Completo i cenni alle fonti documentarie relative al periodo 1607-1682 con le  “Donazioni e lasciti a chiese, altari e conventi”.

Riporto la premessa al testo:

«L’Archivio di Stato di Palermo conserva una massa immensa di dati sulla storia della Sicilia (e  quindi anche di Vittoria), che abbiamo utilizzato in minima parte per la ricostruzione della storia di Vittoria. Grande è stata però la mia sorpresa quando, in premessa al rivelo del 1682, ho trovato un gran numero di atti notarili, di cui non mi spiegavo il motivo. Poi, leggendo attentamente, mi sono reso conto che, al fine di escluderli dalla tassazione, l’autorità preposta al censimento, e cioè «don Carlo Guascone Cavaliero dell’Habito di San Giacomo de Spada e Commissario Generale del Terzo della Sargenzia di Scicli» aveva ordinato ai notai di trasmettere  «tutti li qontratti di venditioni, alienationi, transationi, donationi, et altri di qualsisia modo fatti di beni in persona di ecclesiastichi luoghi pij et altri qualsisia persone…».

I notai cui fu diretto l’ordine, che esercitarono la loro professione a Vittoria dall’ultimo censimento precedente (quello del 1651) e cioè dal 28 giugno 1652 al 28 febbraio 1682 e di cui esamineremo gli atti sono:

1) Gio. Battista Indovina (1652-1659);

2) Isidoro Occhipinti (1652-1670);

3) Giuseppe Mandarà (1657-1682);

4) Blasio Cannizzo (1662-1682);

5) Francesco Puzzo Carrubba (1673-1682);

6) Giacomo Ottaviano (1674-1682);

7) Teodoro Spada (1676-1682);

8) Gaetano Occhipinti (1677-1682).

Su otto ben sei risultano operanti nell’anno del rivelo, numero che è quasi quello attuale, con una popolazione che è di 14 volte superiore al numero del 1682, che risultò di 3.950 abitanti…

Grazie a quest’ordine, e allo zelo dei notai, il rivelo del 1682 ha smesso la sua aridità di nomi e cifre nude e crude, per farci apparire in tutto il suo spessore la vita quotidiana dell’epoca. Pur avendo come oggetto in massima parte vendite e donazioni e legati ad ecclesiastici e luoghi pii (chiese, altari, conventi), l’indicazione dei confini delle case, dei quartieri e delle contrade, la maggiore o minore importanza di chiese ed altari, ci illumina in maniera inedita sulla vita della città dal 1653 al 1682. La messe di notizie che è possibile raccogliere dai 234 atti notarili è immensa; a questi sono stati sommati altri 22 atti citati da Raniolo nella sua opera, 2 provenienti dall’Archivio di San Giovanni Battista (uno dei quali è l’atto della fondazione del convento della Grazia, risalente però al 1638), uno pervenutomi in fotocopia e riguardante la richiesta del quarto mulino nel 1666: in tutto dunque sono stati esaminati ben 259 atti notarili.

La povertà che a volte emerge dalla maggior parte dei riveli dei singoli capifamigliai è contraddetta dai dati contenuti negli atti notarili esaminati. In trent’anni risultano donate, vendute o comprate 135 case (con annessi 15 casaleni, 29 orti, 10 pozzi), 18 tenimenti di case, 38 botteghe, 27 fra dispenze e magazzini, 107 fra chiuse e giardini, ben 20 tenute di terre, 711 m.ra di viti (con 21 palmenti). Dagli atti notarili esaminati emerge un quadro di grande ricchezza, di pietà religiosa, forse di convenienza (i beni ecclesiastici non erano sottoposti a tassazione o, al limite, a tassazione inferiore) che, arricchito dalle donazioni e costituzioni di patrimoni di ecclesiastici porta alla luce aspetti finora del tutto inediti della realtà socio-economica dell’epoca. In questo saggio ci occuperemo dei lasciti a chiese, altari e conventi dal 1653 al 1682.

Le chiese e i conventi citati nel trentennio 1652-1682 sono:

1.La chiesa di San Giovanni Battista;

2.La chiesa di San Vito;

3.La chiesa e il convento della Grazia;

4.Sant’Antonio Abate;

5.San Giuseppe (il vecchio);

6.Il convento di San Francesco di Paola (l’ospizio);

7.La chiesa di San Biagio;

8.Chiese e conventi “esteri”.

