La storiografia sulla Contea del Settecento (il marchese di Villabianca) e quella tardo-ottocentesca di Raffaele Solarino (che copiò Villabianca), hanno tramandato dell’ultimo Almirante di Castiglia e Conte di Modica, Juan Tomas Enriquez de Cabrera, l’immagine di un “traditore”, che per motivi futili (l’equiparazione dei Grandi di Spagna ai Pari di Francia) avrebbe tradito il re Filippo V di Borbone e sarebbe fuggito in Portogallo e che per questo sarebbe stato condannato a morte e gli sarebbero stati sequestrati i beni, tra cui la Contea di Modica. Già però Sortino Trono, meglio informato, ebbe modo di dare un’altra immagine dell’uomo. Più volte ministro sotto Carlo II, dopo la morte dell’ultimo degli Asburgo di Spagna, si sarebbe opposto all’avvento del nuovo re Filippo V di Borbone e, fautore degli Asburgo d’Austria, sarebbe fuggito in Portogallo per organizzarvi le truppe a sostegno del pretendente austriaco arciduca Carlo d’Asburgo. A seguito di tale scelta di campo, fu condannato a morte e gli furono sequestrati i beni. Lo stesso Sortino Trono però non è esente dal riportare notizie false (le fake news sono sempre esistite…), come quella secondo la quale il conte di Modica si sarebbe recato a Roma per far dichiarare nullo il testamento di Carlo II (che aveva dichiarato suo erede Filippo duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV), e che poi sarebbe morto in combattimento a Portalegre in Portogallo nel 1705. Nulla è stato scritto su questo personaggio negli ultimi 50 anni in Sicilia. Partito dalla scoperta che Vittoria Colonna stessa, il figlio Juan Alfonso ed il nipote Juan Gaspar, furono tra i maggiori collezionisti di opere d’arte del Seicento spagnolo, mi sono così imbattuto nella figura tutt’altro che incolore di Juan Tomas, figlio appunto di Juan Gaspar e di Elvira Toledo e Osorio (1628-1681).

Nato a Genova il 21 dicembre 1646 (i genitori vi si erano fermati in attesa che li raggiunsero Juan Alfonso e la moglie, reduci dal viaggio a Loreto e a Venezia, dopo che da Napoli si erano spostati a Roma per l’ambasciata straordinaria a papa Innocenzo X nell’aprile 1646), studiò a Madrid nel Colegio Imperial dei Gesuiti, vivendo però nell’ambiente colto e stimolante della casa-museo del padre nel giardino ai Recoleti, con la ricchissima pinacoteca (oltre 1300 quadri) di capolavori del Cinque e del Seicento italiani, fiamminghi e spagnoli, luogo anche di convegni letterari e di rappresentazioni teatrali e musicali. Lo stesso Juan Tomas, nel corso della sua vita, si diletterà a scrivere poesie. Alto e prestante secondo le fonti coeve, d’intelligenza acuta ed oratoria brillante, altezzoso e superbo, Juan Tomas ebbe una giovinezza comune a quella dei nobili spagnoli dell’epoca e divenne un attaccabrighe scavezzacollo, che a capo di una banda, insieme con il fratello Luis, fu protagonista di scontri con altri giovani nobili (un qualcosa di simile alle odierne bande giovanili), sempre pronto ad affermare con la violenza la propria superiorità, dando non poche preoccupazioni al padre, che cercò di fargli calmare i bollenti spiriti sposandolo a 17 anni, con una figlia del duca di Medinaceli, Anna Caterina de la Cerda (1663). Il matrimonio non lo calmò affatto, anzi: sempre con il fratello Luis ed altri assaltò il carcere in cui era rinchiuso per reati comuni un loro amico della stessa risma, rifugiandosi poi nel Colegio Imperial, da dove il padre li trasse fuori per consegnarli al carcere della Corte. Fu poi perdonato dal re, con la scusa dello scarso giudizio dovuto all’”ardore giovanile”…Arruolatosi nella Guardia armata a protezione della regina reggente Maria Ana d’Austria, il giovane conte di Melgar contribuì a respingere il primo tentativo di colpo di stato di don Juan José d’Austria (1669) e volendo arruolarsi nell’esercito delle Fiandre, ottenne invece di essere mandato a Milano (1671). Qui gli fu dato il comando del Tercio di Lombardia, rimasto vacante, con il titolo di Maestre de Campo. Dismesso l’abito dello scapestrato, dimostrò la sua attitudine alle armi, con una buona capacità di comando e abilità nel saper governare ed equipaggiare la truppa, ricavandone non poche lodi. Mentre era a Milano -secondo il suo biografo Cienfuegos, un gesuita che gli fu amico e confidente per decenni, poi divenuto ministro dell’imperatore Carlo VI, arcivescovo di Monreale e cardinale- si dedicò anche ad ampliare le sue conoscenze letterarie ed artistiche, per far dimenticare la sua fama di guerrafondaio e attaccabrighe…

Tornato a Madrid nel 1676, fu rimandato a Milano come Generale della Cavalleria dello Stato di Milano, una carica desiderata da molti. Inoltre fu designato ambasciatore straordinario a Roma per seguire il conclave apertosi per la morte del papa Clemente X. Memore però (presumibilmente) della rovina causata alla sua famiglia dall’ambasciata straordinaria dell’avo Juan Alfonso nel 1646 (costata la vendita forzosa della baronia di Caccamo), non si mosse prima di aver avuto assicurazione sul compenso: il Consiglio di Stato infatti gli assegnò 3.000 scudi al mese (due mila per stipendio e 1000 per spese varie). Arrivò a Roma il 3 settembre, in tempo per vedere il 4 ottobre il trionfo del candidato spagnolo, il cardinale Benedetto Odescalchi, eletto col nome di Innocenzo XI. Il 3 gennaio 1677 era di nuovo a Milano e da lì tornò a Madrid, dove nel frattempo si erano verificati eventi importanti. Infatti il 23 gennaio 1677, Juan José aveva concluso la sua marcia trionfale da Barcellona a Madrid, attuando il suo secondo e stavolta riuscito colpo di Stato, con la cacciata del primo ministro Valenzuela e il confino per la reggente Maria Ana d’Austria, nonché per i suoi sostenitori, tra i quali l’Almirante don Juan Gaspar…

