Tra le monografie sulle chiese di Vittoria, non poteva mancarne una su San Giuseppe, che dovremmo definire “il nuovo”, in quanto la vecchia chiesetta di San Giuseppe (anteriore al 1648 ed esistente all’inizio dell’attuale via Bixio),  di cui oggi si intravede un ambiente sotterraneo, era stata inglobata come chiesa prima del Conservatorio poi del Monastero di Santa Teresa.

La nuova chiesa, di cui si parla sin dal 1680 fu realizzata negli anni ’80 del Seicento (già nel 1686 risulta una donazione), nell’area occidentale della città, in un quartiere chiamato ancora nel 1714 anche di San Domenico (denominazione poi sparita). Curiose le vicende del luogo, acquistato da don Enrico Ricca nel 1732. Era accaduto infatti che un ricco abitatore di Vittoria, un certo don Giuseppe Gallo, alla fine degli anni ’20 del Settecento aveva venduto un palazzo ai fratelli don Giuseppe e don Vincenzo Ferreri di Comiso, che gli avevano pagato la prima rata del prezzo pattuito (100 onze su 400). Ma dopo un anno di abitazione in detto palazzo con la loro famiglia, i due fratelli avevano deciso di rinunciare all’acquisto perché il palazzo era infestato da “spiriti immondi”: infatti si erano osservati -si diceva- strani segni e uditi strepiti notturni. Insomma, non essendo abitabile per la paura il palazzo, i Ferreri si rivolsero al Tribunale della Santissima Crociata  a Palermo per rescindere il contratto e far condannare Gallo alla restituzione della prima rata. Nelle more della pronuncia della sentenza, amici comuni intervennero a convincere i Ferreri che l’esito della causa così motivata era incerto, per cui addivennero ad una transazione con Gallo. A quanto possiamo dedurre i Ferreri persero i soldi ma ottennero di rescindere il contratto; Gallo rientrò in possesso del palazzo che così alla sua morte fu venduto dalla vedova a don Enrico Ricca.

La realizzazione del nuovo Conservatorio accanto alla nuova chiesa di San Giuseppe, fu causa di gravi scontri con don Francesco Molé (costruttore del primo Collegio di Maria a San Biagio) e Commissario della Santa Inquisizione a Vittoria ed in seguito fortemente ostacolata dalla politica del nuovo re Carlo III di Borbone, che dal 1738 intese impedire la nascita di nuove istituzioni religiose. Ottenuto nel 1768 il riconoscimento formale, il monastero dopo il 1867 fu destinato ad edificio scolastico e tale rimase la sua destinazione per circa 100 anni. Al suo costruttore, l’arciprete don Enrico Ricca, uno dei maggiori protagonisti della storia di Vittoria nel Settecento ho dedicato un’ampia parte della monografia sulla famiglia Ricca di cui parleremo in seguito…

Ecco l’indice:

  1.La chiesa oggi.

  2.La chiesa di San Giuseppe nella tradizione storiografica.

  3.La chiesa ed il quartiere di San Giuseppe dalla fine degli anni ’80 del Seicento al 1748.

  4.Donazioni pie e patrimonio della chiesa di San Giuseppe fino al 1748; vicende successive (1755-

     1767).

  5.L’arciprete don Enrico Ricca, don Francesco Molé e i Collegi di Maria.

  6.La costruzione del Conservatorio (1732-1737).

  7.La dotazione, la richiesta formale di erezione di un Monastero ed il rivelo del Conservatorio  

   (1744-1748).

  8.Il riconoscimento formale a Roma e a Palermo (1749-1751).

  9.Sette anni amari (1761-1768).

10.Finalmente giustizia!  

11.Il testamento di don Enrico Ricca. I suoi eredi contro la sua creatura (1785-1793).

12.Gli ultimi anni di vita del Monastero (1789-1867).        

13.I locali di San Giuseppe e le scuole dal 1883 agli anni ‘50.

3.La chiesa ed il quartiere di San Giuseppe dalla fine degli anni ’80 del Seicento al 1748.

