Premessa

Questa raccolta contiene post e articoli da me pubblicati nel mio profilo facebook nel 2018. Non scrivendo più per quotidiani o riviste varie (sia perché dai quotidiani non mi si è più richiesto di scrivere nulla, sia perché le riviste su cui scrivevo a poco a poco sono state chiuse), ho utilizzato fb, ritenendo di sottrarmi alla leggerezza o alla facile invettiva (cui a volte anche io mi sono lasciato andare) con il pubblicare estratti dei miei scritti o articoli nuovi. E poiché ho riscontrato che i miei post di storia locale erano apprezzati, man mano ne ho scritti sempre di più. Nel corso degli ultimi anni ho scritto parecchio e sembrandomi utile raccoglierli in un unico testo, ho pensato di pubblicarli on line sul mio blog a disposizione di chi sia interessato. 

Eccone l’indice:

   1.Sulla “purezza” della razza siciliana

   2.In occasione del “Giorno della Memoria”

   3.Sul caso Pancari

   4.Sulla data di fondazione di Vittoria.

   5.In ricordo dell’arch. Giuseppe Areddia

   6.Sulle bufale

   7.Sul cambio della denominazione da “Sala Quarto Stato” a “Sala San Giovanni”

   8. 100° della morte di Nannino Terranova

   9.Sullo scioglimento del Consiglio per mafia

10.Sul 50° della fine della “Primavera di Praga”

11.Su Ascanio Colonna

12.Su una vecchia tesina ritrovata

13.Ancora sullo scioglimento del Comune per mafia

14.Sull’edificio dell’attuale Museo

15.Nello squallore del presente

16.Sull’Antica Pescheria

1.Sulla “purezza” della razza siciliana

Ogni volta che sento parlare di “razza” e tanto più per gli Italiani, mi viene da ridere. A prescindere dal fatto che volenti o nolenti veniamo tutti dall’Africa equatoriale orientale, esaminiamo per sommi capi la “purezza” della “razza” siciliana. Non so quanti sappiamo che i primi abitatori della Sicilia vennero nel VI millennio indovinate da dove? dalla Siria: portarono l’agricoltura e la ceramica. A questi nostri antenati siriani nel corso dei secoli si unirono altre genti provenienti dalle coste meridionali dell”Asia Minore e dalle isole dell’Egeo, in varie ondate successive. A queste popolazioni mediterranee si mischiarono navigatori, mercanti e guerrieri micenei (genti cosiddette “indoeuropee”, penetrate in Grecia nel corso del II Millennio); poi vennero genti italiche (Sicani e Siculi), anch’essi indoeuropei, dal centro Europa). Quindi nell’VIII secolo a.C. iniziarono le massicce immigrazioni di Greci (Dori soprattutto e Ioni), che sottomisero i Siculi, si mescolarono ad essi e combatterono i Fenici stanziati nella Sicilia occidentale (per chi non lo sapesse i Fenici di Cartagine venivano dal Libano!). Poi vennero i Romani (italici come i Siculi), ma solo élites di amministratori e militari. Popolata da genti di origine greca in maggioranza, la Sicilia accolse con favore i greci bizantini nel 535 d.C. (dopo brevi parentesi sotto i Vandali e gli Ostrogoti), e con i bizantini vennero di nuovo numerosi i siriani e altri orientali in genere. Poi, a rinsaldare la “purezza” della “razza” siciliana, nel IX secolo vennero gli Arabi, le cui élites erano fatte di arabi dell’odierna Arabia Saudita, di siriani, egiziani, persiani ed arabi spagnoli, mentre la massa dei combattenti e poi dei colonizzatori-contadini erano berberi del Magreb (insomma antenati anche loro degli attuali tunisini e algerini). E poi da tutto il Mezzogiorno, guidati da Vichinghi cristianizzati detti Normanni, vennero decine di migliaia di soldati e contadini a popolare la Sicilia liberata dagli “infedeli”, costretti a convertirsi e a costituire le masse di braccianti della terra.E poi banchieri, funzionari e mercanti aragonesi, catalani, pisani, genovesi, e poi i castigliani (soldati, militari, religiosi, funzionari) etc. etc. Razza “purissima” dunque la siciliana, come la italiana. Ah dimenticavo. In Sicilia c’era una delle più cospicue comunità ebraiche del Mediterraneo. Nel 1492, quando Isabella e Ferdinando, sovrani anche della Sicilia, emanarono il decreto di espulsione, solo in minima parte emigrarono. La maggior parte, poveretti, si convertirono e cambiarono i loro cognomi. Dunque la “razza” siciliana è non solo di una “purezza” unica, ma anche ricca di discendenti di antichi ebrei convertiti a forza. Ma quelli di “Noi con Salvini” e i tanti cittadini “razzisti” sanno da chi discendono?

2.In occasione del “Giorno della Memoria”

In occasione del Giorno della Memoria il 27 gennaio prossimo, voglio ricordare due saggi sulla fine del giudaismo siciliano, a seguito del decreto di espulsione degli Ebrei ordinato dai Re Cattolici (nome urtante in verità) Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona (cui la Sicilia apparteneva) il 31 marzo 1492 e che coinvolse pure gli Ebrei siciliani. Si trattava di una grossa comunità di circa 40.000 persone (su circa 500.000 abitanti), divise in 52 giudecche, sparse in tutta la Sicilia. Gli Ebrei siciliani dal giugno del 1492 dovettero o convertirsi o andarsene dalla Sicilia, abbandonando case, terre, averi. Non credo che oggi si possa immaginare lo strazio che subirono, dovendo scegliere se abbandonare i luoghi dove erano nati e vissuti per centinaia di anni o mantenere la propria identità affrontando un futuro incerto e pieno di pericoli. Per tre quarti rimasero, convertendosi. Gli altri andarono via, disperdendosi nel bacino del Mediterraneo fino in Turchia, nel nord Italia, in nord Africa. Quelli che rimasero, assunsero cognomi nuovi, derivanti dai paesi dove abitavano o dai mestieri che esercitavano o da altre derivazioni (magari oggi tanti seguaci siciliani della Lega o della destra razzista hanno cognomi di origine ebraica e non lo sanno…). Nella lunga storia del giudaismo siciliano non erano mancati gli episodi di intolleranza o peggio. Infatti, pochi anni prima dell’espulsione, il 15 agosto 1474, a Modica, una folla inferocita aizzata da alcuni frati, aveva massacrato 360 tra uomini, donne e bambini, rei di essere ebrei. Nihil sub sole novum……

