Premessa

In occasione del terzo centenario del terremoto del 1693, mi volli cimentare in una ricerca particolare. I miei viaggi in Spagna per la ricerca delle spoglie di Vittoria Colonna, fondatrice della città di Vittoria, mi avevano dato occasione di frequentare l’Archivo General de Simancas, nei pressi di Valladolid. Il tema del terremoto del 1693 mi ha sempre affascinato, per la sua catastroficità ma soprattutto perché da esso in special modo il Val di Noto, ricostruito, si vestì di un meraviglioso barocco. Mentre studiosi del calibro di Corrado Gallo, Liliane Dufour e numerosi altri si erano dedicati soprattutto alla ricostruzione, a me invece interessava sapere come la notizia era stata trasmessa a Madrid e quali erano state le reazioni. Sapendo che molti documenti erano custoditi a Simancas [nella foto, “Il terremoto” quadro di Saint Ours, da “1693. Val di Noto. La rinascita dopo il disastro”], archivio che ebbi modo di visitare nel marzo 1990, facendo uso della Guya del investigador, mi feci fare copia di centinaia di documenti relativi al biennio 1693-1694. Dalla lettura delle carte e soprattutto dalle missive a Madrid inviate dal viceré Uzeda, mi colpì l’insistere sull’Etna. Fu così che mi venne l’idea di scrivere come le autorità dell’epoca avessero vissuto il terremoto e con quali cognizioni scientifiche. Capii infatti che l’osservazione dell’Etna serviva al viceré Uzeda per avere un punto di riferimento quotidiano nella sua azione di governo. E se anche non poté combattere il senso comune che attribuiva la causa del sisma all’”ira di Dio”, tuttavia quell’ancoraggio “scientifico” di considerare l’Etna alla stregua di un “osservatorio sismico” ante litteram, lo aiutò a prendere provvedimenti efficaci, senza essere travolto dal terrore e dall’inefficienza. E se si pensa che l’unico rimedio “sanitario” di fronte alla grande pestilenza del 1624 era stata “l’invenzione” (nel senso di ritrovamento, ma non solo…) delle reliquie di Santa Rosalia, emerge con grande nettezza la statura del viceré Uzeda…Illuminante poi è stato conoscere le relazioni scienziati e filosofi, quali Silvio Boccone, Domenico Bottone (la cui opera mi feci riprodurre dalla Royal Society di Londra) e poi Tommaso Campailla, con il suo Adamo. Il libro a stampa nacque poi a spese della Libreria Paolino, di cui con grande dispiacere ho appreso la chiusura.  

1.Le prime notizie sul terremoto arrivano a Madrid

Al termine dei suoi tre lunghi mandati (1687-1696) come viceré di Sicilia, Francisco Pacheco, conte di Montalbán e duca di Uzeda, scrive un dettagliato resoconto dello «stato in cui lascia la situazione del Regno di Sicilia, e di ciò che ha operato nel tempo del suo governo». Era costume solito fare così, ma al duca d’Uzeda era capitato in sorte uno degli eventi più terribili della storia della Sicilia moderna: la catastrofe sismica del 9 e 11 gennaio 1693, quando «Dio per i suoi alti giudizi colpì questo Regno con così ripetuti terremoti che le città e i paesi della terza e migliore parte dei Regno furono rasi al suolo».

Dopo aver trattato delle finanze, dell’ordine pubblico e della sicurezza militare del Regno, dei suoi difficili rapporti con la Chiesa, il viceré riassume quei giorni tragici.

«…gli abitanti seppelliti dalle rovine, di cui si poté contare il numero, furono sessantamila, e le altre due parti

[del Regno]

, quelle che non risentirono delle scosse per la loro lontananza, ebbero le fabbriche assai danneggiate, cosa che causò ai proprietari notevoli danni e spese. Mi trovai con l’imprevista angoscia e preoccupazione di provvedere alla ricostruzione dei mulini perché non morissero di fame quelli che erano sopravvissuti a questa tragedia, a far dare sepoltura agli innumerevoli cadaveri e carogne di animali di tutte le specie che con la putrefazione e in un paese così caldo minacciavano una pestilenza, a porre in difesa ed armare le principali piazzeforti in tempo di guerra e in zona così prossima all’Africa, a evitare i saccheggi le rivolte e i disordini che simili accidenti provocano…».

A tutto il viceré aveva dato risposta «così opportunamente che in breve erano stati assicurati i rifornimenti ed era ripresa la molitura, i cadaveri erano stati sepolti o bruciati; si erano costruite capanne «tanto che non sembrava che stessero…in difficoltà, ma nella comodità delle loro case…»; lasciava «le Città e Università…molto avanti [nella ricostruzione], senza essere però arrivate a conclusione in quanto, poiché i terremoti sono continuati, i loro abitanti hanno temuto di rischiare un’immediata nuova rovina».

