Dicono molti storici che la diversità tra la Sicilia centro-occidentale e quella orientale risieda nella diversa distribuzione e frammentazione della proprietà. E se Tocqueville giudicò che il grande progresso del vigneto etneo era dovuto alla frammentazione della proprietà ecclesiastica sulle pendici dell’Etna, allo stesso modo l’esistenza della piccola e media proprietà nell’antica Contea di Modica nasce dal grande processo di enfiteusi portato avanti dagli Enriquez-Cabrera dopo il 1550. A questa verità inoppugnabile, pur non avendo io alcuna competenza specifica (e chiedo venia e comprensione per eventuali errori), volli dare nei primi anni ’90 un mio modestissimo contributo. Mi convinsi infatti che tale grandioso processo di frammentazione del feudo modicano a mio avviso era scaturito da due fatti: il primo da un matrimonio, che portò in Spagna l’ultima contessa di Modica, con la conseguenza che la lontananza dei Conti rafforzò il processo di formazione della classe dirigente della Contea, creò cioè un gruppo di amministratori capaci; il secondo fatto a mio avviso fu che l’avvio definitivo del grandioso processo di enfiteusi fu la conseguenza del fallimento di una proposta di permuta avanzata dai Conti a Carlo V. All’allontanamento dei Conti da Modica dedicai un volumetto; al documento del 1549 alcuni articoli.   

Ecco l’introduzione al primo lavoro:

Le ricerche  delle spoglie di Vittoria Colonna[2], Contessa di  Modica e fondatrice della città di Vittoria, svolte nel 1989 nella  Chiesa  di  San  Francisco  a Medina  de   Rioseco,  oltre  ad  essere  state coronate  da successo,  hanno portato  ad altre scoperte. Gli scavi[3] hanno infatti offerto altre tracce della famiglia Enriquez, perché si è rivelata anche luogo di sepoltura, per sé e i suoi, dell’almirante di Castiglia Federico Enriquez e della moglie Anna Cabrera, ultima  contessa   di  Modica  della famiglia di  Bernardo Cabrera, che della Contea aveva  avuto l’investitura nel  1392. I coniugi Enriquez-Cabrera, ferventi francescani, ottennero dal Papa l’autorizzazione a fondare la chiesa e il convento attiguo nella capitale dei loro stati il 12 agosto 1491 e  la  costruzione  venne  benedetta  il 19 giugno 1520, secondo i cronisti dell’epoca, in un periodo, come vedremo assai tumultuoso[4].

Il  tempio, oggi  restaurato anche grazie al nostro impegno,  è assai modesto all’esterno,  ma fastosissimo  all’interno, con uno  splendido retablo  mayor, delimitato ai lati  da  due statue  bronzee  raffiguranti una Anna   Cabrera,   l’altra  la   sorella  Isabel Cabrera,  entrambe in ginocchio  a mani giunte, con  gli occhi fissi  sul tabernacolo e vestite a  la  usanza  de  la  Reina  Catolica,  cioè Isabella  di  Castiglia,  sotto  il  cui  regno vissero parte della loro vita.

Ai piedi di  questo   magnifico  altare,   al  centro  della navata, gli scavi hanno rinvenuto il  sepolcro  di don  Fadrique [Federico]  Enriquez e della sua sposa Anna. Si tratta di una  sepoltura piana, umilissima, che  egli nel suo testamento ordinò dovesse  essere coperta  solo da  una lastra di diaspro  alzata   dal  suolo  cinque  dita  con lettere  scolpite  che  dicessero: «Esse stanno  dove meritano e  io dove merito». Segno di  umiltà e  di  grande affetto  nei confronti delle  due   donne,  rispettivamente  moglie  e cognata,  destinate  a  dominare  dall’alto  il tumulo del congiunto.    

Erroneamente il dr. Solarino[5] attribuisce tale frase all’Almirante Luigi I, successore di don Fadrique. Invece rispetto al suo successore, il personaggio “indagato”, ci si è rivelato di grande importanza.  All’interno della fossa sono stati identificati con certezza i resti di donna Anna Cabrera, fra cui il cranio, con un gruppo di spilli che dovevano servire ad appuntare la cuffia e una moneta da quattro maravedis dei Re Cattolici, oltre ad abbondanti frammenti di legno e numerosi chiodi che hanno permesso di ricostruire la forma della bara, interrata in una fossa rivestita di mattoni. 

Ma chi furono questi due coniugi, padroni della Contea di Modica per quasi un cinquantennio, quale ruolo ebbero nella sua storia e in quella più generale della Spagna? Sono questi gli interrogativi cui abbiamo cercato di dare risposta con le nostre investigazioni storico-biografiche.

Ancora una volta la fortuna ci è stata amica, dandoci la possibilità di rintracciare in una chiesa di Alcamo uno splendido dipinto che raffigura i due coniugi. Abbondanti riferimenti abbiamo poi riscontrato in una numerosa serie di opere storiche  sulla Spagna dei Re Cattolici e dei primi anni di Carlo V. Di queste opere è fatta puntuale rassegna nelle note.

Questa lavoro è dedicato alla provincia di Ragusa, l’antica contea di Modica, dove in maniera massiccia, all’alba del Rinascimento, il fenomeno delle censuazioni e dell’enfiteusi portò un nuovo progresso e la nascita di nuclei di borghesia attiva e intraprendente. Nella Contea il feudalesimo non finì nel 1812, ma assai prima, già nel corso del XVI secolo. Anche in conseguenza di un antico matrimonio…

Ecco l’indice:                                    

1.Le conseguenze di un antico matrimonio

2.Gli Enriquez

3.I Cabrera

4.Un matrimonio come affare di stato                  

5.Il trasferimento in Spagna

6.La Spagna in guerra contro i Mori: l’ultima crociata

7.Da Granada alla crisi istituzionale degli anni 1504-1506

8.Gli ultimi anni di re Ferdinando (1506-1516)

9.Cura degli affari domestici (1511-1520)

10.Inizio di un nuovo regno. La rivolta dei Comuneros e le guerre d’Italia (1517-1525)

11.Gli ultimi anni di don Fadrique, fra politica e misticismo (1525-1538)

12.Il testamento di don Federico e gli alumbrados (1538)

13.Epilogo

Appendice 1. Cristoforo Colombo, le Capitolazioni di Santa Fe e gli Ammiragli Enriquez

Appendice 2. I Capitoli nuziali di Anna Cabrera e Federico Enriquez

Appendice 3. Monete in corso nel XV secolo in Sicilia e in Castiglia

Ed ecco qualche stralcio:

1.Le conseguenze di un antico matrimonio.

Scrive Leonardo Sciascia[6] che Alexis de Tocqueville «in un rapido viaggio che fece in Sicilia nel 1827, acutamente intuì le cause che facevano desolate le terre e grama la vita degli abitanti della Sicilia occidentale e quelle che, al contrario, rendevano rigogliose e ridenti, popolate e di più prospera vita, le campagne tra Messina e Catania. Il frazionamento della proprietà in queste, il permanere del vasto latifondo in quella». Di ciò Tocqueville dà merito all’Etna: poiché quelle terre «sono soggette a spaventose devastazioni, i signori e i monaci se ne sono disgustati e il popolo ne è diventato proprietario. Ora la divisione dei beni vi è quasi senza limiti. Ognuno ha un sia pur minimo interesse nella terra. E’ la sola parte della Sicilia dove il contadino è possidente». Ma qualcosa di simile- per umana volontà, non per eventi di natura- era avvenuto anche nella Contea di Modica. Nota infatti Sciascia che qui «il contadino non vi era proprietario a pieno titolo, ma una forma di enfiteusi non gravosa, revocabile soltanto per il mancato pagamento del canone e trasmissibile in eredità, creava una condizione di interessato attaccamento alla terra quasi se ne avesse la piena proprietà. Attacamento volto non solo a un accrescimento del reddito, ma aperto a un sagace reinvestimento di una parte di quel reddito in opere di miglioria, di bonifica: che secondo il viceré Caracciolo era appunto quel che ci voleva, ma quasi nessuno pensava a fare, per l’agricoltura siciliana». Così scriveva nel 1856 l’avvocato Filippo Garofalo:

«Invero la Contea di Modica, composta negli ultimi tempi di sei vaste popolazioni, che sin dall’epoca normanna aveva ottenuto la divisione di terre con enfiteusi, meno delle altre baronie di Sicilia soggetta a dritti angarici e soprusi feudali, governata da un conte lontano con generosità da sovrano, con esercizio delle giurisdizioni civili, era da riguardarsi come un piccolo regno nel regno. Risiedeva in Contea un Governatore con un Tribunale di gran Corte ed una Curia di appello per le cause civili e penali, Avvocato e Procurator fiscale, Protomedico, Protonotaio, Maestro giurato, Maestro portolano, Maestro segreto, guardie di alabardieri, e si aveva facoltà di nominare Notai e Aromatari…Le concessioni di terre incominciano a vedersi nel 1452 nei Ruoli o quaderni segreziali…»[7].

Nota Sciascia: «A differenza, insomma, che in altre terre baronali, e meglio che nelle terre demaniali, nasceva una borghesia…». 

«Ogni stacco di terra- continua il Garofalo- avea infisso il quanto dovea pagare, come le mandre (di bovini, di pecore, di capre) e le porcherie (allevamenti di porci) situate in diversi punti del territorio: il possessore non veniva espulso che alla mancanza di pagamento: gli eredi subentravano in suo luogo alla morte, ed in mancanza di accettazione dell’eredità e in caso di espulsione…solamente se ne dava ad altri il possesso».                        

Abbiamo voluto riportare a fianco queste considerazioni perché esse ci sembrano assai calzanti per descrivere la particolarità della Contea di Modica e quindi dell’odierna provincia di Ragusa. La frantumazione antica del feudo, tramite il contratto di enfiteusi, parcellizzò la proprietà della terra, creando una classe media di proprietari borghesi e di coltivatori che hanno nel tempo reinvestito in bonifiche e migliorie parte del reddito[8].

La nascita di questa borghesia e il fenonemo dell’enfiteusi[9] sono stati studiati ampiamente da Enzo Sipione[10] e da Giuseppe Raniolo[11], entrambi appassionati storici delle “Istituzioni” della Contea. Il processo di frantumazione della proprietà, iniziato secondo il Garofalo ai tempi dei Normanni, sviluppatosi nel corso dei tumultuosi decenni del XV secolo, ebbe la sua acme tra il 1550 e il 1564, quando il conte Luigi I, prima tramite procuratori, successivamente tramite il figlio, Luigi II,  procedette alla assegnazione di un assai cospicuo numero di partite di terreno, ben 1710, che andavano da stacchi di una o due salme di terra alle maggiori di quaranta-cinquanta salme di terra ciascuna. In pratica furono allora alienate 15.000 salme di terra, pari a circa 45.000 ettari. Altre centinaia di salme furono assegnate nei decenni seguenti nel feudo di Boscopiano e poi all’atto della fondazione di Vittoria, dal 1607 in poi. Oggi sappiamo che questa decisione derivò dal fallimento delle trattative per la vendita della Contea a Carlo V[12]. Gli Enriquez-Cabrera, assai indebitati, preoccupati di non poter controllare questo loro lontano patrimonio, nel 1547 volevano permutarlo con altri feudi in Spagna. Non essendo riusciti nell’intento, anche per una relazione negativa che il viceré Juan de Vega mandò al sovrano, si decisero ad affittare in maniera assai più massiccia di prima le loro terre, per trarne terraggi (frumenti che alimentassero il diritto di esportazione franca delle famose 12.000 salme concesse a Bernardo Cabrera) e denari liquidi provenienti dai censi, con cui pagare i loro enormi debiti e mantenersi nel loro rango.