Prima del 1691: questo dice La China sulla costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe, basandosi sulla scritta che campeggia dell’antica campana maggiore, oggi custodita nella sacrestia. A Vittoria però esisteva anche un’antica chiesa di San Giuseppe, in funzione dal 1648 (quando vi furono seppellite alcune persone morte “di fame” e di cui si parla in  una donazione nel 1664, fatta da mastro Francesco Hodierna al convento della Grazia), che sorgeva come sappiamo al limite meridionale della piazza del Castello, dove oggi comincia la via Bixio ed in seguito divenne la chiesa del Monastero di Santa Teresa . La prima notizia sulla nuova chiesa di San Giuseppe è contenuta in un atto notarile del 18 novembre 1681, in cui un certo Natale Criscione nel suo testamento «legò e lega alla Venerabile Chiesa di San Giuseppe…un migliaro di vigna di quelle migliara quattro e mezzo…nella contrada dello Craparo…dalla parte della vigna di Giuseppe Carfì dove sono piantati alcuni piedi di albicocchi ». Dopo la morte del testatore, il ricavato annuo della vigna doveva essere impiegato dai procuratori della esistente chiesa di San Giuseppe «per la fabbrica della nuova chiesa da costruire…e questo per Dio e l’anima sua e perdono dei suoi peccati…».

Ma quale era il nome della contrada in cui probabilmente alla fine degli anni Ottanta del Seicento sorse la nuova chiesa di San Giuseppe? La zona era quella detta del Canale, un torrente che confluiva nel fiume di Cammarana: ancora oggi, una larga striscia di terra delimitata a nord dalla collina detta Colledoro, a sud dall’Orto del Crocifisso, cioè le pendici del rilievo di Grotte Alte su cui si stava edificando Vittoria. Le contrade che da Comiso si susseguivano lungo la valle verso Cammarana erano: Giardinello (con concessioni di terre almeno dal 1570), Castellazzo (dal 1570), Passo Piro (o del Pero poi erroneamente Passo Ippari, già coltivata prima del 1567), Gurgo della Lamia, sul pianoro. A queste contrade, nel 1588, si aggiunsero le seguenti: Puzzo di Scorcio e Cozzo della Tana della Lupa, assegnate ai fratelli Paolo e Filippo Custureri. La zona del Canale era nota anche come vallone del charamidaro, che sorgeva ai piedi del Colledoro  (forse proprio Cozzo della Tana della Lupa?), costruito da Paolo Custureri e già in uso nel 1608. La valle era percorsa dalla strada che da Comiso portava a Cammarana e subito dopo il vallone, proprio ai piedi del rilievo dove stava sorgendo la nuova Terra, esisteva un’antica biviratura, che in seguito divenne una delle fonti di approvvigionamento idrico della popolazione, poi detta “fonte del Canale”. Dai documenti dei riveli dal 1616 in poi apprendiamo che la contrada Pozzo di Scorcio era chiamata anche Critazzo/Critazzi o Pozzo di Mezzasalma o Costa del Canale (dove dal 1614 furono realizzati un secondo ciaramiraro ed una conceria). La zona detta Critazzo, di cui Paolo Custureri era enfiteuta arrivava dalla costa fino all’attuale Piazza del Popolo (infatti il convento della Grazia ebbe in seguito l’uso di un orto adiacente sito in contrada Critazzi) e comprendeva tutta l’area fino al passaggio a livello della strada per Comiso, cioè tutta la vasta zona che dal 1680 in poi assunse il nome di contrada Maritaggi. Probabilmente  nell’attuale depressione del quartiere Forcone è da situare la grande palude detta prima Gorgo della Lamia e poi Gorgo o Lago della Bordoneria (prosciugata nel 1835), forse confinante con Fossa delli Tauri, contrada concessa anch’essa a Custureri, nel cuore di Boscopiano. Da quel che possiamo immaginare, la nuova chiesa di San Giuseppe dovette sorgere ai piedi delle piccole alture a fianco del Colledoro (sventrato in parte nel 1849 per aprire l’attuale via Garibaldi), nei pressi della trazzera che dalla valle portava verso Terranova (l’attuale via Castelfidardo, antica strada della Senia di Foti). Oltre San Giuseppe, che si affacciava sulla via del Canale (oggi Gaeta), si apriva la contrada chiamata San Placido, che arrivava fino all’attuale passaggio a livello della strada per Acate, a confine, verso occidente con la contrada Saccuni poi chiamata Surdi, cui seguivano Pozzo Bollente e Pozzo Ribaldo, attraversate da antiche strade già note a fine Quattrocento  che risalendo dalla valle andavano verso il mare a sud e verso Terranova a occidente.