3.Sul caso Pancari

Il bel film con Michele Riondino “La mossa del cavallo” tratto dall’omonimo romanzo storico di Andrea Camilleri mi ha fatto ricordare che un’analoga vicenda di depistaggi, finti colpevoli e mandanti sfuggiti alla giustizia si svolse a Vittoria nel 1871. Ne ho parlato nella mia ricostruzione dell’assassinio Pancari nel 2002 (vedi copertina con foto di Tony Barbagallo). La sera del 14 marzo 1871, il ventottenne Mario Pancari fu assassinato con un colpo di fucile alla testa (sparato da dietro una porta a vetri) mentre giocava a carte al Casino di Conversazione allora in funzione all’ang. tra la via Bixio e la via Garibaldi, sotto l’edificio che dal 1870 era destinato a Municipio (poi demolito nel 1970). Le indagini del delegato di P.S. Jachelli si indirizzarono con sospetti precisi sui possibili mandanti (in particolare alcuni membri della famiglia Jacono), a causa di varie circostanze che avevano nel recente passato opposto la famiglia Pancari (di antichi orientamenti filo-borbonici) ad altre, fra cui appunto le famiglie Jacono e Ricca. Senonché, man mano che passarono i giorni, ciò che era chiaro divenne sempre più evanescente ed un contorno di false testimonianze di dipendenti comunali, popolane e prostitute indirizzò i sospetti su un poveraccio, un ortolano cannavataro di nome Piazzese, che fu gettato in carcere per anni in attesa del processo. Se oggi i tempi della giustizia sono lunghissimi, figuriamoci nel 1871… Per farla breve, la trama degli inganni, dei depistaggi e delle false testimonianze organizzate e prezzolate fu squarciata solo nel gennaio 1874, a seguito di un secondo assassinio, quello del giovane medico Ignazio Paternò (forse ucciso per questioni di donne), che portò il fratello minore, presente all’omicidio di Mario Pancari, a rivelare di aver visto bene in faccia il vero assassino, tale Salvatore Lo Monaco, di averlo riconosciuto ma di aver taciuto per paura. Dalle rivelazioni di Paternò, i mandanti furono individuati nei fratelli del sindaco Giombattista Jacono (che nulla però c’entrava ma che fu costretto dal prefetto a dimettersi) e nel cugino don Titta Mazza Jacono, che fu arrestato, mentre i due fratelli Jacono si davano alla latitanza, dopo aver visto fallire i tentativi di allontanare da loro i sospetti e di “dirigere” l’inchiesta, come pure per tre anni avevano fatto. La vicenda processuale, trascinatasi dal Tribunale di Siracusa a quello di Trapani (con un assalto di “briganti” alla diligenza che portava le carte a Trapani, cosa che aveva costretto i magistrati a rifare tutti gli interrogatori per ricostruire il carteggio), si concluse nel 1877 ad Ancona, dove era stato portato per “legitima suspicione” su richiesta di Filippo Pancari (padre dell’assassinato) al ministro della Giustizia P. S. Mancini. Lo Monaco e Mazza Jacono furono condannati all’ergastolo, mentre i due Jacono vennero assolti. Il movente dell’omicidio fu futile (una banale questione di prevalenza nell’elezione del presidente del Casino di Conversazione), ma esso fu in verità una resa dei conti postuma per l’odio che si era accumulato negli anni del Risorgimento contro la famiglia Pancari, di fede filo-borbonica, mentre le famiglie Jacono, Ricca, Paternò ed altre erano state tra i protagonisti della “rivoluzione” del 1848. Infatti il padre Filippo era stato sospettato di aver fatto arrestare Cancellieri ed altri patrioti nel 1856 e addirittura nel giugno 1860 il nuovo Consiglio Civico, insediatosi dopo lo sbarco di Garibaldi, aveva deliberato l’esilio per il borbonico Filippo Pancari e si era tentato di incendiare la sua casa. In verità i confini tra filo-borbonici e liberali non erano netti: Mario Pancari, che nello stesso 1860 si era arruolato con Garibaldi, era genero di Francesco Salesio Scrofani, primo sindaco dopo l’Unità d’Italia ed era nipote di Giovanni Leni Spadafora, anche lui patriota che per un equivoco aveva rischiato di essere ammazzato da Nino Bixio nel suo palazzo. Poi c’erano pure le rivalità per le risaie della Salina e lo scontro per il controllo dell’ex feudo della Buffa nella Valle dell’Ippari. Insomma, un intreccio di odi antichi e recenti e di interessi economici che portò alla tomba un giovane di belle speranze ma che passò alla storia però per la sua presunta arroganza e spavalderia, con la leggenda postuma che sarebbe stato ucciso per vendicare il suo disprezzo per la povera gente avendo l’uso di fumare banconote al posto dei sigari. Con le condanne di Ancona fu fatta una mezza giustizia. Niente di nuovo sotto il sole…

p.s.: Nella villa del Fegotto, appartenuta a don Evangelista Rizza marito di una Jacono, fu trovata copia dell’incartamento dell’istruzione del processo…

4.Sulla data di fondazione di Vittoria.

Vittoria ha cominciato a festeggiare il 24 aprile come giorno della sua fondazione nel 1907, quando fu ricordato il III Centenario. Fu una celebrazione in pompa magna (ne pubblico il programma), con la posa della prima pietra del nuovo Ospedale in contrada Belvedere (dove oggi sorge il Palazzetto dello Sport), l’inaugurazione della Distilleria del Consorzio Agrario (oggi se ne vedono le rovine lungo la via Generale Diaz), concerti musicali della banda cittadina, corse di cavalli in via dei Mille, una Fontana del Vino in piazza Vittoria Colonna, serate di gala e rappresentazioni di una compagnia drammatica al Teatro, una gara ciclistica e persino un concorso di bellezza per bambine… Non mancò poi la posa di una lapide commemorativa (il cui testo era opera del prof. Nicolosi), purtroppo distrutta nel 1970 (il testo è stato da me fatto ricomporre in occasione del Quarto Centenario nel 2007 in una nuova lapide affissa nella parete dello scalone di Palazzo Jacono). Ma del 1907 ci rimangono anche la magnifica Ode e l’Inno, entrambi scritti dal dottor Francesco Maganuco e dedicati a Vittoria Colonna (l’Inno fu musicato dal maestro Alessandro Barbera, un palermitano allora direttore della banda municipale)7.

La celebrazione del giorno della fondazione fu ripresa in epoca fascista nel 1937 (per il 330°, anche per la vicinanza della data a quella del 21 Aprile, fondazione di Roma), e poi se ne ha notizia nel 1957 (350°) e nel 1967 (360°), a cura della Pro Loco e solo a livello culturale senza iniziative di massa. Dopo qualche decennio di oblio, la fondazione è stata ricordata con una cadenza annuale dagli anni ’80 in poi. Ma com’è nata questa tradizione? E perché si celebrò nel 1907?

In genere si sa (perché così si è scritto) che il 24 aprile 1607 il re Filippo III di Spagna (la Sicilia era un viceregno appartenente alla Corona spagnola) avrebbe firmato la concessione, detta Privilegio, per la fondazione di Vittoria: la notizia è errata. Vediamo come è nata però questa tradizione. Il primo a parlare del 24 aprile 1607 fu il barone Salvatore Paternò che a pag. 14 della sua storia pubblicata nel 1877 così scrive: «…La dimanda fu presentata nel 1606 e fu provvista nel 24 Aprile 1607 da Filippo III colla firma del Vicerè Duca della Feria Don Lorenzo Suarez de Figueroa…». Quasi nulla è purtroppo rimasto dei documenti municipali del Seicento ma credo che Paternò abbia avuto tra le mani una copia dell’atto della transazione stipulata tra i Consigli Civici di Vittoria e Chiaramonte il 7 marzo 1764, dove appunto in latino si legge «…come appare nel Privilegio concesso a Palermo nel giorno 24 aprile 1607…». La transazione tra le due cittadine riguardava la lunga lite giudiziaria pendente dal 1684 sul possesso «del feudo di Bosco Piano, seu della Foresta di Camerina, e delli feudi di Baucino e Bosco Rotondo…» (ricordo che solo allora fu inventata la diceria che Vittoria Colonna avrebbe voluto rifondare Camarina e che Vittoria sarebbe quindi l’erede di Camarina). Lite che fu risolta prendendo come confine la “trazzera divisoria” che portava da Comiso a Grammichele e Caltagirone e cioè l’odierna strada provinciale n. 4. La copia vittoriese dell’atto è andata perduta ma grazie al dr. Giuseppe Cultrera ho potuto prendere visione della copia custodita

presso la biblioteca comunale di Chiaramonte, mentre le due memorie difensive sono custodite all’Archivio di San Giovanni. Ma chi volle che la data del 24 aprile fosse ricordata e celebrata fu monsignor Federico La China nei suoi Dialoghi del 1890. Partendo dal fatto che il 24 aprile 1640 era stata costituita la parrocchia di Vittoria con la fondazione del Beneficio Curato (consistente in terre alla Dragonara ed un gruppo di case davanti al Castello), scriveva l’autore: «Oh! quanto non sarebbe eccellente veder festeggiare a 24 Aprile 1907 il terzo centenario della fondazione di Vittoria! Chi sa, se la rappresentanza Comunale di quell’anno, amante di cose patrie, non sarà per accogliere quest’umile voto mio! Lo spero e lo desidero!» (pag. 254). Come si vede, La China fu accontentato dall’amministrazione comunale retta dal sindaco Giuseppe Giudice Porcelli, in carica dal 1903. La celebrazione del 1907, specialmente con l’inaugurazione della Distilleria sociale del Consorzio Agrario fu anche il simbolo della ripresa economica della città, dopo la catastrofe della fillossera che, iniziata nel 1886, aveva devastato i vigneti vittoriesi, riducendo sul lastrico migliaia e migliaia di famiglie: il reimpianto del vigneto con un vitigno americano, la distillazione e la diversificazione delle colture con gli impianti di agrumi e la nuova coltivazione del pomodoro fecero fuoriuscire Vittoria dal baratro in cui era precipitata con la monocoltura del vigneto: una lezione forse valida anche per l’oggi…

