Continuando nelle mie incursioni nel passato, riferisco di un saggio dedicato alla vita di tutti i giorni tra Sei e Settecento, dalle monete alle case all’abbigliamento, ai prezzi e salari etc. etc. Il titolo del saggio è infatti «La “civiltà materiale” a Vittoria tra Sei e Settecento», n. 3 della serie “Vittoria e i Vittoriesi”. Curiosità inutili? No di certo. Sapere come si viveva nel passato serve a misurarne la distanza in termini di progresso e di avanzamento della civiltà. Pur studiando da decenni il passato, non sono stato mai infatti un “laudator temporis acti”, un “lodatore del tempo che fu” e non ho mai condiviso la frase: “belli i tempi di una volta…”. No. Per la maggior parte della popolazione erano tempi di miseria, di fame, di malattie senza scampo, di mancanza di igiene e di promiscuità tra uomini e animali foriere non certo di salute.  Offro quindi uno squarcio di vita materiale su cui riflettere, se si vuole, dando anche un esempio di ‘nciurie riscontrate nei documenti….         

Ecco l’indice del lavoro:

  Premessa

  1.Le monete, i pesi e le misure.

  2.Le case.

  3.Arredamento ed abbigliamento.

  4.Le botteghe e l’alimentazione dal 1623 al 1748.

  5.Il prezzo della terra e delle produzioni dal 1623 al 1748.

  6.Il patrimonio zootecnico tra Sei e Settecento. Grossi allevatori nel 1748.

  7.Impianti “industriali”: mulini, paratori, trappeti, palmenti ed altri.

  8.Salari e potere d’acquisto nella prima metà del Seicento.

  9.I mestieri: mastri, piccoli imprenditori, “liberi” professionisti,  operai. Il lavoro femminile.

10.Il lavoro nelle vigne nella seconda metà del Settecento.

11.I rapporti sociali: matrimonio, comparatico e funerale. Le ‘nciurie.

12.Cenni sull’immaginario collettivo: proverbi, modi di dire, poesia popolare.

Appendice.                                          

Breve approfondimento su comparatico e confraternite.        

Ovviamente nei documenti si parla spesso di case di ricchi. Eccone qui un esempio: quella di un benestante, il barone don Antonino Laurifici, un modicano stabilitosi a Vittoria prima del 1674 per avere sposato donna Francesca Indovina, figlia del notaio Giombattista e nipote di un ricchissimo sacerdote, don Andrea.

c)l’inventario Laurifici del 1708.

Non volendo però più parlare in astratto, esaminiamo cosa risulta nei documenti in nostro possesso per l’arredamento e l’abbigliamento. Vittoria non vanta tradizioni artigianali per i manufatti in terracotta, ma mi pare indicativo che sin da prima della fondazione Paolo Custureri al Canale possedesse un ciaramiraro e che nello stesso luogo nel Settecento funzionasse uno stazzone, un luogo cioè per la costruzione di tegole e stoviglie comuni. Per quelle migliori c’erano comunque vicine Terranova e soprattutto Caltagirone, i cui prodotti arrivavano a Vittoria durante le fiere.

Purtroppo nei riveli abbiamo solo rari cenni a mobili o altro. Uno di questi cenni riguarda l’acquisto di un n nel 1638 da parte di un tale Mariano Battaglia. Il termine indicava il baldacchino di stoffa che attorniava il letto: si tratta di un pezzo di arredamento per benestanti. Lo ritroviamo infatti nel testamento di Francesco e Rosalia Ricca (1678), genitori del futuro barone Giovan Battista, che nel lasciare all’erede «singula bona urbana rusticana, lanas, linos, stivilia domus necnon totum aurum, argentum, ferrum, metalla, lignamina», trattengono per sé stessi il letto «furnitum ut dicitur con suoi matarazzi…e paviglione…[e] dui seggi di coiro».

