Sì, proprio di “elogio del Vittoriese” voglio parlare e proprio oggi…

Continuando a inserire articoli nel mio blog “storiadivittoria.it”, avevo pensato di pubblicare un testo sull’età del Liberty a Vittoria (1900-1940), ma i fatti recenti mi hanno convinto a pubblicare ora il collegamento ad un altro testo. In poco più di due anni, l’immagine di Vittoria da città laboriosa e intraprendente si è rovesciata in un abisso senza fondo di sconcezze.

Mi permetto pertanto di ricordare il mio “Miti storiografici su Vittoria e i Vittoriesi”, un saggio del 1995, con un’appendice aggiunta dopo, alla luce dell’esame delle carte della lite territoriale con Chiaramonte, da cui nacque l’invenzione del “riaedificetur Camarina”. Magari qualcuno potrebbe imparare qualcosa…

Ecco l’indice:

Introduzione                                         

Capitolo primo:

La storiografia dell’Ottocento                       

1) I debiti e i banditi in Salvatore Paternò e Federico La China

2) La ricchezza “democratica” dell’agricoltura e il primo elogio del Vittoriese in Paolo Balsamo.   

Il paese recente copioso e ricco in Vito Amico                                                    

3) Vittoria Colonna in Federico La China           

4) “Riaedificetur Camerina” in Salvatore Paternò e in Federico La China 

Capitolo secondo:

La storiografia del primo Novecento

5) Vittoria Colonna “alma regale” e i pionieri nella terra promessa, il miracolo economico

e il popolo nella celebrazione del III Centenario nel 1907

6) Il rovescio di un mito: l’impunità ai banditi in Fulvio Stanganelli e Giovanni Barone          

Capitolo terzo

La storiografia nella seconda metà del Novecento

7) Il secondo elogio del Vittoriese o dell’aurea mediocritas in Giacomo Samperisi  

8) Vecchi miti, miti distrutti e miti ritrovati in Giovanni Barone

9) Gli intellettuali e l’invenzione della tradizione. Il terzo elogio del Vittoriese ovvero la fine dell’aurea mediocritas in Giacomo Samperisi                            

10) Il mito della nascita in Neli Mandarà. Vittoria e il suo popolo: luoghi e persone  in Angelo Alfieri                             

11) La fibra degli antichi pionieri, il quarto elogio del Vittoriese e il nuovo miracolo economico nell’invenzione della serricoltura in Giangiacomo Marino 

12) “La razza più laboriosa della Sicilia: il quinto elogio del Vittoriese in Giuseppe Fava 

13) Il mito della critica dei miti in Giuseppe Traina

14) Vittoria come rifondazione del casale Cammarana in Attilio Zarino

15) Storia e curiosità in Gianni Ferraro. La storia senza miti in Giuseppe Raniolo                      

16) Vittoria Colonna da “divinità tutelare greca” a “gran serva di Dio” e “grande madre” in Paolo Monello e in Neli Mandarà

Conclusione                       

Appendice: Vittoria e l'”eredità camarinese”: ovvero l’invenzione del detto                                                “riaedificetur Camerina”

Pubblico alcune parti dell’opera ed in particolare i brani del prof. Giacomo Samperisi, del prof. Angelo Alfieri e del giornalista Giuseppe Fava.

9) Gli intellettuali e l’invenzione della tradizione. Il terzo elogio del Vittoriese ovvero la fine dell’aurea mediocritas in Giacomo Samperisi.

Se difficili erano i tempi per la cultura a Vittoria nell’immediato dopoguerra, le speranze di una rigenerazione dell’Italia erano però immense. Ed anche Vittoria respirava quel clima di fervore e di novità. Se giovani professionisti e intellettuali comunisti e socialisti guidavano la città politica (Alfonso Omobono, Filippo Traina, Rosario Iacono, Ubaldo Balloni, Salvatore Battaglia e numerosi altri), attorno al prof. Giacomo Samperisi si era costituito un vivace nucleo culturale. Samperisi stesso, che ha voluto, come lui stesso dice, fortemente la creazione della biblioteca comunale, è attivo organizzatore di cultura e si fa promotore dal 1946 in poi di una rivista di varia umanità chiamata “La Lucerna” (il nome è significativo), che sarà scuola e palestra di numerosi giovani intellettuali. Per gentile concessione del prof. Arturo Barbante mi è stato possibile prendere visione di due numeri unici dell’associazione turistica Pro-Vittoria, relativi agli anni 1956 e 1957, assai interessanti per il nostro viaggio nei miti della storiografia su Vittoria e i Vittoriesi.