La frammentazione del feudo nell’antica Contea di Modica fu dovuta quindi più al caso che non ad una intelligente politica dei feudatari proprietari, i quali, per la loro lontananza (anche se non assenteismo), non poterono mai controllare i loro possessi direttamente come gli altri baroni, che invece potevano applicare la soffocante giurisdizione feudale che consentiva pochissimi progressi economici e sociali. Forse mai come in questo caso la lontananza del feudatario produsse tanti benefici effetti. E lontani i Conti lo erano veramente, perché dal 1484 risiedevano in Castiglia, avendo abbandonato il Castello di Modica per Medina de Rioseco, capitale degli stati dell’Almirante di Castiglia don Federico (Fadrique in spagnolo), che nel 1481 aveva sposato l’ultima erede Cabrera, la contessa Anna, i cui resti mortali sono stati rinvenuti nella chiesa di San Francesco a Medina.                                 

Di questo matrimonio così importante per la vita della Contea, possediamo i capitoli nuziali[13], cioè gli accordi che furono stilati in occasione di questa unione così pregna di benefici economici e sociali per la nostra zona.  Il documento, scritto in latino, siciliano e catalano, è in gran parte pubblicato in appendice con la traduzione delle parti in latino e in catalano[14].

Ma prima di entrare nel merito del contenuto, vorremmo parlare sommariamente delle famiglie Enriquez e Cabrera e del modo in cui si addivenne a questo matrimonio.

4.Un matrimonio come affare di stato

Tre anni dopo, nel 1477, prima che il nuovo viceré Cardona prendesse possesso del suo incarico e sostituisse i due viceré Guglielmo Pujades e Guglielmo Peralta, «murio don Juan de Cabrera conde de Modica siendo nino…». Così Zurita scrive nel capitolo XIV del libro XX dei suoi Annali della Corona d’Aragona, intitolato De lo que el Rey proveyo en la sucesión del condado de Modica.

La nostra vicenda ha dunque l’onore di un intero capitolo nella ponderosa opera di Geronimo Zurita. Seguiamone gli sviluppi leggendolo in traduzione.

«Il conte don Giovanni II di Cabrera morì il primo settembre di quest’anno, e lo stesso giorno i viceré Guglielmi diedero l’investitura dello stato a donna Anna di Cabrera sua sorella, che era giovane di diciotto anni, per lei e i suoi eredi. Era quello stato di tanta importanza che conveniva che fosse in mano di persona che amasse il servizio del re sopra ogni cosa; e oltre ad essere di gran qualità, il suo possesso valeva allora ventimila fiorini di rendita, e aveva diecimila vassalli in grandi città e fortezze lungo la costa a mezzogiorno e poteva porre a capo di quel regno chiunque volesse».

Queste frasi sono assai indicative dell’importanza che si attibuiva al feudo modicano, soprattutto perché sia i Chiaramonte, sia Bernardo Cabrera, partendo da quella notevole base di potenza e ricchezza, avevano aspirato a governare l’intera Sicilia. Per cui non era cosa di poco conto la questione del matrimonio di Anna Cabrera. D’altra parte si erano scatenati appetiti in ogni dove. Ma seguiamo Zurita.

«Intese il re[15] che si doveva guardare con grande attenzione chi dovesse essere a succedere in quello stato; perché i baroni -che erano assai potenti- sempre agivano in modo da non avere superiore, e il re, assai vecchio e tanto esperiente, di nessuna cosa stava con maggior sospetto che in quelle dello stato, e si era inteso che nel tempo passato il re don Fernando di Napoli, appena si era saputo che era morto il conte suo fratello, aveva inviato alla contessa donna Giovanna di Cabrera madre dell’ultimo conte di Modica un cavaliere della sua casa, per ottenere che il matrimonio di donna Anna si facesse con uno dei suoi figli, e si capiva che ora aveva lo stesso desiderio, e si sospettava che per denaro la cosa non sarebbe sfuggita al re [di Napoli].                             

Avvertivano questi viceré che il re considerasse quanto amaro da inghiottire sarebbe stato quel boccone e che aprisse bene gli occhi e intendesse che il re [di Napoli] suo nipote non aveva pensato né pensava ad altro se non a come iniziare a impadronirsi della Sicilia e che poteva riuscirci con quel matrimonio…Tutti subito posarono gli occhi sull’infante don Enrico, però il re sapeva bene, come aveva appreso dagli stessi siciliani durante la sua giovinezza[16], che non desideravano più ardentemente che avere un re che risiedesse là e uno tale come l’infante don Enrico della casa d’Aragona; e sembrava che tenendo la contea di Modica, qualche volta gli sarebbe passata per la testa la fantasia di farsi re e signore di tutto».

«Il re apprese la notizia della morte del conte di Modica mentre era a Barcellona; e come gli si presentò la inopportunità che da un lato il re don Fernando [di Napoli] suo nipote riuscisse ad ottenere questo matrimonio per un suo figlio, e dall’altro lato che il conte di Prades, già nella carica di viceré in quel Regno, per il diritto che vantava su quello stato per parte della contessa sua moglie[17], pretendeva che si sposasse con don Fernando de Cardona suo nipote figlio del contestabile d’Aragona suo figlio e di donna Aldonza Enriquez zia del re di Castilla e che l’infante don Enrico insisteva in ogni modo, deliberò di farla sposare con don Alfonso d’Aragona suo nipote, figlio naturale del re di Castiglia[18]».        

«E per giustificare la trattativa che era necessaria e impedire che in Sicilia si tentasse insolentemente di far sposare la contessa, il re si servì di uno stravagante stratagemma; e fece sapere che lui in persona voleva sposare la contessa, perché il re di Castiglia non aveva figli maschi [legittimi]…; e perciò scrisse alla contessa di Modica sua madre. Ci fu una gran cura di preparare bene la cosa perché si fece sapere che la contessa donna Giovanna sua madre avrebbe sposato don Leonardo d’Alagona marchese d’Oristano e la contessa donna Anna il figlio del marchese; e poiché già il re di Castiglia aveva deciso che il conte di Modica [Giovanni] fratello della contessa Anna sposasse donna Giovanna d’Aragona sua figlia e don Alfonso d’Aragona suo figlio donna Anna di Cabrera sua sorella che ora succedeva nello stato, si stabilì di effettuare subito il matrimonio di don Alfonso».

«Questo fatto giunse a tanta notorietà che ricevendo il conte di Cardona le lettere del re come novello sposo di una fanciulla che ancora non aveva diciotto anni mentre il re ne aveva ottanta, con le lettere inviò, dove stavano la contessa e sua figlia, Gerardo Agliata protonotaro del regno e Giacomo Bonanno maestro razionale».

«Ma appena fu intesa la vera intenzione del re, che era che suo nipote sposasse la contessa, e poiché il viceré di Sicilia pretendeva che quello stato apparteneva alla contessa di Prades sua moglie, e il castellano di Amposta, personaggio assai influente nel Consiglio del Re d’altra parte diceva che la successione spettava alla casa di Roccaberti, il re ordinò che il Consiglio di Sicilia esaminasse la questione e fu accertato che lo stato di Modica apparteneva di diritto alla contessa donna Anna».

«E per dare conclusione alla vicenda di questo matrimonio il re inviò in Sicilia il suo segretario Antonio Geraldino; però successe che sebbene i re [Giovanni e Ferdinando] desiderassero in ogni modo che il matrimonio di don Alfonso d’Aragona e della contessa donna Anna si effettuasse, la contessa si sposò con don Fadrique Enriquez figlio maggiore dell’almirante don Alfonso Enriquez».                          

Così Zurita. Il quale però nulla ci dice di come poté accadere la cosa, di fronte agli intrighi di due potenti monarchi, il re Giovanni sceso in campo a ottanta anni per spazzar via ogni altro pretendente, dal nipote re di Napoli al figlio re Ferdinando che da parte sua, forse senza che il padre lo sapesse, aveva già stabilito un doppio matrimonio con due suoi figli illegittimi. Infine, entrambi coalizzati nel dare come marito alla contessa Anna il loro figlio e nipote don Alfonso, furono sconfitti. Come sia avvenuta la cosa non sappiamo.

Giovanni Evangelista Di Blasi, nel trattare del viceregno di Giovanni Cardona riporta in sunto le notizie tratte da Zurita e così conclude:

«Qualunque ne sia stata la cagione, ogni pretensore ne fu escluso, e piacque agli occhi della donzella Federico Enriquez il primogenito del Grande Ammiraglio di Castiglia, che la sposò». L’autore  farebbe intendere che la fanciulla vide con i suoi occhi il futuro sposo, così come confermerebbe Caruso (Mem. stor. lib. IV, t. III pag. 82 citato in Di Blasi)[19], secondo il quale

«questo Cavaliere trovavasi a caso in Sicilia, dove era venuto per alcuni suoi affari». La presenza in Sicilia di Federico Enriquez appare pertanto certa. Ma per quale motivo? Il motivo, in effetti, l’avremmo trovato, solo che non coincidono le date. Le vicende or ora narrate presuppongono la presenza di don Fadrique in Sicilia durante il 1478, mentre la spiegazione da noi trovata, secondo il cronista Pulgar, risalirebbe al 1481. Ma noi sappiamo che già in quell’anno il matrimonio era consumato e i coniugi risiedevano a Modica. Per cui l’episodio narrato da Fernando del Pulgar è credibile se va anticipato al 1477[20]. Di che si tratta?

Il capitolo CXXI della Crónica de los Reyes Católicos narra che:

«Trovandosi la Regina a Valladolid, una notte in cui c’era festa nel suo palazzo, il figlio maggiore dell’ammiraglio, che si chiamava don Fadrique, venne a parole con il signor di Toral, che si chiamava Ramir Nuñez di Guzman, per l’assegnazione dei posti vicini alle dame; da quelle parole don Fadrique si sentì ingiuriato, perché Ramir Nuñez a parole gli si era ugugliato».

La Regina, informata di questo incidente e temendo sgradevoli conseguenze, fece arrestare i rivali nei loro rispettivi domicili e «pose tregua tra di loro, ed ordinò che la rispettassero, salvo pene in caso contrario». Pensando di farsi giustizia con le sue mani, don Fadrique invece si assentò dalla corte, per evitare che gli fosse notificato l’ordine della sovrana; in base a ciò, questa ordinò di «liberare Ramir Nuñez, e gli assicurò che non avrebbe ricevuto né danno né ingiurie». Pochi giorni dopo, mentre Nuñez de Guzman cavalcava per la piazza della città, fidando nell’assicurazione della sovrana, gli si fecero incontro tre uomini mascherati che lo bastonarono. Conosciuto l’insolito modo di procedere, la regina Isabella, indignata, montò a cavallo e senza alcuna scorta né di dame né di cavalieri, si diresse, sopportando la forte pioggia che cadeva, alla vicina città di Simancas, residenza dell’ammiraglio. Giungendo alla fortezza, la regina Isabella disse a don Alfonso Enriquez: «Ammiraglio, fatemi strada da vostro figlio don Fadrique per far giustizia di lui, perché infranse la mia assicurazione. L’ammiraglio le rispose: “Signora, non è qui, e non so dove sia”. La Regina gli replicò: “Dal momento che non potete consegnarmi vostro figlio, consegnatemi questa fortezza di Simancas e la fortezza di Rioseco”. Don Alfonso consegnò le due fortezze e, timoroso della «irritazione e della indignazione» della regina Isabella, decise di cercare suo figlio e di consegnarglielo. Il connestabile di Castiglia, fratello della madre di don Fadrique, tentò di intercedere per suo nipote e lo condusse a palazzo,  ma la regina non volle riceverlo, nonostante le parole accorate del contestabile: «Signora, ho portato qui don Fadrique, mio nipote, e lo consegno a Vostra Signoria, perché faccia di lui ciò che riterrà; però umilmente la supplico di considerare che non ha ancora vent’anni, e che a questa età non è ancora ben capace di conoscere la sottomissione e l’obbedienza che si deve agli ordini reali: faccia Vostra Altezza di lui, o la giustizia che vuole, o la misericordia che deve».