Detto come si arrivò alla canonizzazione della data del 24 Aprile, mi sembra utile ristabilire la verità storica. Il processo che portò alla fondazione di Vittoria iniziò il 25 novembre 1603, con una lettera spedita da Vittoria Colonna da Valladolid a Scipione Celestre, Conservatore del Patrimonio e Maestro Giurato della Contea di Modica. Nella lettera, la duchessa di Medina de Rioseco, vedova dal 1600 e tutrice del figlio Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, accoglie il suggerimento avanzatole da Celestre di «costruire case a Boscopiano, per il vantaggio che potrebbe derivarne dal seminare quella terra, per ottenerne tratte [cioè grano da esportare in esenzione d’imposta, n.d.a.]», ma raccomanda a Celestre, al suo procuratore Fortunio Arrighetti e al governatore Paolo La Restia di esaminare bene la faccenda, «affinché la spesa non sia inutile». A seguito di tale indicazione, lo stesso La Restia, buon conoscitore dei luoghi, nella sua nota del 30 marzo 1604, individuò il posto migliore dove costruire il nuovo insediamento. Scrive infatti che «…considerato io tutti li paesi, non si potrà fare in altro loco che a Grutti Alte, sopra li iardini di Cammarana, loco eminenti in lo centro di Bosco Piano vicino di lo Comiso quattro miglia et lontano dal mare da sei oi setti miglia curto e propinquo di l’aqua di xomari molini paraturi et iardini, in lo quali loco ch’ è anticaglia e dicono che in tempo fu casali…Per fare detta habitatione non si havirano di pagare altro che quattro vignali di Comisani…», in quanto l’area del pianoro dove sorse la nuova Terra era infatti coltivata a vigneto e già c’eran alcune case di campagna nei pressi dell’attuale Piazza Ricca. In base a questa relazione, il 6 maggio 1606 la richiesta (detta Memoriale) fu inoltrata a Palermo al Tribunale del Real Patrimonio (equivalente ad un odierno Ministero degli Interni e delle Finanze). La pratica fu favorevolmente istruita ed autorizzata nella seduta del 24 maggio con la formula «concedatur». A seguito di ciò, il 3 giugno 1606, il viceré duca di Feria firmò la licentia populandi di Boscopiano, salvo ratifica reale, che fu ottenuta a Madrid il 31 dicembre 1606 con la firma del re Filippo III (che contestualmente firmò anche il Privilegio per la fondazione di Aragona nel feudo Diessi richiesta da Baldassare Naselli Conte di Comiso). La licentia populandi, fornita di tutti i crismi della legalità, ritornò quindi a Palermo, dove fu inserita in data 24 aprile 1607 nel vol. 7° dei Privilegi del Regno, f. 241. Il 2 maggio 1607 se ne ordinò l’esecuzione ad unguem a tutti i funzionari interessati. Pertanto, la vera data di fondazione di Vittoria dovrebbe essere il 3 giugno, ma ormai ci sta bene il 24 Aprile. In ogni caso, l’amministrazione della Contea non aveva atteso la ratifica reale, tanto è vero che già erano state appaltate sia la costruzione del Castello (4 marzo 1607) sia quella della chiesa di San Giovanni e dei due mulini (6 marzo 1607). Fu così che nacque Vittoria…

5.In ricordo dell’arch. Giuseppe Areddia

Omaggio ad un grande Vittoriese. Ho appreso della scomparsa dell’arch. Giuseppe Areddia. Voglio ricordarlo con alcune delle opere che ho avuto la fortuna di pubblicare con lui (tranne l’opuscolo sulla chiesa del Rosario). Pur nella tristezza della scomparsa, dell’arch. Giuseppe Areddia rimarranno le innumerevoli opere (dalla chiesa del Rosario al Memorial della Pace, alla Piazza del Popolo, al restauro del cosiddetto Castello o ex Carcere, della fonte Garì in via dei MIlle, del Palazzo Jacono, la Delegazione Municipale di Scoglitti, per citarne alcune). Lo ebbi entusiasta e convinto collaboratore in quella che sembrava una missione impossibile: la traslazione dei resti di Vittoria Colonna dalla chiesa di San Francisco di Medina de Rioseco a Vittoria e fu autore della lapide in marmo che copre parte dei resti nella cappella del Sacro Cuore a San Giovanni. Negli ultimi anni era fortemente deluso (ed io con lui) per la destinazione non consona ai progetti originari del Castello di Vittoria Colonna e dei Magazzini del Conte e per l’abbandono di altri progetti di recupero ed utilizzazione di beni comunali. Onore ad un grande professionista, un uomo che Vittoria non deve dimenticare…

6.Sulle bufale

Già l’on. Francesco Aiello ha abbondantemente ed efficacemente risposto alle “bufale” (io le chiamerei “minchiate ccu ll’ossa aruci”…) del signor Luigi Melilli, rappresentante (udite! udite!) a Vittoria di Salvini, il quale così ieri scriveva:

“Nel 1993, con la scusa di dare la parola ai cittadini per eleggere il nuovo Sindaco con la nuova legge elettorale, tutti i consiglieri comunali del vecchio PCI si dimisero, provocando di fatto la fine della legislatura: è una storia oscura della città di Vittoria; la verità è che quel consiglio comunale stava per essere sciolto dal Ministro degli interni, su segnalazione dell’allora Prefetto di Ragusa, Prestipino Giarritta, per gravi infiltrazioni mafiose”. Luigi Melilli Vittoria, 24/06/2018.

Poiché all’epoca ero deputato ed assessore comunale -sindaco Curciullo- mi pare opportuno fornire qualche ulteriore precisazione per gli smemorati o per i Vittoriesi che credessero alle minchiate e pensassero di essere stati governati per anni da gente “sospetta”. La vicenda del tentato scioglimento del Comune di Vittoria nel febbraio 1993 fu frutto della vendetta postuma di un funzionario dello Stato che, designato prefetto di Ragusa, in più esternazioni pubbliche, dichiarò di voler abbattere la classe dirigente di questa provincia perché “vecchia”, procedendo a colpi di mano contro i comuni di Scicli, Pozzallo e Modica (vedi dossier del Pds -non più Pci, intitolato “Emergenza istituzionale”, ). Poiché però ben poco c’era di vero, quel funzionario (deceduto da anni, cui si deve pertanto il giusto rispetto) a fine 1992 fu trasferito dal Ministero ad altra sede. Prima di andar via però, nel gennaio 1993, per puro spirito di vendetta, volle sottoporre a controllo anche il Comune di Vittoria, inviando una commissione prefettizia che passò al setaccio migliaia e migliaia di deliberazioni, senza nulla trovare perché nulla c’era, come del resto aveva già accertato nel 1989 il Commissario Antimafia Domenico Sica (vedi documento). Preciso ancora (per i Vittoriesi, non per Melilli), che quello del prefetto dell’epoca fu un ulteriore abuso, in quanto nessuno -ripeto: nessuno!- amministratore o consigliere vittoriese era sotto inchiesta per nessun (ripeto: nessuno!) reato, riconducibile a fatti criminosi né tantomeno di mafia (taccio qui le lunghe vicende delle manifestazioni antimafia a cominciare dal novembre 1983, l’aggressione al mercato del sindaco dell’epoca, la guerra di mafia tra i Gallo e i Dominante-Carbonaro etc. etc.). Il Pci ha governato Vittoria dal 1945 al 1990 e poi ancora come Pds negli anni successivi. E mai alcun consigliere o alcun amministratore o alcun dirigente di partito è stato inquisito per fatti di mafia, e ad onor del vero neanche amministratori della Dc e del Psi (giova qui però ricordare che alcuni morti ammazzati nelle guerre di mafia nel 1987-1989 erano stati candidati nelle liste della Dc, del Psi e -come Melilli sa- del Psdi: mentre non “permeabili” furono sempre le liste del Pci). Dunque di che ciarla Melilli? Oggi ci troviamo in una situazione diversa, con un sindaco in carica indiziato di reato (non spetta a me emettere sentenze) e siamo in attesa delle conseguenze della relazione della commissione prefettizia, se ci saranno. Chi vivrà vedrà. Ma la storia di questa città, caro Melilli, è consegnata agli atti ed è una storia pulita e degna e non ci sono “oscurità”. E chi non sa nulla e niente può dire abbia almeno il buon gusto di stare zitto o di parlare d’altro. Ah dimenticavo: la decisione di dimetterci nel settembre 1993, fu assunta per una libera e unanime scelta maturata nel gruppo dirigente del Pds. Alla luce del sole, quando già si sapeva che i risultati della commissione prefettizia erano nulli.