Il tono complessivamente ottimistico e propagandistico usato dal viceré è naturalmente lontanissimo dalla situazione reale e non rispecchia minimamente la stessa corrispondenza scambiata con la Corte di Madrid. Se è vero infatti che il governo vicereale riuscì ad affrontare l’emergenza in maniera egregia per quei tempi e in quella gravissima situazione, la ricostruzione delle città e dei paesi era ancora di là da venire. Il viceré stesso dice che nessuno aveva voluto rischiare di ricostruire in presenza dei ripetuti terremoti. L’asetticità di questa affermazione non ci dà affatto il senso di ciò che successe veramente in quegli anni, soprattutto dal gennaio 1693 al novembre 1694: un biennio tragico, con parossismi di panico collettivo di grande intensità. Un biennio che abbiamo cercato di ricostruire sulla scorta di documenti in parte inediti pervenutici dall’Archivio Generale di Simancas.

Le prime notizie dei terremoti di Sicilia del 9 e 11 gennaio 1693 arrivarono alla Corte di Madrid il 3 marzo, al Consiglio di Stato, che si riunì per le decisioni da suggerire al sovrano il 7. L’organismo, una sorta di Consiglio dei Ministri, aveva il compito di consigliare il re sulle risoluzioni da prendere in merito agli affari che di volta in volta si presentavano. In una corte eternamente impegnata nelle vicende della successione al re Carlo II, giovane ma malaticcio e senza eredi (nonostante due matrimoni), spaccata tra il “partito austriaco” e il “partito francese” e nelle interminabili guerre con il grande nemico Luigi XIV, con gli Inglesi, gli Olandesi e gli Ottomani, l’evento fu accolto con la dovuta costernazione. Il pacco di lettere con le luttuose notizie era arrivato da Napoli, inviato a Madrid dal viceré conte di Santo Stefano con nota di trasmissione datata 30 gennaio. Il Consiglio, composto dal duca di Osuna, dal cardinale Portocarrero, dal marchese di Mancera, dall’almirante di Castiglia conte di Modica (direttamente interessato dal disastro; su di lui vedi l’articolo di questo blog intitolato

“Juan Tomas Enriquez de Cabrera, XI ed ultimo Almirante di Castiglia e VII Conte di Modica”),  dal conte di Frigiliana, dal marchese di Villafranca, e dai duchi dell’Infantado e di Montalto, istruì il proprio parere e lo passò al re.

Il Consiglio «non può tralasciare di rappresentare a Vostra Maestà il grande cordoglio con cui ha appreso queste notizie, perché sa che cosa causerà in Vostra Maestà e nella sua naturale pietà l’udire di rovine e stragi simili…». Ma dopo la pietà e il cordoglio viene la riflessione più tragica per un impero in continua emergenza finanziaria: «… dalle quali è logico seguiranno grandi difficoltà e danni per il Real Servizio di Vostra Maestà».

«E non essendoci altro rimedio in accidenti di questo genere così ripetuti, fino a quando non arriveranno le lettere del viceré Uzeda e non si sappia di certo ciò che è successo…l’unica cosa da fare è dedicarsi con le preghiere a placare l’ira divina. Pertanto ci sembra opportuno che V.M. si degni ordinare che si preghi in tutti i conventi, però senza manifestazioni esterne, perché non si aggiunga al comune sconforto anche questo genere di sofferenze e afflizioni pubbliche».

Non rendendosi ben conto di ciò che era accaduto, anche se le lettere pervenute già delineavano l’enorme tragedia che aveva sconvolto il Regno di Sicilia, i consiglieri avevano dibattuto a lungo, senza nulla concludere, sulla necessità di far passare nel Mediterraneo le flotte schierate nel Mare del Nord contro l’Inghilterra e l’Olanda, e di mettere all’erta le galere del Regno di Napoli. L’unica preoccupazione che traspare dal resoconto contenuto nel documento è quella militare, nel timore di eventuali colpi di mano contro il dominio spagnolo in Sicilia da parte dei secolari nemici e soprattutto della Francia. Eppure già le scarne notizie arrivate a Corte davano il quadro dell’accaduto…

Infatti il viceré di Napoli, conte di Santo Stefano (l’uomo che aveva duramente represso la rivolta di Messina del 1674 1678), già aveva usato parole gravi. Trasmettendo a Corte la lettera del Preside della Provincia di Cosenza, marchese Garofalo, così scrive il 30 gennaio da Napoli:

«…si sono sofferti terremoti nelle due Calabrie i giorni 8 e 11 del corrente, anche se non hanno provocato danni considerevoli, e poiché nello stesso tempo si sono avvertiti in Sicilia…trasmetto copie di lettere del Governatore del porto di Messina, del Castellano di Catania e del protomedico Bottone, dove si riferiscono le stragi e le sciagure che hanno subito alcune città e terre di quel Regno…Spero nella Divina Misericordia che siano molto meno di ciò che si dice, poiché l’orrore e la paura che questi accidenti provocano generalmente, fanno sì che i danni si concepiscano maggiori di quanto non siano in realtà».

