Nella terza parte de “I luoghi e la memoria. Catalogo ragionato dei monumenti, delle opere d’arte e delle infrastrutture del vivere civile esistenti (ed esistite) a Vittoria e nel suo territorio”, parlo della zona occidentale dell’abitato dall’antica Senia (oggi Piazza Daniele Manin) al mercato ortofrutticolo e delle antiche vie di penetrazione verso il mare (lo stradale per Gaspanella e l’Arciarito fino alla Scaletta dei Ricca. Ma anche della città “sotterranea”, della valle dell’Ippari e di Camarina e della sua eredità culturale. Un viaggio nel tempo…

Ecco l’indice:

14).La chiesa del Sacro Cuore a Piazza Daniele Manin.  

Box.Il quartiere della Senia e la costruzione della nuova chiesa.

15).La zona del Rosario.

15a).L’I.P.S.I.A.

Box.La Scuola Tecnica a Vittoria.

15b).Le altre scuole tecniche.

15c).La scuola elementare del Rosario.

15d).La chiesa del Rosario.

15e).Il cinema Golden.

15f).I nuovi quartieri oltre la via Milano. La chiesa della Resurrezione.

16).L’area dell’ex Telegrafo, lo stradale per Gaspanella (antica contrada La Bruca) e l’Arciarito.

Box.La viabilità antica.

16a).Il Mercato dei Fiori.

Box.Le produzioni ed il paesaggio agrario nella storia. L’invenzione della serricoltura.

16c).Il Mercato Ortofrutticolo.

16c).Il grande baglio della Scaletta dei Ricca.

17).Le grotte tra storia, leggende e invenzioni…

17a).Le grotte nei documenti.

Box.A rutta de’ setti cammiri.

17b).Le ricognizioni moderne.

17c).Grotte fruibili.

18).La Riserva del Pino d’Aleppo, la flora e la fauna oggi.

18a).La valle in Uggeri 1961.

18b).Il paesaggio agrario nei secoli.

18c.La flora e la fauna oggi.

18d).Le descrizioni antiche della valle. Il fiume di Cammarana.

18e).Le scoperte di Paolo Orsi e gli studi di Biagio Pace. L’ipotesi di Sebastiano Tusa.

19).Lungo la valle del fiume di Cammarana: a passeggio nella storia…

20).Rinvenimenti archeologici nel territorio di Vittoria.

Box.La Camarina che vide Fazello.

20a).La palude, il porto-canale ed il sobborgo sulla collina oggi occupata dal cimitero di Scoglitti.

20b).La necropoli settentrionale ed i rinvenimenti archeologici.

21).Vittoria e l’eredità culturale di Camarina.

21a).Camarina nella letteratura greca e latina.

21b).La foresta di Cammarana nei documenti storici.

21c).L’invenzione del reaedificetur Camerina.

22).La torre di Cammarana dal Quattro al Novecento.

23.La chiesa della Madonna di Cammarana. Culti antichi, visitatori, leggende e tradizioni.                                                                        

23a).Le testimonianze letterarie del culto.

23b).Il “Gran tour” di Brydone, Houel, Paternò Castello, Smith e Schubring.

23c).Notizie sul culto in Salvatore Paternò e Federico La China. La tradizione.

23d).Le leggende del promontorio di Cammarana.

23e).Bibliografia su Camarina e il territorio di Vittoria nell’antichità

Ed ecco come al solito alcuni stralci…

14).La chiesa del Sacro Cuore a Piazza Daniele Manin.  

La chiesa del Sacro Cuore, parrocchia dal 1926, è a tre navate, con pianta a croce latina e campanile con orologi. Sopra l’architrave della porta principale è una statua del Sacro Cuore, in pietra.

Entrando, a sinistra abbiamo:

a)il fonte battesimale, in marmo bianco, chiuso da custodia lignea, opera di Angelo Chiarenza di Vittoria, del 1951, con ripiano su cui è scolpito San Giovanni Battista che battezza Gesù (verificare);

b)altare di Sant’Antonio, in marmo con statua di Sant’Antonio, eretto nel 1949;

c)altare del Crocifisso in pietra e marmo del 1931 con il Crocifisso e ai piedi statue di Maria e San Giovanni;

d)nella parte sinistra dell’abside in alto una nicchia con statua della Madonna di Fatima;

e)altare maggiore, con in alto al centro la nicchia con statua del Sacro Cuore di Gesù;

e)nella parte destra dell’abside in alto una nicchia con statua di San Giuseppe col Bambino;

f)quadro della Madonna della Medaglia, che dal recente restauro è stata riconosciuta come opera di Giuseppe Mazzone per la firma e la data 1857 , nella parete subito a destra dell’abside.

g)altare  di Santa Teresa, in pietra e marmo, del 1930, con statua di Santa Teresa;

h)altare della Madonna del Carmine, in marmo con statua della Madonna del Carmine col Bambino, del 1948.

Nella chiesa è custodita anche una tela molto rovinata, che raffigura San Pietro e San Paolo, che avrebbe «bisogno di restauro…presenta un’interessante composizione pittorica e figurativa, e può essere datata al XVIII secolo» (Campo).

Box.Il quartiere della Senia e la costruzione della nuova chiesa.

La denominazione “Senia” (in italiano “noria”) indica una fonte d’acqua (nella fattispecie purtroppo sulfurea) cui si attingeva a mezzo di secchi legati ad una ruota mossa da un animale (cavallo, mulo o asino che fosse) che, girando, attingevano appunto l’acqua e la versavano in una vasca. Una contrada denominata Senia compare  nel 1748 con terraggio ai Cappuccini, cosa che ci porta a ritenere che si trattasse delle terre di don Cristoforo Garì. A Vittoria si distinguevano due “senie”, dette la prima Senia di Foti o Senia Vecchia (da cui anche il nome di una regia trazzera, nella parte urbana poi chiamata via Castelfidardo, che portava alla Madonna della Salute e a Biscari, così indicata nelle mappe dei primi dell’Ottocento); la seconda la Senia di Ricca, appunto quella esistente in piazza detta comunemente Senia, da dove partivano a sinistra una stradina verso il Rosario e Pozzo Ribaldo e, proseguendo, la trazzera di San Giuseppuzzo lo Sperso, che si dirigeva verso Gaspanella e Pozzo Bollente in direzione di Terranova. Ignoriamo l’origine della strana intitolazione a San Giuseppe lo Sperso, nome con cui a Comiso è chiamata una parrocchia. Nella linea daziaria deliberata il 21 ottobre 1870, la zona della Senia (estesa poco più di 5 salme) era detta appartenere a Croce Ferraro, ai fratelli Re e a tale Interi. Le strade che la attraversavano, oltre alla trazzera di San Giuseppe, erano la stradella privata detta del Rosario, che si immetteva nella strada pubblica detta della Testa dell’Acqua, cioè la contrada un tempo detta delle terre di Garì, da individuare, se non andiamo errati nell’attuale via Carlo Pisacane (vedi Relazione Arpa del 1885).

