Non si potrebbe fare storia se si trascurassero i luoghi, il paesaggio dove una comunità si è radicata nel corso del tempo. A questo proposito ripubblico quindi un vecchio lavoro che mi sembra ancora attuale. Eccone l’indice:

Parte prima

1. Aspetti naturali del territorio di Vittoria (posizione,

   geologia, orografia, clima, idrografia)                  

2. La flora e la fauna                                                  

Parte seconda

Il paesaggio nella storia dall’antichità alla fondazione                           

3. Il paesaggio nell’antichità                                     

4. Al tempo degli Arabi (853-1090)                        

5. Dai Normanni al Vespro (1100-1282)                 

6. Sotto i Chiaramonte (1296-1392)                        

7. La foresta di Cammarana dal 1392 al 1451          

8. Il territorio dal 1549 al 1604       

Come al solito, per dare un saggio del contenuto, pubblico un paio di paragrafi.

4. Al tempo degli Arabi (853-1090).

Pur avendo distrutto con il ferro e con il fuoco la Sicilia bizantina, gli Arabi trasformarono l’agricoltura siciliana introducendo nuove piante e nuove varietà. Trasformarono quindi anche la Valle dell’Ippari.

L’incursione araba dell’853 d.C. è descritta come un vorticoso vento di tempesta da Michele Amari: «[Al Abbas]…alla nuova stagione…battè i contadi di Castrogiovanni, Catania, Siracusa, Noto, Ragusa; tagliando gli alberi, ardendo le messi, facendo prigioni, spargendo scorridori d’ogni intorno; e presa Camarina, o gli abituri che ritenean quel classico nome, si arrestò sotto Butera, in giugno o luglio» (vol. I, parte 2, pag. 458).

I dubbi sulla traduzione di un nome “non facile da decifrare”, come dice Amari, non sono fugati, ma le scoperte archeologiche nel sito confermano che almeno in epoca bizantina il sito di Camarina era abitato. Infatti nel 1896 Paolo Orsi, addossate ai resti del tempio di Atena, scoprì tre tombe di epoca bizantina sul lato sud e due sul lato est nel 1904. Nel 1979 Paola Pelagatti ne rinvenne un’altra nello stesso lato sud e un’altra ancora a est nel 1979, segno che l’area attorno al tempio, riadattato in parte come chiesa cristiana, era utilizzata come cimitero di un piccolo villaggio. Forse proprio quel piccolo villaggio che poi sarà spazzato via dagli Arabi nell’853.

Allo stesso modo, sembra che gli Arabi abbiano spazzato via anche l’abitato di cui alla Lavina sono state ritrovate le tombe.

L’area di Grotte Alte presenta resti di epoca «tardo antica e tardo imperiale. Nel prospetto roccioso…incombente da destra sul fiume Ippari, sono state riscontrate tracce di ceramica preistorica e poi, in contrada Canale, sepolture ipogeiche, forse già cristiane…Alla Lavina, infine, sembra accertato un piccolo cimitero a fosse, databile a non oltre l’853 d.C., che costituisce la più tarda sopravvivenza dell’insediamento. Al cimitero della Lavina va forse legato anche l’insediamento rupestre della Martorina, con case plurivani e corridoi d’accesso» (Di Stefano).

La datazione è dovuta al rinvenimento alla Lavina di monete degli imperatori Michele I (811-813) e Leone V l’Armeno (813-820), secondo quanto scrive A. Zarino. Un periodo che, grosso modo, coincide con le prime massicce incursioni arabe e precede di poco (sempre parlando relativamente) la conquista della zona nell’853 descritta da Amari.

Ma oltre Camarina e il villaggio di Grotte Alte, nella zona esistevano l’abitato di Cifali, quello di Acrille, e l’attuale Comiso. Mentre Camarina e Grotte Alte sarebbero state distrutte, Cifali sarebbe sopravvissuta (come è testimoniato dal toponimo arabo Canzeria, che si è mantenuto nel nome della contrada), mentre Acrille avrebbe mutato in seguito il suo nome in Gulfi e l’abitato bizantino attorno alla fonte Diana avrebbe allora acquisito il suo attuale nome di Comiso, in arabo “el homs”, il cui significato sarebbe il “quinto”, cioè la quinta parte delle terre conquistate (B. Pace).

