Ritornando ai gruppi dirigenti e ad alle maggiori famiglie, mi sembra utile richiamare qui il saggio scritto sulla famiglia Ricca. Il titolo credo faccia intendere il ruolo dei suoi esponenti nella storia di Vittoria dalla fine del Seicento ai primi dell’Ottocento. Ad oggi rimane per me un mistero su come  una famiglia di umile origine modicana riuscisse dal nulla a far diventare barone un suo esponente nel giro di poco più di 70 anni: ma anche questo è Vittoria: un mistero o forse la terra dalle mille possibilità per chi ci sapesse fare. In attesa che dagli archivi modicani compaia qualche illuminante notizia, non possiamo fare a meno di sottolineare che i figli della coppia Giovan Francesco Ricca e  Rosalia Bondì diventarono il maggiore, Giovan Battista barone ed il secondogenito Desiderio, prima arciprete di Terranova e poi di Vittoria dal 1715 al 1730, anno in cui gli successe il nipote don Enrico, figlio del barone. A don Enrico dobbiamo il completamento degli interni della chiesa di San Giovanni, la costruzione del Conservatorio di San Giuseppe e soprattutto l’esito vittorioso della lite territoriale con Chiaramonte Gulfi per il possesso di alcuni brani di Boscopiano. Pur avendo per ben tre volte i giudici dato ragione a Vittoria (nel corso dei 18 anni che durò la causa, iniziata nella seconda fase nel 1745 e terminata nel 1763), fu cosa saggia stipulare con Chiaramonte una transazione lungo la odierna strada provinciale n.  Comiso Mazzarrone, cosa che pose fine a dispute che duravano dal 1684. Fu don Enrico a guidare ed istruire i legali che impostarono la causa sull’assioma che Vittoria era l’erede di Camarina (su questo ritornerò in seguito).

Don Enrico Ricca fu il padrone assoluto della vita religiosa, amministrativa e politica di Vittoria per oltre 50 anni, dal 1731 alla sua morte avvenuta il 25 dicembre 1784. Dopo di lui altri Ricca resero illustre la famiglia: tra tutti voglio ricordare il marchese Alfonso (autore del testo della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo che a mio avviso fu utilizzata da La China nei tardi anni ’80 dell’Ottocento) e del fratello Federico, uno dei liberali del 1848, autore di versi licenziosi, il cui monumento funebre eretto a San Giovanni dopo il 1880 è posto di fronte a quello dell’assassinato Mario Pancari, a sfida perenne anche da morti (si erano scontrati nel 1860…). Figlio di una sorella, Maria Delizia Ricca, sposata al barone Guastella di Chiaramonte, fu Serafino Amabile Guastella (che può essere definito il nostro Giuseppe Pitré, autore di preziosi studi come il “Carnevale nella Contea di Modica”, “Canti Popolari del Circondario di Modica”, delle “Parità morali” etc. etc.: opere in cui spesso l’autore cita Vittoria e le sue tradizioni, apprese da noi quando era bambine e soprattutto dallo zio Federico.

Ma ecco l’indice del volume:       

Introduzione

                                                                Parte I

                                      I Ricca a Vittoria tra Sei e Settecento

1.L’Istoria geneologica della famiglia Ricca (1788-1818).

2.I Ricca a Vittoria nei riveli e nei registri parrocchiali.

3.Giovan Battista e Desiderio dagli anni ’90 del Seicento al 1714.

4.Il rivelo del barone Ricca nel 1714 e le sue sorprese.

5.Una vicenda ingarbugliata. I beni a Terranova e le finte pretese di don Desiderio.

6.Gli ultimi anni di don Gio. Batta Ricca.

7.Don Desiderio Ricca primo arciprete (1715-1730).

8.Gli altri figli di don Gio. Batta Ricca.

                                                            Parte II         

                                                     Don Enrico Ricca

1.I giudizi su don Enrico tra Sette e Ottocento.

2.Don Enrico Ricca a Vittoria. I primi anni (1731-1737). 

3.Il contrasto con i Cappuccini, la continuazione dei lavori a San Giovanni e le notizie storiche su Vittoria del sac. Palumbo (1740-1744).

4.Le donazioni private alla chiesa ed agli altari (1709-1748).

5.La dotazione del Conservatorio e la questione del riconoscimento formale (1744-1747).

6.I beni di don Enrico, le questioni ereditarie ed il rivelo del 1748.

7.Traversie per il riconoscimento del Monastero e l’aggregazione di San Giovanni alla basilica liberiana di Santa Maria Maggiore (1749-1751). 

8.Il contrasto con il Collegio di Maria a San Biagio, l’ordine reale di abolizione del Monastero e l’opposizione al provvedimento (1759-1762).

9.Don Enrico e la conclusione della lite territoriale con Chiaramonte: Vittoria, l’eredità camarinese e la transazione del 1764.

10.Uno squarcio di vita al Monastero di San Giuseppe. Il riconoscimento reale (1765-1768)

11.Artisti e mastri a San Giovanni (1748-1782).

12.Scuola e cultura al tempo di don Enrico Ricca. Tardi contrasti con i Giurati.

13.La morte ed il testamento di don Enrico Ricca.

14.Il Sacro funebre elogio di don Enrico Ricca e Rixacchi: l’invenzione della leggenda ed il mistero della tomba.

                                                               Parte III

                                    Altri Ricca tra il Settecento e l’Ottocento

1.Un ramo collaterale: i discendenti di Blasi Ricca.

2.I discendenti di don Riccardo.

3.Gli eredi di don Alfonso.

4.Il marchese Alfonso Ricca e il Dramma Sacro del Venerdì Santo.

5.Il cav. Federico Ricca. 

Pubblico qui di seguito alcuni paragrafi:

4.Il rivelo del barone Ricca nel 1714 e le sue sorprese.

Dalle ammirate parole dell’anonimo estensore della Istoria geneologica (incrociate però con le più esatte notizie riferite da Villabianca) questo il quadro degli incarichi e della figura di don Gio. Batta Ricca:

a)uomo di gran talento, e segnalate ricchezze, nonché u.j.d.;

b)Capitan d’Armi proprietario della Comarca di Terranova [nel 1692, da Villabianca];

c)Vicario generale per tutto il Regno di Sicilia cum omnimoda gladij potestate [nel 1709, da Villabianca];

d)Cittadino di Palermo per la sua nobiltà e meriti (legesi anche tutto ciò nella Sicilia Nobile del marchese Villabianca nell’addizione al tomo 2 a f. 516);

e)deputato della Contea di Modica in tempo dell’Amministrazione Regia.

