In occasione della celebrazione del Quarto Centenario della Fondazione, insieme con il compianto arch. Giuseppe Areddia, pubblicai due “Quaderni di Urbanistica”, uno sulle vicende delle Case Comunali a Vittoria dal 1845 al 1970 e l’altro sulla storia dell’area dell’ex monastero di Santa Teresa, area sulla quale nel 1902 fu costruita l’Officina Elettrica Municipale e che oggi è divisa in Sala “Giuseppe Mazzone” e Sala Consiliare intitolata al sindaco Salvatore Carfì (che realizzò la centrale elettrica). L’arch. Areddia si occupò delle vicende della centrale elettrica, io curai la ricostruzione delle vicende dell’ex monastero, di cui già possedevo una vasta documentazione.

Infatti, l’esame -seppure sommario- della documentazione del Fondo Corporazioni Religiose dell’Archivio di Stato di Ragusa mi diede la possibilità di scrivere in sintesi anche le vicende delle opere pie nate nel Seicento e cioè i cosiddetti Maritaggi di Custureri (le cui terre poi divennero la contrada Maritaggi), l’ospizio di Matteo Terranova per i pellegrini poveri di passaggio, sulla cui area poi fu realizzato il nuovo Municipio nel 1870. Di entrambe queste opere pie si sapevano alcune cose, ma io ho aggiunto anche le notizie ricavate dai riveli inediti da me esaminati. Le carte dell’Archivio di Stato, rilette e integrate alla luce dei riveli, mi hanno consentito di avere una messe di notizie prima sconosciute sul monastero di Santa Teresa, nato ai primi del Settecento dalla fusione di due opere assistenziali fondate una dal ricchissimo sacerdote don Andrea Indovina e l’altra dal massaro Giuseppe Cannata di Biscari ma residente a Vittoria. La lettura delle regole del Monastero, con gli acquisti in cibo e vestiario previsti per le monache ci ha dato anche la possibilità di uno squarcio di luce sulla vita materiale nell’istituzione religiosa.                                       

Eccone l’indice:

Introduzione

Parte I: “la città degli uomini”

1.I quartieri di Vittoria dal 1616 al 1682

2.Qualche notizia di demografia storica…

3.La diffusione del vigneto dal 1623 al 1714

4.La classe dirigente. Alcuni nomi di laici e religiosi…

Parte II: “la città di Dio”. Chiese, conventi ed opere pie dal 1607 al 1682

1.Le chiese

2.Le opere pie: i Maritaggi di Paolo Custureri e l’ospizio di Matteo Terranova

Parte III: il Conservatorio e il Monastero di Santa Teresa

1.La nascita del Conservatorio di Santa Teresa secondo gli storici Paternò e La China

2.Il primo benefattore: don Andrea Indovina (1620-1684)

3.Il secondo benefattore: Giuseppe Cannata (??-1712)

4.Le vicende delle due istituzioni fino alla nascita del Monastero di Santa Teresa

5.Regole e vita materiale nel Monastero di Santa Teresa

6.Il Monastero dal 1748 al 1811

Parte IV: Vittoria dal 1714 al 1900

1.Il vigneto nel Vittoriese dal 1714 al 1886

2.La crisi di fine secolo e il suo superamento

3.La prima sindacatura Carfì (1895-1903)

Ed eccome alcuni paragrafi:

3.Il secondo benefattore: Giuseppe Cannata (?-1712)

