Continuando nel richiamo di articoli da me scritti alcuni anni fa (nella speranza che un giorno possano essere utili o quantomeno suscitare la curiosità di qualcuno), eccone una serie alquanto nuova: dalle vicende di Antonino Custureri (forse ucciso da un marito geloso) a quelle del figlio di Vittoria Colonna irriso da Pasquino a Roma, ad una sommossa di popolo del marzo 1898, ad alcune storie della famiglia Ricca etc. etc.

Eccone l’indice completo:                           

1).Antonino Custureri e i luoghi dove fu fondata Vittoria

2).La “civiltà del vino” nel Vittoriese (“La Sicilia”, 12 ottobre 2003).

3).L’almirante fugitivo irriso da Pasquino (“La Sicilia”, ottobre-novembre 2003).

4).Un “mastro don Gesualdo” a Vittoria nel Seicento: la “roba” di Giuseppe di Marco.

5).Il Natale a Vittoria (“La Sicilia”, 21 dicembre 2003).

6).Vittoria e la sommossa del 1898.

7).Vittoria in rivolta. La “rivoluzione” del 1820 (“La Sicilia”, marzo 2004).

8).Il sindaco Foti e la “Colonna Infame” nel drammatico 1944 vittoriese.

9).La chiesa e il culto della Madonna di Cammarana

10). Ascesa e caduta di una grande famiglia: i Ricca di Vittoria.

11).Presentazione del “Dizionario biografico dei Vittoriesi di ogni tempo” di Gianni Ferraro (“La Sicilia”, 13 gennaio 2004)

Ed ecco alcuni stralci:

3).L’almirante fugitivo irriso da Pasquino (“La Sicilia”, novembre 2003).

Esattamente 360 anni fa, il 27 ottobre 1643, l’Almirante di Castiglia Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera, duca di Medina de Rioseco e conte di Modica, viceré di Sicilia dal 1641, fece il suo ingresso a Vittoria, la città voluta da sua madre Vittoria Colonna. Era accompagnato dal suo seguito e dalla moglie Luisa di Sandoval, dal figlio diciottenne Giovanni Gaspare e dalla moglie donna Elvira Toledo y Osorio, incinta (sono tutti rappresentati in un quadro della chiesa di Santa Lucia a Modica). Proveniente da Terranova, il corteo fu salutato con una salva di “maschetteria” al suo ingresso nel feudo di Boscopiano e condotto poi al Castello. Giovanni Alfonso fu accolto dal castellano don Giovanni Grimaldi, dal secreto e dai giurati della città voluta dalla madre Vittoria Colonna (1558-1633), che simbolicamente gli consegnarono le chiavi d’argento della città e del Castello. La comitiva dimorò nell’edificio (cui erano stati apportati alcuni cambiamenti per renderlo più confortevole) fino al 29 ottobre, quando si trasferì a Scicli. La cittadina che il viceré visitò aveva allora circa 2.500 abitanti, da poco le era stato assegnato il territorio entro cui esigere la gabella della dogana.

Se la madre Vittoria Colonna aveva avuto grande fiducia nel vigneto, il figlio Giovanni Alfonso lo aveva invece duramente colpito con una nuova imposizione fiscale. Inoltre, forse poco convinti del futuro del vigneto, Giovanni Alfonso e la moglie avevano ordinato di impiantare nelle terre di Boscopiano una coltura di canna da zucchero, con grossissimi investimenti e al tempo della loro visita il “cannamellito” era al terzo anno di vita. Sin dall’inizio i margini di profitto furono però assai limitati e dal 1645 in poi si andò in perdita, per cui l’esperimento cessò nell’aprile 1647, subito dopo la morte di Giovanni Alfonso (a ricordo del tentativo, alla contrada rimase appunto il nome di Cannamellito, dove oggi sorge l’ex base missilistica di Comiso, fino al 1927 territorio di Vittoria, appartenente alla famiglia Jacono-Rizza).

Pur avendo dato il suo nome alla piazza davanti al Castello (oggi Museo Polivalente “Virgilio Lavore”), Vittoria finora ha saputo ben poco di questo importante personaggio, figlio della sua fondatrice.   