Parleremo fra poco delle sue segnalate ricchezze, sulle quali sappiamo molto di più dei suoi incarichi politico-militari. Da quel che possiamo dedurre, grazie alle sue ricchezze e forse al prestigio derivatogli dalla carica di Capitano d’Armi di Terranova, poté agevolmente acquisire il titolo di barone della Scaletta, mentre la sua carriera successiva dovette essere frutto della sua fedeltà al nuovo sovrano, Filippo V di Borbone, re di Spagna dal 1700. Per la sua lealtà al giovane nipote di Luigi XIV (mentre, come sappiamo, don Giovanni Tommaso Enriquez Cabrera passò con il pretendente Carlo d’Austria) ebbe in premio favori e onori, come testimonia anche il suo incarico straordinario di Commissario Generale  per una qualche incombenza che purtroppo ignoriamo. Stabilita la residenza a Palermo, ne divenne cittadino e fu amministratore o rappresentante della Contea di Modica dopo che per il “tradimento” di don Giovanni Tommaso Enriquez Cabrera, essa era stata confiscata e assorbita nel regio demanio (dal 1705).

Non avremmo che queste vaghe notizie sul barone Giombattista Ricca, se non fossimo venuti in possesso, oltre che del suo rivelo del 1714, di altri documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Ragusa. Già si è accennato agli atti di monacato di due sue figlie, cui si aggiungono il suo testamento del 1721 e vari altri atti notarili a discarico di oneri finanziari. Vediamo quindi di delinearne maggiormente la personalità sulla base dei suoi averi e del contenuto delle sue ultime volontà.

a)Il nucleo familiare.

Il barone Ricca è in assoluto l’uomo più facoltoso di Vittoria e nella sua dichiarazione dei redditi appaiono le sue molteplici attività economiche, oltre che interessanti notizie sul suo nucleo familiare. Risiedendo il barone a Palermo, il rivelo viene fatto dal suo procuratore don Giuseppe Occhipinti. Del nucleo familiare fanno parte 12 persone: il barone, la moglie, otto figli e due schiave. Il primogenito, Riccardo, appena diciottenne nel 1714, è già fuori dal nucleo, avendo sottoscritto capitoli matrimoniali nel 1712 con donna Isabella Alias di Messina. Oltre al primogenito Riccardo, cinque erano i figli maschi (cl. don Costantino frate cappellano della Religione di San Giovanni di Malta, di anni 14; cl. don Errico di anni 13; don Francesco di anni 7; don Alfonzo di anni 4 e don Genuino di anni 1). Tre erano le figlie femmine: Rosalia e Salvatura (già suore) e Maria (anch’essa in seguito monaca col nome di suor Teresa di Santa Maria Serafica (Palmeri). Nel nucleo familiare anche due schiave, una di nome Barbara (di anni 50) e l’altra Caterina (di anni 40). Come già si è detto, nel 1716 nascerà un’altra femmina, Benvenuta, anch’essa destinata al monastero.

b)I beni stabili: la casa e i preziosi.

Per prima viene dichiarata la casa d’abitazione: «possiede esso revelante una casa grande solerata sita e posta in q.a Città di Vittoria nel q.ro di S. Gio. Battista isolata conf.ti con pp.che strade e piazza consistente nel quarto di sopra in numero undeci stanze cinque mezzaline e nove stanze di abbasso delli quali alcune sono in fabrica e non atte ad abitare». Sparse nello stesso quartiere sono altre proprietà al servizio dell’abitazione principale: «una carrettaria con suo riposto», «una stalla con sua pagliarola», due dispenze  grandi, un’altra casa piccola ed un magazzino (nell’attuale via Cavour, nei pressi della farmacia ex Bertone ora Jacono), per un valore di circa 350 onze.

Nella casa e negli altri locali al suo servizio, il barone dichiara 36 barili  di vino in quattro botti, 50 rotoli  di lino, 24 rotoli di cotone filato (per la trama del lino), 3 libbre  di seta cruda («per farsene calsetti per li figlioli») e derrate alimentari varie (frumento e fave) per i consumi familiari. Il valore complessivo degli edifici a Vittoria è di onze 265 circa.

Il barone dichiara poi denaro liquido per onze 584 e numerosi oggetti d’oro e d’argento e gioielli di varia preziosità. Il rivelo è molto preciso nella loro descrizione e reca un interessante campionario di oggetti preziosi dell’epoca, con un pezzo di storia della gioielleria (purtroppo non sempre individuabile nei nomi e nelle forme). Gli oggetti d’oro ammontano ad un valore di onze 48.15.

Ecco l’elenco:

«una ligazza osij fiore di pesto con perle, un anello a core di pago  con perle, un anello con pietra virillo , un paro di pendagli accrocco  con perle, una gioia di petto di lustro con quattro pendagli con una torchina  nel mezzo, un’altra gioia di lustro con quattro pendagli, un anello a ligazza di lustro con cinque torchine, una catinetta di lustro all’antica, un paro di pendagli alla genovesa con perle e smalto, altro paro di pendagli alla genovesa con smalto senza perli, un paro di pendagli alla genovesa di lustro, un anello con pietra torchina, dui para di bottoni di profilo con una torchina per bottone, un paro di cercelli alla genovesa di lustro, una crocetta di petto con quindeci rubbini piccoli, due centorette di dito, un paro di cercelli con li bottoni, un paro di cercelluzzi alla genovesa con quattro perli, un paro di bottoni trasforati, setti bottoni di parti coralli grossi e quattordici piccoli». Poi gioie varie:

«un filaro di perle minute miste con granatine di peso oncia una e mezza, altre perle sfuse e granatine, un filaro di coralli con n.ro sessanta bottonette d’argento, una corona di ambra con conetta  d’argento con altre ambre coralli sfilati, una corona di certa simenza russa incatenata d’argento con sua conetta, due spingoli  di donne d’argento».

Tra gli oggetti d’argento anche «una favamuna osij stagniasango  ingastato d’argento andorato con tre magli con sette perlazze…due sottocoppe d’argento alla francesa due bocale d’argento una crocchiula  di radere d’argento…un lavanaso di argento».

Possiamo individuare anche argenteria da scrittoio («un quatrangolo con sue colonne in mezzo con calamaro rinaloro  ustiario  e campanella d’argento») e da tavola:

«due mezze piatte, dodeci piattigli d’argento, una fruttera piccola d’argento, un quadrangolo di tavola con sua salera bizzera  succarera  e due fiaschetti per oglio ed aceto, tre gotti  annavetta  d’argento, due gotti a mezz’arangio et altro tondo d’argento, due cucchiarone, uno liscio e l’altro perfurato d’argento, un smeccatore  d’argento, una chiavera, sedici brocche , quattordici cocchiarelli d’argento».

Non mancava inoltre un servizio da cucina («una coltillera di dodeci coltelli con suo brocchettone  e cortello di trengiare  con le maniche  d’argento»), insieme a varie minutaglie, così descritte:

«una conetta di prefilo, due spingole di testa delle quali una è andorata, cinque para di corchitte  di donna, un paro di bottoni trasforate, una maglietta, n.ro cinquantauno di bottoni, bottoni d’argento per li vestite delli figlioli n.ro centotredici, bottone grosse a fella di molone n. ventidue

due spatine d’argento delli figlioli, una gaspa  e guaiola  di sciabla torchesca, sette para di fibij di scarpe, una maglietta d’argento, una tabbacchera d’argento, n.ro cinquanta bottoni d’argento» .