7.Sul cambio della denominazione da “Sala Quarto Stato” a “Sala San Giovanni”

“Sala da pranzo San Giovanni”. Non avendo nulla di meglio da offrire ai Vittoriesi (in questi giorni anche assetati come non mai dall’incapacità di costoro di affrontare il problema dell’acqua), l’amministrazione comunale festeggia il suo secondo vuoto anno di inattività con quello che per loro vorrebbe essere un gesto iconoclastico, di plastica e percepibile “rivoluzione”, ridenominando l’auletta delle riunioni fino ad oggi conosciuta come “Sala del Quarto Stato”. Così chiamata dalla copia del quadro di Pellizza da Volpedo (1901), simbolo antico della marcia del proletariato verso “il sol dell’avvenire…”, ad opera delle passate amministrazioni di sinistra. Il quadro, che prima incombeva alle spalle degli amministratori durante le conferenze stampa, è stato dall’attuale compagine amministrativa di destra spostato di lato, perché dava sommo fastidio un quadro “socialista” alle spalle di esponenti di Fratelli d’Italia. Il cambio di nome in fondo era da aspettarsi, perché la nuova amministrazione nulla ha a che vedere con quella bella storia vittoriese. Pertanto, non mi scandalizzo per niente. In verità, l’intitolazione a San Giovanni (ma esistono Comuni con sale intitolate ai Santi? qualcuno potrebbe citarne esempi?) è opportuna: in una parete infatti, chiusa da ante di legno, esiste una piccola cappella (vedi foto), ornata con la riproduzione dell’immagine di San Giovanni Battista fatta stampare nel 1764 dall’arciprete don Errico Ricca, per celebrare la fine della lite territoriale con Chiaramonte, durata 80 anni e alla fine della quale si fece un accordo di transazione tra Vittoria e Chiaramonte per la divisione di Boscopiano. In verità Vittoria era però uscita vincitrice da ben tre giudizi, riuscendo i suoi legali ad incantare i giudici dell’epoca con la storia che siccome Vittoria era la rifondazione di Camarina, l’antico territorio di Camarina (la cosiddetta “foresta di Cammarana o Boscopiano”) le spettava di diritto: da qui l’invenzione anche del motto “reaedificetur Camarina”. Pertanto ben venga l’intitolazione a San Giovanni: chi oserebbe mettersi contro il Santo Patrono e rischiare i suoi fulmini? Un suggerimento però. In effetti, prima del 16 dicembre 1984, data in cui lo scrivente prese simbolicamente possesso del palazzo (simbolo dell’antico potere politico e finanziario che aveva dominato Vittoria dal 1883 al 1920, sconfitto appunto dai Socialisti), lo spazio in questione era la sala da pranzo dei signori Jacono-Rizza, con annessi servizi e cucina (qualcuno voleva persino abbatterne le “tannure”, ma io naturalmente mi opposi…). Pertanto, Signori Amministratori, la giusta denominazione della sala è “Sala da Pranzo San Giovanni”: accomodatevi ai tavoli e buon pro vi faccia! Ah dimenticavo: in questo vostro gesto c’è però un’ingratitudine palese: in fondo i pronipoti di quel popolo raffigurato nel quadro vi hanno portato al potere. Perché cancellarli? Poi magari si vendicano e vi buttano fuori dal palazzo a calci…

8. 100° della morte di Nannino Terranova

Ritornando al centenario della morte di Nannino Terranova, forse sarebbe una cosa degna restaurarne o quanto meno ripulirne il tumulo al cimitero, eretto accanto a quello di Elidia, piccola figlia dello scultore vittoriese Emanuele Ingrao (che a sua volta sorge accanto alla tomba del padre di Terranova). Se ci fosse un’altra amministrazione chiederei che di fronte a tanto personaggio, il fondatore della Vittoria moderna e popolare, ci fosse un intervento pubblico di ripulitura della sua tomba (come anche lo meriterebbe l’opera di Ingrao). Ma come chiederlo ad un’amministrazione che ha fatto sparire la copia del quadro di Pellizza da Volpedo, intitolata “Il Quarto Stato” e ha cambiato il nome persino della sala dov’era? .

9.Sullo scioglimento del Consiglio per mafia

Volendomi sollevare per un momento dal presente e dalla profluvie di commenti (più o meno a proposito) seguiti alla notizia dello scioglimento per mafia del Comune di Vittoria (art. 143 del Tuel), credo sarà interessante leggere la relazione che dovrà essere acclusa al decreto di scioglimento all’atto della sua pubblicazione nei prossimi giorni nella G.U.. In attesa di saperne di più, ritengo utile usare per me stesso e per i pochi lettori di questo post lo sguardo lungo della storia.

Per chi non lo sapesse, la nascita dei Comuni moderni nel Sud ed in Sicilia si può far risalire al 1° marzo 1818, quando alla Sicilia (ormai annessa al Regno di Napoli sotto la denominazione di Regno delle Due Sicilie), fu estesa la nuova legge comunale e provinciale in vigore a Napoli, introdotta da Gioacchino Murat e che il re Ferdinando I non aveva potuto eliminare, insieme con altre leggi avanzate introdotte dai Francesi (ecco perché in genere si dice che la Sicilia, dal punto di vista legislativo, fu conquista postuma di Napoleone…).

In 200 anni, il Comune (prima declinato al femminile: “la Comune”) di Vittoria è stato sciolto cinque volte: nel 1884, nel 1893, nel 1921, nel 1950 e purtroppo nel 2018.

A subire per primo lo scioglimento del Consiglio Comunale fu il sindaco don Gioacchino Jacono, cognato di don Evangelista Rizza, ma allora convinto seguace dell’on. Rosario Cancellieri, di cui aveva preso il posto di sindaco dopo che questi era stato costretto alle dimissioni nel 1882 per incompatibilità sancita da una nuova legge tra la carica di sindaco e quella di deputato. La sconfitta di Cancellieri nelle elezioni del 1883 causò anche la fine della sua gestione amministrativa, che dal 1879 aveva radicalmente trasformato Vittoria, dotandola di nuovi servizi ed infrastrutture e del primo Piano Regolatore (approvato con regio decreto del 13 maggio 1881), uno strumento che regolò l’ordinata espansione urbanistica della città fino al 1950. Ne fece pertanto le spese il successore di Cancellieri, appunto don Gioacchino Jacono (in seguito con il cognato a capo del potente partito Jacono-Rizza che avrebbe governato la città dal 1890 al 1920), accusato di malversazioni. Nel 1885 si insediò così il commissario Arpa, che tra le prime cose che fece contestò a Cancellieri di essersi impadronito dell’area attorno all’antico Pozzo Grande, inglobandola nel suo palazzo (ma l’area gli era stata donata dal Comune…): si tratta dei cosiddetti Pozzi di Cancellieri.

Il periodo compreso tra il 1886 (anno in cui la fillossera cominciò a distruggere il vigneto vittoriese) e il 1889, quando i sindaci furono elettivi e non più di nomina governativa, vide il susseguirsi di vari sindaci con mandati di breve durata, fino all’elezione nel dicembre 1889 del vecchio Giombattista Jacono (cui dobbiamo la costruzione del teatro comunale), fiero avversario di Cancellieri e capo assoluto del partito Jacono. Fattosi di lato per motivi di salute (morì nel 1893), gli successe il barone Francesco Leni Spadafora. Ma Cancellieri, nel frattempo avvicinatosi a Francesco Crispi e da lui gratificato nel 1890 con la nomina a Senatore del Regno, si vendicò dell’oltraggio subito dalla sua amministrazione e si adoperò per cacciare Leni, che fu destituito nel giugno 1893 e al suo posto si insediò il commissariò Berti, per sei mesi. La campagna elettorale del dicembre 1893 fu costellata di volantini recanti insulti sanguinosi, episodi di corruzione elettorale, e persino di un attentato con una bomba incendiaria contro la casa di Cancellieri. Il Senatore però perdette le elezioni, Leni fu rieletto sindaco e nel 1895 si insediò uno dei migliori sindaci che Vittoria abbia mai avuto: Salvatore Carfì Jacono, del partito Jacono per appartenenza familiare ma vero erede delle politiche amministrative di Cancellieri, di cui riprese programmi e spunti: a lui dobbiamo l’acquedotto di Scianna Caporale, l’Officina Elettrica Municipale (oggi Sala Mazzone) etc..