Già dalle pubblicazioni elencate in un piccolo riquadro a pagina 3 del numero unico del 1956, si constata subito come sia Emanuele Jacono che Emanuele Mandarà abbiano trattato con impegno la tematica della tradizione del Venerdì Santo, segno che l’interesse precipuo della cultura in quel periodo era dedicato a questo grande tema di devozione popolare, probabilmente unico soggetto di studio e di analisi, oltre che di divulgazione e di conoscenza.

Sulle Sacre Rappresentazioni a Vittoria tutto è stato scritto da Angelo Alfieri, alla cui opera rimando.

Accanto a quest’antica e affascinante tradizione chiamata “I Parti” troviamo la nuova tradizione del 24 aprile. Ho l’impressione che in questi fogli ormai sgualciti e ingialliti dal tempo stia l’inizio, quella che oserei chiamare l’invenzione della tradizione moderna, la ripresa e la riproposizione nuova della celebrazione della fondazione della città, dopo il Fascismo, che nella vicinanza della data a quella ben più fatale della fondazione di Roma (21 aprile) e nel culto di Vittoria Colonna, alla quale era stata dedicata una statua alla Villa Comunale nel 1938, aveva trovato motivo di enfasi retorica. Una reminiscenza in tal senso è nell’augurio per il natale della città, a firma “la Pro Vittoria”, che così inizia: «Il destino ha voluto che la Tua vita, o Città nostra, si schiudesse d’incanto nel fausto mese di Aprile, come quello della grande madre, Roma…». La Pro Vittoria, sorta a fine 1948, oltre a varie iniziative e sagre aveva già nel 1949 festeggiato l’anniversario della fondazione.

Alla retorica “patriottica”, ancora intrisa dei temi della romanità di fascistica memoria, grazie alla collaborazione di alcuni giovani intellettuali si crea a poco a poco una diversa tradizione. Emanuele Mandarà, Emanuele Jacono, Angelo Alfieri, sotto le protettive ali di Giacomo Samperisi e trova in questo foglio una notevole testimonianza della vivacità culturale della città.

Ed è proprio il preside Samperisi, affiancato da quei giovani intellettuali, letterati e poeti, di cui nel 1930 aveva duramente lamentato la mancanza fra i Vittoriesi a prendere atto del mutamento. Accanto ad una foto di Vittoria Colonna (che dalla foggia cinquecentesca dell’abito è probabile che sia invece la poetessa e non la nostra, ripresa da un volumetto edito nel 1935 dal modicano Grana Scolari), troneggia, di spalla un lungo articolo dal titolo

                                                  Elogio del Vittoriese (30 anni dopo).

«E’ oramai un comune grosso del ragusano, un comune che si affretta, impaziente, verso i 50.000 abitanti, diligenti ed operosi: avidi soprattutto di adeguarsi al ritmo del tempo nuovo, fino alla…tracotanza.

Ne è precipua occupazione l’agricoltura; ma quanto cammino, in quest’ultimi trent’anni! Dalla viticultura, già cospicua sorgente di ricchezza, è passata, via via, -attraverso l’opera infaticabile della trivella e una vigile paziente irrigazione- alla cultura dei primaticci (pomodori, piselli, carciofi, zucchine, agrumi), la cui formidabile produzione riesce ad inondare i mercati nazionali e a raggiungere qualcuno estero.

I commerci e le industrie vi attecchiscono e fioriscono vieppiù e destano, in vari campi, la crescente attenzione del forestiere.

E’ bene se ne sottolinei lo sviluppo economico, ragguardevole nella provincia, e -per alcuni riguardi- nell’isola; ma è anche bene non ne sia misconosciuto, non attutito, non sottovalutato il valore dello stampo morale e culturale, percorso da ineffabile poderoso anelito a una liberazione.

