Dopo la prova del lavoro sui Conti di Modica Anna Cabrera e Federico Enriquez (che pubblicai tra il 1993 ed il 1995 in due versioni: una ridotta a puntate sul settimanale modicano “Dialogo” e l’altra -più ampia- in stampa), tra il ’95 ed il ’96 per il quotidiano La Sicilia scrissi alcuni articoli sulla storia della Contea. Nel volumetto digitale sono contenuti solo due articoli. Il primo contiene una sorta di botta e risposta tra me e il prof. Giuseppe Raniolo sulla data di nascita della Contea (per i modicani il 25 marzo 1296, per me invece il 5 o 20 giugno 1392, data della concessione a Bernardo Cabrera); il secondo è relativo ad un documento inedito pervenutomi dall’Archivo General de Simancas, sulla situazione della Contea nel 1549, che doveva servire a calcolare il valore del patrimonio in previsione di una eventuale permuta con altri beni in Castiglia. Fallita questa trattativa, dal 1550 furono assegnati oltre 1700 lotti di terra (Sipione).

Ecco i titoli:

1.Sulla data di nascita della Contea di Modica (dibattito col prof. Giuseppe Raniolo)

2.Uomini e città della Contea nel 1549

Ed eccone i soliti stralci:

1.Sulla data di nascita della Contea di Modica

E’ in atto un ricco dibattito su temi riguardanti la Contea. Mario Pavone ne ha messo in evidenza la tarda nascita concettuale, non anteriore alla seconda metà del secolo scorso, nell’ambito della storiografia. Ma quando nacque realmente la Contea intesa come unico organismo comprendente gran parte dell’attuale provincia di Ragusa?

Secondo il prof. Giuseppe Raniolo (vedi “La Contea di Modica nel regno di Sicilia”) essa sarebbe sorta il 25 marzo 1296, quando il re Federico III  concedette «le due Contee di Ragusa con Gulfi e di Modica con Scicli, assegnate da re Pietro I nel 1282 rispettivamente a Pietro Prefolio ed a Federico Mosca… a Manfredi Chiaramonte…», il quale era già signore di Ragusa per parte di madre (pag. 60). Raniolo deriva queste notizie dalle opere di Solarino e di Sortino Trono, che a loro volta hanno come fonte lo storico spagnolo Geronimo Zurita. In verità quest’ultimo nel passo citato (il par. XIX del libro V dei monumentali “Annali d’Aragona”, pubblicati nel 1562), parlando dell’incoronazione di Federico III a re di Sicilia, celebrata a Palermo il 25 marzo 1296,  si limita a scrivere che in quell’occasione furono armati più di trecento cavalieri, a cui il re concesse grandi «regalie e grazie, dando ad alcuni titolo di conte e barone, e ad altri diversi luoghi e castelli e feudi e importanti uffici». Quindi solo per deduzione si può affermare che quel giorno sorse la Contea di Modica.

E comunque, anche se il 25 marzo 1296 Manfredi Chiaramonte ricevette veramente l’investitura anche per Modica, possiamo lo stesso affermare che quel giorno non si costituì affatto la Contea di Modica (che risale forse al 1176), ma fu rinnovata solo una concessione di signoria regolata dal diritto feudale, come era già avvenuto per altri feudatari prima di lui, semplici usufruttuari del feudo modicano dato graziosamente dal sovrano di turno in dono provvisorio come ricompensa dei servigi prestati, sempre dunque passibile di reversione al demanio regio, come appunto avverrà parecchie volte nel corso del XIV secolo.

Giovan Luca Barberi, zelantissimo funzionario del tempo di Ferdinando il Cattolico, cercò di smascherare le usurpazioni del demanio da parte dei nobili. Nei suoi “Capibrevi” descrive la storia della Contea di Modica dal punto di vista giuridico e della forma di concessione del feudo, contestando la pienezza giuridica del possesso della Contea di cui si vantavano i possessori Federico Enriquez ed Anna Cabrera al tempo in cui Barberi scriveva.

Il lavoro del funzionario regio ci aiuta a ricostruire appunto la forma del possesso giuridico e la consistenza della Contea.

