L’introduzione a questo lavoro risale al 2014. E’ quindi datata, ma il contenuto è sempre attuale.

Vittoria negli ultimi tempi -dopo che il suo ruolo politico è stato annullato dalla triste vicenda dello scioglimento dell’amministrazione Moscato per infiltrazioni mafiose- ha rischiato di vedere annullata anche la sua storia, la sua memoria, il suo ruolo in provincia e quello di nona città della Sicilia e di potenza economica e commerciale. Mai come in questo momento occorreva fare ricorso alla memoria. Per quanto mi riguarda spero di aver contribuito, per quel poco che posso.

                                                                           …

                                                                  Introduzione           

I Luoghi e la memoria vuole essere un Catalogo ragionato dei monumenti, delle opere d’arte e delle infrastrutture del vivere civile esistenti (ed esistite) a Vittoria e nel suo territorio. Per la prima volta, ho voluto realizzare un’opera che considera Vittoria ed il suo territorio come distretto culturale, con tutto ciò che c’è da sapere e vedere, comprese le principali attività economiche. Vittoria è stata intesa come museo all’aperto, con in più il fatto che si tratta di un lavoro in divenire (quello che in inglese si direbbe work in progress), le cui voci, organizzate in schede possono essere corrette, ampliate, precisate.

Oggi si parla molto di “bellezza” ed è giusto che sia così perché l’Italia è il paese della bellezza e responsabilità storica delle classi dirigenti dell’ultimo 50ennio è stata quella di abbandonare in parte al suo destino il patrimonio artistico, monumentale, documentario. E ciascuno ha le proprie responsabilità, anche a livello locale. Ma anche alcuni meriti, se è vero che negli ultimi decenni molti monumenti sono stati salvaguardati e recuperati. E l’obiettivo di queste pagine è proprio illustrare quella parte di bellezza che Vittoria ha ed aveva e di cui è necessario tramandare la memoria. Ho quindi inteso scrivere un’opera quanto più completa -da aggiornare continuamente, se necessario- su tutto ciò che di bello e di godibile c’è nella nostra Città. Comprese anche le moderne infrastrutture del vivere civile. Quindi non solo i monumenti, cioè chiese, conventi e palazzi, il teatro, ma anche scuole ed attrezzature ricreative, sportive ed economiche: tutto ciò che ci serve per vivere meglio. Certo, non tutto è bello, né può essere catalogato come “monumento” o opera d’arte, ma se serve alla collettività, se caratterizza la vita dei cittadini, se li educa (come ad esempio le scuole) o li svaga (il verde, le attrezzature sportive, i locali cinematografici) o è sede di grandi attività economiche (il mercato, l’Emaia, l’autoporto, l’aeroporto, il porto), merita di essere conosciuto, con l’augurio che in seguito possa diventare contenitore di bellezza e di opere d’arte.

Altra novità è la considerazione del “monumento” nel contesto urbanistico in cui si trova. Le chiese, i conventi, le piazze, le fontane, i palazzi, il verde, le scuole etc. non possono essere presi in considerazione a sé, avulsi dal contesto in cui si trovano costruiti e dalla storia che li ha generati. Ecco quindi l’esame del “contesto”, con il richiamo a ciò che c’era prima, spesso più bello dell’esistente, e di cui è opportuno ricordare la storia e le sorti. Ma Vittoria non vive nel deserto: è inserita nel cuore di Boscopiano, è il frutto della conquista delle campagne, di un territorio antropizzato da millenni, in cui esistono tracce di antichi insediamenti, che è opportuno conoscere, perché il presente non può prescindere dal passato. Per questo il mio lavoro dedica specifiche pagine al territorio, in special modo alla Valle dell’Ippari, per indicarne in sintesi la storia. Inoltre, spesso si sono messe in evidenza le potenzialità del “sottosuolo”, con la richiesta di sfruttare dal punto di vista turistico le grotte ed i camminamenti o gallerie riattati come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Al fine di inquadrare la loro presenza e definirne la consistenza, una parte del lavoro è stata dedicata alla “città sotterranea”, con un richiamo alla documentazione storica sulle grotte. Un’ampia parte è stata dedicata a quella che io chiamo “l’eredità camarinese”: non solo la grande cultura classica ma anche il patrimonio di storia e leggende che ruota attorno al promontorio di Cammarana, all’antica torre ed alla Madonna di Cammarana. E poi, un breve saggio sulla costruzione del “Comunello” di Scoglitti e cenni alla Scoglitti di oggi. Così impostato, questo Catalogo può quindi benissimo essere usato anche come un baedeker, una vera e propria guida turistica, arricchita però anche da approfondimenti storici (vedi ad es. i boxes sul vigneto, il cannamellito etc.). Un indice alfabetico dei committenti, dei mastri e dei maestri completa l’opera, ad indicare che la bellezza non è astratta, ma frutto della creazione dell’impegno e dell’ingegno di uomini in carne ed ossa. Laddove non ne conosciamo il nome, per indicare gli artisti abbiamo deciso di scrivere  “ignoto pittore” o “ignoto scultore”, ricordandone l’opera, avendo così finalmente un elenco degli artisti antichi e moderni che hanno arricchito il patrimonio culturale di Vittoria, dai residui quadri seicenteschi (il più antico dei quali è a San Giuseppe e risale al 1677) fino ad oggi. Spero di aver fatto una cosa utile per la cultura, la conoscenza e la tutela della porzione di bellezza che ci è toccato in sorte di avere. Sarò grato a tutti i lettori se segnaleranno gli immancabili errori, sviste, dimenticanze, in modo da apportare le correzioni.