Un esercito di alunni e…studentelli (più di settemila, in tutto), di cui tredici centinaia frequentano le Scuole Medie di ogni ordine e grado, attende alla propria -molteplice complessa- formazione; una biblioteca comunale, fondata quasi un quarto di secolo fa da Giacomo Samperisi (caparbio indomito studioso di problemi di critica letteraria e di didattica, di cui non pochi ha dibattuto oltre che in qualche volume e in giornali, ne “La Lucerna”, che entra nel suo undecimo anno di vita, oramai ben nota, per la sua non disutile azione nel campo nazionale);

due Prefetti dell’odierna Repubblica, i dott. Libero Mazza e Giovanni Nicosia, due uomini di alto livello, il Senatore Rosario Cancellieri e il filosofo F. Maltese, due elette figure universitarie, i proff. Salvatore Battaglia ed Enzo Maganuco (altissimo maestro di Filologia romanza il primo, paziente e geniale studioso di arte siciliana e di tradizioni popolari il secondo), un bozzettista, P. d’Angelo, un poeta dialettale, Neli Maltese, a prescindere dal Nicolosi, autore di un’interessante pubblicazione: “la psicologia nel monismo” e da Francesco Maganuco, poeta che meriterebbe migliore sorte, ambedue vittoriesi di elezione ma non di nascita, sono a buon diritto celebrati. E vario modo si collocano sulla ribalta della notorietà Salvatore Busacca con i ‘Fuochi fatui’ e la figlia Albina Jacono con gli ’Aspetti di vita scolastica’, Vito Garretto con ‘Il piccolo padre’ e, – fra i viventi- Francesco Leni di Spadafora con ‘La filosofia dell’approssimativismo’, Giovanni La Magna col ‘Dizionario di lingua greca’ e pregevoli commenti di opere latine e greche, G. Frasca nel romanzo e nella lirica e -per ciò che attiene alla poesia dalla lingua facile e dal piglio moderno- Emanuele Jacono, Luigi Frasca (acuti i suoi studi verghiani), Emanuele Mandarà, Angelo Alfieri, Filippo Di Modica.

Degno di menzione sarebbe Pietro Gulino, nostro collaboratore ma non concittadino. Son segni questi, inequivocabili di un’attività culturale, specialmente nell’ora che volge: ora in cui s’affloscia, senza esitazione, ogni borioso accademismo per far posto, se mai, ad una celebrità, labile come una bolla di sapone.

L’’aurea mediocritas’, di cui m’occupai in un articolo di 30 anni fa, tuttora letto volentieri e varie volte citato, persevera nel comporre, in armonia, gli estremi, sicché ogni principio s’integra progressivamente nel contrario; sicché (forse sa di paradosso? Ma il paradosso è anch’esso, nella vita!) da un edonismo, di continuo oscillante e trastullante: fra un’acre esigenza di ordine e un’innata anarchia, scaturisce un’etica nuova, strana, che è composta, tuttavia, e serena.

Certo, Vittoria, sempre fedele -nella struttura edilizia (vie lunghe e diritte perpendicolarmente intersecantisi) alla propensione per il moto orizzontale, pare preferisca sia evitato il verticale, a scanso della vertigine che dà la vetta; ma il suo paziente faticoso cammino verso la città moderna la dota di un certo candore iconoclasta, candore che ancora non traligna nello scetticismo. Così mentre si accinge a divenire adulta solo con i suoi 350 anni che le consentono appena due monumenti nazionali (il Teatro Vittorio Emanuele e la Chiesa di Santa Maria delle Grazie), non lascia…morire in sé il fanciullo; e aduna ogni anno, nel Venerdì Santo, una diecina di migliaia di spettatori, nella vasta Piazza del Calvario, per dare, in edizioni che si emendano e migliorano di anno in anno, il Dramma sacro: I Parti.

Sembra pertanto non disagevole il tentativo di configurare qualche tratto caratteristico del Vittoriese, fissato in modo speciale nell’attitudine a ridurre naturalmente all’essenziale il mito più augusto, e ad eludere -anche nei momenti tesi o drammatici- la risonanza patetica e lo sfruttamento spettacolare: a svincolarsi insomma da ogni apriorismo dogmatico.