Infatti, esaminando i passaggi ereditari da Manfredi I (1296-1321) fino a Federico (1357-1363), Barberi mette in evidenza come quest’ultimo per potere avere la signoria, essendo un collaterale e non un discendente diretto, dovette pagare alla Regia Curia 12.000 fiorini come tassa di “relevio”, prova che il possesso dei beni non era “allodiale”, cioè pieno e libero, bensì sottoposto ai vincoli del diritto feudale vigente e quindi passibile di ritornare in possesso della Curia: si trattava cioè di una concessione detta in forma stretta. Solo dopo il 1361 con l’infeudazione a Federico della grande foresta di Cammarana e la concessione del “mero imperio”, cioè la giurisdizione criminale, comincia a formarsi il concetto di Contea come i moderni lo intendono.

Il cambiamento radicale si verifica con lo sbarco a Trapani nel marzo 1392 dei legittimi sovrani Maria e Martino il Giovane. Per riconquistare la Sicilia con loro erano sbarcati il duca Martino, padre del giovane re, e Bernardo Cabrera, ispiratore e finanziatore della spedizione. Giustiziato l’ultimo dei Chiaramonte, Andrea, il 1° giugno 1392, il suo immenso patrimonio feudale fu spartito fra i fautori dei sovrani, fra i quali Bernardo Cabrera ebbe i possessi modicani… e qualcosa di più.

Di questo personaggio leggendario, che merita una storia tutta sua (che spero di potere scrivere), protagonista di una novella di “travatura” raccolta e tramandata da Serafino Amabile Guastella e di altre storie, qui ci interessa solo il privilegio di concessione della Contea, datato in Palermo il 20 giugno 1392. La copia che abbiamo letto è quella fatta estrarre da Vittoria Colonna il 28 febbraio 1602 dai registri della Cancelleria Comitale di Modica dal notaio Michele Cannata, che le servì per documentare la sua richiesta di rinnovo della licenza di estrazione delle famose 12.000 salme di frumento (ottenuta appunto da Bernardo Cabrera) in occasione degli accordi matrimoniali del figlio nel 1605.  

Mentre Andrea Chiaramonte aveva posseduto solo Modica Scicli Ragusa e Chiaramonte, Bernardo Cabrera il 20 giugno 1392 ricevette:

«la Contea di Modica cioè le città i castelli e i territori di Modica, Scicli, Chiaramonte… inoltre la città il castello e il territorio di Ragusa, il castello di Spaccaforno, il feudo di Comiso, con il castello e le fortificazioni. I castelli di Dirillo con le fortificazioni, i casali… la città di Cammarana con la foresta; il feudo chiamato Cifali, il feudo chiamato Gomes con i territori e le fortezze… con tutti i diritti delle saline della Marza e delle altre esistenti… con tutte le coste e i caricatoi del Pozzallo e di Cammarana…».

«Le quali coste e caricatori vogliamo che siano uniti e aggregati alla predetta Contea e che formino un unico corpo… Pertanto… siano parte essenziale della detta Contea…e da essi voi e i vostri successori possiate estrarre ogni anno dodicimila salme di frumento…».

Rispetto dunque ai possedimenti di Andrea Chiaramonte, Bernardo fece in modo di avere anche ciò che non apparteneva al Chiaramonte, creando qualcosa di diverso: la vera Contea di Modica.

L’organismo che il 20 giugno 1392 si costituì non ha precedenti nella storia feudale dell’Isola. Comprendere nell’investitura i castelli, i feudi minori e le fortezze trasferiva al conte funzioni e mansioni proprie dello Stato; concedere i proventi fiscali delle saline e dei carricatori frumentari, le coste riservate al demanio, la possibilità di esportare dodicimila salme annue di frumento, concedere la giurisdizione civile e criminale con l’appello fino al 2° grado: significava creare un organismo autonomo rispetto al Regno sotto tutti i punti di vista (Sipione).

Ciò viene infatti riconosciuto dagli stessi sovrani concedenti, quando dicono: «I quali luoghi tutti e i castelli e le altre cose sopra elencate vogliamo che siano chiamate e intitolate come un’unica Contea e indicata per come sopra è stato espresso, cioè Contea di Modica». E il tutto viene dato a Bernardo, ai suoi successori e a chi voglia in puro e franco allodio (concessione in forma larga).

Più chiaro di così!