Il valore complessivo dell’argento, che pesava 29 rotoli (cioè circa 20 chili) era di onze 290, che unite al valore dell’oro davano onze 340 circa, di cui 100 erano beni dotali della moglie. Manca purtroppo la descrizione e la valutazione di arredi e biancheria.

c)I beni stabili: le terre.

Dopo le case ed i magazzini, si passa all’elencazione delle terre:

«E più possiede un terreno chiamato della Scaletta e Suvaro Torto con titolo honorifico di barone  con casa terrana consistenti in diversi corpi officini e baglio nel territorio di Vittoria conf. con le terre dell’Acciarito Serra del Mangano feghi di Dorillo» . La tenuta, estesa 294 salme (di cui 50 a maggese), era stata comprata da un omonimo don Giombattista Ricca di Modica il 13 febbraio 1696 per la somma di onze 1871 e tarì 21.

«E più possiede una tenuta chiamata della Marina seu Caspanella con sue case per serviggio di detta tenuta sita e posta in territorio di q.a conf. con feghi di Dorillo terr. di Puzzo Ribbaudo et altri confini di salme di terre sessantaquattro e tt.li otto all’incirca che al presente è gabellata a Paulo Stornello a raggione di onze quarantatre l’anno con onze quaranta di dote come per atto di gabella si vede per l’atti di not. Gioseppe Cultraro di Vittoria sotto li 2 febraro 4 Ind. 1711 onde il suo capitale…onze 614.18». Nel corso del rivelo si precisa che la quarta porzione della tenuta era stata comprata da don Antonino Meli, il quale venditore, trattandosi di un bene acquistati da Ricca con fondi dotali della moglie, aveva preteso in garanzia certe cose d’oro (circa 150 grammi) e d’argento (circa un chilo e mezzo): la cosa però è alquanto oscura…

«E più possiede una tenuta chiamata la q.ta di Cammerana sita e posta in terr.o di questa conf. con terre dell’eredi del qdm. Andrea Gurreri con terre di donna Aloisia Campolo e Tarazzulo con il fiume di d.a q.ta di Cammerana et altri confini con sue stanze baglio giardino e canneto per serviggio di detta tenuta che è di terre sottoacqua salme tre e tt.li dodeci all’incirca, quale fu comprata dal barone don Filippo di Stefano della Città di Ragusa per onze quattrocentocinque come per atto di accordio si vede per l’atti del qdm. Giuseppe Vampatella di Vittoria sotto li 6 8bre XII Ind. 1691 et altre salme due e tt.lo uno incirca di terre di coste e lavorative chiamate la Coda della Nipitella dal sudetto revelante aggregate alla sopra detta tenuta comprate dal qdm. barone don Giacomo Interlandi per il prezzo di onze tredici e tt. ventidue e gr. dieci come per atto di venditione appare per l’atti di not. don Francesco Ottaviano di Vittoria sotto il primo marzo 2 Ind. 1694 quale somma di compra in tutto importa onze quattrocentodieciotto e tt. ventidue e gr. dieci quale tenuta un anno per l’altro si potrebbe gabellare per onze quarantadue l’anno

incirca che…ridotte in capitale…sono onze 600.

E più possiede un vignalotto di tt.li cinque di terre incirca siti e posto in q.o terr.o in q.ta delli Communi conf. con chiuse di don Oratio Mandarà e vigne del qdm. m.ro Giovanne Cultrera che…si può gabellare per onze due incirca l’anno… sono onze 28.17».

Come si vede dalle date, la progressione degli acquisti è continua ed occupa l’ultimo decennio del Seicento, segno che si tratta di una liquidità in gran parte preesistente e probabilmente ereditata dal padre Giovan Francesco. Per prima vengono acquistate le terre della contrada Cammarana (1691 e 1694), poi del feudo della Scaletta (1696); senza data l’acquisizione della tenuta della Marina o Gaspanella e del vignalotto a confine con le chiuse di don Orazio Mandarà.

d)I censi passivi.

Al valore dei beni stabili andavano aggiunte onze 20.12 di censi dovuti da varie persone sulle sue terre di Carosone o Passo del Pero, di cui 8.12 andavano a don Desiderio ed il resto onze 12 a lui a nome della moglie donna Giuseppa (tali terre provenivano dalla suocera donna Antonia Floridia e le rendite erano già impegnate per i vitalizi delle figlie Rosalia e Salvatura). Si trattava di terre per salme 3.9 murate (cioè circondate di muri a secco), più sette tumoli irrigui detti il giardino, 4 tumoli lavorativi e dodici di coste incolte.

Con quest’ultimo censo il valore dei beni stabili ascendeva ad un totale di onze 5504 e tarì 13.

e)Le colture e le produzioni.

Sulle terre in proprietà erano piantati estesi vigneti. Alla Scaletta c’erano ben 156 migliara di viti, più 26 di pianta, piantate nel gennaio dello stesso 1714, per un valore complessivo di onze 806. Ma don Gio. Batta possedeva anche vigneti piantati su terre prese in gabella: 65 migliara con palmento a San Bartolomeo, 15 a Forcone, 15 a Carvello (con palmento) e 12 a Fundo delli Monaci, per complessive migliara 107, con un valore di onze 632. In totale aveva vigne produttive (tranne la pianta) per m.ra 263, che alla media di 4 barili di mosto a migliaio producevano qualcosa come 1000 barili di mosto l’anno…

Alla Scaletta aveva nelle botti 4 barili di vino per i vendemmiatori e 7 barili tra «moscatello, malvasia  e quarnaccio », conservati alla Scaletta per uso proprio.

Nelle varie terre produceva (e vi teneva in deposito) canne, canapa (prodotta nella contrada Cammarana, seminata su una superficie di salme 2.4 ma ne aveva in deposito 110 cantara, per un valore di onze 117), stuppazza, frumento forte (prodotto alla Scaletta per 221 salme, di valore onze 264), scaglio  (salme 10, per uso proprio come mangime di pollame aucelli e maiali), fave (salme 11,  per uso domestico e per il vitto degli operai delle vigne), carrube (26 cantara, utilizzate come mangime per i buoi al posto del fieno), orzo (salme 15, per gli allevamenti). Nella contrada Picciuna produceva uva e melagrane destinate alla vendita; alla Scaletta raccoglieva anche mandorle per 12 salme circa.

f)Attività economiche varie.

Alle attività agricole erano affiancate quelle del commercio al minuto, con quattro botteghe (nell’attuale via Cavour, nei pressi della farmacia oggi Jacono già Bertone) per un valore di onze 57; e quelle derivanti dal possesso di  «una posata e fundaco»  nel quartiere della Grazia, del valore di onze 357, struttura data in gabella. Ricca era anche un imprenditore ad ampio raggio ed alcune voci del rivelo attestano vere e proprie attività industriali, tra cui la vendita di legname per 80 tonnellate al proprietario di una barca a vela, tale «padron Francesco di Malta» e trasportate  alla Marina (Scoglitti), in attesa che il compratore le venisse a caricare. Teneva poi in deposito acciaio (170 chili), ferro (oltre 200 chili), chiodi, vetriolo, ceneri di soda (per la produzione di vetro?) per cantara 17 (onze 8.21).

g)Allevamento di bestiame e relative produzioni.

