Concludo la rassegna della mia “guida”, dedicando il giusto spazio a Scoglitti, parte integrante di Vittoria, suo prolungamento sul mare sin dalla nascita e sbocco un tempo per le sue merci, frequentato sin dal Seicento da barche trapanesi e marsalesi e punto di partenza e di approdo per e da Malta… 

Ecco l’indice:

24).La “Plaga Mesopotamium” all’Alcerito, tra le valli dell’Ippari e del Dirillo. Le vie Elorina e Selinuntina.

24a).La costa di Scoglitti nei documenti storici.

25).Scoglitti. La costa e l’entroterra tra il Seicento ed i primi dell’Ottocento. Il feudo dell’Anguilla.

25a).La nascita di Scoglitti come borgata in Paternò.

25b).Scoglitti nei documenti storici. Enfiteuti e patron di barche. La costruzione della torre nel 1676.

25c).I Ferreri, la chiesetta di San Francesco di Paola e l’Oratorio della Madonna di Portosalvo.

25d).La scaro e lo sviluppo economico della zona.La nascita dei primi uffici e servizi (1748-1859).

25e).La costruzione del Comunello di Scoglitti. Il porto, le opere di bonifica.

25f).Toponimi ottocenteschi e la dotazione di uffici e servizi dal 1871 in poi.

26).Scoglitti oggi.

26a).La chiesa della Madonna di Portosalvo.

26b).La chiesa di San Francesco di Paola e la leggenda di San Franciscuzzu.

26c).La piazza, il porto, la via Messina, la Delegazione Municipale, il Mercato Ittico, il Faro o Lanterna e il lungomare.

26d).Liberty a Scoglitti.

26e).Il futuro di Scoglitti.   

Indice provvisorio dei nomi citati in tutta l’opera (Parte I-IV).

24).La “Plaga Mesopotamium” all’Alcerito, tra le valli dell’Ippari e del Dirillo. Le vie Elorina e Selinuntina.

Se la letteratura storica attesta l’esistenza in vita della città sul promontorio non oltre il I secolo d.C., i rinvenimenti archeologici ci dimostrano invece un minimo di attività portuale e comunque una ripresa di vita sul promontorio nel V-VI secolo. Ma dalla conquista romana in poi, i piccoli insediamenti nella zona si erano moltiplicati, allineandosi lungo le principali vie. La parte della costa ad occidente di Camarina, detta Plaga Mesopotamium, era attraversata da due vie di transito nei due sensi: la strada Agrigento-Siracusa lungo la costa e quella montana Agrigento-Akrae (Selinuntina): lungo queste direttrici si erano addensati vari siti: stazioni carovaniere (come l’abitato del Cozzo Cicirello ), o veri e propri siti rurali (Pirrera, Casale, Codda, Pezza Grande, Pezzalestingo, Cipollazzo, Monello, Mazzarrone, Ragoleto), oppure antichi agglomerati e cittadine, come Bidis, a guardia di uno dei guadi più importanti dell’Acate (Pace, Di Stefano).

Sull’origine del toponimo Plaga Mesopotamium, riscontrato per la prima volta nell’Itinerarium Antonini (una raccolta di itinerari databile tra l’età di Caracalla e Il IX secolo). Già Pace riteneva il nome una «denominazione colta e -diremmo- di origine cartografica». Lo storico R.J.A. Wilson ritiene che la stazione Mesopotamium andrebbe identificata con il tratto di costa tra Alcerito, Berdia Vecchia e Scoglitti, opinione cui si avvicina Giovanni Uggeri , che la pone senza dubbi all’Alcerito. La fascia costiera su cui oggi si estende Scoglitti da Cammarana fino alla cosiddetta Baia Dorica era attraversata in epoca greca dalla via Elorina che, nata per raggiugere Eloro da Siracusa fu poi prolungata lungo la costa meridionale per Camarina e Gela, venendo così a coincidere nell’ultimo tratto, ad ovest del Dirillo, con la via Selinuntina, che da Akre scendeva dagli Iblei e costeggiava la valle del Dirillo fino a mare e poi proseguiva lungo la costa per Akragas e Selinunte. Secondo la ricostruzione dello studioso vittoriese, il tratto che ci interessa iniziava dalla plaga  Calvisiana, sul litorale sabbioso dei Macconi «passando davanti ai siti greci del colle Santa Lucia e del piccolo centro di Piano Rizzuto. Si raggiungeva e superava la foce del fiume Dirillo e si saliva sulla sua sinistra sul Piano del Pizzo del Dirillo, dove si staccava a oriente la strada interna per Siracusa [Selinuntina], che risaliva il fiume sulla sinistra; mentre la litoranea a partire dal bivio del Piano del Pizzo puntava a sud, mantendendosi sull’orlo del terrazzo costiero e fiancheggiando dall’interno il lungo cordone dunoso dei Macconi, fino all’Alcerito, dove abbiamo poche tracce d’una villa romana. Siamo a 12 miglia da Calvisiana e potremmo quindi ubicare qui la plaga Mesopotamio. Il toponimo non ricorre in altre fonti ed ha [un] aspetto di neologismo…Mesopotamio dovette sorgere…per ragioni economiche, in stretta connessione con l’esigenza di esportare il vino omonimo. Poiché su questo litorale, una volta scomparse Gela e Camarina, mancavano dei centri urbani, la nuova stazione prese nome dalla peculiarità dell’ambiente geografico, che si stacca nettamente dalle zone limitrofe: a occidente le argille instabili plioceniche, a oriente l’alto tavolato calcareo. In mezzo, tra le valli del Dirillo e dell’Ippari, la piana di Vittoria, costituita da sabbie e conglomerati pleistocenici, si distingueva per le numerose fattorie e ville disseminate tra la lussureggiante vegetazione. La fama dei suoi vigneti ci è fatta conoscere dalle anfore di vinum Mesopotamium, che da qui sono state esportate nella fronteggiante Cartagine, ma anche a Pompei e persino in Svizzera (Vindonissa). Continuando sempre sul ciglio del terrazzo più alto affacciato sulla costa si toccavano i siti greci e romani della Berdia, di Lucarella, dell’Ancilla e della Niscescia. Si attraversava la necropoli settentrionale di Camarina da Scoglitti ai Macconi di Cammarana; quindi attraverso il quartiere portuale si giungeva alla foce dell’Ippari, l’antico Hipparis, dove in età imperiale era forse ritornata la palude».