Tommaso Fazello sembrerebbe togliere ogni dubbio quando, parlando della fonte Diana, afferma che «su di essa, i Saraceni costruirono un piccolo centro fortificato, di nome Jomiso».

Inoltre agli Arabi risale il sito di Monte Rosso, dall’arabo Rahal Alm, nome che contiene il termine arabo per “casale” (rahal).

Generalmente si afferma che all’inizio non vi furono massicce immigrazioni di contadini musulmani nel Val di Noto, né conversioni in massa, rimanendo la popolazione in gran parte cristiana. Il panorama sarebbe invece cambiato con l’emirato kalbita (947-1053), che avrebbe favorito migrazioni dall’odierna Tunisia e insediato stabilmente anche nelle nostre zone forti nuclei d’immigrati, che avrebbero fortemente rilanciato un’agricoltura basata sulla piccola proprietà e soprattutto sulle colture irrigue, vista la ricchezza d’acqua della zona.

A questo proposito è assai eloquente la toponomastica. Basti pensare ai toponimi “Sciannacaporale” e “Canicarao”, in cui è presente la componente “ayn”, “fonte”, che corrisponde al greco “kephalè”, “cifali” nella pronunzia bizantina, cioè “testa” (dell’acqua). “Ganzeria”, unito a Cifali, è toponimo indicante una allevamento di maiali, cibo aborrito dai Musulmani, ma evidentemente prediletto dai contadini non musulmani e così importante da lasciare il nome all’area in cui si allevava, probabilmente ricca di querce da ghianda, indispensabile per i maiali. In generale tutti i nomi in cui compare la parola -donna- (così il dialetto ha storpiato l’arabo “ayn”) indica che l’acqua, la fonte, è la caratteristica della zona.

La fascia di campagna tra Comiso e Chiaramonte è ricca di toponimi di origine araba: Donnagona; Fegotto (da “fichat”, cioè luogo spianato artificialmente); Coffa (“sporta”, con il diminutivo Coffitello); Donnadolce; Billona; Cascalana etc.

Ma l’importanza degli Arabi sta nel fatto che da essi deriva tutta la nomenclatura essenziale del mulino ad acqua, a dimostrazione che il nuovo e notevole sviluppo dell’agricoltura irrigua nella zona è a loro dovuto. 

Si tratta di parole entrate nell’uso dialettale, come “senia” (strumento per sollevare l’acqua, con ruote verticali ed un sistema di secchi); “gebbia” (cisterna più o meno grande, all’aperto); “saia” (canaletto talvolta sopraelevato); “battali” e “salibbi” (canali scavati nella roccia).

Grazie a queste innovazioni tecniche, fu possibile l’introduzione di nuove coltivazioni, che col tempo caratterizzarono il volto soprattutto della Valle dell’Ippari.

Si è detto già che dobbiamo agli Arabi l’introduzione degli aranci e dei limoni, ma non solo. Ad essi dobbiamo anche piante medicinali, tessili, ornamentali: la palma da dattero (essa ancora svetta in numerosissime ville di campagna), il lino, il cotone, la canapa, la canna da zucchero, l’azeruolo (ormai quasi scomparso dai nostri giardini), il ribes, il melone d’inverno, il sommacco, forse il riso (se non portato dai Bizantini), il sesamo (senza il quale non esisterebbe la “giurgiulena”), nuove qualità (come si deduce dai nomi arabi) di carrubo, carciofo, melanzana, bietola, veccia.

Inoltre fu introdotta la coltivazione di ciclamino, caprifoglio, asfodelo, gelsomino, timo di Creta, ornitogalo, ricino, aloe, zafferano, storace.

Stabile si mantenne nella Sicilia araba la coltivazione della vite, mentre scarsa fu quella dell’olivo.

Dai toponimi si può anche risalire alle coltivazioni.

Ad esempio la contrada Monacazza o Monacazzi (in territorio di Chiaramonte) ci riporta alla “munàca”, un luogo dove si teneva a macerare la canapa, mentre è facile connettere “Risera” e “Aranci” con le rispettive coltivazioni.

La grande foresta di querce e pini che si stendeva dal Lauro al mare doveva costituire una formidabile risorsa di legname.