Juan Tomas invece fu promosso (o forse tenuto lontano da Madrid), ricevendo l’ordine di sostituire provvisoriamente come Governatore di Milano il principe di Ligné, richiamato a Madrid. Alla morte del titolare, con Cedula Real del 16 novembre 1678, fu nominato Governatore titolare e Capitano Generale di Milano. In seguito, la condizione del conte di Melgar migliorò ulteriormente quando, dopo la morte improvvisa di don Juan José d’Austria (settembre 1679), la regina madre recuperò tutta la sua influenza e ai primi del 1680 il duca di Medinaceli, Juan Francisco de la Cerda, suo cognato, divenne primo ministro. Conclusasi la rivolta di Messina (1674-1678) sostenuta dalla Francia, Luigi XIV accentuò la pressione sull’Italia del Nord e il nuovo Governatore di Milano si trovò a dover trattare con un mosaico di amici, nemici o falsi amici della Spagna. Dovette affrontare infatti l’espansione dell’influenza francese, che riuscì a portare dalla sua parte il duca di Mantova, con la concessione alla Francia di Casale del Monferrato, cosa che tagliava la via dei rifornimenti e il passaggio delle truppe spagnole verso Milano. Juan Tomas aveva per tempo avvertito la Corte delle trame in corso, senza però essere creduto. Aveva comunque rimediato ottenendo dalla Repubblica di Genova la concessione del passaggio da Finale. E proprio quando Genova fu assalita e selvaggiamente bombardata dai Francesi nel maggio 1684, Juan Tomas corse rapidamente in suo aiuto con 600 uomini, contribuendo a liberarla dall’assedio. Il successo contro i Francesi gli diede grandi riconoscimenti a Madrid e in suo onore Genova coniò una medaglia (foto 1). La medaglia aveva 60 mm. di diametro e presentava nel dritto il busto del Governatore di Milano con la legenda intorno IO. THO. HENRIQ. CABRERA E TOL. CO. MELGAR PRO. HISP. REG. IN INSUB. IMP. Nel rovescio, la squadra francese che bombarda Genova e l’esercito spagnolo che viene in soccorso con l’iscrizione PROVIDENTIA ET FORTITUDINE IANUA SERVATA. Nella Biblioteca Nazionale di Madrid c’è anche un esemplare a stampa di un ritratto dell’allora conte di Melgar, del 1678, con il busto armato tra palme e alloro sopra un tendaggio. Nella parte inferiore due geni sostengono uno lo scudo araldico, l’altro una carta geografica e un cartiglio in cui si legge: «D. Gio. Tom. Enrichez di Cabrera Conte di Melgar» firmato Cesare Fiore, ornato di un leone che fa da cornice, con testi in latino, che cominciano con il titolo «Excell.mo Principi».

Dopo 15 anni di permanenza in Italia, Juan Tomas Enriquez de Cabrera, conte di Melgar, chiese di essere sollevato dal governo di Milano e nell’aprile 1686 lasciò al suo successore -il conte di Fuensalida- una relazione sulla sua attività come Governatore, che dimostra le sue ottime capacità politiche e militari. Nel 1685 il duca di Medinaceli (cognato di Melgar) si era dimesso da primo ministro ed al suo posto era subentrato il conte di Oropesa, un vecchio nemico, vittima delle sue scorribande giovanili. Oropesa comunque pensò bene di tenerlo lontano da Madrid e nonostante fosse libero il posto di viceré di Napoli per la morte del marchese del Carpio (altro cognato di Juan Tomas perché marito della sorella Teresa), fu nominato ambasciatore a Roma. Però don Juan non obbedì e ritornò a Madrid, e per punizione della disobbedienza fu confinato nel castello di Coca. Dopo qualche mese, per intervento probabilmente del padre (componente del Consiglio di Stato) e di amici, fu perdonato dal re, anche per il riconoscimento di quanto aveva fatto a Milano. La sua personalità era ormai tra le maggiori del Regno e cominciò ad essere ritenuto sempre più pericoloso persino da Luigi XIV, che diede istruzioni alla regina Maria Luisa, sua nipote, perché, tra le altre cose, suggerisse al re suo marito di allontanarlo mandandolo “a non far nulla come viceré di Napoli”…(il posto di viceré di Sicilia era invece stato dato al duca di Uzeda, cognato di Oropesa).

Ma oltre ai Francesi che lo spiavano, Juan Tomas aveva un altro nemico a Corte: il conte di Oropesa appunto che, mal sopportando la sua influenza sulla regina, lo nominò viceré di Catalogna, che ancora una volta si era ribellata. Una sollevazione contadina si era infatti verificata nell’aprile 1688 e il nuovo viceré, grazie alla sua abilità riuscì a far calmare gli animi e fece rientrare la rivolta. Subito dopo, accampando problemi di salute, chiese di essere sollevato dall’incarico, cosa che avvenne il 20 novembre, non senza forti critiche da parte dei suoi avversari. Fu allora che chiese l’Abito di Calatrava, che gli fu concesso previa accurata istruzione della pratica. Nel febbraio 1689 morì la regina Maria Luisa, cui l’Almirante era stato molto legato, un legame oggetto di feroci satire (in questo periodo grande fu l’influenza dei libelli, delle pasquinate e delle satire come strumento di lotta politica e per la creazione di una seppur limitata opinione pubblica). Ma la testimonianza della crescita della sua figura e dell’interesse o preoccupazione che suscitava presso la Corte di Francia è data dalle istruzione che Luigi XIV diede al suo nuovo ambasciatore Blandinière, suggerendogli di controllare Melgar «che era uno di quelli che avevano maggior credito a Corte».

Al contrario della prima moglie francese, sposata nel 1679 a suggello della pace di Nimega del 1678 tra Francia Spagna e Province Unite (che aveva visto restituite alla Spagna la Catalogna e Messina) e che quasi nessuna influenza aveva avuto sul marito, la seconda, tedesca, dominò Carlo II fin quasi alla sua morte. Nato nel 1661, Carlo II era diventato re a soli 4 anni alla morte del padre Filippo IV. Al suo posto aveva governato la madre Marianna d’Austria, nominata reggente, che si era servita della sua cerchia di favoriti. La seconda moglie di Carlo II, la bavarese Marianna di Neoburgo, cognata dell’imperatore d’Austria Leopoldo I, arrivata a Madrid nell’aprile del 1690, era una donna volitiva e di bell’aspetto ed esercitò un controllo assoluto sulla debole mente del marito. Anche lei, come la suocera, si circondò di un gruppo di persone fidate, tra cui il suo segretario Wiser, il suo confessore (un frate cappuccino altoatesino di nome fr. Gabriel Chiusa) e la baronessa di Barlepsch (nota nelle satire come Berlips), sua dama di compagnia. A questa cerchia subito si unì il conte di Melgar, dando adito alle malelingue che cominciarono a mettere in giro le voci che dopo la regina Maria Luisa, il conte di Melgar era entrato nelle grazie di Maria Ana. Probabilmente grazie all’influenza di Juan Tomas sulla regina, il primo ministro Oropesa fu costretto a dimettersi nel giugno 1691. Due giorni dopo, Juan Tomas fu nominato nel Consiglio di Stato, dove già sedeva suo padre don Juan Gaspar, costituendo un caso eccezionale, di un padre e un figlio presenti contemporaneamente.