In altri testamenti il termine metalla è sostituito con plummum, staneum ad indicare le suppellettili della cucina, credo. Per quanto riguarda l’abbigliamento femminile, abbiamo una testimonianza risalente al 1623, quando il bottegaio Antonino Ciancio vende panni, faldette [per fare una sorta di grembiule] e formaggio…

Per avere notizie più dettagliate dobbiamo arrivare ai primi del Settecento ed esattamente all’ inventario di beni redatto il 24 aprile 1708 in casa del defunto barone don Antonino Laurifici, di origine modicana, vissuto per decenni a Vittoria in quanto aveva sposato donna Francesca Indovina (1639-1686), nipote del sacerdote don Andrea Indovina (1620-1684) e che dopo la sua morte si era risposato. L’inventario riguarda tutti i beni lasciati dal defunto, mobili e immobili. Il palazzo (ereditato dalla prima moglie) aveva 17 ambienti, che vennero tutti passati in rassegna. A pianterreno c’erano due dispense e due stanze laterali. Al primo piano si accedeva da un ingresso (il solito porticale), su cui si apriva un’altra dispensa. A metà della scala che portava al primo piano c’era un ripostiglio. Al piano “nobile”: una grande sala, la cucina, cinque camere ed una cappella. L’inventario registra ad uno ad uno quadri, mobili, sedie, letti, casse piene di biancheria ed altro, dandoci uno squarcio di luce sulla vita quotidiana degli abitatori.

Cominciamo dalle tre dispense, che contengono in tutto 88 botti (da barili 9.10, pari a litri 800 ciascuna), di cui però solo 16 piene di vino, quattro carratelli di cui due pieni di guarnaccia [un vino bianco], due buglioli, un barile vuoto, due fiascheri di stagno, con due fiaschi ciascuno.

In un ripostiglio c’erano 6 cantara [pari a 480 kg] di formaggio ed una giara con mezzo cantaro d’olio [40 kg]. Nella cucina si trovavano otto quadare [caldaie] -di cui tre piccole- di rame rosso, in genere di 10 rotoli di peso ciascuna (circa 8 chili),  un pignatello ed una padella di rame, un lamperi,  sette torteri con e senza coperchio, uno scarfallettu, due gradiglie  di ferro, forse uno spiedo, un pozzetto di stagno con cucchiaio piccolo

[per fare il gelato?]

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Le stanze erano piene di mobili e di casse di faggio, numerose. Tavoli e tavolini (o meglio buffette, boffettini e boffettoni), sedie di varia fattura, fra cui quelle in pelle di vacca, dette vacchetta, con chiodi di rame dorato, specchi grandi con cornice, candelieri di stagno. Nella sala grande ed in altre stanze c’erano appesi alle pareti numerosi quadri di soggetto religioso (ma anche pagani: tra santi e madonne, un dio Bacco…), paesaggi, stampe veneziane, un mappamondo. Numerosi i letti. Varie trabacche e trabacchini in ferro, con o senza spalliere, sostenevano materassi di tela rossa e bianca di lana (raramente di paglia). Un paio di letti erano grandi, a baldacchino, sormontati dal «paviglione con suo cappello»,  con cortinaggi di seta verde e rosa, altri erano semplicemente formati da trispita e quattro tavole. Le numerose casse di faggio erano piene di lenzuola di tela, cutre, frazzate, piumazzi,  tornialetto.  Non mancavano le tovaglie da tavola, damascate e non,  con i relativi stiavucche, i tovaglioli.

Oltre all’arredamento, gli abiti. Per quelli da donna: un gippone  o camicetta di rascagno  nigro, uno di visito [lutto] di baetta  nero, una pittiglia di pampiniglia, un firriolo, cammise, una montera  (una parrucca?), un manto di cattivello, birritti di tela, manto e faudiglia  di visito, giamberga  di baetta, faudali, muccaturi, guanti ricamati. Per avere un’idea di come andassero abbigliate le donne, Pitré ci viene in aiuto, scrivendo che le donne, sulla sottoveste, indossavano una gonnella di lino o di cotone o di lana, a colore, chiamata fadedda o fodetta (la faldetta di cui si è fatto cenno sopra), dalla cintura fino ai piedi. Sul busto una camicetta, chiamata ippuni; un pizzo (pittigghia) o fazzoletto bianco sul petto, un grembiule (faudali).  Una mantellina di panno nero avvolgeva le spalle. In particolari occasioni sulla veste si indossava la fadiglia, una sopravveste di seta nera (di cattivello o armoscino), che arrivava fin sotto le ginocchia.