Nato nel 1596, da Luigi III (1565-1600) e da Vittoria Colonna, duchi di Medina de Rioseco e Conti di Modica, fino al 1617 (anno in cui divenne maggiorenne) fu sotto la tutela della madre, che curò mirabilmente gli interessi della famiglia Enriquez-Cabrera, salvandola dal disastro economico e, fra le altre cose, fondando Vittoria. Legato per parentela alla famiglia del duca di Lerma (primo ministro di Filippo III dal 1600 al 1618 e vero padrone della Spagna), fu ostile al nuovo primo ministro, il famoso conte-duca d’Olivares, contro il quale contribuì ad organizzare una vera e propria fronda nobiliare a Corte (addirittura il figlio scrisse poesie e libelli satirici contro Olivares).

Resosi protagonista di un importante episodio bellico nel 1638 (a Fuentearabia in Navarra respinse le truppe francesi del principe di Condé, infliggendo loro dure perdite), nel 1640 fu promosso viceré di Sicilia. Lo storico settecentesco Giovanni Evangelista Di Blasi dà un buon giudizio sul suo operato, volto contro la corruzione e il pericolo turco. Ma, richiesto da Madrid di nuovi fondi per la repressione delle rivolte portoghese e catalana, fu costretto a imporre pesanti sacrifici finanziari al Regno, per dare a Madrid soldi e truppe. Il Parlamento convocato allo scopo di avere il denaro nell’agosto 1642 gli fece una controproposta: avrebbe concesso denaro e soldati a condizione che il viceré abolisse l’imposta sulla carta bollata e quella del 2% sulle compravendite. Il viceré accettò e in cambio fu introdotta una pesante tassa sulle colture specializzate della seta e del vigneto (cosa che colpì in particolare Vittoria e altre zone a colture specializzate del Catanese e del Messinese).

La sua severità contro la corruzione (fece mozzare le teste dei colpevoli) gli procurò nemici e lettere anonime, in cui lo si accusò di volersi incoronare “re di Sicilia”, argomenti cui a Madrid sempre si prestava qualche credito. Pertanto a fine 1643, anche per dare subito un viceré a Napoli (posto fino ad allora occupato dal duca di Medina de Las Torres, genero del conte-duca d’Olivares nel frattemmpo destituito), il conte di Modica fu promosso viceré di Napoli, dove giunse nel maggio 1644. Anche lì si trovò a dovere spremere quelle popolazioni, per mandare soldi a Madrid per le guerre. Ma non volle infierire, rifiutandosi di imporre, come gli veniva richiesto, oltre ad una sovrimposta sugli affitti, la gabella sulla frutta (cosa che il suo successore duca d’Arcos fece, causando la rivolta di Masaniello nel 1647).

Tale suo comportamento gli procurò forti critiche a Madrid, dove si disse che era “incapace di governare un convento”. Per cui, già agli inizi del 1645, il re Filippo IV lo incaricò di portare gli omaggi della Corona Spagnola al nuovo papa Innocenzo X a Roma. Negli Stati d’antico regime, non c’erano a disposizione degli ambasciatori i fondi del Ministero degli Esteri come oggi: tutto era a spese degli incaricati. Per cui Giovanni Alfonso, non avendo risorse, e dopo aver tergiversato per circa un anno, si trovò costretto a vendere la baronia di Caccamo, per 120.000 ducati dell’epoca (48.000 onze siciliane). Ottenuto il denaro dal compratore (don Filippo d’Amato, principe di Galati), nel marzo 1646 da Napoli a Roma si mosse un corteo di migliaia di civili e militari, tutti riccamente vestiti ed equipaggiati, con bandiere, vessilli, tamburi, mobili, cavalli e carrozze. In epoca barocca “l’essere” era “apparire” e un ambasciatore del re di Spagna, e per giunta un signore di grande lignaggio come l’Enriquez non poteva badare a spese. Non bastandogli le somme della vendita, impegnò anche parecchi diamanti e argenti di famiglia presso gli ebrei romani e i banchieri veneziani.