Se i due scioglimenti del Consiglio Comunale del 1884 e del 1893 furono colpi di mano di consorterie di notabili in lotta tra di loro, i due scioglimenti del 1921 e del 1950 furono invece decisioni politiche dei governi dell’epoca, volte a punire una città “ribelle”: nel 1921 a maggioranza socialista (Giolitti Presidente del Consiglio); nel 1950 a maggioranza comunista (Restivo Presidente della Regione). Due epoche diverse, ma in entrambi i casi il pugno di ferro del governo dell’epoca annullò la volontà popolare, non per ridurre all’”obbedienza”, ma per distruggere un covo di pericolosi “sovversivi”…

Ma vediamo ora come andarono i fatti. La Vittoria politica della seconda metà dell’Ottocento era stata dominata dai contrasti (spesso violenti) tra due ali della borghesia liberale, che solo genericamente si rifacevano alla Sinistra e alla Destra Storiche che a livello nazionale si disputavano il potere. La fazione moderatamente “progressista”, volta a modernizzare la città e a costruire infrastrutture al servizio dello sviluppo economico del vigneto (la ferrovia, le strade, il porto di Scoglitti), a razionalizzare l’espansione urbana e a dotare la città di servizi, aveva a capo l’on. Rosario Cancellieri, simbolo di una borghesia illuminata e fortemente in ascesa. La fazione avversa, meno aperta, più conservatrice negli assetti sociali, nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento si riconobbe sempre più in alcuni membri della famiglia Jacono e soprattutto nei due cognati don Gioacchino Jacono e don Evangelista Rizza, dal 1880 insediati nel loro nuovo palazzo di via Bixio.

La nascita del movimento socialista, opera di Nannino Terranova cambiò l’assetto politico di Vittoria, costringendo la borghesia ad unirsi e così avvenne che il partito Jacono-Rizza inglobò i residui del partito Cancellieri. Socialisti e rizziani si scontrarono nelle elezioni politiche del 1904, del 1909 e poi soprattutto nel 1913, con una lotta all’ultimo sangue (fatta di corruzione e violenza), per via dell’introduzione da parte del governo Giolitti del suffragio universale. In quell’anno il candidato socialista, il giovane Luigi Macchi, mancò la vittoria nel collegio di Comiso per soli 390 voti. Nel 1914 i socialisti avv. Salvatore Molé e Gaetano Puglia entrarono nel Consiglio Comunale, dove cercarono di rendere la tassa di famiglia, detta “focatico”, maggiormente progressiva a favore dei meno abbienti, scontrandosi naturalmente con la maggioranza dei partiti borghesi.

La morte di Terranova (agosto 1918) e poi di Puglia (ottobre 1918) consegnò il governo del Partito Socialista nelle mani dell’avv. Molé e di altri dirigenti, con il venir meno dell’ispirazione riformistica di Terranova e l’accentuarsi delle spinte “rivoluzionarie”, ispirate del resto dall’affermarsi della rivoluzione bolscevica in Russia e dall’idea di “fare come la Russia”, terrorizzando le classi dirigenti borghesi. Di fronte al “pericolo rosso” la borghesia vittoriese però si presentò divisa e il 7 novembre 1920 i Socialisti espugnarono la roccaforte del Municipio (ottenendo 31 seggi su 40), mentre poco dopo, il 13 novembre, quasi a suggello della fine di un’epoca, moriva don Evangelista Rizza. L’avv. Salvatore Molé rifiutò la carica di sindaco e fu eletto pro-sindaco, in attesa dell’evolversi degli eventi.

Le vicende dei 100 giorni dell’amministrazione socialista furono convulse e drammatiche. Ai velleitari tentativi dei nuovi inesperti amministratori, il fronte avversario oppose la forza delle armi, di cui si fecero portatori gli ex combattenti, diretti dal cav. Bresmes e alcune bande di delinquenti organizzati foraggiati da Palazzo Jacono.

Dopo l’assassinio del consigliere Campagna il 29 gennaio, il 13 marzo gli squadristi, convenuti a Vittoria per un raduno di ex combattenti, spararono in piazza, disperdendo centinaia di braccianti, poi assaltarono la Lega dei Contadini, ne asportarono il mobilio, lo accumularono in piazza e appiccarono il fuoco, gettando tra le fiamme anche i ritratti di Nannino Terranova e di Gaetano Puglia (le cui immagini si intravedono sul balcone del Municipio durante i festeggiamenti per la vittoria del 7 novembre). Il prefetto di Siracusa, anziché punire gli squadristi ex-combattenti che avevano sparato, in base alle accuse montate dalle forze dell’ordine, che falsamente attestarono che a sparare per primi erano stati alcuni socialisti dal Municipio (ma era domenica ed il Municipio era chiuso…), fece arrestare Molé e tre assessori, che pertanto furono costretti a dimettersi. In seguito tutti furono prosciolti dall’accusa di aver fatto sparare agli ex combattenti. Ma il 1° aprile 1921 il prefetto di Siracusa sciolse il Consiglio Comunale di Vittoria. Le nuove elezioni, svoltesi nel 1923, videro anche a Vittoria una maggioranza fascista in Consiglio Comunale.

Lo scioglimento del Consiglio Comunale di Vittoria ad opera del Presidente della Regione on. Franco Restivo il 2 marzo 1950, è l’ultimo atto di un controllo occhiuto e pregiudiziale contro il Comune di Vittoria iniziato nel luglio 1945. Un esempio della “paura dei rossi” che nell’immediato dopoguerra caratterizzò la politica governativa anche nella nostra zona e che si servì di una struttura statale e di forze dell’ordine ancora nemmeno sfiorate dalla “defascistizzazione”.

Lo sbarco degli Alleati il 10 luglio 1943 -come è noto- causò il collasso del fascismo anche a Vittoria (alcuni dirigenti locali furono arrestati e confinati), ma solo il 10 settembre l’Amgot designò come sindaco l’ultimo amministratore democraticamente eletto: l’avv. Salvatore Molé, socialista. Nonostante la dittatura, nella seconda metà degli anni ’30 non erano mancati fieri oppositori del regime, facenti parte di cellule comuniste, che vennero perseguitati e mandati al confino ma il cui esempio servì da lievito. E subito dopo il 10 luglio, a Vittoria si costituì il Fronte del Lavoro, formato da militanti comunisti e socialisti. L’avv. Molé però non sopportò a lungo di essere guidato dall’Amgot e si dimise nel novembre successivo (fu in seguito eletto senatore del Fronte Popolare nel 1948). Ai primi di gennaio 1944 fu designato sindaco l’avv. Giovanni Foti, un funzionario del Banco di Sicilia legato al prefetto Cartia, anch’egli socialista. Per un anno intero però Foti fu oggetto dei violenti attacchi portatigli dai comunisti (guidati dal prof. Alfonso Omobono e dall’avv. Filippo Traina) su fogli chiamati “La Colonna Infame”, fino a costringerlo alle dimissioni. Dopo la repressione dei moti del “Non si parte!Non si parte!” (dicembre 1944-gennaio 1945), a seguito delle intese intercorse a livello provinciale, i tre partiti del CLN (Pdc, Pci e Psi) costituirono a Vittoria una giunta comunale presieduta dal prof. Omobono. L’avvento di un comunista al Municipio fu seguita con particolare attenzione e preoccupazione dalle forze dell’ordine, che già nel luglio 1945 sottolineavano il ruolo tutto schierato a favore del mondo del lavoro e contro i proprietari di Omobono, segretario anche del Pci e ispiratore dell’azione della Camera del Lavoro. Si sconsigliava però al prefetto dell’epoca di destituire il sindaco, perché ne sarebbe scaturita una rivolta popolare…

Le prime elezioni amministrative si svolsero il 17 novembre 1946, con un rovesciamento dei rapporti di forza rispetto ai risultati del 2 giugno, quando i voti del Psi erano stati il triplo di quelli del Pci. Il Pci ora divenne invece il primo partito a Vittoria, avendo assorbito gran parte dei voti del Psi, ridotto ad un terzo. Omobono, rieletto sindaco, rimase però in carica fino all’agosto 1947, quando si dimise perché era stato eletto deputato regionale il 20 aprile 1947. Al suo posto, fu eletto l’avv. Filippo Traina, che proseguì lungo la strada iniziata da Omobono della costruzione del “Comune Democratico”. Un ente cioè che si proponeva non solo di garantire servizi e assistenza ai meno abbienti (stanziando ingenti somme per i medicinali destinati agli iscritti nel cosiddetto “Elenco dei poveri”), ma che era anche propulsore di un profondo rinnovamento sociale, con l’appoggio incondizionato e “di classe” al mondo del lavoro, a braccianti, artigiani, ai meno abbienti, con mobilitazioni incessanti e innumerevoli manifestazioni bracciantili, di disoccupati, di casalinghe. In pratica era palpabile il cambiamento: dopo i notabili dell’Ottocento, i fascisti legati alle grandi famiglie, ora c’erano i rappresentanti dei ceti popolari al governo di Vittoria. Furono anni difficili, di grandi lotte sociali per l’applicazione dei decreti Gullo sulla suddivisione dei prodotti agricoli, per l’imponibile di manodopera, per nuovi contratti salariali nelle campagne, scioperi spesso culminati in scontri e arresti di decine e decine di braccianti e di alcuni dirigenti politici e sindacali. Dopo le elezioni dell’aprile 1948, sembrò giunto il momento di mettere fine a questo pericoloso esperimento politico-amministrativo.