                                                   Indice della Parte I                                     

1).Dall’antica chiesa di San Giovanni allo stradale di Forcone e a Boscopiano.

1a).La Ven.le Matrice Chiesa sotto titolo di San Giovanni Battista.

Box.San Giovanni o Santa Rosalia?

1b).La chiesa della Trinità.

1c).Il quartiere della Trinità oggi.

1d).Ville a Boscopiano.

1e).L’aeroporto nell’antico Cannamellito.

Box.L’industria dello zucchero a Vittoria (1641-1645).

1f).L’autoporto a Piano Crivello.

2).Piazza Enriquez ed il Festival del Jazz.

2a).Il Castello (ex Carcere già Museo Polivalente “Virgilio Lavore” oggi Enoteca Regionale).

Box.Breve storia del vigneto vittoriese.

2b).I Magazzini del Conte oggi sede dell’Archivio Storico Comunale.

Box.Dal Monastero di Santa Teresa all’Officina Elettrica Municipale.

2c).Sala del Consiglio Comunale, intitolata a Salvatore Carfì.

2d).La Sala per Esposizioni, intitolata a Giuseppe Mazzone.

2e).Le antiche case del Beneficio nella piazza del Castello.

3).La via Cavour da Piazza Enriquez a Piazza del Popolo.

3a)La basilica di San Giovanni Battista o Chiesa Madre.

3b).Le feste e la fiera di San Giovanni.

3c).Il Museo Diocesano d’Arte Sacra, in via Cavour 51.

3d).L’Oratorio della Congregazione del SS.mo Crocefisso ed il Venerdì Santo.

3e).Il vecchio Teatro in via Cavour. Altri palazzi notevoli

Box.Atto del 31 agosto 1674 (notaio Biagio Cannizzo).

4).La Piazza del Popolo ieri e oggi,

Box.La piazza nella prima metà Settecento.

4a).La chiesa ed il convento della Grazia.

4b).La Società Operaia di Mutuo Soccorso oggi “Ferdinando Jacono”.

4c).L’ospizio di Matteo Terranova, il Municipio ed il Memoriale della Pace.

Box.L’”ospedale” di Matteo Terranova nell’Ottocento.

4d).Il Teatro Comunale “Vittoria Colonna”.

4e).Il Monumento ai Caduti.

4f).La Sala “Emanuele Mandarà” (già Mercato del Pesce o Pescheria) in via Cialdini.

5).La via Bixio dalla Sala Mazzone alla via Milano.

5a).Il Giudicato Mandamentale poi Studio della Musica.

5b).La Piazza “Vittoria Colonna” o San Vito.

Box. La chiesa di San Vito: un vero e proprio scrigno perduto di opere d’arte.

Box. Benefattori della chiesa di San Vito dal 1623 al 1748.

5c).Palazzo Jacono-Rizza, oggi Palazzo di Città.

5d).Altri palazzi lungo la via Bixio.

5e).Antica Cancelleria Comunale (già casa Rio-Jacono, oggi Mastragostino).

5f).Altri edifici notevoli lungo la via Bixio.

Ecco come al solito, qualche “assaggio” del contenuto

3).La via Cavour da Piazza Enriquez a Piazza del Popolo.