24a).La costa di Scoglitti nei documenti storici.

Dopo l’età classica, un primo cenno alla zona fu fatto per la prima volta nella sua opera dal grande geografo arabo Edrisi (o Idrisi) , nel 1154. A lui dobbiamo il  toponimo della Penisola dei Colombi (‘gazirat al hamam), oggi Scoglitti, distante 7 miglia (così scrive) da K.r.n.i., che Michele Amari (cfr. bibliografia) identifica con Cammarana, cosa che però mi permetto di correggere perché pobabilmente sbaglia: la distanza tra Scoglitti e Cammarana è assai inferiore non è neanche di un miglio, mentre i 7 miglia, cioè una decina di chilometri, coprirebbero meglio la distanza tra la collina e [ras] karani, cioè Capo Scaramia o Scalambri.

Altra traccia della zona nei documenti storici è data sempre da Amari (cfr. Istorie…pag. 267), che riferisce del naufragio della flotta di Roberto d’Angiò dopo la strage di Gulfi «presso li Scoglitti sulle rive di Camerina» a causa di una violenta libecciata, nel luglio del 1300, alla fine della guerra del Vespro, che avrebbe sparso sulla spiaggia decine e decine di cadaveri di soldati angioini. E’ questa la prima volta che nei documenti compare il toponimo Scoglitti (poi anche italianizzato in Scoglietti), assunto dalla caratteristica del tratto di mare, pieno di scogli . 

I rapporti tra la Sicilia e la costa nordafricana furono conflittuali per secoli. Dal momento in cui gli Arabi conquistarono la costa del nord Africa nel VII secolo d.C., dall’Africa arrivarono solo minacce, culminate nella conquista araba dell’isola, iniziata nell’827 e protrattasi per decenni. Poi, con la conquista normanna alla fine dell’XI secolo, fino ai primi del XIV secolo fu la Sicilia a minacciare le coste nordafricane con violente incursioni, alternate a normali scambi commerciali. Dal 1399, con il sacco di Terranova, la situazione si rovesciò di nuovo e il pericolo divenne un incubo dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453 ad opera dei Turchi. Ma fu dopo l’insediamento ad Algeri (dal 1517) e poi a Tunisi dei pirati barbareschi sostenuti dalla Sublime Porta (cioè l’Impero Turco) che si scatenò una vera e propria guerra, con improvvise e violente incursioni sulle coste, con saccheggi, violenze, distruzioni e cattura di schiavi da riscattare, quando possibile. Anche nella nostra zona parecchi infelici furono rapiti dalle loro case e fatti schiavi (per riscattarli il conte di Modica Federico I Enriquez Cabrera lasciò un fondo apposito nel suo testamento del 1538). Anche se la torre venne danneggiata nel 1582 dal terribile Ulucchiali, essa continuò a svolgere la propria funzione difensiva, ma forse più a guardia del grosso allevamento di anguille che si faceva nella palude, come lasciò intendere ironicamente Fazello. In verità dopo Lepanto (1571), la morsa si allentò un po’. Ma il pericolo fu sempre temuto. Ne è prova l’incarico che il viceré Colonna diede all’ingegnere fiorentino Camillo Camiliani, per scorrere tutte le coste della Sicilia ed individuare i punti deboli della difesa, soprattutto dove i barbarerschi avessero la possibilità di ancorarsi e sbarcare indisturbati. Così Camiliani  descrive la costa degli Scoglietti nel 1583:

«Territorio di Ragusa.