Alla morte del padre Juan Gaspar, avvenuta il 25 settembre 1691, Juan Tomas divenne l’XI Almirante di Castiglia ed il VII Conte di Modica di casa Enriquez de Cabrera.

Ereditò «…la giurisdizione di 97 tra città e villaggi, senza contare dodici insediamenti deserti..» (Kamen), l’Almirantato (che ormai però rendeva molto poco), numerose case a Madrid (tra le quali quella fatta costruire da Vittoria Colonna sua bisavola e la grande casa-museo con un magnifico giardino, che conteneva gran parte della pinacoteca del padre con oltre 1300 dipinti, che furono inventariati), altre rendite e naturalmente la grande Contea di Modica e le baronie di Alcamo e Calatafimi, di cui grazie ai documenti dell’Archivio di Stato di Palermo possiamo ricostruire la procedura per la presa di possesso e l’investitura formale tramite il suo procuratore dr. don Gabriele Catalano (i cui discendenti poi si stabilirono a Vittoria). Le prese di possesso furono quelle di Alcamo (4 novembre), Calatafimi (il 7), del castello di Noto e della torre di Stampaci (il 27), di Modica (il 1° dicembre). In ogni luogo revocò i magistrati esistenti ed in genere li sostituì ad interim. Il 7 dicembre prese possesso della torre e del caricatoio di Pozzallo (con due atti separati), l’8 dicembre di Scicli e l’11 di Vittoria (con tre atti), il 15 dicembre della città di Ragusa (con quattro atti), il 18 dicembre di Monterosso e il 19 di Chiaramonte.

Nonostante tutti questi beni e rendite, sul patrimonio degli Enriquez-Cabrera gravava una antica ed ancora forte situazione debitoria che, alla morte del padre ammontava ad oltre 200.000 ducati, tanto è vero che della pinacoteca del padre fu fatto un accurato elenco, prodromico ad una futura vendita all’asta che però non ebbe mai luogo. Inoltre, sappiamo che tutti i beni feudali spagnoli erano in amministrazione controllata (le rendite servivano esclusivamente a pagare i creditori) e ci rimasero fino al 1699, mentre quelli siciliani, come come stabilito nell’accordo del 1610 ottenuto da Vittoria Colonna, erano beni liberi e servivano come “alimenti” per la famiglia, sebbene anche su questi non mancassero innumerevoli ipoteche per i prestiti ottenuti nel corso dei decenni.

Il successore del conte di Oropesa, il duca di Montalto, non volle sostenere da solo il peso del governo (ma altre fonti storiche dicono che fu la regina ad opporsi alla nomina di un primo ministro) e l’impero spagnolo fu retto prima da un quadrumvirato, poi ridotto a un triumvirato, in cui il duca di Montalto governò la Nuova Castiglia, il Contestabile di Castiglia la Vecchia Castiglia, e all’Almirante toccarono l’Andalusia, l’Estremadura, le Canarie, i possedimenti africani e il Mediterraneo. L’autorità dei tre Tenientes Generales del Rey (che si riunivano due volte a settimana) era superiore a quella dei Tribunali e dei Consigli e a quella dei viceré, cosa che naturalmente provocò forti contrasti e risentimenti. Nelle riunioni di quest’organismo, l’Almirante si fece notare subito per la sua conoscenze dei problemi e per le sue capacità oratorie, cosa che gli procurò lusinghieri apprezzamenti da parte degli ambasciatori veneziano e francese, che lo considerarono «il più abile, il più fine ed il più politico tra i componenti del Consiglio». A tutti in breve fu chiaro che due erano i protagonisti di quella stagione politica: il duca di Montalto per il favore del re e l’Almirante per quello accordatogli dalla regina. Però, in tutte le discussioni in Consiglio, pur tra mille prudenze, l’Almirante non cambiò mai idea sul ruolo della Francia, volto «a inquietar a Europa» (Gonzalez Mezquita). Più l’Almirante sembrava dominare la scena, più cresceva il numero dei suoi nemici e cominciarono a circolare ingiuriosi libelli contro di lui…

E quando il 9 e 11 gennaio 1693, una catastrofica sequenza sismica devastò la Sicilia sud-orientale, colpendo anche la Contea di Modica, con decine di migliaia di morti ed immani distruzioni, impegnato a tempo pieno nel governo della Spagna, Juan Tomas poco sembrò curarsi della ricostruzione nella Contea. La cosa è testimoniata dalle accorate riflessioni dei razionali Francesco Grimaldi e Rosso, don Pietro Vassallo e don Blasco Castellett che oltre a recuperare l’archivio comitale dalle macerie del Castello, impedirono al procuratore Federici di esportare grano da Pozzallo, sottolineando che era interesse del Conte evitare che i vassalli fuggissero altrove, rimanendo però sorpresi dal fatto che l’Almirante non si fosse reso conto dell’entità della rovina e ritenevano non fosse bene informato. In verità Juan Tomas era perfettamente al corrente della situazione, essendo in quel momento come si è detto uno dei tre Governatori della Spagna e componente del Consiglio di Stato che dal mese di marzo era perfettamente al corrente della catastrofe che aveva colpito il Regno di Sicilia. Purtroppo per la Contea, dai documenti sembra che si interessasse soltanto delle esportazioni di frumento, dal quale traeva parte della sua liquidità monetaria. Esportazioni che ripresero solo nel settembre 1693. Non abbiamo notizia ad oggi di chiare indicazioni per la ricostruzione delle città della Contea da parte dell’Almirante. Il quale stava giocando in Spagna la partita più importante della sua vita.

Contrariamente dunque a quanto riferito dal marchese di Villabianca e ripreso da Raffaele Solarino nella sua storia della Contea di Modica (1885-1905), il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera dal 1693 al 1699 fu uno degli uomini più potenti di Spagna.