Le recenti nevicate (ecco un esempio) hanno prodotto tragiche conseguenze nella nostra campagna. Agricoltori e contadini se ne sono non poco accorati; ma ancora, come in analoghe inquiete esperienze di anni non lontani, la dura avversità non s’è risoluta in insanabile avvilimento. Non si esita quindi di ricorrere a risorse di vario genere: ad esperimenti nuovi, a nuove fatiche, persino ad…acrobazie, purché la si spunti, anche se occorra saggiare l’ardita innovazione tecnica, anche se occorra affrontare la mirabolante speculazione.

Anche quando essa cede a un aggressivo opportunismo, non comprime in sé la sostanza della fede nel suo consapevole riscatto. Si spiega così com’è che un’interiore amarezza riesca a placarsi in un ameno accento picaresco; com’è che si contemperino in prodigiosa vaghezza, nel vittoriese, estro e riflessione, abbandono elegiaco e coscienza critica».

10) Il mito della nascita in Neli Mandarà. Vittoria e il suo popolo: luoghi e persone in Angelo Alfieri

[riporto un brano scritto dal prof. Angelo Alfieri, in occasione del 350° anniversario della fondazione, nel 1957]

«Non è il caso di compulsare la storia. Non saprei da dove prender l’avvio, allora.

La mia città natale è quella che è. E, come tale, essa si impone nella sua fresca ed esuberante adolescenza alla stima di chiunque, all’amore dei suoi figli. Eppure non ha eroi eponimi. Una buona intenzione, un atto di volere non bastano infatti ad una nobildonna perché sia detta eroina.

Le sue prime prove di aggregato urbano non hanno le sfumature d’oro della fiaba o le nostalgiche alterazioni della tradizione storica. Sono piuttosto segnate con tracotante chiarezza in carte, diplomi, compromessi e vari stromenti legali, che altri -evidentemente più preparato di chi scrive, e più paziente- s’è dato cura, di tanto in tanto, di vagliare e studiare (Mons. La China, l’avv. Paternò e, ultimo, G. Barone).

Nel caso di Vittoria non vale quindi il conato paleografico o il sogno papirologico, non attaccano i trepidi pruriti archeologici, non si spiegano il dato e l’ammennicolo filologico, e, anch’esso, lo studio storico -riferito alle epoche più remote: Camarina e gli epinici di Pindaro-  è possibile solo di riflesso.

Non c’è carta Peutingeriana che la tocchi come una tappa di marcia. Né ha un vero e proprio repertorio di fonti, volontarie o meno, su cui l’euristica e la critica storiche si possano sbizzarrire. Peccato!…Ma perché in fondo?

Vittoria è facile. Sotto quest’angolo visuale, essa è di una semplicità piena di fascino.

Altrove, ed in altro tempo, mi sono piccato -con evidente presunzione- di schizzarne una definizione. Allora non andai oltre i due periodi, perché solo due ne bastavano per imbastire il mio pezzo, dando ad esso quel tanto di colorito necessario al preambolo. Ed avvicinai questo attivissimo centro siciliano agli altri paesoni-città tanto frequenti nel meridione d’Italia e dell’Isola, dei quali non si può parlare senza ammirazione e rispetto. Dissi che della sua giovanissima età Vittoria conserva le peculiari caratteristiche: si mostra indifferente a chi la ignora, cordiale con chi la comprende; non intristisce in ricordi, non si sforza nella storia, non vanta epopee. Ma non le negai un passato (-prossimo), ed ammirai in essa il sobrio florilegio di folklore e tradizione popolare. (Cfr. “Scalo Sud” n. 6-1954).

Adesso su una verità, tra le tante altre, conviene far leva. Quel che interessa in essa e che vale la pena di studiare, è la vita pulsante e dinamica: il farsi dell’oggi vissuto e sentito minuto per minuto, intensamente, al vivo, come si è soliti dire.

Quest’oggi è cosciente dell’ieri e, spesso, si mostra pensoso del domani.

Accade perciò che il turista, quello tradizionale, paglietta in testa, leica ad armacollo, zaino affardellato e guida touring sotto braccio, non trovi nulla da fare. Che cosa impressionerà il suo obiettivo? Lui, abituato a ruderi romani, pompeiani, agrigentini, innamorato di dirupi, scalee e latomie siracusane; appassionato di linee, mosaici, ogive, archi a tutto e a doppio sesto, colonnine tortili, scannellature acute, metope e triglifi eccetera ecceterone, che cosa definirà quivi kolossal?

