A Camarina e ai suoi culti ho dedicato alcuni lavori. Richiamo qui la ricerca su “Dèi ed eroi” a Camarina”, in seguito quella sui rinvenimenti di iscrizioni in greco e latino nel nostro territorio, per concludere con l’indagine sulla nascita del mito del “riaedificetur Camerina”, sulla base di poco noti fino ad oggi documenti del Settecento.  

Ecco l’introduzione del lavoro:                                                                     

…                                                             

Quando ero sindaco, nel 1985, il prof. Virgilio Lavore  mi donò una sua pubblicazione dal titolo L’iscrizione di Ippò. Lettura e problematica di un’epigrafe greca proveniente da una necropoli di Camarina.

La gratitudine per il gentile pensiero e la mia passione per la cultura classica mi fecero divorare il contenuto del saggio. L’autore (di cui non sarà mai compianta abbastanza la perdita), a me caro per la sua cultura e la profonda dottrina filologica, con umile prudenza e dopo una serrata dimostrazione, scriveva che l’epigrafe poteva essere collocata «in un’area culturale di tipo orfico-pitagorico».

Quell’affermazione, supportata dalle argomentazioni dello studioso, mi fece balenare in mente il desiderio di potere leggere un giorno un saggio che mettesse insieme i frammenti di sacro e di religiosità rintracciabili nel corso dei secoli nella nostra zona, ma non pensavo certo che sarei stato io ad avere la presunzione di  cimentarmi nell’impresa…In verità la cultura classica è il crogiuolo in cui mi sono formato e che tuttora mi plasma profondamente, ma non sono un esperto di cose religiose né antiche né moderne. Per cui, servendomi solo del bagaglio di conoscenze in mio possesso, sto osando o sperando di poter dare oggi un contributo allo studio ipotizzato quasi 30 anni fa. Con in più l’idea di aggiungere ai culti degli dèi e degli eroi attestati a Camarina anche quello specifico degli olimpionici. Il materiale da me raccolto è solo un contributo per chi volesse approfondire la questione e donarci uno studio completo. Mi sono anche permesso di aggiungere delle Appendici con forse troppo ardite ipotesi sulle origini del culto della ninfa Camarina e del significato stesso del nome Camarina.

Se anche in studi precedenti ho tenuto a smontare la falsa idea che Vittoria sarebbe stata la “rifondazione” di Camarina nel XVII secolo, ciò non significa che Vittoria nulla abbia a che fare con Camarina, anzi. Camarina, pur in territorio di Ragusa è estranea a Ragusa, mentre è considerata quasi come parte integrante di Scoglitti. La collina dove sorgeva Camarina per i Vittoriesi è la prosecuzione, dopo il fiume, della lunga spiaggia di Cammarana, mentre l’area dell’antica palude prosciugata ai primi del secolo è in territorio di Vittoria, insieme con la necropoli settentrionale che sorgeva dove oggi è il cimitero di Scoglitti. Sapere quindi come e perché fu inventato il motto “riaedificetur Camerina” nulla toglie alla nostra pretesa di essere “eredi” culturali di Camarina, signora un tempo del territorio in cui nacque e si insediò Vittoria. In quanto “eredi” culturali è nostro dovere sapere quanto più possibile della città greca nata agli inizi del VI secolo. 

Ecco l’indice:

1.Camarina e la sua storia. 

2. La religione greca al tempo della colonizzazione.

3. La religione greca nelle colonie siceliote.

4.Culti e dèi di Camarina nel V secolo a. C..

5.I due Olimpionici: Parmenide e Psaumis.

Box.I giochi Olimpici

6. Culti a Camarina e nel suo territorio dal IV secolo a.C. al II sec. d.C..

Appendice I.

Olimpica V (488 a.C.)

A Psaumis di Camarina vincitore col carro tirato da mule.

Olimpica IV (452 a.C.)

A Psaumis di Camarina vincitore col carro.

Appendice II.

La ninfa Camarina e il culto delle acque.

Appendice III.

Ipotesi sull’origine dei nomi Camarina e Ippari.

Bibliografia

Ed ecco i consueti “assaggi” del contenuto:

…  

1.Camarina e la sua storia. 

Non è mia intenzione ripercorrere in queste pagine la storia della città di Camarina, che altri e meglio di me, hanno già fatto . Però mi sembra utile fornire al lettore un semplice specchietto storico con le tappe fondamentali della sua cronologia:

599-598 a.C.: Camarina viene fondata da Siracusa (cfr. Tucidide VI.5.3). Si trattava di una colonia di popolamento al limite estremo dei confini con il territorio di Gela, colonia rodio-cretese, quindi anch’essa dorica, ma rivale di Siracusa nella conquista della parte sud-orientale dell’Isola. Inoltre, dopo la fondazione di Acre e Casmene era un avamposto sul mare meridionale che chiudeva in una morsa i Siculi dell’interno. I fondatori Dascone e Menecolo guidarono sul promontorio un buon numero di famiglie  soprattutto di agricoltori, artigiani (fra essi probabilmente vasai, panierai, falegnami, fabbri), marinai, soldati, donne e bambini.

553 a.C: alleatasi con i Siculi, si ribellò alla madrepatria Siracusa. Sconfitta, i suoi abitanti furono esiliati per rivolta contro la madrepatria

492 a.C.: Ippocrate di Gela, sconfitti i Siracusani, in cambio del rilascio di numerosi prigionieri, ottenne da Siracusa il territorio di Camarina e ripopolò la città con Geloi e con un contingente di mercenari al suo servizio, fra cui forse lo stesso Psaumis il cui nome è di origine geloo-agrigentina;

491 a.C.: morto Ippocrate combattendo i Siculi, gli successe Gelone e Camarina fu prima governata da Gerone (fratello fratellastro) e poi dal pugile Glauco di Caristo;

488 a.C.: nella 73ᵃ Olimpiade Psaumis vince ad Olimpia nella gara del carro a quattro ruote tirato da mule

484 a.C.: ribellatasi a Glauco di Caristo per le sue crudeltà, la città fu distrutta da Gelone e la popolazione dispersa, in gran parte deportata a Siracusa; 

461 a..C.: dopo la fine dei Dinomenidi (la dinastia geloa fondata da Ippocrate), i deportati geloi superstiti dopo 23 anni ritornano a Camarina, riappropriandosi della loro antica sedeche vive il periodo del suo massimo splendore, anche grazie al contributo del vecchio Psaumis;

452 a.C.: Psaumis vince ad Olimpia nella gara con la quadriga

424 a.C.: grazie alla sua politica oscillante tra Ateniesi e Spartani che si stavano scontrando nella cosiddetta guerra del Peloponneso (scoppiata nel 431, durò fino al 404), Camarina ottenne il territorio di Morgantina;