Il 24 marzo 1646 Giovanni Alfonso fece il suo ingresso a Roma, dove suscitò gran meraviglia, anche per i ricchi doni fatti a centinaia di persone, familiari del papa e di vari cardinali. Senonché, la presenza dei cardinali filo-francesi, guidati dal cardinale d’Este, gli guastò la festa, facendolo cadere in una trappola, con uno scontro a Piazza del Gesù che causò morti e feriti fra gli Spagnoli, costretti a fuggire davanti alle truppe filofrancesi. L’episodio fece il giro delle Corti d’Europa (siamo al tempo della cosiddetta “guerra dei Trentanni”) e persino Pasquino, l’autore anomino romano dell’epoca, scrisse dei versi sprezzanti su “l’Amirante fugitivo”.

Rientrato a Madrid, Giovanni Alfonso morì il 7 febbraio 1647. Di lui ci rimane anche il testamento, in cui, tra le altre cose, raccomandò al figlio ed erede Giovanni Gaspare (1625-1691) di riscattare i diamanti lasciati in deposito a Venezia. Così andavano le cose nel XVII secolo…

4).Un “mastro don Gesualdo” a Vittoria nel Seicento: la “roba” di Giuseppe di Marco.

Mentre si costituiva la Parrocchia di Vittoria nel 1640, ricoprivano la carica di giurati (assessori) Giovanni Salmé, Francesco Meli, Benedetto Caccamo e Giuseppe di Marco. Antonino Custureri era secreto (sindaco).   

Dopo Antonino Custureri, Giuseppe di Marco era l’uomo più ricco di Vittoria.

Ma se Custureri aveva ereditato gran parte delle sue ricchezze, Giuseppe di Marco se le era fatte da sé. Nato a Comiso nel 1604, nel 1626 si era trasferito con il fratello Filippo (destinato anch’egli a grande fortuna) a Vittoria, dove aveva preso in moglie Flaminia Brancato, anch’essa comisana, cugina del ricco notaio don Francesco Brancato e sorella di don Tommaso Brancato, sacerdote, che sarebbe diventato parroco nel 1648.

Coinvolto con il cognato don Tommaso e il cugino notaio in un oscuro affare avvenuto nel 1634 (furono accusati di fare il bello e cattivo tempo a Vittoria, ma dei tre solo don Tommaso fu punito con una multa di 50 onze), ancora nel 1638 possedeva a Comiso una “conzaria con soi adriczi” del valore di 85 onze. Viveva però a Vittoria con la moglie Flaminia, il figlio Francesco, le figlie Antonina e Paola e due “zitelle”, forse sue sorelle, in una casa terrana di 11 corpi e un magazzino siti nel quartiere della Grazia (rintracciabili nell’isolato oggi compreso tra via C. Alberto-via dei Mille-via Bixio-via Bari, a fianco della basilica di San Giovanni). Possedeva inoltre un casalino di quattro stanze con “due dammuse” nel quartiere di San Vito. E poi: in contrada Pasqui possedeva una vigna di 4 m.ra e un’altra di migliara sei a Fortura; quindi 33 migliara di vigne (di cui 11 di piante) in contrada Dragonara. Era un appaltatore di imposte: infatti aveva “comprato dalla Corti grana dieci per ogni libra di seta” per onze 21, cioè riscuoteva grana 10 per ogni libbra di seta prodotta, per cui aveva anticipato 21 onze alla Regia Corte di Palermo. In tutto dichiarava beni stabili per onze 541.13. Seguivano poi i beni mobili: doveva avere dal cognato don Tommaso Brancato onze 150 (forse per dote) e per la sua insolvenza gli aveva pignorato 11 salme di terre con 7 migliara di vigne a Resiné. Anche l’ex giurato Vincenzo Recca (che di mestiere faceva l’arbitro, cioè il misuratore di terre) gli doveva 30 onze per un prestito mai restituito, pertanto di Marco gli aveva pignorato due orti e due case a San Vito. Per i suoi spostamenti aveva un cavallo di pelo baio di onze 16 (carissimo!). Possedeva inoltre due muli, una somara, 22 animali da tiro tra buoi e vacche, una giumenta con “una mulacciuna della nascita”.