1.La chiesa e gli altari di San Giovanni Battista.

Preciso che le donazioni sono distinte in donazioni alla chiesa in generale e donazioni a singoli altari (cosa che ci informa sulla presenza di determinati culti all’interno di una chiesa). A volte però capitava che i procuratori della chiesa acquistassero beni, come ad esempio in due occasioni. La prima risale al 31 agosto 1674 e riguarda l’acquisto di due magazzini che nel 1806 saranno ceduti al Comune in affitto e dove nel 1818 sarà creato il primo teatro a Vittoria (cosa che darà nome alla via Teatro poi Cavour). Il secondo acquisto importante fu quello di un giardino in contrada Cammarana (il cui atto però non fa parte dei riveli), proveniente dall’Archivio di San Giovanni Battista, gentilmente fornitomi in copia, che corregge la vecchia affermazione di La China  secondo la quale i procuratori della chiesa di San Giovanni avrebbero acquistato il 26 novembre 1682 la cosiddetta «chiusa della chiesa di Cammarana…da un certo Giuseppe Lo Castro…[per] onze 4.4.10 di censo…per il prezzo di onze 64.15». Un’attenta lettura dell’atto ci porta invece a constatare che La China sbagliò. L’atto riporta infatti la vendita nell’ambito dell’asse ereditario Marangio e situa la terra venduta nella contrada Cammarana (o cava di Cammarana), che si trova nel fondovalle nei pressi dell’abitato e non sul promontorio. Il giardino era stato comprato il 10 febbraio 1662 dal «defunto Francesco Marangio…[che] nel tempo di sua vita senza la facoltà di ricompra, ma ad ogni effetto, comprò dal chierico don Antonino Calandra…un giardino sito e posto…in contrada chiamata di Cammarana, confinante con altro giardino del compratore, giardino di Giovanni La Donzella Liberante di Ragusa, via pubblica e altri confini, soggetto questo giardino ad onze due e tarì quattro e grani 10 censali, rendali e annuali per il capitale, e per sorte principale in onze ventuna e tarì quindici con l’interesse del dieci per cento secondo la forma delle bolle delle prammatiche apostoliche e regali, dovuti alla Venerabile Chiesa di San Teodoro della Città di Ragusa, e anche in altre due onze censali, rendali ed annuali…per capitale e sorte principale di onze venti all’interesse del dieci per cento dovute ogni anno al sacerdote don Teodoro Sursenti di detta Città. Per il prezzo di onze quarantuna e tarì quindici…pattuito tra di loro…». Che si tratti dello stesso atto erroneamente attribuito da La China alla chiusa della chiesa di Cammarana è accertato dalla somma dei censi dovuti alla chiesa di San Teodoro (onze 2.4) e al sac. Teodoro Sursenti (onze 2) per un totale di onze 4.4.10, che coincide con il censo riferito da La China. Morto il Marangio, i procuratori della figlia Giustina (il nonno materno Vincenzo Lo Castro) e lo zio materno (Giuseppe Lo Castro) vendettero alcuni beni, fra cui questo giardino, per pagare le passività ereditate dalla nipote. Pertanto «…il predetto Giuseppe Lo Castro…senza speranza né facoltà di ricompra, ma, come si dice, a tutti passati…vendette e vende, e alienò e aliena…al reverendo sacerdote don Isidoro Gugliotta, al sacerdote don Giovanni Montalto, a m.ro Assentio Puglia e a m.ro Vincenzo Frazzetta di questa predetta Terra…come procuratori della Venerabile Matrice Chiesa sotto titolo di San Giovanni Battista…il detto giardino con una lenza di canneto, saie d’acqua, con alberi domestici e selvatici, ed altre comodità…in contrada Cammarana, confinante con giardino del sacerdote don Antonino Calandra, giardino della Venerabile Madre Chiesa sotto titolo di San Giorgio di Ragusa un tempo di Giovanni La Donzella Liberante della Città di  Ragusa, dal fiume della detta contrada, via pubblica ed altri…Soggetto a tarì quattro e grani dieci rimasti delle due onze tarì quattro e grani dieci…in ragione del 10 per cento…soggiogati alla Venerabile Chiesa e Confraternita di San Teodoro della Città di Ragusa con carta di riacquisto in qualunque momento…Per il prezzo tanto quanto detto giardino con lenza di canneto sarà stimato valere…». Notevole il cenno alle chiese di San Giorgio e San Teodoro, destinatarie di soggiogazioni da parte di enfiteuti ragusani venuti a Vittoria.  