Dunque la chiesa di San Giuseppe sorse per popolare la zona dietro la Grazia, verso settentrione, nei pressi della importante via che dalla valle portava a Biscari e a Terranova.

Degli anni in cui si decise di costruirla, abbiamo alcuni documenti, quali il rivelo del 1682 che è purtroppo incompleto ma cui sono allegati centinaia di atti notarili che ci indicano che già ai primi degli anni Ottanta il complesso delle terre attorno all’attuale Ospedale Civile era così denominato: Maritaggi o Maritaggi di Custureri, Celle (è la prima volta che ne compare il nome), Critazzi/Cretazzi, Costa del Canale . Ai limiti di queste terre, verso occidente, sorse la nuova chiesa, in asse con l’attuale via Ruggero Settimo. Siamo in una zona periferica, ancora piena campagna, ma già con chiare indicazioni urbanistiche attorno a nuclei fissi: le nuove chiese ad occidente. Infatti, nel rivelo del 1682, accanto ai quartieri del Castello, San Giovanni (futuro quartiere della Trinità), Piazza (attuale Piazza Ricca), San Giuseppe (poi Santa Teresa), San Vito, Sant’Antonio, San Biagio, San Francesco di Paola e Grazia (il più popoloso), troviamo i nuovi quartieri di San Paolo e San Domenico, ad occidente dell’abitato. Se è facile individuare il quartiere di San Paolo, un po’ complicato è stato individuare il quartiere di San Domenico seu delli convitta, termine che indicherebbe una struttura religiosa di cui finora ignoravamo l’esistenza, anche se purtroppo nulla ne sappiamo. Un’indicazione sull’ubicazione del quartiere San Domenico, ci viene dal rivelo del 1714, quando esso è chiamato anche “Grazia”  o “San Giuseppe”, mentre nel 1748 appare distinto da quello di San Giuseppe. La città che si registra nel rivelo del 1748 ha 3.500 abitanti in più rispetto al 1714, superando i 9.000. In 30 anni la cittadina è infatti passata da 5669 a 9072 abitatori. Il rivelo è completo ed è una immensa ed ancora solo parzialmente esplorata fonte di notizie. Per quanto riguarda la zona che ci interessa, compaiono nuove denominazioni, così individuate secondo l’oritentamento da nord-ovest (in grassetto le nuove denominazioni riscontrate): Bittalemi/Santa Maria di Bettelemme [Betlem] , Cozzo dell’Oro , Maritaggi , Canale seu Maritaggi/Costa del Canale, contrada del Santissimo [Crocifisso?], fuori la città, Grutti auti , Santissima Trinità, …San Domenico/fuori le mura, … San Paolo/Sant’Isidoro/dietro li mura, San Giuseppe/fuori la città, Senia/fuori li mura della città.

La completezza del rivelo, come dicevo, ci dà una massa enorme di notizie. A Betlem è registrata solo una casa. La dizione extra moenia (scritto in vari modi), affianca contrade e quartieri come Cozzo dell’Oro (fuori li mura o vicino li muri o attaccato alli muri), il Canale (vicino li mura o dietro li mura), San Giuseppe (extramenia o fuori la città, in italiano), San Domenico (fuori le mura, in italiano) , San Paolo/Sant’Isidoro (dietro li mura), Senia (fuori il muro della città o fuori li mura), San Placido (vicino li mura). La distinzione dei quartieri a seconda che fossero vicini o fuori le mura è dovuta al fatto che già nel 1714 risulta costruita una cinta daziaria, che sembrerebbe escludere la zona della Croce e lasciare fuori la Senia (via Castelfidardo) ed i quartieri di San Paolo e San Giuseppe.