Infatti, a causa prima della minore età del re Carlo II, poi della sua debolezza fisica, il potere fu all’inizio nelle mani della reggente, la madre Mariana d’Austria e dei suoi favoriti (il gesuita padre Nithard e il primo ministro Valenzuela); in seguito, quando Carlo II divenne maggiorenne a 14 anni nel 1675, il controllo su di lui fu conteso tra la madre e il fratellastro don Juan José d’Austria. Dopo la morte di questi, nel 1679, la regina madre riprese il sopravvento, consentendo comunque la nomina di due primi ministri (il duca di Medinaceli, cognato di Juan Tomas; poi il conte di Oropesa), entrambi più o meno sotto il suo controllo. Dopo la morte della prima moglie Maria Luisa d’Orléans (nipote di Luigi XIV), il secondo matrimonio del re con la bavarese Mariana di Neoburgo (1667-1740), mutò la scena politica. La giovane, bella e volitiva, arrivata a Madrid nell’aprile 1690, ebbe un assoluto controllo sul debolissimo marito (scacciando la suocera) e creò un suo formidabile sistema di potere con i suoi favoriti: il suo confessore (un cappuccino di nome Gabriele Chiusa, altoatesino); la sua dama di compagnia baronessa von Berlapsch (nelle satire detta Berlips o Perdiz) e il suo confessore padre Carpani; il suo segretario Henrich Wiser. A questa cerchia ben presto si aggiunsero il confessore del re frate Pedro Matilla e Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Almirante di Castiglia, uno dei membri più influenti del Consiglio di Stato.

«Con tal armonia -scriveva l’ambasciatore veneto Pietro Venier- questo partito dirige e predomina; e l’Almirante mostrando sempre di niente volere disponere tutto dispone, come se fosse primo ministro sebbene non dichiarato, tenendo li vicerè, li ambasciatori, e la maggior parte de’ ministri dipendenti…».

Tale situazione naturalmente provocò le reazione di altri nobili e soprattutto della maggioranza del Consiglio di Stato. Un attacco contro la regina e i suoi favoriti nel dicembre 1694 fallì proprio per l’intervento dell’Almirante sul re. Juan Tomas fu ricompensato dalla regina con la carica di Caballerizo Mayor, nomina che lo rese il personaggio più potente della Corte, in quanto responsabile del cerimoniale di Corte e della organizzazione delle apparizioni pubbliche del re.

Agli inizi del 1695, il conte di Modica era Tenente Generale di Andalusia e possedimenti africani; Consigliere di Stato; Caballerizo Mayor. Con questi tre incarichi, da quel momento e fino al maggio 1699, pur non ricoprendo formalmente la carica di primo ministro, usò il suo potere e la sua influenza sul re per decidere incarichi e destituzioni del personale di governo, di militari, civili e religiosi. Ma non c’era solo la situazione interna, caratterizzata dalla profonda crisi finanziaria dei vari regni che componevano la monarchia (con la ormai diffusa sensazione di irrefrenabile decadenza della Spagna), ma soprattutto l’aggressività della Francia di Luigi XIV, le cui mire espansionistiche in Fiandra, Italia e Catalogna erano anche un aspetto della questione che ormai era chiara a tutte le cancellerie europee: la successione al trono di Spagna, visto che il malaticcio re Carlo II non avrebbe avuto figli neanche dalla seconda moglie. La questione della successione spagnola ormai ossessionava non solo la Spagna ma anche la Francia, l’Austria e la pletora di principi tedeschi, l’Inghilterra e l’Olanda (queste ultime per interessi commerciali con le Indie). Protagonista assoluto nello scacchiere europeo fu Luigi XIV, che mise in atto una complessa strategia: agì prima con la guerra portata sul suolo spagnolo, attaccando Fiandre e Catalogna (Barcellona cadde nell’agosto 1697); fece poi una pace generosa, restituendo alla Spagna ciò che aveva perduto in guerra (con il trattato di Rijswick), ingraziandosi così gli Spagnoli. Poi operò lungo due direttrici: la spartizione in segreto tra i vari pretendenti dei possedimenti spagnoli (in nome però dell’”equilibrio” fra le potenze); la conquista (o meglio l’acquisto a suon di moneta) di tutti coloro che a Madrid fossero in grado di convincere il re a designare erede per testamento suo nipote. Naturalmente, tra i primi acquisti fu il cardinale Portocarrero, che nelle carte scritte a Luigi XIV agisce come un vero e proprio agente francese, sotto la guida dell’ambasciatore d’Harcourt. Questo disegno francese era ostacolato però dal “partito tedesco”, alla cui testa era appunto il conte di Modica Almirante di Castiglia, spiato e tenuto sotto controllo dalla diplomazia francese fin dal suo esordio politico-militare della liberazione di Genova nel 1684.

La Corte di Madrid tra il 1698 ed il 1700 si trasformò così in un covo di vipere e di spie (al servizio della Francia, dell’Impero, della Baviera etc.) e fu il luogo in cui si scontrarono mortalmente due camarille: il partito “francese” (guidato da Portocarrero, che controllava la maggioranza dei membri del Consiglio di Stato) e il partito “tedesco” capeggiato dall’Almirante, a sua volta appoggiato dalla regina (non molto decisa, in verità, a favore dell’arciduca), odiata però a tal punto da danneggiare la causa del pretendente tedesco inesorabilmente.

I pretendenti al trono di Spagna, per complesse vicende matrimoniali, erano da un lato lo stesso Luigi XIV, in quanto figlio di Anna d’Austria (la regina dei “Tre Moschettieri” di Dumas…) e marito di Maria Teresa d’Austria, figlia di Filippo IV; gli Asburgo d’Austria, nella persona dello stesso imperatore Leopoldo I e nella persona di un nipote bambino, Giuseppe Ferdinando (figlio del duca di Baviera e di una figlia defunta di Leopoldo I). Su questo bambino (per ingiunzione della madre morente e poi per opera del confessore Matilla, agente prezzolato del duca di Baviera) cadde la scelta di Carlo II già nel 1696. E quando a fine ottobre 1698 trapelò la notizia di un trattato di spartizione dell’impero spagnolo tra Francia, Austria e Baviera con il sostegno di Inghilterra e Olanda, il Consiglio di Stato, su impulso di Oropesa (richiamato a Corte dall’Almirante nel marzo precedente) votò per il candidato bavarese, in assenza però del cardinale Portocarrero e dello stesso Juan Tomas. Conseguentemente il re, l’11 novembre 1698 confermò per testamento come suo erede il principe Giuseppe Ferdinando (di appena sei anni) e suo padre Massimiliano duca di Baviera reggente.