Scrive La China (pag. 99-119) che era stato desiderio dello zio arciprete don Giuseppe Scrofani costruire una chiesa nei nuovi quartieri della Senia, esattamente su sue terre «nella via Carlo Alberto, e propriamente dove fiancheggiano le case a cominciare dal portone del signor Giovanni Samperisi, continuando fino alla via Roma». Nella costruzione della nuova chiesa, il parroco intendeva  utilizzate £. 6437 che il Comune gli aveva promesso nel 1865 come indennizzo per l’acquisizione fatta dell’antica ex chiesetta dell’Ospedale  (in verità rimasta sempre in possesso di due membri della famiglia Jacono, mentre il Comune aveva costruito sull’aria della chiesa stessa…). La somma, accettata dall’arciprete Scrofani come contributo per costruire «una chiesa nei nuovi quartieri della Senia», non era stata mai erogata. Né si era costruita la chiesa, anzi, dice La China, lo zio arciprete aveva venduto quelle terre a scopi edificativi a numerose persone, col pagamento di canoni per l’ammontare annuo di £. 302,48 a favore della Madre Chiesa. Divenuto arciprete, Federico La China volle realizzare l’opera del predecessore e nell’aprile 1883 ne chiese al Comune la liquidazione . La China, contestualmente, nel dicembre successivo cercò di vendere la chiesa di San Vito, che minacciava rovina, per il prezzo di £. 127.500 (l’acquirente non è indicato), da utilizzare nella costruzione della nuova chiesa. Però pur avendo ottenuto l’autorizzazione da parte della Santa Sede, per le forti opposizioni popolari, fu costretto a rinunciare. In ogni caso, per potere iniziare i lavori, oltre alle risorse, occorreva avere dal Comune altro. Così scriveva La China al sindaco Gioacchino Jacono il 27 marzo 1884: «…In occasione, che si deve costruire la nuova chiesa di Santo Vito, nella Piazza Daniele Manin, col prospetto lungo la via San Martino, abbisogna occupare una parte di trazzera comunale, per una superficie di mq. 795,20 pari a canne quadre 186 secondo la pianta qui retro delineata. Lo scrivente prega, nell’interesse della popolazione  e viemaggiormente degli abitanti di quei rioni, onde l’Onorevole Consiglio Comunale, voglia concedere gratuitamente quel suolo comunale alla chiesa sudetta». Portata in Consiglio il 3 aprile successivo, la richiesta fu occasione di lungo dibattito. Alla fine si deliberò di concedere, gratuitamente, solo mq 330 della trazzera comunale, che costituirà poi il naturale prolungamento della via San Martino . Dalla deliberazione veniamo a sapere che la chiesa sarebbe sorta su terre di Giombattista Carfì Ingallina, tra le vie Venezia (futura Senia) e Vicenza, con prospetto appunto sulla trazzera comunale e sulla nuova piazza (prevista dal Piano Regolatore approvato con Regio Decreto del 23 agosto 1881) che sarebbe sorta sulle terre di Croce Ferraro (al quale peraltro fu espropriata senza indennizzo…). Il 27 aprile 1884 fu concessa la terra, con un canone annuo di £. 280,50, mentre come già sappiamo nulla fu dovuto per i 330 metri quadrati della trazzera. Progettista del nuovo edificio fu l’ing. comunale Eugenio Andruzzi, assistito dall’ing. Angelo Zironi (o Zirone, di Siracusa). I lavori, appaltati all’impresa edile di Gesualdo Marino, cominciarono il 18 maggio 1885 e furono finanziati con contributi e donazioni. Nelle more della costruzione della grande chiesa (La China dice che sarebbe stata lunga quanto la Grazia e larga quanto la navata grande della Chiesa Madre), nel luglio 1884 si usò un piccolo vano già esistente, assai piccolo, che è probabilmente la “cappelluzza” chiamata da La China di San Giuseppe lo Sperso che sorgeva nell’isolato lungo la via San Martino compreso tra le vie Brescia, Como e Vicenza (vedi mappa annessa all’opera di La China), già dedicata al culto del Sacro Cuore, anziché a San Vito. Del Sacro Cuore già nella Chiesa Madre c’era una bella statua, posta nella cappella del Santissimo. La China ci informa che l’opera, realizzata dal prof. Vincenzo Genovese di Palermo , destinata all’Esposizione di Parigi, era stata acquistata nel 1878 dalla Madre Chiesa . Lo stesso La China, negli appunti successivi alla stesura dell’opera maggiore , scrive che a causa della crisi economica seguita alla fillossera dal 1886 in poi, la chiesa non poté essere completata.  Nel frattempo inoltre accadde che, essendo stata realizzata la nuova piazza Daniele Manin, quanto era stato realizzato dovette essere demolito «perché nel luogo dove sorgeva costituiva una vera stonatura». Pertanto si decise di spostare il sito della nuova chiesa, demolendo e ricostruendo tutto nel sito attuale in soli dieci giorni. La costruzione fu terminata il 2 settembre 1897.  Due anni dopo, nel 1899, per il completamento della struttura fu sottoscritto un contratto con la Società Cooperativa di lavoro , che però non adempì gli obblighi contrattuali. Fu pertanto necessario demolire anche questa seconda chiesetta e costruirne una terza, tre volte più grande. La morte di mons. Federico La China, avvenuta nel 1909 sospese per molto tempo i lavori. Solo la costituzione della parrocchia nel 1926, con la nomina del nuovo parroco nella persona del sac. Salvatore Gurrieri valse ad imprimere una svolta. La chiesa poté essere così inaugurata nel 1931 ma fu completata solo nel 1960. 

15).La zona del Rosario.

Si è detto che dall’area dell’attuale piazza Daniele Manin, si dipartivano due strade: la trazzera di San Giuseppe lo Sperso  (lungo la quale fino al 1860 si correva una corsa di asini il giorno di Sant’Aloi o Eligio il 1° dicembre) e la stradella privata del Rosario. Il nome della contrada deriva da un paio di donazioni che un certo Filippo Parrino fece all’Altare della Madonna del SS.mo Rosario dentro San Vito nel 1673 e nel 1678 .

Nel corso dell’Ottocento, le terre del Rosario furono a poco a poco inglobate nella città, costituendo le nuove aree di espansione verso occidente. Oggi nell’antica contrada del Rosario sorgono varie istituzioni scolastiche: l’IPSIA “Guglielmo Marconi”, l’Istituto Magistrale oggi Liceo Pedagogico “Giuseppe Mazzini”, la scuola elementare detta appunto del Rosario (oggi plesso staccato del IV Circolo Didattico “Gianni Rodari”) e la chiesa detta del Rosario. Faceva parte della contrada anche tutta l’area dell’ex Telegrafo.

15a).L’I.P.S.I.A.

In Piazza “Antonio Gramsci” sorge l’Istituto Professionale Industria Artigianato e Servizi Commerciali (sulla storia della Scuola Tecnica a Vittoria, vedi box).

Della costruzione dell’attuale edificio si cominciò a parlare il 9 ottobre 1929, quando il commissario prefettizio dell’epoca, dr. Giovanni Cricchio, diede incarico ai fratelli ingegneri Rosario e Francesco Di Geronimo di redigere il progetto di un nuovo edificio scolastico che utilizzasse l’area della donazione Jacono-Rizza del 1915, per la scuola denominata “Scuola secondaria d’avviamento al lavoro”. Il progetto fu approvato il 7 gennaio 1931. Poiché però, contemporaneamnte, era stato dato incarico all’ing. Giovanni Terranova di elaborare il progetto per le nuove scuole elementari ed era stato deciso di finanziare prima quell’opera, non se ne fece nulla e l’istituto rimase ospitato “provvisoriamente” nell’ex Monastero di San Giuseppe. Lì occupava il piano terreno con n. 20 vani (15 aule, direzione, segreteria e servizi e 3 vani per laboratori e 2 per  magazzini). Nell’a.s. 1935-1936 furono concessi altri 9 vani al primo piano, tolti alle elementari. Dal 1936-1937, trasferitesi le scuole elementari nella nuova struttura delle “Scuole Nuove”, tutto l’edificio fu assegnato alla Regia Scuola Popolare per Arti e Mestieri, intitolata “9 maggio XIV” per ricordare la proclamazione dell’Impero dopo la conquista dell’Etiopia ; ma nell’a.s. 1938-1939 otto aule furono concesse al neonato Istituto Magistrale. Nel 1939 fu istituita la Regia Scuola Tecnica Industriale per Meccanici, di durata biennale. Scrive Nicastro che gli alunni si distinsero con loro manufatti alle fiere di MIlano, di Tripoli e del Levante a Bari. Tra i docenti, Alfredo Campo ricorda il prof. Emanuele Ingrao (1895-1962), un grande artista .

Box.La Scuola Tecnica a Vittoria.

La prima scuola tecnica fu istituita il 12 aprile 1883 (sindaco Gioacchino Jacono), ubicata prima nell’ex Collegio di San Biagio.  Il primo direttore fu l’ingegnere comunale Eugenio Andruzzi, sostituito dall’ing. Salvatore Battaglia. Nonostante gli iscritti fossero pochissimi, il Comune chiese al Governo di autorizzare l’istituzione di una Scuola Tecnica governativa, ma il Ministero nel gennaio 1886 rispose che tutti gli oneri dovevano essere a carico del Comune. Nonostante la scarsezza di mezzi, il 26 ottobre 1887 la Scuola Tecnica fu formalmente istituita ma non entrò mai in funzione. Occorrerà arrivare al 1911 perché si riparli dell’istruzione tecnica a Vittoria. Ma stavolta si fece sul serio, sia per le mutate condizioni economiche seguite alla catastrofica crisi della fillossera, sia per l’interessamento dell’on. Evangelista Rizza.

Così il 2 aprile 1911 si esprimeva il sindaco Salvatore Carfì, dopo aver elevato un omaggio all’on. Evangelista Rizza, che si era fatto tenace propugnatore dell’iniziativa: «La nostra popolazione fino a pochi anni addietro avea soltanto una cura speciale per l’agricoltura, ma dacché la crisi vinicola incalzante ha scosso l’economia privata, ha sentito la necessità di rivolgere parte delle sue energie all’impianto di opifici ed istituzioni, sia per la trasformazione dei prodotti del nostro agro, sia per intraprendere e promuovere varie altre specie di industrie. In pochissimo tempo infatti abbiamo visto sorgere con capitali ed iniziative locali un Consorzio Agrario Cooperativo con annessa distilleria, due fabbriche di conserve alimentari, fabbriche di mobili, due cantieri per la produzione di cementi, un cantiere per la lavorazione di marmi, un pastificio, una fabbrica di ghiaccio, due di acque gassose, e due mulini meccanici, ma la capacità dei nostri operai non risponde alle necessità di tali opifici, dove l’impiego di macchine è indispensabile e gl’industriali sono obbligati a ricercare altrove, sia i conduttori, sia gli aggiustatori, sia e più ancora i capi fabbrica e i capi officina…D’altro canto la nostra classe operaia di fronte al generalizzato impiego delle macchine e allo sviluppo delle arti e delle industrie sia localmente che altrove, si è convinta che è indispensabile il suo miglioramento intellettuale ed artistico e reclama che le si forniscano i mezzi atti a conseguirlo. Tutto ciò prova come, pel decoro della Città, e più ancora pel bene della classe operaia, sia urgente l’istituzione di una Regia Scuola Industriale media d’Arti e Mestieri allo scopo di formare abili operai per le industrie meccaniche ed elettrotecniche, per la lavorazione del legno, dei metalli, per le arti fabbrili e costruzioni murarie e per prepararli a diventare capi-officina e capi-fabbrica…».