Sulla conformazione dei luoghi e la consistenza delle costruzioni, questa in sintesi la situazione. Dopo l’Orto del Crocifisso (che occupa la parte sud, scoscesa, del Canale), abbiamo il cosiddetto Vallone di m.ro Simone Toro (fabbro, antenato del barone Toro), attraversato da una strada pubblica. Complessivamente, in questa zona periferica, tra la cittadina e la campagna, abbiamo 12 rivelanti , 22 case (di cui 19 ad un corpo, 1 a due corpi, 1 a tre corpi, per complessivi 24 corpi), due orti ed il  trappeto Custureri . Nel Canale sappiamo che esistevano due ciaramirari., di cui uno ancora dato in gabella nel 1740, mentre l’altro era in disuso. Nel rivelo di Francesco Cicerone leggiamo infatti che al Canale possiede un tumolo di terra a conf. con terre di don Stefano Battaglia e che «un tempo in detto terreno si facevano chiaramidi», ma dal 1736 «per la presenza d’acque divenne inerto e inutile ad usu di far chiaramidi e a seminarsi stante che nel mezzo di detto terreno nominato chiaramidaro vi è situata strada pubblica con grande canaluni d’acqua». Cicerone vi pagava un’onza al Conte senza percepirne nulla.

Ad occidente, il quartiere attorno alla chiesa di San Paolo è a volte denominato anche Sant’Isidoro . Non registrato nel 1714, nel 1748 il quartiere di San Paolo (o di Sant’Isidoro) è già popoloso, segno della continua espansione della cittadina verso occidente. Le case sono entro la cinta daziaria, ma oltre le mura le terre sono già pronte ad essere edificate ed appartengono in gran parte a donna Framilia  Rivadeneyra, ved. di don Saverio di Marco. I rivelanti sono in numero cospicuo: 221, mentre le case sono 275, con 2 trappeti (di proprietà del sac. don Giovanni Antonio Catalano, però non funzionanti a causa di una sorgiva). Anche in questo quartiere le case da 1 a 3 corpi sono la stragrande maggioranza: 257 (il 93,45%). Due le case grandi (una delle quali è dell’onnipresente donna Carmela Giangreco), 13 le case di media grandezza (da 4 a 6 corpi), una a 7 corpi (di don Paolo Quarrella, forse nell’attuale via Ruggero Settimo all’ang. con la via Bixio), una a 8 corpi (di m.ro Pietro Inghilterra) e una a 9 corpi (del sac. don Giacomo Cicerone). Numerosi, come dovunque, gli orti.

Ma veniamo ora al famoso quartiere di San Domenico seu delli convitta, così chiamato sin dal 1682. La continuità tra il quartiere di San Paolo e quello di San Domenico è data dal fatto che anche qui donna Framilia Rivadeyra ved. di Marco possiede molte terre edificabili . I rivelanti sono 76, gli immobili dichiarati 82. La casa più grande è in 7 corpi, appartenente a tale Filippo Interi. Possiamo individuare questo quartiere negli isolati che oggi sorgono tra la via La Marmora (San Paolo), via Bixio, via Carlo Alberto, via Cavour, via Principe Umberto, Giacomo Matteotti e Castelfidardo, da dove inizia il quartiere di San Giuseppe. Il quale quartiere nel 1748 è secondo per abitazioni dopo quello San Francesco. I rivelanti sono 328, gli immobili dichiarati ben 406. Inoltre vi sono un fondachello (di don Gabriele Catalano), 7 tra magazzini e dispenze, 4 trappeti, un’aromataria (della famiglia Catalano) e soprattutto il grande Conservatorio, cioè il Collegio della Sacra Famiglia fondato da don Errico Ricca a cominciare dal 1734. La creazione di don Errico Ricca possiede anche varie chiuse ed orti, fra cui uno «di 3 mondelli con beccheria» . Essendo un quartiere anch’esso popolare, la stragrande maggioranza delle case è da 1 a 3 corpi: sono ben 388 su 406, cioè il 95,56%. Due sole le case grandi, a 9 corpi e almeno quattro le sopraelevazioni. Le case a 9 corpi sono una del dr. don Arcangelo Mazza, l’altra di tale Ignazio Mauceri. I trappeti sono: uno di don Francesco Aparo , uno di donna Carmela Giangreco (sempre lei!), il terzo del sac. don Modesto Mazza (che ha anche 4 magazzini oltre la cinta daziaria), il quarto degli eredi Migliorisi.

6.La costruzione del Conservatorio (1732-1737).