Se qualcuno pensasse che non sia mai esistito un piano regolare di Vittoria sin dall’inizio, basterebbe guardare dal portale del Castello: sembra che l’attuale via Cavour sia generata dallo stesso edificio: dal Castello parte un lungo asse verso l’interno, verso occidente, verso Terranova. Ed anche i nostri antenati compresero che era così ed abbandonata a metà Settecento l’antica denominazione delle vie con i numeri ordinali , in base alla quale era denominata via Sesta, lo chiamarono Capo del Corso . In seguito, nel 1842, essendo la via dove sorgeva il vecchio teatro, fu chiamata via Teatro, quindi nel 1864 le fu dato il nome di Cavour, in onore di uno dei costruttori dell’unità italiana, assieme a Garibaldi (e Mazzini, in verità).

La via Cavour (fatta basolare da Cancellieri insieme con la via dei Mille, la via Bixio e la Garibaldi, nei tratti centrali) inizia da Piazza Enriquez, che per la sua conformazione elevata rispetto al piano stradale, non sembrerebbe una piazza, ma solo un tratto di via del Quarto, su cui si affaccia la notevole casa Terlato (all’angolo con la via Palestro), già sede del Giudice di Pace.

Il tratto di via Cavour dal Castello alla Piazza del Popolo mantiene ancora la basolatura in pietra di Ragusa, fatta fare da Rosario Cancellieri nel periodo della sua sindacatura dal 1879 al1882 (furono basolate anche le vie Bixio, Garibaldi e dei Mille).

Percorrendo la via Cavour dal Castello fino alla Piazza Vescovo Ricca (antico cianu di San Ciuvanni), si incontra una bella facciata in stile Liberty al n. 5 (casa ??).

Seguono poi due imponenti palazzi. Il primo a destra, al n. 27 è l’attuale Palazzo Azzaro-Calì (già Ricciardello o Gucciardello), con pregevoli decorazioni Liberty attribuite a Vito Melodia (1920) e pavimento decorato in pece e pietra locale.

Di fronte, sorge il Palazzo oggi Gucciardello (mutazione del cognome Ricciardello, secondo Palmeri), già Palazzo Leni Spadafora, meglio noto come Case della Corte o Casa del Conte o Casa Baronale, nella struttura attuale risalente al 1736. L’edificio fu assegnato nel 1832 al barone don Nicolò Leni di Spadafora in soddisfazione dei crediti vantati nei confronti dell’ultimo Conte di Modica, per somme prestate dal 1816 in poi. Nel catasto borbonico del 1851, il palazzo risulta censito a nome degli eredi di don Filippo Neri Leni: don Giombattista e don Rosario Leni, che possiedono appunto in via Teatro al n. 14 sei stanze basse, un piano nobile di 12 stanze ed secondo piano con una stanza . Secondo quanto scrive Ignazio Paternò, nella casa nel luglio 1860 si verificò uno scontro tra Nino Bixio e Giovanni Leni , a causa dello smarrimento di un tricolore, poi fortunatamente ritrovato. L’edificio fu usato come sede di scuole elementari sin dal 1936 e fino agli anni ’60 del Novecento. per lunghi anni. c)Magistrale (1937-1938 e poi fino agli anni ’50)

d)Liceo Scientifico (1939-1940), poi subito trasferito altrove.

Nel 1939 ospitò le prime classi del Liceo Scientifico (istituito in quell’anno scolastico) e del Magistrale (istituito nell’a.s. 1937-38), trasferito da San Giuseppe. Il palazzo ospitò anche il nuovo Liceo Scientifico statalizzato a partire dal 1960.

Ancora oggi è possibile ammirare all’angolo con la via Marsala una possente cantonera, mentre un’altra è a confine con il palazzo Jacono Roccaddario, che occupa tutto il prospetto davanti alla basilica di San Giovanni (oggi proprietà ??) e che chiaramente risulta addossato all’edificio, con l’occupazione di parte dell’antica piazza occupata da numerose botteghe (vedi oltre). A questa o all’altra cantonera sull’attuale via Carlo Alberto era addossata la torretta dell’orologio pubblico costruita nel 1633 (Raniolo 1990). Di fronte al palazzo Gucciardello, è il palazzo Bertone-Mazzarino al n. 39 (decorazioni pittoriche di Antonino Cannì di Ragusa) .