Ritornando al nostro inventario, relativamente agli abiti da uomo abbiamo: casacche di giammillotto, cammisi e calzi  di tela, calzette di filo, causi e casacche di felpa, casacche d’armoscino o cattivello, un cappotto di tirzanello, varie camicie («gippone di felpa acquamarina con bottoni d’argento dorato, gippone con manichi longhi tagliati all’antica con guarnizioni d’argento»), marzapano [scatola] con 26 bottoni di seta ed oro .

Don Antonino Laurifici doveva essere stato soldato: conservava infatti «un fiasco di soldato d’avolio » e tre «scopetti con suoi grilli  tileri  e canni, una carrobbina e due pistole». Aveva anche una spada col suo fodero. Nella stalla, smontata in vari pezzi, una ricca carrozza di vernice (mustura) dorata dentro e fuori, in stile napoletano con sedili in vacchetta nigra «con suoi puma di ramo addorato e bandilori  di damasco verde».  Nella cappella della casa, oltre ad arredi sacri, c’era un orologio a campana  di rame. Non mancava l’argento lavorato (d’oro neppure l’ombra invece), ma i pezzi non sono descritti: se ne dice solo il peso: 14 rotoli, pari ad oltre 11 kg. Nessun accenno a “servizi” igienici, che erano costituiti esclusivamente da vasi (càntaru, cantru, silletta) che si svuotavano…

Sul cannamellito, cioè l’impianto di zucchero in contrada Bosco Rotondo in funzione dal 1641 al 1645 estraggo il paragrafo relativo alla costruzione del trappeto.

e)il trappeto per lo zucchero nel Cannamellito di Vittoria.

Per quanto riguarda il trappeto per la produzione di cannamele tra il 1641 ed 1645, non siamo in grado di farne una descrizione, ma secondo quanto suppone Di Salvo, il suo funzionamento doveva essere simile a quello dei trappeti per le olive: una mola (o due), di calcare di grosso spessore, trascinata (o trascinate) da un mulo o cavallo, in rotazione dentro un contenitore circolare anch’esso in pietra. Sul cannamellito vedi Vittoria e i Vittoriesi.2

La costruzione del trappeto iniziò il 2 giugno 1643, con lo sterramento del vano dove sarebbe stata sistemata la ruota e la sistemazione dei vani dei conzi (torchi, strettoi). Le tavole necessarie alla fabbrica furono prese a Cifali e a Mazzarrone. La costruzione si protrasse per i mesi di giugno e luglio, con la sistemazione della ruota. Ai primi di ottobre furono realizzate la gorga e la saia, cioè la vasca di raccolta dell’acqua e il canale dell’acqua per far muovere la ruota. Il trappeto fu pronto ai primi di gennaio del 1644, quando fu “inaugurato” alla presenza del governatore [della Contea] don Francisco Echelbez, che assistette alla lavorazione della canna.

Lavorarono alla costruzione del trappeto mastri ragusani, comisani e modicani. La costruzione della saia e del gorgo fu affidata ad un palermitano (vedi oltre, paragrafo sui mestieri). Dai numerosi mandati di pagamento, veniamo a conoscenza delle parti del trappeto: gorga e saia, camera della ruota, anticamera e camera dei conzi, recinto circostante. Sopra la camera della ruota c’era il fuso, che faceva girare le mole. Per costruire i forni furono impiegati ben 25.000 mattoni, fabbricati nel ciaramiraro di Vittoria, e 2000 servirono per la pavimentazione del tagliatore e del passatore. La costruzione doveva essere imponente: ben 32.000 tegole ne coprivano il tetto. Pur non essendo in grado di stabilire quante porte e finestre ci fossero nella costruzione, l’acquisto di 58 paia di fintizzi, ci fa intendere che erano numerose. Varie le qualità di legname impiegate: di pioppo, di albano del Passo di Cammarana (per le travi del tetto, con legname acquistato presso il barone di Torrevecchia). I conzi avevano 12 coperchi e 12 uccule grandi in ferro e venivano stretti mediante sdanghe (sbarre) di legno, mentre i forni avevano otto finestre coperte con lanne di ferro quadrate e quattro coperchi quadrati in ferro per le bocche (quindi i forni erano quattro). Furono preparate 1200 forme per contenere i pani di zucchero (ad Augusta), e 10 tinelli con cerchi di ferro; inoltre cati, 25 buglioli  e sische . Le mole del trappeto furono fatte venire da Palermo. Arrivate a Pozzallo, furono portate via mare a Scoglitti da due padroni di barche e poi da Scoglitti a Vittoria (se ne occuparono tre mastri di Avola, che costruirono un’intelaiatura in legno per trasportarle al trappeto). Le mole furono sistemate (calate) nel trappeto da mastro Corrado Oddo, di Avola. Antonio La Scala fu poi il mastro degli zuccheri. I filtri degli zuccheri furono fatti in tessuto d’albascio (ne occorsero 42 canne, cioè 84 metri).  Il trappeto era giù ultimato nell’ottobre 1643, appena in tempo per essere visitato dal viceré [don Giovanni Alfonso Enriquez] e dalla moglie [donna Luida de Sandoval], ed in questa occasione mastro Innocenzo Giarratana sparò 100 maschi. Altri fuochi d’artificio erano stati sparati a cura di mastro Melchiorre Giunta per salutare l’entrata del viceré nel suo feudo di Boscopiano.