Assai fiorente era l’attività di allevamento. Possedeva:

a)ovini per 756 unità (capre, pecore, agnelli, ciaurelli) dati in custodia ed allevamento ad un prazzamaru , per un valore di onze 173.8;

b)bovini, tra cui 55 buoi (per onze 275), 34 genchi della torta  (per onze 119), 43 vacche figliate con i relativi vitellini (onze 168), 10 vacche stirpe  (onze 32), 30 genizze  (onze 60), 35 vitellazzi annotici  (onze 52), 5 tori (onze 25). I bovini venivano fatti pascolare nelle terre della Serra del Mangano. Dalla mungitura del latte erano stati prodotti 148 pezze di formaggio vacchino (per kg 600 circa) e 199 pezzi di ricotta salata (per 400 chili circa): tutti conservati in deposito alla Scaletta, insieme con numerose pelli e cuoio.

Una diecina di bestie (muli, mule, cavalli) erano a servizio della famiglia, come pure l’allevamento di suini (5 troie date a metateria a tre popolane e 4 maiali in casa) per uso proprio.

h)Attività di prestito.

in mancanza di banche, chi possedeva denaro liquido lo prestava ad interesse. Aveva quindi crediti da riscuotere da decine di persone, per un importo di 880 onze circa, in partite in generale di piccola entità, salvo eccezioni. L’attività di prestito era a volte garantita da beni in natura (14 cantara di formaggio e tre cantara e mezzo di ricotte salate nel caso del vistiamaro Vincenzo Nativo, cui aveva prestato onze 148…) o in oro, come nel caso di don Pietro Saverio di Marco, di cui teneva loco pignoris «un anello d’oro di lustro a rosone di peso trappesi diciassette e mezzo» per l’irrisoria cifra dovuta di onze 3.5…Tra i debitori forestieri di Grammichele (un certo Sinatra, cui probabilmente aveva fatto anche causa), Palermo, Mineo, Modica.

i)Il totale e le gravezze.

Il totale dei beni stabili ascendeva dunque a 5504 onze, quello dei beni mobili a 2990, che sommati ai crediti davano un patrimonio valutato a 9375 onze.

Da questo totale andavano decurtati i pesi o gravezze. Sulle terre per censo annuo al Patrimonio della Contea (e per essa all’amministratore frumentario o terraggero di Vittoria) pagava salme 21.14 di frumento per terraggi sulla Scaletta e Suvaro Torto, salme 5.3 per la tenuta della Marina, un tumolo per la terra ai Communi. Ai proprietari delle terre condotte in gabella pagava invece in denaro: a don Pietro Vassallo di Modica un canone annuo di onze 10.15 per le 65 m.ra di vigne a San Bartolomeo; onza 1.15 agli eredi di don Nicolò Lena (o Leni) del Comiso per le vigne a Forcone; onza 1.16 al Principe di Biscari per le vigne a Calvello; onza 1.3 per censo proprietario al Ven.le Convento di San Francesco d’Assisi di Chiaramonte per le vigne nel Fundo delli Monaci. Il capitale complessivo impegnato per le gravezze era di onze 985.

A queste somme andavano aggiunte le spese per la manutenzione delle case in città e gli oneri per la celebrazione di messe annue nella Venerabile Chiesa di Santa Maria delli Miracoli della Città di Ragusa, fondate dal qdm. Simeone Brinci, antico possessore del giardino del Passo del Pero, ora da Ricca posseduto maritali nomine, sul quale gravava quell’antica soggiogazione, trasmessa agli attuali proprietari.

Ma tutte queste immobilizzazioni di capitale erano nulla in confronto all’onere delle onze 300 da pagare al primogenito don Riccardo propter nuptias con donna Isabella Alias, a seguito del contratto matrimoniale stipulato a Messina agli atti di not. Vincenzo Pacetto il 10 dicembre 1712. Per poter coprire quest’esborso, il barone aveva impegnato un capitale di onze 6000 (300 onze erano il prodotto del 5% d’interesse) sull’intero suo patrimonio, per la qual cosa le gravezze stabili,  ascendenti a 7105 onze superavano i beni stabili, calcolati in 5504! E non erano le uniche, perché alle gravezze stabili dovevano essere sommate quelle mobili, nella misura di onze 146 onze. Tale somme erano dovute una tantum, per varie promesse da lui fatte ai gabelloti della Marina e del fondaco e per gabelle sui pascoli del feudo di Priolo da pagare alla Deputazione della Città di Terranova, sulle terre di tale Geronimo la Porta d’Aidone, sulle terre della Serra del Mangano (al Ven.le Monastero di Santa Maria Regina Celi di Comiso) per il bestiame che possedeva a Terranova in comune con Natale e Abbate e di cui a lui toccava pagare un terzo (89.15 onze). Insomma, a leggere il rivelo, il barone Ricca nel 1714 appariva proprio in grossi guai finanziari… 

7.Don Desiderio Ricca primo arciprete (1715-1730).

Dell’attività come arciprete di don Desiderio (proposto dal procuratore della Contea e confermato dal vescovo di Siracusa don Asdrubale Termini il 27 luglio 1715), conosciamo alcuni punti fermi, grazie a La China ed alle recenti ricerche di La Barbera e di altri. Passato alla storia per il completamento della facciata della nuova chiesa e come creatore della nuova chiesetta di Maria dei Sette Dolori nel 1724 e della chiesa di San Paolo nel 1728, dai documenti appare anche essersi occupato delle case del Beneficio «di fronte al porticato del Castello che…versavano in cattivo stato e rischiavano di crollare definitivamente». Tali case furono concesse in enfiteusi a privati il 30 gennaio 1719. Durante la sua arcipretura il monastero di Santa Teresa ottenne il riconoscimento formale (1715-1716), don Cristoforo Garì fece la sua donazione ai Cappuccini (1721) e furono completati la chiesa ed il convento di San Francesco di Paola (tra il 1727 ed il 1732). Ma il fatto più notevole dovette essere il dono di una reliquia del Santo Patrono ad opera di padre Benedetto da Sant’Agata, priore del convento di Santa Maria di Novaluce fuori le mura a Catania. Il religioso infatti, con atto del notaio Pietro Russo di Catania rogato il 12 giugno 1719, donò al sacerdote don Giuseppe Fatuzzo di Vittoria alcune reliquie certificate dal vescovo di LIpari Nicola Maria Tedeschi . La reliquia di San Giovanni sarebbe un frammento d’osso, custodito in una teca d’argento, portata in processione nelle due feste. La Barbera, che è la fonte di tali notizie ,  aggiunge anche nel in un inventario del 1728 don Desiderio attestò anche il possesso di una reliquia di Santa Rosalia.