Passato questo fiume [il Dirillo], siegue la spiaggia simile all’antedetta con selve attorno ed al lito scoperta ed arenosa. Per lo spazio di sei miglia si trova la cala della Balata, la qual fa due ridotti. Il primo, abbracciato e circuito dalle rocche a guisa di mezzo cerchio, è alquanto pericoloso per esser lontano dal commercio e dalle abitazioni, sebben non si sa esserci ancora stato corsale, nè tampoco dannificato nessuno in quel commercio: ma nondimeno si vede molto pericoloso, ed è capace di quattro bergantini. Passato la punta, che divide la prima della Balata, viene un’altra del medesimo nome, perchè le rocche, che le sono intorno per alquanto spazio, non fanno spalla nè ridosso alcuno a dette cale, qual sarà della medesima capacità e grandezza. Poco più innanzi siegue un’altra cala detta del Cefaglione [oggi Zafaglione], la qual veramente è più pericolosa delle altre, capace di quattro galeotte; e la punta e scogli del medesimo nome, che le fanno spalla e riparo, la rendon molto più pericolosa e coperta delle altre. Maggiormente per esser quivi vicino un’altra cala del medesimo nome e maggior dell’altra, vi si potriano occultare sei galere, e per esser le spalle delle rocche molto scoscese e precipitose, talchè con difficultà i corsali ci possono sbarcare. Dalla detta cala per lo spazio di un miglio ed un terzo seguono le rocche conformi alle sopradette, e si chiamano le rupi degli Scoglietti, che son sette ridotti molto scoperti; e le rocche di quelli son percosse dal mare, quali levano la commodità al corsale, che non può accostarsi a terra, nè far danno alcuno; e tanto più che vicino al lito ci son pietre in copia, che apportano seccagne a quella parte. Il sito di questo paese è molto sterile e selvaggio, e non ci è commercio alcuno. Vedesi un sentiero fatto dalli guardiani, che scorrono quel lito; al fine delle quali rupi finisce una punta, che va declinando dal terreno e si conduce alla spiaggia di Camerana, alla cui fronte, lontano un tratto di fromba, vi veggono tre scogli, i quali stanno in forma triangolare e sono isolati e molto scoscesi, che a gran pena vi si potria montar di sopra; dalli quali le timpe passate pigliano il nome delli scogli qui detti. Questa spiaggia di Camerana dura per un terzo di miglio, la quale è tutta arenosa e scoperta…». Cefaglione , Scoglietti, Camerana: così i toponimi a fine Cinquecento. Ma per raccapezzarci meglio, ecco altre denominazioni antiche del tratto di costa (da Pace 1927) a cominciare dalla foce del Dirillo: 

«Forgia del Durillo -Maccia Tunna- Furgitella dell’Arciarito (è la piccola foce di un modestissimo corso d’acqua che nasce a qualche km dalla spiaggia, dalla fontana di Mangiauomini)-

Punta di Safagghiuni (questo nome, tratto dalla pianta safagghiuni -Chamaerops humilis L.-, abbondante nella regione, trovasi per errore variamente riportato Grafaglione, Cefaglione, Zafaglione- [è la]Valata già ricordata da Camiliani-

Scuogghiu Tunnu con piccola fonte sulla spiaggia-

Punta Bianca = Punta Grande, Carta di St. Maggiore 1868-

Punta Nìura= Punta Viga, Carta St. Maggiore 1868-

Punta ‘i l’Ancili-

Scoglitti:

Punta del Faro; Scalo; Scogliera dell’Arenella-Ciaramiraro-Palummara (Scuogghi ‘i fora)-

Maccuna ‘i Cammarana (sbocco dell’emissario del “Salito” prosciugato)-

Forgia ‘i Cammarana (a pie’ della torre a levante è ricordato il Ridotto del Corvo, sotto le rupi, dal Camiliani e dal Massa, II, p. 374)

 Cammarana».

25).Scoglitti. La costa e l’entroterra tra il Seicento ed i primi dell’Ottocento. Il feudo dell’Anguilla.