Altre notizie le possiamo trarre da un inventario del 22 febbraio 1645. Assieme a caldaie, attrezzi vari di rame, coltelli, etc. etc. si scrive che nel trappeto c’erano 13 conzi completi di viti, cianchi, scorfini, scodelle, e scaletti ordinari, tre tavoloni di tagliare, tre mezze botti, un palmento di legno con 10 tavole grandi e piccole. Appena ultimato, il 20 novembre 1645, a causa di una fortissima pioggia, il trappeto subì dei danni, che furono riparati con una spesa di onze 57 (contemporaneamente furono danneggiati anche i mulini, con il crollo di un dammuso nel mulino nuovo, quello di Santa Rosalia; in quella occasione fu riparato anche il mulino vecchio, cioè i due mulini,  danneggiati da una piena nell’anno precedente). I danni al trappeto riguardarono però il tetto della stanza dei forni (si usarono le tegole delle case della Corte, attuale Palazzo Gucciardello) e la macina, per la quale fu fatta una scodella di legno e ne fu impiombato il collo. Anche se mettendo insieme tutti i dati non siamo in grado di ricostruire il funzionamento del trappeto, esso doveva essere un impianto notevolissimo e dal funzionamento assai complesso, come vedremo in seguito, al semplice esame dell’elenco degli operai addetti.

Ma quali erano i mestieri e le professioni dei nostri antenati?

f) i “professionisti”: notai, medici, aromatari etc.

La figura del notaio è la prima ad affermarsi, indispensabile non solo per le compravendite tra privati, ma soprattutto per l’esistenza stessa dell’amministrazione pubblica. Infatti uno dei quattro giurati dell’Università (come stabilito nel 1564), deve essere un esperto di leggi e così troviamo spesso che parecchi notai sono o giurati o secreti essi stessi. Tra i notai bisogna distinguere i liberi professionisti e quelli impiegati presso la Corte (odierna Giunta Municipale). Il primo notaio è don Antonino Indovina (a Vittoria dal 1614, morto nel 1628). Altri notai: don Francesco Brancato (dal 1620 e morto nel 1652), Gio. Battista Indovina (1652-1659); Isidoro Occhipinti (1652-1671); Giuseppe Mandarà (1657-1693); Blasio Cannizzo (1662-1681); Francesco Puzzo Carrubba (1673-1685); Giacomo Ottaviano (1674-1691); Teodoro Spata (1676-1691); Gaetano Occhipinti (1677-1682); Francesco Castilletti (1681-1692); Giuseppe Vampatella (1685-1710); Blasio Cannizzo (1691); Francesco Ottaviano (1692-1703); Gaetano Occhipinti (1694-1708); Matteo Licitra (1695-1713); Saverio Gafà (1697-1749); Giuseppe Cultraro (1699-1716); Mario Pancari (morto nel 1710); Francesco Ottaviano (not. nel 1714); Gio. Batta Sinatra nel 1714.

 La funzione di mastro notaio della Corte era data in gabella. Mastro notaio nel 1641, 1642 e 1643 fu Felice Lupo, nel 1666 Damiano Scagliola, cui in seguito successe don Mario Incardona. Guglielmo Bonfissuto fu mastro notaio civile e criminale nel biennio 1698-1699.