405 a.C.: superata la fase della guerra del Peloponneso (con la sconfitta di Atene), la Sicilia greca è costretta ad affrontare l’attacco dei Cartaginesi. La popolazione di Camarina fugge a Leontinoi e la città viene abbandonata ai Cartaginesi, che ne demoliscono le fortificazioni;

396 a.C.: sconfitti i Cartaginesi a Siracusa da Dionisio, la popolazione rientra a Camarina, ma la città vive stentatamente per circa 60 anni;

339 a.C.: Camarina rinasce (anche urbanisticamente) sotto Timoleonte, un uomo politico corinzio, che ricostruisce la Sicilia greca;

275 a.C.: la città è messa a sacco e spopolata dai Mamertini, mercenari campani;

258 a.C.: schieratasi dalla parte dei Cartaginesi e contro i Romani durante la prima guerra punica (scoppiata nel 264 a.C. per il controllo della Sicilia), Camarina subisce l’assedio dei Romani, viene conquistata e -secondo la tradizione- distrutta ed i cittadini superstiti venduti come schiavi.

III sec. a.C.-I d.C.: gli scavi archeologici recenti hanno invece confermato quanto già Polibio e Diodoro Siculo affermavano in merito alla presa di Camarina, non parlando affatto di una distruzione totale. Verosimilmente infatti, oltre alla vendita in schiavitù della popolazione, furono solo abbattute le mura. Nessuna traccia di una distruzione violenta è stata archeologicamente attestata nel 258 a.C.. Si ebbe però una parziale riorganizzazione urbanistica dell’abitato, con la valorizzazione di alcune sue parti (agorà-mercato) e l’abbandono di altre (tale periodo è denominato “quarta fase edilizia”). Tale assetto durò fino alla fine del I sec. d.C.;

II-IV sec. d.C.: negli scavi condotti tra il 1983 e il 1985 nell’agorà furono rinvenute monete databili a questo periodo, segno di una seppur minima frequentazione dei luoghi.

3. La religione greca nelle colonie siceliote.

La fondazione di Camarina avviene quando già da circa 150 anni in Sicilia erano stati trapiantati questi culti e pertanto non mi sembra inopportuno passare in rassegna schematicamente i principali siti coloniali con le loro divinità. Il culto dei dodici dèi omerici ed esiodei (di cui la traccia più antica è l’Inno omerico a Ermes  (v. 128) è di origine attica ed è attestato complessivamente a Lentini, colonia calcidese dell’Eubea (la grande isola prospiciente l’Attica) fondata nel 728 a.C..

In loro onore, a Lentini secondo Polieno, si facevano processioni armate .

Ma oltre a questo culto collettivo, come in Grecia, ogni città aveva i propri dèi e ciascun dio aveva vari epiteti o epiclesi, con le quali si iniziavano le invocazioni e le preghiere.

1)Zeus.

A Siracusa Zeus era Olympios (cioè lo stesso dio di Olimpia) fin dall’inizio; acquistò l’appellativo di Eleuthérios, cioè Liberatore, dopo la cacciata di Trasibulo nel 466; Hellánios (difensore degli Elleni contro le minacce dei barbari, nel corso delle guerre con i Cartaginesi).

Ad Agrigento era Olympios, Poliéus (protettore della città) e Atabyrios, come anche a Gela, madrepatria di Akragas (culto di origine rodiese). Zeus Meilíchios era venerato a Selinunte, come a Megara Nisea, madrepatria di Megara Hyblea, da cui Selinunte era stata fondata nel 628 a.C. 

2)Era.

In Sicilia la dea Era non ebbe un culto assai diffuso, probabilmente perché le sue funzioni furono in parte assorbite da Afrodite, in parte da Demetra. Una traccia del culto sembrerebbe la denominazione “Erei” data alla catena di monti che dal centro dell’Isola si diramano verso gli Iblei.

Sembra comunque essere stata presente a Selinunte, come è testimoniato dalla famosa metopa della cosiddetta ierogamia (sempre che non rappresenti, come si tende a credere, Ade e Persefone).

3)Efesto.

 penetrò assai presto nella mitologia siceliota, a causa della presenza dell’Etna e della sua identificazione con il dio siculo Adrano, anch’esso dio del fuoco e dei fenomeni vulcanici.

4)Atena.

Aveva il suo culto principale ad Agrigento, dove era Poliéa, assieme a Zeus. A Siracusa, secondo Ciaceri, era Lindía (culto di origine rodiese portato o da Gela o direttamente da coloni rodiesi), mentre a Catania era Longátis. Imera era invece sede di un culto di Atena risalente addirittura ai Micenei (notizia ricavata da Diodoro).

5)Apollo.

Aveva un rilevante culto a Siracusa (suo è il primo tempio con colonne di pietra), portatovi direttamente da Corinto. Era conosciuto anche come Apollo Carneio (secondo alcuni da karnos, montone ma Pausania lo dice derivato da kráneia, il corniolo, con cui i Greci avrebbero costruito il cavallo di legno a Troia), detto anche Oikétes, cioè Domestico. Dava il nome al mese Carneio (a Sparta da metà-settembre a metà ottobre). Lo stesso epiteto era ad Agrigento e Gela. Originatosi da Sparta e diffuso in tutto il mondo dorico (Thera e la sua colonia Cirene, Rodi, Cnido, Cos etc.), il culto rappresenterebbe il ricordo della conquista dorica di Sparta. In Sicilia, proveniente da Rodi,  dovrebbe essersi diffuso nel VI secolo da Gela a Siracusa e Agrigento e nel IV secolo a Tauromenion. A Siracusa e a Selinunte era venerato anche Apollo Paián, dio della medicina. Come

archeghètes era onorato a Nasso, la prima delle colonie siceliote (734 a.C.), come guida delle nuove fondazioni. Libistinos era l’Apollo del promontorio Pachino.

6)Artemide.

Il culto di Artemide si riscontra soprattutto a Siracusa, dove l’isola di Ortigia è considerata la sua sede. Era chiamata Alpheióa e Potamía in relazione al fiume Alfeo e alla fonte Aretusa. Ma era anche collegata al culto di Demetra e Core e nell’ambito delle loro feste assumeva l’epiclesi di Anghelos e Kitonía. Come Sóteira era protettrice della città, come anche ad Akragas e Gela, dove si venerava un’Artemide Sosípolis (che Ross Holloway considera una divinità autonoma ). Come in Arcadia, anche a Siracusa era Agrotéra, cioè Selvaggia, divinità dei boschi e delle belve feroci.