Per rispondere alle profonde trasformazioni dell’economia vittoriese, occorrevano gli operai qualificati e soprattutto i quadri intermedi capaci di dirigere le officine (tra cui l’Officina Elettrica Municipale, nata nel 1902). Pertanto il Consiglio Comunale con una duplice deliberazione del 2 e del 9 aprile 1911 istituì la Regia Scuola d’Arti e Mestieri, avente come scopo «di formare abili operai per le industrie meccaniche ed elettrotecniche, per la lavorazione del legno, dei metalli, per le arti fabbrili e costruzioni murarie e di prepararli altresì a diventare capi-officina e capi-fabbrica». La scuola, alle dipendenze del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, sarebbe stata finanziata dal Ministero stesso, dal Comune e dalla Provincia. Fatta l’istituzione, sorse naturalmente il problema dei locali, individuati nel settembre 1913 “provvisoriamente” a primo piano dell’ex Monastero di San Giuseppe, sede delle scuole elementari. il Ministerò accettò, a condizione che il Comune si facesse carico di trovare una soluzione definitiva. Ancora una volta fu don Evangelista Rizza insieme con il cognato don Gioacchino Jacono (il sindaco che nel 1883 aveva fatto il primo tentativo d’istituire una Scuola Tecnica) ad aiutare il Comune, donando in contrada Rosario, alla fine di via Firenze, 5.000 mq di terreno. Il Consiglio, nella seduta del 12 maggio 1915 accettò la donazione. A quanto ne sappiamo, la Regia Scuola cominciò il suo cammino nell’anno scolastico 1914-1915. Il nuovo istituto si radicò bene nella vita scoalstica cittadina, subendo vari cambi di denominazione man mano che la legislazione nazionale precisava i compiti e le funzioni delle scuole professionali. Da quel che compare nelle deliberazioni consiliari, nel 1923, quando si propose di intitolarla al defunto on. Evangelista Rizza, l’istituto era chiamato “Regia Scuola Popolare per Arti e Mestieri”. L’intitolazione a Rizza non andò in porto, perché il governo Mussolini non rispose mai. Il 10 aprile 1926, la scuola risulta avere ancora una volta cambiato denominazione in “Regia Scuola d’Avviamento al Lavoro”. L’istituto, che dovette cedere a fine 1939, undici vani del pianterreno alle ritornate elementari perché nelle Scuole Nuove fu ospitato un contingente di truppe, per cui 11 vani del pianterreno furono riassegnati alle scuole elementari. Altri vani del pianterreno furono poi assegnati anche nuovo Liceo Scientifico (nato nel 1939-1940) e nel 1944 alla nuova istituita sezione staccata del Liceo Classico di Comiso.

Nell’a.s. 1947-1948 la Scuola Tecnica Industriale con annessa Scuola d’Avviamento Industriale e sezione Commerciale aveva 260 iscritti (ne aveva avuti anche oltre 400 nell’immediato anteguerra), sistemati al primo piano dell’ex Monastero con i laboratori e i magazzini al piano terreno. Poiché però la situazione di San Giuseppe era esplosiva, con deliberazione n. 26 del 1° marzo 1947 si decise la “Creazione di un Istituto Tecnico Industriale governativo per periti meccanici-elettricisti”, presentando al Ministero competente l’istanza. Nel frattempo la denominazione era ulteriormente cambiata a Istituto Professionale. Con deliberazione n. 21 del 7 maggio 1947 “Costruzione edificio per la Scuola Tecnica Industriale” l’ing. Francesco Di Geronimo (progettista superstite dell’incarico del 1929) fu incaricato di rivedere il vecchio progetto presentato nel 1930, adeguandone i costi e riducendo l’estensione dell’edificio, allineandolo lungo la Firenze e lasciando così un’ampia superficie da destinare a piazza. Si utilizzò finalmente il terreno donato dalla famiglia Jacono-Rizza nel 1915. Dal 1° ottobre 1951 l’antica Regia Scuola d’Arti e Mestieri divenne in ultimo Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato (I.P.S.I.A.). Nicastro (op. cit.) scrive che la scuola si trasferì nei nuovi locali nel 1952. Nel gennaio 1956 la nuova piazza fu intitolata ad Antonio Gramsci e il nuovo istituto a Guglielmo Marconi.

15b).Le altre scuole tecniche.

Negli ultimi decenni sono sorte a Vittoria altre scuole per la formazione tecnica: l’istituto per Geometri e la Ragioneria, in nuovi edifici, ubicati alla fine delle vie San Martino e Como.

15c).La scuola elementare del Rosario.

Nonostante il trasferimento nel nuovo edificio di via Milano di gran parte delle classi elementari, la crescita della popolazione scoalstica impose di reperire nuovi locali. In un primo tempo, nel giugno 1952,  si era pensato di costruire 36 aule nei fabbricati a confine con l’ex Monastero di San Giuseppe, ma le case erano abitate e comunque i costi dell’esproprio sarebbero stati proibitivi. Successivamente il progetto fu diviso in tre, con la previsione di costruire 12 aule a Santa Teresa (area dell’ex Monastero, accanto alla Officina Elettrica Municipale), 12 ai Cappuccini e 12 nell’area dell’ex Stazione Radio. Il plesso, in seguito denominato del Rosario, risulta ultimato nel 1956 ed iniziò la sua attività nell’a.s. 1956-1957, divenendo nel corso degli anni sede del IV Circolo Didattico. Costruita la nuova scuola elementare intitolata a Gianni Rodari, la sede del Circolo Didattico si spostò nel nuovo edificio ed il plesso Rosario fu ampiamente ristrutturato negli anni ’80 (progettista l’ing. Salvatore Nicastro).

15d).La chiesa del Rosario.

La chiesa sorge all’angolo tra le vie Vicenza e Fratelli Briganti, su un pezzo di terreno acquistato da mons. Salvatore Gurrieri e fu realizzata su una struttura preesistente, già sede parrocchiale dal 24 giugno 1956 . A questo piccolo edificio, nel 1963 si affiancarono un saloncino parrocchiale, la canonica e due aule per il catechismo, lasciando libera un’area di circa 200 mq per la nuova chiesa, i cui lavori poterono iniziare nel maggio 1971 e terminarono nel giugno 1976 .  La struttura, in cemento armato a faccia vista, fu progettata dagli architetti Giuseppe Areddia e Ernesto Coppo ed è stata recentemente definita «un peculiare esempio di architettura moderna che presenta importante carattere artistico». Particolare rilievo artistico assumono i mosaici vetrati eseguiti dallo scultore Domenico Girbino (Bronte, 1935), un crocifisso in bronzo opera di Giuseppe Micieli (Comiso 1921-??) e una Via Crucis con formelle realizzate dallo scultore Sebastiano Messina (Scoglitti, 1951). Nella chiesa è custodito anche un antico quadro della Madonna di Pompei o del Rosario, prima a San Vito.

15e).Il cinema Golden.

Di proprietà della famiglia Gambina, veri e propri pionieri del cinema a Vittoria , il cinema Golden (oggi Multisala)  aprì i battenti il 25 gennaio 1970 e da allora è stato importante centro di cultura cinematografica, con la nascita di un vero e proprio Circolo del Cinema e di un Cine Club d’essai.

15f).I nuovi quartieri oltre la via Milano. La chiesa della Resurrezione.

Tra la via Milano e la via Giacomo Leopardi, la via Bixio e la via Giorgio Amendola sono sorti nuovi quartieri. Al loro servizio, recentemente è stata costruita una nuova chiesa, dedicata alla Resurrezione, inaugurata nel 2013.

16).L’area dell’ex Telegrafo, lo stradale per Gaspanella (antica contrada La Bruca) e l’Arciarito.

