Il 15 agosto si celebrava sul promontorio di Cammarana la festa dell’Assunta, un culto di origine bizantina probabilmente introdotto sul promontorio nel XIII sec., testimoniato da Fazello nel 1544 e festeggiato fino ai primi dell’Ottocento con un palio. La chiesetta costruita sui resti del tempio di Athena era piena di ex voto marinari e fu distrutta da un incendio nel 1837. In seguito il culto fu portato a Scoglitti e fuso con quello della Madonna di Portosalvo, rappresentato da una statua mentre sul promontorio c’era un grande quadro raffigurante la Koimesis o Morte della Vergine. Alla fine di queste notizie: per piacere non chiamatela “Assunta di Kamarina”. Camarina (meglio con la “C” e non con la K”) fu città pagana e non ebbe mai madonne. L’Assunta va detta “di Cammarana”, nome del promontorio dopo l’età araba. Speriamo bene…

A completamento delle osservazioni di ieri, ricordo che al promontorio sono legate anche belle storie e leggende: una sui poteri miracolosi della Madonna di Cammarana (riferita da Serafino Amabile Guastella); l’altra sulla campana della chiesetta che, gettata dai “Turchi” in acqua durante un’incursione, suonerebbe dal fondo del mare a mezzanotte del 14 agosto (riportata dal demologo Giuseppe Pitré). Giovanni Consolino riporta anche un paio di detti popolari legati ad una leggenda di truvatura, che suonano pressappoco così: “cui si marita e nun si penti, pigghia la truvatura di Cammarana” (un po’ disperanti sul matrimonio, come si vede…). Virgilio Lavore infine arricchì le leggende del promontorio parlando del favoloso tesoro di re Cucco, racconto tardo e probabilmente legato ai rinvenimenti monetari nella zona a metà del Settecento, a seguito degli scavi (che sarebbe meglio definire saccheggi) fatti fare dal Principe di Biscari, che di monete e vasi tratti dalle necropoli attorno all’attuale cimitero di Scoglitti riempì le sue collezioni, oggi confluite nelle raccolte di Castello Ursino a Catania. Come si vede, un bel patrimonio folkloristico e storico, che in parte (si tratta infatti di cose diverse) grazie ad Arturo Barbante ed alle amministrazioni degli anni ’80-90 rivive a Scoglitti.

E’ inutile. Ci rinuncio. Poco fa su un sito giornalistico locale che si ripromette di seguire la settimana dei festeggiamenti di Scoglitti in onore della Madonna di Cammarana/Portosalvo, ho letto e riporto testualmente:

“Quello dell’ Assunta di Cammarana è un culto antico di molti secoli: gli studiosi fanno risalire le origini all’incirca al V sec. a.C. al periodo, cioè, della fondazione della colonia greca di Kamarima; dopo varie vicissitudini, subì una seconda distruzione dell’ anno, per mano degli arabi che avevano invaso l’ isola. Dell’ antica città rimase solamente l’acropoli ed i resti del tempio di Minerva sulle cui rovine venne edificato un tempietto dedicato al culto di Maria Assunta in cielo”

Ma chi sarebbero questi studiosi? Solo dei disgraziati ignoranti potrebbero far risalire le origini del culto al periodo della fondazione di Camarina, che così sarebbe la prima città greca ad avere abbracciato il Cristianesimo ben 500 anni prima della venuta di Gesù Cristo sulla Terra! Un bel primato, non c’è che dire! Ma chi scrive questi orrori? E possibile che nessuno li controlli? Ma che agenzia giornalistica è?

Dei tradizionali dolci per la ricorrenza del 2 novembre, oggi sopravvive solo il marzapane, detto “pasta reale” o pasta “Martorana”, dal nome del monastero palermitano dove venne confezionata ai primi del ‘300 e che era prodotto di lusso per ricchi e religiosi benestanti. Più popolari invece i cosiddetti “ossi di morto” e i pupi di zucchero, oggi quasi del tutto scomparsi. Qualcuno critica la celebrazione di Halloween, dicendo che è tradizione estranea alla nostra storia e alla nostra civiltà. Vero, ma si dimentica che le “tradizioni” si inventano ad un certo momento e diventano “tradizione” una volta che siano ripetute nel tempo. Come “l’invenzione” della “pasta reale”, di chiara origine araba. Fu infatti l’arabista Michele Amari (1806-1889) nella sua Storia dei Musulmani di Sicilia (vol. 7, pag. 918-920) a riconoscere fra i primi il lascito dell’età araba nella gastronomia siciliana. Assieme a sfinci, calia, cubbaita, nucatuli, tibu (cioè la mostata), zucca candita, il torrone di mandorle, noci e pistacchi etc. etc. (cui oggi occorre aggiungere anche le antenate delle cosiddette ‘mpanatigghi’ modicane, paste ripiene di origine persiana portate dagli Arabi in occidente, ovviamente allora senza cioccolata), c’erano anche «figurine e de’ castelli di zucchero e panforti finissimi e varie maniere di paste dolci…acconciate con vaghi colori…», dolci di lusso in uso fra le classi dirigenti del Cairo durante il Ramadan. Fin qui la notizia è generica, ma la probabile origine egiziana della nostra pasta reale è testimoniata da tre ricette appunto di origine cairota che possiamo leggere nel ricettario cosiddetto Magrebino, risalente al 1230 circa e tradotto dall’arabo dallo studioso spagnolo Ambrosio Huici Miranda (pubblicato nel 1966 e nel 2005). Eccole:

«413.Qahiriya (Cairota) fatta asciugare al sole

Si prendono mandorle tritate e altrettanto di zucchero bianco, si pestano in un mortaio di pietra o di legno fino a che si mescolino e si aggiungono chiodi di garofano, lavanda pestata e sciolta in acqua di rose e un po’ di canfora…poi si mette in amido sciolto liquido e si sistemano in una teglia o piatto grande e si lascia al sole, fino a che l’amido non sia secco.

414.Qahiriya (Cairota) detta al-sabuniya (a forma di pezzi di sapone)

Si tritano molto finemente mandorle e altrettanto zucchero e si aggiungono lavanda, chiodi di garofano, un po’ di canfora e muschio sciolto in acqua di rose; si batte il tutto in un mortaio di legno fino ad avere una pasta uniforme; quindi si fanno con l’impasto varie forme; si lascia un poco e poi si immergono in sciroppo di rose zuccherato e giulebbe assai denso e si tolgono; si reimmergono per la seconda volta e poi per una terza e si lasciano fino a che asciughi. E’ buono, degno di re; si faceva a Marrakuš.

461.La fakiya (la allegra) di zucchero

Si prende una parte di zucchero setacciato e una parte di mandorle tritate e si impastano con acqua di rose e come terza componente metti la tua mano nella pasta di mandorle e fai le figure che ti piace, se Dio vuole».

Mi pare quindi che l’uso di fare figure di pasta di marzapane sia chiaramente di origine egiziana e magrebina e che le suore della Martorana non abbiano fatto altro che riprendere una antica tradizione di dolci di lusso per il papa ed altri porporati, così come fecero dal 1305 in poi, secondo quanto riferisce Antonino Uccello.

p.s.: tra i dolci di sicura origine araba anche i cannoli (non la cassata, che è invece di origine italiana, anche nel nome, da caseum, cioè torta al formaggio, poi sostituito con ricotta), in uso però per il Carnevale. Ne riporto la ricetta:

«456.Cannoli (in ar. qananit, plur. di qanut) ripieni:

Si tritano mandorle e noci, pinoli e pistacchi molto finemente; si impasta fior di farina con olio e si fanno sfoglie sottili; si friggono in olio, si sbriciolano delicatamente e si mescolano con le mandorle, le noci etc.; nell’impasto si aggiungono pepe, cannella, cannella della Cina e lavanda, miele limpido quanto basta e pinoli interi, pistacchi tagliati e mandorle; si mescola tutto e si riempiono i cannoli fatti con il fior di farina.

Come si fanno i cannoli: si impasta il fior di farina con olio e un poco di zafferano e si fanno sfoglie sottili, arrotolali sui pezzi di canna e tagliali come li vuoi, piccoli o grandi, o lasciali, dopo che li avrai fritti, sulla canna; quindi si tolgono dalla canna e si riempiono con il ripieno ed agli estremi si mette pistacchio intero e pinoli, un pezzo su ogni estremità e si completa; e per chi li vuole con un ripieno di zucchero o mandorle tritate, saranno più buoni, se Dio vuole».

San Martino. A parte oggi il grave maltempo e il rammarico per i miei pini distrutti stanotte, dopo quegli altri abbattuti dall’ultima tromba d’aria mi pare nel 2013, è il giorno delle frittelle dolci e salate, fatte con pezzetti di sarda salata ma anticamente con tonnina salata (oggi assai difficile da trovare). Per noi sono “i frijteddi” ma il loro nome antico è “sfinci”, dall’arabo “isfinj” a sua volta adattamento del latino “spongia”. Le parole, come si vede, superano i secoli, le civiltà, le religioni. Cmq in Sicilia la sfincia o frittella fu diffusa dai nostri antenati musulmani (che lo si voglia o no anche Berberi, Egiziani, Siriani e Persiani sono nostri avi…), poi costretti alla conversione sotto i Normanni e in parte sterminati e i superstiti esiliati in Puglia da Federico II. Insomma le frittelle che mangeremo oggi sono un’eredità araba. Oltre che “isfinj” le chiamavano “zalabiya”, che erano fatte colando la pastella liquida in olio bollente. Decine e decine sono le varietà di frittelle che possiamo leggere nel ricettario detto Magrebino, del 1230 circa, condite variamente con miele o con zucchero, ma anche ripiene di noci, mandorle o pistacchi. Un’eredità di cui andare orgogliosi…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.