Su tale culto scrive Manni:

«E’ un culto di villici… E’ una dea che dagli ex voto appare accompagnata da cani, lepri, cervi, cinghiali…Nenie sacre accompagnano i riti del suo culto…Come le altre dee di Sicilia è forse anch’essa una pótnia phytón

[signora dele piante, n.d.a.]

: basta a darcene la prova, la devozione dei pani, che hanno forme d’animali…Ma i pani son fatti col frutto della terra più utile e più celebrato: il grano: che la dea deve aver insegnato a coltivare» .

L’ampiezza dell’area in cui si ritrova il suo culto (da Siracusa a Scornavacche, a Gela ad Agrigento), non ne farebbe un culto importato, ma il frutto di «un sincretismo che poggiava sugli aspetti esteriori della dea indigena e della dea greca che in essa si volle riconoscere. L’epiteto di Lyaea, la scioglitrice, che essa porta a Siracusa, l’avvicina inoltre a Dioniso -il dio che libera dagli affanni- e con ciò stesso ci riconduce ancora una volta al mondo dei campi abitato dai villici che la veneravano, alle loro vigne soprattutto…». Manni propende dunque per la solita unica divinità preellenica, le cui caratteristiche sarebbero confluite nella dea greca.

7)Afrodite.

Afrodite, che già sappiamo essere un’altra incarnazione della dea paleolitica, venerata in tutta l’Isola, ha i suoi centri di culto più importanti a Erice e a Segesta (come Ouranía), ma non ci sono tracce di templi a Siracusa, dove era conosciuta come Eudóso, Baiótis e Kallipygé. Al V secolo risale un suo tempio a Nasso, dove si celebrava l’uso di consacrarle i cosiddetti ghérra, aventi forme di organi genitali maschili e femminili (Pace), mentre ad Akrai il suo nome è associato ad Era. Da Akrai il culto si diffonderà anche nella zona di Akrillai (Gulfi) che ancora in età cristiana rivela nelle epigrafi numerose donne con nome di Afrodite.

8)Hermes.

A Siracusa si celebravano feste Hermaia in onore di Hermes Agonios, con lotte e giochi ginnici di fanciulli.

9)Hestia.

Anche il culto di Hestia sembrerebbe attestato a Siracusa e ad Agrigento.

10)Poseidon.

Da Corinto fu portato a Siracusa anche il culto di Poseidon, il cui nome veniva associato a quello di Zeus Olympios nei giuramenti, e che è attestato pure a Selinunte, a Gela ed Agrigento.

A queste divinità vanno aggiunte:

11)Demetra e Core, il cui culto era ampiamente diffuso in tutta la Sicilia e a cui è stata dedicata altra monografia.

12)Dioniso.

Il dio aveva un culto assai popolare, era venerato con le due dèe a Siracusa, dove sembrerebbe si celebrassero le feste Choes, nell’ambito delle Anthesterie a febbraio-marzo .

Da Siracusa passò ad Akrai, mentre è presente a Nasso sin dalla fondazione, a Selinunte e forse a Gela ed Agrigento. Tra gli eroi, anche Asclepio era venerato a Siracusa.

Naturalmente la Sicilia non era terra una terra “vuota”, priva di genti e di divinità. Nell’isola da millenni fioriva l’antica religiosità mediterranea, caratterizzata dal culto della Madre Terra. Inoltre una religiosità di base egeo-anatolica, rinverdita dai popoli italici giunti in Sicilia in varie ondate (Sicani nel XIII sec. a.C.; Siculi nel XI-X sec. a.C.), arricchiva ogni luogo di “madri”, ninfe e divinità fluviali, simili a quelle che i Greci avevano lasciato nella loro madrepatria. 

4.Culti e dèi di Camarina nel V secolo a. C..

Sulle divinità venerate a Camarina non abbiamo notizie oltre le due Olimpiche (la V e la IV) del poeta tebano Pindaro (518-538 a.C.)  e i rinvenimenti archeologici: e queste fonti abbiamo seguito. 

A Camarina all’inizio vennero genti da Siracusa, di stirpe dorica. Dopo poco più di 100 anni la città fu ripopolata da geloi, anch’essi di stirpe dorica, di antiche origini rodio-cretesi. Però, anche se non ne abbiamo la prova, essendo nata la colonia ai limiti del territorio dei Siculi, non si possono escludere matrimoni misti. In ogni caso, ai primi del VI secolo a.C. giunsero sul promontorio genti che avevano lo stesso pantheon della madrepatria Siracusa.

Pertanto, nel silenzio delle fonti, si potrebbe arguire che Camarina dovrebbe avere avuto gli stessi dèi di Siracusa (che poi erano quelli di Corinto). Sappiamo che le divinità più importanti di Corinto erano Apollo e Poseidone. Riguardo ad Apollo, a Siracusa il suo culto è confermato anche archeologicamnte dall’Apollonion, uno dei templi più antichi e il primo in assoluto in Occidente ad avere sostituito, alla fine del VII secolo, le colonne di pietra alle colonne di legname, precedentemente in uso. Ma a Camarina non ci sono tracce dirette di un culto del dio Apollo, anche se a tale culto sembrerebbe riferirsi un frammento di grande omphalós in pietra rinvenuto nell’area della collina in cui lo Schubring localizzava un tempio di Eracle. La pietra individuata come omphalós è legata alla nota funzione oracolare del dio di Delfi, ma nulla altro sappiamo. In verità, la leggenda del divieto di «smuovere la palude», di cui per primo parla Callimaco (320-240 a.C.) è strettamente connesso all’oracolo di Apollo a Delfi, ma ciò non significa che a Camarina ci fosse un culto specifico di Apollo.

Ma vediamo ora cosa possiamo apprendere sui culti in genere dall’esame dei rinvenimenti archeologici e dalla letteratura.

a)Il culto dei morti.

L’imponente massa di oltre 3.000 tombe scavate nelle tre grandi necropoli a oriente (Rifriscolaro-Diecisalme, inizi fine VI secolo), a settentrione (Scoglitti, metà VI-V secolo), a sud (Passo Marinaro-Piombo, V-III sec.; Cozzo Campisi, V-III-II secolo; Randello (V-III-II sec. a.C.), ci mette nelle condizioni di verificare alcune delle linee generali indicate. In particolare anche a Camarina erano in uso i due riti funebri fondamentali delle genti greche, l’inumazione e l’incinerazione, assieme all’uso di seppellire individui giovani entro grandi anfore da trasporto, prima usate per la commercializzazione dell’olio e del vino, poi riutilizzate per l’enchytrismós. Le scoperte infatti confermano che all’inizio della fondazione, nella necropoli del Rifriscolaro, prevalevano le inumazioni per gli adulti e gli enchytrismói  per i bambini, in anfore vinarie e olearie.