Come abbiamo già ricordato (par…) La parte finale della valle del fiume di Cammarana fu interessata dal processo di concessioni enfiteutiche fatte dal 1550 al 1564, tra cui le sei concessioni alla terre alla Salina e le dieci Cammarana (a meno che non si tratti della cava di Cammarana, cosa assai probabile). Ma non solo: tutte le terre intorno alla palude furono interessate. Infatti in contrada San Martino  (oggi in territorio di Ragusa) «alla fossa di Cazano allo capo di suso de Cammarana» (nel 1561 Francesco di Bennardo di Comiso vi ricevette due salme di terra, «incomenzando dello gurgo et trato de via verso Sicle»); altre assegnazioni in contrada Tesauro, sempre in territorio di Ragusa (nel 1561 Stefano Genduso di Comiso vi ricevette salme 8 confinanti «con la via pubblica che va a Cammarana, con terre concesse a Petro la Donzella e trazzera che va a Comiso») e nell’entroterra del promontorio di Cammarana e precisamente:

a Bocampello (nel 1561 Antonino Carnaza e Antonino Salibba di Comiso vi ricevettero terre confinanti «con la via che viene dalla Favara e va verso Ragusa e con l’altra via che da Scicli va a Comiso»); Francesco Meli di Comiso vi ricevette 3 salme, «confinanti con la via pubblica di Scicli che va a Comiso e con la via grande che viene dalla Favara  e va a Ragusa »;

alla Niscescia (nel 1579 Jacopo Amicuzo del Comiso vi ricevette «4 salme in una tenuta sua chiamata la grassura di Bellio, confinante con la saia e le terre del mastro Jacopo Cappellano»; nel 1580 Blasi di Paolo vi ebbe salme 4; nel 1590 Francesco e Paolo Palombo salme 4 di terra «confinanti con terre di Blasi di Paolo e il pantano di Cammarana». Tutta la contrada fu poi assegnata a Paolo La Restia, già dal 1591 «barone e signore di Bocampello e Piombo» ).

Interessanti anche i cenni alla viabilità della zona, che è fitta, come è dimostrato dal fatto che nel 1561 a Bocampello si incrociano due grandi vie: una che viene dalla Favara (Fonte Diana a Comiso?) e va verso Ragusa; l’altra che da Scicli va a Comiso, mentre nel 1584 «in maritima Cammerinae [Paolo La Restia prende in enfiteusi 150 salme di terra] tra la via che unisce Scicli e Heraclia , il pantano di Camerana e la via di Passolato verso la chiesa di Santa Maria di Camerana» (Morana 1985).

25a).La nascita di Scoglitti come borgata in Paternò.

Scoglitti come borgata viene costruita lentamente, nel corso degli ultimi tre secoli, attorno allo “scaro”, termine che indica un «tratto di spiaggia in leggera pendenza…per mettere in mare o tirare in secco le imbarcazioni» . E visto che fino al 1583, a leggere Camiliani, la zona di Scoglitti è desertica ed esiste solo un sentiero percorso dalle guardie costiere, non ci può essere alcun dubbio che come scalo fu utilizzata solo dopo la fondazione di Vittoria.

Il barone Salvatore Paternò cercò di ricostruire nel cap. X delle sue Memorie Storiche del 1877 una breve storia di Scoglitti che, depurata di qualche imprecisione, si può così riassumere a grandi linee:

1)in data imprecisata, approfittando del fatto che c’era «un punto di una certa  profondità, che giacea in mezzo ad alcuni scogli di piccola mole, e che offriva un passo più agevole per varare e tirare a terra i legni di piccola portata», vi fu creato uno scalo, chiamato di Scoglitti, con un posto sanitario in una capanna ed un custode. Non c’erano fabbriche ma capanne volgarmente dette pagliara;

2)fondata Vittoria, i Giurati di essa sentirono il bisogno di costruire alcuni fabbricati al posto dei pagliara, per meglio organizzare i servizi sanitari, doganali e fiscali in favore del proprietario Conte di Modica;

3)le terre contigue appartenevano alla famiglia Aristia e Trigona;

4)la popolazione residente era assai scarsa «per effetto dei miasmi paludosi del Lago Salso e dell’acque stagnanti in quei luoghi bassi», cioè della palude di Cammarana;

5)nel 1781 queste terre (cioè il feudo dell’Anguilla) pervennero nelle mani del Marchese Ferreri, tranne la superficie dello Scalo e il luogo dove sorgeva il ciaramiraro;

6)in tempi posteriori il Marchese Ferreri estese il suo dominio anche alle terre a ridosso dello scalo e vi costruì magazzini ed una chiesa che prese il titolo della Madonna di Porto Salvo;

7)il Marchese Ferreri esercitò abusivamente un «preteso diritto proibitivo di fabbricare… affermandosi essere il domino esclusivo di tutta la superficie e suolo comune dello Scalo»;

8)«nell’epoca in cui il Barone Gioachino Ferreri elevato al titolo di Marchese divenne primo Ministro col portafolio della finanza di Sicilia ed il Caporione del partito anticronico lo Scalo di Scoglitti soggiacque a tutti i soprusi feudali facendo sin’anco demolire  le capanne che gli abitanti ergeano come ricoveri provvisori»;