A tutto ciò non fanno ombra le usurpazioni e le vicissitudini della Contea dopo la morte di Bernardo, che comunque allargò ancora i possessi aggiungendo Giarratana nel 1394 e Monterosso nel 1399 e che nel 1408 appare al massimo splendore con il possesso anche del feudo Daratre, di ventidue tenimenti nel territorio di Ragusa, oltre che della salina della Murra.

Non pago di ciò che possedeva, Bernardo Cabrera tentò di impadronirsi della Sicilia dopo il 1409 e si scontrò violentemente con la regina Bianca, rimasta vicaria del Regno. Questa lotta diede adito alla formazione dell’aura leggendaria sulla sua figura e sulla sua potenza. Fu il figlio [Giovanni Bernardo] a pagare le sue violenze e le sue usurpazioni. Infatti dal 1427 in poi dovette sottoporsi ad una serie di processi che culminarono nel 1447, quando infine i suoi titoli di possesso furono passati al setaccio e filologicamente esaminati dalla occhiuta Cancelleria napoletana di Alfonso il Magnanimo, presso il quale viveva uno studioso del calibro di Lorenzo Valla. Una cancelleria che disponeva di personalità capaci di dimostrare la falsità della Donazione di Costantino, non ebbe difficoltà a fare a pezzi il diploma di investitura della Contea di Modica, dichiarandolo falso nelle concessioni dell’estrazione delle dodicimila salme di frumento e della giurisdizione civile e criminale e quindi nullo.

Ma poiché Alfonso aveva bisogno di denaro e non voleva complicazioni, il 25 febbraio 1451 fece pace con Giovanni Bernardo Cabrera mediante una transazione.

Dietro il pagamento di 60.000 ducati ogni addebito fu rimesso e Alfonso riconfermò per filo e per segno (con grande rabbia di G.L.Barberi) il contenuto di un documento prima dichiarato falso, riconcedendo tutto ciò che dentro era scritto, compresi diritti demaniali e giurisdizionali, in forma larga, cioè allodiale, quindi in pieno e libero possesso.

Il Cabrera, per pagare la multa dovette vendere Comiso, Giarratana e Spaccaforno. Così la Contea ne uscì rimpicciolita, ma anche rafforzata e confermata nelle linee di autonomia che Bernardo Cabrera il 20 giugno 1392 aveva ottenuto o strappato ai sovrani.

Per questi motivi ritengo che se c’è anniversario da celebrare per la creazione della Contea di Modica esso non può essere il 25 marzo 1296, bensì il 20 giugno 1392, data effettiva e storicamente documentata della nascita della Contea di Modica come un originale organismo autonomo giuridicamente e soprattutto allodiale.  E il suo inventore è senza dubbio Bernardo Cabrera.

[a questo articolo rispose il prof. Giuseppe Raniolo, ovviamente contestando la mia tesi] ed io ovviamente replicai con altre motivazioni.

Ad ogni buon conto, per porre fine ad una polemica che rischia di rimanere oziosa, a questo scritto è annessa copia del paragrafo XIX del libro V degli “Annali della Corona d’Aragona”, che consegnato alla redazione della testata giornalistica che ci ospita è a disposizione di chiunque voglia prenderne visione…

Ecco il testo:

De la coronación del rey don Fadrique que tomo titulo de rey de Sicilia.

Solemnidad de la coronación en Palermo. A 25 de marzo deste año, en cuyo dia fueron las festividades de la Anunciación y Resurrección, celebraron los sicilianos la suya en la coronación del rey don Fadrique con grande e increible aparato por el amor que a este principe tenian por haberse criado con ellos y conocer en el su gran valor con que se ponia a tanto peligro en tomar la defensa y amparo de aquel reyno, no solo contra la iglesia y contra tantos principes tan poderosos, pero lo que sobrapujaba a todo entendimiento, contra el rey su hermano.

Fue fiesta en la ciudad de Palermo, a donde concurrieron todos los prelados, condes, barones y caballeros que se hallaron en la isla con los sindicos de todas las ciudades y lugares principales; y en la vigilia de la fiesta, estando las calles publicas llena de blandones y antorchas de cada parte, fue el rey desde su palacio a la iglesia mayor acompañado de todos los barones, y velò aquella noche en la iglesia; y el dia siguiente fue ungido y coronado en rey con gran solemnidad.