Le analisi paleoetnobotaniche promosse dalla professoressa Paola Pelagatti nel comprensorio di Camarina, hanno arricchito le nostre conoscenze sui primi abitanti (i resti di 150 individui sono stati studiati all’Istituto di Antropologia dell’Università di Torino), sugli usi funebri della città. Nelle sepolture più antiche della necropoli del Rifriscolaro, databile al VI secolo, sono stati infatti rinvenuti «resti di sarcofagi lignei finemente intagliati…»”, nonché tracce di legno di abete, tasso, di olivo  e di fibre di lino.

Anche a Camarina le inumazioni avvenivano in sepolture a fossa, in sarcofagi, in tombe a cella (camere sotterranee), in tombe a cappuccina (tegoloni piani posti a spiovente), in vaschette (lárnakes) nel caso di bambini.

«Frequente appare invece l’uso dell’incinerazione nelle tombe dei due nuclei cimiteriali che si estendono a est e a ovest del gruppo più antico, nuclei i cui corredi indicano una datazione nella seconda metà del VI secolo a. C. In questi gruppi sono numerosi i casi di incinerazioni in ampie fosse quadrangolari nelle quali è stato possibile recuperare a volte porzioni dei tronchi di legno modanato forse appartenenti ad una specie di letto…Con il defunto nella fossa ardeva il corredo. Il tutto veniva poi ricoperto di terra» (Pelagatti).

Ma è lo stesso Fazello a testimoniarci che oltre a tombe modeste, prive di monumenti funerari, a Camarina esistevano anche tombe più ornate. «Fuori della città, verso Nord, c’è una necropoli, singolare per il gran numero dei sepolcri e simile ad una rocca perché vi si innalzano monumenti di pietra ben squadrati». La descrizione si riferisce alla necropoli settentrionale ubicata attorno all’attuale cimitero di Scoglitti, usata dalla metà del VI secolo fino a tutto il V. Se anche per Camarina vale ciò che sappiamo di altre necropoli siceliote, i resti veduti dal Fazello (successivamente distrutti) dovevano riferirsi a stele, cippi, edicole e veri e propri naískoi, ornamenti di tombe immersi tra il verde delle pendici che digradavano verso la palude e le sabbie del cordone di dune che ornava la spiaggia di Cammarana.

Una traccia degli antichi usi funebri greci nella nostra zona è riportata da S. A. Guastella. Nel nostro dialetto ancora si usa il termine llannaratu, per definire una persona “scialba”, “intontita”. Per lo studioso chiaramontano tale termine deriva dall’uso antico di ornare i cadaveri di corone di fiori di oleandro. La stessa cosa per il lutto, anche se oggi con usi molto cambiati, ma che nel suo nucleo fondamentale, specie fino a qualche decennio fa, è rimasto tale e quale nei millenni.

b)Il culto degli ecisti.

Secondo un uso consolidato in altre colonie (ad esempio la vicina Gela), il culto dei fondatori (oikistái, ecisti) era il primo ad essere osservato.  Dopo la loro morte, i fondatori venivano elevati al rango di eroi, e simbolizzavano l’identità stessa della colonia. Tale culto «costituiva il fulcro della tradizione locale e come tale perdura nel tempo, esprimendosi in primo luogo nell’enaghismós, il periodico rituale funebre commemorativo del fondatore considerato archegétes, cioè iniziatore insieme della nuova città e della propria stirpe che nella città si perpetua» (Maddoli). Anche se non ne abbiamo alcuna traccia, indubbiamente gli ecisti di Camarina, Daskon e Menekolos, dovettero godere di un’ampia venerazione. Daskon era sicuramente siracusano (Daskon è il nome di uno dei due porti di Siracusa, Pelagatti 1980), mentre Menekolos poté essere corinzio. Il ricordo dei nomi, perpetuatoci da Tucidide (VI, 5), è la prova più sicura, anche se indiretta, di tale culto. Se non li si fosse ricordati e venerati, ben difficilmente il loro nome sarebbe stato raccolto da Antioco di Siracusa, che è la fonte siciliana di Tucidide .

c)Atena poliáochos (e Lindia?).

Il culto di Atena poliáochos è testimoniato dalla V Olimpica, un documento che per la storia di Camarina potrebbe avere un’importanza grandissima non solo letteraria ma soprattutto politica. La composizione fu fatta in onore di Psaumis, vincitore con il carro a quattro ruote tirato dalle mule. Nella composizione è accennato il pantheon camarinese dell’epoca: la ninfa Camarina, l’Ippari, l’Oanis (il Rifriscolaro) e Atena, definita poliáochos., cioè “reggitrice della città”, accanto al cui tempio sorgeva un “sacro bosco”.

I rinvenimenti archeologici attestano che il culto era celebrato in un tempio di dimensioni imponenti, senza peristasi di colonne, il cui basamento misura circa m. 40×15, con  due colonne sulla fronte (in antis) e che si salvò a lungo, grazie al successivo uso in epoca cristiana.

Il tempio era anche il cuore politico della città, dove venivano custodite le liste dei cittadini aventi diritti politici (Di Stefano). In merito alla raffigurazione della dea, nel 1916 Paolo Orsi entrò in possesso di una statuetta di bronzo di Atena alta cm. 19, di sicura provenienza camarinese. «Fusa in pieno…essa veste un chitone dorico scollato, privo di maniche, formante apoptygma intorno alla vita, stretta in alto da un cingolo…Sul petto vi è una piccola e brutta egida, con gorgoneion al centro. La testa colle occhiaie vuote…è coperta di un voluminoso elmo aulopida, nel quale si aprono tre fori verticali; quello al sommo per la grande cresta lunata, in lamina, raccolta assieme alla statuetta; gli altri due per pennacchi, pure di riporto, smarriti. Il braccio destro aperto ed elevato reggeva nel pugno chiuso un’asta di ferro, consunta; il braccio sinistro scende invece lungo il corpo, verticale e scostato, colla mano libera. Questo bel bronzo…ben merita una diffusa analisi stilistica…Non si dura però fatica a riconoscere in esso un tipo della grande arte del sec. V. forse quello della prima maniera di Fidia della Promachos o più verosimilmente il tipo mironiano…di Francoforte sul Meno, ed il bel rilievo funebre del Museo dell’Acropoli».

Infine Orsi sottolinea la somiglianza con il tipo di Atena inciso nelle monete. Ci troviamo in pratica di fronte alla dea poliade, cioè protettrice o reggitrice (poliáochos in dorico), culto probabilmente portato sin dall’inizio dai coloni siracusani, ma che solo dal 460 in poi acquista grande vigore, come testimoniato dall’esame della monetazione.