Isabella, dura di carattere e inflessibile sul concetto di lesa maestà, ordinò che lo conducessero nella fortezza di Arévalo, dove rimase senza poter comunicare con nessuno. «Dopo alcuni giorni  che era stato preso -ci dice Pulgar-, considerato che era cugino del re, fu liberato, ed esiliato nel regno di Sicilia; e gli fu ordinato dalla regina di non entrare in Castiglia senza suo ordine, a rischio di gravi pene». Così come ce le narra Pulgar, queste notizie sembrerebbero vere. Ma altri riscontri ci danno invece la certezza che il cronista ha costruito una bella storia lavorando un po’ di fantasia su fatti veri, ma che non si svolsero così come rcconta il cronista.

La Guida all’Archivio Generale di Simancas, una pubblicazione del Ministero della Cultura spagnolo, nell’introduzione, ci fornisce degli utili chiarimenti alla narrazione di Hernando del Pulgar. Il castello di Simancas, sede di uno dei più prestigiosi archivi del mondo, risale ai primi anni del decennio 1470-1480, e fu completato dall’almirante don Alfonso (nella cappella di stile gotico fiorito, che abbiamo avuto la fortuna di visitare, sono scolpiti gli scudi delle famiglie Enriquez e Velasco).

La fortezza fu ceduta ai Re Cattolici al termine della sua costruzione,  nel settembre 1480. Don Alfonso diede ai sovrani il possesso del castello e della città di Simancas «e del suo territorio e giurisdizione…in virtù di una certa grazia che i detti signori Re e Regina gli avevano fatto», perché «le Loro Altezze gli avevano promesso di dargli in cambio altre cose, così come è stabilito nell’accordo fatto». Si era convenuto infatti che i Re avrebbero dato a don Alfonso «un certo numero di vassalli con una certa rendita», ma non avendo fatto tale donazione, concordarono con l’almirante don Federico, figlio di don Alfonso, che era già morto, di dargli in cambio dodici milioni di maravedis; ma non avendogli potuto pagare questa somma per la crescita delle spese della guerra di Granada nell’anno 1489, concordarono di dargli in compenso un vitalizio ereditario di 300.000 maravedis e 900.000 maravedis l’anno ad esaurimento, con un interesse del 10%. Il pagamento fu comunque ultimato poco tempo dopo, il 15 febbraio 1490 (da quel giorno cominciò a decorrere il vitalizio) e la fortezza fu consegnata da don Fadrique il 16 marzo. Pertanto dal settembre 1480, data in cui fu ultimata la fortezza, fino al marzo 1490, Simancas rimase in mano agli Enriquez, che intesero «tenerla e stare in essa in nome del Re e della Regina e per essi, in pegno e garanzia, fino a quando le Loro Altezze non adempissero a ciò che avevano concordato tra di loro». Dunque nessuna cessione forzata ci fu del castello, ma solo un acquisto forzoso. Dobbiamo pertanto mettere in dubbio anche il “romantico” esilio in Sicilia? Forse no. Pulgar ha solo abbellito un fatto realmente accaduto, al fine di far risaltare con nettezza la risolutezza della regina Isabella. A quanto possiamo leggere nel preambolo delle capitolazioni matrimoniali fu Ferdinando a proporre alle contesse Federico come marito di Anna, con buona pace di quel  «piacque ai suoi occhi», romaticheria ante litteram del settecentesco Caruso riportato da Di Blasi. Ma chi ci può impedire di supporre che Ferdinando si mosse anche su sollecitazione del cugino, esiliato in Sicilia e forse venuto a contatto con le due donne o solo a conoscenza di ciò che si stava muovendo intorno ad una delle maggiori ereditiere del suo tempo?

Uno dei documenti che esamineremo ora smentisce, ove ce ne fosse ancora bisogno la data (il 1481) del racconto del Pulgar. Infatti nel maggio 1481 la complessa trattativa, iniziata durante il 1478, era terminata e il matrimonio risulta già consumato. Mi sembra difficile che in questo frangente così delicato per don Federico, si sia potuto verificare l’episodio che gli sarebbe costato l’esilio, ma fece di lui uno dei più grandi feudatari di Sicilia.

Dobbiamo allo studioso Andrea Guarneri, uno dei fondatori della Società Siciliana di Storia Patria, Senatore del Regno, la pubblicazione e lo studio, fatti nel 1885, del documento, composto di «quattro larghe pergamene…vergato in parte in latino, nella maggior parte in volgare siciliano, ed in parte in catalano; trovandosi l’idioma latino nelle forme ed atti notarili…il siciliano nel testo dei Capitoli o patti nuziali, ed il catalano nell’approvazione che fa il Re dei cennati Capitoli».

Il testo, si compone di otto parti, che sono le seguenti:

1) introduzione con la narrazione delle trattative intercorse fra le parti, in buon latino;

2) approvazione (in catalano) da parte del Re Ferdinando dei Capitoli e patti nuziali redatti a Modica, che sono in puro dialetto siciliano, con l’accettazione da parte della contessa Giovanna Cabrera in suo nome e per conto della figlia, con la data del 5 febbraio 1479;

3) atto di ratifica da parte del Re dei Capitoli, con alcune riserve, datato Toledo 21 luglio 1480, in vecchio catalano;

4) atto notarile che raccoglie il giuramento dei Capitoli da parte di Alfonso e Ferdinando Enriquez, in latino e con data Toledo 29 luglio 1480;

5) atto notarile di replica del giuramento fatto in Modica da Andrea Badaluc per conto del Re, e da Ferdinando de Iohara per conto degli Enriquez da un lato, dall’altro dalle contesse madre e figlia, in latino, con data 18 dicembre 1480;

6) atto di deposito a Barcellona in data 14 settembre 1481 dell’atto notarile recante l’immissione in possesso della città di Tamariz, in latino;                    

7) atto di consegna e d’immissione in possesso della suddetta città, fatto da don Alonso Enriquez alla contessa Cabrera, e per essa al suo incaricato Giovanni Ferrer. Il documento reca la data del 23 maggio 1481, è scritto in catalano e a questa data il matrimonio risulta già consumato in Sicilia, giacché l’almirante don Alfonso chiama donna Anna non solo con i suoi titoli, ma anche come sua figlia: My Fya.

8) l’ultima parte è un verbale con il quale si constata la composizione del documento.

In appendice sono pubblicate le parti più importanti. Dalle date dei documenti si evince come il vecchio Giovanni II, che pure aveva escogitato quell’astuto stratagemma per allontanare i pretendenti scomodi, sia stato completamente soppiantato dal figlio nella gestione di questa complicata vicenda. In effetti l’intervento di Giovanni sembra strano, in considerazione del fatto che vero e unico re di Sicilia era dal 1468 Ferdinando, al quale dunque spettava ogni decisione come signore feudale in merito al matrimonio dei suoi sudditi, specie quando questi dovessero sposare degli stranieri. In verità vigeva ancora, dice il Guarneri, una costituzione dell’Imperatore Federico II, che riprendeva una legge normanna, che vietava «ai conti, baroni o semplici cavalieri…di poter maritare le figlie, sorelle, nipoti, e sinanco i figli senza il permesso sovrano. …Un’altra costituzione avea proibito i detti matrimoni cogli esteri ed alienigeni…e ciò sotto pena della confisca di tutti i beni». Ma aggiunge Guarneri, mentre la prima norma era stata cancellata nel 1288 dal re Giacomo, sembrerebbe che ancora al tempo del re Ferdinando la seconda, quella cioè che vietava il matrimonio con stranieri senza il permesso del Re, fosse in vigore. Può darsi quindi che sfruttando questa norma, Ferdinando, quale unico e legittimo sovrano di Sicilia abbia spiazzato il padre e imposto il matrimonio, come riferisce Zurita, tra Anna e il figlio illegittimo Alfonso, dopo aver dovuto rinunciare per la morte del conte Giovanni al matrimonio dell’altra figlia illegittima Giovanna. Ferdinando li aveva avuti entrambi prima del 1469, anno delle nozze con Isabella di Castiglia.

A quanto è scritto nel preambolo, come già abbiamo avuto modo di ricordare, le due donne avevano accettato un matrimonio con il principe Alfonso, sentendosi onorate dall’attenzione del Re.

Ma ad un certo punto il Re aveva cambiato idea e proposto il matrimonio con l’Enriquez. Cosa era successo? Probabilmente o la richiesta di Federico, allora come si è detto in Sicilia, oppure  una scelta politica precisa di Ferdinando, per mettere in quel feudo un cugino di cui si poteva fidare.                      Ferdindando dovette anche giustificarsi con le contesse per aver cambiato candidato, preoccupandosi di evitare possibili lamentele delle due donne, affermando che il suo affetto per Federico, suo primo cugino, era pari a quello che aveva verso il figlio Alfonso, tanto è vero che esse dicono: «Et quantu ali justificacioni et raxuni li quali la dicta Magesta descrivi et recita pir lu equalamentu di lu matrimoniu dilu Illustrissimu Signuri don Alonsu figlu di la dita Magesta et lu matrimoniu di lu dictu don Fridericu li prefati contissi non fanu altru replicatu ne risposta si non che stanu cuntenti di tutto et quantu la dita Magesta ordena e comanda…Stanu li dicti contissi assay consolati chi la dicta Magesta dica chi non mayuri amuri et dilecioni porta a lu dictu Illustrissimu Signuri don Alonso so figlu chi alu dictu don Fridericu so primo hermano».

Il cambio fu indifferentemente accettato. Ciò che importava era il favore del Re. Alfonso, che all’epoca delle trattative non aveva neanche dieci anni, forse era già stato avviato alla carriera ecclesiastica, tanto è vero che sarà nominato dal padre arcivescovo di Saragozza nel 1482.

Ma nonostante l’umiltà e la sottomissione apparente delle due donne alla volontà del Re, i patti furono leonini. Ancora oggi ci si chiede come le due contesse abbiano avuto la forza o l’arroganza di fare quelle proposte e come sia il Re che gli Enriquez li abbiano potuti accettare. Dobbiamo appunto al Guarneri un’analisi scrupolosa dei contenuti, che riportiamo sommariamente.

Dalla lettura dell’introduzione traspaiono le grandi difficoltà in cui versa la situazione patrimoniale delle due contesse, gravate da debiti e da pignoramenti che mettevano in pericolo la stessa sopravvivenza della casa Cabrera.

Ecco perché il matrimonio portato dal Re non potrà non essere «si non profectusu, et assay utili a casa loru, havendu firma spiranza li dicti contissi… chi reintigrira la casa, fachenduli restituiri tutti li terri, villi, et casali, ed altri beni occupati pir terzi pirsuni».                

D’altro canto «li dicti contissi non bastarianu da loru recuperari lu Statu di Cathalogna, ne susteniri quillu di Sicilia, ne obteniri victoria di tanti quistioni…», ecco perché «aspettanu di la prefata Magesta per mezzu di lu antefactu matrimoniu…lu multu e special faguri, ajutu, et indrizu».

«Supplicanu…li prefati contissi, poichi su donni, vidua et di minuri etati, senza aiutu ne consiglu di persona alcuna, si non solimenti di la dicta Magesta…», che abbia per loro «ispeciali guardia et custodia comu e bonu signuri e patri pri quilla clemencia et humanitati, la quali la dicta Magesta avi costumatu demostrari circa la conservacioni et beneficiu di casa loru».                                                 

Sembrerebbero due povere donne supplici. Invece: «In lu tempu chi vivia lu condam illustri conti di Modica, patri di la ditta donna Anna, haviria potutu intrari pri matrimoniu in la majuri casa chi fussi sub potestati di la ditta regia Magesta», con ciò intendendo dire che…si degnavano di imparentarsi con l’Enriquez. D’altra parte le vicende narrate da Zurita danno ragione dell’orgoglio delle due donne, al centro degli interessi di ben quattro corti: Napoli, Aragona, Castiglia e Sicilia. Dopo aver descritto la consistenza dei feudi e delle rendite, ricorrendo ad una antica norma del diritto germanico, chiedono che alla dote sia aggiunto il cosidetto «criscimentu di doti», cioè un contributo alla dote stessa conferito dallo sposo. A tale proposito il re stabilirà che sia data dagli Enriquez a donna Anna la città di Tamariz in Catalogna, con tutte le giurisdizioni connesse. Riportiamo ad uno ad uno i singoli capitoli, nel loro contenuto.