Il luogo dove oggi sorge la piazza, sin dall’inizio, oltre alle botteghe, era sede di abitazione. Nel fare il suo testamento, Antonuzo Garofalo, così faceva scrivere nel 1632:

«possiede un tenimento di case in più corpi cioè tre solerati [a primo piano] chiamati li palazzella, e uno terrano chiamato la cucina…confinanti con botteghe di Antonino Custureri, vie pubbliche ed altri confini». A seguire, altre due case terrane con accanto un casaleno, a confine con «botteghe di Antonino Custureri, baglio dello stesso testatore ed altri, una delle quali case è la stessa appartenente un tempo al fu Vincenzo Monello padrone del terreno dove al presente è fondata e fabbricata questa Terra di Vittoria»

La piazza, oltre che dalla chiesa, è dominata da Palazzo Ricca, oggi sede scolastica. Ma prima di dire qualcosa su questo edificio, occorre richiamare l’attenzione dei lettori sul ruolo della piazza. Distante duecento metri circa dal Castello, fu sin dall’inizio uno dei luoghi più importanti. Censito come quartiere già nel 1616, in realtà vi sorgevano quasi esclusivamente botteghe, in uno o più corpi, a volte con pileri e pinnata, cioè una sorta di loggiato, per mantenere all’ombra le merci esposte (e anche gli acquirenti). Ma il luogo era frequentato anche prima della fondazione, risultando nel 1604 già coperto di vigne (La Restia) e persino una masseria con baglio .  Nel 1616 vi erano registrate due botteghe, dove si vendeva lana, vino e formaggio. Man mano che la nuova Terra crebbe, aumentò anche il numero delle botteghe, passate a non meno di 11 nel 1623 (di cui ben quattro di proprietà di Antonino Custureri, figlio di Paolo), per la vendita di «formaggio, rechotti salati et oglio et altri cosi di mercantia», fra cui anche faldette, cioè le caratteristiche gonne lunghe del costume siciliano e vari altri tessuti. 14 le botteghe censite nel 1638 che, insieme con il grande fondaco di La Restia  (cui nel 1651 risulta annessa una posata, cioè una locanda), erano la prova di una forte presenza commerciale. Tra i prodotti venduti non mancava naturalmente il vino, di cui Vittoria era già forte produttrice, né sarde e tonnina salate. Con la costruzione della nuova chiesa, parte della piazza venne occupata e le botteghe furono trasferite più all’interno e sistemate in parte nel piano accanto alla chiesa della Grazia, in parte davanti al nuovo edificio dell’Ospidale dei Poveri Pellegrini voluto da Matteo Terranova nel 1679 ed entrato in funzione dopo la morte del figlio don Desiderio nel 1709. La piazza del mercato fu teatro anche di un assassinio, quello di Vito Jacono o lo Jacono, ucciso a scopettate nel 1665, probabilmente per errore.

A chi ai primi del Settecento, provenendo dal Castello si dirigesse verso la piazza, si presentava questo spettacolo: superata alla sinistra la Casa del Conte, con le sue imponenti cantonere, e il grande orto secco che con essa confinava, nell’immettersi nella piazza, poteva ammirare sulla destra un grande edificio in costruzione, cioè quello del barone Giovan Battista Ricca; al centro della piazza la mole della nuova costruzione della Chiesa Madre; alla sinistra la grande casa dei Custureri, che a lato della chiesa occupava un intero isolato e arrivava fino alla via per lo scaro degli Scoglitti (oggi dei Mille). Del palazzo del barone Ricca questa la consistenza nel 1714:

«…una casa grande solerata isolata a confine con pubbliche strada e piazza consistente nel quarto di sopra in undici stanze cinque mezzaline e nove di abbasso, alcune delle quali in fabbrica; una carretteria  a confine con case di Antonino Migliorisi e stalla del rivelante; una stalla con pagliarola a confine con magazeno del sac. don Francesco Migliorisi e carretteria del rivelante; due grandi dispense a confine con case di Antonino Migliorisi e di Giovanne Ricca; una piccola casa terrana a confine con case della Ven.le Cappella di Santa Maria del Carmine e strade pubbliche» (nel 1748 don Enrico Ricca vi possiede anche un giardino interno con aranci e melograni) . Negli ultimi decenni, il palazzo ha ospitato prima  il Liceo Scientifico, poi la Pretura ed oggi è sede del plesso intitolato ad Oliver Di Falco (con classi di scuola media ed elementari), appartenente all’Istituto Comprensivo San Biagio.