A queste notizie possiamo aggiungere ora quelle rinvenute negli atti annessi al rivelo del 1748, da cui appaiono altri particolari. Innanzi tutto, la chiesa di San Paolo nei documenti riceve donazioni sin dal 1718 (quindi 10 anni prima della sua consacrazione formale), quando tale Pietro Cilio donò 12 tumoli di terra con olivi nella contrada Brancato. In merito alla Venerabile Chiesa di Santa Maria delle Sette Dolora essa ricevette già una donazione nel dicembre 1723 (don Paschale Ingallina donò 4 case), seguita dalla donazione di 8 onze da parte di Anna Parisi e Catalano (benefattrice già della chiesetta del SS.mo Cristo alla Colonna nel Piano dei Cappuccini), finanziate su un patrimonio complessivo di 6 case, 6 m.ra di vigne e una chiusa.

Come i fedeli avevano contribuito alla costruzione della chiesa, la loro pietà non fu inferiore per l’abbellimento interno e la costruzione degli altari, sin dai primi anni dell’arcipretura di don Desiderio. I documenti in nostro possesso attestano una corposa donazione nel 1716, da parte di Giacomo Giangreco, verso l’altare della Beata Concezione; la famiglia Catalano dotò più volte l’altare di Santa Maria dell’Annunciata (1716-1727); Giacomo Giudice rivolse la sua attenzione all’altare di San Giacomo (1724); don Giuseppe Lucchese all’altare del SS.mo Crocifisso (1724), don Blasio Toro dotò l’Altare Maggiore (1724). All’Altare del SS.mo Sacramento (dove avrebbe voluto essere sepolto il barone), lo stesso don Desiderio assegnò nel 1727 onze 24 incaricate sulle rendite della Picciuna, di due chiuse a Gelati ed una a Boscopiano con olivi, carrubbe, un palmento ed altre case . Ma non solo: nel 1723 don Cristoforo Garì, il b.ne don Antonino Custureri, don Francesco Catalano, don Oratio Mandarà, don Giuseppe Lupo, Giacomo Giudice, Francesco Terranova, m.ro Carmelo Santangelo e Biaggio Ridolfo assegnarono onze 7.13 annuali all’Opera del SS.mo Sacramento al Circolo. 

Per quanto riguarda le vicende personali di don Desiderio, già abbiamo visto che nel 1719 aveva a spese sue stabilito di pagare il vitalizio alla nipote Maria Calcedonia dalle rendite di sue terre in contrada Cammarana  (frutto di un precedente accordo con il fratello, perfezionato in seguito con la transazione sul patrimonio del padre nel novembre 1720). Da un documento del 1737 (che esamineremo in seguito) don Desiderio appare essere stato proprietario dei seguenti beni:

«Item il territorio di Picciuna…ascendente in salme  [50] di terre…onze 1600

Item un vignale delli Emmuri…onze 50

Item tre botteghe……onze 45

Item una carrettaria e cavallaria….onze 70».

Ma questi non erano gli unici suoi possedimenti personali. Oltre alla vigna di 20 m.ra a Carcetti donatagli dal fratello nel 1692, risulta che nel 1694 l’allora abate aveva comprato da Guglielmo Bonfissuto un magazzino a San Vito per 28 onze; nel 1714 una casa nel quartiere di San Giovanni da don Giuseppe Mazza per onze 6. Dal 1716 al 1728 don Desiderio comprò quattro corpi di casa nel quartiere di San Francesco di Paola accanto a case del dr. don Giuseppe Carlo Occhipinti per 120 onze, un palazzo in più corpi sopra e sotto tra la Chiesa Madre e case di don Antonino Custureri per onze 550 (poi utilizzato in parte per la costruzione della sacrestia), vigne per circa 25 migliara e chiuse per complessive salme 4.3: a dimostrazione della grande liquidità in suo possesso. Un patrimonio che don Desiderio lasciò al nipote don Enrico.

6.I beni di don Enrico, le questioni ereditarie ed il rivelo del 1748.

L’arciprete poté così finalmente vedere la sua creazione proiettata verso il futuro, senza più ostacoli.

Don Enrico non aveva acquistato solo le terre di Pozzo Ribaudo  (per onze 430 in contanti, utilizzando, come si è detto, agevolazioni fiscali sub clipeo salveguardie et sub privilegio stradarum Toledo e Maqueda dalle mani di don Carmelo Risciacchi), ma anche altre case e terre e poté godere di numerose donazioni (le carte in mio possesso lo certificano dal 1732 fino al 1747).

Dopo l’acquisto del palazzo Gallo nel 1732 e di due case terrane nel 1735, don Enrico comprò complessivamente altre 8 case nei quartieri della Matrice e di San Giuseppe (tra cui due dammusi con gisterna ed una casa con arcovia e cocina). Altre due case gli furono donate nel 1732 e nel 1737 Giovanni Ricca  (probabilmente un suo congiunto) lo nominò erede universale di tutti i suoi beni. Oltre alle case, gli furono donati 10 tumuli di terre a Cappellares ed acquistò una vigna a Gaspanella di 50 m.ra ed un orto a San Giuseppe.

a)I beni trasferiti da don Riccardo.

Ma una antica questione corrodeva il patrimonio di don Errico e dei suoi fratelli. E’ possibile ricostruire la storia dai documenti successivi alla morte di don Enrico. Tra essi, due sono quelli che illuminano i fatti. Il primo è un atto del 1728, che riguarda la presa d’atto della regolarità contabile tra il giovane don Alfonso ed i due tutori, cioè la madre donna Giuseppa Risciacchi ed il fratello don Errico. Alfonso, uscito dalla minore età, chiese il rendiconto e trovò che tutto era a posto, che l’amministrazione era stata oculata. Il secondo è un atto del 1737, di cui a prima vista non emerge il significato, ma che si comprende alla luce appunto delle notizie successive. Nell’ottobre 1737 infatti il barone don Riccardo, primogenito, assegnò al fratello parte della sua eredità, tramite il procuratore don Francesco Molé (i due quindi erano ancora in buoni rapporti, all’epoca). Da quel che si può dedurre, don Riccardo, subito dopo la morte del padre, aveva chiesto ai fratelli forti somme di denaro (al 4% di interesse) per potere fare alcuni investimenti (viene infatti definito mercante di Casa Aperta).

Da quello che si capisce, la speculazione andò male e don Riccardo fu costretto ad un vero e proprio fallimento, che gli impedì di restituire i soldi ai fratelli. A seguito di ciò, già nel 1731 si era fatto un accordo tra tutti gli eredi Ricca, in cui don Riccardo si impegnava a saldare il debito. Ma a quanto pare prese molto tempo e sei anni dopo, procedette ad assegnare a don Errico parte dell’eredità spettantegli (pari ad onze 6173) in beni immobili, ma addossandogli anche i relativi pesi (scaricandosene lui). Per questo il 7 ottobre 1737, con atto notarile, don Errico ricevette:

a)gli edifici rurali della Scaletta (torre, stanze ed oficine, valutate onze 848) con 91 salme di terra, valutate 1304 onze e 167 salme di terre scapule a Suvaro Torto (onze 1003);

b) 41 salme piantate a vigne e concesse a censo a diverse persone (valore onze 410), ivi compresi olivi, carrubi e suvari (valutati 90 onze);

c)salme 43.5 a Gaspanella girate di muro (chiuse), valutate onze 783, con olivi, carrubi e suvari (prezzati onze 100) e circondate di muri a secco prezzati onze 53;

d)due case terrane a Gaspanella (onze 35);

e)la tenuta del Passo del Piro (di salme 3.9, valutata onze 408);

f)un vignale in contrada della Croce (onze 20);

g)la tenuta della Picciuna (un tempo di don Desiderio), di salme [4?] circa, valutata onze 408;

h)il vignale degli Emmuri  (anch’esso già di don Desiderio);

i)salme 33 a Pozzo Ribaldo, per onze 440 ;

l)la tenuta della Gucciarda, di salme 33, con muri a secco, trappeto ed oliveto (per onze 634);

m)vigne e mandorleto alla Scaletta, per onze 1680.