Lo studio più recente sulla monetazione camarinese è quello di Westermark e Jenkins  (1968). I primi conii attestati, risalenti al 495-483 a. C. recano un elmo corinzio e la famosa palma nana di San Pietro Martire (giummarra o safagghiuni in dialetto).

Dopo la parentesi dell’esilio siracusano, dal 461 fino al 440/435, su splendide litre d’argento compare, assieme alla nike volante con ali spiegate, un’Atena stante con l’elmo che si appoggia alla lancia, lo scudo con l’egida e il gorgonéion con le serpi, raffigurazione canonica di Atena poliáochos, che potrebbe essere la miniatura della statua del tempio. I tipi con la quadriga e Atena sono monete di influenza siracusana ma di grande originalità, perché a Camarina è Atena che guida i cavalli .

La stipe di Persefone (vedi monografia sul culto di Demetra e Core), secondo gli studiosi, ci darebbe invece un altro culto di Atena, con il nome di Lindia, portata a Gela da Lindo e probabilmente introdotta a Camarina nella rifondazione del 492, che sarebbe così identificata con l’Atena poliade. Ma altri studiosi, fra cui G. Zuntz , pensano che la divinità detta Lindia non sia Atena ma Persefone. La dea è raffigurata seduta in trono e ha le stesse rigide angolosità delle statuine “ad asse”, con il petto spesso ornato da strani rilievi globulari (identificati nell’Artemide anatolica come scroti di toro).

d)Zeus.

Nella V Olimpica si è creduto di riconoscere un culto camarinese di Zeus Sotér. L’epiteto Salvatore, equivalente di Eleuthérios, ha fatto pensare ad alcuni studiosi che a Camarina fosse esistito questo culto di Zeus, introdotto da Siracusa dopo il 466, anno della rinata libertà della città con la fine di Trasibulo, ultimo dei Dinomenidi. In verità, Pindaro, quando esalta Zeus Sotér si riferisce allo Zeus di Olimpia. Nella IV Ol., lo Zeus al cui tempio (o ara) si avvicina il corteo che esalta Psaumis, è invece definito signore dell’Etna (“Ma tu, figlio di Crono,/ che reggi l’Etna mole ventosa/sul forte Tifone dalle cento teste…), dando così un aspetto “locale” al dio, cui raccomanda anche Psmaunis

La cosa ci porta a pensare che comunque un culto Zeus a Camarina lo doveva avere, forse  se non in un tempio (di cui non c’è ad oggi traccia) forse con una grande ara nell’agorà di fronte al mare, dove si sarebbero concluse le processioni che, partite dalla riva della palude a settentrione, si fermavano poi al tempio di Atena, sulla sommità della collina e scendevano quindi verso il mare, per fermarsi nell’agorà. L’esistenza del culto di Zeus è provata anche da una strana raffigurazione del dio,  paragonabile alle erme falliche assai note in Atene, proveniente dalla necropoli classica di Passo Marinaro.

e)I culti delle acque: la ninfa Camarina, l’Hipparis e l’Oanis.

I culti delle acque sono testimoniati sia nella stessa V Olimpica, sia dai rinvenimenti archeologici. 

Pindaro invoca Camarina come figlia di Oceano (con ciò inserendola nell’immensa schiera di ninfe delle acque), come eponima della città (la tua città), cui Psaumis ha dedicato la sua vittoria, esaltando con ciò le acque dell’Oanis, la patria palude e l’Ippari, che con i suoi canali irriga la valle e che non solo ha fornito il materiale per la costruzione della città per le nuove genti venute da Gela ma ha anche consentito di elevare alla luce un popolo prima in miseria.

L’Ippari e la ninfa Camarina ci appaiono gli assoluti protagonisti della vita della città. L’importanza del fiume è testimoniata anche dalla sua presenza nelle monete.

Dal 415 al 405 a.C. sono attestate monete con il fiume Hipparis (un giovane con le corna, secondo la tradizionale rappresentazione greca dei fiumi) e la ninfa Camarina che veleggia sulla palude sul dorso di un cigno, mentre dal 410 fino al 405 compare di nuovo la ninfa Camarina insieme con una nike volante; in altre la testa della ninfa s’alterna con il cigno. Autori di queste monete sono Exakestidas ed Euainetos, fra i maggiori incisori di monete dell’epoca.

Oltre alle testimonianze letterarie e numismatiche, il culto delle divinità delle acque produce uno dei pezzi più pregiati di oreficeria che sia stato rinvenuto a Camarina (di cui Paolo Orsi pubblica un disegno tratto da una fotografia), disgraziatamente venduto e disperso in Germania a fine Ottocento.

Trovata in un sepolcro, si trattava di «una collana o monile formata di 26 tubetti, nei quali doveva scorrere un robusto filo, terminava in un elegante nodo decorato di rosette, e di una testolina a mezzo tondo; in essa, se io vedo bene le tracce di due cornetti nascenti, sarebbe lecito riconoscere il dio fluviale Hipparis, trattato in modo uguale a quello che vedesi sui didrammi camarinesi di Euaineto…».

«Una cosa tutta speciale, per il soggetto che portano sono invece 10 dischetti o bottoni, colla rappresentanza della Ninfa Kamarina assisa katà pleuràn sul cigno, con delfino in basso, e spirali che indicano l’elemento acqueo, e precisamente la superficie del lacus, residenza della ninfa; la dimestichezza colla Kamarina dei didrammi di Exacestida e di Euaineto è tanta, persino nei minuti particolari, che si direbbero calcati i dischetti d’oro sulle monete, se non mancasse la leggenda ed il velo che sormonta in arco la testa della ninfa, ma una imitazione diretta delle monete non si può escludere, e questo ci mette in grado di assegnare questo gruppo di orificerie alla fine del secolo V, certo prima dell’anno 405…io non esito a vedere in codesti gioielli, i prodotti di un chrysochóos e di un’officina camarinese della miglior epoca, e del periodo più prospero della città, cioè della seconda metà del V secolo» (Orsi).

f)Demetra/Persefone.

Il culto di Persefone e Demetra è attestato a Camarina non solo archeologicamente (Orsi 1896, Pelagatti 1972 e 1980, Giudice 1976) bensì anche documentalmente (Pelagatti 1972). Per la sua grandissima importanza nella vita della Sicilia antica, ne trattiamo ampiamente a parte in una monografia intitolata alle Due Dèe.

g)Eracle.