Ben poco, anzi nulla, se di questa schiatta sono anche adesso i turisti.

Glielo aveva detto però. Vittoria aveva preavvisato. Sulla nazionale da Comiso, poco prima della curva Passo Scarparo, un rachitico cartello turistico, scritta bleu su fondo giallo, aveva scandito con laconica malinconia: Vittoria vi attende!. E sembrava che facesse tanto per dire. Poi la teoria dei cartelli pubblicitari, pochissimi, l’aveva forse ammonito di non illudersi troppo. Ma allora si tratta di una zona-depressa, sotto questo aspetto? Non mi sentirei di affermare o negare in modo del tutto chiaro. Si tratta piuttosto di una zona-respiro, di riposo: in un senso molto preciso però.

Il forestiero, in questo caso il turista, viene da Palermo, lungo il litorale africano: inseguendo forse le tracce fantastiche del Favo d’oro di fama diodorea, consacrato alla Venere ericina (cfr. Vincent Cronin -The golden honeycomb). Egli ha avuto tanto da guardare fino ad Agrigento, nella valle dei templi; fino a Gela, nella zona archeologica. Ha avuto tanto da considerare: prima i Dioscuri, la Concordia, i massi e le linee ciclopiche del tempio di Giove, il titano pseudo-colonna in procace letargo; e poi anche -perché no?-  uno sfilare di mura, un degradare di scalee ed una schen‚, un sepolcro e la romanzesca tartaruga omicida sul cranio di Eschilo. Kolossal! l’ha detto tanto. E sarà stanco. Ecco allora Vittoria: qui si respira.

E se egli viene gustando e centellinando la primavera di Sicilia (Peter Quennel -Spring in Sicily), e, dopo un primo vagabondaggio seguirà il litorale ionico? Ecco allora: Taormina e tutto il suo ben di Dio; Catania, viva di antico e di moderno; Siracusa nel fulgore del suo Ellenismo; Noto, bella topograficamente; Ragusa, asfalto e petrolio; Comiso e le terme di Diana. Ecco Vittoria: ci si può riposare.

Bernard Berenson, viaggiatore di gusto e grande cultore del bello, scrisse (cfr. “Il nuovo Corriere della Sera” -agosto 1953- Viaggio in Sicilia) che finalmente quivi aveva trovato modo di potere riposare e dormire una notte in pace in un albergo razionalmente sistemato e seriamente organizzato. E alludeva all’Hotel Italia. Ma lui, come eventuali ed innumerevoli altri sobri e preparati viaggiatori, trovò parecchio da notare ed ammirare.

Chi invece non ha guardato il cartello turistico e non lo ha raffrontato a quelli maggiori e…magniloquenti che si leggono entrando, per es. a Catania: “Catania vi attende”!

“Benvenuti a Catania”!, non potrà allora, venuto a Vittoria, saziarsi di ruderi ben messi in mostra, ubriacarsi di antico. Riempirà la sua anima di bello, allargherà i suoi polmoni in un respiro maggiore, vivrà un nuovo ritmo di vita, ammirerà altre bellezze, altre cose. E se non ci farà caso, peggio per lui.

La città, dopo, lo ripagherà con indifferenza. Egli guarderà il Teatro Comunale di rara purezza neoclassica (ce ne sono pochissimi in Europa: così aveva fatto capire Berenson che, in casi del genere, quando parla detta legge); sarà d’accordo con tutti nel notarne la bellezza, ma rimarrà deluso al sentire che è chiuso all’Arte, gravemente malato: inagibilità cronica…Allora griderà allo scandalo. Vittoria ha bluffato!…

Non è vero niente.

