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Cancellieri e la bolla di componenda

By 26 Dicembre 2019 Luglio 5th, 2021 No Comments

                 Da Andrea Camilleri a Rosario Cancellieri al barone Giovan Battista Ricca

Nel 2012 mi capitò di leggere uno scritto di Camilleri, la “Bolla di componenda”, un titolo misterioso e accattivante. Partito dalle vicende di un delinquentucolo inglese dei primi del XVIII secolo, che dopo aver organizzato furti faceva contattare la vittima ed in cambio di un riscatto in percentuale restituiva il maltolto, Camilleri plana sulla realtà italiana. Allarga infatti tale concetto al pagamento del “pizzo”, alle trattative tra Stato e singoli criminali per sconfiggere parte della stessa criminalità mafiosa (“una componenda”, cioè un “compromesso” o “transazione” sarebbe stato l’assassinio del bandito Giuliano ed altri patti oscuri tra Stato e mafia: chissà forse anche l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte: ma questo lo dico io). Quindi parla di antiche bolle papali, come quella detta di Terrasanta con cui si acquistavano benemerenze in cielo dando un obolo alla Chiesa per mantenere i Francescani custodi dei Luoghi Santi, ed infine di una misteriosa “bolla di composizione”. Con quest’ultima, nella Sicilia della seconda metà dell’Ottocento si acquistava il diritto, in base ad un tariffario, non solo di mangiare carne e latticini il venerdì, ma anche di cancellare i peccati conseguenti a furti. La tariffa imposta andava a favore della Chiesa, che ogni anno metteva in vendita nelle chiese il Venerdì Santo la “Bolla di Composizione” (il regolamento vero e proprio con tariffe annesse in base all’entità del valore rubato), a condizione che il peccatore si fosse pentito ma non potesse restituire il maltolto perché ignorava chi fosse il derubato. In tal caso, poteva tenere il maltolto dandone una parte alla Chiesa (circa il 3 per cento): l’oggetto della trattativa era definito appunto “componenda”. Per valori elevati era però previsto che fosse direttamente il Vescovo a trattare il “quantum”… Ma non erano solo i proventi di furti e rapine che si potevano “condonare”: tranne l’omicidio, si potevano cancellare a pagamento peccati come: rapina, estorsione, concussione, corruzione, stupro, prostituzione femminile e maschile etc. etc.. Dice Camilleri che della faccenda parlò a Leonardo Sciascia, che gli avrebbe confessato di non saperne nulla ma che di una cosa del genere, se fosse esistita, non si sarebbe mai trovata traccia. Pertanto Camilleri si mette alla ricerca delle prove, trovandone tracce nella relazione della “Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia”, che operò nell’Isola tra la fine del 1875 e gli inizi del 1876. In particolare nella deposizione del generale Casanova. Il 12 novembre 1875, interrogato, il comandante delle truppe regie di stanza nell’isola (41 battaglioni, mentre per popolazione in Sicilia avrebbero dovuto essercene solo 28!) non solo parlò della criminalità mafiosa dell’epoca (diretta da personalità di alto livello) seppure in maniera sfumata, ma accennò -sempre con toni vaghi- all’esistenza di questa “bolla di composizione” che, con la cancellazione onerosa di ogni peccato non aiutava la giustizia a combattere la criminalità né sollevava la Sicilia dal suo stato di depressione. Gliene fu chiesta copia e lui la fece avere alla Commissione solo dietro ulteriore richiesta, il 25 novembre. Ma -scrive Camilleri- i segretari ne avrebbero trascritto parti e poi l’avrebbero restituita al generale. Pertanto, dice Camilleri, nelle carte della Commissione, pubblicate nel 1969, non se ne trova traccia, così come gli aveva “profetizzato” Sciascia. Camilleri però riferisce che della bolla avrebbe parlato anche un certo professor Giuseppe Stocchi nella seconda di ben 14 lettere pubblicate tra l’agosto e il settembre 1874 nel giornale “La Gazzetta d’Italia”. Inserendosi nel dibattito dell’epoca sulle condizioni morali dell’Isola, il prof. Stocchi, di Alcamo, accenna alla “bolla di composizione” (Camilleri, op. cit., pagg. 84-86), riportando alcuni articoli della bolla in questione: il 4°, che parlava di corruzione e concussione di magistrati ed il 16°, relativo a “mantenute” e “mantenuti”. Camilleri poi conclude la sua opera usando la sua formidabile fantasia di scrittore…

Ma come passiamo da Camilleri a Cancellieri? E che c’entra Cancellieri con la Bolla di Composizione? E il barone Ricca?