Quanto al grande isolato dei Custureri a lato della Chiesa Madre (lungo l’attuale via Carlo Alberto), nel 1748  era occupato da una casa in 49 corpi, con 2 magazzini e 3 cisterne (oggi vi sorgono le case: Scrofani-Palmeri di Villalba, palazzo Pancari oggi Rizza e un condominio moderno di proprietà Rizza, costruito su case già Scrofani-Pancari). Vendute nel primo decennio dell’Ottocento dall’ultima dei Custureri, donna Agata, ad uno Scrofani, le case così risultano descritte in parte  nel catasto catasto borbonico del 1851: in via Duomo oggi Bari risultano intestate al b.ne don Emmanuele Scrofani (1786-1858) una bottega al n. 122, sei stanze basse ai nn. 123-124, un secondo piano di due stanze ai nn. 123-124, quindi un piano nobile di quattordici stanze ai nn. 123-124, una stanza bassa al n. 125, un magazzeno al n. 126, tre stanze basse al n. 129, tre stanze solarate al n. 129, una stanza terrana al n. 131, mentre sulla via Ospedale oggi Carlo Alberto una stanza terrana al n. 24, un magazzeno al n. 25, stanza terrana al n. 26, stanza terrana al n. 27, stanza terrana al n. 28.

Una parte dell’isolato, a confine con l’attuale proprietà Palmeri di Villalba, pervenne poi al barone Francesco Salesio Scrofani e da questi ai nipoti Pancari. L’abitazione degna di nota è quella di proprietà oggi Palmeri di Villalba, che risulta ristrutturata dai coniugi Emanuele Scrofani e Concetta Jacono Roccadario nel 1883 secondo un progetto del dottore in Agraria Angelo Zironi (lo stesso che fece il progetto della casa della Madonna della Salute e collaborò con Eugenio Andruzzi a quello della chiesa del Sacro Cuore). Le volte dei salotti e del salone furono poi dipinte da Gioacchino Santocono, lo stesso che dipinse l’attuale villa Davide e la casa del sindaco Giovanni Porcelli Mazza. Oltre alle volte, pregevoli quattro pavimenti originali in ceramica di Vietri sul Mare, in Campania. 

Box.La piazza nella prima metà Settecento.

In verità la piazza in quanto tale è stata lentamente costruita, a cominciare dai primi del Settecento e fu una delle prime creature (di risulta però) del grande terremoto dell’11 gennaio. Lo spazio ha subito nel corso di tre secoli profonde trasformazioni e l’aspetto odierno è il frutto di una lenta e cangiante “costruzione”. Innanzi tutto nel nome: fu la “piazza” per eccellenza dai primi del Settecento, dopo che la costruzione della nuova Matrice nell’area dell’antica “piazza”, obbligò l’Università (cioè l’amministrazione comunale) a spostare verso occidente le botteghe commerciali spodestate dalla loro primitiva sede.

Nel centro della piazza, proprio dove oggi sorge il Monumento ai Caduti, sin dal 1629 (donazione calandra alla Grazia) è attestata l’esistenza di un pozzo di acqua sorgiva, interrato nel 1860 (La China). Nel 1714, nel piano accanto alla chiesa degli Osservanti (dove oggi sorge il teatro, lungo la via Garibaldi) sono registrate almeno tre botteghe (ma ce ne dovevano essere molte altre). Nel 1748 il numero delle botteghe risulta assai cresciuto: partendo dall’edificio dell’Ospizio di Matteo Terranova (lungo la via che poi sarà conosciuta come Carlo Alberto) si sarebbe ammirato il seguente spettacolo: al piano piano l’Ospizio, al di sotto, a piano terra, con apertura sullo slargo, si susseguivano ben 9 botteghe, con logge e pinnate,  fino al confine con la chiesa di Santa Maria dell’Assunzione (cioè fino alla via Garibaldi) ed altre 3 probabilmente sotto l’Ospizio lungo l’attuale via Rosario Cancellieri. Lungo l’attuale via Garibaldi,  nell’attuale isolato tra via Garibaldi, Cavour e Carlo Alberto (secondo La China casa di don Orazio Mandarà, nel 1748 dichiarata dalla nuora donna Biaggia Catalano) a pianterreno si aprivano 7 botteghe dammusate, nei pressi delle quali sorgeva l’aromataria  di don Francesco Catalano (all’angolo con l’attuale via Cavour). Sempre nella piazza, possedevano altre botteghe: la Venerabile Chiesa Madre (3), il Venerabile Monastero di Santa Teresa (1), la Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso (2 botteghe, una data in affitto a m.ro Giacomo Montagna, ad uso di scarparia, e l’altra a m.ro Carmelo Santangelo), gli eredi Giudice (3), il dr. don Nicolò Catalano (2?), Andrea Nicosia (3, in affitto, di proprietà del convento di San Francesco di Paola). Nelle botteghe si vendeva di tutto: dai panni e tessuti, al vino, al formaggio alle verdure alle ricotte sarde e tonnina salate.