Paternò e La China accennano in modo confuso ed errato all’acquisto del palazzo Gallo, concordando solo sulla presenza degli spiriti…

Nonostante in seguito don Enrico Ricca farà scrivere che il suo Collegio di Maria era stato iniziato sin dal 1732, dai documenti invece risulta che maturò l’idea a poco a poco. Ecco come si svolsero i fatti. Tutto partì da don Giuseppe Gallo , che alla fine degli anni ’20 del Settecento aveva venduto  un palazzo ai fratelli don Giuseppe e don Vincenzo Ferreri di Comiso, che gli avevano pagato la prima rata del prezzo pattuito (le onze 100 su 400 di cui parla La China che però rappresenta Gallo acquirente e i Ferreri venditori, quando invece fu il contrario). Ma dopo un anno di abitazione in detto palazzo con la loro famiglia, i due fratelli avevano deciso di rinunciare all’acquisto perché il palazzo era infestato da spiriti immondi: infatti si erano osservati -si dice- strani segni e uditi strepiti. Insomma, non essendo abitabile per la paura il palazzo, i Ferreri si rivolsero al Tribunale della Santissima Crociata  a Palermo per rescindere il contratto e far condannare Gallo alla restituzione della prima rata. Nelle more della pronuncia della sentenza, amici comuni intervennero a convincere i Ferreri che l’esito della causa così motivata era incerto, per cui addivennero ad una transazione con Gallo: A quanto possiamo dedurre i Ferreri persero i soldi ma ottennero di rescindere il contratto; Gallo rientrò in possesso del palazzo. Subito dopo, morto don Giuseppe Gallo, ed avendo la vedova Antonina Lo Monaco  sua erede universale rinunciato, gli eredi a lei subentrati cercarono di vendere il palazzo ma nessuno né di Vittoria né forestieri volle comprare l’edificio, che nel frattempo deperiva. Dopo un anno di inutili tentativi, alcuni degli eredi  pregarono e fecero pregare don Enrico Ricca perché acquistasse le loro quote e fosse creata un’opera pia a Dio dedicata che togliesse l’infamia all’edificio. Don Errico accettò ed in data 5 febbraio comprò 9 porzioni del palazzo per onze 138.13.2, con l’impegno a realizzare l’opera pia entro sei anni e con la clausola che in caso di mancata realizzazione o di uso profano o personale del palazzo, la vendita fosse nulla. Il 2 aprile 1732 don Enrico acquistò altre 2 porzioni del palazzo, per onze 30.23 ed infine il 13 novembre 1732 le ultime due porzioni, per il prezzo di onze 30.22: in totale don Enrico spese onze 200.28.2. mentre nei primi due atti si parla di una generica opera pia, nel terzo atto si denomina l’opera come Conservatorio dell’Orfani, come si evince dall’elenco degli atti acclusi al rivelo del 1748 . La nuova costruzione risulta sin dal 17 gennaio 1734 destinata al Collegio della Sacra Famiglia, ma ciò non significa, come vedremo, che il Conservatorio degli Orfani non si sia fatto. Nella documentazione successiva, troviamo due note entrambe datate 1734, che dimostrano però l’incertezza della destinazione. Nella prima nota, fatta in ricordo della posa della prima pietra del Collegio della Sacra Famiglia, dopo che ne era stata ottenuta autorizzazione dal vescovo dell’epoca, mons. Matteo Trigona, si legge che il 17 gennaio 1734 si procedette alla posa della prima pietra, quando don Enrico «con una pubblica processione intimò il popolo per assistere…portando egli il Santo Bambino Gesù ed il Rev. Sac. D.e don  Giovanni Scrofano una pietra ed un’altra il Rev. Abbate don Giuseppe Giangreco nella seconda Domenica dopo l’Epifania dedicata al nome SS.mo di Gesù, e Maria SS.ma della Providenza». Il 2 aprile seguente, mons. Trigona così si felicitava con don Enrico:

«Intendo con tutto il compiacimento il buon principio dato al Collegio del Santo Bambino Gesù pella cura delle Donzelle Orfane, e per mezzo del suo zelo indefesso ne spero dal Signore tutto il felice proseguimento, e successo, dovendo Iddio certamente rimunerare le sue fatighe con tutte le prosperità e tranquillità d’animo in questa vita, e la gloria eterna nell’altra; se in tanto devo in qualche cosa servire a V.S.Ill.ma me ne dichiaro dispostissimo…» . Dunque: Collegio per le Donzelle Orfane: qui troviamo in una sola formula ciò che invece prima sembrava diviso.