1.Allo sposo fu vietato alienare, permutare e pignorare per qualsiasi causa i beni dotali, sotto giuramento e con la garanzia sui beni del padre.

2. Don Fadrique avrebbe ottenuto, alla morte del padre, la carica di Almirante Mayor di Castiglia, e oltre ad essere nominato dal padre erede universale avrebbe subito ricevuto in dono la città di Aguilar, con tutte le sue giurisdizioni civili e criminali, cosa che avrebbe dovuto garantirgli la rendita annua di cinquecentomila maravedis.

3.Sulla base dei testamenti del padre [Giovanni I], del nonno [Giovanni Bernardo] e del bisnonno [Bernardo Cabrera] di donna Anna, lo sposo doveva prendere lu connomu et armi di la dicta casa di Cabrera e il re ordinò che da allora in poi don Federico e i suoi discendenti e successori si sarebbero chiamati Enriquez de Cabrera e nel loro scudo avrebbero inquartato anche le armi dei Cabrera.

4.I frutti delle rendite dei beni dotati, meno una parte da utilizzare per gli alimenti, avrebbero dovuto essere impiegati per il recupero dei beni dei Cabrera alienati o pignorati.

5.Il matrimonio doveva essere consumato in Modica, e gli sposi dovevano abitare nelli terri et castelli di la ditta contissa, ma in vita della madre avrebbero potuto risiedere solo a Modica.

6.Nal caso di morte del marito, alla moglie sarebbero stati restituiti non solo i suoi beni, ma assegnati anche tutti li beni et hereditati di lo dittu don Fridericu ;e che donna Anna avrebbe potuto amministrare tutti quei beni, in aperta violazione delle norme vigenti (il capitolo Si vero contigerit di re Giacomo) sul diritto del suocero o di altri membri della famiglia Enriquez. Ma tutto ciò non bastava, e per quanto riguarda la sua posizione la contessa madre fece la parte del leone.

Essa infatti ottenne:

1. La espressa dispensa dall’obbligo di rendere conto della sua gestione dei beni tutelari negli ultimi anni, dalla morte del marito fino al matrimonio, con la facoltà di accordarsi su qualsiasi questione con la figlia; tutto in deroga o in violazione delle norme vigenti del diritto romano.                     

2. Il rimborso di tutte le sue spettanze per dote e dotario, per legato del marito o di terza persona; e per garanzia si fece dare in pegno lo stesso castello di Modica, con l’aggiunta di un’entrata mensile pari a tutte le somme spese mensilmente per pagare il salario ai funzionari e ai soldati di vigilanza; con in più gli interessi che andavano maturando.

3. In caso fosse stata recuperata, la città catalana di Palafox le si sarebbe dovuta dare cum tutti li homini et fimini, habitanti et habitaturi in quilli, et delinquenti seu quasi delinquenti, cum iurisdicioni alta e baxa, meru e mixtu imperiu, cum tutti soy renditi, fructi et emolumenti…cum tutti soy altri diritti et preminencii et cum soy territorii, boscaggi, silvi, difisi et molini.                            

4. Il diritto di abitazione per sé e per l’altra sua figlia Elisabetta [Isabel] nel castello di Modica, pri stancia e securitati, attisuchi la ditta contissa sia vidua e strania di quistu regnu senza terra alcuna di parenti ne di amichi, et pri li casi et sinistri, li quali purianu facilmenti suchediri.      

5. L’uso della chiesa e delle cappelle del castello, con l’esclusiva del patronato.

6. La tutela o il baliato dei figli nascituri dal matrimonio nel caso di morte di entrambi i coniugi, con l’amministrazione dei beni materni e paterni; anche ciò in deroga o violazione delle norme vigenti.

7. Nel caso di morte della sola moglie donna Giovanna (per il colmo della misura e vera e propria assurdità giuridica e morale) avrebbe avuto la tutela non dei beni ma delle persone dei nipoti, convenendosi che detta tutela potesse essere esercitata a suo piacimento, mentre il povero genero avrebbe dovuto limitarsi ad dari li alimenti; cosa in deroga non solo alle leggi del Regno ma anche a quelle di natura!

Non paghe dei contenuti, le due donne, ma riteniamo soprattutto la madre, pretesero che i capitoli fossero giurati sui Vangeli prima di tutto dagli Enriquez, cioè dal padre Alfonso, dalla madre Maria de Velasco e dal figlio Federico; quindi dal re, sempre sui Vangeli. Ma poiché l’accettazione e la ratifica erano avvenute lontano dalla sua presenza, donna Giovanna chiese che l’identico giuramente e ratifica fossero rifatte al suo cospetto a Modica, per mezzo di rappresentanti del re e degli Enriquez, cosa che avvenne il 18 dicembre 1480, con in più la rinuncia degli Enriquez di impugnare detti capitoli. Solo per ultime le due donne a loro volta giurarono…

Abbiamo voluto esporre per sommi capi l’intero contenuto del documento, che chiunque, volendo, potrà leggere nella sua interezza, perché esso riveste non solo un’importanza fondamentale per la vita delle nostre zone -quanto meno per i suoi effetti a lunga scadenza-; ma anche per la sua stranezza. Infatti è assai strano che una feudataria, se pur ricca, ma sempre di periferia, per così dire, sia riuscita a trattare da pari a pari con un re del calibro di Ferdinando, astuto e calcolatore, costringendolo a giurare sui Vangeli quanto aveva accordato; a imporre condizioni inaccettabili in qualsiasi tribunale non solo della Sicilia, ma della intera Spagna, in violazione di norme antiche e delle stesso diritto di natura; a costringere una potente famiglia quale erano gli Enriquez a giurare ed accettare cose inaccettabili per chiunque avesse un minimo di rispetto delle leggi se non di dignità. Tutto ciò è veramente sorprendente e si può spiegare solo pensando che da un lato le due donne, ma in particolare la madre, dovessero avere un carattere di ferro; dall’altro che il patrimonio di Anna Cabrera, nonostante le alienazioni e i pignoramenti, era così appetibile che valeva anche le più grandi concessioni. D’altra parte, forse sia gli Enriquez che il re Ferdinando, dovettero pensare che non era detto che la contessa sopravvivesse alla figlia e al genero. In tal caso, quelle clausole assurde e illegittime, che infrangevano le leggi romane, normanne e aragonesi, e che erano stati costretti a giurare sui Santi Evangeli pur di raggiungere lo scopo, si sarebbero sciolte come neve al sole. In pratica forse fecero una grande scommessa sulla vita della altera contessa Giovanna Ximenes de Foix, di stirpe francese, figlia di Sancha Cabrera, figlia di Giovanni Bernardo Cabrera, figlio del grande Bernardo Cabrera, di reale discendenza aragonese…Gli Enriquez e l’astuto Ferdinando avrebbero potuto perdere quella scommessa. Invece la vinsero.

5.Il trasferimento in Spagna

Non sappiamo con esattezza quando i due coniugi si trasferirono in Spagna. Ma possiamo dire con certezza che tale passaggio avvenne tra la fine del 1485 e l’inizio del 1486. Due eventi ci permettono di datare il viaggio nell’arco di questo periodo. Nella primavera 1483, la contessa donna Giovanna, poco più che cinquantenne, cadde ammalata piuttosto gravemente, per cui maturò la decisione di fare testamento, dettando le sue ultime e definitive volontà. Riteniamo quindi che sia morta poco tempo dopo, lasciando liberi i coniugi di scegliere la loro residenza. Il testamento, pubblicato nel 1982 dal prof. Sipione, si preoccupa soprattutto di assicurare l’avvenire della figlia ultimogenita Elisabetta o Isabel, alla quale, oltre i ventimila fiorini lasciatile dal padre, legò i quarantamila di cui godeva lei stessa, dai quali ricavava almeno duemila fiorini l’anno di interessi.

Alla figlia Anna, lasciò a stento la legittima, quantificandola in una cappa d’argento, in due monili d’oro ed in mille salme di frumento: cose tutte che già erano state date al genero Enriquez. Sipione nota qui un moto di stizza della suocera verso il genero e un po’ di astio verso la figlia Anna, ritenendo lo studioso che già fossero andati via. Noi invece sappiamo che erano ancora in Sicilia, forse a Palermo o nei loro possedimenti della Sicilia occidentale. Forse, come nelle famiglie più umili, erano difficili i rapporti fra genero e suocera, che non doveva essere proprio una santa. Alla figlia minore Elisabetta, che attornia di persone fidate perché goda delle sue rendite e si possa sposare, lascia uttti i suoi beni e il castello di Modica, come garanzia del pagamento dei frutti. Sebbene la figlia avesse meno di dieci anni, la contessa dichiara di aver già emanato bandi di poterni poi contrarri matrimonio e demanda ai tutori la scelta dello sposo. Ma, saggiamente, fu previsto che nel caso in cui l’erede universale fosse morta in minore età, tutti i suoi beni avrebbero dovuto essere venduti e dal ricavato dovevano crearsi legati di maritaggio per orfane e poveri, oltre che destinarli in beneficenza. Niente cioè sarebbe dovuto andare alla figlia Anna e al suo marito castigliano…

Ma ancora una volta la sorte dispose diversamente. Avendo i due coniugi deciso di lasciare Modica per trasferirsi in Spagna, data la minore età di Elisabetta, che con sessantamila fiorini di rendita non poteva in ogni caso essere abbandonata ai tutori, la portarono con sé.

Se non ci fosse la sua statua di bronzo, opera egregia di Cristobal Andino, con la dedica fattale dal cognato, al lato sinistro dell’altare maggiore di San Francesco a Medina de Rioseco, non avremmo conosciuto la sua sorte. Sposata ad un fratello minore di Federico, di nome Francesco[21], morì a soli 19 anni nel 1493. Probabilmente i conti di Modica non decisero subito di trasferirsi in Spagna nell’anno 1484, ma nel 1485 si verificò il fatto che dovette deciderli immediatamente. Infatti ai primi di maggio di quell’anno a Valladolid morì l’Ammiraglio don Alfonso Enriquez, padre di don Fadrique che ricopriva anche la carica di viceré governatore dei territori castigliano-leonesi, essendo presidente del “Consiglio al di là dei monti”. Tale triste notizia fu portata a Isabella a Cordova, dova la regina la apprese il 27 maggio[22].

Se erano ancora in Sicilia la notizia dovette arrivare ai primi di agosto a Palermo e, considerate le vie di comunicazione dell’epoca, circa un mese dopo a Modica, ormai troppo tardi per mettersi in viaggio, essendo autunno avanzato. Pertanto è verosimile una partenza nella primavera dell’anno successivo 1486.

Testimone di tale viaggio è un personaggio che non gode di buona critica in Italia. Si tratta di Lucio Marineo Siculo, umanista originario di Vizzini, dove nacque intorno al 1460. Stroncati da Carmelo Trasselli[23], i suoi lavori forse meritano una qualche revisione critica, essendo peraltro le sue opere storiche fonti assai apprezzate dagli spagnoli.[24]

Durante il loro viaggio verso Palermo e la Spagna, i Conti, accompagnati da Isabel, si fermarono probabilmente ad Alcamo. A mio avviso ne è prova uno magnifico dipinto (anche se realizzato un ventennio dopo).