Nella sua deposizione alla Commissione d’Inchiesta a Palermo il 12 novembre 1875, il generale Casanova aveva detto che era difficile trovare copia di una Bolla di Composizione, dopo il sequestro ordinato dal Procuratore del Re di Palermo, Diego Tajani. Dal contenuto e dal tono delle risposte del generale, sembrerebbe che la Bolla fosse messa in vendita clandestinamente dai preti. A domanda infatti, Casanova dice e non dice, afferma che la bolla non ha firma, che è difficile prendere il prete che la vende, né risponde al deputato-commissario Gravina che afferma invece: «E’ sempre stato così, anche il Governo l’ammetteva»…

Il Procuratore di Palermo Diego Tajani (1827-1921), citato dal generale Casanova era stato al centro di polemiche avendo messo sotto accusa nei primi anni ‘70 il questore Albanese, stretto collaboratore del prefetto Medici (1868-1873). Dimessosi dalla magistratura, nel 1874 Tajani era stato eletto deputato al Parlamento nelle file della Sinistra, mentre Albanese era stato assolto dall’accusa di collusione con la mafia per insufficienza di prove.

Ma l’ex magistrato era stato anche tra i protagonisti della discussione che nel giugno 1875 aveva accompagnato la legge istitutiva (voluta dal Governo Minghetti) della Commissione d’inchiesta in Sicilia, ipocritamente celata dietro la dizione generica di “provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza”. Nel suo intervento dell’11 giugno 1875, l’on.Diego Tajani aveva lucidamente denunciato le complicità governative nella gestione dell’ordine pubblico soprattutto nelle province di Palermo, Girgenti e Trapani, dove era stato ripreso il modus operandi usato dalla polizia borbonica negli anni ’50 (al tempo di Salvatore Maniscalco, n.d.a.), quando si usava reclutare tra le guardie borboniche i “maffiosi” stessi per tenere sotto controllo la criminalità, con le immaginabili conseguenze. Tajani denunciò che dopo il 1866 si era fatta la stessa cosa. E per dimostrare che “il pizzo” (uso questo termine per chiarezza: Tajani parla di “ricatto”) era imposto a tutti i livelli, dalla città alla campagna, accennò anche alle gravi responsabilità della Chiesa, che consentiva a ladri e briganti, stupratori e corrotti di comprarsi il perdono a suon di denaro, concludendo che «il malfattore transige col prete a sinistra e con la vittima a destra». Conseguentemente, appena arrivato a Palermo nel novembre 1868 e venutone a conoscenza, aveva negato l’exequatur alla diffusione della “bolla di composizione”.

L’intervento di Tajani, che chiamava in causa un prefetto (Medici), un sindaco di Palermo (Peranni) amico personale del presidente del Consiglio Minghetti e un ex presidente del Consiglio (Lanza), come responsabili di questa politica di “accomodamento” con la criminalità “maffiosa”, causò l’interruzione della seduta alla Camera per tumulti e poi un durissimo attacco della Chiesa, che con l’Osservatore Romano e la rivista dei Gesuiti “La Civiltà Cattolica” del 26 giugno 1875, accusò Tajani di essere un bugiardo e di avere mentito per puro odio contro la Chiesa, sfidandolo a produrre una copia della “Bolla di Composizione” in cui si prevedesse questo “acquisto di indulgenze” per ogni genere di reato. Ma lo stesso Osservatore Romano precisava però che ciò cui alludeva Tajani, altro non era che la “Bolla della Crociata”, «conosciuta nel mondo intero da oltre tre secoli…e che, stampata a migliaia e migliaia di copie, va nelle mani di tutti nei luoghi ove essa vige, che sono tutti quelli soggetti un tempo alla dominazione dei Re di Spagna. Ora, quella Bolla, che tratta delle componende, dice precisamente l’opposto di ciò che il sig. Tajani per odio alla Chiesa ed alla verità ha asserito…». L’articolo quindi precisava che la Bolla non comprendeva l’indulgenza per qualsiasi tipo di reato, ma solo concedeva all’amministratore Commissario generale «…la facoltà di venire ad una composizione intorno alle cose mal procacciate o illegittimamente possedute od usurpate, solo quando non se ne conosca il padrone». Si negava quindi recisamente qualsiasi responsabilità della Chiesa nella genesi delle cause della diffusa immoralità e criminalità esistenti nell’isola di Sicilia. La cosa strana però è che né Tajani né l’Osservatore Romano ebbero cura di pubblicare per chiarezza il testo integrale di una qualsiasi “Bolla della Crociata”, volgarmente detta “Bolla di Composizione”. Eppure, dell’argomento aveva parlato sin dal 1868 un deputato di nome Rosario Cancellieri, nel suo intervento alla Camera del 28 maggio di quell’anno…