Qualche nota sulla viabilità. La direttrice della conquista araba (da Noto a Ragusa a Camarina e Butera), sembrerebbe in qualche modo seguire l’antica strada che da Ibla scendeva a Comiso e poi tagliava verso il guado del Dirillo. C’è da presumere che tale tracciato rimanesse in qualche modo percorribile, al margine della foresta.

Da Comiso si dipartiva poi una via verso la costa, verso il sito di Camarina, ormai Cammarana, che costeggiava in parte la Valle dell’Ippari (Di Stefano).                 

7. La foresta di Cammarana dal 1392 al 1451.

Gian Luca Barberi nella sua colossale opera di revisione dei titoli di possesso dei vari feudatari siciliani, compiuta su incarico di Ferdinando d’Aragona, tra il 1506 e il 1516, che va sotto il nome “I Capibrevi”, scrive tali cose della foresta:

«La foresta della Regia Curia chiamata di Cammarana… appartenente al demanio reale come luogo di delizie fu data dal Serenissimo Re Federico [IV] con tutti i suoi diritti, redditi, acque, boschi e pertinenze a Federico Chiaramonte e ai suoi eredi e successori in perpetuo, ‘iure francorum’, franca, libera ed esente da ogni onere…e prestazione di qualsiasi servizio, nonostante facesse parte del patrimonio destinato alle delizie della Regia Corte, dal quale [il re] la separò, per sua certa scienza e pienezza di potere;

la concesse sempre salve le costituzioni del re Giacomo e i diritti della Regia Curia e di terzi, con suo regio privilegio annotato nella Regia Cancelleria nel libro degli anni 1360-1366, al foglio 359.

Ma, ribellatosi detto Federico Chiaramonte conte di Modica e Ragusa, la foresta di Cammarana fu [dichiarata] aperta [come feudo] e devoluta alla Regia Curia».

Fermiamoci dunque a queste parole. Intanto c’è da precisare che “iure francorum” significa che il feudo era indivisibile e trasmissibile al solo primogenito (Orlando).

Barberi parla di una ribellione di Federico che però non è attestata, tanto più che morì di lì a poco, nel 1363.

Ciò che vuole dimostrare in pratica è che la foresta, assieme ad altri beni, fu assegnata a Bernardo Cabrera per errore della Curia o inganno di quest’ultimo, che avrebbe asserito falsamente che la foresta era in possesso di Andrea Chiaramonte.

L’opera di Barberi fu pubblicata per la prima volta da Giuseppe Silvestri nel 1879, ma prima di allora circolò per tre secoli in numerose copie manoscritte soprattutto negli ambienti dei giuristi.

Traccia della conoscenza della voce sulla foresta è in una memoria difensiva, presentata dagli avvocati Matranga e Trimarchi al Tribunale del Real Patrimonio nel 1763, che riporta la notizia che nonostante il divieto del re Giacomo d’Aragona, re di Sicilia dal 1285 al 1295, la foresta «palco di Reali Delizzie» era stata dichiarata «con una prammatica…di non aversi potuto da niun Regnante successore alienare senza la certa scienzia di quel regio rescritto»

[dalla memoria presentata nella lite territoriale con Chiaramonte]

Smembrata dal demanio regio nel 1361, la foresta di Cammarana tornò al Regio Demanio dove, secondo Barberi, avrebbe dovuto rimanere. Eppure la ritroviamo concessa a Bernardo Cabrera il 20 marzo 1392. Morto Federico infatti, gli successe il figlio Matteo (1363-1377), poi fu Conte di Modica Manfredi III (1377-1391) e infine lo sfortunato Andrea (1391-1392) colpevole di non aver capito che il vento era cambiato e che il potere reale, sostenuto dall’esercito catalano al soldo di Bernardo Cabrera, era intenzionato ad affermare le sue prerogative contro la riottosa nobiltà siciliana, le cui lotte fratricide per decenni avevano insanguinato la Sicilia.

Decapitato dunque Andrea Chiaramonte, il giovane re Martino I e la moglie Maria, figlia di re Federico IV il Semplice, il 20 giugno 1392, per ricompensare Bernardo Cabrera, che per la conquista della Sicilia aveva impegnato se stesso e il suo patrimonio, gli concedono i beni del defunto Chiaramonte e forse qualcosa di più.