Lasciamo ora don Andrea al suo sonno eterno e occupiamoci del secondo benefattore: Giuseppe Cannata. Nulla di lui ci dicono Paternò e La China, al di fuori della notizia relativa al Conservatorio. Oggi, grazie invece all’esame della documentazione custodita presso l’Archivio di Stato di Ragusa, nel Fondo delle Corporazioni Religiose, possiamo in qualche modo ricostruirne la figura. Se già dal cognome sospettavamo fosse di Biscari, ora ne abbiamo la certezza. Da un atto del 22 aprile 1675 apprendiamo infatti che quel giorno «l’Illustre don Ignazio Paternò e Castello, Principe di…Biscari» vendette «venti vacche di diverso pelo e varietà» proprio a «Giuseppe Cannata ed ai fratelli Alessandro ed Antonino Migliorisi di questa predetta Terra». Cannata ci si rivela quindi come cittadino dello Stato di Biscari e fratello di don Pietro Cannata, parroco di quella Terra (che risulta morto a Vittoria il 27 novembre 1692 e sepolto nella Matrice). Dall’atto sopra citato apprendiamo dunque che Giuseppe Cannata era dunque un massaro e un allevatore di bestiame, cui non sempre le cose andarono bene, se è vero che non poté pagare le bestie al Principe e rimase parzialmente debitore alla sua vedova, come risulta da un secondo atto, datato al 25 agosto 1676. Da Biscari però Cannata si trasferì a Vittoria, di cui risulta abitatore il 6 gennaio 1687, quando compra da Sebastiano Scaletta «una grande casa terrana divisa in due corpi cioè sala e cucina, con una bella facciata di muro, comodità di due luoghi di case…dalla parte dove escino li due porticelli della casa di detto compratore», a confine con altra casa di Cannata, «via pubblica per cui si va alle cave dette del Salinitro o meglio di Santa Rosalia, nel quartiere della Venerabile Chiesa Madre». Il prezzo stabilito fu di 41 onze, di cui l’acquirente pagò solo 25. Ma come già gli era capitato per le vacche, Cannata non poté pagare le rimanenti 16 onze, per cui il 18 febbraio 1688, su istanza di Scaletta, la casa fu messa all’asta, nel modo solito, con il banditore che quel giorno bandì così: «cui vulissi ricattari li casi che vendio Sebastiano Scaletta al detto di Cannata una con tutti quelli commodità espressati nell’atto», ma Cannata subito dopo pagò le 16 onze e la procedura fu bloccata. Nell’atto di vendita si afferma dunque che Cannata possedeva già sul posto un’altra casa.

Un documento segnalatomi dall’arch. Giuseppe Areddia, datato 20 aprile 1694, che registra le spese per la riparazione dei danni subiti dai magazzini frumentari l’11 gennaio 1693, ci aiuta ad individuare il sito esatto. I due mastri incaricati dicono infatti di aver rifatto due lenze di un muro del magazzino, una delle quali a confine «con il magazeno al presente scoverto di Gioseppe Cannata», e «l’altra col porticato di la casa di sudetto di Cannata». E’ poco per dedurre che la prima casa di Cannata occupasse lo spazio oggi destinato all’inizio di via Carlo Alberto?

Alla fine del 1687, Giuseppe Cannata è probabilmente in società con il fratello don Pietro parroco di Biscari, che il 17 novembre 1687 paga 192 onze per tumminìa acquistata presso don Carlo Lena (o Leni, il marito di donna Anna Focularo, che donò la terra per l’Orto del Crocifisso, cfr. supra), nella sua qualità di procuratore del Principe di Castelferrato. Da un altro atto apprendiamo che la moglie di Cannata si chiamava Francesca Gurreri ed era debitrice per conto del padre di onze 7 alla chiesa di S. Agata di Biscari, pagate dal marito il 1° agosto 1688. Dopo questa data, sembra che le cose migliorino e di molto, per Cannata. Comincia infatti una lunga serie di atti notarili di concessione di gabelle di terre a Cannata da parte di vari proprietari, che fanno dell’uomo uno dei più grossi imprenditori del territorio.