Il culto di Eracle a Camarina, sostenuto da Schubring, non è ad oggi attestato da alcun rinvenimento archeologico oltre le monete. La presenza di quest’eroe in numerosi conii, attesta l’importanza del suo culto nella città. Dal 425 in poi e fino al 405, anno della distruzione della città ad opera dei Cartaginesi, è presente Eracle e la quadriga, simbolo di vittoria, insieme con emissioni recanti Atena, la civetta e il Gorgoneion. Giunto in Sicilia con i Micenei (Manni), sconfigge gli eroi “sicani” (come testimonia la saga diodorea) e la istituzione a Siracusa da parte sua del sacrificio dei tori nella fonte Ciane, è la prova dell’arcaicità del rito e della preesistenza nella zona del culto di Persefone rispetto alla colonizzazione greca del VIII secolo. Eracle, «incarnazione ideale del colono greco, che distruggeva i mostri indigeni e pacificava le regioni che attraversava» (Bowra), trovò in Stesicoro il suo cantore nel VI secolo. La diffusione del mito in Sicilia è testimoniata da alcune delle metope più antiche di Selinunte (inizi VI secolo) e si rafforza dalla seconda metà del V secolo. Sulle monete camarinesi compare con la leonté, la pelle del leone nemeo, sua caratteristica iconografica nei vasi attici dal 575 in poi, ma che a Camarina riveste il carattere di una «creazione indipendente» (Westermark), che sarebbe la prova di un culto speciale attribuito all’eroe.

h)Afrodite.

«Forse in nessuna parte del mondo greco, salvo singole città come Corinto, Aphrodite aveva nel periodo classico un’importanza paragonabile a quella che il suo culto aveva in Sicilia. La grandezza di questa dea, in Grecia, rifulge solo nel periodo arcaico, da Omero ai lirici -in un mondo la cui umanità non disdegnava ancora di riconoscere e venerare il potere e il valore esistenziale del sesso, né di identificarlo con la bellezza. Sesso e bellezza, passione e piacere erotici – e non fecondità, maternità, legame con la vegetazione, come i troppo seri studiosi avrebbero voluto intendere- sono l’essenza dell’Aphrodite arcaica, ed è proprio sotto questo aspetto che la dea è presente in Sicilia… Un’atmosfera erotica che anche a Siracusa si riflette nel giocoso aition del culto della Kallipygé e che trova, invece, un’espressione strettamente rituale nell’antichissima Nasso, nei gerra che si offrivano nel santuario della dea». Così il Brelich, che concepisce la dea come diversa dalla Madre mediterranea.

A Passo Marinaro, nella sepoltura 444 nel 1903 Paolo Orsi rinvenne una statua di divinità seduta in trono, di ben 37 cm. con due colombe, e che riferì senza dubbio ad Afrodite per il simbolismo delle colombe, allora ritenuto particolare di questa dea. Eppure, forse più a ragione, Zuntz ritiene che tale statuetta si riferisca a Persefone. Pertanto sembrerebbe mancare a Camarina il culto di una dea universalmente venerata in Sicilia. Invece, un ciottolo biancastro raccolto nel territorio camarinese con incise le parole da un lato Aphroditai (ad Afrodite), dall’altro Aristokleia segnala, secondo Manganaro, sicuramente a Camarina il culto di questa dea, culto che persisterà a lungo nel nostro territorio anche in età romana, soprattutto nel territorio di Acrille, nei pressi dell’antica Gulfi.

i)Dioniso e la coltura del vino.

Nessuna traccia abbiamo di un culto di Dioniso a Camarina, ma il dio era comunque presente nella coscienza degli abitanti. E poi, in una terra che produceva vini pregiati, sarebbe assai strano che non vi fosse stato un culto del dio. Orsi infatti rinvenne vasi attici nelle necropoli con ricorrenti scene aventi come soggetto Dioniso e Arianna, prova comunque di una diffusione del culto o quanto meno del mito, funzionando i vasi anche da “mezzo di informazione di massa”. Della presenza della viticoltura nelle nostre terre sono prova i parecchi skyphoi (vasetti per bere il vino) del IV-III secolo provenienti da Camarina e custoditi al museo “Paolo Orsi di Siracusa.

Tra Camarina e Gela (da cui proviene un bel frammento fittile che rappresenta un grosso grappolo d’uva) inoltre si produceva infatti il famoso vino Mesopotamium, di cui non mancano le tracce archeologiche intorno al 20 d.C. da Vindobona (odierna Vienna) sin in Tunisia.

Ai più famosi vini siciliani dell’antichità citati da Plinio, come  il Mamertino, il Potulanum,  il Taormino, l’Haluntium, noi possiamo oggi aggiungere il Mesopotamium, prodotto nelle nostre terre, tra l’Ippari, il Dirillo e il più ampio entroterra di Camarina (L. A. Pagano; A. Buttitta). I Greci non bevevano il vino puro, ma lo mescolavano con l’acqua. Lo bevevano nei kántharoi e negli skyphoi, termini che si sono mantenuti nel dialetto, anche se con significati diversi, soprattutto scifu, termine che però oggi indica non già un bicchiere, ma un contenitore più grande o per l’acqua o un recipiente per cibo per animali, specie i maiali.

l)Pánton theón.

Giacomo Manganaro riporta l’iscrizione pánton theón rinvenuta sull’orlo di un pithos a Camarina. Ciò prova un culto collettivo dei dodici dèi? O siamo in presenza di un sincretismo ante litteram?

m)Magia e tavole di defissione.

Non mancano documenti archeologici che testimoniano pratiche di magia e maledizioni contro persone (defissioni). Nella necropoli di Passo Marinaro è stata rinvenuta una lamina plumbea iscritta, a forma di piede umano e risalente al 482 a.C., che è stata così interpretata:

«Queste esecrazioni sono state scritte per la rovina dei guadagni di coloro da chiunque dei quali Pitone figlio di Diode abbia patito…[seguono i nomi dei “maledetti”]. codesti tutti siano dissanguati e vadano alla perdizione» (Ribezzo, riportata in Pace).

5.I due Olimpionici: Parmenide e Psaumis.

Camarina dovette celebrare naturalmente Psaumis, come eroe, come si faceva in genere (a volte con l’erezione di apposite statue ad Olimpia) ma non sarà mancato anche il ricordo del primo camarinese vincitore di una gara ad Olimpia. In ogni caso dalle fonti antiche risulta che nella 63ᵃ Olimpiade, nel 528 a.C. Parmenide di Camarina vinse nello stadio, cioè nella corsa che si svolgeva su un percorso rettilineo di 192 m. e corrispondeva sostanzialmente agli odierni 200 m (vedi box sui giochi Olimpici). Null’altro sappiamo di Parmenide di Camarina .

b)Psaumis.