9)a seguito dell’abolizione della feudalità nel 1812 e per gli effetti della leggi successive, «il cessato Governo nominò una commissione in Palermo liquidatrice di tutti i dritti di segrezia e pertinenze signorili», con un indennizzo «allorquando provenivano da acquisti…; ma senza indennizzo laddove la loro origine era feudale. Il Marchese Ferreri si presentò per sostenere essere il suo dritto proibitivo di potere fabbricare nello Scalo degli Scoglitti appoggiato al dritto di proprietà, ma la sua pretesa fu respinta per carenza di titolo», in quanto nell’atto del 1781 «l’ex feudo della Anguilla in se contiene i territori di Fossone, Selvaggio e strasatto di Berdia membri d’esso…» e confina con i territori di «Scaletta, Nixesa, Salina, Arcerito; e non era compreso in esso feudo «lo Scalo degli Scoglitti colla linea della spiaggia di Camerana a Giafaglione, che al certo ne avrebbe dovuto far cenno». Fallito dunque il tentativo di Ferreri di ottenere un indennizzo su Scoglitti, cessò anche «il monopolio de’ magazzini avendoli il Marchese Ferreri dato ad enfiteusi» e Paternò si augura che «col tempo ne spariranno i canoni per la vigente legge dell’affrancazione e la costruzione dei fabbricati, già cominciato, avrà il suo incremento» .

Paternò, sebbene nella sua solita confusa maniera, accende le luci della storia di Scoglitti, facendone l’ennesima dimostrazione della lotta tra feudalesimo oscurantista ed usurpatore ed i nuovi tempi del Risorgimento liberale.

25b).Scoglitti nei documenti storici. Enfiteuti e patron di barche. La costruzione della torre nel 1676.

In verità la storia del territorio di Scoglitti è un po’ più complessa. Il processo di concessione in enfiteusi, cominciato nel 1550, arrivò a lambire la costa solo a fine secolo, quando nel 1596 il genovese Nicolò Vassallo comprò 100 salme di terra site in «Boscopiano, fego di Ancilla [confinanti] con salina di Camerana e fego vocato della Berdia» per onze 148 e una salma di frumento l’anno come canone ; altre terre furono concesse nel 1597 a Giombattista La Restia, mentre a Rinazzi nella praia di Scoglitti nel 1612 Antonino La Restia (figlio di Paolo) comprò 40 salme di terra . Nel 1623, ad Anguilla (Ancilla) è insediato Paolo La Restia, governatore della Contea dal 1604. Con la fondazione di Vittoria, nacque la necessità di avere un altro punto di riferimento sulla costa, poco lontano dal promontorio di Cammarana, che dal 1604 a causa di una transazione tra Chiaramonte e Ragusa apparteneva ormai a Ragusa. Dello «scaro delli Scoglitti» si parla ufficialmente nel 1639, in occasione dell’assegnazione del territorio a Vittoria .

Ma nuovi documenti oggi ci consentono di anticipare di qualche decennio l’uso di Scoglitti come punto importante d’approdo per la marineria dell’Isola e soprattutto per quella maltese, trapanese e marsalese. Dobbiamo però immaginare un traffico di barche più o meno grosse che facevano il cabotaggio oppure si avventuravano in alto mare verso Malta. La presenza di padroni di barche è documentata a Vittoria nei registri dei battesimi, dei matrimoni e dei morti, rivelatisi anche in questo caso preziosissimi e tali da aprire illuminanti squarci di scambi commerciali e di vita sociale. Un tale patron Fonti Dorriso (probabilmente Torrisi, o Riso) fa da padrino nell’ottobre 1625 in un battesimo a Vittoria. E’ il primo caso registrato, che ci aiuta a datare indirettamente la frequenza di barche a Scoglitti e quindi il suo funzionamento come “scaro” al servizio di Vittoria. Torrisi o Riso era probabilmente mazarese o trapanese o marsalese.

Dal 1623 in poi cominciano ad esser presenti a Vittoria anche parecchi maltesi. Maltese è infatti tale patron Rocco, presente a Vittoria nel marzo 1633, mentre un tale dr. Angelo Pisana è il secondo maltese registrato nello stesso 1633 . Come si è detto, il fiume di Cammarana fin sotto la sua torre (segnalata da Rocco Pirri come uniche vestigia di Camarina) e fino a mare è indicato come confine a est del territorio assegnato a Vittoria nel 1639, compreso lo Scaro delli Scoglitti (al fine di delimitare l’area entro cui esigere la gabella della dogana). Presumibilmente già a quell’epoca da Scoglitti partivano verso varie destinazioni vini, mosti e aceti (che erano esenti dalla dogana) .

