Alla zona del promontorio, alla valle del fiume di Cammarana e al territorio di Vittoria è dedicato un altro saggio, intitolato “Camarina e la valle dell’Ippari”, dove affrontai il problema dell’invenzione del mito del “riaedificetur Camarina”, secondo il quale Vittoria sarebbe l’erede di Camarina, credenza destituita di ogni fondamento, ma inventata con una incredibile bravura da un paio di legali nel 1763, per vincere la difficile causa della controversia territoriale tra Vittoria e Chiaramonte (per la quale poi si fece una assai saggia transazione e di cui in seguito parlerò più diffusamente).

Ecco l’indice dei paragrafi:

1.Vittoria erede di Camarina? 

2.La tradizione e le leggende come tracce per ricostruire la storia?

3. Le testimonianze letterarie del culto della Madonna sul promontorio.

4. La Madonna Assunta e i culti della fertilità nella Sicilia greca e romana.      

5. Leggende popolari connesse al culto della Vergine di Cammarana. 

6.Il paesaggio agrario dall’antichità all’alto Medioevo.

7. Al tempo degli Arabi (IX-XI sec.)

8.I Normanni e i cinque feudi.

9.I Chiaramonte (1296-1392)

10. Le vicende della foresta di Cammarana dal 1361 al 1547

11.La mancata permuta della Contea e l’inizio del  processo di enfiteusi dal 1550

12.La valle del fiume di Cammarana e le sue contrade dalla fine del Cinquecento ai primi dell’Ottocento.

14.La torre e la chiesa dell’Assunta di Cammarana. La nascita e lo sviluppo di Scoglitti.

15.Il “gran tour” a Camarina. Brydone, Houel, Paternò Castello.

16.La valle, Scoglitti e il promontorio di Cammarana ai primi dell’Ottocento.

17. L’invenzione del “reaedificetur Camerina” .

Appendice documentaria

1)Tommaso Fazello

2) Camillo Camiliani

3) Serafino Amabile Guastella

4) Naufraghi turchi nel 1630

Approfondimento1: Flora e fauna della Valle dell’Ippari

Approfondimento2: Cammarana/Camarina nelle mappe geografiche dal 1550 ai primi dell’Ottocento.

Approfondimento3: La viabilità nella valle del fiume di Cammarana e lungo la costa degli Scoglitti

Approfondimento4: Tracce archeologiche nella parte mediana della valle (area di Vittoria)

Approfondimento5:Brevi cenni sullo sviluppo del vigneto vittoriese tra il 1616 e la fine dell’Ottocento                           

Come al solito pubblico un “assaggio”, riportando una bella leggenda riferita da Serafino Amabile Guastella sulle virtù miracolose della Madonna di Cammarana.

3) Serafino Amabile Guastella

«La tradizione seguente mi fu narrata da Sebastiana Albani, intesa Tosca, buona e religiosissima donna… C’era ‘na volta una povera orfanella; e quest’orfanella era divotissima della gran Signora Maria. A malapena il sagrestano sonava la prima messa, essa aveva il fuoco alle gambe, si metteva la mantellina e in quattro salti era in chiesa. Essa a sentirsi la messa ogni mattina, essa ogni sera a pigliarsi la benedizione, essa il rosario ogni ventun’ora, essa a confessarsi e comunicarsi ogni sabato. Questa divota -mettiamo che si chiamava Giovanna- era bella, bella che non c’era la pari, una vera faccia di sole: ma il motto antico non fallisce: nelle povere la bellezza è difetto. Batti oggi, batti domani, ora una parola, ora un regalo, ora un’imbasciatella, che vuole? La donna è canna, e il diavolo si ficca dentro le cipolle. Insomma, la divota cascò. La poverella non ebbe più animo di raccomandarsi alla Madonna, e passava le giornate a piangere, che il pianto lavava le pietre, e quando iva a letto, dicea: Io vi ho abbandonata, ma voi, Madre santa, non avete ad abbandonarmi, ché io sono una povera peccatora, e voi la Madre della Misericordia”.

Venuta l’ora del parto e soffrendo la poveretta le pene dell’inferno per tre giorni di seguito, “…la mammana le diceva: comar Giovanna mia, perché non vi fate portare la catena della Madonna?

Ve la posate sul ventre, recitate la litania, e in un Padre e Figlio, la creaturina vien fuori come un pesce. Ma la divota rispondea: sono una scelerata, e non merito la protezione della Gran Signora. Finalmente, come volle Dio, la creaturina uscì a luce, ed era un figlio maschio, ma era cento volte meglio se le moriva nel ventre. Potenza di Dio! era brutto come un serpente, e coperto dalla testa sino ai piedi da una crostaccia che faceva venire lo schifo. La puzza poi…la puzza!…parea aprirsi la carnaia dei poverelli. Alla povera madre le cadde il cuore in vederlo, ma se lo mise al petto, dicendo: E’ Gesù Cristo che me l’ha mandato così. Non lo baciò perché era ancora turco[1], ma gli diede il capezzolo. Passati quindici, o venti giorni Giovanna si armò di coraggio: pigliò il bambino in braccio, un pane nella sacchetta, la corona in mano, acqua ce n’è in ogni banda, e cammina, cammina arrivò a ripa di mare.                                                           