Già il 1° giugno 1948, una relazione dei Carabinieri fornisce un supporto alla Prefettura per sciogliere il Comune, mettendo in evidenza la commistione dei ruoli tra politica e amministrazione, le spese eccessive per l’assistenza, il presunto uso “disinvolto” dei fondi UNRRA e la “parzialità” nella loro distribuzione. Seguì una seconda più dettagliata relazione redatta dal rag. Ferdinando Colombo il 16 luglio 1948 che indicò a suo parere favoritismi da un lato, accertamenti tributari “vessatori” contro proprietari e avversari dall’altro, l’uso politico dell’assistenza etc. etc.. Forte di queste relazioni, il prefetto dell’epoca il 10 agosto chiese che si sciogliesse il Comune. Però, il Consiglio di Giustizia Amministrativa, il 19 dicembre 1948, non ravvisò gli estremi dello scioglimento, perché non c’erano motivi di ordine pubblico e le stesse “storture” amministrative citate non mettevano in discussione il regolare funzionamento della macchina amministrativa, mentre gli “eccessi”, se c’erano, non solo erano in capo penalmente a singoli individui ma potevano benissimo essere censurati dalla funzione di controllo della Prefettura stessa, non coinvolgendo pertanto la totalità dell’Amministrazione.

Quando però, ai primi del 1949, il Comune di Vittoria si schierò contro l’adesione dell’Italia alla Nato, la misura fu colma (un manifesto di adesione al Congresso Mondiale della Pace, fatto affiggere dal Comune, dopo che Dc, Pli, monarchici e qualunquisti ne fecero apposita denuncia, fu strappato dalla polizia, sequestrato e Traina denunciato). A Palermo allora si decise di non tollerare più tali atteggiamenti. Una nuova proposta di scioglimento fu preparata dal solerte rag. Colombo e stavolta le decisioni furono diverse. I consiglieri democristiani ricominciarono ad astenersi dal partecipare alle sedute consiliari, il Comune fu strozzato finanziariamente facendogli mancare la liquidità necessaria, con la conseguente rivolta dei dipendenti comunali, fioccarono poi denunce per la presunta gestione “clientelare” delle assunzioni di docenti delle scuole superiori allora di competenza comunale. Stavolta -dice l’estensore del decreto di scioglimento- gli stessi giudici amministrativi convennero che c’era “deficienza amministrativa” (ma non c’è alcun atto relativo, né si acclude il loro parere). Il 2 marzo 1950, adducendo esclusivamente motivi finanziari, il Comune di Vittoria fu sciolto. Come commissario fu designato lo stesso rag. Colombo, che amministrò la città appoggiandosi alla Dc locale e operò tagli chirurgici nella macchina amministrativa (licenziò per primo l’impiegato addetto all’UNRRA Ubaldo Balloni) e fece innesti mirati in settori strategici, assumendo funzionari modicani di provata fede democristiana, che mise in posti chiave. Tutto ciò fu naturalmente inutile. Il 25 maggio 1952 “il popolo tornò al Comune”. La lista Rinascita composta da Pci, Psi e Psli ebbe il 54% dei voti e Traina fu trionfalmente rieletto sindaco con oltre 9000 preferenze personali. Ad uno scioglimento tutto politico, Vittoria aveva reagito riportando trionfalmente in Municipio coloro i quali ne erano stati cacciati per stroncare un pericoloso focolaio di “rossi”. Altri tempi…(3-continua…).

p.s.: scriverò l’ultimo post dopo che avrò letto il testo del decreto di scioglimento e la relazione acclusa…

10.Sul 50° della fine della “Primavera di Praga”

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di 50 anni fa, le truppe del Patto di Varsavia distrussero il sogno della “primavera di Praga” e del “socialismo dal volto umano”. Voglio ricordare quell’evento, perché mi sembra come fosse ieri. Pur non interessandomi allora di politica, colpito inoltre da un gravissimo lutto familiare nel marzo di quell’anno, ricordo che sin da gennaio, prima di andare a scuola al Ginnasio, la mattina ascoltavo con interesse il notiziario delle 8 alla radio, su quella che poi sarebbe stata definita appunto la “primavera di Praga”. Il nome di Alexander Dubcek mi era più familiare e simpatico di quello dei politici italiani dell’epoca. Capivo che qualcosa di importante stava avvenendo in quel mondo, anche se tutti dicevano che sarebbe finita come con l’Ungheria nel 1956. Ma invece le cose continuavano. Poi il maggio francese distolse l’attenzione per qualche mese. Quel giorno di 50 anni fa però, quando appresi la notizia, mi precipitai all’edicola e comprai un giornale (allora eravamo a Scoglitti e l’edicolante era il signor Ferrigno, che ricordo nella sua tabaccheria-edicola in via Napoli). Naturalmente “La Sicilia” di quel giorno recava le previsioni del 20 agosto, con i titoloni sull’imminenza dell’invasione. Pur non capendo nulla di politica, quei fatti dell’agosto 1968 mi rimasero impressi. Allo stesso modo mi colpì il sacrificio del giovane Jan Palak, che il 20 gennaio 1969 si bruciò vivo in Piazza Venceslao. Quell’agosto mi segnò in qualche modo, anche se allora mai avrei immaginato che di lì a qualche anno sarei diventato comunista. E quando qualche anno fa capitai a Praga, volli rendere omaggio a Jan Palak, nella Piazza Venceslao, davanti alla croce che indica il punto dove si sacrificò. Oggi la sinistra italiana rischia di scomparire, travolta dai clic sui social…E sembra che siano passati 500 anni, non 50…

11.Su Ascanio Colonna

Ritrovate 20.000 lettere di Ascanio Colonna (1560-1608), fratello della fondatrice di Vittoria.

Allontanandomi per qualche giorno dalle polemiche locali (che si stanno sempre più imbarbarendo) e in attesa di poter leggere il famoso decreto di scioglimento, qualche notizia tra la storia e la frivolezza. Una ricercatrice dell’Università di Burgos, Patricia Marin Cepeda, durante le sue ricerche sulla produzione giovanile di Miguel de Cervantes, partendo proprio dalla dedica ad Ascanio Colonna del romanzo pastorale “La Galatea” (1585), è venuta in Italia in cerca di documenti. E così, nella biblioteca dell”Abbazia di Subiaco (di cui Ascanio Colonna fu titolare dal 1592), la studiosa si è trovata di fronte a 20.000 lettere, in gran parte provenienti o dirette in Spagna, con letterati e clientes. Della sua ricerca ho letto su Repubblica del 1° agosto. Ma la cosa più sorprendente per la ricercatrice è stata trovare 500 lettere catalogate a parte, indirizzate al cardinale da almeno cinque amanti spagnole, tutte firmantisi con pseudonimi pastorali. In verità, nessuna sorpresa. Che il cardinale Ascanio Colonna, al pari di altri porporati dell’epoca, non fosse uno stinco di santo era noto da secoli. Già Ferdinand Gregorovius nelle sue “Passeggiate romane” (1846) parla della sua amante Artemisia, che amministrava l’Abbazia di Subiaco a suo nome e che gli diede un figlio (ne diedi notizia nel mio “Vittoria Colonna e i suoi tempi” del 1990). In ogni caso, a parte questo, Ascanio fu uno dei maggiori letterati della sua epoca: tra l’altro scrisse orazioni e poesie in latino e si occupò della annosa questione della Apostolica Legazia di Sicilia, che faceva del re di Spagna in quanto re di Sicilia il capo della Chiesa siciliana. Ma è importante soprattutto perché la sua grande biblioteca (ricca di rarissimi codici greci e latini) dopo la sua morte confluì nei fondi della Biblioteca Apostolica Vaticana.Rimango però in attesa di poter leggere il saggio che la studiosa sta elaborando basandosi su queste 500 lettere…

La più antica rappresentazione della “Kòimesis” o Dormizione/Morte della Vergine in Sicilia nella chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio o Martorana (1143) a Palermo. Un culto elaborato a Bisanzio nei secoli VII-X e diffusosi in Sicilia al tempo dei Normanni e poi teologicamente definito come Assunzione della Vergine e celebrato il 15 agosto. Nella nostra zona ce n’è traccia a Cammarana, nella chiesetta addossata ai ruderi del tempio di Athena e attestato da Fazello sin dal 1544. Piena di ex voto marinari, la chiesa andò in fiamme prima del 1837 e faceva parte della parrocchia di Vittoria. S.A. Guastella riferisce dei miracoli attribuiti alla Madonna di Cammarana, rappresentata in un grande quadro della Dormizione. Storia e cultura, queste sconosciute…

12.Su una vecchia tesina ritrovata

Fra i miei appunti (in via di sistemazione) dal 1971 al 2009, con mia grande sorpresa perché l’avevo completamente dimenticata, ho trovato una tesina scritta nel luglio-agosto 1973 sul neoterismo del giovane Cicerone, poi da lui rinnegato. Il neoterismo o alessandrinismo fu una corrente letteraria ispirata alla poesia alessandrina e fortemente innovatrice della anchilosata tradizione poetica latina e il suo maggior esponente fu Catullo.