Altre donazioni furono fatte:

a) alla Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso;

b) all’Altare della Madonna del Carmine;

c) al Venerabile Altare del SS.mo Sacramento.

Pubblico stralci dell’atto di donazione della terra all’altare del Crocifisso, per il grande interesse che riveste. Con atto n. 108 del 5 maggio 1680 «donna Anna Lena e Focularo moglie del dottor don Carlo Lena [o Leni] oriunda della Città di Licata e abitante di questa Terra di Vittoria…», presente il marito, «per la troppa devozione che sempre ebbe ed ha verso la devota e Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso esistente nella Venerabile Madre Chiesa…assegnò e assegna…concesse e concede a detta Venerabile Cappella…e per essa ai suoi procuratori e rettori presenti e futuri…ed essendo loro assenti io notaio per loro nome legittimamente stipulante e accettante

una salma di terre, come si dice, sbadata [cioè incolta] chiamata la Costa del Canale presso la sua fonte o grotta dalla quale piove acqua in dette terre, confinante con la conceria o i ciaramidari  di questa Terra, altri collaterali e altri confini. Tale salma di terre fu lasciata alla detta donna Anna dal defunto Gabriele Crespo suo primo marito in virtù del suo testamento negli atti del notaio Giuseppe Mandarà del 17 aprile 1671, al quale Crespo era stata concessa dai ministri del Patrimonio dell’Ecc.mo signore nostro il Conte di questa Contea di Modica per vigore di loro scritture alle quali si rinvia…

La quale assegnazione la prefata donna Anna fece e fa alla detta Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso e per essa ai suoi rettori e procuratori…ad effetto che dai frutti percepiti ogni anno debbano essere celebrate tante messe sia di domenica e nei giorni festivi sia in quelli feriali tanto davanti all’Altare di detta Venerabile Cappella, quanto davanti all’Altare dell’Oratorio o chiesa da istituirsi nel modo come infra ad intenzione della stessa donna Anna, le quali messe dovranno essere celebrate da un sacerdote cappellano e oratore da nominarsi da parte della detta donna Anna e dei suoi eredi…[fin qui il testo è in latino, da me tradotto; segue poi in italiano]

E perché detta salma di terre è sbadata et inculta et è di bisogno circundarla di muro opure defenderla con fossato e sipala, necnon è bisogno accomodare il condutto della grutta dove sforgia l’acqua in dette terre e se tanto bisogna farseli un stagnone, o gebbia opure una manca conforme meglio si potrà fare per beverare ditte terre o parte di esse per il che bisogna qualche spesa, per tanto la sudetta donna Anna, necnon detto dottor don Carlo Lena suo marito presente innante noi una simul et in solidum…s’hanno obligato, et obligano a detti rettori e procuratori di detta Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso abnuenti me notaro pro eis legitime stipulante spendere et erogare onze dieci del peso generale per fare le sudette melioramenti, e questa fra termine di anno uno da contarsi d’oggi innante, e tutto il resto che sarà bisogno per fare detti melioramenti si debbia pigliare delli primi introiti di detta salma una di terre, quale si debbiano boneficare del meglior modo che si possono tanto con piantare arbusti, quanto con altra cultura come meglio parerà a persone esperte, e parerà a detto rettore e procuratori di detta Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso.