Ma il destino volle altrimenti e quando il bambino morì poco dopo, nel febbraio 1699, si rinfocolò la guerra tra le varie camarille che a Corte si disputavano il controllo del re: da un lato di nuovo alzò la testa il partito “francese”, capeggiato dal cardinale Portocarrero (sostenuto dall’abilissimo ambasciatore d’Harcourt) e dall’altro il partito “tedesco”, indirizzato ormai verso l’arciduca Carlo (1683-1740), capeggiato dall’Almirante Enriquez de Cabrera. Il partito “tedesco” però era in minoranza nel Consiglio di Stato e profondamente odiato da uno strato consistente di opinione pubblica. Infatti una notevole massa di satire, libelli e pasquinate aveva colpito non solo i famelici favoriti della regina, ma anche l’Almirante e la stessa Mariana, accusati non solo di troppa intimità tra di loro, ma di avere “stregato” il re con la complicità di Oropesa: addirittura il re fu sottoposto a veri e propri esorcismi (sulle satire politiche dell’epoca scrisse un bel saggio nel 1973 il prof. Teofanes Egido, che ebbi in sorte di conoscere all’Università di Valladolid al tempo della ricerca delle spoglie di Vittoria Colonna). Si scatenò così una guerra senza esclusione di colpi, di attacchi e di scandali che diede i suoi frutti. Lo stesso secondo matrimonio di Juan Tomas (dopo la morte della prima moglie), con la nipote omonima, Anna Caterina della Cerda, figlia del cognato duca di Medinaceli, fu violentemente attaccato da Portocarrero per lo sfarzo con cui fu celebrato. Ma il peggio doveva ancora venire. A seguito di un forte aumento del prezzo del pane e dell’olio per i cattivi raccolti, il 28 aprile 1699 nella Plaza Mayor di Madrid si accese una rivolta popolare che in breve vide oltre 10.000 persone concentrarsi davanti al Palazzo Reale. Tale malcontento fu abilmente indirizzato da Portocarrero e da altri contro Oropesa (responsabile dei rifornimenti della capitale), accusato falsamente a mezzo di voci e scritti nei giorni precedenti di avere venduto grano al Portogallo, mentre la moglie avrebbe fatto incetta d’olio. La folla assaltò e devastò la sua casa. La cosiddetta “sommossa dei gatti” durò poche ore, ma il partito francese ne approfittò per ottenere dal re la cacciata di Oropesa il 9 maggio e subito dopo quella dell’avversario più pericoloso: l’Almirante don Juan Tomas, conte di Modica (ancora in lutto per la perdita a febbraio della sua seconda giovane sposa), che fu esiliato dal re prima ad Aranjuez poi in Andalusia. Con l’esilio dell’Almirante, il cardinale Portocarrero e gli altri nobili attuarono un vero e proprio colpo di stato e da quel momento ebbero il pieno controllo del sovrano ormai alla fine della sua infelice esistenza. Dopo la notizia del nuovo trattato di spartizione dell’impero spagnolo concluso a Londra nel marzo 1700 tra la Francia, l’Austria, l’Inghilterra e l’Olanda, i malanni di Carlo II si aggravarono e il re si convinse che per salvare l’integrità della Spagna occorreva scegliere come erede il nipote di Luigi XIV, il secondogenito del Delfino, Filippo duca d’Angiò. C’è però da dire che nonostante la pressione del partito francese e del cardinale Portocarrero al soldo di Luigi XIV, la scelta, resa nota dopo la morte del 39enne sovrano avvenuta il 1° novembre 1700, fu l’atto più degno che Carlo II potesse fare, perché salvava l’integrità della Spagna e dei suoi possedimenti, vanificava il trattato di successione mettendo in difficoltà Luigi XIV ed incontrava il favore dell’opinione pubblica spagnola, che odiava la regina tedesca ed i suoi corrotti favoriti e conseguentemente non voleva come re un arciduca austriaco. Nel suo testamento, il re revocò l’esilio per l’Almirante, che così tornò a Corte, più arrogante ed altezzoso che mai…