Dal memoriale di suor Maria Teresa Scrofani, superiora del Monastero della Sacra Famiglia inviato al vescovo di Siracusa ai primi del 1762, apprendiamo che nelle more della costruzione, don Enrico la aveva eletta “Fondatrice dell’Istituto della Sagra Famiglia”, facendola ritirare nel Collegio di Maria in San Biagio «affine di istruirsi, per sapere insegnare le ragazze nella Dottrina Cristiana, ed altri manuali, e poscia passar ein quella casa in San Giuseppe». Mentre fervevano i lavori per la costruzione (finanziati a spese di don Enrico), altri benefattori vollero contribuire all’opera. Tra essi tale don Mario Migliorisi, che donò l’8 febbraio 1736 un pozzo d’acqua perenne, per la cui condotta al Conservatorio m.ro Paolo Giudice e Giovanni Dezio accordarono il libero passaggio nelle loro terre. Completata la struttura, il 15 ottobre 1737 nove fanciulle mantenute dal fondatore entrarono nella casa , costata la somma di 3075 scudi, cioè 1230 onze ed onze 100 per gli arredi.

12.Gli ultimi anni di vita del Monastero (1789-1867).

Poco o nulla si sa ad oggi della vita dell’edificio tra la fine del Settecento e l’anno del trasferimento della proprietà al Demanio dello Stato, nel 1867.

Tra le carte dell’Archivio di Stato è contenuto il rivelo del Monastero fatto nel 1789, dal quale apprendiamo la consistenza dell’edificio all’epoca:

«Una casa grande solarata, o sia Monastero claustrato ed isolato con due dormitori con sue camere e con un camerone per uso delle Educande e di sotto con diverse stanze pelle scuole delle donzelle, sacristia, rifittorio, cucina, dispenza, magazino, ed altre commodità con suoi gisterna giardino… confinante con strade pubbliche, orto, o sia bocceria [italianizzato per vucciria] del dr. don Giobatta Mazza ed altri…» . Seguono le entrate e le uscite, assai ridotte rispetto al 1765. Nel documento infatti compaiono entrate per circa onze 115 (nel 1765 erano 202), con vari censi e solo 42 onze per  i vitalizi di sette suore paganti. Molto ridimensionate anche le uscite, anche se credo che il documento sia incompleto. Oltre ai censi sulle terre di Carosone, Passo del Pero e Boscopiano, sono rilevanti poche altre somme, per un totale di onze 34.29. Mancano tutte le spese per il funzionamento del Monastero, cosa che non poteva mancare, mentre sono presenti in forme assai ridotte pagamenti al cappellano, al sacrestano, al medico fisico, al cavasangue e ad un’unica serva, nonché al procuratore. Soppressa la voce per la festa della Presentazione, celebrata nel 1765 a spese del Monastero il 2 febbraio, giorno della Candelora e compare solo il pagamento di tarì 15 alla Ven.le Cappella di San Francesco Saverio. Nella Nota di tutte le feste, che si celebrano in tutte le chiese parocchiale e filiali di questo Comune di Vittoria, redatta al tempo dell’arciprete don Giombattista Ventura (1799-1827), le feste celebrate nella chiesa di San Giuseppe erano le seguenti:

«a 25 gennaro

Festa della conversione di S. Paolo  Appostolo, con pochi lumi…

Domenica di Sessagesima esposizione del Quarantore…

a 19 marzo

Sollennità del Patriarca S. Giuseppe, colla limosina della Congregazione sotto detto titolo, e qualche piccolo soccorso del publico…

a 21 novembre

La Festa della Presentazione al Tempio di Nostra Donna a spese del Collegio di sopra, ossia di S. Giuseppe».

La China riferisce del grande sviluppo del Monastero, calcolando a 45 il numero delle collegine nel 1802, ma tale numero o crollò negli anni seguenti o risulta alquanto esagerato, perché nel 1813, al momento di assegnare lo scasciato, cioè l’indennità sostitutiva della cessata esenzione dalla tassa sul macinato, nel bilancio approvato dal Consiglio Civico il 1° agosto 1813 così si scrive:

«a n.ro 15 moniali del Monastero di S. Giuseppe per loro scasciato a tarì 15 per una…onze 7.15».