La parte di abitato dalla via Adua in giù è chiamata quartiere Talafuni, dal telegrafo che vi fu impiantato ai prim del secolo. La Stazione Ricetrasmittente della Regia Marina Militare nacque infatti durante la guerra di Libia, a fine del 1911 nella contrada Rosario, su una superficie di mq. 11.547, di proprietà degli eredi di don Ferdinando Jacono ed in particolare del nipote Vito Rizza, figlio dell’on. Evangelista . Si trattava di un ponte radio tra la Sicilia e la sponda africana conquistata. Il terreno aveva forma rettangolare ed era delimitato a nord dalla strada provinciale per Gaspanella  e Alcerito . Grazie alle scoperte di Guglielmo Marconi, erano state impiantate in Italia tre stazioni telegrafiche senza fili; quella di Vittoria fu la quarta. Serviva ad assicurare in tempo reale i collegamenti con la flotta impegnata nelle operazioni belliche. La Stazione, che dalla sua costruzione, come si è detto, fece chiamare “Talafuni” la zona e poi il quartiere che vi sorse accanto, era formata «da una caserma ad un sol piano, di pianta rettangolare (m. 30×12) con quattro ingressi e due corridoi» (La Ferla). Vi erano anche altri locali distaccati dal corpo centrale, per usi vari . «L’immobile, immerso in una vasto giardino ben curato con piante ornamentali, eucalipti e mandorli, era recintato da un muro a secco di circa m. 200×50, alto oltre  2 metri…Due torri in ferro con larga base quadrata alte 30 metri…che portavano in sommità le antenne con fanali a luce rossa fissa, costituivano la struttura tecnica più importante e ben visibile anche da molto lontano. L’energia elettrica necessaria era prodotta da un potente macchinario elettro-generatore, ma c’era anche l’allaccio alla rete pubblica; esistevano 4 macchine telegrafiche Morse, di cui una di riserva…». Venti erano gli addetti, tra militari e civili. La Stazione funzionò fino al 10 luglio 1943, quando fu occupata e poi smantellata dalle truppe americane. Saccheggiata e danneggiata, fu utilizzata come alloggi per famiglie senza casa. Nei primi anni ’60 fu concesso al Comune, che ne usò un angolo (mq. 49) per ampliare la via dell’Acate; successivamente, fino agli anni ’70, i locali furono utilizzati per servizi all’infanzia e poi, ormai fatiscenti, agli inizi degli anni ’80 furono abbattuti. L’area in seguito fu utilizzata per la viabilità (mq 228 per la via Giombattista Jacono; mq 1732 per la via Adua ed i parcheggi) e per  attrezzature sportive (mq. 3.180 per campetto di calcio e spogliatoi). Degli oltre 8.000 mq. residui mq. 7923 sono vincolati nel P.R.G. ad “attrezzature pubbliche per l’istruzione (scuola materna ed asilo nido)” e mq 277 a strade.   

box.La viabilità antica.

Come si è detto, l’antica strada per Gaspanella serviva come via diretta da Chiaramonte per scendere alla marina, andando a sboccare nella regia trazzera che da Scoglitti si dirigeva verso Terranova. Essa era al centro di una fitta rete di vie e trazzere che attraversavano Boscopiano. All’altezza della Senia, una traversa si distaccava dalla trazzera di San Giuseppe lo Sperso (che partiva direttamente dal centro abitato) e andava verso il Rosario, dove si immetteva nella strada di Gaspanella che proveniva da Pozzo Bollente. Dopo il Rosario, la strada raggiungeva la contrada Surdi , poi Fanello , Pozzo Ribaudo e proseguiva per l’Arciarito e la contrada Albanello. Da Gaspanella partivano anche altre diramazioni verso Sughero Torto (che poi si innestarono nella nuova strada rotabile per Scoglitti, ultimata nel 1838).

Oggi, nelle contrade Fanello, Surdi e Pozzo Ribaldo (o Ribaudo) sorgono tre importanti strutture:

il IV Circolo Didattico “Gianni Rodari”, inaugurato nel 1982, con un grosso insediamento di edilizia popolare (Fanello), il Mercato dei Fiori (in contrada Surdi) ed il nuovo Mercato Ortofrutticolo (Pozzo Ribaldo). Tra queste due strutture commerciali è nato un nuovo quartiere di edilizia residenziale.

16a).Il Mercato dei Fiori.

Continuando lungo lo stradale, in una zona chiamata un tempo “Surdi” (contrada d’Indovina, dal cognome dei primi enfiteuti, tra i quali il primo nataio di Vittoria, dal 1614 al 1629). Nella contrada, estesa 33 salme, tra Sette e Ottocento vi possedevano terre le famiglie Catalano, Mangione, Lio, Biazzo, Cicerone etc. ed anche la Venerabile Cappella di Santa Maria del Monte Carmelo in San Giovanni. Oggi vi sorge il Mercato dei Fiori, destinato originariamente ad ospitare il nuovo mercato ortofrutticolo (deliberato sin dal 1960), per toglierlo dalle strettoie di Piazza “Giacomo Matteotti”, dove rimase fino al 1961. Ma la realizzazione della struttura tardò e quindi nel 1962 si decise di ubicare “provvisoriamente” il mercato nella contrada Terrepupi, in strutture precarie di lamierino (oggi via Giuseppe Di Vittorio).

Box.Le produzioni ed il paesaggio agrario nella storia. L’invenzione della serricoltura.

Sin dalla fondazione, nelle campagne della nuova Terra furono impiantate colture specializzate. Nella valle del fiume di Cammarana, sin dalla fine del Quattrocento, sono attestati “giardini” cioè agrumeti  e fibre tessili (canapa, lino, orbace) nelle zone irrigue dette appunto “Cannavate” dalle coltivazioni di canapa. Ma la nuova Terra di Vittoria nacque soprattutto per produrre vino e lo sviluppo del vigneto fu subito travolgente  (vedi box par. 2..). Vittoria nacque per mettere a coltura le terre rimaste fino ai primi del Seicento non toccate dalle censuazioni della seconda metà del Cinquecento. A poco a poco, nel corso dei decenni, le grandi contrade dette Giummarito e Scalunazzo furono spezzettate in decine di nuove denominazioni e piantate a vigne, frumento forte, tumminia  e cicirello, olivi e carrubi, mentre nelle terre della valle si sviluppavano ulteriormente le fibre tessili, l’orzo, gli agrumeti, la produzione di giurgiulena (sesamo), scerba (soda) e a metà dell’Ottocento il riso, nelle terre della Buffa e della Salina. Nelle chiuse e fra le viti, furono piantati numerosi alberi da frutta. A fianco degli antichi melograni della valle furono impiantati numerosi alberi di fico, noce, mandorlo, pero e nel 1748 comparvero anche ortaggi seccagli in contrada Surdi e i primi fichi d’India (ficupali) a Fanello. Testimonianza indiretta della rinomanza di Vittoria nella produzione di ortaggi è un componimento di mastro Natale Lo Gatto , risalente al 1667, in cui si osannano i cetrioli prodotti a Vittoria…Altre produzioni attestate nella documentazione sono: la seta (solo nella prima metà del Seicento), prodotta dai bachi nutriti con foglie di gelso e lo zucchero, prodotto nel grande impianto di Bosco Rotondo, nelle terre poi dette Cannamellito (vedi par. 1…).   

Per quanto riguarda il vino, si può parlare di cerasuolo solo dagli anni ’50 del Novecento  (vedi box par…)

Dopo la gravissima crisi della fillossera, iniziata nel 1886 e durata per anni, con la distruzione quasi totale del vigneto vittoriese, la monocoltura fu spezzata e cominciarono ad essere introdotte altre coltivazioni. La prima ad essere introdotta e ad avere avuto un destino fortunato, al punto da farne quasi il simbolo di Vittoria, dopo il vino, fu il pomodoro. Di esso non c’è traccia prima degli anni ’90 dell’Ottocento. Per l’esattezza, Orazio Busacca nelle sue Effemeridi parla di pomodoro prodotto a Vittoria solo dal 1893, venduto nel mese di giugno di quell’anno e di estratto di pomodoro (venduto nel magazzino della Società Operaia di Mutuo Soccorso nello stesso anno), di cui però ignoriamo la provenienza . Le prime terre in cui fu impiantato il pomodoro furono quelle della famiglia Denaro  in contrada Anguilla, da dove poi si diffuse in tutta la fascia costiera, soprattutto dagli anni ’20 del Novecento. Però già negli anni Dieci del Novecento a Vittoria operava “La Camarina”, industria di trasformazione del pomodoro e di pesce azzurro sotto sale e sotto olio (verificare). Ne 1935-1936  in provincia risultano impiantati a pomodoro 915 ettari, con una produzione di 164.000 quintali, seconda solo a quella agrigentina. Quasi tutta la produzione è concentrata a Scoglitti (Anguilla e Lucarella) e nello Sciclitano. Man mano che il vigneto declinava, specie lungo la fascia costiera e poi anche nell’interno, oltre alla coltivazione di pomodoro, se ne erano sviluppate altre (fagiolini, piselli, sedani, carciofi), chiamate tutte insieme “primaticci”. Il loro ulteriore sviluppo negli anni Cinquanta fu dovuto alle lotte del movimento contadino guidato dal Pci e dalla Cgil, che riuscirono a imporre -tramite il famoso “imponibile di mano d’opera- grandi miglioramenti fondiari, con duri scontri di classe e forti scioperi, che portarono alla formazione di una piccola e piccolissima proprietà contadina, fatta di ex braccianti e compartecipanti.