Inutilizzabile la torre di Cammarana, al tempo della rivolta di Messina (1674-1678) e precisamente nel 1676, fu costruita una nuova torre di guardia a Scoglitti ed esattamente dove ora si apre la piazzetta alla fine dell’attuale via Messina. Per raggiungere da Vittoria lo scalo fu creata o ricreata la viabilità, con la «via che porta allo scaro di Scoglitti» (atti notarili degli anni ’70 del Seicento).

25c).I Ferreri, la chiesetta di San Francesco di Paola e l’Oratorio della Madonna di Portosalvo.

Contrariamente a ciò che crede Paternò, la presenza dei Ferreri  di Comiso (prima ricchi massari, poi baroni quindi marchesi) nelle contrade intorno a Scoglitti è ben più antica del 1781. Essa risale a prima del 1714, quando don Silvestro Firrera (1647-1717), definito prima “mastro” in alcuni documenti, risulta barone dell’Anguilla. Don Silvestro è capo di una numerosa famiglia. Un suo figlio, don Gaspare (1684-post 1729), abate, possiede le contrade Pantano e Salina , mentre lui stesso possiede il feudo dell’Anguilla, i cui confini sono la Salina da un lato e la Berdia dall’altro.  Nel feudo possiede terre intestate a suo nome anche il figlio barone don Giuseppe Firrera (1686-1744) con 90 migliara di vigne « a conf. con vigne di don Michele Firrera…» (altro figlio) che a sua volta ne dichiara 50 migliara. Don Michele (1686-1754), sposato con Caterina Laurifici, aveva terre a confine con quelle del cognato barone don Gioacchino Laurifici, che  nello stesso 1714  dichiara ben 130 m.ra di vigne. Nel 1748 le terre e le vigne dell’Anguilla appartengono a don Vincenzo (1690-1747, padre del futuro marchese Gioacchino) e a mons. don Francesco Ferrera (1692-post 1748). Come si vede, le terre dove oggi sorgono le serre, un tempo erano un mare di vigne . Don Giuseppe e don Vincenzo Ferreri erano i due fratelli acquirenti del palazzo Gallo, ritenuto infestato dagfli spiriti e poi acquistato da don Enrico Ricca per realizzare il Conservatorio della Sacra Famiglia a San Giuseppe (vedi par.) 

Se Paternò data a fine secolo la nascita della chiesa di Porto Salvo ad opera dei Ferreri, dai registri dei defunti della basilica di San Giovanni Battista risulta che nel feudo dell’Anguilla esisteva già nel 1736 una chiesetta, intitolata a San Francesco di Paola , mentre nel 1784 è registrato un Oratorio di Santa Maria di Portosalvo (con ciò dando ragione a Paternò). Poiché però La China dice che uno dei culti presenti a Scoglitti era proprio quello della Madonna di Portosalvo, ci troviamo di fronte ad un unico edificio.

Per motivi di sicurezza, la costa riceveva continue attenzioni, come è dimostrato anche dal bilancio dell’Università di Vittoria nel 1748, in cui compare la spesa di onze 20 per il mantenimento delle guardie nel posto di Safaglione.

26).Scoglitti oggi.

Oggi Scoglitti ha circa 2.000 residenti registrati all’anagrafe, ma in estate la sua popolazione quasi si decuplica, sparsa dai villaggi nei pressi di Camarina fino a dopo la contrada Zafaglione (oggi detta Baia Dorica).

Entrando a Scoglitti e scendendo a piedi lungo la via Napoli, si incontrano locali abbandonati del CIF, utilizzati nel passato come scuola media; poi, continuando si arriva a Piazza Indipendenza, alla cui sinistra, internato di un paio di centinaia di metri sorge il cinema Golden Estivo dei Gambina , in funzione dal 1997.

26a).La chiesa della Madonna di Portosalvo.

Scendendo ancora lungo la via Napoli, si arriva a Piazza Cavour dove, sulla destra sorge la chiesa di Santa Maria di Portosalvo, costruita nel 1934 (la parrocchia di Scoglitti fu costituita nel 1936). La chiesa fu restaurata negli anni ‘90. L’abside reca un grande mosaico che rappresenta le acque del Mar Rosso disegnato dall’architetto Emanuele Fatuzzo e realizzato da maestranze locali.La chiesa è molto semplice. Entrando, alla sinistra si intravede dietro una grata:

1)statuetta di San Franciscuzzu; a seguire, le pareti della chiesa sono ornate con:

2)quadro dell’Immacolata;

3)statua di San Giuseppe e Gesù Bambino;

4)quadro;

5)altare maggiore con statua della Madonna di Portosalvo, opera di Giuseppe Giuliani di Palazzolo Acreide (1829-1884), del 1865;

6)quadro del Sacro Cuore;

7)statua di Santa Rita.