Solarino, parlando delle nozze di Anna e Federico  Enriquez  Cabrera, scrisse: «la chiesa  dei francescani d’Alcamo fu fondata a  1505 da  questi  coniugi…i cui ritratti, ritenuti opera di Pietro Perugino, si conservano colà». Attirato dalla   possibilità  concreta   di conoscere  il  volto di  questi  personaggi, è bastato  fare  una semplice  visita  ai gentili frati  del  convento e  della  chiesa  di Santa Maria   ad  Alcamo  per   potere  ammirare  uno splendido  dipinto  che  raffigura  i  conti di Modica ed avere notizie più precise. Mentre non si conosce   l’anno   della   fondazione  del convento, che in ogni caso è anteriore al 1484, notizie più precise si conoscono della chiesa.

«Essa -si legge negli atti- fu fatta ampliare e fu dedicata alla Vergine  Madre nell’anno 1507 da don  Federico Enriquez de Cabrera, almirante di  Castiglia,  conte di  Modica  e  padrone di Alcamo   e   Caccamo,  come è  attestato  da un’iscrizione  risalente  al  1762… posta al lato sinistro della porta d’ingresso…». La chiesa  è ornata di lavori  di scultura e di alcuni dipinti, tra cui uno «di gran pregio che ornava  la cappella del  conte di Modica», «una pregevolissima pittura  eseguita su legno alta mt.  2,50  e larga  mt.  1,63 che  è attribuita all’insigne artista palermitano Pietro Ruzzolone[25].  In  essa  sono  dipinti  la Madonna della   Grazia  o, come  comunemente viene  chiamata,  la Madonna  Greca con  in  braccio il  Bambino, ai lati S. Francesco d’Assisi e S. Benedetto e, ai piedi…il  conte di Modica, la moglie e altri componenti   la  famiglia   e  alquanti  nobili personaggi.  Il padre Galeotti,  che  primo segnalò questa egregia opera  d’arte nel 1836, quando essa  venne restaurata dal pittore Luigi Pizzillo così la descrive:   

“In  un  aureo  trono  con  gradini  di stupendo rilievo è assisa la Vergine…Ai  lati del trono stanno in piedi da manca S. Benedetto e da dritta S.  Francesco. Intorno ai gradini formano due  ali,  ginocchioni,  da  una  parte quattro figure,  due di  frati  e  due  di  magnifici personaggi; e  dall’altra cinque o sei femmine; sia  le une  che gli  altri con  le mani giunte davanti al  petto, e miranti con devoti sguardi la Vergine  e il Figliuolo. Il primo di quelli, già  maturo di anni vuolsi  il conte di Modica: ha  fra le mani  un berretto  di color rosso…Dall’altra  parte,  la  prima  delle  donne (la contessa  Anna de Cabrera),  giovane e bella, è in  ricco abbigliamento  a  vari colori,  ma vi predomina un serio verde; e vuole osservarsi la gran  maestria con  cui  è dipinto  un piccolo velo   alle   treccie   con   arte   ravvolte  e annodate…”».

Il  quadro è davvero splendido e  seppure di scorcio ci fa  vedere  le  immagini  dei  due  coniugi  e probabilmente  di  Isabel  Cabrera,  sorella di Anna. Il  dipinto  di  Santa  Maria dovette essere  commissionato subito  dopo il 1507, ma le figure dei personaggi sono probabilmente idealizzati. Don Federico era infatti coetaneo della moglie (e «pequeñisimo de cuerpo»[26]), invece nel quadro è un signore apparentemente alto e ben messo di circa 40-50 anni, mentre la moglie  è  rappresentata nella sua giovinezza, apparendo di una trentina d’anni. Ma se davvero la giovane accanto ad Anna è la sorella Isabel, già morta da 14 anni nel 1507, le immagini li rappresenterebbero (sempre idealmente) nel momento in cui i tre erano insieme e ad Alcamo: e ciò poté accadere solo nel 1485-1486. I coniugi e la giovanissima Isabel, probabilmente nella primavera 1486, abbandonarono per sempre la Sicilia, lasciando la Contea in balia completa dei funzionari e involontariamente dando col tempo alle varie “Università” la possibilità e lo spazio per autogovernarsi. Il fortuito combinarsi di vari eventi, cristallizzatisi in un matrimonio, consentirono dunque a queste belle terre, feudo di gran calidad secondo Zurita, di cominciare il loro cammino verso la pacifica e volontaria autodistruzione del feudalesimo. 

11.Gli ultimi anni di don Fadrique, fra politica e misticismo (1525-1538)

                                                                     *** 

Dopo  il 1525  non abbiamo,  finora, più notizie dell’almirante  di  Castiglia  nelle  vesti  di politico.  Ma  ne  abbiamo,  assai abbandonati, sull’uomo, sulla sua religiosità, sui suoi atti estremi, a compimento e conclusione di una lunga vita.  Nel  1526  morì  la moglie Anna  Cabrera, all’età di circa settanta anni.  Don Fadrique le rese omaggio facendone sistemare le spoglie insieme a quelle  della  sorella Isabel, nella chiesa  di S. Francesco, erigendo loro un grandioso  monumento  funebre,  completato  nel 1532. Nel 1530 aveva ceduto la contea  di Modica al nipote Luigi I e alla moglie  Anna  II. Ma  cerchiamo  di  andare con ordine.

Spirito religioso come  tanti altri in quei  tempi  di acceso  dibattito  e  di grandi interrogativi  sulla fede  cristiana, alla luce degli interrogativi posti dalla riforma  luterana che stava dilaniando la cristianità, don  Fadrique fu autore di non solo di  precetti politici  al principe  ma anche di un’Epistola morale (1524) in cui sferzò il malcostume del clero. Questo scritto (di cui Sciuti Russi riporta ampi brani),  in  una temperie religiosa   che  già  vedeva   nascere  la sensibilità  e   i  programmi  di  riscossa  di Ignazio  di  Loyola,  non  sono  privi  di  una venatura misticheggiante, e ci sembrano quasi provenire dal pulpito di una chiesa.

«Chi  è   che   conosce   Dio? –scrive -Chi  lo  serve? Chi conosce interamente  le sue colpe? Chi si duole per le  offese a Dio?… O principi della terra a  che   pensate?  Come  dimenticate  i  vostri sudditi? Come non costruite buoni costumi? Come vi  meravigliate se  Lutero e  altri eretici si ribellano  cercando  di  prevalere  sulla Fede, ribellandosi,  dal momento  che se  la trovaste viva  vi  servireste  di  essa? Oh  quanta  poca differenza c’è fra ciò che dice Lutero e quello che   i  cattivi   cristiani  fanno!». 

Sanchez Albornoz   definisce l’Almirante  «uno spirito sempre insoddisfatto, contraddittorio e torturato»,  che  però  non  si  limitò  a scrivere. Agì direttamante per riformare i costumi, impegnandosi in prima persona, come vedremo.

Edificò anche materialmente  templi dove  i suoi vassalli   potessero   mantenersi   nella   fede cristiana.  Era  caratteristica  e  in  pratica dovere  delle  grandi  famiglie  patrocinare la costruzione di chiese e conventi e gli Enriquez non  si erano sottratti a  tale onere. Il santo cui dedicarono la loro attenzione fu l’uomo che aveva  rinunciato  alle   sue  ricchezze,  San Francesco  d’Assisi, forse  individuato come modello insuperabile di una vita ed esempio da seguire. Già  don Fadrique I, avo paterno, e la moglie,  avevano  accolto  nelle  loro  terre i frati francescani  creando nel 1429 il convento di  Valdescopezo,  tomba di  numerosi Enriquez, fra  cui,  secondo  gli  annali  del  convento, Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, figlio di Vittoria Colonna,  fondatrice di Vittoria, e la moglie Luisa de Sandoval. Si  trovano lì sepolti  i primi  Enriquez,  fra cui  Luigi I  e presumibilmente la moglie  Anna II, successori  di Federico e Anna nel   governo  della   contea,  che   nel  1563 ritennero opportuno,  secondo il prof. Sipione, mandare  il loro figlio ed  erede a Modica, per procedere alla massiccia alienazione di terre di cui già abbiamo parlato.

Per  sé e la  moglie invece  don Fadrique volle creare un nuovo tempio e una nuova sepoltura. Contemporaneamente all’inizio della costruzione di San Francesco, chiesa e convento, nel 1491 l’Almirante aveva abbellito  il  palazzo,  che  sorgeva  proprio di fronte alla chiesa, ristrutturandolo profondamente secondo  i   nuovi  canoni  del nascente  gusto rinascimentale,  oltre a creare per la città di Medina de Rioseco, che allora aveva diecimila   abitanti circa ed era sede di una famosa fiera, uno studio di grammatica. Don Fadrique aveva ricevuto le lettere apostoliche con l’autorizzazione  alla fondazione  il 12 agosto 1491  e  subito con  le  stesse  maestranze che lavoravano  al palazzo ne aveva iniziato la costruzione. Ma preso da un vero e proprio entusiasmo religioso,  aveva  chiesto  al  pontefice anche l’autorizzazione a creare un convento femminile di Clarisse[27].                       

E’ interessante  leggere la premessa, perché da essa si capisce meglio l’intenzione dei coniugi Enriquez   Cabrera.  Innocenzo   VIII  loda la «sincera    devozione   dell’amato   figlio   e nobiluomo Fadrique  Enriquez de Cabrera…,che merita siano  ascoltate le  sue  suppliche, specialmente    quelle    che    mirano    alla propagazione della  fede, all’aumento del culto divino  e alla salute delle  anime. In verità è già  molto tempo che  tu ci hai  mandato la tua supplica  in   cui  si  diceva  anche  che  tu, Almirante  di  Castiglia, per  la specialissima devozione  che  hai alla  Immacolata Concezione della  Vergine  Maria  e  all’ordine  di  Santa Clara… avendo la volontà, con l’incomparabile desiderio   di  mutare   le  cose   terrene  in celestiali  e ciò che  è transitorio in eterno, di  costruire   ed  edificare… a  Medina  de Rioseco  un monastero  del detto  ordine… con chiesa,  campanile,  campo di  ortaggi  e altre officine  necessarie, a  costo dei  beni che il Signore    ti   ha    dato…ti   concediamo licenza…».

Il monastero fu poi incrementato nel 1492 con i beni  della   comunità  ebraica  cacciata,  che l’Almirante,    divenutone    proprietario,   si affrettò a donare alla fondazione.

La  moglie Anna,  «al cui  acceso amore  per il secondo ordine serafico si deve la fondazione»,  nel   suo testamento  assegnò  300.000 maravedìs di  rendita perpetua «per dote…del detto monastero».

I lavori  per la costruzione della chiesa e del convento  di  S. Francesco,  terminarono  il 19 giugno  1520,  quando il  tempio  fu benedetto. Appena    in    tempo,    nell’incendio   delle Comunidades, per  ospitare, come abbiamo visto, le  lunghe   trattative  tra  il  reggente  don Fadrique, la  moglie   Anna  e   i  capi  dei Comuneros.

Abbiamo già  detto del monumento sepolcrale che don Fadrique eresse per la moglie, la cognata e per  sé stesso, e  che recentemente  è stato in parte,  per quel che  è rimasto, riportato alla luce.                       

Gli   annali  del   convento  riportano  alcuni eventi:

«1493- Nel palazzo conclude il cammino della sua  vita donna Isabel de Cabrera, contessa di Melgar, ed è seppellita provvisoriamente nella parte destinata alla cappella maggiore”.

1538- A 11  giorni dal  mese di  gennaio-, di fronte  al notaio  Villarroel, comparve Antonio de   Beizama,   cameriere  dell’illustrissimo signor  Almirante… e  disse che  don Fadrique Enriquez sua signoria, era venuto meno da questa presente  vita il mercoledì  nella notte appena trascorsa,  come  è notorio,  nella  sua  casa e palazzo…Giorno di  gran lutto  in città. Le campane  delle sue chiese  e conventi suonavano gravi,  solenni…Il  tempio offre  un aspetto grandioso;  panni neri  adornano  i muri  e una profusione  di  luci distribuite  con singolare ordine   riempie  gli   altari  della  cappella maggiore. Vicino alla grata di Andino il tumulo coperto  con  magnifico panno  dove campeggiano bordate in oro le armi degli Enriquez». 