E poi seminati in frumento a Pozzo Bollente e in orzo a Resiné. Era anche un commerciante, visto che dichiarava ben sei cantara (ognuno pari a kg 80) di pecorino e cento salme (pari ognuna a kg. 208) d’orzo, che certo non gli servivano per il consumo familiare. Possiedeva anche 50 oncie d’oro lavorato “consistenti in catini et anelli et goleri”. Vantava numerosi crediti per la vendita di case, animali, ferro, cuoiami e soldi dati in prestito a diverse persone. Percepiva congrui censi come affittatore delle terre della Dragonara di don Pietro Settimo. L’ammontare di tali crediti e beni mobili era di onze 920.1: un’esposizione assai forte. Che la sua posizione fosse però solida è dimostrato dall’ammontare relativamente assai basso delle gravezze: appena 168 onze e 21 tarì, in gran parte per le vigne della Dragonara e per un massiccio acquisto di frumento. Sulla Dragonara che aveva in affitto pagava 30 onze a don Pietro Settimo, che la possedeva in feudo, dopo che la Corte Patrimoniale l’aveva tolta a don Giuseppe Grimaldi.

I suoi beni erano quindi onze 1461.14 e di netto gli rimaneva l’enorme cifra di onze 1292.23 (per avere un termine di paragone ricordo che una stanza di 40 mq costava 10 onze e che un operaio specializzato guadagnava 3 onze al mese!).

La cosa più notevole, oltre alla grande ricchezza che lo porta a posizionarsi secondo solo dopo Antonino Custureri e prima della sorella di questi, Vincenza, è il fatto che fosse un grande affittuario di terre e un gabelloto della seta. Giuseppe di Marco è il primo vittoriese che possiamo paragonare al mastro don Gesualdo di Verga o al don Calogero Sedara del Gattopardo. Incarna cioè con due secoli d’anticipo la figura del ricco massaro che grazie ai suoi commerci riesce ad accumulare una grande liquidità, che impiega per ottenere appalti pubblici e avere in affitto decine e decine di salme di terra, come ad esempio la Dragonara (attuale Fortura, Monte Calvo, Serra Rovetti).

La sua posizione e la sua parentela gli aprì le porte della carriera politica, con la carica di giurato, alla quale pervenne da appaltatore della gabella della seta. Una crescita economica e sociale continua, spezzata solo dalla morte, avvenuta ad appena 38 anni, il 25 maggio 1642. Sapeva leggere e scrivere.

Fu sepolto a Santo Vito, dove destinò gli si dicessero in perpetuo due messe a settimana. Poco prima di morire aveva designato il cognato sacerdote don Tommaso Brancato come curatore e procuratore di Pietro Antonino e Paola di Marco” suoi figli.

5).Il Natale a Vittoria (“La Sicilia”, 21 dicembre 2003).

Anche oggi, tra tutti i mesi dell’anno, dicembre è quello più sacro e magico.

Pur travolte dal consumismo, le festività natalizie conservano ancora un alone di magia e di mistero religioso. Ciò vale per noi contemporanei, ma ancor più valeva per i nostri antenati, per i quali la scansione del tempo in “sacro” e “profano” aveva un valore più profondo. In un’epoca in cui non c’era certo l’attesa del “week end”, l’alternarsi delle feste scandiva l’esistenza in periodi di lavoro e periodi di riposo, in cui spesso la festa serviva a riconciliare la Divinità con l’uomo, ad assicurargli felicità, fecondità e buon raccolto, oppure a scacciare le tenebre e il Male. Anche nel passato, per i Vittoriesi il mese di dicembre era quello più ricco di tradizioni. Dopo la festività di San Martino, testimoniata a Vittoria sin dal 1623 (anche allora legata al “nuovo vino”), apriva il mese di Natale l’antica corsa degli asini. Essa si svolgeva appunto il 1° dicembre, per Sant’Eligio (Sant’Aloi in dialetto, con un diminutivo di Aloisio, cioè Luigi, variante di Eligio) e si correva a partire dalla Senia lungo la trazzera di San Giuseppe lo Sperso. Caratteristica della corsa era che ognuno cavalcava un asino non suo, per cui non aveva alcun interesse a spronarlo, ma invece a farlo arrivare per ultimo…Tale tradizione fu interrotta intorno 1860.