E perché la sudetta donna Anna have havuto notitia che una persona devota have volontà di fare un oratorio seu chiesa segregata da detta Venerabile Cappella, benché pretende darla in cura alli sudetti rettori e procuratori e cappellano di detta Ven.le Cappella e confraternita del SS.mo Crocifisso e per potere fare detto oratorio seu chiesa bisogna fondarsi almeno una messa la settimana, pertanto la sudetta donna Anna vuole che nel caso si facesse detto oratorio o chiesa, dalli frutti di detta salma di terri si dovessi celebrare una messa la settimana in giorno di domenica dentro detto oratorio, seu Cappella dal cappellano eligendo come sopra, e tutti l’altri frutti da detta salma di terre debbiano restare per celebratione di messe innanzi detta Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso con conditione però che l’electione del cappellano di detta chiesa noviter erigenda sia di detto don Carlo o suoi heredi e successori in perpetuum, con altra conditione che nel caso che detta salmata di terra si meliorasse di modo che li frutti ascendessero alla somma di onze 12 l’anno in circa in tal caso di detti frutti se ne debbia far celebrare la messa in detta chiesa, seu oratorio li giorni di festa oltre a quelle delle domeniche come sopra s’ha detto, talmente che in detta chiesa seu oratorio noviter erigendo se li debbia celebrare la messa tutti li giorni di domenica e feste dell’anno et non aliter.

Etiam che li detti rettori e procuratori di detta Ven.le Cappella del SS.mo Crocifisso habbiano libera facoltà e potestà di poter concedere a censo emphyteutico o gabella ad longum tempus o pure altra concessione ad meliorandum la sudetta salmata di terra con l’intervento però e consenso et expressa volontà delli sudetti don Carlo e donna Anna o suoi heredi, e successori in perpetuum senza che fosse bisogno di qualunque dispenza o licenza tanto della Sede Apostolica quanto del Prelato o qualsivoglia altro superiore et non aliter nec alio modo. Qu[a]e omnia… Testimoni mastro Francisco Santangelo, Giuseppe Izzia e mastro Paolo Recca. Negli atti di me notaro Francisco Puzzo Carrubba pubblico notaro di Vittoria»…

L’importanza di questo documento è notevole. Da esso apprendiamo che:

1) il cosiddetto Orto del Crocifisso fu creato con questa donazione alla Venerabile Cappella e che prima la terra era semplicemente chiamata la Costa del Canale, nei pressi della cosidetta “conceria” e dei due “ciaramirari”;

2) tale stacco di terra era irrigabile a mezzo di acqua sorgiva che sgorgava all’interno di una grotta (l’abbeveratoio di cui si parla in altri documenti? oppure si tratta della grotta “da cunziria o de’ scifazzi”, cfr. Zarino, che la ritiene una catacomba?);

3) era intenzione di un devoto creare una nuova chiesa o Oratorio del SS.mo Crocifisso, a parte.

Interessante infine la testimonianza linguistica del testo. E’ come se i Vittoriesi del Seicento emergessero dal loro mutismo…

Per quanto riguarda la chiesa e gli altari di San Vito (di cui riporto donazioni dal 1623 al 1682) risultano quelle ai seguenti altari:

a) Altare delle Anime del Purgatorio;

b) Altare della Madonna del SS.mo Rosario (tra esse alcuni stacchi di terra poi nota come “Rosario”).

Relativamente alla chiesa della Grazia (rinvio alla monografia completa) abbiamo donazioni:

a) all’Altare della Madre Santissima dell’Immacolata Concezione;

b) all’Altare del SS.mo Purgatorio;

c) al Venerabile Altare, o Cappella di San Francesco d’Assisi sotto titolo di Santa Maria dell’Angeli.

Per Sant’Antonio Abate, un solo documento riguarda la chiesa, nella quale sin dal 1662 esisteva l’Opera degli Agonizzanti (La Barbera). Il 22 novembre 1680 «Vito Terlato alias Rosella… considerando…nel suo cuore la grandissima ingente e veemente devozione che sempre ebbe ed ha verso la Venerabile Chiesa sotto titolo di Sant’Antonio Abbate…, volendo…. la predetta devozione in parte in segni esteriore dimostrare e manifestare ai procuratori di detta chiesa…decise di fare il seguente dono alla stessa Venerabile Chiesa. Per questo oggi…dona alla Venerabile Chiesa… e per essa ai suoi procuratori…una casa terrana nel quartiere della stessa chiesa, confinante con casa dei coniugi Panascia, casa di Mario Civello, orto della detta Venerabile Chiesa, strada pubblica ed altri…».

Nello slargo del Castello (dove oggi inizia la via Bixio) esisteva la chiesetta di San Giuseppe (che in seguito divenne la chiesa del monastero di Santa Teresa (vedi monografia).