L’Almirante aveva voluto una chiesa estremamente  povera all’esterno ma ricchissima all’interno e aveva  chiamato i  migliori architetti di Valladolid e Salamanca per costruirla.  Per  abbellirla  all’interno  fece venire  i  migliori artisti  del  tempo, fra i quali spiccano  gli scultori Juan  de  Juni,  e Cristobal de Andino. Don  Fadrique  incaricò  quest’ultimo  di  fare «delle  tombe  di diaspro  di  Huerta  del Rey, ornate di bronzo e dorate con oro fuso», e su queste  dovevano  essere  collocate  le  statue oranti  dello stesso  metallo, di  donna Anna de Cabrera,  contessa di Modica  e donna Isabel de Cabrera, contessa  di Melgar, realizzate sempre da  Andino  nel  1532.  Sempre  Andino  costruì un’imponente  grata  di ferro  e  dorata [ancor oggi  ammirabile nella chiesa  di Santa Maria de Mediavilla a Medina], che  doveva separare la  cappella maggiore dove erano  collocate  le  statue  dal  resto  della chiesa.  A  separare  anche  il  suo  sepolcro, costruito rasoterra, a rendere bene il concetto «esse   stanno  dove  meritano,  ed  io  dove merito»…Accanto  a  questo  umile  sepolcro Vittoria  Colonna  fece  poi  porre  le  lapidi sepolcrali  per il marito e per  sé[28].

15.Il testamento di don Federico e gli alumbrados

Possediamo  il testamento  di don  Fadrique, ma non  quello  di  donna  Anna.  Che  questo  sia esistito,  oltre  che  logico  e  necessario, è prova un documento dell’archivio conventuale di Santa  Clara a Medina,  in cui l’Almirante, per quanto  gli  «compete come  erede  ed esecutore testamentario e  successore dei beni che acquisì e  che  furono  di donna  Anna  de  Cabrera mia moglie  e  signora  che  è  morta  in  gloria», provvede  ad  assicurare, commutandone  le basi finanziarie,  i trecentomila maravedìs lasciati in  perpetuo dalla moglie  per «dote e fondazione   del   convento»,   e   a   coprire contemporaneamente i  lasciti e le disposizioni «per  certi  monasteri e  ospedali  e  case pie della  contea  di  Modica che  è  nel  regno di Sicilia, secondo quanto ella disse e dichiarò al suo confessore  e ad altre persone religiose di grande fede, nella quale volontà perseverò fino al tempo della sua fine e morte».

A quanto  pare per problemi economici, c’era il rischio che le disposizioni testamentarie della contessa  di  Modica  cadessero  nel  nulla. Ma forte  dell’autorizzazione  che  Ferdinando gli aveva dato  nel 1511, don Fadrique provvide con rendite provenienti dal suo maggiorasco.

Ma leggiamo il suo testamento:

«Nella nobile  città di Medina de Rioseco il 13 del   mese  di  maggio   dell’anno  del  nostro Salvatore Gesù Cristo millecinquecentotrentasette,   davanti   a   me Francesco  Nuñez  notaio…  l’illustre signore don Fadrique  Enriquez Almirante di Castiglia e di Granada conte di Modica, infermo di corpo ma in tutto  il suo giudizio e intendimento, diede e consegnò questa scrittura…».

Dopo le formule rituali, ecco la premessa:

«In nome  del Signore Gesù Cristo. Amen. Poiché secondo la  dottrina dell’apostolo nel giudizio finale  tutti  dovremo  presentarci  davanti al trono  del  Nostro Signore  Gesù  Cristo  a dar conto di  tutte le nostre opere  e di esse sarà misura la  nostra gloria o la nostra pena, e se la  brevità  della nostra  vita  e l’incertezza della morte  consigliano al genere umano di ben vivere  per  ben  morire,  perché dall’una cosa deriva  l’altra; se vivendo  moriamo, poiché il passare  dei giorni è  diminuzione della nostra vita  e in ogni  momento e luogo  ci aspetta la morte  con  una ingannevole  speranza  di lunga vita,  legati come  siamo a  questa carne, vaso assai debole  del tesoro della nostra anima;  carne che ci fa dimenticare di ben operare e di pensare  che dobbiamo morire e  di fare ciò che conviene  e  provvedere  per  quel  fine:  quando arriviamo all’ultimo  momento della nostra vita cessano e  terminano i nostri meriti e il conto si fa del  passato e la nostra paga è il lavoro della  giornata  e  la  notte  della  morte  la contiene  tutta e  se riflettiamo attentamente, la nostra  vita dura meno di un giorno. E sebbene la  vecchiaia e  le  sue sofferenze  gridino di svegliarsi all’anima  addormentata nel sogno di questa vita  con il suo errato pensiero, non ci si  risveglia: e se  qualche malattia viene per messaggera  non è creduta  fino all’ultimo, per cui se  c’è la volontà vien meno la possibilità di  ben disporre perché  i dolori mortali della fine  di questa  vita opprimono  le forze della ragione. Facile  è   infatti  dimenticare  il significato del  passo evangelico delle vergini che con i lumi accesi vegliarono tutta la notte fino  a  quando  venisse  lo  sposo;  poiché non risveglia  nemmeno la voce  dei predicatori che chiamano    senza    posa    riferendo    altre innumerevoli  ammonizioni delle Sacre Scritture e  mettendo  in guardia  coloro  che  reggono i maggiori  possedimenti, in quanto  più grande è lo   stato   e  il   potere,   più   pesante  è l’amministrazione  e  sono  più  grandi  e  più numerosi i  lacci e gli impacci  e i pericoli e così deve essere maggiore la cura, prevedendo e disponendo in  tempo, con un approfondito esame di  tutte le  cose  che riguardano  l’anima con soddisfazione delle  pendenze, dando a ciascuno il   suo,   secondo   Dio   e   la   coscienza, abbandonando l’amore dei beni transitori…per conseguire quelli  eterni della beatitudine per la quale siamo stati creati.

Considerando tutto ciò   io  don  Fadrique   Enriquez  de  Cabrera Almirante  di Castiglia conte  di Modica avendo molti  giorni pensato  e riflettuto  che cosa è giusto fare in tutto ciò che conviene al bene e alla salvezza della mia anima, essendo ammalato nel  corpo  della  malattia  che  a  Dio Nostro Signore  è piaciuto  di darmi,  ma sano  nel mio intendimento faccio  e ordino il mio testamento e ultima volontà nella maniera seguente…».

Rispettando la tripartizione caratteristica dei  testamenti  del  tempo,  dopo  la premessa nutrita di  saggezza e di mistica, don Fadrique detta le disposizioni relative  alle esequie, ai lasciti pii   e  ai  legati;   seguirà  poi  la  nomina dell’erede.

«In  primo luogo affido  la mia  anima a Nostro Signore Dio che la creò e la redense con il suo prezioso  sangue  e supplico  all’eterna Maestà pietà  per  essa  e che  la  riceva  con grande misericordia.  In secondo  luogo affido  il mio corpo alla  terra di cui fu formato e dispongo che quando la volontà di Nostro Signore lo avrà separato  dalla  mia  anima,  sia  sepolto  nel monastero  di  San  Francesco  della  città  di Medina  de  Rioseco nella  cappella maggiore… nello spazio  che c’è tra l’entrata delle porte della  grata  della  cappella  e  la  base  del sepolcro  della contessa  di Modica  mia moglie che  abbia  santa  gloria e  che  sopra  la mia sepoltura   si  ponga  una   lastra  di  marmo, sollevata  dal  suolo cinque  dita  con lettere scolpite che dicano Ellas estan do mereçen y yo do meresco».

Seguono poi le disposizioni per le messe da dire in suffragio della  sua anima e «il giorno del suo seppellimento  si diano ai  frati del monastero venti agnelli  e trenta cantari di vino e dieci cargas [29]di frumento come offerta per un anno».

«Inoltre lascio  all’ospedale del Santo Spirito della mia città di Medina de Rioseco che ora si  chiama ospedale della  Contessa   e  di  Santa  Anna centomila maravedìs  in denaro perché  con essi si compri la  biancheria per  i letti  dei poveri  che si curano   in   questo  ospedale… perché la contessa mia moglie   lo  lasciò   disposto».  Seguono  poi numerosi  legati alle  chiese  di Medina  e del circondario  e  si torna  alla  questione del lascito  di trecentomila  maravedìs fatto dalla moglie  Anna al  monastero  di Santa  Clara. Una vera e propria emorragia, che don Fadrique, per adempire alla disposizione della moglie subisce caricandone  il peso sulle  rendite in frumento della   città  di   Ceynos  (ottantasei  carichi l’anno, equivalenti a circa 80 quintali) e su altre rendite in denaro. Viste  queste ricorrenti  affermazioni, dobbiamo  pensare che il  testamento  di  Anna  Cabrera  sia  rimasto inadempiuto per mancanza di fondi, se solo poco prima di morire  lo  stesso  almirante  lo  poté finanziare. Qualcosa per Modica:

«Lascio agli ospedali della mia città di Modica in  Sicilia cinquanta onze  della mia moneta di quel regno per provvedere ai letti…». Seguono altri legati  alle varie chiese di Sicilia, che però il testo da me consultato non individua. Lascia poi  un milione di maravedìs al convento di  San Francesco  per adempire  a disposizioni sue e  della moglie. Un altro milione lo lascia al  monastero di  Sant’Agostino della  città di Mansilla   e   raccomanda  ai   suoi   eredi  e successori  di  conservare  in  buono  stato il monastero di  Valdescopezo, dove sono sepolti i suoi   nonni  paterni  Fadrique   e  Teresa  de Quiñones, dove  ha disposto che sulla loro tomba «perpetuamente arda una candela di cera». E ciò deve continuare ad essere fatto. Dispone  poi che per  completare la costruzione del  monastero di  Santa  Maria del  Gesù nella città di  Modica e per porre in esso «uno scudo con le armi della contessa di Modica mia moglie e  un  organo  e un  altare… si  diano mille fiorini  di moneta di  Sicilia e  si faccia una grata  che  costi trenta  onze  e in  più siano assegnate quaranta onze per gli ornamenti».

«Altresì  ordino  si  restituisca  alla Cesarea Maestà  dell’Imperatore  e  re  nostro  signore poiché a  ciò sono obbligato e l’ho giurato, il Toson d’Oro…», che con tanto fasto aveva ricevuto a Barcellona nel marzo 1519. Esauriti  i lasciti pii,  passiamo ai doni alle persone.  Al suo confessore  lascia una cantina alla porta  di Castro con tutte le botti grandi e piccole. A tutti suoi servitori cinquemila maravedìs ciascuno.  Ad un cappellano ne lascia ventimila per  aiutarlo a sposare sua nipote,  mentre  ad un  suo  servo negro  dona diecimila maravedìs e  raccomanda ai suoi eredi di dargli da  mangiare finché sarà  in vita  e per questo lascia   altri  diecimila  maravedis.  Possiede persino  uno schiavo,  al quale  lascia seimila maravedìs, «e sia libero dopo la mia morte». Solarino   scrive  che   avrebbe  lasciato quindicimila  maravedìs  per riscattare  i suoi vassalli  di   Modica  dalle  mani  dei  pirati barbareschi,  ma nella  copia  di cui  ci siamo serviti non c’è traccia di questa disposizione. Infine:

«Altresì, adempiendo  tutto ciò che è disposto e dichiarato in questo testamento… in tutti gli altri beni liberi e divisibili che saranno miei e mi  apparterranno al momento della mia fine e morte,  nomino   e  istituisco  per  mio  erede universale  don  Luis Enriquez  conte  di Modica figlio di  don Ferdinando Enriquez mio fratello al  quale  chiedo  per  pietà  che  poiché  gli restano   tante   rendite   e   tanto   grande patrimonio e beni voglia essere  erede nei beni che  mi   appartennero  dopo  aver  interamente adempiuto alle mie disposizioni testamentarie».