A modificare ulteriormente la situazione fu un evento atmosferico imprevedibile: le terribili gelate del febbraio-marzo 1956, che distrussero vigneti e primaticci, gettando sul lastrico migliaia di produttori e di braccianti, ma causando anche un acceso dibattito sul che fare. E una delle soluzioni proposte fu un sistema di copertura delle produzioni con materiali vari. Accanto ad un esperimento in c.da Lucarella -mi pare dei fratelli Areddia-, con 1.200 mq coperti nel 1958, nel 1959 si arrivò a 2.400 mq. Protagonista primo fu un ex bracciante, di nome Pietro Gentile (1912-1971) che, venduta la casa, acquistò un pezzetto di terra a Punta Secca e vi impiantò una serra artigianale, costruita in legno e fogli di plastica (polietilene), come quelle che aveva visto assieme ad altri amici e compagni braccianti ad Albenga in Liguria (così mi raccontò un altro protagonista, Giovanni Di Stefano), raccogliendo pomodori a Pasqua del 1959, una cosa mai vista all’epoca, quando occorreva aspettare giugno per avere il pomodoro. Il suo esempio fu poi seguito da tanti altri piccoli proprietari, mentre subito la politica capì l’importanza dell’evento, con la presentazione all’Ars di una prima proposta di legge per l’erogazione di contributi. La proposta, presentata dall’on. Rosario Jacono (1925-2004) sin dal 1959, divenne legge nel 1964, e recò il nome dell’on. Feliciano Rossitto. Nel frattempo, nel 1962, un ulteriore passo avanti per il diffondersi delle coltivazioni in serra fu dato dal nuovo e più vantaggioso contratto di compartecipazione. Fu così che la serricoltura, in provincia, passò dai 2 ettari del 1961 ai 2040 del 1970, ai 3.000 ettari del 1977 e poi ai 3.601 del 1979 etc.

16c).Il Mercato Ortofrutticolo.

Città nata per creare la campagna e dalla campagna creata, sin dall’inizio Vittoria ebbe bisogno di spazi per il commercio. Per tutto il Seicento, l’area che ospitò le botteghe fu quella della piazza oggi Ricca, poi dopo la costruzione della nuova chiesa di San Giovanni a seguito del terremoto del 1693, le botteghe furono spostate nell’attuale Piazza del Popolo e nello spiazzo accanto alla chiesa della Grazia, di proprietà comunale (dove nel 1871 fu costruito il nuovo teatro) . Man mano però, parallelamente allo sviluppo del commercio, con l’addensarsi lungo le vie centrali (Cavour, Bixio, Cialdini) di numerosi negozi, fu avvertita anche l’esigenza di avere un mercato più grande e meglio organizzato, ma non si andò oltre la creazione della Pescheria nel 1912. L’affermarsi della produzione dei primaticci portò negli anni ’50 del Novecento alla nascita di un mercato ortofrutticolo nella Piazza Matteotti, in una situazione assai precaria. Già nel 1957 fu individuata l’area di contrada Terripupi, nel prolungamento di via XX Settembre e fino alla via Gen. Diaz, ma solo nel 1962 se ne acquistò il suolo. Nel 1966 si decise di costruire dei boxes in lamierino e nell’ottobre 1968 se ne acquistarono 32. La struttura di via Giuseppe Di Vittorio però, di fronte all’espansione delle coltivazioni seguite alla nascita della serricoltura nel 1959, apparve ancora una volta insufficiente e già nel febbraio 1968 il Consiglio Comunale approvò un nuovo progetto per la costruzione di un più grande mercato in contrada Surdi. La struttura, completata poi alla fine degli anni Settanta del Novecento, ritenuta insufficiente, fu destinata ad ospitare il Mercato dei Fiori, mentre già si era operato per costruire un nuovo grande mercato nelle contrade Fanello e Pozzo Ribaldo. La nuova struttura fu inaugurata il 7 marzo 1986, alla presenza dell’allora Presidente della Regione on. Rino Nicolosi.   

Lungo la via per Gaspanella, sorgono numerosi magazzini e consorzi, in una strada che può essere considerata una vera e propria area agro-industriale.

16c).Il grande baglio della Scaletta dei Ricca.

Lungo la strada per Gaspanella, all’incrocio con l’antica strada che da Scicli passando per Cammarana proseguiva verso Terranova, si estendevano le terre della Scaletta, appartenenti alla Contea e site a fine Cinquecento nel territorio di Chiaramonte. Della Scaletta abbiamo notizie già nel 1599 e nel 1612, quando le terre della Scaletta, Alcerito, Albanello e Suvaro Torto (per 309 salme) furono concesse in affitto al dr. Matteo Elia, di Chiaramonte. Pare però che questo dottor Elia (detto nei documenti in vario modo Lio, o Lia o di Leo o di Lia) abbia esteso parecchio i confini delle sue terre; pertanto, a seguito di una rimisurazione, il di più gli fu tolto. E questo di più nel marzo 1649 fu dato per tre anni in affitto a Filippo di Marco (1618-1679), ricco comisano residente a Vittoria. Si trattava di ben 215 salme di terra nelle contrade dette della Scaletta, Albanello, Acciarito, Suvaro Torto, appartenenti al feudo di Boscopiano per una gabella di 125 onze l’anno. In seguito, tali terre pervennero al modicano  don Giovan Battista Ricca, che nel 1696 le vendette per onze 1871 all’omonimo don Giovan Battista Ricca. Alle terre, estese per 294 salme con Suvaro Torto, era legato il titolo onorifico di barone, che da quel momento passò all’acquirente .  Il caseggiato consisteva «in diversi corpi officini e baglio» nel 1714, che nel 1748, nel rivelo di don Enrico Ricca, vengono meglio descritte come case di 12 stanze terrane, palmento, baglio, 5 stanze per gli operai, le stalle, una chiesuola dedicata a Santa Maria delle Grazie. In più si parla di una torre. Nella tenuta dei Ricca, coperta da grandi estensioni di vigneto, numerosi carrubi, sugheri etc. si coltivavano olivi e mandorle. In un documento di fine Settecento, e cioè il Rivelo Cenzuario (1769-1802), relativamente alla Scaletta, si parla di una contrada detta del Lambico, cosa che ci induce a pensare alla presenza di una rudimentale distilleria. Domenico Sestini, parlando del territorio di Mascali, dice che ci sono «poi da 60 Lambicchi di rame di capacità ciascheduno di Salme 6 a 12, e con questi si fa una gran quantità d’acqua vite, e dello spirito di vino, che si trasporta fuori Regno…». Non sappiamo se alla Scaletta ci fosse questa attrezzatura, però c’è un termine dialettale, diffuso anche da noi, che è derivato dall’antichissimo uso di alambicchi: allammicarisi (desiderare ardentemente e piatendo una cosa), un intensivo derivato da allammicari, “distillare col lambicco”, da llammicu, angoscia, struggimento: tutti derivati da quel processo goccia a goccia. L’alambicco era generalmente composto di tre parti: la cucurbita o caldaia, che si esponeva alla sorgente di calore e che conteneva il liquido da distillare; ad essa si sovrapponeva il duomo o capitello o elmo, per lo più di forma emisferica, da cui si dipartiva il condensatore, che poteva essere costituito da un serpentino immerso in acqua, ovvero di un semplice tubo raffreddato ad aria. Quelli di Mascali, di rame, dovevano essere grandi, per contenere da 6 a 12 salme e se Sestini pone a base la salma palermitana di 275 litri, un alambicco poteva contenere da 16 a 32 hl.

Oggi il grande baglio della Scaletta è abbandonato, ma meriterebbe, per il suo passato, di essere salvato e tutelato dal degrado e dall’abbandono. 

17).Le grotte tra storia, leggende e invenzioni…

Spesso si è molto fantasticato sull’esistenza, nel sottosuolo di Vittoria, di grotte e camminamenti e ce n’è traccia in alcune storie che si tramandavano nel passato di collegamenti sotterranei tra conventi e monasteri…Al di là delle ovvie stupidaggini, il primo che cercò di dare una visione generale della questione “sotterranea” fu Attilio Zarino , che nel 1977 descrisse quelli che per lui sono senza ombra di dubbio resti di grotte, camminamenti e siti  archeologici. In sintesi, queste sarebbero le maggiori emergenze da lui riscontrate:

  1)grotte sotto il viale Volturno (utilizzate fino al 1943 come rifugi antiaerei);

  2)grotte in contrada Celle e piazza Cappellini;

  3)grotte alla destra del Canale nell’Orto del Crocifisso: “rutta de’ scifazza o da cunziria”;

  4)Grotte Alte (sotto il Castello, i Magazzini del Conte e l’area dell’ex Monastero di Santa Teresa

      al di sotto della quale si apre la “rutta do curdaru o de carrina”

  5)grotte in via Palestro;

  6)grotte alla Villa Comunale; 

  7) grotte in via Fanti (ostruita nel 1834, Ferraro pag. 157).