Vero che il Teatro…Ma ciò non toglie ad esso quel che può vantare. Chissà, in fondo, se qualcuno, il Comune, i cittadini, si ficcheranno in testa di condurla in porto la faccenda di questo teatro, che non è soltanto annosa. Sarebbe bello allora…Volere è potere. Cosa ne sappiamo noi? Bisogna aver fiducia, caro il nostro turista scandalizzato. E per convincerlo meglio…si cambierà… discorso. Gli si mostrerà la Chiesa delle Grazie. E’ questo un monumento architettonico caratteristico nel suo genere: la nitidezza del barocco nel prospetto piace molto, come anche la finezza di un paio di altari nell’interno. E, dopo, senza l’ausilio del cicerone, il forestiero dimostrerà interesse per parecchi altri luoghi e per altre cose: il significativo prospetto della Chiesa Madre, ed in essa la cupola moresca; il palazzo Traina, il sacello del Calvario; le tele del Mazzone sparse qua e là, che meriterebbero sorte migliore, e via di seguito. Tuttavia è il vivo che in Vittoria bisogna guardare: esso affascina, travolge.

Chiunque vi mette piede non può fare a meno di notare, e commentare a suo modo, lo spettacolo della Piazza del Popolo. In tutti i giorni, specialmente il sabato e la domenica, constantemente nel pomeriggio, questa piazza, che è la Piazza per antonomasia, è tutto un formicolare lento di gente. Che cosa fa? Dire nulla è senz’altro errato. Quella gente vive, agisce, contratta, conclude i suoi affari: tutti stanno là con un intento preciso.

I molti, salariati, braccianti, rimangono per incontrare il datore di lavoro che li ingaggi; altri, i datori di lavoro, vanno per saldare i conti, preordinare, rinnovare il lavoro, distribuire caparri. Né tutto riguarda l’agricoltura soltanto, ma anche gli operai e comunque i lavoratori di un po’ tutte le branche. Il forestiero si meraviglierà del fatto: (perché la Piazza è così piena?). E lo riproverà, forse: i vittoriesi non se ne danno per intesi. Per molti di loro, per tutti direi, uscire e far due passi per ricrearsi, tornare a casa o passar la serata, significa fare almeno una puntatina in piazza: il fatto poi che molti ci rimangono non fa che confermare la regola. Coloro cui ciò non piace…non c’è da prendersela: si adatteranno anch’essi. Non si prescinde dunque dalla Piazza.

Né si fa a meno della via Cavour. Questa, negli orari di punta ed immancabilmente tutte le sere, specie la domenica, contiene e preme nel suo corso stretto, e, per ciò stesso intimo di salotto cittadino, un via vai fitto e regolare: si passeggia. Anche se la domenica ci si muove a stento, anche se spesso si rischia di cadere con le gambe involute tra le ruote delle tante carrozzelle per neonati, anche se della via Cavour qualcuno parla con un senso di angustia e di asfissia, pure tutti ci si reca lì, tutti ci si va per passeggiare, e tutti, forse senza accorgercene, si ammette, e si rispetta, si ama quella strada, non fosse altro che per la ragione sufficiente che consacra un’abitudine e prelude una tradizione.

Anche il turista vi passeggerà: guarderà e sarà guardato.

La via Cavour, però, non fiorisce soltanto la sera. Essa si illumina anche nel bel mezzo della giornata, quando cioè l’intera popolazione scolastica vi si riversa, sciamando, per ritornare a casa. Allora essa, e Vittoria tutt’intera, è più giovane e più bella. E le sue bellezze non sono quelle di sempre, non i negozi e le loro vetrine, ma gli occhi, gli atteggiamenti, la vita, i sogni, le audacie dei crocchi che la popolano, dei gruppi che la attraversano, la animano di passaggio, per ritornarvi anche per poco e con una scusa la sera, e trionfarvi finalmente in molti lunghi e pregustati andirivieni la domenica nell’imbrunire, dopo la solita fermata nei giardini pubblici.