Dal 1714, con la nascita di un minimo di struttura amministrativa dell’Università sono registrate le seguenti figure di “impiegati” della Corte Giuratoria: detentore e apocario (una sorta di ragioniere, con un salario annuale di onze 6), depositario (onze 2), archivista (onze 4), notaio (onze 1.10), giudice (onze 4), segretario (onze 2), serviente con divisa (onze 5), mastro di piazza (onze 1), organista della Matrice (onze 4), più tre medici (2 fisici ed 1 chirurgo, con onze 6 ciascuno). Dal 1714 risulta anche che sia il sindaco che i giurati ricevono un’indennità, rispettivamente di onze 2 i giurati (più un assessore, con onze 2: una sorte di assistente dei giurati) e di onze 4 il sindaco. Nel 1748 i salari dei giurati sono sempre gli stessi, compreso quello di assessore (onze 2 ciascuno), ma si è ampliato il numero del personale: i servienti costano onze 8, c’è sempre il detentore dei libri e l’apocario (onze 6), l’archivario (onze 4), il mastro di piazza (onza 1),  il notaio dei giurati  (onze 1.10), in più un segretario della Corte Giuratoria (onze 2.17), un depositario dell’Università (onze 2), il mastro orologiaro (onze 4).  l’organista della Matrice (onze 4), 2 medici fisici (onze 6), un medico chirurgo (onze 6). La controversia con Chiaramonte costrinse inoltre l’Università a tenere un avvocato (onze 12) ed un procuratore (onze 6) a Palermo.

A Vittoria, all’inizio, non si trasferì alcun aromatario, per cui i malati vittoriesi fino al 1623 furono costretti a farsi preparare qualche medicamento a Comiso, dall’aromatario Matteo Dierna. Nel 1630 c’è sicuramente uno speziale a Vittoria ma non ne abbiamo il nome. Dal 1635 è aromatario tale Giovanni Affé e nel 1638 m.ro Giovanni Palazzo (comisano, fratello del sac. don Pietro Palazzo) risulta possedere borse e attrezzi di aromatario. Arcangelo Martorana risulta speziale nel 1645; possiede una spezieria Violante Scagliola nel 1651 (ma è sorella di Arcangelo? perché di cognome fa Martorana). Antonio Terlato alias Rosella fino al 1693. Nel 1748 sono aromatari: don Giuseppe Migliore, Gio. Batta Inghilterra, don Vito Terlato, mentre Carmela Briga dichiara una sbizialia e gli eredi di Martino Catalano una aromataria con gli arnesi di dentro.

Dal 1630 compare anche un dottore in medecina: si tratta del dott. Geronimo Pinedo, cui nel 1632 si aggiunge tale Pietro Morana. Nello stesso 1632 è presente il dottor  Angelo Pisana, di Malta. Altro dottore nel 1635 è un certo Francesco Birtolo ma si tratta probabilmente di un laureato in legge, perché per Giuseppe Nucifora (sempre nel 1635) si specifica invece che è dottore in medecina. Altro artis medicae doctor è Vincenzo Lena (o Leni) nel 1642; don Giuseppe Nucilla esercita nel 1651, mentre Pietro Pinedo (figlio di Geronimo?) è dottore in medecina nel 1665. Il dottor Antonino Jacuzzi di Messina, chirurgo, muore a Vittoria nel 1698. Nel 1714 don Pietro Porcelli ha il titolo di “dottore” ma è probabilmente laureato in legge.

Sicuramente laureati in legge sono numerosi sacerdoti (vedi oltre) e parecchi laici, tra cui il barone don Antonino Laurifici (morto nel 1707), mentre nel Consiglio Civico del 1706 [il primo di cui abbiamo notizia] troviamo:

don Vincenzo Paternò (avvocato), don Giombattista Giudice (avvocato o medico?), don Blasio Toro

(avvocato o medico?).