Grande importanza ha acquistato nel corso degli anni la tradizione delle cene per San Giuseppe (19 marzo), mentre il Venerdì Santo è celebrato anche a Scoglitti con la Sacra Rappresentazione. In tale circostanza è usata l’urna quasi identica a quella originale fatta costruire nel 1980 dalla Congregazione del SS.mo Crocifisso a sue spese presso un laboratorio specializzato di Ortisei (Bolzano) e dopo alquante vicissitudine scambiata con l’urna originaria, che era stata donata a Scoglitti dalla famiglia Ricca. Dietro la chiesa, nello slargo intitolato a Padre Pio, è sistemata una statua del Santo di Pietrelcina, oggetto di grande venerazione popolare.

26b).La chiesa di San Francesco di Paola e la leggenda di San Franciscuzzu.

Scendendo ancora lungo la via Napoli, alla sinistra, in uno slargo, sorge l’antica chiesetta di S. Francesco di Paola (anteriore al 1736), recentemente restaurata e riaperta al culto, con una bella statua di San Francesco e belle maioliche.

Secondo La China, sorta come cappella privata dei marchesi Ferreri, con il titolo di Santa Maria di Portosalvo, con la fine della feudalità (1812) fu curata dai pescatori di Scoglitti e da allora svolse il ruolo di chiesa di Scoglitti, specie dopo che nel 1837 era andata distrutta la chiesa sul promontorio, dedicata alla Madonna Assunta detta appunto di Cammarana. All’interno di questa chiesa, recentemente si è riaffermato il culto di San Franciscuzzu, una piccola statua lignea che per alcuni rappresentava il vero patrono di Scoglitti, in contrapposizione alla Madonna di Portosalvo.

La statuetta, fortunosamente rinvenuta alla fine dell’Ottocento (nel decennio ’80-’90), è oggetto di un profondo culto popolare, la cui storia fu ricostruita dall’insegnante Francesca Senia nel 1955, in un articolo pubblicato ne L’Eco di Vittoria. Francesca Senia, una maestra con lunga esperienza di scuole rurali arrivò a Scoglitti nel 1949 e si immedesimò tanto con la povera realtà dei pescatori, da scriverci su «un lavoro per teatro, una commedia di spunto locale, a volte con battute dialettali».  La colpivano soprattutto «i più anziani, che non vanno più a mare e passano le giornate vicino allo scalo a studiare il mare. E come lo sanno scrutare!». E poi continuava:

«Zi’ Blasi era uno di questi pescatori. Egli non andava a pesca perché era ormai vecchio. Una volta,  a me che gliela chiedevo, narrò in tutti i suoi particolari la favola del Santino  tanto portato in auge…. “Sono passati anni ed anni -incominciò zi’ Blasi- ed io ero un ragazzetto dodicenne. Il mio babbo era quasi del tutto cieco…L’assenza di un porto o di qualsiasi protezione per le barche da pesca rendeva impossibile e fatale la pratica di questa attività. Una notte la tempesta era furiosa e  il mare altissimo. Si temeva che entrasse nel villaggio. Tutti si levarono impauriti e molti pregarono per scongiurare la catastrofe che già si annunziava certa. Allora, in mezzo a quella gente prostrata dal panico, si fece avanti un bimbetto. Procedeva a stento tra gli spintoni della folla. Gridava a squarciagola: “Ho trovato un santo!”. La statua, che rappresentava un uomo piccolissimo vestito “dell’abito talare di S. Francesco” fu subito chiamata “San Franciscuzzu”». E continua la maestra:

«Dall’immagine di quel santo, venuta provvidenziale tra loro, i pescatori si sentirono protetti. Credettero in un miracolo. Ringraziarono la Provvidenza e la Misericordia di Dio che in quel modo e con quel mezzo li aveva salvati dalla morte orribile e  sicura. Sulla spiaggia, poi, si trovò qualcosa di nuovo…Il mare aveva portato a riva i resti di una grossa barca; si vedevano, tra i rottami, arnesi vari, barattoli di conserve e parecchie bottiglie di vino vecchio. Era stato in quella barca il simulacro? Ma dov’erano i naufraghi?. Subito “il Santino fu portato in chiesa. E da allora -a dire di zi’ Blasi- prese ad operare grandi miracoli. I pochi che irridevano all’indirizzo di quella statua piangevano amaramente la loro folle audacia. Fiduciosi ed estremamente devoti, gli abitanti del luogo chiesero a San Franciscuzzu il miracolo della pesca. Nei giorni di magra lo portavano sulla spiaggia alla benedizione del mare. E questa processione con la solennità di un rito e con l’esagerazione della superstizione si rinnovava ogni qual volta il popolo aveva bisogno dell’aiuto divino”. Però dopo qualche anno il Vescovo di Siracusa venne a conoscenza “con disappunto, degli eccessi di fanatismo con cui il popolo adorava il Santino e, consigliando più fervore di preghiera e meno superstizione, propose di abbattere quella statua che era venerata non tanto come un santo quanto come un idolo vero e proprio. Ma il popolo si oppose; ignorò il consiglio. E fino ad oggi custodisce il Santino con fede e con devozione”».