La versione che seguiamo è quella della copia fatta estrarre da Vittoria Colonna il 28 febbraio 1602 dai registri della Cancelleria Comitale di Modica per il tramite del notaio Michele Cannata, per documentare la sua richiesta di rinnovo della licenza di estrazione delle famose 12.000 salme di frumento (ottenuta appunto da Bernardo Cabrera) in occasione degli accordi matrimoniali del figlio nel 1601, poi rinnovati nel 1605 (cfr. Monello 1993).  

Insieme con le altre terre di Modica, Scicli, Chiaramonte, Ragusa, Spaccaforno, Martino e Maria concedono: «…il feudo di Comiso, con il castello e tutti gli altri edifici e fortificazioni, il castello di Dirillo con le fortificazioni, i casali, i confini e i territori e con tutte le giurisdizioni, la terra (“terram” e non “turrim”, cfr. Monello 1993) di Cammarana con la foresta con il suo territorio, il feudo chiamato di Cifali, il feudo chiamato Gomem [probabilmente Chummum, odierno Piombo] con i territorii e tutte le loro fortificazioni…

con tutte le coste e i caricatori di Pozzallo e di Cammarana…le quali coste e i caricatori vogliamo sia unite e aggregate e siano unico corpo con detta Contea».

A parte l’incertezza tra “terram” e “turrim” (tutte le altre copie contengono “turrim”), la cosa importantissima è che i Sovrani rinunciano alle prerogative reali sul possesso della costa, sulle salina della Marza e sui caricatori (punti da cui si esportavano i cereali), rinunciando agli introiti soliti), anzi dicono chiaramente che vogliono che le coste «facciano tutt’uno con la predetta Contea», cosa giustificabile solo per la grande importanza del ruolo di Bernardo Cabrera, così grande da apparire all’occhiuto Giovan Luca Barberi una falsificazione, nonostante gli eventi del 1447. Infatti il figlio di Bernardo Cabrera (morto nel 1424), Giovanni Bernardo, dal 1427 in poi dovette sottoporsi ad una serie di processi che culminarono nel 1447, quando infine i suoi titoli di possesso furono passati al setaccio e filologicamente esaminati dalla occhiuta Cancelleria napoletana di Alfonso il Magnanimo (dal 1416 re di Sicilia e dal 1442 al 1458 anche di Napoli), presso il quale viveva uno studioso del calibro di Lorenzo Valla. Una cancelleria che disponeva di personalità capaci di dimostrare la falsità della Donazione di Costantino, non ebbe difficoltà a fare a pezzi il diploma di investitura della Contea di Modica, dichiarandolo falso nelle concessioni dell’estrazione delle dodicimila salme di frumento e della giurisdizione civile e criminale e quindi nullo. Ma poichè Alfonso aveva bisogno di denaro e non voleva complicazioni, il 25 febbraio 1451 fece pace con Giovanni Bernardo Cabrera mediante una transazione.

Dietro il pagamento di 60.000 ducati ogni addebito fu rimesso e Alfonso riconfermò per filo e per segno (con grande rabbia di G.L.Barberi) il contenuto di un documento prima dichiarato falso, riconcedendo tutto ciò che dentro era scritto, compresi diritti demaniali e giurisdizionali.

Il Cabrera, per pagare la multa dovette vendere Comiso a Naselli, Giarratana a Settimo e Spaccaforno a Caruso. Così la Contea ne uscì rimpicciolita, ma anche rafforzata e confermata nelle linee di autonomia che Bernardo Cabrera il 20 giugno 1392 aveva ottenuto o strappato ai sovrani.

Si ha oggi l’impressione però che la Cancelleria di Alfonso il Magnanimo commise qualche forzatura, quando dichiarò nulla la concessione di Martino e Maria. Se infatti appare chiaro che non tutti i beni concessi a Bernardo Cabrera fossero stati in possesso di Andrea Chiaramonte (ad esempio, la foresta di Cammarana era tornata al Demanio), altri possessi e giurisdizioni messe in dubbio, risultano appartenere allo stesso Bernardo anche nel 1408.