Il 13 settembre 1702, il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera lasciò Madrid, con un seguito di 300 persone e 150 carri pieni di vasellame prezioso, gioielli, arazzi e almeno 200 fra i quadri migliori della sua collezione (nel maggio 1701 ne aveva donati 140 al convento di Valdescopezo, dove erano sepolti dal 1477 numerosi esponenti della famiglia Enriquez). La destinazione era Parigi, dove l’Almirante avrebbe svolto il ruolo di ambasciatore presso Luigi XIV, nonno del nuovo re di Spagna Filippo V di Borbone. In verità i rapporti tra gran parte della nobiltà spagnola ed il nuovo re dopo i primi mesi si erano guastati. Seguendo le disposizioni di Luigi XIV (che almeno fino al 1709 controllò il governo spagnolo del nipote), i nobili furono allontanati dai posti di responsabilità e sostituiti con francesi. Ma il caso dell’Almirante fu emblematico e lo avrebbe consegnato alla storia. Infatti, pur avendo giurato fedeltà al nuovo sovrano, il conte di Modica -come capo riconosciuto del “partito austriaco” (la regina vedova era stata confinata a Toledo)- fu oggetto dei sospetti di Luigi XIV e della vendetta del cardinale Portocarrero che, subito dopo l’arrivo di Filippo V a Madrid nel febbraio 1701, lo privò delle cariche a Corte e degli incarichi di governo precedentemente ricoperti. Fra le prime disposizioni date a suo riguardo da Luigi XIV era quella di allontanarlo da Madrid, anche nominandolo ambasciatore a Parigi, un’idea che rimase silente per circa un anno prima di prendere forma nell’aprile 1702. Infatti, prima di partire per l’Italia Filippo V lo nominò ambasciatore straordinario a Parigi, ma Portocarrero lo declassò ad ambasciatore ordinario con la riduzione di un terzo del compenso e non ci fu verso di costringerlo a rispettare la disposizione del re. Umiliato, don Juan Tomas prese la decisione che maturava da tempo, anche perché la situazione internazionale era mutata. Nel maggio 1702 infatti Inghilterra, Olanda e Austria avevano dichiarato guerra alla Francia, dopo che Luigi XIV aveva tradito il trattato di ripartizione del marzo 1700, aveva occupato le Fiandre spagnole e auspicato che Francia e Spagna si unissero sotto un’unica corona. Inoltre Filippo V aveva concesso l’esclusiva della tratta degli schiavi neri ad una compagnia francesi: era così scoppiata la prima guerra del XVIII secolo, passata alla storia come Guerra di Successione spagnola (1702-1714). Pertanto si costituì un’alleanza a sostegno del pretendente austriaco al trono di Spagna, l’arciduca Carlo, cui il padre Leopoldo ed il fratello Giuseppe avevano trasferito i loro diritti (si disse allora che per convincere l’imperatore Leopoldo determinante era stato proprio Juan Tomas). Per poter realizzare il suo proposito di riacquistare la sua libertà d’azione, il conte di Modica finse di accettare la nomina di ambasciatore ordinario a Parigi e chiese l’autorizzazione ad accendere nuovi prestiti per far fronte alle spese: ancora una volta i beni liberi della Contea di Modica (come fossero un odierno bancomat) gli fecero da garanzia per avere pochi giorni prima di partire due prestiti, il primo di 26.800 scudi e il secondo di 12.000 scudi. Per il suo piano, chiese alla regina reggente Maria Luisa di Savoia anche una lettera di raccomandazione per Luigi XIV, lasciando a Madrid un corriere che gliela portasse appena scritta dalla regina e partì, dirigendosi a nord, con il suo corteo, di cui facevano parte anche il medico personale e tre padri gesuiti, fra cui il suo maestro Álvaro Ciefuegos, autore di una sua breve biografia premessa alla vita di San Francesco Borgia (1726, foto 1) e fedele seguace dell’arciduca poi imperatore Carlo VI. All’altezza di Medina de Rioseco però deviò dal cammino verso Parigi, con la scusa di incontrare il fratello Luis (sposato con una discendente della famiglia reale Inca) e il nipote don Pascual Enriquez, quindi si fermò a Tordesillas, anche per aspettare la lettera della regina. Quando gli arrivò, la sostituì con un’altra, e la lesse davanti a tutti dicendo che la regina gli aveva ordinato di passare in Portogallo come ambasciatore straordinario per trattare con il re dom Pedro un’alleanza o almeno la neutralità. Insomma, fuggì in Portogallo, dove chiese asilo e prese subito contatto con l’ambasciatore imperiale, mettendosi a disposizione della “augustissima Casa d’Austria”. La scelta di Juan Tomas impressionò tutti. Persino Luigi XIV, pur ordinandone l’estradizione e la punizione, fu colpito dall’agire di un uomo che per fedeltà ad una causa era disposto a perdere tutto. Infatti immediatamente fu ordinato di processarlo per tradimento, disobbedienza, falsificazione di lettere della regina e si ordinò il sequestro di tutti i suoi beni spagnoli e siciliani (cioè la Contea di Modica e le baronie di Alcamo e Calatafimi).La rottura non poteva essere più totale ed infatti, dopo un processo segreto (in cui testimoniò anche il nipote don Pascual, fuggito a sua volta dal Portogallo dopo aver seguito lo zio, ignaro dei suoi piani), nell’agosto 1703 l’Almirante fu condannato a morte, mentre tutti i suoi beni venivano man mano confiscati. Juan Tomas fu così colpito da una tremenda “damnatio memoriae”, che si materializzò con l’ordine di togliere i suoi ritratti dal Duomo di Milano e con la distruzione, secondo Villabianca, degli stemmi degli Enriquez Cabrera nella cappella del Castello a Modica, dove le sepolture erano adorne di «…iscrizioni, quali oggi si veggono cancellate per ordine del Governo sul principio del secolo presente decimo ottavo insieme con tutte le altre più antiche, e moderne di tutti i Conti di Modica a motivo del partito Austriaco, che abbracciò in detto tempo il Conte Gio. Tommaso Enriquez…». In un primo tempo lo si era solo condannato all’esilio, ma dopo che gli attribuì la responsabilità di aver convinto il re del Portogallo ad entrare nell’Alleanza contro Filippo V, gli si comminò la pena di morte. Dopo la condanna, l’Almirante pubblicò un Manifesto (foto 2) politico che fece molto scalpore anche all’estero (fu tradotto e stampato in inglese), in cui, riaffermando la sua lealtà e devozione agli Asburgo e al ramo austriaco, spiegava le ragioni della sua scelta, accusando il duca d’Angiò (mai chiamato “re”) di aver asservito la Spagna alla Francia, additando il cardinale Portocarrero e il suo circolo come coloro che avevano plagiato il morente Carlo II a favore del nipote di Luigi XIV. Accusava in particolare Portocarrero di aver falsificato il testamento dell’ultimo degli Asburgo spagnoli con l’aggiunta della clausola dell’obbligo delle nozze tra il nuovo re ed una arciduchessa austriaca, proposta peraltro respinta dall’imperatore Leopoldo (in seguito l’Almirante scrisse anche i testi dei proclami dell’arciduca d del re del Portogallo). Nella complicata vicenda della guerra, Juan Tomas giocò un ruolo assai importante, agendo come un vero e proprio inviato dell’imperatore, riuscendo a far passare il Portogallo dalla neutralità al fronte della Lega. Convinse anche Leopoldo a mandare suo figlio, incoronato re di Spagna a Vienna nel settembre 1703 col nome di Carlo III, a Lisbona per guidare l’attacco alla Spagna. Il giovane raggiunse Lisbona nel marzo 1704. Ad accoglierlo Juan Tomas, che fu nominato Generale della Cavalleria. Ma anche nel circolo del’arciduca a Lisbona non mancavano i contrasti e sulla strategia da seguire l’Almirante fu messo in minoranza (diceva che nel circolo di Carlo tre soli ragionavano: l’arciduca, il nano ed il cavallo…). Juan Tomas Enriquez de Cabrera, in un primo tempo spalleggiato dagli Inglesi (che avevano approfittato della situzione per impadronirsi di Gibilterra), proponeva di invadere la Castiglia dall’Andalusia. Prevalse invece la linea d’attacco alla Catalogna, che si pensava si sarebbe sollevata contro Filippo V. Ma Juan Tomas non era destinato a vedere la fine della Guerra di Successione. Infatti subito dopo quel consiglio di guerra in cui era stato messo in minoranza, il 29 giugno 1705 morì all’improvviso ad Estremoz, all’età di 59 anni, forse per un ictus. La sua morte fu salutata con piacere a Madrid e a Parigi, dove alcuni ministri di Luigi XIV avevano pensato anche di farlo uccidere a Lisbona…). Il re del Portogallo, don Pedro II, si occupò delle sue esequie e l’Almirante fu sepolto nella cappella maggiore del convento di San Francisco ad Estremoz (foto n. 3). Il testamento che si aprì a Lisbona il 10 luglio disponeva che i suoi beni fossero destinati alla costruire una casa-noviziato della Compagnia di Gesù a Madrid se Carlo fosse riuscito a diventare re di Spagna o a Lisbona, in caso contrario. l beni lasciati in Portogallo furono amministrati dai suoi esecutori testamentari, i padri gesuiti Casnedi e Cienfuegos. I beni spagnoli -sequestrati- saranno richiesti nel 1710 dal fratello Luis, marchese di Alcañizes, che pure lo aveva disconosciuto e criticato duramente per il suo “tradimento”, definendolo un “pazzo”. Dopo la sua morte avvenuta nel 1713, i suoi diritti su Medina de Rioseco passarono al figlio Pascual, che a sua volta dopo la pace di Vienna del 1725 tra Carlo VI e Filippo V poté entrare in possesso anche dei beni siciliani appartenuti allo zio, fra cui la Contea di Modica, di cui ebbe l’investitura nel gennaio 1729. Il tragico destino dell’Almirante lo rese famoso a lungo nel Settecento spagnolo ed addirittura nel 1827 la scrittrice francese Laure Junot Saint Martin, duchessa d’Abrantes, scrisse un romanzo tradotto in spagnolo nel 1838 con il titolo “El Almirante de Castilla”, in uno stile gradevole, che fa pensare a quello coevo di Alexandre Dumas (foto 4). Quindi altro che traditore! Ci troviamo davanti ad un uomo che per la fedeltà ad una causa perse tutto: i beni ed anche la vita: un esempio mirabile di lealtà. Uomo di potere, che aveva combattuto contro Luigi XIV e che dagli Asburgo di Spagna tutto aveva avuto, non accettò che la volontà di Carlo II fosse stata violentata dal cardinale Portocarrero a favore del nipote del re di Francia. Non tradì ma fece una scelta onorevole: l’unica possibile per un Grande di Spagna fedele al concetto di legittimità. Combatté per l’arciduca Carlo d’Austria, che però non ebbe per l’Almirante la considerazione che lui si aspettava. Anche in morte fu oggetto di satire feroci, destino riservato agli sconfitti. Ma che fine fecero gli oggetti preziosi e gli oltre 200 quadri che il conte di Modica si era portato appresso da Madrid fino a Lisbona?