Maggiori le notizie su Psaumis. Grazie alla V e alla IV Olimpica di Pindaro, Paumis di Camarina è un eroe il cui nome supera quello degli ecisti Daskon e Menekolos, dei quali nulla sappiamo oltre il nome. Incrociando i dati dei due componimenti poetici si è cercato di ricostruire, nei limiti del possibile, una figura che dovette essere importante per i suoi concittadini. nel passato si è creduto che le due Olimpiche facessero riferimento a due vittorie: la prima «con la quadriga tratta da muli» nella 81ª Olimpiade (456 a.C.) e la seconda con la quadriga equestre nella 82ª Olimpiade (452 a.C.): entrambe cioè posteriori alla “rifondazione” del 461 a.C., rifondazione che nella V Ol. si riteneva di vedere plasticamente nei versi relativi all’Ippari, laddove Pindaro scrive «i venerandi canali/di cui l’Ippari irriga la tua gente/e rapido cementa/la selva d’alte membra/delle salde dimore nuziali,/dalla miseria traendo alla luce/questo popolo di cittadini». Recentemente, nella critica, è invece emersa una nuova posizione, anche alla luce di una lettura attenta dei due testi e che in sintesi, senza entrare nel merito delle controverse questioni filogiche, anticiperebbe al 488 a.C. la vittoria di Psaumis ad Olimpia, con il carro a quattro ruote tirato da mule, nella stessa’Olimpiade in cui vinse anche Gelone succeduto al fratello Ippocrate come tiranno di Siracusa: a questa vittoria si riferirebbe la V Olimpica (Lomiento); mentre la vittoria con la quadriga sarebbe datata al 452 a.C., 36 anni dopo la prima, cosa che spiegherebbe anche l’accenno ai capelli bianchi di Psaumis. Secondo Liana Lomiento Ippocrate, venuto in possesso del territorio di Camarina strappato a Siracusa con uno scambio di prigionieri dopo la sconfitta della città ad Eloro, avrebbe ripopolato Camarina nel 492-491 a.C. con Geloi, fra i quali anche un certo numero di mercenari al suo servizio. Probabilmente di Gela era lo stesso Psaumis, il cui nome, insieme con quello del padre, è di chiare origini geloo-agrigentine. Pertanto tutti i riferimenti alla rinascita della città andrebbero collegati alla rifondazione del 491 a.C. Probabilmente Psaumis faceva parte della cerchia di Gelone, nuovo signore di Siracusa e di Gela, vincitore anch’egli ad Olimpia (con statua) con la quadriga nel 488 a.C.. Occorre precisare che nelle gare ippiche (vedi box) vincitore veniva acclamato non il cavaliere o fantino bensì il proprietario dei cavalli o delle mule, nel nostro caso. Ma Camarina, dopo l’esaltazione della V Olimpica, affidata a pugile Glauco di Caristo (anch’egli vincitore a Olimpia nel pugilato nel 520 a.C.), si ribellò e Gelone fece giustiziare Glauco ma punì anche la città deportandone la popolazione a Siracusa nel 484 a.C.. La morte di Trasibulo, ultimo dei Dinomenidi, nel 466 a.C., consentì il ritorno nei luoghi d’orgine delle popolazioni deportate. E così i Geloi, che avevano popolato Camarina dal 491 al 484, poterono tornare nella loro antica città nel 461 a.C., che visse un periodo di splendore, provato dalle emisisoni monetarie. E così, Psaumis, ormai divenuto vecchio, dopo 36 anni dalla prima vittoria, partecipò nel 452 a.C. alla gara della quadriga, vinse e chiamò lo stesso Pindaro a celebrare la sua seconda vittoria. Il poeta ci dà di lui ulteriori notizie. Se nella V gli aveva augurato una vecchiaia felice circondato dai figli, nella IV Olimpica lo loda «per l’amorosa cura dei cavalli/ per l’ospitalità della sua casa/ e per il puro amore della pace». E poiché ormai ha i capelli bianchi, Pindaro chiude la composizione con il mito di Ergino, l’argonauta dalla chioma precocemente canuta, che però alla prova dei fatti, nonostante l’età, aveva saputo mostrare l’ardire e il vigore di un giovane. Partecipare alle Olimpiadi non era cosa di tutti. Intanto occorreva possedere molto denaro, per potere sostenere le grosse spese per l’allenamento, per il viaggio e il soggiorno prolungato a Olimpia. Infatti «chi partecipava ai giochi, aveva l’obbligo di presentarsi con trenta giorni di anticipo ad Olimpia, per l’allenamento ufficiale e controllato, e doveva inoltre allenarsi in patria per dieci mesi» (Gentili), cosa che poteva fare solo chi non avesse bisogno di lavorare per vivere, anche se già allora non mancavano veri e propri sponsor, come nel caso degli Alevadi di Tessaglia. Il premio per i vincitori consisteva in una corona d’olivo selvatico (olivastro), e la recita delle odi a Olimpia e a Camarina, probabilmente nella grande agorà sul mare, cui si sarebbe arrivati in processione partendo dal sacello della ninfa Camarina e passando davanti al tempio di Atena…

La vittoria di Psaumis secondo alcuni studiosi potrebbe avere influenzato anche il conio di tetradrammi d’argento, ma la datazione al 425 a.C. di tali monete escluderebbe l’ipotesi (Westermark e Jenkins, 1968).

6. Culti a Camarina e nel suo territorio dal IV secolo a.C. al II sec. d.C..

Mentre ancora la Grecia era dilaniata dalla guerra del Peloponneso, i Sicelioti dovettero affrontare una gravissima minaccia: assalto dei Cartaginesi, che dal 409 in poi misero a ferro e fuoco la parte occidentale dell’isola. E quando dopo aver preso Selinunte, Akragas e Gela, i Cartaginesi puntarono su Camarina. i abitanti si rifugiarono a Leontini, abbandonando la città nelle mani dei Cartaginesi, che ne distrussero le mura. Ripopolata dal 396 in poi languì per alcuni decenni, fino a quando con Timoleonte (dal 339 in poi) la città rivisse una nuova stagione. Gli isolati urbani occuparono aree prima rimaste disabitate come le pendici sudorientali, la cosiddetta collina di Eracle, la collina di casa Lauretta. Tale fase si concluse con il sacco dei Mamertini nel 275 e la conquista romana del 258 a.C.., che contrariamente a quanto si dice non distrusse la città ma le cui conseguenze si ripercossero nell’urbanistica. La città non solo quindi non morì, ma visse una nuova esistenza sotto Roma. I culti documentati fino al II secolo a.C. sono:

a)Atena Ergane e Atena Sóteira.

Lo sviluppo artigianale della città nel IV secolo ci mostra la dea venerata anche con l’epiteto di Ergane, come documentano statuette con conocchia provenienti dal quartiere dei coroplasti  scoperto da Paola Pelagatti e dal ceramico di Scornavacche, una borgata lungo la Selinuntina. In quanto dea dell’intelletto essa proteggeva dunque anche a Camarina il lavoro femminile di filatrici, tessitrici, ricamatrici. L’epiclesi Ergane era presente ad Atene.