Alla Contea di Modica così come gli era stata concessa (Modica, Scicli, Spaccaforno, Ragusa e Chiaramonte, i feudi di Comiso, Cifali, Gome [Chummum], Dirillo, la foresta di Cammarana, i diritti sui caricatori di Pozzallo e Cammarana, le saline della Marza e le coste) Bernardo aveva nel frattempo aggiunto «Monte Rosso, Giarratana, la salina della Murra, il feudo Daratre e ventidue tenimenti di terre nel territorio di Ragusa…con obbligo di servizio militare…che ascendono a ventisette cavalieri armati». (Gregorio 1792, pag. 486, Amplissima sub Rege Martino…recensio etc.).

Interessantissimo è inoltre un documento pervenutomi dall’Archivio di S. Giovanni Battista, sempre sulla controversia territoriale con Chiaramonte, risalente anch’esso al 1763, in cui si cita il “Quinterno del 1409” che Bernardo Cabrera fece redigere con l’elenco e i confini dei suoi possedimenti.

I legali dell’Università di Vittoria lo usarono per dimostrare la “talietà”, cioè l’identità del feudo della Foresta di Cammarana con il feudo di Bosco Piano, nel presupposto che essendo Vittoria la “riedificazione” di Camarina e appartenendo un tempo a Camarina la foresta, se la foresta era la stessa cosa che Bosco Piano, a Vittoria spettava Bosco Piano per “diritto di territorio”.

La questione, che merita di essere ripresa, è dapprima impostata dal punto di vista, diremmo quasi, “filologico”, affermando che il termine «foresta in lingua latina a sentimento de’ Giuristi significa bosco largo e spazioso senza chiusura…a differenza della parola “saltus”, la quale significa un bosco alto di salirvi i cani, e i cacciatori per l’uso della caccia» (si noti il facile ma errato accostamento tra la parola “saltus” e il “salire dei cani e dei cacciatori”…).

«Foresta est latum nemus sine clausura, est vulgare Angliae et Franciae et includuntur in ea fere. Saltus Galli vocant boscos et est nemus raros habens arbores ubi fere, venatores, et canes bene saliunt». Identificando arbitrariamente il significato di “foresta” (un’estensione di terreno coperta da alberi fitti e piena di animali selvatici)  con “bosco” (estensione di terreno con ampie radure e alberi non fitti), il colto giurista difensore di Vittoria traeva le sue conseguenza pratiche: «Postociò tanto vuol dire in idioma latino foresta quanto vuol dire Bosco largo osia piano in idioma toscano».

Sull’origine del nome “Bosco Piano” vorrei dire qualcosa.

Se non è necessario spiegare il termine “bosco” (come si è detto sopra, comunque meno esteso di una “foresta”), l’aggettivo “piano” può derivare sia dalla conformazione del terreno, che è appunto pianeggiante (in contrapposizione a bosco “rotondo”: ma in tal caso quale significato dare a “rotondo” oltre che quella naturale di “circolare”?). “Piano” però potrebbe anche essere un termine giuridico feudale. Un feudo era infatti “piano” se non soggetto a registrazione, contrapponendosi tale termine a “quaternato” (Orlando, pag. 108).

Ma passiamo al famoso Quinterno del 1409, redatto per ordine di Bernardo Cabrera e in cui sono descritti tutti i feudi che componevano la Contea. La foresta di Cammarana confina:

cum lu Magistratu di Claramunti,      [1]

cum Mazzarruni,                                [2]

cum lu Baucinu,                                 [3]

cum lu Biscari,                                   [4]

cum lu territoriu di lu Durillu,           [5]

cum la Favara                                    [6]

cum lu Comisu,                                  [7]

et cum Boscorotundu”.                      [8]

Il “Magistrato” di Chiaramonte, cioè le terre comunali, oggi sono chiamate, per una storpiatura dialettale Mostrazzi, mentre la Favara non è facilmente identificabile (è forse il Passo Piro, in un documento del 1651 chiamato anche Favacchio? Oppure è la stessa fonte Diana?).