Questi costituiscono, a mio parere, il gioiello della città, sia per quello che hanno di naturale che per quello che tesaurizzano di acquisito. Dall’altura dei Giardini l’Ippari che pigro scorre ha un rumore a volte dolce a volte melanconico, ma pur sempre discreto e pacato, senile e nostalgico, pensoso forse di una sua dignità e di una sua letteraria presenza. La sua vallata adesso vive una vita diversa, ma ugualmente attiva nel rigoglio dei suoi orti e nella funzione degli stridenti mulini. E i dirupi di essa, come furono, così sono e saranno ancora meta sognata e raggiunta, oggetto di indagine ed esplorazione, qualche volta, assieme agli orti, zona di bambinesca razzia da parte degli studentelli in arbitraria esclusiva vacanza. Non so se ora accade la stessa cosa. Ma, nel passato, andare alla Villa significava marinare la scuola e marinare la scuola valeva proprio recarsi alla Villa comunale. Ivi si faceva un po’ di tutto: si dava quasi sempre gran da fare ai buoni Vigili urbani di turno, si disturbava la coppietta in timido tentativo di idillio, si guardavano i vecchietti seduti al sole per attaccare subito bottone, si tentavano gare e prodezze d’ogni sorta nel boschetto, si raccoglievano sfide, si facevano scommesse. Ne ricordo una tipica. Si doveva andare su e giù attraverso i dirupi, dal ciglione della Villa ai mulini, in dieci minuti: il tutto per una sigaretta o due.

Ora non so se è lo stesso. Ma allora noi si sfruttava la sua bellezza e se ne partecipava, ad onta di tutto.

Ma il turista corre. Sì che non ha il tempo di salire sul campanile della Chiesa Madre, né potrà giungere nella parte alta, Colle d’oro e Celle, della città; e non raccoglierà la sfida dei ragazzotti che fanno a gara per entrare nella Grotta delle cento stanze. Egli si accontenterà di frequentare i molti Bar e Caffé, e di conoscere gli abitanti. Ma come sono gli abitanti di Vittoria?.

Sono ospitali nel senso più pieno del termine e Siciliani in tutto e per tutto. Ciò può bastare.

Bernard Berenson ha notato con simpatia la discretezza e la discrezione, il dinamismo e la vita di essi. Ma essi sono Siciliani. E nel senso più benevolo va detto che i rilievi di scrittori come Vincent Cronin, ad es., non sono del tutto errati. Per noi, anche per noi, il tempo è in un certo modo soggettivo; presso di noi esistono pure delle donne sedute al sole a sferruzzare, a chiaccherare ed a notare tutto e tutti. Anche per noi vale quel rilievo secondo il quale la vita privata e la pubblica tendono a coincidere. Ma non è vero, nei riguardi della più parte dei vittoriesi, che il riposo e la conversazione siano i motivi fondamentali della vita. Anzi è tutto il contrario. Sì, c’è una minoranza che osserva e conversa, e fa solo questo, ma una minoranza sparuta. Essa fa pensare alla città descritta dal finissimo Massimo Simili (cfr. Il mondo coi baffi), ad Abo, la città seduta.

Ma non dà colore e non contribuisce a lumeggiare per nulla i tratti caratteristici dei Vittoriesi nella vita e nelle idee».

12) La razza più laboriosa della Sicilia: il quinto elogio del vittoriese in Giuseppe Fava.

Sulla stessa lunghezza d’onda, anche se con qualche variante, ma con un grande acume, un non vittoriese come Giuseppe Fava, nel suo “Processo alla Sicilia” dello stesso 1967, diceva cose non scontate, in parte nuove. Dal 1957, dall’articolo di Alfieri sono appena passati 10 anni. Eppure…

I contadini di cui parla Fava, seduti al tavolo di un bar, hanno un requisito straordinario: «ognuno di loro guadagnava il doppio di un alto magistrato». Eppure il loro aspetto era quello «dei contadini normali, come travagliati da una catena di lutti, giacca nera, berretto, cravatta, gilé neri…».

Il giudizio sulla città è impietoso, ma è calcato a forti tinte per far emergere il contrasto:

«…niente faceva supporre che in quella piccola città polverosa, disordinata, di palazzi costruiti a metà, case mediocri strade sporche, gente che passeggiava interminabilmente nelle piazze senza un daffare apparente, ci fosse una così misteriosa ricchezza».