Ora dicesi che nei tempi antichi in quella parte ove ora sono le maccuna ci era uno scoglio altissimo, e sopra quello scoglio avean fabbricata una cappelluzza a Maria Santissima Assunta; e le genti partivano da cento miglia lontano, e facevano filiere per ottenere la grazia. Come la divota arrivò, bacia piangendo le pietre della cappelluzza, e inginocchiandosi cominciò a dire con grandissima fede: o bella Madre Assunta, non mi avete a negare la grazia che vi domando, non me l’avete a negare. Levate la lebbra a questo innocente, e datela a me peccatora, datela a me, bella Madre. A malapena dice questa preghiera, solleva le braccia al quadro della Madonnuzza, ed ecco che il figlio, le cade a testa in giuso nel mare. La povera madre gettò una voce, che parse spiccicarsele l’anima, e si lasciò ire come una saetta per pigliare la creaturina. O Gran madre miracolosa! -(qui la narratrice piangeva)-. Il bambinello era vivo, e rideva amoroso amoroso, e agitava le manuzze in segno di contentezza. Dov’era ita quella crosta fetente? Era diventato lucente come un cristallo, e di tanto brutto che era, ora parea un bambino Gesù. Il mare, ove era caduto, la Madonna l’avea fatto seccare in un fiat. La divota si fece monaca di casa, e con l’andare del tempo il figlio si fece prete, e diventò Vescovo di Siracusa». 

Inoltre, riporto un brano poco conosciuto su rinvenimenti archeologici nel territorio di Vittoria riferiti da Julius Schubring nel 1864:

1. I ddieri di Vittoria in Julius Schubring (1864) e F. S. Cavallari (1874).

Il primo studioso che esaminò con l’occhio dell’archeologo, oltre che il territorio di Camarina, la zona a monte nei pressi di Vittoria fu il tedesco Julius Schubring. Fu lui il primo a parlare di “sepolcreti” nei pressi di Vittoria e nella valle. Nella sua opera scritta nel 1864 e pubblicata nel 1881, leggiamo:

«Ne’ dintorni di Vittoria, al dire degli abitanti, esistono diversi sepolcreti:

1°) nella contrada Colobria, a due miglia verso libeccio, in un posto dove si trovano molti frammenti di vasi;

2°) non molto lungi di lì sul fiume, presso Torrevecchia;

3°) nella contrada Niscema [Niscima, contrada lungo la strada Comiso-Caltagirone, n.d.a.], ad un miglio a tramontana, dove si son trovati molti vasi e monete (qui i sepolcri erano scavati nella roccia);

4°) Boscorotondo, circa un miglio a greco, dove scavossi un’iscrizione “Europe chrestà ebiosen ete ie” [cioè Europa la buona, visse 15 anni, n.d.a.], ora in possesso del prete Placido Gomez di Vittoria [si tratta di don Placido Comes, un insegnante morto per il colera del 1867, n.d.a.];

5°) le pareti delle rupi sul fiume Ippari contengono molti antichissimi sepolcri a finestre (ddieri), in cui si  dice essersi rinvenute ossa, vasi, anfore e lampe».

Le notizie riferite dall’autore riguarderebbero insediamenti nel fondovalle (nelle contrade Colobria e Torrevecchia), lungo la strada Comiso-Caltagirone (nelle contrade Niscima e Bosco Rotondo), e infine all’interno dell’odierno abitato di Vittoria. Dal termine usato da Schubring, si tratta senza ombra di dubbio di “tombe a forno” scavate nella roccia, risalenti all’Età del Bronzo, come confermarono prima Francesco Saverio Cavallari nel 1874 («Il fiume Camerana…traversa una stretta di colline tra Comiso e Vittoria ove esistono dei sepolcri», in Archivio Storico Siciliano, nuova serie anno I, pag. 285) e poi da Pace. Quanto al termine ddieri c’è da precisare che esso, nelle parlate del Val di Noto si riferisce «soltanto a quel complesso di grotte disposte in linea orizzontale e con ordine alle quali si accede comodamente per una specie di terrazza naturale formata dallo sporgere della rupe, che a guisa di cornicione gira tutt’intorno» (Holm, vol. I, pag. 227 nota 13). Ciò ci porta ad identificare tali sepolcri con il complesso delle grotte della zona Colledoro-Viale Volturno (di cui non è rimasto quasi nulla a causa di frane e per la costruzione appunto della via Volturno). Tale parte dell’abitato ancora oggi è chiamato con il nome di “Ceddi”, “Celle”, che compare però per la prima volta in un atto del 10 luglio 1681: ciò fa pensare che si tratti di un termine utilizzato dopo la fondazione di Vittoria per spiegare in qualche modo il gran numero di grotte scavate nella roccia, che nella fantasia popolare sarebbero state abitate da monaci, ma che invece altro non sono che antiche tombe a forno; c’è da aggiungere che Zarino nella sua opera del 1977 riferisce di complessi di tombe a forno anche nelle contrade Cava Cammarana, Canale-Lavina-Orto del Crocifisso, in via Palestro, in contrada Cammira Aranci, a Santa Rosalia: in pratica lungo tutto il ciglio roccioso della valle su cui oggi sorge Vittoria.    

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[1] Non si bacia il neonato prima di battezzarsi e lo si chiama turco sino a che non abbia ricevute le acque battesimali.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.