Mercedes y nombramientos del nuevo rey. Aquel dia armo caballeros mas de trescientos de lo mas principales señores y caballeros, y les concedio grandes dadivas y mercedes, dando a unos titulos de de condes y barones y a otros diversos lugares y castillos y feudos y señalados oficios.

2)Uomini e città della Contea nel 1549

La storia della Contea ha avuto nel professore Enzo Sipione un eccellente studioso. A lui si devono importanti saggi sulla concessione delle terre e sull’enfiteusi soprattutto nel XVI secolo. In special modo dal 1550 in poi i conti di Modica, residenti a Medina de Rioseco, Luigi I Enriquez e Anna II Cabrera, concedono oltre 1.700 partite di terra, 15.000 salme, pari a circa 45.000 ettari nel territorio di Ragusa Modica e Scicli. Giustamente lo studioso fa partire da quel periodo la definitiva trasformazione e frantumazione del feudo modicano, con un notevolissimo sviluppo di proprietà piccole e medie, cosa che a lungo andare ha costituito la “diversità” della economia ragusana, rispetto alle zone dove fino al secolo scorso dominavano le distese feudali. Non a caso Leonardo Sciascia cita a questo proposito le acute osservazioni di Alexis de Tocqueville sulla parcellizzazione della proprietà terriera alle pendici dell’Etna, fonte di miglioramenti fondiari e di progresso, estendendole alla Contea di Modica, dove a quella massiccia concessione di terre tra il 1550 e il 1564 si aggiunse la fondazione di Vittoria ai primi del ‘600. 

Ma cosa spinse gli Enriquez-Cabrera ad alienare le loro immense proprietà? Certamente gli enormi bisogni economici di una casa principesca indebitata fino al collo, ma anche il non essere riusciti a sbarazzarsi in altro modo della Contea, loro possesso lontano nella lontana Sicilia.

Sono in grado di fare questa deduzione sulla base di un documento inedito da me trovato a Simancas (Estado 1118 doc. 130), e che potrebbe illuminare i retroscena della massiccia censuazione di terre che fu fatta dal 1550 in poi.

Il documento consta di una lettera del viceré di Sicilia Juan de Vega, spedita da Palermo il 7 dicembre 1549, all’imperatore Carlo V a Bruxelles e di una relazione. Siamo così venuti a sapere che i Conti di Modica, preoccupati per la sicurezza dei loro possessi in Sicilia, minacciati dalle incursioni barbaresche e dal pericolo turco, avevano chiesto al sovrano di poter permutare i loro possedimenti modicani con altri feudi in terra di Spagna. Per cui Carlo V il 27 giugno aveva ordinato a Vega di mandargli una relazione sul valore e la consistenza della Contea. Era stato necessario molto tempo, ma poiché nel 1547 si era fatto il censimento, «segretamente» se ne erano tratte le notizie, che ora il viceré era nelle condizioni di offrire al sovrano perché le giudicasse. Il viceré anticipa all’imperatore il suo parere decisamente contrario all’affare, ma la sua relazione secondo la «qualità, consistenza e posizione delle città della Contea di Modica» è un prezioso quadro sintetico della Contea nel 1549.

Ne traduciamo dallo spagnolo alcune parti:

«Modica è una città aperta, a otto miglia dal mare, nella quale c’è un castello grande e in buone condizioni… e ha 15.366 vassalli.

Ragusa è a circa quattro miglia da Modica verso i monti, e a undici dal mare, è città aperta, ha un castello di media grandezza…e ha 9.186 vassalli.

Scicli è a quattro miglia da Modica verso il mare, dal quale comunque dista altre quattro miglia, è aperta, ha un castello di media grandezza… e 11.606 vassalli.

Chiaramonte è a otto miglia da Ragusa, a dodici da Modica e a quindici dal mare, ha un castello piccolo…e 5.427 vassalli.

Monterosso è a sei miglia da Chiaramonte e a quindici dal mare, è città aperta, ha un piccolo castello…e 2.154 vassalli.

In totale sono 43.739 vassalli».