Ecco subito individuato il mito: la ricchezza misteriosa a prima vista, con il contrasto fra cose immutate e uomini. L’acuto occhio dello scrittore passa a definire due particolari della città: il primo «l’incredibile numero dei negozi», il secondo «l’attività della gente, quasi tutti camminavano in fretta, discutevano, non c’era dubbio che si dessero da fare, vendevano o acquistavano, o stavano combinando un affare, o correvano ad un appuntamento. L’impressione era moltiplicata dalla configurazione stessa delle strade, tutte parallele e tutte perpendicolari, sì che da ogni spigolo scorgevi altri dieci spigoli, altrettanto brulicanti». E poi:

«Relegata nel fondo del continente europeo, distante da tutti i grandi centri dell’Isola, lontana dalle miniere, dalle grandi industrie, dai centri di produzione, dai porti internazionali, dai grandi aeroscali, non ha nemmeno la orgogliosa dignità architettonica di taluni paesi dell’interno…Vittoria ha solo tre o quattrocento anni di vita…: è fatta di case a un piano, di piccoli palazzi, di prospettive squallide. Non c’è un centro storico come negli altri paesi, un piccolo groviglio di palazzi attorno a quella che doveva essere la rocca del signore, ma tante strade eguali e monotone, che si stendono parallele a perdita d’occhio e si dileguano nelle campagne».

«Una città costruita da uomini che non avevano tempo, né denaro, né fantasia o cultura per farsi una città diversa o più bella. Discendono da lontani incroci fra indigeni ed arabi, sono piccoli, neri, ciarlieri, infaticabili. Probabilmente costituiscono la razza siciliana più dura, più incredibilmente laboriosa, più paziente, tenace, oscura, puntigliosa che ci sia nell’Isola…Hanno una drammatica carica di energia umana, una qualità che probabilmente nessun’altra popolazione dell’Isola possiede: tutto quello che toccano diventa oro!».

Forse nessun vittoriese sarebbe mai riuscito a rendere meglio e così acutamente la diversità vittoriese. Dall’elogio di Samperisi all’esaltazione della natura del Vittoriese: ma tutto ciò è basato sulla rivoluzione agricola della zona, su una delle più grandi trasformazioni operate nel nostro territorio dopo la colonizzazione di Boscopiano: la serricoltura.

Uomini che «non hanno paura di niente, con la vocazione del rischio. Avari e spavaldi. Sono avari nel senso che lesinano il denaro che dovrebbero spendere per il loro diletto o magari per i loro bisogni essenziali. Spavaldi poiché nello stesso tempo lo investono continuamente, temerariamente nella produzione. Sono avari perché sono avidi di ricchezza ma per lo stesso motivo impiegano subito il loro denaro, lo rischiano di nuovo per moltiplicare la loro ricchezza e perciò sono generosi…Avevano una terra che era come tutte le altre, senza canali per irrigazione, senza dighe, senza strade, senza magazzini…in venti anni hanno trasformato tutta l’agricoltura del territorio, ognuno per conto suo. Molti di quelli che hanno cominciato sono morti, ma ci sono ora i loro figli. Invece di grano hanno coltivato ortaggi, pomodori, zucchine, melanzane, e poiché non c’era acqua, hanno scavato i pozzi con le loro stesse mani, e poiché il gelo d’inverno seccava le piante, e il vento di primavera le sradicava, hanno costruito le serre attorno alle coltivazioni. Come in Riviera Ligure si fa per le rose, per le dalie e le orchidee. Hanno lavorato dodici o quattordici ore al giorno; se c’era una tempesta di notte essi erano sulla terra a rialzare un traliccio che stava crollando, a ricucire una membrana di polietilene che si era stracciata….Hanno fatto tutto da soli. Nessuno ha dato loro niente, nemmeno il minimo che spettava».

Anche se poco conosciuto, questo testo ha parecchio influenzato le idee e le azioni di alcuni di quelli che hanno governato la città negli ultimi tempi, traendo da esso l’orgoglio e la coscienza della diversità vittoriese, posta al servizio della soluzione dei problemi cittadini

Traspare però dall’intero brano l’antica spaccatura fra città e campagna, fra borghesia delle professioni, largamente disoccupata, e contadini improvvisamente ricchi: un’intera società è sovvertita sin nel profondo e questo provoca immancabilmente invidie e avversioni, che riprendono la secolare satira del villano. Certo allora Fava non poteva prevedere che quelle risorse, oltre che a riversarsi nelle campagne, si sarebbero rese responsabili del boom dei consumi. L’intima natura del vittoriese “cori ranni e sfrazzusu” di lì a poco avrebbe dato piena mostra di sé nel vivere, nell’avere, nell’essere, nel costruire e nell’abitare dei vittoriesi, con il radicale cambiamento nell’aspetto della città e nei suoi costumi.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.