Il 9 maggio 1689 Cannata riceve in gabella (sempre da don Carlo Lena come procuratore) per quattro anni il feudo chiamato «lo Casale in insulis Dirilli», cioè nel fondovalle del fiume Dirillo, al canone annuo di onze 24 in danaro e salme 3.3 di terraggio in frumento; altra gabella fu assegnata l’8 gennaio 1690 (nelle mani di don Pietro Cannata per conto di Giuseppe), relativa alle terre del «Cozzo di Vona, con coste nominate di Santa Maria», sempre nel feudo di Dirillo, per onze 90 (altra gabella lo stesso anno e sempre a Dirillo). Terre e bestiame. Don Gio.Batta Ricca infatti, per conto del fratello chierico don Desiderio gli vende 40 fra vacche e tori per onze 208 il 10 settembre 1690. Cannata le pagherà due anni dopo, il 17 agosto 1692, allo stesso don Desiderio Ricca, già abate. Altre onze 29.15 (a completamento di onze 73 per acquisto di altro bestiame), Cannata le paga il 23 febbraio 1691 a suor Orazia Spalletta terziaria di S. Francesco di Paola, già vedova di Isidoro Nanfaro, cui le doveva. Altra gabella per onze 47 annue Cannata possedeva in contrada Costa e “Chinesi” [Ginisi?], in territorio di Ragusa (ricevuta di pagamento del 5 agosto 1692), mentre per la tenuta di Santa Barbara in territorio di Eraclea [Terranova] ne pagava 48 (atto del 12 dicembre 1692).

Del feudo Morboni a Buccheri Cannata vende l’erba il 22 ottobre 1694 (acquistata per onze 97 dal proprietario), mentre assume operai per «abivirarici tutti li cannavi esistenti nel territorio di Dirillo» fino alla mietitura (documento incompleto). Dalla famiglia Castilletti di Ragusa riceve in gabella terre in contrada Mastro e in contrada Costa e Murettu, per onze 64  (22 aprile 1694). L’8 settembre dello stesso anno Cannata paga al rappresentante del Principe di Castelferrato, il bestiame acquistato presso don Carlo Lena, nel frattempo deceduto (si tratta di 21 buoi grossi, sei vacche, tre genchi, una genizza e due mule). Ma la scomparsa di don Carlo portò guai a Giuseppe Cannata. Il figlio, barone don Nicolò Lena gli fece causa non sappiamo per quale motivo ma forse sempre per pagamenti non fatti e Cannata dovette pagargli 100 onze in oro sonante (25 gennaio 1695). A conclusione dell’esame di questa documentazione, ritengo ci siamo fatta un’idea abbastanza precisa di chi fosse Giuseppe Cannata: un gabelloto, un massaro di grandi ambizioni, che teneva gabelle da Terranova a Buccheri passando per Ragusa. Un capace produttore e allevatore di bestiame, la cui attività ci fa comprendere come accumulò il denaro per la fondazione del Conservatorio, che reca la data del 30 dicembre 1696.

5.Regole e vita materiale nel Monastero di Santa Teresa.