La speranza del conte era però già superata dal contenuto delle stesse lettere che trasmetteva. Infatti da Monteleone di Calabria (l’odierna Vibo Valentia), il marchese Garofalo, nella sua comunicazione del 15 gennaio, era stato assai preciso:

« … informo V.E. dei danni che fino ad oggi si sa sono accaduti in molti luoghi di questa Provincia, per ripetuti terremoti che cominciarono a sentirsi leggermente in questa città di Monteleone, la notte del giovedì passato 8 del corrente  otto giorni ad oggi,  proseguirono la notte del venerdì seguente con maggior forza, però dopo, la domenica 11 poco prima delle ore 21[1], si fecero sentire più terribili; e sebbene in questa città (che è sotto la protezione di San Leoluca) la scossa causò solo timore ma niente danni, tuttavia nei paesi vicini, Mileto, Briatico e altri, provocò alcuni danni nelle fabbriche, maggiormente a Seminara, Oppido, Santa Cristina e altri della Comarca, ma danni maggiori a Reggio e altri luoghi vicini; … in tutto, per quello che si è saputo finora, i morti arriveranno a quindici; però questi mali non sono da paragonare agli immensi danni che nelle persone e nelle case ha patito il Regno di Sicilia, poiché si sa della rovina totale di Catania e di altri luoghi vicini, e danni assai rilevanti sono a Messina…e per maggior sofferenza si aggiunge il grande terrore degli abitanti delle città colpite…con il timore delle repliche, per cui quegli sventurati si sono decisi a restare notte e giorno nelle campagne, pure in questi tempi…».

Parole estremamente chiare sull’entità dell’evento e assai interessanti per noi perché ci informano che lo sciame sismico iniziò la sera del giovedì 8 gennaio. Altra testimonianza viene da Spaccaforno [odierna Ispica], su cui il padre Antonino Le Favi  scrive: «… il Giovedì otto del caduto Gennaro s’intese un piccolo terremoto il quale non fu avvertito che da pochi…». Quest’ultima testimonianza rappresenta il limite, cronisticamente attestato, delle isosisme del terremoto del giovedì verso sud, che probabilmente fu udito anche a Malta. La scossa dell’11 fu invece sentita fino alla terra d’Otranto a nord est e fino a Malta a sud ovest. Corrado Gallo, pur citando la fonte archivistica spagnola da noi utilizzata per questa ricostruzione, non fa cenno ad un inizio delle scosse il giovedì 8, mentre è a conoscenza dell’eruzione contestuale dell’Etna, sconosciuta ai più (e negata da altri), fenomeno invece ben reale, con fasi alterne di quiete e di parossismo, per mesi e mesi ad iniziare da quel tragico 11 gennaio.

Infatti, se c’è una presenza incombente su tutta la Sicilia e nella mente e nei cuori di più di trecentomila persone nei giorni e nei mesi seguenti costellati da ben 1800 scosse, questa è proprio l’Etna, anzi il Mongibello!

Don Balthazar Bazan, Governatore del porto di Messina, così scrive: «Giorno 9 alle ore 4 e 3 quarti della sera ora d’Italia[2] , si verificò il primo che durò un largo Credo[3] , anche se a Messina non ci fu alcun danno, però il secondo, che sopravvenne l’11 a 20 ore e mezza, durò un quarto d’ora [!][4], e causò una grande sciagura, poiché non ci fu casa né Palazzo che non si aprì e molti crollarono a terra, e i morti che fino ad ora si sono avuti sono circa 43, perché essendo gli animi abbattuti non se ne sono potuti estrarre di più [dalle macerie]. Le processioni e penitenze aspre che si fanno non hanno paragone nel mondo, e molte confessioni avvengono in pubblico, e il signor Prelato va predicando per chiese, piazze e strade a piedi nudi, con i sandali, e ai religiosi e chierici, anche se non hanno l’approvazione, ha dato facoltà di confessare e assolvere da tutti i peccati, anche quelli riservati al Pontefice»….