Ritenuta falsamente del Seicento, la statuetta, per come si vede, fu trovata sono a fine Ottocento e sarebbe interessante studiarla con i moderni ritrovati della tecnica, per stabilirne l’origine.                                       

Di fronte alla chiesa sorgeva la Casa dei Pescatori (al centro di un duro scontro politico negli anni ’50 del Novecento), sede di una cooperativa, i cui locali oggi sono suddivisi tra la Bapr (che ha contribuito al restauro) e un centro sociale per anziani.

26c).La piazza, il porto, la via Messina, la Delegazione Municipale, il Mercato Ittico, il Faro o Lanterna e il lungomare.

La Piazza Sorelle Arduino già della Marina Italiana (la parte anticamente antistante allo scalo) è il vero centro di Scoglitti, sede degli spettacoli estivi. Oggi è ampliata rispetto al passato, dopo che è stata realizzata, a livello inferiore, una nuova piazzetta nell’area dell’antico scaro, ormai prosciugata, e che è destinata a parco giochi. Alla sinistra della piazza, dove finisce la via Napoli ed inizia la via Messina (un tempo la più importante della frazione per la spiaggia della Rinella e i suoi stabilimenti balneari), si apre lo slargo dove sorgeva l’antica torre, oggi ornato con statua di Sebastiano Messina dedicata al Pescatore. Da quella che un tempo era la punta di levante, dopo il Club Nautico, parte il lungo molo di levante, ricostruito su quello antico, di cui quasi triplica la lunghezza e con vaste banchine.  

Alla destra sorge invece la Delegazione Municipale, costruita negli anni ’80 del Novecento su progetto dell’arch. Giuseppe Areddia. Oggi degli antichi magazzini per la lavorazione del pesce azzurro e del pomodoro nulla rimane.

Scendendo verso il porto, c’è il mercato ittico, poi il Faro o Lanterna (recentemente restaurato) e utilizzato d’estate per mostre di pittura. Dopo il faro si apre la riviera della Lanterna (già Gela). La costruzione dei nuovi moli ha tarsformato il paesaggio e dove fino a qualche decenni ofa si vedevano numerosi scogli oggi si apre una vastissima spiaggia, utilizzata d’estate per ospitare attrezzature sportive in precario.

26d).Liberty a Scoglitti.

Dalla Piazza Cavour, lungo la via Amalfi si arriva fino alla spiaggia di Cammarana.

A Scoglitti sono presenti alcuni esempi di case in stile Liberty nelle vie:

Amalfi al n. 21 (casa De Pasquale-Trombatore, progettista l’ing. Di Geronimo, cementista Carmelo Toma);

Regina Elena al n. 17;

Taranto al n. 15 (casa Domicolo, 1920);

Domicolo (al civico n. 4);

Siracusa, ai nn. 17, 19, 25b (casa D’Andrea-Nicosia, con prospetto in cemento modellato);

Messina al n. 32 (casa Spadaro);

Messina al n. 36 (casa Lucchesi-Mangione, 1927-1928);

via Napoli al n. 23 (casa Marchi, con portone in legno, 1930-1935);

Nella Piazza Fratelli Cervi sorgono le scuole elementari a 12 aule, costrutie tra il 1952 e il 1956.

Le scuole elementari con la Scuola media “L. Sciascia”, costruita negli anni ’90 del Novecento, costituisce un unico Istituto Comprensivo. Accanto alla scuola media sorgono attrezzature sportive ed un mercatino coperto.

26e).Il futuro di Scoglitti.   

Oggi Scoglitti ha una grande vivacità turistica, supportata da una notevole ricettività turistico-alberghiera, frutto del lavoro e dell’abnegazione di numerosi imprenditori del settore. L’espansione dell’abitato, allungatosi a dismisura lungo la costa verso sud e verso ovest, non ne ha snaturato il piccolo centro, che pur risentendo della formidabile pressione dei flussi turistici stanziali o occasionali, è finora riuscito a mantenere la sua identità di borgo marinaro. Ma il presente non basta: occorre conoscere il passato. E le terre attorno a Scoglitti, per la loro importanza nella antichità classica, nel Medioevo e nel recente passato, per la loro ricchezza di tradizioni leggendarie e popolari, possono ulteriormente crescere economicamente e culturalmente. Purché si conosca il passato e si sappia sulle spalle di quali giganti siamo seduti…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.