A poco prima dell’erezione formale del Conservatorio Cannata-Indovina a Monastero di Santa Teresa avvenuta il 6 ottobre 1716, risale un atto di donazione di reliquie fatta da padre Giuseppe da Vittoria dei Minori Osservanti (21 settembre 1716). Si trattava delle reliquie dei santi Modestino e Urbana, estratte dalle catacombe di San Callisto a Roma e donate dal card. Caracciolo al predetto frate, con la facoltà di donarle a chi volesse. Le reliquie erano contenute in cassetta di legno, ricoperta di carta dipinta a fiorellini in oro, sigillata (altre reliquie saranno donate nel 1729, fra cui «un frammento del panno di lino in cui la Vergine avvolse il Bambin Gesu»…). Alla data dell’8 dicembre 1716 risultano nel Monastero 21 suore. Essendo ormai stato creato il nuovo organismo, tutte sono tenute a rinnovare la loro professione di fede ma, soprattutto a rinnovare “l’atto di alimento”, cioè le doti. In questa operazione, furono coinvolte tre suore della famiglia Ricca. Si trattava di suor Teresa di Santa Rosalia (donna Rosalia Ricca), suor Teresa di Gesù e Maria (donna Salvatura Ricca), suor Teresa di Santa Maria Serafica (donna Maria Ricca). Per le prime due il padre barone don Gio. Batta Ricca confermò l’assegnazione fatta a suo tempo e ricalcolata in onze 360, basate sulla tenuta del Passo del Pero, su un giardino con costa e grotta nella stessa contrada a confine con il mulino della Bianca e su una chiusa alberata d’olivi nominata di Carosone. Priora risulta suor Teresa di San Paolo (successivamente le sorelle Ricca furono costrette a rinunciare all’eredità paterna -2 maggio 1718- e nel 1730 le raggiunse anche la loro madre, donna Giuseppa Risciacchi, vedova del barone Giombattista, con una dote di onze 20: in pratica come  un moderno ricovero in ospizio). Sulla vita delle suore nulla sappiamo, a parte le maldicenze di Paternò. Ma dalla lettura delle regole (Ordinazioni alli Monasterij della Nostra Giurisditione), dettate da Monsignor Asdrubale Termini c’era ben poco da stare allegre. Le poverette infatti, in gran parte costrette alla clausura per non diminuire l’eredità del primogenito, erano sottoposte a norme assai rigide. Dall’Archivio di Stato di Ragusa ci sono appunto pervenute tali regole, in 15 capitoli. Si tratta solo di una serie di divieti severi ma comprensibili (leggere romanzi profani, recitare commedie e poesie) e di rigide prescrizioni all’interno del Monastero (divieto di parlare o scrivere a chiunque) e nell’area intorno al Monastero, dove era vietato cantare e fare schiamazzi. Le monache potevano però cucinare per i loro parenti ammalati…Del rispetto delle regole era responsabile naturalmente la priora, sotto pena di sospensione dal suo ufficio. Se le regole della clausura erano dunque assai severe, forse dal punto di vista della vita materiale e dell’alimentazione le monache, tutte figlie di famiglie ricche, se la passavano assai bene. In tempi in cui a volte le privazioni coinvolgevano la maggior parte della popolazione, il Monastero (in cui oltre alle suore lavoravano numerosi servitori e gravitavano i loro familiari) era un’oasi felice di buona e ricca alimentazione. Il mantenimento della ventina di religiose costava infatti 328 onze l’anno. E l’elenco delle derrate necessarie al loro vitto costituisce uno spaccato di vita nella Vittoria del primo Settecento. Il Monastero consumava ogni anno 28 salme di frumento, 4 quintali d’olio, 40 barili di mosto (a tarì 8 al barile), 2 quintali di riso, un quintale di pasta, un quintale di miele (usato come dolcificante, mentre lo zucchero era impiegato nella spezieria), spezie varie (spezie vere e proprie, poi zafferano, cannella), legumi vari (fave, ceci, fagioli, lenticchie), per un totale di una salma e due tumoli, tre quintali di formaggio, quattro quintali di ricotta salata, un quintale di caciocavallo. Non mancavano poi il pesce salato (quattro quintali di tonnina e surra; un barile di sarde), assieme al pesce fresco, somministrato due volte la settimana e tre durante l’Avvento e la Quaresima né le verdure assieme  alle uova (le carni di vitello e di pollo invece erano destinate agli ammalati). Completavano la ricca dieta una salma di mandorle e una di noci (non c’è traccia di frutta fresca), anche se non dovevano mancare arance, pere, fichi, albicocche, frutta tutte assai diffuse nelle campagne vittoriesi dell’epoca.

Il consumo di saimi (strutto, un quintale l’anno) ci testimonia la manifattura di dolci vari. Altre spese riguardavano l’acquisto di frasche, legna e carbone per la cucina, canapa (due quintali) e lino (un quintale e mezzo) per confezione di abiti e biancheria. Venivano infine pagati un sacrestano, un procuratore per rappresentare il Monastero nelle varie sedi, un medico, un barbiere (oggi diremmo parrucchiere), una lavandaia e una serva (per il cui servizio si spendevano anche due onze con  l’acquisto di mezzo quintale di sapone). Il Monastero sosteneva poi le spese per due feste l’anno: una in onore del Patriarca San Giuseppe (19 marzo) e una per Santa Teresa (15 ottobre). Nel 1740 furono spese somme per riparare la cantonera del Monastero (costo ben 80 onze), per un muro interno e varie riparazioni all’intero edificio; nel 1742 furono spese 60 onze per rinforzare il muro della clausura ed altre parti dell’edificio.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.