In seguito, nel luogo occupato dalle botteghe Giudice, lungo l’attuale via Cancellieri, sorse il palazzo Giudice (poi conosciuto come Giudice Bennardo, dove oggi è la Banca Agricola Popolare), mentre accanto a poco a poco sarebbero sorte le malfamate e puzzolenti cianche  fatte ripulire da Cancellieri e poi tolte definitivamente.

4e).Il Monumento ai Caduti.

A colmare il vuoto centrale della piazza, dove fino agli anni ‘40 dell’Ottocento era in uso il vecchio pozzo (attorno al quale giravano i bordonari durante la festa della SS.ma Trinità, cfr. La China pag. 339), nel 1930 fu posto il Monumento ai Caduti. L’idea di onorare la memoria dei soldati immolatisi per la Patria nella fornace della Grande Guerra, fu suggerita dal Governo, già nello stesso novembre 1918 a tutti i Comuni, ma la cosa non fu di facile realizzazione a Vittoria. Nel mezzo si interpose la vittoria del blocco socialista, che nel suo internazionalismo e nella volontà di fare la rivoluzione come in Russia, non aveva alcuna voglia di realizzare l’impresa. Né ci fu tempo, perché la reazione della borghesia conservatrice vittoriese armò le squadre del nascente fascismo locale, che a prezzo di due omicidi , incendi, distruzioni e intimidazioni ottenne le dimissioni dell’amministrazione socialista, dopo appena 100 giorni. Nel primo anniversario della marcia su Roma, la nuova amministrazione guidata dal dr. Salvatore Gucciardello (??-1939), legato alla fazione pennavariana fece incidere la scritta “Ai caduti per la Patria” in una lapide in marmo (sormontata da una lampada votiva), che fu affissa nella facciata del Palazzo Municipale, all’angolo con la via Volturno (oggi Cancellieri) e poi spostata all’angolo tra la via Cancellieri e la via Cavour, dove ancor oggi si trova. La questione del Monumento ai Caduti fu ripresa dal nuovo sindaco Salvatore Ricca, che propose di finanziare l’opera a spese della comunità, visto che l’Associazione Nazionale Combattenti, che pure si era intestata l’iniziativa, non era riuscita a portare a termine l’impresa. Fu quindi imposto un sovrapprezzo di 50 cent. a chilo sulla carne, e si raccolsero le 90.000 lire necessarie a pagare l’opera. In effetti, il Monumento era pronto sin dal 1923, e lo aveva costruito lo scultore Salvatore (“Turillo”) Sindoni (1868-1941), che però non essendo stato pagato si rifiutò di consegnare il suo lavoro. La vertenza si trascinò per anni e si risolse solo grazie all’intervento dell’on. Pennavaria, sollecitato dal podestà Michele Maltese, con il pagamento di £. 80.000 all’autore. Il 4 novembre 1930, il Monumento ai Caduti di Vittoria (recante la statua in bronzo di un soldato sul campo di battaglia e in due lastre laterali i nomi incisi dei circa 500 Vittoriesi morti nella Grande Guerra), poté finalmente essere sistemato al centro della piazza. Diventato oggetto però di atti vandalici, nel 1964, eseguendo una deliberazione di Giunta assunta precedentemente, il commissario straordinario dell’epoca dr. Giovanni Guzzardi fece trasferire il Monumento alla Villa Comunale, in cima alla grande scalinata a lato dell’ingresso centrale. Lì il Monumento stette per ben 33 anni, fino al 1997, quando su pressione insistente dell’Associazione dei Cavalieri di Vittorio Veneto e del suo presidente dell’epoca, cav. Ernesto Cocuzza, fu riportato in Piazza.   

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.