A Vittoria ebbe assegnati:

1)la grande casa a San Giovanni (stimata onze 2400 ), con mobili per 300 onze;

2)due dispenze, un magazeno, un fondaco, tre botteghe ed una carretteria (già di don Desiderio) per complessive 432 onze.

Infine:

3)onze 868 in denaro liquido, come quota spettante alla sorella minore donna Benvenuta, che però aveva rinunciato a favore di don Errico;

4)le entrate provenienti dall’appalto della gabella dell’olio di tarì 6 a rotolo  comprata dal defunto barone Ricca a suo tempo sui trappeti di Vittoria, Scicli, Chiaramonte e Ragusa, che dava onze 1483 annue;

5)275 botti, del valore di 200 onze;

6)12 bovini, per onze 60.

In tutto, don Errico ebbe beni per 12675 onze , su cui però gravavano pesi per quasi 10.000.

Solo per pagare il vitalizio annuo di onze 300 a don Riccardo lasciatogli dal padre in occasione delle sue nozze, erano impegnate onze 6000; poi altre onze 959 andavano in valore di frumento al Patrimonio di Modica, come terraggi sulle terre; seguivano poi i censi pagati sulle terre al Passo del Piro e su altre terre, gli oneri annuali per il mantenimento delle tre sorelle rinchiuse nel Monastero di Santa Teresa ed i legati pii, che ammontavano ad onze 28 per messe davanti alla Cappella del Santissimo Sacramento ed onze 2 per la festa di San Corrado: tutto ciò impegnava  onze 600; onze 24 per messe fondate da don Desiderio ed onze 28 per altre messe, per altre centinaia e centinaia di onze di capitale.    

b)Il rivelo del 1748.

Questi beni sono in gran parte quelli dichiarati da don Errico nel 1748 (ma nel frattempo egli molti altri ne aveva aggiunti). In primo luogo dichiarava la casa , consistente in 9 stanze a pianterreno, 5 stanze nell’ammezzato e 16 al piano superiore . Dichiara poi una carretteria, una stalla con sua paglialora, due magazzini e due case terrane in unico stabile, un altro magazzino, quattro botteghe, una bottega ed un fondaco : tutti beni provenienti dall’eredità paterna.

Le terre dichiarate sono: la Scaletta e Suvaro Torto con sue case, torre, stanze in diversi corpi, officine e baglio , estese ben 294 salme (del valore netto di di 13127 onze). E poi 156 m.ra di vigne alla Scaletta, con olivi e mandorle; la tenuta della Marina o Gaspanella, di 64.8 salme con case, palmento e magazzini, con 55 m.ra di vigne.

Rispetto ai beni paterni, in più risultano salme 1.6 in contrada Comuni (la cosiddetta chiusa di Crespos), le 33 salme da lui comprate a Pozzo Ribaudo e ricevute da Riccardo, salme 32.9 con trappeto alla Gucciarda, con carrubi e olivi, una chiusa di t.li 13 con olivi e carrubi a Gelati ed una chiusa in q.ta del Gurgo . Inoltre conferma di possedere la gabella dell’olio prodotto a Vittoria, Chiaramonte, Scicli e Ragusa del valore di onze 1483, risulta avere un discreto patrimonio bovino e ovocaprino ed è creditore di onze 375 verso persone e Congregazioni. Su questo patrimonio gravavano pesi per onze 9410, costituiti dai capitali accantonati per pagare le rendite di onze 300 al fratello Riccardo, quelle delle sorelle monache, i terraggi al Patrimonio di Modica sulle terre, le messe lasciate da don Desiderio, un vitalizio di onze 20 al fratello Francesco Maria della Compagnia di Gesù ed infine le onze 40 (interessi al 5% di un capitale di onze 800) al Conservatorio della Sagra Famiglia. In verità, nonostante l’enormità del rivelo, che ascende ad oltre 44.000 onze, con entrate nette di circa 35.000 onze, il ristretto è cancellato e non si capisce se fu ricalcolato o meno ed in base a quali cifre. Così si conclude il rivelo di don Errico (che era uno dei componenti della commissione civica addetta alla raccolta dei dati delle dichiarazioni):

«Per togliere ogn’ombra di sospetto, che si potesse formare vedendo che sono più li pesi che si rivelano, che l’importo del valor dell’effetti, si fa sapere che questi effetti sono quello restò non consumato dal b.ne don Riccardo Ricca fratello del revelante. che amministrò la pingue eredità del b.ne don Gio. Batta Ricca comun padre, che fu onze 48998.6. 6. gravata di onze 7959 di capitali di onere annuali come si legge per l’atto dell’add.ne di d.a eredità per l’atti di not. Domenico Sarcì di Palermo sotto li 9 ag.o 1729, e quella dell’arciprete don Desiderio Ricca comune zio essendone rimasto il d.o b.ne don Riccardo Ricca debitore nella somma di onze 20312.20.15 come per il q.tto stipulato a favore di tutti li coheredi fratelli per l’atti di d.o di Sarcì l’anno 1731 a 8 feb.ro 9a Ind., che però l’esponente fu costretto per non perdersi il resto, assignarsi li effetti sebbene gravati più di quanto fruttano, per il riflesso che la magior parte delli pesi si deve a comuni fratelli e sorelle, quali facendosi carico di questa verità si contentano delle rate del frutto annuale e questo per non perdersi la casa…». Da quel che se può dedurre, l’ingente patrimonio lasciato dal barone don Gio. Battista, seppure pesantemente intaccato nella liquidità dal primogenito don Riccardo, aumentato dei lasciti di don Desiderio e di donna Giuseppa Risciacchi (come affermerà nel suo testamento lo stesso don Errico) transitò nelle mani dell’arciprete, che lo mantenne integro, pur caricandosi dei pesi dovuti a fratelli e sorelle, amministrandolo con parsimonia e traendone grosse risorse dai frutti delle vigne, degli olivi (a migliaia), dei mandorleti e dei sugheri. Inoltre, appartenendo ad un ecclesiastico, i beni erano parzialmente esenti da tasse, con una deduzione di onze 600 per il patrimonio personale di don Enrico.

4.Il marchese Alfonso Ricca e il Dramma Sacro del Venerdì Santo.

Alfonso, primogenito, è noto per aver scritto il Dramma Sacro recitato a Vittoria il Venerdì Santo.