Queste le grotte entro l’abitato; al di fuori, nel territorio, avremmo:

   8)“rutta de’ setti cammiri” alla Martorina;

   9)grotte lungo la strada per la Culorva;

 10)grotte lungo la strada per Cammira Aranci (di fronte alla stele di Fuschi)

 11)grotte lungo la strada per Santa Rosalia.

Questo secondo Zarino.

                                                                            ***

17a).Le grotte nei documenti.

In verità due toponimi, Grotte Alte e Celle, attestano che nei luoghi dove nacque Vittoria numerose cavità caratterizzavano le rocce a strapiombo sulla valle e lo stesso altopiano, come ci confermano anche i primi studi sui luoghi. Julius Schubring, nel suo Camarina   (scritto nel 1864 e pubblicato nel 1881) scrive infatti che «le pareti delle rupi sul fiume Ippari contengono molti antichissimi sepolcri a finestre (ddieri), in cui si dice essersi rinvenute ossa, vasi, anfore e lampe». Ciò ci porta a dedurre che si trattasse di antichi sepolcri, probabilmente risalenti all’Età del Bronzo, del tipo di quelli di Pantalica.

Il toponimo Grutte Alti compare nel 1604 nella relazione preparata da Paolo La Restia che, in merito al luogo migliore dove fondare la nuova Terra, scrive che il sito più adatto è «a Grutti Alte, sopra li iardini di Cammarana , loco eminenti in lo centro di Bosco Piano vicino di lo Comiso quattro miglia et lontano dal mare da sei oi setti miglia curto e propinquo di l’aqua di xomari molini paraturi et iardini, in lo quali loco ch’è anticaglia e dicono che in tempo fu casali…». Ancora nel testo per l’appalto del Castello (4 marzo 1607) si scrive: «Perché la S.ra donna Vittoria Colonna come matre, tutrice e balia del  Sr. Don Giovanni Alfonso Enriquez de Caprera Conte di Modica ha di fabbricare una nova Terra in lo territorio di questo Contato alla q.ta di Grutte Alte nominata la Vittoria conforme al privilegio che sopra ciò have ottenuto…». Il toponimo compare poi di nuovo nel 1623, e precisamente nel rivelo di Antonino Custureri (figlio ed erede di Paolo), nella denominazione Grutti auti seu lo molino , quindi sparisce dai documenti e ritorna solo nel 1748; poi non ce ne è più traccia (almeno nei documenti esaminati fino ad oggi). Sopra le Grotte Alte furono costruiti il Castello, i Magazzini e poi il Monastero di Santa Teresa. Di alcune di esse, inglobate nel Castello, si parla in un documento del 1643 quando, in occasione della venuta di Giovanni Alfonso nella Contea, su disposizione della moglie furono eseguiti lavori di ristrutturazione degli ambienti. A seguito di ciò la contessa sollecitava il pagamento «por aprecios de mi castillo y fabrica de algunas grutas por ración de nuetra venuda».

Le grotte sotto il Castello, oggi le uniche accessibili, furono usate come rifugi antiaerei dagli abitanti del quartiere durante l’ultima guerra.

Ma il toponimo Grotte Alte non è l’unica testimonianza antica. Nel rivelo del 1616 compaiono altre grotte in contrada Martorina, una delle quali potrebbe essere quella soprannominata de setti cammiri, ritenuta dagli studiosi (Pace, Messina) un casale rupestre. Alla stessa grotta a mio avviso si riferiscono altri documenti (vedi box).

Box.A rutta de’ setti cammiri.

Sulla “grotta delle sette camere” della Martorina, scrisse Biagio Pace in “Contributi camarinese” (1920): «…[essa] comprende una grande grotta ed alcune piccole, queste ultime tutte, ad eccezione di una, danneggiatissime. La grotta principale, scavata nella roccia calcare a lieve declivio, vien dal volgo chiamata “Grutta de’ setti cammiri” sebbene in realtà sia costituita solo da cinque vani. Vi si accede per una porta arcuata volta a N-NE alta due metri e larga 1,10, che immette in una prima stanza a volta prima alta m. 2,25. In questa stanza a sinistra sono scavate due nicchie…A destra di questo primo vano si apre la stanza B, ove esistono tre fornelli incavati nella roccia, essa prende luce da due sfiatatoi circolari aperti nella sua volta concava. Nello stesso lato destro in fondo e nel sinistro, si aprono le porte di entrata di altre tre stanzette delle quali l’E prende luce da un buco laterale. Sia la porta d’entrata che quella A e D sono fornite di sporgenze contro cui aderiva l’imposta; ai lati di quest’ultima porta, la parete fino all’altezza di un metro dal suolo presenta una sporgenza di cm. 20, servita certamente per posarvi utensili; sopra di essa nella parete, ed un po’ dapertutto in questa prima stanza, si notano molti graffiti danneggiatissimi dall’umidità, alcuni dei quali rappresentano una croce». In merito alla datazione, conclude Pace: «Sarebbe avventato voler dire se e quali di queste iscrizioni siano antiche, essendo molte di esse le firme di curiosi antichi e recenti che visitarono la grotta. Questa grotta, pregevole per la sua conservazione, è una di quelle abitazioni sperdute fra boschi e monti, che in Sicilia servirono di ricovero durante tutto l’alto medioevo a pacifiche famiglie d’agricoltori e di pastori». Questa l’opinione di Pace. Sull’uso della grotta in età moderna, alla notizia riferita dallo studioso comisano di una firma graffita a nome di tale Giovanni Russo in data 9 marzo 1689, posso aggiungere che essa nel 1659 risulta proprietà di don Carlo Leni. In un atto di vendita del 4 marzo infatti si parla di una «grutta in più corpi» nei pressi di un importante nodo viario costituito dalla strada che da Comiso portava ad Eraclea (Terranova) e la strada detta dei Vanellari, termine però da me corretto in Cavallari, cioè la strada percorsa dai soldati del corpo della Cavalleria istituita nel 1576 (e cessata nel 1636) per controllare le zone costiere; Cavallari però venivano anche denonimati coloro che portavano il pesce fresco dalla marina ai centri dell’interno.

Altre tracce di grotte sono contenute nei riveli. In particolare nel 1638 si fa riferimento ad una contrada chiamata Catodio Grandi (Croce?), che dai confini sembrerebbe essere in contrada Croce.

Sul significato di Catodio o in dialetto catoiu (catuoiu da noi) per Piccitto  è una «stanza umida, sotterranea», mentre Pasqualino  lo interpreta come ipogeo, cioè grotta…

Il toponimo Celle, riferito al complesso di grotte in gran parte distrutte dalla costruzione di viale Volturno, è invece attestato nel 1682, mentre quello di Cozzo dell’Oro appare nel 1714, seguito da quello di Betlem nel 1731 . 

a).Le grotte di Andrea Terranova.

Ma dell’esistenza di altre grotte nei pressi del nuovo abitato testimoniano anche alcuni documenti. Fra tutti, la relazione sul naufragio di una nave “turca” , avvenuto nel febbraio 1630 sulla spiaggia di Cammarana, in cui si narra che i 14 superstiti furono, per il timore della peste, portati a Vittoria e tenuti in quarantena «nelle grotte d’Andrea Terranova luogo fuor di questa predetta Terra», dove furono visitati dal medico «d’uno per uno con exactissima diligenza e l’have trovato tutti sani e gagliardi senza sospetto nessuno di morbo contagioso (che Dio ci guardi!) havendo doppo fatto bruggiare tutti quelli robbi e vestimenti ch’avevano li suddetti Turchi». Tali grotte, a quanto apprendiamo dal rivelo del figlio di Andrea Terranova, Vincenzo, erano nel quartiere di San Giovanni, quindi in pieno centro , anche se non sappiamo esattamente dove.

b).La grotta dell’Orto del Crocifisso.

Di un’altra grotta è cenno nella donazione di una salma di terra fatta nel 1680 da donna Anna e Focularo (moglie di don  Carlo Leni, quello che acquistò nel 1659 la grotta della Martorina), all’altare del Santissimo Crocifisso. La terra era in contrada Costa del Canale «presso la fonte o grotta dalla quale piove acqua in dette terre, confinante con la conceria o i ciaramidari…», nella zona oggi nota come Orto del Crocifisso (vedi par. 1 e 18…).

c).La grotta di via Fanti.

Che le grotte non fossero solo sul ciglio roccioso della valle, ma anche nell’interno è dimostrato dalla grotta di via Fanti, fino al 1864 chiamata appunto via Grotta, all’angolo con la via Magenta, della quale scrive La China: «Ov’erano le case un tempo…che trovansi a sinistra di chi viene dall’artico cortile inteso della Taccuna, esisteva sin ab antico, ed esiste ancora, uno sfondato, o meglio un luogo senza fondo, che dicevasi Grotte. Quando poi ultimamente si diede un assetto a tutte le vie della Città, e si demolirono i così detti bastioni, posti innanzi quelle case, nella parte anteriore delle Grotte vi s’innalzarono alquante colonne, onde trattenere le case soprastanti. Nessuno però in tal’occasione, volle internarsi in quello sfondato, perché ne sentia terrore e spavento. Esse Grotte, allo stato attuale, si mantengono invisibili, per esser chiuse da appositi muri. Ecco la ragion per cui, quella via venne un dì intitolata Grotta, oggi via Fanti». 

d).Le grotte dei Cappuccini.