La chiesa (prima sepoltura nel 1648, in occasione della carestia, con alcuni “morti per fame”) era situata lungo la via che scendeva nella valle (attuale via del Quarto) e sorgeva nell’area oggi a fianco della Sala Mazzone (si conserva solo un ambiente con volta sotto il livello stradale).

Le donazioni verso questa piccola chiesa sono antiche e risalgono già al 1651, quando Angela Pricone vedova di Teodoro paga un’onza l’anno sui suoi beni.

Alla data del 30 luglio 1664, la chiesa possiede un orto a confine con fondaco e trappeto (lasciato da m.ro Francesco Hodierna al Convento della Grazia).

Con suo testamento del 18 novembre 1681, il chierico Natale Criscione «legò e lega…alla Venerabile Chiesa di San Giuseppe…un migliaro di vigna di quelle migliara quattro e mezzo…nella contrada dello Craparo…dalla parte della vigna di Giuseppe Carfì dove sono piantati alcuni piedi di albicocche [nel testo latino cricoparum, da cui il siciliano cricopu dalle nostre parti chiricuopu]…». Il ricavato della vigna dovrà essere impiegato dai procuratori, subito dopo la morte del detto testatore, «per la fabbrica della nuova chiesa da costruire…e questo per Dio e l’anima sua e perdono dei suoi peccati…». Interessantissima la notizia che già nel 1681 era prevista la costruzione di una nuova chiesa di San Giuseppe (che dai documenti prima risultò chiamarsi “di san Domenico”).

Per le vicende della chiesa, ospizio e convento di San Francesco di Paola, rinvio alla monografia. Qui mi limito a dire che la nuova istituzione (nata nel 1646) appare assai ben dotata di denari fin dall’inizio. Nel 1651 possiede onze 15 depositate presso Nicasio Marangio, procuratore del convento. Sono solo due i documenti tra il 1663 e il 1682 in cui si parla del convento dei Paolotti.

Il primo: «A 3 d’8bre X Ind. 1671. Francesco Marangio di Vittoria titulo donationis irrevocabilis inter vivos diede al Venerabile Convento novamente edificato in questa Terra di Vittoria sotto titolo di San Francesco di Paula migliara quindici di pianta di vigna con suoi arbori d’olivi et altri…in q.ta chiamata delli chiusi di Cutelli e della Dragonara, confinanti con vigni di m.ro Vincenzo d’Arduino, pianti di vigna dell’heredi del quondam Philippo Spinella et altri confini…». Si tratta del figlio di Nicasio, un giovane e sfortunato commerciante con Malta, morto assassinato nell’ottobre 1677 e i cui beni furono svenduti per pagare i debiti contratti col commercio con Malta.

Nell’atto n. 97 del 26 marzo 1678 relativo appunto alla eredità Marangio, il notaio afferma che dai suoi atti risulta che il suddetto Marangio doveva «inoltre al Venerabile Convento di San Francesco di Paula…un’incerta somma di denaro…depositata dai Padri di detto Convento appunto presso di lui…nel tempo di sua vita…». Non risulta dalle carte che i frati poterono riavere il loro capitale.

Relativamente alla chiesa di San Biagio non abbiamo donazioni. La prima sepoltura risale all’aprile 1654. Alla data del 6 settembre 1674, sappiamo che la chiesa aveva un orto e che al suo interno assai importante era l’altare della Madonna di Loreto, alla quale dal 1681 fu legata la terza fiera (Raniolo 1990).

Dagli atti però risulta la presenza di censi su terre in territorio di Vittoria pagati a chiese e conventi di altre città. Già nell’atto d’acquisto del giardino in contrada Cammarana da parte dei procuratori di San Giovanni Battista si parla di censi pagati alle chiese di San Giorgio e di San Teodoro di Ragusa Ibla. Negli atti annessi al rivelo del 1682 si rintracciano anche altre istituzioni.

Tra esse il più ricco appare convento di San Francesco d’Assisi di Comiso.

In effetti il convento già sin dal 1608 risulta in possesso di terre nella contrada detta “Mandra” o “Conca della Lenza” (corrispondente alla zona di San Francesco di Paola sul pianoro ma con tutte le coste fino alla valle). Nei nuovi documenti esso è citato nell’atto n. 90, del 5 dicembre 1670, relativo alla donazione di beni a don Giuseppe Ciancio. Andrea e Diana Ciancio donano infatti al figlio prete «un giardino arborato e terre sotto e sopra acqua…nella valle di Cammarana confinante… con terre del Convento di San Francesco di Assisi della Terra di Comiso…».