Nel 1714 è “dottore” [laureato in legge?] don Giovan Battista Ricca, mentre don Riccardo Toro e don Riccardo Ricca sono avvocati, assunti per difendere Vittoria nella controversia con Chiaramonte. Probabilmente laureato in legge sono anche don Arcangelo Mazza (1748), don Guglielmo Paternò (1748), don Mario Occhipinti (1748), don Antonio Cannizzo (1748); don Antonino Marangio (medico? avvocato?), dr. don Nicolò Catalano (medico?).

Utriusque juris doctor (laureati cioè in diritto sia canonico che civile) risultano don Enrico Ricca, don Pietro Celestri, don Francesco Maria La China, don Antonio Giunta (tutti nel 1748). 

Di tutti i costruttori delle chiese e conventi abbiamo un solo nome: quello di padre Giuseppe Vizzari che progettò nel 1679 la nuova chiesa ed il convento di San Francesco di Paola.

f) le ‘nciurie                 

I registri parrocchiali sono l’unica fonte per ricostruire l’anagrafe dei Vittoriesi fino al 1861. Per quanto riguarda il periodo 1609-1726, i registri sono stati da me parzialmente trascritti (quelli del Sette-Ottocento lo sono stati a cura di Salvatore Palmeri). Le serie sono quasi complete: dei battesimi mancano soltanto gli anni 1609-1611, mentre dei matrimoni mancano i registri del 1643 e poi dal 1647 al 1687. Dei morti mancano solo gli anni 1639 e 1640. Tali registrazioni quotidiane sono una fonte inesauribile di notizie sui Vittoriesi: nomi, cognomi, paternità, padrini (a volte importanti per ricostruire anche la trama del potere e delle relazioni interpersonali), giorno delle nozze, testimoni (anche in questo caso importante il loro ruolo), le cause della morte (anche se sporadicamente) ed il luogo di sepoltura in chiese, cappelle, conventi e poi monasteri. Per quanto riguarda i cognomi, essi sono spesso scritti in forme illeggibili, storpiati, variati, a secondo della maggiore o minore ignoranza dello scrivano (a volte il parroco in persona, in generale altri sacerdoti suoi collaboratori), nel siciliano italianizzato dell’epoca fino alla fine dei Seicento, sostituito poi da un latino terribilmente scorretto, tranne qualche eccezione per il Settecento. I cognomi vengono a volte accompagnati da un alias. Non si tratta sempre di ‘nciurie, cioè i soprannomi (a volte arrivati fino ad oggi).

Da una superficiale analisi di questi alias possiamo distinguerli in due categorie. Nella prima l’alias indica un altro cognome (ad es.: Bulcassimo alias Arena, Guastella alias Cara, Galluzzo alias Tomasi, Mugliarisi alias Colla, Bellassai alias Rovetto, di Marco alias Cicchitto etc.), tanto è vero che a volte essi sono scambiati in maniera completa (ad esempio Cara alias Guastella, Giudice alias Valentino o Valentino alias Giudice, Cziccuni alias Lucchisi, Rosella alias Terlato etc.). Nella seconda categoria abbiamo inserito le ‘nciurie vere e proprie, distinguendole in alcune sottocategorie:

a)provenienza: modicano/a, ciaramuntanu/a, muntirussanu, maltisi (mautisi), bucchirisi, chiazzisa etc.;

b)caratteristiche fisiche e difetti: vellico, crozza, scagliuni, longo, culluzzo, peditunni, piditaro, pilato,  lagnusu, vissica, tistuni, piliddu, picciusu, tupputa;

c)caratteristiche morali: virrina, pizzuto, crapo, passuluni, cucca, zappalanotte, cartafausa, trifacci;

d)condizioni o origini: lo schetto, scavo, scavuzza;

e)mestieri: carcararu, molinaru, cavatillaru/a, polvoraro, crivaru, tupparo;

f)da monete: carlino, tridinari (anche 3denari o tirdinari), cinquedenari, tritarì (3 tarì);

g)varie: mitiluglia, faccidinozzi, mangialochi, ricotta, sasicza, Nofrio [una maschera, una sorta di Giufà], scorcia, mullicuni, mangialasagni, tribastuni, zappitella, scupittuni, mondio, barbabianca, sidiesis, taulidda, cutillazzu, cubaita, fiaccalapiazza, minacapilli, causuni, mussolucenti, dammilibotti, faccidistidda, cacabothega, furnu, cacafilu, manciamori, minusa  etc. 

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.