Da Lisbona a Vienna. Ma che fine fecero i beni che il conte di Modica don Juan Tomas Enriquez de Cabrera lasciò al momento della sua morte in Portogallo? Alcuni storici scrissero che lasciò tutti i suoi beni all’arciduca Carlo. La notizia è infondata. Nel suo testamento dell’11 aprile 1705 (modificato da una successiva aggiunta del 20 aprile), infatti l’Almirante destinò tutto il denaro liquido di cui disponeva a Lisbona (oltre 211 milioni di reis portoghesi, equivalenti a circa 5 milioni e 300.000 reales spagnoli: una somma assai cospicua!) alla Compagnia di Gesù, con l’obbligo di fondare un collegio per la formazione di missionari gesuiti destinati alle Indie orientali e alla Cina, sotto titolo di Nostra Signora della Concezione. Una casa-noviziato da costruire a Madrid nel caso l’arciduca Carlo fosse riuscito a diventare re di Spagna; a Lisbona, se non ci fosse riuscito. Niente lasciò al fratello Luis né al nipote Pascual (la cosa è comprensibile visto che entrambi lo avevano rinnegato e Pascual aveva testimoniato nel processo contro di lui!), ma volle destinare alla nipote donna Maria Enriquez (figlia del fratello Luis e che nel 1740 avrebbe ereditato dal fratello Pascual la Contea di Modica) un lascito di 5.000 ducati sull’encomienda di Pietrabuena (che però era stata sequestrata, con le case ed i palazzi di Madrid e tutto il resto). Oltre al denaro liquido lasciò però anche 10 arazzi, gioielli ed altre cose preziose, tra cui servizi di porcellana e d’argento. Juan Tomas era stato molto colpito dalla perdita di ben 280 chili di argento lavorato, depredato dai francesi che avevano catturato la nave su cui viaggiava con destinazione Olanda per farlo fondere. Infine i quadri, ben 200, come sappiamo. Agli oltre 200 milioni di reis vanno quindi aggiunte le somme ricavate dalla vendita di tutti questi oggetti preziosi.

Scrive la studiosa americana Angela Delaforce: «…Nell’estate del 1705, subito dopo la morte di Juan Tomas [avvenuta il 29 giugno], gli arazzi, alcune rare tappezzerie, dipinti, servizi, argenti, armadi e cassapanche, orologi, pezzi di ambra, gioielli e pietre preziose furono stimati e messi in vendita a Lisbona. Gli arazzi includevano paesaggi o boschi: 12 pannelli con le “Storie di Enea”, che si dicevano tessuti ad Anversa e col marchio di Bruxelles; otto pannelli con le “Storie di Mosè” tessuti in Francia, di cui si sapeva che erano stati acquistati a Roma da Juan Alfonso; e altri descritti come nature morte e fiori». Gli oggetti lavorati in oro e in argento, che comprendevano un preziosissimo servizio da tavola fatto in Olanda, furono tutti comprati dal re del Portogallo, Dom Pedro II, mentre «…un altissimo prezzo (circa 54.777.900 réis) fu pagato per le pietre preziose (smeraldi, diamanti ed altri gioielli con pietre), tutte acquistate dal futuro imperatore, l’arciduca Carlo». Juan Tomas aveva portato da Madrid anche argenti liturgici e preziosi reliquiari della sua cappella privata, che nel testamento destinò alla cappella del nuovo collegio gesuitico da costruirsi, con la disposizione di creare una custodia per il suo cuore, che doveva recare un’iscrizione ed essere collocata sull’altare, dentro la base del piedistallo di una grande statua della Vergine dell’Immacolata Concezione. Sul destino della collezione di quadri degli Enriquez (ricordo che venne annoverata tra le maggiori della Spagna del XVII secolo), le notizie avute in passato erano non del tutto complete: si scrisse che la collezione fu tra i beni sequestrati all’almirante nel 1703 e che sarebbe stata dispersa in Spagna (molti quadri però sono oggi al Prado). Ma oggi sappiamo che gran parte dei 200 quadri portati nell’esilio, da Lisbona andarono a finire a Vienna. La maggior parte di questi quadri (tra i più preziosi trasportabili), fu acquistata dall’arciduca Carlo, per il prezzo di 100.000 cruzados (pari a 40 milioni di reis), ritenuto dai contemporanei un prezzo irrisorio di fronte al valore complessivo di tanti capolavori. La somma fu prestata al futuro imperatore da un banchiere portoghese, cui l’arciduca diede come garanzia le gemme appartenute all’Almirante e acquistate poco prima. La fama del valore della collezione del conte di Modica stuzzicò diversi amanti dell’arte, fra cui anche l’inglese duca di Marlborough, John Churchill (antenato di Winston Churchill) e altri acquirenti olandesi ed italiani. Ma tutti arrivarono tardi o meglio, gli esecutori testamentari dell’Almirante (i padri gesuiti Cienfuegos e Casnedi) preferirono venderli a colui che sembrava stesse per diventare il nuovo re di Spagna, cioè l’arciduca Carlo e la transazione fu perfezionata il 26 febbraio 1706. Dei quadri il 1° febbraio 1705 era stato fatto un inventario, accluso al testamento, purtroppo andato perduto dopo il 1916. Tale documento fu però fra le mani di uno storico gesuita coevo, padre Antonio Franco, che ci riferisce che alcuni quadri erano stati donati dal duca di Medina de Rioseco al re Dom Pedro II e ad altri dignitari della corte portoghese. Tra i 200 quadri dell’Almirante, padre Franco scrive che c’erano 30 opere di Tiziano (due delle quali acquistate dallo stesso conte di Modica), 9 dipinti di Correggio (uno dei quali sarebbe una copia di “Giove e Io”), 3 di Raffaello, 1 del Perugino, 2 di Michelangelo, 3 di Brueghel, 26 di Van Dyck, 34 di Tintoretto, 1 di Dürer, 5 di Veronese e 3 di Luca Giordano. Per il resto, non ci sono numeri per gli altri artisti, e solo per deduzione possiamo calcolare che c’erano 33 quadri attribuiti a Guercino, Guido Reni, Jusepe de Ribera e Poussin; gli altri erano descritti solo come opere di “celebri” pittori, tra cui il genovese Luca Cambiaso, conosciuto come “Luqueto” in Spagna (che morì all’Escorial nel 1585), tra cui la “Maddalena penitente”.