Nella donazione Scrofani (atto n. 185) del 20 febbraio 1682, il chierico don Giovanni Scrofani riceve dai genitori «…tre vignali circondati di muri congiunti e collaterali con alberi d’olive e carrube…in q.ta nominata della Cruci seu delli Mandri della Lenza [preciso che la contrada Croce era la collinetta dove oggi sorge la chiesa di San Francesco di Paola] confinante…con vignale del Venerabile Convento di San Francesco della Terra di Comiso e detti ovili nominati della Lenza…».

Inoltre «…due vignalotti…con alberi da frutto e non…in q.ta nominata di Cammarana…confinante con vignale del Venerabile Convento di San Francesco della Terra del Comiso…».

Altro proprietario di terre nel territorio di Vittoria è il convento di San Francesco di Assisi di Chiaramonte. E’ citato in cinque atti, tutti tardi. Solo nel primo appare diretto proprietario di terre, negli altri quattro sempre per il pagamento di censi per «diritto di proprietà o utile dominio».

Il primo è dell’11 settembre 1678 (atto n. 103), in cui  Antonia Sanzone dona al Convento della Grazia di Vittoria «…due salme di terra sbadate…in q.ta della Reina [poi Fondo Monaci] confinanti con terre del Venerabile Convento di San Francesco d’Assisi…».

Il secondo (n. 182) è del 16 luglio 1679. Don Giovanni Maria Giaquinta riceve dai genitori «…una vigna di due migliara…in q.ta Montecalvo…» soggetta a tarì 23 e grani sette dovuti ogni anno «al Convento di San Francesco d’Assisi della terra di Chiaramonte».

Il 14 giugno 1681 (atto n. 12) «Francesco Meli…del Comiso defacto vendio a don Mariano Modica del Comiso una vigna di migliara quattro nel territorio di Chiaramonte e q.ta di Fratijanni sogetta in tarì 12 di cenzo prezzo da pagarsi al Convento di Santo Francesco di Chiaramonte…» (la contrada Fratijanni è oggi chiamata Giardinello).

Il 15 giugno 1681 (atto n. 14) «Paulo Modica del Comiso defacto vendio a don Mariano Modica una vigna di migliara dui nella q.ta di Saccuni o Fratijanni…», soggetta al censo di tarì 6 da pagare al Convento di San Francesco d’Assisi di Chiaramonte.

Il 10 luglio 1681 (atto n. 15) «m.ro Francesco Crimona di Vittoria…donao al sacerdote don Giuseppe de Giorgi…una vigna nel territorio di Vittoria e in q.ta di la Colorva…Soscrive di pagare sopra detta vigna tarì 7.10 di cenzo al Convento di San Francesco di Chiaramonte…».

E’ così completato il panorama (allo stato delle carte in nostro possesso) delle proprietà ecclesiastiche nel territorio di Vittoria dal 1653 al 1682.

Pubblico infine le date delle prime sepolture nelle chiese dal 1609 al 1696. In generale le sepolture sono un indizio che la chiesa era completa e poteva ospitare defunti:

  1. Matrice Chiesa: dal 2 novembre 1609 (e fino al 23 maggio 1696);
  2. Matrice Chiesa nuova: dal 24 maggio 1696;

   2) Grazia: dal 7 febbraio 1619;

   3) San Vito: dal 1° settembre 1622;

   4) Convento di S. Maria di Iesu: dal 1° luglio 1635;

   5) Sant’Antonio Abbate: dal 2 giugno 1647;

   6) San Giuseppe (il vecchio): dal 12 dicembre 1648;

   7) San Biagio: dal 2 aprile 1654;

   9) Santa Rosalia: dal 1678;

 10) San Francesco di Paola (ospizio di via Magenta ang. Settimo): dal 1° agosto 1683;

 11) Santa Maria di Cammarana (sul promontorio, costruita sui ruderi del tempio di Atena: dal 28 ottobre 1683 (probabilmente però anche prima, ma nei registri parrocchiali di San Giovanni non risultano sepolture anteriori a questa data).

12) San Giuseppe (il nuovo): 5 gennaio 1695.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.