Ciò di cui tutti parlavano e che non si riusciva a trovare nella sua versione integrale era invece da anni agli atti della Camera, già allora ben stenografati e stampati. Infatti la trascrizione completa di una Bolla della Crociata o Bolla di Composizione era inclusa nel verbale della seduta del 28 maggio 1868, quando la Camera aveva discusso una “Interpellanza del deputato Cancellieri sull’esecuzione delle leggi che sopprimono le corporazioni religiose”. Infatti l’onorevole Rosario Cancellieri (1825-1896), sin dal febbraio di quell’anno, aveva chiesto per quali motivi le leggi del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867 sull’esproprio dei beni ecclesiastici e sulla soppressione delle corporazioni religiose non fossero rispettate in Lombardia. Non avendo avuto risposte plausibili dal ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Gennaro De Filippo, aveva presentato la sua interpellanza, messa in discussione quel giorno. Cancellieri esordì dicendo che la sua interpellanza aveva due scopi: l’uno di chiedere al governo Menabrea, da lui definito “reazionario”, quale fosse la sua politica nei confronti della Chiesa (verso la quale si avvistavano segni di accomodamento) e l’altro di sollecitare ad eseguire senza tentennamenti l’acquisizione dei beni ecclesiastici e lo scioglimento degli ordini religiosi. Cancellieri voleva che il Governo fornisse «spiegazioni tali che possano confortare me e quanti altri in questa Camera propugnano meco i principii di libertà e di anticlericalismo che informano le leggi del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867, di cui reclamo l’esecuzione». La Camera le aveva votate a stragrande maggioranza e non si capiva ora per quale motivo il Governo esitasse e l’oratore si lanciò poi in una vera e propria filippica: «Chi vede in quelle leggi un disegno finanziario, ne calunnia il concetto. Quelle leggi furono essenzialmente ispirate al principio nazionale di combattere il potere temporale…Sciogliendo i sodalizi religiosi che erano l’armata del papa-re, e destinando la temporalità della Chiesa in modo che non potesse disporne la Curia romana, si usarono i mezzi morali più efficaci per abbattere il dominio temporale dei papi…La grande maggioranza

[della Camera]

comprese che, non per vedute finanziarie, ma per più alti principii di politica bisognava sciogliere i sodalizi religiosi, e disammortizzare i beni della Chiesa; e senz’altro votò quelle leggi di cui oggi reclamo l’osservanza. Sono desse le vere macchine da guerra contro la Curia romana…Come dissi in principio, nel muovere questa interpellanza intendo eccitare il Ministero a spiegare apertamente le sue intenzioni riguardo all’indirizzo politico».

Non si capirebbe il violento attacco di Cancellieri alla Chiesa se si ignorasse il momento preciso in cui tali preoccupazioni risuonavano a Palazzo Vecchio, sede della Camera a Firenze. “Roma capitale” era la grande questione che assillava la classe dirigente in quegli anni. Il Governo era stretto tra Napoleone III che difendeva Roma e l’opinione pubblica che invece seguiva con attenzione e simpatia Garibaldi, che aveva tentato nell’ottobre 1867 un colpo di mano, fermato però tragicamente a Mentana dai fucili francesi “chassepots”. Dopo il massacro di Mentana (in cui avevano perso la vita i fratelli Cairoli ed altri erano stati catturati, come i patrioti romani Monti e Tognetti, in seguito decapitati a Roma), Garibaldi era stato arrestato. E Menabrea trattava con la Chiesa e la Francia. Cancellieri insisteva pertanto per capire dove si volesse andare e soprattutto per quale motivo i beni della Chiesa, già espropriati per legge ed arma definitiva per abbattere il potere temporale, si esitasse a toglierli a frati e monache.