Nel resoconto di padre Franco, Juan Tomas aveva portato a Lisbona anche 26 quadri dei Bassano (sui 90 registrati nel 1691): uno dei quali potrebbe quello quello denominato “I Cambiavalute”, ora attribuito a Leandro Bassano (fig. 3). I 22 dipinti di Rubens, secondo la lista di padre Franco, suggeriscono che Juan Tomas nel suo esilio portò con sé tutti i quadri che possedeva del maestro fiammingo (tra essi “Venere, Marte e Cupido”, forse quello ora alla Dulwich Picture Gallery di Londra). Tra i quadri di Rubens appartenenti alla collezione Castiglia (così infatti è denominata la collezione degli Enriquez dagli studiosi) ed identificati abbiamo un “Cristo Infante e San Giovanni Battista con due angeli (fig. 4). Gli altri sono “Andromeda legata alla roccia” (ora alla Gemäldegalerie, Berlino), “Un paesaggio autunnale con vista dell’Het Steen” e “Un trionfo romano” (entrambi oggi alla National Gallery di Londra), “Marte e Venere” (oggi al Palazzo Bianco, a Genova) e il quadro citato sopra “Venere, Marte e Cupido”. Inoltre, la collezione conteneva 10 ritratti, due di filosofi e una scena mitologica con Nettuno. Uno dei ritratti, allora descritto come un “Ritratto di Cardinale”, è il “San Gerolamo” di Vienna (fig. 5).

Tra i quadri certamente provenienti dalla collezione Castiglia ed oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna è la cosidetta “Allegoria della Vanità” (fig. 2) dell’artista madrileno Antonio de Pereda y Salgado (1611-1678), nota anche come “Desengaño de la vida”, che fu ereditato nel 1691 da Juan Tomas da suo padre. «Allora era appeso nella galleria dedicata ai quadri di eminenti Spagnoli, la Pieza de Españoles, e viene descritta in dettaglio ed ha una stima alta nell’inventario di quell’anno. In esilio, in disgrazia e contemplando il suo incerto destino, l’ultimo Almirante avrebbe trovato un pungente significato nella Allegoria della Vanità, un’eloquente immagine della effimera natura del potere terreno. Il magnifico angelo con le ali spiegate che sovraintende ai simboli della ricchezza della vita terrena e ai simboli della morte contiene un ritratto-cammeo dell’imperatore Carlo V, e per Juan Tomas la presenza dell’Asburgo avrebbe avuto un profondo significato personale» (Delaforce). Un altro dipinto potrebbe essere il “San Giovanni bambino e l’Agnello” (fig. 7), ora considerato un’opera di Murillo (1618-1682), mentre del maestro spagnolo Pedro de Orrente (1580-1645) sarebbe il “Cristo al lazzaretto di Bethesda” (fig. 8). A Vienna dal 1720 sono anche presenti altri dipinti, probabilmente acquistati a Napoli da Juan Alfonso tra il 1644 ed il 1646: due del pittore Agostino Beltrano (1607-1656), un discepolo e seguace di Massimo Stanzione (1585-1656): uno rappresenta “Alessandro il Grande”, a cavallo del suo Bucefalo (fig. 9), l’altro “Il trionfo di David”; il terzo, “Il martirio di Sant’Orsola” è del napoletano Scipione Compagno (attivo tra il 1636 ed il 1664).

Passò un decennio prima che i quadri dell’Almirante di Castiglia conte di Modica lasciassero il Portogallo per il loro viaggio verso Vienna. La ragione del ritardo non è nota, ma potrebbe essere stata connessa alla loro sicurezza in mare in tempo di guerra (la guerra di Successione durò fino al 1714). Infatti solo il 19 luglio 1715, quattro anni dopo che l’arciduca Carlo era salito al trono imperiale come Carlo VI, padre Cienfuegos partì da Lisbona -via Inghilterra- con i quadri per l’imperatore di Germania. La Delaforce infine si chiede «perché solo così pochi dipinti possano essere identificati fra i circa 200 quadri che, come si è detto, rimanevano della collezione dell’Almirante di Castiglia. Il problema è se e dove questi quadri furono custoditi in Inghilterra durante il loro viaggio, e quando e come essi finalmente arrivarono a Vienna, dove furono sistemati nella galleria della Hofburg fatta predisporre appositamente. Di tutti i quadri fu fatto un catalogo dipinto, opera di Ferdinand Storffer, di cui il pittore napoletano Francesco Solimena (1657-1747) immortalò nel 1733 la presentazione a Carlo VI.

Pur ignorando quasi tutto del viaggio dei quadri (giunti a Vienna probabilmente nel 1718), una cosa è certa: la partenza da Lisbona li ha salvati per la posterità. Se fossero stati trattenuti dalla Corona portoghese, sarebbero stati distrutti nel tremendo terremoto, tsunami e incendio che 40 anni più tardi, il 1° novembre 1755, distrusse il Palazzo della Riviera e ciò che c’era dentro, insieme con tutta la città di Lisbona (foto 10). Se politicamente amara fu la sorte di Juan Tomas Enriquez de Cabrera, lo splendore dei resti della collezione di quadri della famiglia Enriquez ancora oggi illumina i musei europei ed in particolare il Prado di Madrid e il Kunsthistorisches Museum di Vienna (foto 11). E tanto basta per dare torto al marchese di Villabianca e a Raffaele Solarino…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.