Tutti questi beni, a cui vanno aggiunte Alcamo e Caccamo (con altri 13.222 vassalli), sono liberi, cioè in pieno possesso degli Almiranti di Castiglia Conti di Modica, danno una rendita annua di 26.805 scudi, per un valore odierno equivalente di circa un miliardo (tanto per dare un’idea, fermo restando il più basso tenore di vita di quei tempi), che al netto dei carichi debitori ammontava a 21.477 scudi (850 milioni di oggi).

Inoltre:

«Nella marina di Modica c’è una torre che chiamano del Pozzallo, e distante da essa, un’altra torre [detta] di Cammarana. Quella del Pozzallo è una torre forte e importante, e ci sono alcuni magazzini in cui viene ammassato il frumento che arriva a quel caricatoio, dal quale l’Almirante ha la facoltà di poter estrarre ogni anno dodicimila salme di frumento… franche di ogni diritto ordinario e straordinario, anche di nuova imposizione».

Dopo aver informato il sovrano dell’esistenza di una lite pendente con il Tribunale del Patrimonio del Regno in merito ad un’imposizione sulle esportazioni del grano da Pozzallo, e che a causa delle cattive annate mai negli ultimi tempi si erano potute estrarre più di quattromila salme, anche a prezzo di togliere dal mercato persino il grano per la panificazione, il viceré tinge di nero la situazione. Ammesso che si faccia la permuta, scrive, al Re non resterebbe che vendere quelle terre, ma chi potrebbe comprarle, mancando nel Regno «persone che abbiano grandi quantità di denaro?». Infine Carlo V si prenderebbe una brutta gatta da pelare con le terre che si trovano alienate, e per cui ci sono in corso liti con i compratori, città che oltre Calatafimi (3.256 vassalli) sono le seguenti:

«Giarratana, che è unita al territorio di Modica, a quasi quindici miglia, e ad altre quindici dal mare, è città aperta, ha un castello in corso di restauro a carico del barone… e ha 2.292 vassalli.

Comiso, che è città aperta e ha un adeguato castello, è a quasi quattordici miglia da Modica, e a dodici dal mare…e ha 2.661 vassalli.

Spaccaforno è città aperta, con un piccolo agglomerato dove c’è un castello, a quattro miglia dal mare, e da Modica otto…ha 1.771 vassalli.

Il casale di Biscari è aperto, ha una torre, è a dieci miglia dal mare e da Modica dodici…ha 548 vassalli».

Riepilogando, i vassalli nelle terre alienate sono 7.271, che aggiunti ai 43.739 abitanti nelle altre terre sommano 51.310. Tale è il numero degli abitanti nella Contea, mentre il totale dei vassalli degli Enriquez-Cabrera, compresi anche Alcamo Caccamo e Calatafimi e di 68.000 unità circa. In una eventuale permuta però l’ineffabile viceré Vega dice che «in ogni caso la ricompensa dovrebbe essere molto inferiore al numero dei vassalli che l’Almirante ha qui, perché in verità

[i Siciliani]

non si devono comparare con i Castigliani… di maniera che quando Vostra Maestà gli desse in Castiglia da tremilacinquecento a quattromila vassalli, in buona parte mi sembrerebbe ricompensa onesta…». Si rimane sbalorditi di fronte a questo ragionamento: siamo ad un rapporto di 1 castigliano per 17 siciliani… Eppure la Contea di Modica era una delle zone più produttive del Regno, a fronte anche della desolazione, della fame e della miseria degli altopiani della Castiglia!

Le argomentazioni del viceré dovettero essere così convincenti che la permuta non si fece mai. La Contea non passò a Carlo V e gli Enriquez-Cabrera dovettero tenersi il loro immenso feudo, decidendo di sbarazzarsene in altro modo, suddividendo le loro terre e concedendole ad enfiteusi, dal 1550 in poi. Per controllare questo processo, inoltre, nel  1564 mandarono nella Contea il loro figlio ed erede Luigi II, futuro suocero di Vittoria Colonna, fondatrice di Vittoria, con amplissima facoltà di vendere, pignorare e soprattutto rimisurare le partite concesse.

Il documento dell’Archivio Generale di Simancas in nostro possesso, ci può spiegare dunque i motivi di quest’improvvisa accelerazione per la nascita di un nucleo di classi medie che da allora caratterizza la nostra vita economica.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.