Nella seconda parte dell’interpellanza passava quindi a dimostrare come non si fosse data piena esecuzione alle leggi sulla soppressione dei corpi monastici e sull’asse ecclesiastico, a cominciare dai beni in Lombardia (come se non fosse in Italia) ed elencando tutti i casi a sua conoscenza in cui nulla era cambiato: oltre alla Lombardia, a Bologna, Firenze, Moncalieri, Mondovì, Montecassino, Napoli, Siracusa ed in numerose altre località. Inoltre si continuava la pratica della questua, proibita dalla legge, nonostante si fossero concesse pensioni adeguate agli ex religiosi, cosa che presso il popolino provocava avversione contro il Governo, accusato di aver cacciato i frati dai loro chiostri e li aveva costretti alla miseria: cosa non vera, secondo Cancellieri. Ma lo scandalo più grande era che il Governo, in Sicilia, consentiva ancora lucrose pratiche che continuavano a finanziare la Chiesa e i luoghi pii, nonostante le leggi eversive dell’asse ecclesiastico. Infatti, con il beneplacito del Governo, con decreto del 9 febbraio 1868, era stata messa in vendita in tutte le chiese siciliane una bolla emanata dal papa Pio IX e firmata dall’arcivescovo di Palermo che anche per quell’anno regolava la predicazione e la vendita della Bolla della Crociata, con tutte le istruzioni per i religiosi venditori, che dovevano «insinuare con zelo, pietà e fervore il desiderio della santa bolla e sue indulgenze, e nei giorni di festa devono situarsi con un tavolino nella madrice chiesa, parrocchie o altre chiese più frequentate vicino la porta maggiore, invitando i fedeli a prendersi la bolla suddetta» ed ai quali rimaneva un tasca una percentuale. In particolare, la “composizione” riguardava, come già sappiamo, i proventi da furto e la condizione essenziale era che il ladro, volendo restituire, non sapesse chi fosse il derubato. In tal caso, pagando alla Chiesa tarì 2.12.3 su un valore rubato di 77.4 (pari al 5%) ci si poteva tenere lecitamente il resto. Nel caso di somme superiori, occorrevano tante bolle fino alla concorrenza del valore del maltolto…

La Camera accolse con ilarità tali affermazioni, ilarità che si tramutò in incredulità quando Cancellieri elencò la casistica suscettibile di “perdono”:

1)per guadagni illeciti ed usura; 2)per rendite ecclesiastiche illecitamente percepite; 3)per legati usurpati; 4)per magistrati corrotti; 5)per avvocati corrotti; 6) per falsa testimonianza; 7)per falsificazione di documenti; 8)per magistrati concussi; 9)per impiegati amministrativi corrotti; 10) per poliziotti corrotti; 11) per bari; 12) per false dichiarazioni attestanti povertà; 13)per rinvenimento di oggetti smarriti; 14)per ricettazione; 15) per possesso di bestiame rubato; 16) per vendita di vino annacquato e furto sul peso; 17)per qualunque altra transazione illecita.

Tutte le somme andavano versate in un’apposita cassettina detta “dei mali ablati”. Il punto 18° riservava infine all’arcivescovo di Palermo la composizione di grosse somme…