Passandosi quindi a parlare di Boscopiano si dice:

«Boscuplanu, lu quali est d’arbori di suvari, e confina

di una parti cum lu Baucinu,                                     [3]

e di l’autra parti cum lu Viscari,                                [4]

e di l’autra parti cunfina cu lu tirrenu di lu Durillu, [5]

e di l’autra parti cu la Favara                                     [6]

e di l’autra parti cu lu tirrene di lu Comisu,              [7]

e di l’autra parti confina cu Boscurotundu,               [8]

e di l’autra parti cunfina cu la cuntrata di Chifali      [9]

e di l’autra parti cunfina cu lu tirrenu di Claramunti [1]

e di l’autra parti cu Mazzarruni».                              [2]

Come si vede, l’unica differenza è che Boscopiano ha un confine in più e cioè il feudo di Cifali, che non è citato tra i confini della foresta. L’altra differenza, che è poi ciò che ha causato la disputa è il fatto che nel Quinterno, pur essendo il medesimo feudo, come foresta di Cammarana è stata registrata tra i feudi di Chiaramonte; come Boscopiano tra i feudi di Ragusa.

Lasciando ad altro lavoro il compito di districare la matassa, il secondo documento del 1763 ci dice che il Bosco Piano (o Foresta di Cammarana che dir si voglia) ancora nel 1409 era formato da “alberi di sughero”, cioè era un grandissimo querceto (e la contrada di Suvaro Torto dovrebbe pur dirci qualcosa…).

Ulteriori notizie sulla nostra foresta, il cui confine verso il mare non è definito che dal feudo di Dirillo (dunque nessuna denominazione sembrerebbe esistere tra Dirillo e la foce del fiume di Cammarana) e quindi ancora si sarebbe estesa a ridosso degli “Scoglitti”, sono contenute nelle “Allegazioni” di Gian Luca Barberi, cioè le critiche mosse alla “sanatoria” concessa a carissimo prezzo nel 1451 da re Alfonso V al figlio di Bernardo Cabrera, pubblicate da Enzo Sipione nel 1966. A pag. 137 leggiamo infatti, fra l’altro, che Bernardo Cabrera, finchè visse possedette «il castello, il casale, il feudo di lo Comiso et il castello e il feudo di Dirillo, con tutti e singoli diritti, giurisdizioni, membri, vassalli, vassallaggi, boschi, erbaggi, mulini e loro pertinenze; parimenti, la torre di Cammarana con feudi, foresta, territorio, salina e palude o pantano, con i diritti di pesca e singoli diritti e pertinenze; parimenti il feudo chiamato Cifali e il feudo Gomen etc.».

Tutte cose che Bernardo Cabrera aveva fatto credere ai Sovrani fossero in possesso di Andrea Chiaramonte. Purtuttavia Alfonso li restituì al figlio, come si è detto, previo esborso di 60.000 ducati.

Da ciò che siamo venuti dicendo fin qui, si delinea il profilo di un compendio boschivo che da riserva di caccia o “palco [parco] di reali delizie” fino al 1361, con la costruzione della torre a guardia del caricatore, diviene un grande feudo, che abbiamo visto estendersi giuridicamente nel 1409 (quale che fosse il suo nome) dalle porte di Biscari risalendo il corso del Dirillo fino al feudo di Mazzarrone e poi seguendo un’antica “trazzera” che da Mazzarrone portava a Comiso, delimitando il territorio del Magistrato e arrivava a Boscorotondo alle porte di Comiso; da Comiso lungo la Valle fino alla foce dell’Ippari, dall’Ippari fino alla foce del Dirillo e dal mare fino alle porte di Biscari (cioè per quasi tutti i 18.000 ettari che compongono l’attuale territorio di Vittoria.

Una grande riserva di legname (alberi da sughero e pini soprattutto), ma in cui nel 1451 esisteva una salina (rimasta nel nome della omonima contrada) e dove, nella palude, era riservata la pesca (Fazello, cento anni dopo parlerà delle ottime anguille che vi si pescavano). Al caricatore di Cammarana dovevano essere annesse strutture portuali funzionanti. Non dimentichiamo inoltre che sul promontorio (probabilmente al servizio dei pochi frequentatori del villaggio) funzionava da qualche decennio una chiesa dove si celebrava il culto della Dormizione della Vergine, cioè della Madonna Assunta (una tradizione bizantina alla quale abbiamo dedicato un altro studio), che a metà del Cinquecento attirava grandi masse di pellegrini.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.