[per chi fosse interessato, il seguito in due brevi saggi: “Gli uomini e la catastrofe” e “Gli uomini dopo la catastrofe”]

p.s. Poiché sulla questione dell’ora del terremoto fissata alle 15 e da me contestata, sono intervenute parecchie persone ed in ultimo l’amico Ignazio La China di Scicli (con molta cortesia), per concludere la “controversia delle campane” (se cioè sia esatto suonarle alle 15 (ora presunta del terremoto) o alle 14 (come da me sostenuto) aggiungo ulteriori informazioni. Vorrei infatti si tenesse conto dei documenti ufficiali spagnoli dell’epoca. Che provengono dall’Archivio Generale di Simancas (in mio possesso in copia), riguardano le carte trasmesse dal viceré di Napoli conte di Santo Stefano e che furono esaminate dal Consiglio di Stato (di cui faceva parte anche l’Almirante di Castiglia e Conte di Modica Juan Tomas Enriquez de Cabrera) nella seduta del 3 marzo 1693:
1) lettera del Preside della Provincia di Cosenza marchese Garofalo del 15 gennaio, che accenna a scosse del giovedì sera 8 gennaio, alla scossa del venerdì 9 e a quella dell’11, sentita poco prima delle 21;
2) lettera del 20 gennaio del governatore del porto di Messina don Balthazar Bazan, che parla di una prima scossa il 9 alle ore 4 e ¾ della sera ora d’Italia, durata un largo Credo (cioè 20 secondi circa) e della seconda l’11 a 20 ore e mezza;
3) lettera del 20 gennaio del Castellano di Catania don Joseph de Bustos (salvatosi a stento), che fissa la scossa dell’11, a venti ore e mezza.
Infine la prima relazione del viceré duca di Uzeda, scritta il 22 gennaio e pervenuta a Madrid il 18 marzo, che fissa intorno alle 10 di sera la scossa del 9 e alle 2 del pomeriggio quella dell’11.
Preciso ancora che secondo il protomedico Domenico Bottone, il terremoto dell’11 non si verificò con un’unica scossa, bensì con almeno tre, una più potenti dell’altra, in successione.
Come si vede, la maggior parte delle note convergono verso le ore 20.30, che secondo l’amico La China indica uno spazio di tempo compreso tra le 13.40 e le 14.20; quindi, intorno alle 2 del pomeriggio, come del resto confermato dal viceré Uzeda. Questo per la verità storica. Poi si possono suonare le campane quando si vuole…


[1] Cioè alle 2 del pomeriggio.

[2]Alle 21,45 secondo il nostro uso. A partire dal secolo XV vigeva in Italia l’uso di contare le ore del giorno dall’Ave Maria (dal tramonto), durato fino alla dominazione napoleonica, che introdusse l’uso (detto alla francese) di dividere il giorno in dodici ore antimeridiane e altrettante pomeridiane a partire dalla mezzanotte. Pertanto le indicazioni orarie secondo l’uso all’italiana devono essere interpretate con molta cautela, perché l’ora del tramonto variava infatti in funzione delle stagioni, della posizione geografica e delle consuetudini locali. Per il nostro problema, a confermare le ore italiane è lo stesso duca di Uzeda che nella sua corrispondenza usa il sistema francese adottato anche in Spagna, individuando l’ora del terremoto del venerdì «alle dieci di sera» e quella della domenica «alle due del pomeriggio». 

[3] Era consuetudine affermata esprimere la durata dei terremoti attraverso la durata di preghiere, e multipli o frazioni di esse. Si riporta qui di seguito la durata indicativa delle preghiere, secondo l’uso popolare recitativo, diverso dall’uso monastico: Gloria: 4 secondi; Requiem: 5 secondi; Ave Maria: 9 secondi; Pater Noster: 13 secondi; Salve Regina: 15 secondi; Credo: 20 secondi; Miserere: 62 secondi (da “Il quando del terremoto”, in Quaderni Storici n. 3, 1985, pag. 705)..

[4] Se è credibile la durata di più di 20 secondi (un largo Credo) della scossa del venerdì, assolutamente incredibile è la durata di un quarto d’ora della scossa principale della domenica. Solo la grande confusione dovuta al grande terrore può avere unificato temporalmente nella mente del Governatore Bazan in un’unica lunghissima scossa ciò che invece fu una serie di ripetute e sempre più violente scosse. Uzeda riferisce che «il movimento fu continuo con tre scosse sensibili essendo l’ultima la più violenta e sarebbe durata per lo spazio di un Miserere», cioè oltre un minuto. Domenico Bottone che analizza scientificamente il fenomeno parla di moti «dí ogni genere, e anomali, ora celeri, ora lenti, ora frequenti ora rari, come se la forza venisse meno, ora sussultando, ora ondeggiando, e ora girando…». Si capisce bene come una serie di istanti così sconvolgenti, che scatenavano il terrore puro, siano potuti sembrare interminabili al povero Bazan…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.