Marcel  Bataillon[30], che ci aiuta ad  intendere  questo documento pervaso di grande misticismo e di profonda pietà religiosa. Anche nell’introduzione  che ben  può essere definita mistica del testamento, ci sembra di avvertire reminiscenze dei temi dei cosidetti alumbrados,[31] gli “illuminati”, vere  e proprie élite riformatrici che sulla base della conoscenza di alcune opere di Erasmo  da   Rotterdam,  negli  anni  1525-1532 soprattutto  cercarono  di introdurre  in Spagna una vera  e propria riforma cattolica. Dapprima tollerati subirono poi una violenta repressione agli inizi del regno di Filippo II. L’Almirante  di Castiglia e  conte di Modica si dimostrò  affascinato da questa dottrina. Bataillon così scrive:

«L’almirante    di   Castiglia,   don   Fadrique Enriquez,  che  occupa un posto tanto preminente nella società  spagnola dell’epoca come un uomo di  stato e  protettore delle  lettere… resta sedotto dalla pietà interiore degli “illuminati”. Nel 1525 chiama  a Medina de  Rioseco il sacerdote Juan Lopez de Celain ed elabora con lui un programma di  evangelizzazione   delle  sue  terre.  Così infatti  il  sacerdote  gli  aveva  scritto  da Toledo  il 30 luglio  1525, in  un frammento di lettera a noi pervenuta:

“Per questo, se V.S. vorrà prendere la bandiera di Dio  e sotto di essa camminare con la grazia e le  forze che Dio stesso  le darà, io sarò la tromba  e  il  piffero,  anche  se  per  la mia malvagità  sarò un troppo  cattivo strumento; e così tutti  i chiamati seguiranno la bandiera e in  questo modo potrà V.S.  essere capo della riforma della vera cristianità. E se nostro signore per la  sua bontà  volesse che  V.S. impiegasse ciò che le resta  della sua vita a questo scopo e a me  volesse  fare la  grazia  di  chiamarmi per servirle  anche  da  straccio,  solo  di  V.S. sarebbe il merito…». Lopez  de Celain reclutò  alcuni predicatori, e don Fadrique li ospitò per qualche tempo in una sua casa di campagna che possedeva nei dintorni di Medina.  Alla fine non se  ne fece nulla, ma fu notorio  a tutti che l’almirante aveva avuto con gli  “illuminati” stretti rapporti. Inoltre anche  il  suo segretario,  Ortiz,  era  uno di loro.  Profondamente  religioso,  don  Fadrique alla  fine  della  sua  vita  trae  ulteriori

motivi di riflessione  da quella  “devozione moderna”. Del  resto  un  suo  nipote,  Alfonso Enriquez, figlio  del  fratello  Ferdinando,  scrisse  una Difesa di Erasmo stampata a Napoli nel 1532, e lo  poté fare con la copertura dell’Almirante stesso,   con   ciò -scrive  Bataillon- contribuendo a  mantenere nella Spagna di Carlo V  un  clima di relativa libertà  religiosa, che sarà spazzato via da Filippo II e dalla Controriforma.

In ogni caso, l’anziano Almirante, pur frequentando mistici condannati dall’Inquisizione (la beata Isabel del la Cruz) e proteggendo il frate Francisco Ortiz (condannato dal Sant’Uffizio), non fu minimamente molestato.

13.Epilogo

Dunque, Federico Enriquez. Al termine di questo lungo cammino, siamo in grado di dare un ritratto forse non molto lontano dalla realtà di uno dei protagonisti della primi anni di governo dell’epoca di Carlo V.

Nato intorno al 1460, probabilmnete per un abile calcolo politico del cugino Ferdinando, sposò Anna Cabrera, erede di un grande feudo in Sicilia. Il matrimonio fu un grosso affare di stato e si risolse col trasferimento nel 1481 di Federico Enriquez a Modica. Rimase in Sicilia fino al 1486, quando a seguito della morte del padre don Alfonso, abbandonò Modica insieme alla moglie Anna ed alla cognata Isabel. Durante il viaggio, i tre visitarono Alcamo, dove furono ritratti in qualche modo da un pittore (lo stesso Pietro Ruzzolone?), cosa che poi servì nel 1507 per formare il soggetto del quadro cosiddetto della Madonna Greca di Pietro Ruzzolone, che ancor oggi adorna la chiesa francescana di Santa Maria ad Alcamo. Da quel matrimonio e dal fatto che i Conti si trasferirono in Spagna, per la Contea di Modica derivarono profonde conseguenze. Infatti da un lato i Conti dovettero garantire il governo del feudo, creando una forte struttura di gestione; dall’altro la loro lontananza a poco a poco (specie dopo il fallito tentativo di permuta con altri feudi in Spagna nel 1547-1549), li convinse a dare il via ad un massiccio processo di parcellizzazione della terra, grazie all’istituto dell’enfiteusi. Si creò così un consistente nucleo di piccola e media proprietà, che frantumò il grande feudo e produsse forti innovazioni nelle colture, che da granarie si specializzarono anche in vinicole (soprattuto con la nascita di Vittoria, ai primi del Seicento),  oltre all’allevamento bovino.    

Ma i Conti risultano avere anche un ruolo importante nell’introduzione dell’Umanesimo in Castiglia, perché con sé in Spagna portarono Lucio Marineo Siculo, che al di là dei giudizi sprezzanti di Carmelo Trasselli, con il suo insegnamento a Salamanca, aprì nuovi scenari nella cultura spagnola. Lo stesso Almirante fu definito «mecenate, studioso delle lingue classiche, dotato di grande curiosità intellettuale, amante della poesia ed egli stesso autore di versi…inediti» (Sciuti Russi). Succeduto al padre nell’Almirantato, al seguito dei Re Cattolici, visse le ultime fasi della Reconquista, partecipando alle battaglie per conquistare il regno di Granada, la cui capitolazione si ebbe nel gennaio 1492. Che la carica di Almirante non fosse puramente onorifica, è dimostrato anche dal fatto che Cristoforo Colombo (presente alla presa di Granada) chiese in cambio della consegna ai Re Cattolici delle nuove terre che avrebbe scoperto, il titolo di Ammiraglio del Mare Oceano con gli stessi contenuti economici e politici avuti dall’Almirante don Alfonso Enriquez, che era anche viceré-governatore di parte della Castiglia. Legittimista, seguì con apprensione lo scontro tra Ferdinando e il genero Filippo il Bello, dopo la morte di Isabella e si schierò con Giovanna, quando il marito voleva farla internare in un convento. Dopo il ritorno al potere di Ferdinando lo servì fedelmente, fino alla sua morte. Nel caos seguito alla scomparsa del vecchio re, in attesa della venuta in Spagna del nuovo givoane re Carlo, al cardinal Cisneros che gli aveva chiesto aiuto per domare la rivolta siciliana, suggerì prudenza, saggezza e perdono, con il blocco di ogni decisione che fomentasse il malcontento, dimostrando per la prima volta la sua concezione del rapporto tra Sovrano e sudditi. La sua visione dello Stato si esprimeva in una «concezione organistica della res publica,  di derivazione medievale: il sovrano al vertice, e i suoi sudditi (guerrieri, sacerdoti, contadini) quali membra del corpo statale» (Sciuti Russi). Da ciò derivava la necessità di non spargere il sangue dei sudditi, perché lo Stato se ne sarebbe indebolito[32], con il continuo appello alla pacificazione, alla clemenza, alla comprensione dei motivi del malcontento. Lo stesso atteggiamento ebbe don Fadrique durante la rivolta dei  Comuneros, quando negoziò fino all’estremo, tentado di convincere i rivoltosi a rientrare al servizio del re, promettendo una clemenza che invece Carlo V non si sognava di usare. Aiutato dalla moglie Anna, nel convento di San Francesco a Medina di Rioseco, riuscì a convincere uno dei capi della rivolta, don Pedro Girón, cognato del fratello Ferdinando a lasciare il campo dei Comuneros, riuscendoci. Ma ciò non esitnse la rivolta, anzi. L’Almirante fu a lungo assediato e pagò di persona con la distruzione di una sua città i suoi tentativi di mediazione. Dopo la sconfitta dei Comuneros a Villalar, Carlo V in pratica sconfessò la sua politica “morbida” e lo esautorò dal governo della Spagna. Pur ritenendo la cosa un oltraggio, don Fadrique continuò a servire il re in battaglia e lo seguì in Italia, dove fu ferito a Pavia da una fucilata. Ma ormai anziano, l’Almirante cercò di convincere Carlo V a introdurre modifiche radicali nell’organizzazione dello Stato, prendendo a modello la Francia, uno Stato compatto, mentre i domini spagnoli erano sparsi e divisi e ciascuno con leggi e usi propri e diversi, cosa che rendeva debole l’immensa macchina dello Stato, cui si erano aggiunti anche i nuovi possedimenti americani. Carlo V non lo ascoltò né poteva realizzare ciò che non riuscì a nessuno dei suoi successori. Cattolicissimo, con la moglie fondò nel 1491 la chiesa e il convento di San Francesco a Medina de Rioseco, ed ebbe particolare attezione alla costruzione e ristrutturazione di chiese, conventi ed ospedali esistenti nei suoi psosessi spagnoli e siciliani. Ma sentì anche l’esigenza di fare la sua parte per una profonda riforma della chiesa, abbracciando, forse dopo letture erasmiane, le idee degli alumbrados, gli “illuminati”, un movimento poi condannato dalla Chiesa come in parte eretico. Alla moglie Anna, morta nel 1526 ed alla cognata Isabel (morta a 19 anni nel 1493, moglie di suo fratello Francesco), dedicò un grandioso monumento funebre nell’altare maggiore della chiesa di San Francesco a Medina, con due statue oranti fuse in bronzo dorato, poste in alto rispetto alla sua tomba, posta in basso ai piedi dell’altare. Morì nel 1538, lasciando minuziose disposizione testamentarie. Privi di eredi, lui e la moglie Anna avevano deciso della loro successione, nominando eredi universali i nipoti Luigi ed Anna II. 

Un grande personaggio, Federico Enriquez Conte di Modica…

                                                               Appendice 2

                          I Capitoli nuziali di Anna Cabrera e  Federico Enriquez

«In nome di Cristo sia noto a tutti che,  poiché il nostro serenissimo ed eccellentissimo Principe e signore don Ferdinando re di Castiglia e Aragona ora felicemente regnante ebbe in animo e desiderò che si contraesse matrimonio tra l’egregio e magnifico don Federico Enriquez figlio dell’illustre don Alfonso Enriquez Grande Ammiraglio del Regno di Castiglia e dell’illustre donna Maria de Velasco sua moglie, e l’egregia donna Anna de Cabrera contessa di Modica e viscontessa di Bas e Cabrera figlia del fu egregio don Giovanni de Cabrera e dell’egregia donna Giovanna de Cabrera contessa e viscontessa della detta contea e viscontea:

per concordare detto matrimonio Sua Maestà mandò un proprio inviato nel Regno di Sicilia alle dette contesse con sue istruzioni ed una lettera credenziale scritta di propria mano, attraverso le quali le dette contesse, intesa la volontà del Re di fare questo matrimonio, comprendendo che questo fatto veniva a loro utilità e comodo, acconsentirono a quel contratto e mandarono al Re due loro inviati con le loro risposte e i capitoli contenenti in forma autenticata quelle osservazioni che sembrarono loro pertinenti a portare a compimento e alla consumazione del matrimonio, supplicandolo si degnasse prima di approvarli, giurarli e ratificarli, affinché dopo fossero firmati e giurati dai su nominati illustri signori Alfonso Enriquez e sua moglie e Federico Enriquez loro figlio, futuro marito dell’egregia donna Anna.