Ma oltre alla festa, urgevano le necessità quotidiane: bisognava infatti sperare che il cielo desse le piogge necessarie ai campi, per cui il giorno 2 si scrutava il tempo e se esso si manteneva asciutto erano guai, infatti si sapeva che “se nun ciovi ppi Santa Bibbiana, nun ciovi ppi tutta a quarantana”, cioè fino al 12 gennaio. Passati Santa Barbara e San Nicola, l’8 dicembre era la festa dell’Immacolata Concezione. Stabilito da Sisto IV nel 1476, il culto è testimoniato a Vittoria sin dal 1622, con l’esistenza già a quella data della  “Confraternita di la Ecclesia di Santa Maria della Gratia”, destinata nei decenni seguenti a ricevere cospicue donazioni in denaro, case e terre. La China scrive che alla vigilia della festa “i Sacerdoti e molti del popolo, andavano in processione dalla Madrecchiesa a spazzar la Chiesa della Grazia, percorrendo in doppia fila il breve tratto della via Teatro, oggi via Cavour, con le granate [scope di erica, n.d.a.] in mano”. La China l’uso ad una metafora del concepimento “senza macchia” della Vergine, ma onestamente ammette che potrebbe essere un’altra l’origine.

E veniamo a Santa Lucia, da sempre collegata ai falò (“vampanigghi”) agli incroci delle strade. Fino al 1860, a ricordare il rogo con cui la martire sarebbe stata uccisa, se ne faceva uno gigantesco al Piano di Santo Vito, davanti alla chiesa in cui la Santa era venerata almeno dal 1651.

Ma anche questa usanza dopo il 1860 fu abolita per la sua pericolosità e da allora anziché una si fecero tante “vampanigghi” ai quattro angoli delle strade. Secondo alcuni studiosi, i falò rappresenterebbero anche un modo per scongiurare le tenebre nella notte considerata la più lunga dell’anno: “Santa Lucia, la nuttata cciù lonca ca cci sia”. Ma tale credenza fu valida fino al 1581, l’ultimo anno di vigenza del calendario giuliano, che nel corso dei secoli aveva accumulato 10 giorni di ritardo rispetto al corso naturale delle stagioni e che pertanto riferiva il solstizio d’inverno al giorno di S. Lucia e non al 23, come è in realtà.

La festa di S. Lucia era ricordata anche consumando un cibo particolare detto “cuccìa”, cioè grano prima ammollato nell’acqua e poi bollito (a seconda dei luoghi) nell’acqua o nel latte e condito con zucchero, miele, ricotta o vinocotto. In alcuni comuni si consuma come minestra vera e propria.

Si tratta di un’usanza risalente probabilmente all’epoca greca, proveniente da Siracusa, e che secondo Biagio Pace era prima legata alla festa di S. Anna (il 26 luglio, data più vicina al mese di agosto dedicato interamente alle feste del raccolto incentrate sul culto di Demetra) e poi, per il grande favore popolare di cui godette il culto di S. Lucia, ad essa attribuita. Evidentemente a Vittoria fu portata da coloni dell’area siracusana o da comuni vicini in cui essa è ancora in uso (a Comiso, ad esempio, si mangiavano ceci o la stessa cuccia “per iscontare i propri peccati”, secondo Stanganelli). I 12 giorni compresi tra Santa Lucia e il Natale, erano detti “kariennili”, cioè “calende” e dall’evento (sereno, pioggia, grandine, gelo, neve, caldo etc.) constatato in ciascuno di essi si arguiva il tempo che avrebbe caratterizzato ogni mese dell’anno venturo.

Il 16 si cominciava la Novena, il periodo in cui comparivano i “ciaramiddari” e si recitavano i “miniminagghi” o “nniminagghi”, cioè indovinelli, una ricca parte della tradizione poetica orale, che si potevano recitare solo fino a Carnevale. Pur non essendo rimaste tradizioni particolari a Vittoria, la vasta produzione poetica orale (cfr. Consolino) tratta in numerosi componimenti la nascita e l’infanzia di Gesù.