Prima di ripubblicare qui con qualche correzione un mio vecchio articolo apparso su La Sicilia, è opportuno riferire le notizie scritte dal barone Ignazio Paternò nel paragrafo Uomini illustri del scolo XIX ed istruiti  :

«Marchese Alfonso Ricca di Tettamansi, nipote di quel parroco, Enrico Ricca che riempì della sua fama Vittoria, quasi tutto il secolo XVIII. Fu poeta e studioso di lettere italiane. Scrisse il Dramma Sacro, che si recita a Vittoria, nel pomeriggio del Venerdì Santo, sul Calvario, dinnanzi al Simulacro di Gesù Crocifisso. In esso si ammirano, oltre a scene di tragicità, dei versi ispirati ad una grande delicatezza di pensiero e di forma. Nel suo assieme il dramma riesce a suscitare un vivo misticismo che si accorda bene con la concezione della passione del Redentore. Fu un felice improvvisatore, si ebbero parecchie poesie scritte in dialetto Siciliano, dove mostravasi una facilità di verseggiare, la spontaneità del verso e l’eleganza della forma. Formò per varie settimane il godimento dei buoni Vittoriesi del tempo una poesia quasi improvvisata, che cominciava così:

“Apollu, Apollu/ dammi na citaredda e sia/ scurdata comu n’ diavolu/basta ca trucculìa”.

In essa si faceva la caricatura di quattro fratelli appartenenti alla migliore società del luogo, che mostravansi scalmanati, irritati e spinti da propositi vendicativi a causa della avvenuta fuga di una loro sorella, con un giovane barbiere. Le scene ridicole esposte, le apostrofi ed i gesti di costoro che venivano chiamati coi soprannomi loro affibbiati dal popolo, rendevano la narrazione pregevole dal lato artistico, e la poesia ammirata fino al punto d’essere giudicata un capolavoro».

                                                                            ***               

Il marchese Alfonso Ricca è noto come autore del testo recitato ne I Parti del Venerdì Santo, nonché dei versi della Resurrezione, da qualche anno ripresa e recitata sulla scalinata della basilica di San Giovanni la domenica di Pasqua.

Sulla Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo a Vittoria hanno scritto vari studiosi vittoriesi (il comm. Giovanni Barone, il prof. Angelo Alfieri, il poeta Emanuele Mandarà, il giornalista Giangiacomo Marino, il dr. Giuseppe La Barbera). Io invece vorrei cercare di dire qualcosa in più sull’autore dei versi della Sacra Rappresentazione (versi recitati da più di un secolo con varie interpolazioni, sostituzioni, cancellazioni etc. etc.). Dell’autore, Angelo Alfieri nel 1988 riassunse le notizie in suo possesso. Nato nel 1791, Alfonso Ricca era il primogenito di Salvatore, marchese di Tettamanzi e barone di Villamarina (l’odierna contrada Gaspanella). Una sua sorella, Maria Delizia fu la madre di Serafino Amabile Guastella, mentre un suo fratello, Federico, fu letterato e poeta, autore di componimenti in lingua e in dialetto, di genere anche licenzioso ed altri due fratelli, Ferdinando ed Enrico furono anch’essi patrioti liberali. Un’altra sorella, Isabella, ci è nota per aver fatto costruire il monumento funerario al cav. Federico.

D’altra parte ci è noto che il marchese Alfonso Ricca appartenne al partito dei “Cronici”, cioè la parte più avanzata dell’aristocrazia che con la fragile ma agguerrita borghesia siciliana si raccolse attorno all’abate Paolo Balsamo, al duca d’Orléans e a Lord Bentinck, plenipotenziario durante l’occupazione dell’Isola tra il 1806 e il 1815, per ammodernare le istituzioni isolane, un processo il cui frutto fu la Costituzione del 1812. I “Cronici” furono così chiamati dal giornale “La Cronica di Sicilia”, pubblicato a Palermo tra il 1813 e il 1814, per la difesa e l’attuazione della Costituzione, contro la parte reazionaria della nobiltà siciliana e del circolo della regina Maria Carolina (gli “Anticronici”) che brigarono per riconsegnare il potere a re Ferdinando e riuscirono infine a far annullare la Costituzione nel 1816. Scrive Ignazio Paternò che a Vittoria erano “Cronici” appunto il marchese Alfonso Ricca, il barone Francesco Contarella, Giombattista Paternò figlio del barone Ignazio; mentre erano “anti Cronici” i Leni Spadafora (peraltro parenti stretti dei Ricca), legati com’erano al marchese Gioacchino Ferreri di Comiso, principale esponente del “partito della Regina”. Da queste notizie si deduce che l’ambiente in cui visse don Alfonso era vagamente ispirato da ideali di modernizzazione e probabilmente antiborbonico.

Sembra quindi sin dall’inizio strano che don Alfonso Ricca, esponente liberale, legato alla parte più avanzata dell’Illuminismo siciliano (anche se certamente in nessun modo rivoluzionario) si trovi ad avere scritto un “dramma mistico”. Gli studiosi che hanno esaminato con attenzione il testo, ne hanno messo in evidenza le imperfezioni stilistiche, le incongruità, le pecche. Alfieri definisce l’autore del Dramma Sacro che si rappresenta il Venerdì Santo a Vittoria (e ad Acate) uomo di «cultura media», non particolarmente versato nelle letterature classiche. E non condivide affatto il giudizio entusiastico di La China, che paragona lo stile di Ricca a quello di Vittorio Alfieri stesso. Angelo Alfieri si chiedeva poi se il Ricca avesse scritto solo questo componimento di 450 versi, utilizzato dopo la sua morte, avvenuta nel 1850, per la celebrazione delle Parti il Venerdì Santo.

La China, che scrive nel 1890, riferisce che prima dell’adozione del testo di Ricca, sin dal 1669 il Venerdì Santo si recitavano dei dialoghi intitolati La scesa della croce, che probabilmente accompagnavano le stazioni della Via Crucis. Ma non dice quando ad essi subentrò il testo di Ricca.

La celebrazione del Venerdì Santo era prerogativa dalla fine del Seicento della Congregazione del SS.mo Crocifisso, come si legge nelle Regole istitutive e come sappiamo dal rivelo della Congregazione stessa nel 1748, che parla delle spese per le fiaccole utilizzate nella processione del Venerdi Santo. Il corpo del Crispo morto veniva poi riportato dal Calvario alla Chiesa Madre dentro un’urna, commissionata nel 1834 su iniziativa del barone don Gioacchino Ricca, realizzata a Palermo e pervenuta a Vittoria nel 1850.

Quanto al Calvario, quello nuovo fu cominciato nel 1859 (su impulso di una missione di Cappuccini), che sorse accanto al vecchio. Il Comune nel 1862 dovette intervenire con un suo contributo di £. 704 per il completamento, così come richiesto da «non pochi cittadini», ma secondo La China ancora nel 1890 la costruzione era incompleta (pag. 281). Quindi probabilmente la recita del dramma sacro avveniva su un palcoscenico appositamente costruito nei pressi del costruendo Calvario.

