattordeci dall’Università di questa Città e della Gabella della Foglia, come per dispaccio di S.E.[il Viceré] si vede, per mantenimento di scuola”. Evidentemente si erano messi al sicuro, annotando le entrate effettive.

Nel rivelo del 1769 (Correttore padre Gaetano Busacca), si fa riferimento alle dichiarazioni dal 1762 al 1768. Nel punto 135 delle entrate del 1762 si legge: “da questa Università si pagano al Convento onze duodeci e tarì duodeci sopra la gabella della foglia, benché dovesse pagare onze venti annue al Convento per ragion di fondazione, come per dispaccio Vicereggio si vede sotto li 9 Giugno 1679 molto più che il Convento sudetto sta mantenendo Scuola di Grammatica per beneficio del Puplico; dalla quale somma si pagano onze sei al Maestro della sudetta Scuola”. Vista la riduzione delle entrate, i frati potevano mantenere un solo maestro però…  

Tale entrata è comunque assicurata anche negli anni successivi, onza più onza meno, fino però al 1777.

Quell’anno infatti di nuovo i Giurati sospesero il pagamento e chiesero al Viceré “non doversi pagare al Convento dette onze 20, poiché non adempivasi dalli RR.PP. gli oblighi indossavano in detta assignazione”. Il Viceré, tramite il Tribunale del Real Patrimonio, ordinò ai Giurati che nelle more della decisione, le somme maturate fossero depositate e nello stesso tempo chiese ai Minimi se avessero adempiuto agli obblighi secondo la deliberazione del 1679. I padri del convento assicurarono che la scuola era in funzione e quindi il 27 aprile 1778 il Viceré ordinò ai Giurati di pagare. Ma i Giurati fecero orecchio da mercante, affermando che per ordine del re Ferdinando i Minimi erano di già obbligati ad aprire la suddetta scuola. Il Correttore padre Giuseppe Gulino quindi chiedeva al Viceré che essendo le venti onze “quasi una dote [dal Convento] ottenuta dalli Giurati di quel tempo” si degnasse confermare la decisione del Tribunale emessa.

Per cui il 16 dicembre 1781 il viceré marchese Caracciolo dava disposizione ai membri del Tribunale “che non dobbiate permettere di farsi la menoma novità su tale assonto, anzi che dobbiate pagare la detta somma di onze venti annuali al dì corrente senza replica”.

Conseguentemente il 18 fu emanato l’ordine ai Giurati di non molestare né inquietare per nessun motivo il Convento e di pagare la somma maturata.

Ma purtroppo per il Convento non era finita.

Infatti i Giurati don Sisto Magno Ventura e don Francesco Porcelli, agli inizi del 1790 si opposero alla firma del mandato, ma il 18 aprile arrivò il solito dispaccio vicereale perché scucissero le somme. Ma non c’era stato niente da fare. Infatti i Giurati continuarono a non pagare, “sulla pretesa di voler non già una scuola di grammatica, ma una publica scuola normale quandocché a tenore della riferita fondazione non è obligato il sudetto Convento a secondare il genio delli Giurati”. Per cui, non essendo giusto che il Convento non percepisse le somme, tanto più che la scuola continuava a funzionare, il Correttore chiedeva il solito ordine rivolto ai Giurati, perché pagassero “l’attrassi di dette onze venti all’anno, e che d’oggi innanti non ritardassero più il pagamento delle medesime al detto Venerabile Convento, colle quali principalmente si sostiene, poiché con quest’obligazione fu fundato”.

Il Viceré Caramanico intimò ai Giurati di pagare, “non appartenendo a detti Giurati dire che non han bisogno di scuole!”.

La questione sembra chiudersi così definitivamente, anzi il convento ottenne anche altro, come leggiamo nella giuliana all’anno 1797: “Gode pure il convento di esigere tt. otto per ogni religioso da questa Università per ragione di scassato come per dispaccio viceregio sotto li 13 febrajo 1797”.

Probabilmente la scuola funzionò fino a quando, dopo l’abolizione della feudalità nel 1812 e il trasferimento di poteri ai Comuni nel 1818, non divenne obbligo comunale provvedere all’istruzione elementare. Però il convento continuò a garantire (come scuola privata) l’istruzione elementare, come è dimostrato da un prospetto inviato nel 1842 dal sindaco alle autorità superiori, in cui è citato anche un “padre Francesco Riggio, paolotto” insegnante nella scuola primaria di grammatica.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.