Addirittura poi nel 1832, nel momento in cui, per timore del colera, furono adottate alcune misure, tra le quali la realizzazione di un ospedale per gli eventuali ammalati di colera, fu scelto in un primo tempo proprio il Monastero, chiamato “Collegio di Maria di San Giuseppe”, in considerazione «di esistere in un sito all’estremità della città e quasi isolato e di non esistere in quel collegio che tre sole convettrici, le quali con poco dissesto, e loro incommodo, potrebbero trasferirsi in quella precisa circostanza nell’altro collegio sotto titolo di San Biagio della medesima istituzione». Tale decisione fu però modificata nell’agosto 1835, a favore del convento dei Cappuccini, ancor più isolato. Infatti, non risulta a verità che il Monastero fosse così isolato. Attorno ad esso ormai si era consolidato un grande quartiere, che va dal Canale al Cozzo dell’Oro alla strada per la Bordoneria, attraversato dalla trazzera detta Senia di Foti (l’attuale via Castelfidardo, che a San Placido confluisce nella strada che porta a Biscari e Terranova).

Nel catasto del 1851, il Monastero è censito nella “Lettera D” , che comprende grosso modo la porzione dell’abitato dalla attuale via Cialdini alla via Gaeta ed all’incirca dal vico Beccheria (parte finale dell’attuale via IV Aprile) al vico Pachinello (via Cernaia), compresa tutta la parte oggi del centro lungo le vie Garibaldi (dalla piazza), via Ruggero Settimo (nel catasto via San Giuseppe), via La Marmora (San Paolo) e Fanti (via Grotta). L’allargamento dell’abitato verso San Placido e Biscari è facilitato dalla conformazione dei luoghi, perché lo sviluppo verso Comiso è bloccato dalla collina del Colledoro, che però a cominciare dal 1849 viene sventrata per prolungare la via Dascone (oggi Garibaldi) e farne la direttrice da congiungersi alla nuova strada provinciale per Comiso. Nel  quartiere sono censite 1220 case terrane (il 25,94% del totale) . Il Monastero è ubicato lungo la via Canale (oggi Gaeta) e così risulta registrato:

«Colleggio di San Giuseppe, stanza bassa ad uso di parlatoio al n. 45

Idem, 1° piano corridoio di otto stanze (di cui due dirute) al n. 45

Idem, 2° piano corridoio di tredici stanze (sei inabitabili) al n. 45

Idem, orto secco

Idem, chiesa e sagrestia al n. 46».

Non abbiamo il numero delle stanze, ma sappiamo che esse erano almeno una quarantina.

Il Collegio possedeva poi un palazzello formato da una stanza a pianterreno ed una a primo piano al n. 177 della stessa via. Adiacente al Monastero, al n. 49, il Conte di Modica possiedeva un magazzino. Ma i nuovi tempi seguiti all’Unificazione del 1861, con il bisogno finanziario dello Stato e un forte anticlericalismo, portarono alle leggi che espropriarono la Chiesa italiana di un immenso patrimonio. Tra essi, anche il Monastero di San Giuseppe, trasferito in uso al Comune  nel 1867. I locali furono variamente utilizzati. Così ne scrive La China a pag. 410:

«264-. Successivamente [all’acquisizione] si pensò, dall’Amministrazione Comunale, di destinare a locali scolastici elementari tutto il fabbricato di S. Giuseppe…Però nella facciata di esso Collegio vedonsi ancora murati, in mezzo la fabbrica, gli archi dell’antica casa palazzata di D. Giovanni  Gallo; archi, che anticamente trovavansi anche in qualche facciata di casa palazzata, come sarebbero: la casa del fu Barone D. Girolamo Bertoni (antica casa Giudice) e la casa degli eredi del Sig. Giacomo Carfì, antica casa Toro. In esso locale scolastico adunque, nella parte superiore, trovansi attualmente riunite…tutte le scuole elementari d’ambo i sessi, in numero di ventiquattro…». La China precisa nelle pagine successive che nella parte inferiore dell’edificio nel 1890 funzionavano l’Agenzia delle Imposte e l’Ufficio di Registro.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.