Altre grotte note erano quelle «dietro il convento dei PP. Cappuccini» (Busacca), utilizzate nel 1855 per seppellirvi i morti del colera e poi evidentemente murate. Di queste grotte abbiamo un cenno anche nel registro dei defunti del 1729, in cui si parla di persone decedute «nell’antro sopra la selva dei Cappuccini» (Palmeri).

e).Le Celle di Betlem e le grotte di via Volturno.

Il complesso più noto era però quello delle Celle (di cui rimangono solo un paio di grotte sotto la via Volturno all’altezza della via dei Mille, usate negli anni scorsi per il presepe ma oggi completamente abbandonate). Le grotte furono in parte distrutte nel 1849, quando la collina fu sventrata per aprirvi l’attuale via Garibaldi (inizio della nuova strada per Comiso). Fu allora che si portò a San Giovanni la statua in pietra di San Giovanni che vi si venerava e che oggi si trova al Museo Diocesano. La parte residua, quelle lungo la via Volturno, quelle che nel 1899 avevano visto l’inizio della predicazione socialista del giovane Nannino Terranova (1880-1918), furono completamente distrutte e sepolte per la realizzazione di via Volturno nel 1960. Di una «grotta di Betlemme vicino le mura» parla un atto di sepoltura del 1765, quando un tale Silvestro Giannone di Scicli, 30enne, vi morì all’improvviso (Palmeri). Don Enrico Ricca vi voleva realizzare una sede per gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio accanto alla chiesa di Betlemme, su uno sperone roccioso, ma nel 1760 il governo vicereale glielo vietò . Oggi nella zona sorge la chiesetta detta di Santa Bernadette.

f).Le grotte nella memoria popolare. I rifugi antiaerei del 1940-1942.

Le grotte sotto l’allora Carcere e quelle delle Celle, le cave di Capitina lungo la strada per Santa Croce, di Carosone e di Pinnito (lungo lo stradale per Comiso) e le grotte dentro il Giardino pubblico (oggi Villa Comunale) furono tutte utilizzate come rifugi antiaerei naturali fino allo sbarco degli Americani nel luglio 1943 ma già sin dalla fine del 1940, si era provveduto a creare una rete di rifugi, in parte completati nel 1942: quelli della piazza sotto il Municipio, i camminamenti sotto il palazzo Gucciardello, quelli sotto la piazza Savoja oggi Giordano Bruno ed infine i camminamenti sotto la piazza oggi Sei Martiri, con ingresso dalla cosiddetta Fontana dei Leoni. Autore del progetto nel 1941 fu l’ing. Emanuele Amarù, sostituito poi per sua rinuncia dall’ing. Rosario Di Geronimo, quando ai primi del 1943 il Ministero dell’Interno ordinò che si modificassero i lavori ancora da realizzare, creando delle strutture tubolari. 

I più ampi rifugi erano quelli sotto la piazza, da cui si accedeva da due ingressi protetti: uno nei pressi del Municipio (all’angolo tra via Carlo Alberto e Rosario Cancellieri), l’altro sotto il Teatro Comunale. Secondo Emanuele Fiorellini  ai rifugi si accedeva anche dall’androne del Municipio e dal porticale del vicino palazzo Rio.

20).Rinvenimenti archeologici nel territorio di Vittoria.

Non è nostro compito in questa sede fare la storia di Camarina né delle scoperte archeologiche. Ci limiteremo pertanto ad accennare a tutto ciò che nel territorio di Vittoria è stato rinvenuto nel passato o in tempi recenti, considerando quasti rinvenimenti una specifica “eredità” dell’antica città a noi Vittoriesi…

Chi oggi percorra il tratto di strada dal cimitero di Scoglitti verso la foce, se vede davanti a sé il promontorio di Camarina, vede anche sulla sinistra un quartiere di case per le vacanze. Ma fino agli inizi degli anni ’60 del Novecento, la strada si fermava davanti al cimitero e da quel punto in poi si alzavano imponenti dune di sabbia, quasi un piccolo deserto, fino ad arrivare alla foce dell’Ippari. Dietro i Macconi di Cammarana, fino agli inizi del Novecento, c’era la grande palude, quasi congiunta -nei pressi del cimitero- con un piccolo lago detto Salito, di cui ancora oggi a metà della lunga spiaggia di Cammarana si può distinguere lo sbocco del canale di scolo costruito nel 1907 e che servì a prosciugarlo. Sullo Stagno Salito, tra il 1544 ed il 1554, scrive Fazello: «Dopo la foce dell’Ippari, a circa cinquecento passi, c’è un lago distante dal mare un tiro di pietra e alimentato dalle piogge; le sue acque si condensano a sale in piccoli pezzi». Aggiunge Schubring nel 1864: «V’era una seconda palude divisa dalla prima, ma non interamente…A questa seconda palude è dato nella carta il nome di Salito, forse perché di acqua salsa, siccome lo dice anche Fazello, giungendovi il mare quando è in tempesta. Questa palude, quindi, non ha nulla da fare col lago Camarina» (Camarina, pag. 58).  Dove oggi sorge il cimitero di Scoglitti, un tempo c’erano cospicue tracce della grande la necropoli settentrionale , datata da Paolo Orsi al VI-V secolo a.C.. I resti della necropoli erano visibili ancora al tempo in cui venne Fazello (vedi box), I resti della necropoli settentrionale furono poi saccheggiati dal principe di Biscari Ignazio Paternò Castello nel 1781 (vedi par…). Ma andiamo con ordine.

Box.La Camarina che vide Fazello.

«La città di Camerina, un tempo famosa per le sue ricchezze e la grandiosità dei palazzi, oggi è in rovina e non conserva nulla di integro delle antiche costruzioni tranne le fondamenta. Tuttavia Camerana, come è detta comunemente, mantiene ancora il nome con il solo cambiamento della ‘i’ in ‘a’, e mostra per tutto il suo perimetro -che era di circa un miglio e mezzo- rovine imponenti, sparse qua e là e in grandissima parte ricoperte di terra. Il litorale marino su cui essa si affaccia era abbellito dalla presenza di moli, oggi lesionati, che, poggiati anche sul fondo del mare e grandi più di tutti quelli ch’io abbia mai visto altrove, venivano a formare un porto artificiale. Ma nel 1554, quando venni per la seconda volta a Camerina per fare le mie ricerche, trovai questi avanzi spogli di tutti i segni di antichità, trasportati da lì nella cittadella di Terranova, e privati dei loro ornamenti».

20a).La palude, il porto-canale ed il sobborgo sulla collina oggi occupata dal cimitero di Scoglitti.

La palude di Cammarana fu completamente prosciugata nel 1907 per eliminare una notevole fonte di malaria. Il progetto del Genio Civile ridisegnò il corso dell’Ippari, rendendolo lineare, lungo le pendici della collina di Cammarana (nelle vecchie mappe catastali del 1937 è ancora indicato il primitivo corso, parecchio discosto) e lo irreggimentarono in modo da evitare che straripando ricreasse la palude. Fu così cambiato un paesaggio lacustre millenario, iniziando una trasformazione che si completò negli anni ’60 del Novecento con l’eliminazione delle grandiose dune di sabbia, dette Macconi di Cammarana. Come si è già accennato, l’antico lacus Camarinensis è chiamato «salina, palude e pantano, con i diritti di pesca » nelle Allegazioni di Barberi relative alla transazione del 1451 tra Giovanni Bernardo Cabrera e la Corte di Napoli . Fu però Tommaso Fazello, nel 1544-1554, a far ritornare la palude nella grande cultura del passato greco della zona. Così scrive infatti:

«Il fiume Ippari, circa cinquecento passi prima di gettarsi in mare, attraversa uno stagno, che ha un giro di due miglia, è formato da oltre venti sorgenti lì vicine e sta sotto una città chiamata alle origini Esperia; poi dagli antichi fu detto palude di Camerina, come si legge in Vibio Sequestre…

Ma benché questa palude una volta arrecasse parecchi vantaggi alla città, tuttavia spesso inquinava l’aria e la rendeva infetta. Per questo motivo una volta i Camerinesi consultarono l’oracolo di Apollo per sapere se conveniva prosciugare questa palude così dannosa alla città e ne ebbero questa risposta: “Non muovere Camerina”. Ma quelli, funestati spesso dalla peste, non riuscendo più a sopportare una causa di male che potevano eliminare, badando solo ai vantaggi immediati e non tenendo conto dell’oracolo, prosciugarono la palude e ottennero sì la salvezza desiderata, ma non molto dopo caddero in un guaio peggiore. Infatti, in quella parte della città che era prima impraticabile per la presenza della palude essi vennero praticamente ad aprire una via d’accesso ai nemici e Camerina, saccheggiata, pagò gravemente il fio di aver violato un obbligo religioso, sia pure di una religione falsa. Per ciò Virgilio dice nel 3° dell’Eneide: Et fatis numquam concessa moveri apparet Camerina procul . E Silio nel l. 14: Et cui non licitum fatis Camerina moveri .Da qui derivò anche, presso i Greci, un antico adagio: “Non muovere Camerina”, ormai noto a cisposi e barbieri . Quel lago esiste ancora ed è noto solo per la pesca di tinche e di anguille di ottima qualità» . Su questo brano riflette Biagio Pace, che nel capitolo dedicato alla palude e al porto del suo Camarina del 1927 così scrive:

«Nel suo estremo tratto, là dove si abbassa alla quota di m. 10, la valle dell’Ippari si slarga tra le colline che alla sinistra si chiamano del Piombo e alla destra di Castelluccio, Triesi [Teresi, n.d.a.], Niscescia. Quivi il fiume, arricchito di piccole fonti che il Fazello fa ascendere a venti, straripando d’inverno, ricopriva nell’antichità in misura diversa d’acquitrino e di erbe palustri l’ampia valle, nelle contrade dette della Buffa, Salina e Pantano, fin sotto la collina Camarinense, e al limite dell’orlo di dune sabbiose presso il mare. Era questo il “Lacus camarinensis”, la “patria palude” ricordata da Pindaro e da altri scrittori e fatta proverbiale da un motto antico…». Pace mette in dubbio che la città avesse patito una delle tante sue distruzioni per il prosciugamento della palude, ma non nega che una bonifica ci fosse stata. Continua infatti l’autore:

«Di questa bonifica le prove più eloquenti sono apparse durante i lavori di rettifica dell’alveo dell’Ippari, compiuti dal Genio Civile nel primo decennio di questo secolo…

Quasi sotto la cava di gesso venne allora riconosciuto un grande scarico di materiali architettonici d’ogni maniera, il quale comprendeva anche frammenti d’insigni terrecotte plastiche . “Sono -mi scrive l’Orsi- rulli di colonne e capitelli dorici di sagome e moduli svariati; basi ioniche; dei misteriosi pezzi simili ad enormi turacci di vini spumanti; pezzi di corniciature; metà d’una stranissima base di grandissimo cippo con zampe leonine che serrano dei fogliami d’acanto. Un materiale complesso e svariato che dal VI va al IV secolo”. […] Quel materiale che è stato rinvenuto nel letto dell’Ippari deriva pertanto, è vero, dalle macerie delle tante distruzioni della città; ma dovette essere, come pensa l’Orsi “raccolto e gittato alla rinfusa nel fiume, come per formare un repellente”, od anche, com’è probabile, per colmare gorghi della palude. Costituisce in ogni modo un documento appunto di bonifica», che Pace esclude possa essere avvenuto non a causa della distruzione operata dai Mamertini nel 275 a.C. o dai Romani nel 258 a.C., ma durante il IV secolo, per le caratteristiche dei materiali gettati.

«La bonifica o il prosciugamento antico se mai avvenne, con l’abbandonato regime delle acque andò in rovina, ed il Pantano di Camarana risorse, famoso per le sue tinche; e rimase fino ai primi anni del secolo presente, quando fu prosciugato interamente, restituendo la salute alla plaga già infetta. Questo Pantano constava di un tratto, verso mare subito dietro le dune, che restava sempre sommerso ed era propriamente detto il Pantano o Biviere grande di Cammarana; ma anche le vicine terre della Salina e in parte della Buffa spesso impaludavano nell’inverno. Un altro lago, salato dalle acque del mare che vi giungevano nei giorni di tempesta, rimaneva staccato dal primo a nord e si chiamava il Salito. L’Ippari, oggi, poveramente sfocia ai piedi della collina su cui sorse la città di Camarina. E prima delle bonifiche recenti era ancor meno vistoso. […] Senonché quest’aspetto modesto della foce non è certamente da riferire al periodo in cui Camarina esisteva, o almeno in cui essa fioriva. E’ stata opinione generale che la città avesse comunque un porto ed ancoraggio. […] Il Fazello allude chiaramente a grosse opere costruite, ai piedi della collina, nelle quali egli riconosce il porto. Egli dice: “Il litorale marino su cui essa si affaccia era abbellito dalla presenza di moli, oggi lesionati, che, poggiati anche sul fondo del mare e grandi più di tutti quelli ch’io abbia mai visto altrove, venivano a formare un porto artificiale. Ma nel 1554, quando venni per la seconda volta a Camerina per fare le mie ricerche, trovai questi avanzi spogli di tutti i segni di antichità, trasportati da lì nella cittadella di Terranova, e privati dei loro ornamenti”».

Nonostante il pensiero di Schubring, che negava l’esistenza di un porto, l’Orsi pensava all’esistenza di un canale navigabile che collegasse il mare alla palude, usata come bacino interno, ma non era sicuro di questa ipotesi per la scarsa profondità. ma Pace invece ne è sicuro:

«Il Columba ha messo in rilievo una preziosa testimonianza di Camillo Camiliani ,  ingegnere portuale il quale visitò le spiagge di Sicilia verso l’anno 1584 per incarico del viceré Colonna. Il Camiliani segnala alla foce di Camarina un “canale artificiosamente cavato e profundato nella rocca, che le galeotte possono accostarsi tanto dentro, che senza sbarcare possono comodamente far l’acquata, ed è di tanta abbondanza, che sessanta galere con prestezza ne posso pigliare il lor bastevole”. Per quanto l’aspetto presente dei luoghi ci lasci perplessi su qualche particolare -là dove per esempio si parla di roccia- non si può negare un valore decisivo a questa testimonianza, la quale ha avuto ora prove di fatto inoppugnabili. Nel tracciare il nuovo letto dell’Ippari, nell’inverno-primavera 1905, gli scavi misero allo scoperto, ad una certa profondità, per tutto il tratto a valle della cava del gesso, una grande quantità di conchiglie le quali attestanto indiscutibilmente che le acque qui erano assai profonde. In questo tratto s’avvistarono anche alcuni ruderi…Sono robustissime strisce di muro che muovono dalla ripa destra e s’internano dentro il letto attuale del fiume, che manifestamente segue l’antico. Queste strisce sono equidistanti l’una dall’altra circa 7 metri e costruite di robusti squadroni d’arenaria “giuggiulena” intrecciati di punta e taglio e con uno spessore medio di m. 1,40…la loro forma risulta “a pettine”…La forma “a pettine” sembra alludere, a mio parere, piuttosto chiaramente a panchine di caricamento…». I resti di un edificio rinvenuti a 150 metri a valle della cava di gesso, farebbero pensare ad una struttura collegata col porto. Pace ne deduce anche che in antico il corso del fiume era alquanto discosto dalla collina (cosa confermata dalle mappe catastali del 1937, che indicano il vecchio corso). «La scoperta di questi avanzi di opere portuali, conferisce speciale valore alla tradizione da me raccolta fra persone vecchissime del posto che, lungo la ripa destra dell’Ippari, esisteva fino a non molto tempo addietro -e giace forse ancora in parte coperta dalle sabbie degli altissimi macconi- tutta una rete di fondazioni di edifizi e di strade. Saremmo di fronte ad un vero sobborgo commerciale e marinaro, sviluppatosi in quella bassura a nord-ovest della collina camarinese, oggi invasa dai macconi. Di questo sobborgo o proásteion è indizio importante la necropoli scoperta nella breve terrazza a nord, oggi occupata dal piccolo cimitero di Scoglitti…». Dunque, dove oggi sorge il cimitero, sulla sponda settentrionale dell’antica palude, per Pace sorgeva un sobborgo di Camarina. Le intuizioni di Orsi, le riflessioni di Pace in merito all’esistenza del porto, più precisamente di un porto-canale, furono poi tutte confermate dagli scavi fatti dal 1958 in poi. Così leggiamo nel terzo volume di Camarina, guida didattica del Museo Regionale:

«La prosperità dei commerci della città di Camarina deve essere stata da sempre legata alla funzionalità del suo approdo principale. Le ricerche archeologiche condotte fino ad oggi permettono di affermare che per Camarina si debba parlare piuttosto di un porto-canale, un porto cioè che, grazie all’antica navigabilità del fiume, ne sfruttava l’ampio alveo. Ultimamente è stata riportata alla luce una poderosa struttura artificiale di protezione alle forti correnti che caratterizzano questo tratto di costa: si tratta di un antemurale lungo circa m. 300, sistemato, con orientamento Est-Ovest, in maniera perpendicolare alla costa. E’ questa, dopo la scoperta all’inizio del secolo di una serie di banchine portuali di caricamento e di altre tracce riferibili a depositi e a “emporia”, una ulteriore riprova dell’esistenza, oltreché del porto fluviale alla foce dell’Ippari, di tutto un quartiere portuale e commerciale suburbano, la cui necropoli di appartenenza sembra essere quella a Nord [presso il cimitero] di Scoglitti».

20b).La necropoli settentrionale ed i rinvenimenti archeologici.

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Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.