Atena era pertanto venerata a Camarina con due epiteti: poliáochos per tutto il V secolo; Ergane nel IV. Dalla dea tutta “politica” degli aristocratici si passò ad una divinità di artigiani, cioè “democratica”…

La ricostruzione timoleontea successiva al 339 a. C. ci dà monete d’argento e di bronzo con la testa di Atena Sóteira (Salvatrice). La città moltiplica la sua devozione ad Atena, coniando numerose monete con la testa di Atena e il chicco di grano).

b)Asclepio e Artemide Agrotéra.

Da Scornavacche, «villaggio industriale di coraplasti e ceramisti»  (Di Vita), posto lungo la via che da Akre portava a Selinunte,  proviene la testimonianza di due culti di pertinenza del territorio di Camarina. Si tratta di statuette risalenti al IV secolo, raffiguranti Artemide sulla cerva e un’iscrizione graffita su una piccola kylix dedicata ad Asclepio «dai ceramisti dai mantelli lisi», cosa che ci attesta, secondo Di Vita, l’esistenza di un sacello e quindi un culto dedicato al dio della medicina.

Più complesso il discorso per le statuette di Artemide con la cerva, che sembrerebbero riferirsi al culto di Artemide Agrotéra,  in una festa che «con i suoi travestimenti animaleschi, con i suoi rozzi agoni e con il rito della questua» rivela, secondo Brelich, aspetti di un mondo quasi primitivo e selvaggio .

c)Tracce di orfismo: l’epigrafe di Ippò.

Il prof. Virgilio Lavore pubblicò nel 1985 un’epigrafe in dialetto attico ritrovata in c.da Passo Marinaro, prudentemente datata dall’autore tra il 339 e il 289 a.C.. Eccone la traduzione: «Ippò che onorò la Saggezza e venerò la Giustizia/ nel fiore degli anni il respiro lasciò della vita» .

Il contenuto del testo del distico elegiaco ci richiama, secondo l’autore, alla religiosità orfico-pitagorica. Non c’è motivo per dubitare di questa affermazione. Traccia ne potrebbe essere la stessa tradizione antica riportata da Suida, lessicografo bizantino della fine del X secolo d.C.,  secondo il quale di Camarina sarebbe stato un poeta di nome Orfeo, che avrebbe scritto una Katábasis, una Discesa agli Inferi.

La leggenda di Orfeo e della sua discesa agli inferi per riportarne la moglie Euridice però non c’entra nulla. Se prendiamo in considerazione il fatto che nelle necropoli furono rinvenute alcune laminette plumbee, la questione appare più chiara. Affidate dall’Orsi all’interpretazione di un collega, per quel poco che si poté tradurre, furono datate al IV secolo. In una si legge theóis pâsi chthoníois, cioè «a tutti gli dèi inferi», in altri si leggono numerosi nomi di persone.

Orsi scrive che secondo l’Olivieri (incaricato di tradurle) «a quanto si può dedurre dai pochi avanzi di queste tavolette…lo schematismo…può in certo modo ricordare le tavolette orfiche della Magna Grecia».  Sempre a Passo Marinaro, nel 1904 furono trovati «tre cilindretti avvolti». Purtroppo non si sono mai potuti svolgere e tradurre. Per gli orfici la discesa agli inferi non era un poema ma, più semplicemente, un’istruzione che l’iniziato doveva portare con sé al momento della morte e che gli veniva iscritta su tavolette di metallo avvolte a cilindro. Numerose tavolette d’oro sono state trovate nella Magna Grecia. Per avere un’idea del loro contenuto, leggiamone una, proveniente da Ipponio (Vibo Valentia), nella traduzione di Giovanni Pugliese Carratelli:

«Appena che sarai venuto a morte, andrai nelle case ben costrutte di Ade. V’è alla loro destra una fonte, accanto ad essa svetta un bianco cipresso. Lì discendono le anime dei morti e ottengono refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre nel lago di Mnemosyne. Vi stanno innanzi custodi, i quali ti chiederanno, in sicuro discernimento, che mai cerchi per le tenebre di Ade funesto. Rispondi: sono figlio della Greve [la terra] e del Cielo Stellato, di sete sono riarso e vengo meno: ma date presto la fredda acqua che scorre nel lago di Mnemosyne. Ed essi ti saranno pietosi per volere del sovrano di sotterra, e ti daranno da bere dal lago di Mnemosyne. E poi che avrai bevuto andrai per la via sacra che anche gli altri mystai e bacchoi [iniziati] percorrono gloriosi» .

La spiegazione che si può dare di questo testo va inquadrata nella dottrina orfico-pitagorica della rinascita. Per liberarsi dall’eterna rinascita (metensomatosi), sofferta come punizione inflitta all’anima per i suoi peccati, occorre dunque non bere all’acqua del Lete (la prima fonte), che fa dimenticare la propria esistenza passata e non mette in condizione di essere consapevoli del proprio destino quando si ritornerà sulla terra; occorre invece bere all’acqua della Memoria (Mnemosyne), per ricordare e correggere i propri vizi e quindi abbreviare la durata della propria pena. Secondo Pugliese Carratelli, «l’elemento più significativo…è la citazione di Mnemosyne: questa vi appare come il nume che presiede alla definitiva liberazione dell’anima dell’iniziato dal ritorno in vincoli corporei. La fresca acqua che scorre dalla dea è datrice di immortalità; e soltanto essa sottrae alla legge della metensomátosis, intollerabile per chi ha intravisto, grazie alla dottrina iniziatica, la speranza di sottrarsi al ciclo delle rinascite». Invece l’altra fonte, quella a cui le anime dei non iniziati si affollano desiderose di refrigerio, è sacra all’antitesi di Mnemosyne, a Lethe, l’oblio; e l’acqua che là si beve placa per un momento l’arsura degli assetati, ma fa loro dimenticare le esperienze delle vite da loro vissute. L’iniziato in pratica doveva confidare solo nella cognizione della sua essenza celeste e nella «mistica sapienza ottenuta con un’intima severa tensione intellettuale oltre che morale». In quest’ambito si possono meglio capire i concetti individuati nell’epigrafe di Ippò, laddove si parla di sofrosyne (saggezza), dikaiosyne (giustizia) ed eusébeia  (religiosità). Pertanto, la discesa agli inferi potrebbe essere un vademecum, una guida per l’aldilà, una sorta di egiziano Libro dei Morti, risalente allo stesso Pitagora. L’iscrizione attica di Ippò potrebbe indicarci una diffusione anche a Camarina di dottrine provenienti dalla Magna Grecia.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.