Come dimostrò Cancellieri, tutto avveniva alla luce del sole, con tanto di bolli e timbri del Governo. Lo stesso Governo che scandalosamente consentiva la vendita della Bolla detta dei Luoghi Santi o di Terra Santa, reintrodotta nel 1852 e destinata a finanziare il mantenimento di 300 francescani nella custodia dei Luoghi Santi di Gerusalemme. La sua vendita era stata autorizzata dal Consiglio di Stato nonostante numerosi prefetti avessero dichiarato che i proventi si sospettava andassero a finanziare il brigantaggio. Fin dal 1866 Cancellieri aveva personalmente denunciato questo stato di cose a parecchi ministri, che gli avevano dichiarato di non saperne nulla. Pertanto l’oratore si chiedeva come potesse «il Parlamento italiano dimenticare un momento la questione religiosa nelle sue attinenze colla politica, fino a che abbiamo a Roma un nemico il quale non rifugge da qualunque mezzo morale o materiale per assalirci, un nemico che congiura ogni giorno con tutti i suoi adepti contro di noi? Finchè abbiamo implacabilmente ostile il Papa che ci assale con tutte le sue armi, e lecite ed illecite, noi siamo nel dovere di stare sempre in sulla breccia…E’ lotta di principio quella che ci divide dalla Roma dei Papi. Noi lottiamo per l’unità nazionale e per la libertà; la Chiesa lotta per le ristaurazioni degli spodestati e pel Sillabo. Comprendo le tendenze di coloro che volessero assonnarci per farci rinunziare alla meta sospirata del nazionale trionfo; ma per l’opposta ragione il Parlamento non deve un momento chiudere gli occhi, e vigile custode dei diritti della Nazione, di fronte alle multiformi insidie clericali, deve continuare affermarli, perchè sia assicurato il Paese del costante rispetto a quei principii liberali che hanno dettato le nostre precedenti deliberazioni. Conchiudo instando perchè sia data completa esecuzione alle famose leggi che, sopprimendo i corpi monastici, e disammortizzando il patrimonio ecclesiastico, devono considerarsi come i mezzi più efficaci per disarmare il nostro nemico».

Un Cancellieri sconosciuto, ardente patriota per il compimento dell’unità nazionale con Roma capitale e per questo fortemente anticlericale. Questo intervento è inedito e non compare nell’edizione dei più importanti discorsi parlamentari di Cancellieri, pubblicata da mons. Federico La China nel marzo 1896. Come abbiamo visto, con buona pace del generale Avogadro di Casanova (e quindi dello stesso Camilleri), la Bolla di Componenda veniva venduta alla luce del sole, con tanto di autorizzazione del Governo. Un meccanismo che nel novembre successivo, un coraggioso magistrato di nome Tajani interruppe…

La risposta del Governo a Cancellieri fu evasiva e addirittura il ministro giustificò risibilmente l’autorizzazione della vendita della Bolla di Terra Santa come mezzo per mantenere la “presenza italiana in Medio Oriente”, cosa che suscitò la prevedibile ed ironica risposta di Cancellieri. Bloccata la vendita della Bolla della Crociata, dopo la caduta del Governo Menabrea, la liquidazione dell’asse ecclesiastico e la chiusura di conventi e monasteri fu portata a termine.

L’interpellanza sulla scandalosa Bolla di Composizione è solo un esempio della smisurata competenza e delle capacità di Rosario Cancellieri, deputato alla Camera nei periodi 1865-1874 e 1876-1882, sindaco di Vittoria dal 1879 al 1882, poi Senatore del Regno dal 1891 al 1895. Un vittoriese che fu tra i costruttori della nuova Italia unita e come sindaco il creatore della Vittoria moderna. Una personalità gigantesca, di cui l’11 gennaio ricorre il 123° anniversario della morte, e al quale la Società Operaia di Mutuo Soccorso a lui intitolata, con una iniziativa benemerita, sta dedicando una ricerca che ne illustri l’azione e ne sottolinei il lascito amministrativo, politico e morale per la città di Vittoria, in un momento di grave crisi della politica e della vita amministrativa cittadine.

Per concludere, un cenno al barone Giovan Battista Ricca (1666-1725), padre dell’arciprete don Errico Ricca (1700-1784) altro gigante della storia vittoriese. Nel suo testamento del 1721, Giovan Battista Ricca disponeva alcuni legati:

a)«alla Cassa di mali ablati della Magnifica Panormitana Chiesa di questa Città di Palermo onze dieci in denari da pagarsi seguita la mia morte per tanti mal’ablati incorsi, acquistati, che cossì voglio»;

b)«alli Lochi Santi di Gerusalemme onze quattro in denari da pagarsi seguita la mia morte per sussideo di detti Lochi Santi, e per Dio e l’anima mia».

Inoltre, gli eredi avrebbero dovuto acquistare dopo la sua morte «cento bolle di composizione per Dio e l’anima mia perché cossì voglio».

Insomma, dai lasciti del barone Ricca possiamo dedurre due cose: che l’uso delle bolle era antico e radicato nella società siciliana e che il barone Ricca ne aveva parecchie sulla coscienza…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.