I capitoli furono quindi decretati dal Re e alla fine di ognuno di essi per la maggior parte furono apposte delle osservazioni secondo le sue intenzioni e sulla base di esse furono accettati e giurati tuttavia a certe condizioni e nel modo e nella forma di loro accettazione in essi contenuti, e la serie dei capitoli con le risposte apposte alla loro fine è la seguente.

“Noi don Ferdinando per grazia di Dio Re di Castiglia Aragona Leon Sicilia Toledo Valencia Galizia Maiorca Siviglia Sardegna Cordova Corsica Murcia Jaen Algarve, di Algeziras e di Gibilterra, Conte di Barcellona Signore di Biscaglia e di Molina, Duca di Atene e Neopatria Conte di Rossiglione e di Cerdagna Marchese di Oristano e Conte di Goziano.

Per mezzo dei  nostri cari e fedeli sudditi, i signori Johan Molinez cappellano e Stefan del Corral segreto della terra di Caccamo, messaggeri inviatici da parte della egregia e amata nostra signora donna Johana de Cabrera contessa di Modica in suo nome e della egregia e amata nostra signora donna Anna sua figlia contessa di Modica e viscontessa di Bas e Cabrera, ci furono presentate le risposte date dalle dette contesse madre e figlia alle istruzioni e a tutte le altre cose che il nostro amato Andrea Badaluc da parte nostra e in virtù di una lettera credenziale scritta di nostra propria mano illustrò loro sopra il matrimonio che in grazia di Dio s’ha da fare tra l’egregio e amato cugino nostro don Fadrique Enriquez figlio primogenito ed erede dell’egregio e amato zio nostro don Alfonso Enriquez Grande Ammiraglio di Castiglia e la detta donna Anna contessa di Modica viscontessa di Bas e di Cabrera,  risposte contenenti molti capitoli e richieste sulla contrattazione di detto matrimonio e che firmate di mano della detta contessa donna Giovanna e sigillate con il suo sigillo impresso in cera nera e stilate dal notaio Tommaso Baglieri segretario della detta contessa nel Castello di Modica il 5 del mese di febbraio dell’anno dell’Incarnazione del Nostro Signore Gesù Cristo Millequattrocentosettantanove abbiamo visto e riconosciuto e accettiamo le proposte delle dette contesse madre e figlia e inoltre la volontà e affezione che mostrano di volerci ubbidire servire e compiacere, tralasciati alcuni capitoli ai quali non è necessario replicare, ordiniamo di rispondere agli altri capitoli e richieste cominciando dal settimo così avendo rispetto alle dette contesse madre e figlia come a ciascuna di esse, e di continuare le risposte alla fine di ciascun capitolo successivo secondo il tenore che a loro è sembrato nella maniera seguente.

Resposti a li Instructioni et a tuctu quillu et quantu pir virtuti di una littera de cridenza scricta di manu propria di la magesta de lu Signuri Re di Castella nostru Signuri et pir virtuti di li diti instruccioni esplicau misser Andria Badaluch a nuj contissi et commissi a lu venerabili misseri Johan Molinez capellano dila contissa dompna Johanna et Astephanu di Coral secretu di la terra di Caccabu, chi hagiun di reritari (sic) et diri a la dita Majesta pir parti di li dicti Contissi et primo: Vui prenominati misser Johan Molinez Stiphanu di Coral dirriti ala dicta magestati che li ditti contissi matri et figla assai humilimenti et per infiniti volti si encomandan in gratia et merzedi sua magistati. Et pri parti di li dicti cuntissi baxariti li mani ad sua alteza.                     

Appressu pir molti volti refeririti infiniti gracij a la dita magestati di tanta humanita e gracia et speciali affectioni li quali sua Magesta dimostra circa lu beneficiu et riparu di li dicti contissi e statu loru.




[1] Il testo è un ampliamento del breve saggio Anna Cabrera e Federico Enriquez Conti Modica, già on line. La foto di copertina ritrae la statua orante di donna Anna Cabrera, Contessa di Modica, al lato destro dell’altare maggiore della chiesa di San Francesco a Medina de Rioseco. La statua è opera dello scultore Cristobal de Andino e risale al 1532

[2] Sulla complessa vicenda vedi il mio Vittoria Colonna, fondatrice di Vittoria di Sicilia

[3] Alejandro Nanclarés, Informe arqueológico de la excavación realizada en la iglesia di san Francisco de Medina de Rioseco durante el año 1989

[4] Esteban Garcia Chico, Catalogo Monumental de Medina de Rioseco, Valladolid 1979.

[5] Raffaele Solarino, La Contea di Modica, Ragusa 1885-1905, rist. 1982

[6] Leonardo Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio 1989

[7] Filippo Garofalo, Discorsi sopra l’antica e moderna Ragusa, Paolino Editrice 1980

[8] Maurice Aymard, Il commercio dei grani nella Sicilia del 1500, A.S.S.O. 1976

[9] «L’enfiteusi è un contratto, in virtù del quale si concede un fondo coll’obbligo di migliorarlo, e di pagare in ogni anno una determinata prestazione che si dice canone, o in danaro o in derrate, in ricognizione del dominio del concedente» (art. 1678 del Codice per lo Regno delle Due Sicilie, 1840

[10] Enzo Sipione, Concessioni di terre ed enfiteusi nella Contea di Modica, A.S.S. serie IV vol. III; Conte ed Università a Modica nel secolo XVI, A.S.S.O. 1964-’65; Statuti e Capitoli della Contea di Modica, Società Siciliana per la Storia Patria, 1976

[11]Giuseppe Raniolo, Introduzione alle Consuetudini ed agli Istituti della Contea di Modica, 2 voll. Ragusa-Modica 1985-’87.

[12] Paolo Monello, Nascita di un popolo nuovo, Utopia Edizioni 1993

[13]Andrea Guarneri, I capitoli nuziali di Anna Cabrera, in A.S.S. 1885

[14]Queste e le altre traduzioni che si è reso necessario fare per una migliore comprensione dei testi sono state eseguite dal sottoscritto. Pertanto ne porto intera responsabilità per gli errori riscontrabili.

[15]Giovanni II, padre di Ferdinando il Cattolico, re d’Aragona dal 1458 al 1479.

[16]Giovanni II, allora duca di Penafiel, era stato viceré di Sicilia dal 1415 al 1416, con grande desiderio dei siciliani di averlo come re

[17]Isabel Cabrera era sorella di Giovanni I, padre di Anna

[18]Re di Castiglia dal 1474 è il figlio Ferdinando, sposato con Isabella di Castiglia.

[19] G. E. Di Blasi, Storia cronologica de’ Viceré…Edizioni della Regione Siciliana

[20] Fernando del Pulgar, Crónica de los Reyes Católicos, Madrid 1943, cap. CXXI

[21] conte di Melgar morto nel 1506

[22] Juan Manzano Manzano, Cristoforo Colombo. Sette anni decisivi della sua vita (1485-1492), I.st. Pol. Zecca dello Stato 1991

[23] Carmelo Trasselli, Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V, Rubbettino 1982

[24]Secondo Mongitore, Lucio Marineo iniziò a studiare nel suo paese natale, poi passò a Catania e a Palermo per studiare il latino con Giovanni Naso e il greco con Giacomo Mirabella. Trasferitosi a Roma ebbe come maestro Sulpizio da Veroli, della scuola di Pomponio Leto; tornò poi in Sicilia per insegnare a Palermo. Passato in Spagna, insegnò poetica ed eloquenza all’Università di Salamanca dal 1486 al 1498 e fu nominato regio storiografo da Ferdinando. Anche Carlo V lo utilizzò a suo piacimento per storie definite dal Trasselli «squallide agiografie». Eppure questo vizzinese, siciliano rinnegato, che disimpara persino il dialetto e nelle sue storie ignora la Sicilia, ha il non piccolo merito di aver introdotto, con pochi altri, l’Umanesimo in Spagna. E la cosa più strana è che può essere considerato un dono alla Spagna fatto dai Conti di Modica! Scrive infatti il Mongitore nella sua Bibliotheca Sicula che «essendo venuto in Sicilia il Grand’Ammiraglio di Castiglia Federico Enriquez per sposare Anna Cabrera contessa di Modica, dovendo ritornare in Spagna, portò con sé Marineo, nel quale suscitò la speranza di maggior fortuna, e con la promessa che lì avrebbe avuto onori maggiori che in Sicilia. Nicolao Antonio… dice che ciò è avvenuto nel 1484…Invece è avvenuto nel 1486, come si deduce chiaramente da Agostino Inveges».

Non sappiamo come i conti di Modica siano venuti in contatto con il Marineo. Probabilmente lo incontrarono o ne sentirono parlare bene a Palermo, dove evidentemente dovettero risiedere per qualche tempo, forse in attesa del viaggio di andata in Spagna. Comunque Federico si rivelerà persona assai colta e pertanto sensibile al fascino dell’Umanesimo che in Sicilia allora brillava di insigni latinisti e grecisti.

Dalle lettere che in seguito leggeremo, scritte da Marineo all’Almirante e viceversa, traspare un rapporto di amicizia, anche se interessata da parte di Marineo, non però una dipendenza da “cliente” a “patrono”.

Comunque per la sua attività, durata fino al 1533, appare assai acuto il giudizio di Mongitore, secondo il quale «recatosi a Salamanca e preso contatto con Antonio de Nebrija [o Lebrija, autore di una grammatica della lingua latina che ebbe 50 edizioni e della prima grammatica del castigliano], con lui si affaticò a ripulire gli spagnoli dalla barbarie, e a tentare di raffinare i loro ingegni, del resto acuti, con le discipline umanistiche».

[25]Il  pittore  Ruzzolone,  autore  di  un  grande dipinto conservato  a Termini Imerese, lavorò a Palermo  dal 1484 al  1526 e le  sue opere sono influenzate  da  Piero  della  Francesca  e  da contatti con la Francia meridionale

su di lui vedi Pietro Maria Rocca in Archivio Storico Siciliano 1896

[26] Vittorio Sciuti Russi, Fadrique II Enriquez Cabrera e Carlo V, in La Contea di Modica (sec. XIV-XVII), Bonanno Editore 2009

[27] E. Garcia Chico, Catalogo Monumental de La Provincia di Valladolid. Medina de Rioseco, Valladolid 1979; dello stesso autore La orden franciscana en Medina de Rioseco (1936-1945)

[28]Al di sotto ne abbiamo  rinvenuto i resti che in parte abbiamo  portato a Vittoria.

[29]Il grano veniva misurato in cargas,  composta ciascuna da due fanegas.Ogni fanega  equivaleva a 44 kg.

[30] M. Bataillon, Erasmo y España, Fondo de cultura económica, México 1950

[31] Il movimento degli alumbrados si diffuse nei primi del Cinquecento. «Eredi di una tradizione volta ad esaltare l’interiorità e a contrapporla alle forme esteriori della devozione, gli Illuminati miravano a raggiungere l’unione con Dio nell’intimità della propria anima mediante il raccoglimento e la meditazione, alimentandosi con la lettura e con il commento delle Sacre Scritture. Nelle meditazione si doveva raggiungere il completo distacco dal mondano e, attraverso l’orazione mentale, far entrare Dio nell’anima e nei cuori. Accanto alla mistica e al raccoglimento, praticato nelle chiese ad occhi chiusi, un’altra corrente di misticismo illuminato predicava e praticava il completo abbandono dell’anima nell’amore di Dio, lo svuotamento di se stessi al fine del raggiungimento dell’unione divina. Quell’abbandono poteva esprimersi anche con pubblici rapimenti, visioni, estasi, manifestazioni pericolose di una spiritualità che apparve agli inquisitori compiaciuta e ambiziosa e dietro la quale poteva ben nascondersi il demonio, se non la simulazione o la commedia» (Sciuti Russi)

[32] Alcuni decenni dopo, con Filippo II, prevarrà la concezione dello Stato-macchina, un organismo che doveva funzionare in modo perfetto attraverso le sue leggi, il suo efficiente ordinamento amministrativo, i suoi ministri, giudici, ufficiali.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.