Rileggendola dopo 45 anni, mi sono chiesto se non abbia sbagliato mestiere…

“Non è possibile attribuire all’alessandrinismo giovanile di Cicerone un’importanza del tutto secondaria, come se si trattasse di una produzione artistica estranea al carattere “grave” di Cicerone. Plutarco dice che egli da giovane fu avidissimo di affermarsi in ogni forma di cultura: ma «si volse a preferenza alla poesia». La testimonianza dello scrittore ci fa capire che come ogni uomo di cultura, Cicerone subì una evoluzione. Da giovane aderì a quella corrente di cultura nuova, apportatrice di linfe nuove, consapevolmente. Né certo sapeva che un giorno avrebbe rinnegato non solo i suoi componimenti, ma avversato anche politicamente gli autori di simili poesie. Cicerone non fu mai un poeta. Artefice abile di versi sì, ma mai poeta. Altro era il suo campo di battaglia: l’oratoria politica.

Già nel “Limon”, poemetto didascalico-letterario come quelli di Porcio Licino e Volcacio Sedigito, Cicerone rivela un giudizio maturo sull’arte di Terenzio, indice, questo, di una cultura non comune e non da principianti. Altri suoi componimenti, “Poemata” (Nilus, Uxorius, Alcyones, Glaucus Pontius) dovettero essere di varie centinaia di versi ciascuno. Inoltre gli Aratea, alcuni epigrammi, nei quali Cicerone rivela insolite qualità di freddurista, che in fondo egli non perderà mai né nelle orazioni, né tantomeno nelle lettere.

Naturalmente la cultura di Cicerone risentì molto dell’influenza greca, anzi egli stesso amava dirsi “greco”, di modo che anche la sua formazione retorica risentì molto delle idee nuove.

Cicerone si rivela perfetto signore del verso. Anche se non creato da poeta, il suo esametro è perfetto, niente più elisioni dure, clausole tetrasillabiche, cesure in tmesi, cesure monosillabiche. Non mancano audacie linguistiche, neologismi, come “praevius”, che attrasse l’attenzione dei glossografi, meritando la conservazione del frammento. Quanto al giudizio su Terenzio, sembra alla critica “un giudizio ovvio, che sa di schemi e di canoni di scuola”; ma è un fatto che Cicerone prese in evidenza le caratteristiche principali di quel comico, la purezza del linguaggio, la pacatezza dei movimenti, l’umanità, la delicatezza degli argomenti: tutto ciò che in lui era “atticista”.

La produzione poetica di Cicerone, non sembra “scolastica” nell’accezione comune del termine, se per almeno dieci anni consecutivi egli mantenne quest’indirizzo, con un numero di opere notevole, se si pensa al “labor limae” richiesto da quella poetica. Ma in ciò che ci è rimasto nulla sa di alessandrino. Si è già detto che in tutti i settori della sua formazione culturale Cicerone ebbe maestri greci, per lo più di indirizzo “nuovo”. Poté così permearsi intellettualmente e culturalmente della poesia alessandrina, ma non essendo un poeta, non poté riviverla, e quindi esprimerla poeticamente. Caratteristica dei suoi versi giovanili è dunque un’adesione fervida e sincera alla nuova corrente di cultura, ma niente di veramente originale.

Col passare degli anni, Cicerone, sempre più dedicato alla restaurazione della “res publica”, avversò sempre più il neoterismo che, con la sua critica alle concezioni letterarie arcaiche, metteva in crisi l’ordinamento sociale che l’aveva espressa, una “res publica” antica e ideale cui Cicerone si rifaceva nella sua polemica politica quotidiana. Ancora nel 50 [a.C.] si ha traccia dell’avversione di Cicerone al neoterismo. Di ritorno da un viaggio, in una lettera ad Attico, egli, dopo aver accennato alla tranquillità del viaggio, si accorge di aver creato un esametro spondaico, e invita Attico a venderlo come suo ad uno dei suoi amici. La critica si è divisa nell’interpretazione del senso della frase: non sembra un attacco a fondo, né una “battuta” feroce, tanto che vi si è scorto addirittura un compiacimento neoterizzante. Interpretazione paradossale, dovuta al fatto che qui l’antineoterismo di Cicerone non è “impegnato” come prima. Ma è chiaro che Cicerone ha creato quell’esametro involontariamente, altrimenti non vi avrebbe costruito quel frizzo fugace. Cicerone, con diversa intensità, rimase sempre contrario all’alessandrinismo. Esalta Omero, in contrapposizione a quei poeti che “inventano favole”…

13.Ancora sullo scioglimento del Comune per mafia

Il recente scioglimento del Comune ad opera del Presidente della Repubblica (decreto 2 agosto 2018, pubblicato nella G.U. del 5 settembre 2018), oltre a suscitare un prevedibile ulteriore vespaio di polemiche, mi ha confermato nella mia decisione di scrivere la cronaca degli ultimi 50-60 anni. In verità sono sempre stato restio ad occuparmi di fatti recenti, sia per la vicinanza degli eventi sia perché nel bene e nel male io stesso sono stato tra i protagonisti della vita politico-amministrativa della Città dal 1976 ininterrottamente fino al 1994 e poi con un ritorno fugace nel triennio 2006-2009, nominato prima consulente e poi assessore dal sindaco Giuseppe Nicosia, per celebrare il Quarto Centenario della Fondazione di Vittoria. Poi, non trovandomi più a mio agio (ma per motivi personali), mi dimisi. Nel 2014 chiesi poi di nuovo al sindaco di essere utilizzato e fui da lui nominato nel Nucleo di Valutazione (cosa di cui gli sono grato), da cui il nuovo sindaco Giovanni Moscato mi cacciò (insieme agli altri due componenti avv. Lorenzo Scuderi e Mario Mascolino) perché per lui ero un avversario ed “un’istituzione”…(non ho mai ben capito cosa volesse dire quella definizione ma non credo fosse benevola). Dalla nuova Amministrazione fui anche trattato male personalmente, costringendomi a promuovere ben due cause (di cui una già decisa a mio favore) ma questo ha solo confermato il giudizio negativo che già mi ero fatto della nuova compagine amministrativa: un misto di ignoranza della storia (vedi la penosa vicenda dell’intitolazione della “Sala del Quarto Stato”), arroganza, desiderio velleitario di distinguersi da “chidd’i prima”. Bene, la relazione della Commissione Prefettizia è spietata nel giudicare anche la nuova Amministrazione Moscato, capace solo di far chiacchiere e niente sostanza, oltre che di violare alcune norme di legge. Ma su questo parleranno i giudici e poiché ancora in quest’Italia esiste lo Stato di diritto, aspetteremo fino alla Cassazione…

Poiché però sulla storia di questa Città se ne dicono di cotte e di crude, voglio dare il mio contributo: il contributo di uno studioso di storia locale abituato a leggere documenti e a individuare i punti salienti di un processo storico e contestualmente di un assessore poi sindaco e poi deputato di questa Città…» (dalla presentazione del volume con titolo provvisorio “Vittoria dal 1962 al Terzo Millennio. Cronache di una Città attraverso gli occhi di un testimone).