Non sappiamo quando fu introdotta a Vittoria la tradizione del presepe, ma essa dovette diffondersi nel tardo Ottocento, per poi diventare comune nel primo Novecento, quasi in ogni famiglia, con a volte gare tra chi faceva il presepe più ricco di figurine. Dentro la grotta sormontata dalla cometa stavano Gesù, San Giuseppe e Maria, il bue e l’asinello; al di fuori i personaggi di terracotta rappresentanti i mestieri più umili, inseriti in paesaggi di cartapesta più o meno fantasiosi con montagne, laghi, fiumi, mulini, cieli stellati, muschio etc. etc..Il presepe si “scunzava” solo all’arrivo dei Re Magi nella grotta, il 6 gennaio.

La generazione dei cinquantenni è stata testimone di una profonda mutazione nella tradizione. Il passaggio dal presepe all’albero di Natale (di antiche tradizioni pagane), importato dal Nord e diffuso dalla televisione negli anni Sessanta del Novecento, ha innovato tutto, anche la tradizione culinaria, la più conservatrice e la più duratura. Oggi non solo sarebbe ridicolo giocare “e nuciddi” o “a paru o sparu” anziché a tombola (che comunque comincia a sparire, chiamata “bingo”) o a baccarat; ma sarebbe anche “fuori moda” consumare cose diverse dal tacchino o dalle lenticchie col cotechino o dal salmone, per non parlare degli onnipresenti panettone e pandoro.

Invece, fino a qualche decennio fa si usavano ancora cene a base di nostrana pasta al forno o baccalà. Resiste ancora in parte l’antica tradizione dolciaria natalizia, legata al torrone di mandorle, alla “giurgiulena” (semi di sesamo cotti nello zucchero e tagliati a rombo), ai “mastazzola” (mostaccioli, già noti a Messina nel XV secolo) di farina impastata col vinocotto, stirati come lunghi fusi, infornati, tagliati a pezzi lunghi 5-6 cm., conditi con miele, zucchero, mandorle tritate e cannella (una vera e propria bomba calorica!), ai “mucatuli” o “nucatuli” (mostaccioli rivestiti di pasta dolce). Ben pochi oggi sanno che la grande festa del Natale era anche ammazzare il porco allevato gelosamente, che veniva ucciso secondo un vero e proprio “rito” sacrificale, per trarne salsicce, lardo salato, costate, fettine, gelatina (fatta soprattutto con la testa). Pochissimi sanno che fino a qualche decennio fa lo stesso sangue del porco, raccolto e mescolato in continuazione per non farlo coagulare, veniva impastato con zucchero e condito con mandorle tostate, fino a farne un incredibile dolce, di nome “sancielu” (sanguinaccio).

Ferma restando la sacralità delle cerimonie della mezzanotte del 24 dicembre, alla “colonizzazione” culturale del consumismo televisivo, numerose amministrazioni comunali e parrocchie hanno cercato di reagire. Dal 1982 a Vittoria si è inventata la tradizione di fare un presepe scenografico in un punto del centro storico, a significare valori e idee del mondo che cambia, ma illuminati dal Natale e dal suo significato assoluto. Numerose parrocchie hanno realizzato i “presepi viventi”, ma niente riesce a ricostruire il sapore del passato, perché è impossibile. Ogni tempo ha le sue tradizioni e questo è il tempo della televisione. Occorre prenderne atto.

Il ciclo delle feste iniziate il 1° dicembre terminava il 1° gennaio.

Dopo i “Morti” (a Natale infatti non era in uso fare regali), il Capodanno era la seconda occasione per ricevere un regalo, la cosiddetta “srina”, il dono in denaro o in cose utili che i nonni facevano ai nipoti. Anticamente, andando dai nonni, si doveva dire” Bon Capu d’annu, bon cap’ i matina, Sabbenarica, Vossia mi fà a srina”.

Per concludere, ci resta la Befana. In Sicilia l’Epifania (festa dei Tre Re) fu sempre poco usata. Come occasione di doni, a Vittoria non esistette prima del Fascismo, che la introdusse negli anni Trenta, ma non è mai stata sentita come tradizione locale.