Il comm. Giovanni Barone nel 1950 scrisse che Ricca era anche autore della Rappresentazione Sacra nella Pasqua di Resurrezione, che si recitava la domenica sul sagrato della Madre Chiesa. Anche La China accenna a questa rappresentazione la domenica di Pasqua e la dice in sostituzione delle antiche Sette patelle, recitate in «tempi non lontani a noi» (cioè al 1890). La notizia riferita da Barone però non fu presa in alcuna considerazione fino al 1992, quando il dr. Giuseppe La Barbera pubblicò il testo anonimo conservato nell’Archivio Storico di San Giovanni. In verità, basta una semplice lettura comparata per avere la certezza che l’autore del Dramma Sacro è il medesimo autore della Rappresentazione Sacra nella Pasqua di Resurrezione. Entrambi i testi -in base a ciò che scrive La Barbera- furono trasmessi da La China al Vescovo di Siracusa che nel 1880 chiese di verificare cosa si recitasse (se cioè fossero conformi alla dottrina) in occasione delle varie cerimonie della Pasqua a Vittoria. Dunque oggi sappiamo che Alfonso Ricca scrisse ben due componimenti. Ma essendo morto nel 1850, non fu certamente lui a proporli alla Congregazione del SS.mo Crocifisso (alla quale non era iscritto) per la recita del Venerdì Santo né tantomeno al Parroco di San Giovanni.

Oggi sappiamo che Alfonso Ricca fu decurione (cioè consigliere comunale) nel 1821, nel Decurionato insediato dopo la rivoluzione del 1820 a Vittoria, una “rivoluzione preventiva” che i maggiorenti della città fecero per evitare di fare la stessa fine di Caltanissetta, distrutta dalle bande armate “rivoluzionarie” del Principe di Fiumesalato perché la città era rimasta fedele al governo costituzionale di Napoli, mentre la Sicilia aveva rivendicato l’indipendenza e la Costituzione del 1812 (Palermo aveva inviato allora una grossa guerriglia per convincere con le buone e con le cattive le città della Sicilia orientale ad aderire all’indipendenza).

Inoltre, doveva interessarsi di teatro se lo troviamo fra gli attori che recitano con la compagnia Faleri-Romanelli la sera del 17 settembre 1827 nei locali del Teatro Vecchio (La Barbera). Lo troviamo poi di nuovo decurione nel 1844 (Ferraro) e poi nei primi del 1846 ad occuparsi della sostituzione del medico comunale che era morto. Bisognava immediatamente rimpiazzarlo, per «asciugare le lacrime degli infelici» che vedevano la loro vita in pericolo per mancanza di assistenza medica. Segue poi un gustoso intervento sulla diminuzione delle tasse nel Comune di Vittoria, da cui traspare che don Alfonso Ricca doveva intendersi anche di economia. Nel luglio 1846 si dimise da amministratore della Chiesa Madre, carica che aveva ricoperto dal 1842. Nel catasto del 1851 a lui risultano intestate ben 10 stanze al primo piano dell’attuale Palazzo Ricca (oggi sede distaccata dell’Istituto Comprensivo “San Biagio” intitolata al piccolo Oliver Di Falco). Infine, ad Alfonso Ricca fa riferimento la Inchiesta delle Leghe Socialiste alla Congregazione di Carità, opera magistrale di Nannino Terranova (1910), con toni sorprendenti. Riferendo di una vecchia disputa tra gli eredi Ricca e il Collegio di Maria di San Giuseppe in merito al mantenimento dell’orfanotrofio fondato dall’arciprete don Enrico Ricca, Terranova scrive che nel 1822 gli amministratori di San Giuseppe intimarono agli eredi Ricca di pagare alcuni canoni dovuti su certe terre di Pozzo Ribaldo soggiogate a favore del Collegio. L’erede -scrive Terranova- altri non era che il «marchese don Alfonso Ricca, inteso “l’eretico”, fra l’altro per aver scritto quei versi satirici su Cristo al Calvario, che i preti hanno deturpato e imbastito in sacra tragedia». Ricca non pagò (continuando in questo, aggiungiamo noi, la volontà del padre Salvatore) e la questione fu chiusa dalle figlie Clementina, Rosa ed Elena, sue eredi, solo nel 1895.

Terranova fu persona troppo coscienziosa per inventare cose di sana pianta. Secondo lui i preti avrebbero modificato il senso dell’opera di Ricca, notorio anticlericale, al punto da essere definito “l’eretico”. Pertanto, vista la richiesta del Vescovo La Vecchia nel 1880, non sarebbe possibile che La China, che possedeva i versi di Ricca (migliori comunque dei testi recitati o in circolazione), avesse avuto l’idea di proporli al Vescovo, fatta qualche “correzione” stilistica o di contenuto? Un’ipotesi, questa, che scioglierebbe tanti dubbi sul contenuto. Infatti il testo di Ricca contiene cose che con un “dramma mistico” ben poco hanno a che vedere. Le figure che si oppongono ai seguaci di Gesù (soprattutto Longino e Nizech) usano termini di “conservatori illuminati”. Longino critica l’oscurantismo religioso («Perché l’uomo giammai non infierisce,/ Se non quando servir crede egli Iddio») e le masse rivoluzionarie («Vidi un’immensa folla e fluttuante/ Di gente, cui il suo grado non piace,/ Cercare sempre migliorar fortuna/ Con assassinii, con rivolte e stragi»); Nizech esalta il valore della ragione e della scienza naturale contro i supposti miracoli («Quel che spesso non è che naturale/ Miracoli chiamar suol gente idiota:/ E tutto ciò che il suo capir sorpassa/ Sovrumano lo crede e cieca adora»; e inoltre i miracoli sono «Vani sofismi d’impostor accorto/ che offende religione e sacri riti…/che opprime e lega il libero pensiero». Alfonso Ricca appare un conservatore illuminato, un liberale che combatteva sia l’oscurantismo religioso, sia gli eccessi rivoluzionari. Un laico cui piacque provarsi a scrivere versi sulla tragedia del Golgota, ma a modo suo, dipingendo un contrasto tra Ragione e Superstizione, più che la contesa tra Religione ed Empietà. Un razionalista, seguace dell’Illuminismo (indicativo l’accenno alla scienza fisica, che spiega anche ciò che sembra un miracolo), un moderato che odiava gli eccessi rivoluzionari (si riferisce alla rivoluzione del 1820 a Palermo?), una moderazione che gli faceva mettere in bocca a Nicodemo parole dure contro la rivoluzione frutto del razionalismo «peste di nazion» che aveva generato «La mala intesa libertà, che poscia /In aperta licenza ognor trabocca»). Stessi concetti nei versi della Risurrezione, con Misandro che attacca la «genia funesta/ che si pasce di preda e tradimenti/ e ne’ tumulti poi vanno a cercar fortuna…»; e quindi il «…prezzolato orator [che] nel suo linguaggio predica l’anarchia».

Forse Terranova esagera nel definirlo autore di versi satirici «su Cristo al Calvario», ma certamente qualcuno, forse La China, li adattò ad altro uso. E fu forse così che don Alfonso Ricca, “l’eretico”, divenne autore di un “dramma sacro”…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.