14.Sull’edificio dell’attuale Museo

“5)eliminare l’isolato comprendente il Carcere e destinarlo a Belvedere”: così si legge nella deliberazione del Consiglio Comunale n. 12 del 3 febbraio 1970. Era una delle 5 proposte avanzate ai progettisti dall’A.C. dell’epoca! In linea con il contenuto del Piano Ugo e Verace, che prevedeva di sventrare l’attuale centro di Vittoria, con la creazione di grandi arterie stradali, la demolizione degli isolati che fiancheggiano la via Cavour e la creazione di un centro amministrativo nell’attuale Piazza Senia. Riservandomi di trattare ampiamente le vicende politiche e urbanisitiche dell’epoca (autore del foglio dal titolo “Le mani sulla città” di cui pubblico le foto fu l’on. Filippo Traina), qui mi limito a dire che per fortuna quel Piano (adottato il 12 febbraio 1970) fu bocciato dall’Assessorato nel marzo 1974 e il nucleo primigenio della Città, risalente al 1607 fu salvo. In seguito, nel 1985 fu aperto come Museo e poi dedicato al prof. Virgilio Lavore. Disgraziatamente però poco dopo fu destinato a sede della “Strada del vino”. Invano tentai di liberarlo nel 2008, facendo deliberare dalla G.M. il trasferimento della sede della Strada del Vino negli attigui locali nel frattempo restaurati dei “Magazzini del Conte”. Purtroppo non riuscii a portare a termine l’operazione e il “Museo Civico Polivalente Virgilio Lavore” è divenuto negli ultimi anni prima una triste “putia ro vino” (così lo definiva il compianto arch. Giuseppe Areddia) e poi privatizzato completamente dall’ultima Amministrazione e ridotto a mescita di bevande e panineria. Una vergogna! Gli edifici più antichi di Vittoria debbono tornare al pubblico, ad essere sede non solo dell’Archivio Storico, ma centro della memoria, dell’identità e della cultura cittadina, dello studio, della conoscenza e dell’esplorazione (come in parte si fa meritoriamente anche oggi) della Valle dell’Ippari e dell’intero territorio di Vittoria. Una rinascita che passa dal ritorno del Castello in mani pubbliche. Spero che questo sia uno dei punti del programma culturale di quanti ambiscono a candidarsi alla guida della Città..

15.Nello squallore del presente

Nello squallore del presente di una città come Vittoria (ridotta a “mafiosa” e sbattuta in primo orario nei Tg, senz’acqua, coperta di spazzatura agli angoli e con le campagne sommerse di rifiuti), fa impressione leggere del passato. Nel continuo esame del materiale documentario in mio possesso e nel tentativo di ricostruire l’attività culturale degli anni ’50, stupisce e meraviglia lo spessore dei gruppi intellettuali dell’epoca. E mentre la politica dibatteva la costruzione del Comune Democratico (lotte sociali, impegno per l’agricoltura e i servizi, l’assistenza sanitaria, l’industrializzazione, il Prg etc.), nascevano anche riviste come “La Lucerna”, fondata dal prof. Giacomo Samperisi e un giornale come “L’Eco di Vittoria”, di cui era direttore il prof. Emanuele Avarino. Mentre “L’Eco di Vittoria” trattava temi più politici che culturali (però ben presenti), “La Lucerna” di Samperisi fu una fucina di grande levatura. Vi scrivevano giovani studiosi e poeti come Domenico Anastasi (poi noto come “padre Anastasi”, poeta e letterato acutissimo), Emanuele Jacono, Emanuele Mandarà, Angelo Alfieri, Salvatore Guglielmino, Luigi Frasca, Virgilio Lavore, Laura Cannizzaro, Giovanni Uggeri e numerosi altri non vittoriesi, tra i quali il linguista Alfonso Leone (di Acate, latinista insigne e autore di importanti studi sul dialetto siciliano), Carmelo Lauretta e Nunzio Di Giacomo (di Comiso). Tra tutti spiccava il preside Samperisi, che meriterebbe di essere meglio ricordato per le sue profondissime conoscenze di letteratura italiana (da Dante al Novecento) e di Pedagogia, rigoroso organizzatore di iniziative culturali. Da parte sua, preziosissima la raccolta de “L’Eco di Vittoria”, per i temi politici ed il dibattito sul Prg del 1956. Che bella città era Vittoria allora! Proiettata nel futuro, all’inizio della grande rivoluzione agraria della serricoltura. Quante speranze, quante lotte, e soprattutto: quanta fiducia nel futuro! E oggi invece ci tocca occuparci di immondizia, di acqua che manca, di contenitori culturali come la Sala Mazzone che non si sa come utilizzare…Questa la realtà oggi. Ma, come dicevano gli antichi, “bon tiempu e maluttiempu nun durunu tuttu ‘u tiempu!” Forse…

Complimenti a Gaetano Bruno, giovanissimo artista (dipinge) e bravo ricercatore (ha scritto una bella storia della chiesa dei Cappuccini, ricca di documenti inediti), per il grido di allarme che ha lanciato per la salvezza dell’Antica Pescheria, già nota come “Sala Mandarà”, inspiegabilmente abbandonat da anni. Ho letto che uno dei commissari ha incontrato alcune associazioni culturali, per rilanciare a Vittoria la “cultura della legalità”. Bene. Chi può essere contrario? Bisogna però cominciare a ripristinare i “contenitori” culturali della città: la Sala intitolata al poeta Emanuele Mandarà (1930-1993) merita di essere tolta dall’abbandono e riconsegnata alla cultura cittadina; così come occorre non cambiare la destinazione d’uso della Sala Mazzone, che con il Museo Polivalente (già intitolato al prof. Virgilio Lavore ed oggi annullato e ridotto a “putia ‘ro vinu” in mani private), l’ex convento della Grazia ed il Teatro sono le grandi strutture culturali che le amministrazioni dagli ‘anni ’70 fino al 2010 hanno consegnato alla città e fatto vivere. Pertanto mi aspetto dai Commissari che restituiscano alla Città le sue sedi per la cultura. Ben vengano quindi prese di posizione come quella di Gaetano Bruno, che mi auguro saranno seguite da quelle di altri, singoli o associazioni.

16.Sull’Antica Pescheria

Per chi volesse saperne di più sulla Antica Pescheria, pubblico uno stralcio di quanto da me scritto in “I luoghi e la memoria. Catalogo ragionato dei monumenti, delle opere d’arte e delle infrastrutture del vivere civile esistenti (ed esistite) a Vittoria e nel suo territorio”, (un testo da me consegnato per la stampa all’A.C. dell’epoca nel 2014 ma mai pubblicato):

“….La Sala “Emanuele Mandarà” (già Mercato del Pesce o Pescheria) in via Cialdini.

Pur non essendo in Piazza, ma dietro il teatro e la chiesa della Grazia, la Sala conferenze intitolata nel 1995 al poeta vittoriese Emanuele Mandarà appartiene alla zona della Piazza. Dopo che Rosario Cancellieri vietò l’uso delle cosiddette cianche (luridi banconi di legno dove si vendevano verdure, carne e pesce, davanti alle botteghe di via Piazza) sostituite con lastroni di marmo, con la vendita consentita solo all’interno delle botteghe, nel 1885, per ordine del delegato straordinario Arpa, la vendita del pesce fu trasferita nella piazzetta Castelfidardo, mentre quella della carne rimase in piazza. L’idea di costruire un mercato generale, per accentrare in un unico spazio le botteghe, nacque nel 1906, quando si decise di costruire la nuova struttura nell’area della costruenda Piazza della Vittoria, cioè lo spazio oltre la via Cernaia compreso tra via Carlo Alberto, Bixio e Palestro. Ma poiché in genere l’ottimo è nemico del bene, non si trovarono i soldi per finanziare la grande opera e si decise di costruire solo il nuovo Mercato del Pesce, dove già funzionava ma in condizioni igieniche disastrose . Il sindaco dell’epoca, Salvatore Carfì, portò in Consiglio il 28 maggio 1909 la proposta di acquistare uno stabile «…quasi del tutto diruto, che prospetta nel vicolo Castelfidardo, tra la via Cialdini e la via Castelfidardo». L’edificio diroccato (un antico fondaco appartenente a tale Corallo) ed il suolo, furono acquistati per il prezzo di £. 2.500 dai coniugi Salvo e da un certo Alfieri. Il progetto per la costruzione del nuovo Mercato del Pesce, redatto dal tecnico comunale ing. Puglia, fu approvato dal Consiglio Comunale nella seduta del 21 luglio 1912, per un importo a base d’asta di £. 9698, lievitato poi ad oltre 12.000, appaltato alla ditta Salvo. L’opera fu completata e collaudata entro il 1914 . I locali, abbandonati negli anni ’60, furono recuperati negli anni ’80, per essere adibiti a nuova biblioteca, assieme ad altri adiacenti nel frattempo acquistati. Al solito però, per insuperabili questioni finanziarie, si pensò di realizzare un primo stralcio, con la creazione di una sala di lettura. Inaugurata nel 1993, la struttura fu utilizzata come sala conferenze ed intitolata al poeta vittoriese Emanuele Mandarà .

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.