6).Vittoria e la sommossa del 1898.

Il 1898 fu un anno di gravissima crisi economica e di pesantissimo fiscalismo statale e comunale, cosa che provocò gravi tumulti in tutto il Paese. Ben prima però dei famosi moti per il carovita di Milano, repressi a cannonate dal gen. Bava Beccaris nel maggio, altre sommosse si erano verificate in quasi tutta l’Italia e anche in Sicilia. Il circondario di Modica ne fu particolarmente colpito. Per prima si sollevò Modica. Una grande folla di contadini, esasperata dalla miseria e dalle tasse, al grido di “pane e lavoro”, nel giorno di carnevale martedì 22 febbraio, aveva dato vita ad una imponente manifestazione. Fermatasi sotto la casa del sindaco, si era ingrossata sempre più ed era degenerata quindi in duri scontri con le forze dell’ordine che, per impedire l’assalto al carcere, avevano sparato sulla folla uccidendo tre dimostranti. 

Tali eventi “ingranditi dalla fantasia popolare”, generarono anche i fatti di Vittoria, accaduti il 6 marzo 1898 e descritti sul “Corriere della Provincia”, diretto da Salvatore Busacca. L’occasione degli scontri di cui finora ignoravamo persino l’accadimento, fu data dall’insipienza di un proprietario terriero. Costui, dovendo ingaggiare dei braccianti per le sue terre, voleva “profittare della mancanza di lavoro che trae seco il mese di marzo, epoca della sbocciatura delle viti, quando è impossibile praticare ad esse qualsiasi coltura”. “Uomo di corto cervello”, era andato in piazza ad offrire “la irrisoria mercede giornaliera di 50 centesimi [oggi equivalenti ad € 1,64], escludendo la minestra e il vino, che sempre si corrispondono ai contadini”. Essendo il salario solito mai inferiore a 85 centesimi [€ 2,79], per di più con il vino e la minestra, la cosa fece inferocire i numerosi braccianti che stazionavano quella domenica in piazza per cercare lavoro. Per tutta la mattinata dunque non si era parlato d’altro, cosa che aveva acceso gli animi. Per di più l’autore della proposta, un certo Santapà, non contento di ciò che aveva provocato la mattina, ebbe la stoltezza di ritornare in piazza nel pomeriggio, esponendosi ad una selva di urla e fischi. In breve l’uomo fu costretto a fuggire per evitare il linciaggio e trovò rifugio in una macelleria che sorgeva a pianterreno del Municipio (all’angolo con la via Volturno, oggi Cancellieri) macelleria che fu assediata da una folla che crebbe in continuazione, fino a che si contarono più di duemila persone. A nulla servì l’intervento del sindaco Carfì, del delegato di P.S., del tenente dei carabinieri che cercarono di riportare la calma. Anzi, proprio quando i carabinieri liberarono il disgraziato Santapà dall’assedio e lo portarono in salvo nella caserma, sita nel Convento delle Grazie, cominciò una fitta sassaiuola contro la stessa caserma e tutti coloro che tentarono di calmare la folla esasperata. A stento il sindaco, i suoi collaboratori, i carabinieri e i poliziotti poterono rifugiarsi nel “Caffè del Popolo” (attuale Caffè Roma). Subito dopo furono presi di mira e frantumati a pietrate i vetri delle finestre del Municipio e i fanali di Piazza Vittorio Emanuele.

Poi, come a Modica, ci fu qualcuno che gridò “alle carceri!alle carceri!”, per cui la folla si riversò tutta lungo la via Cavour dirigendosi al carcere e nel passaggio assaltò “il palazzo dell’antica esattoria e quello della nuova, che sono attigui, in via Cavour…Dalla casa dirimpetto, quella del Sig. Antonio Jacono, si affacciò il figlio di costui, sig. Giambattista, il quale arringò la folla, cercandola di calmare. Inutile! Ricominciarono le pietre contro le case Jacono, Porcelli, Mazza, Bucchieri, Roccaddario, Benvissuto e contro le altre che la folla incontrava…”. A colpi d’accetta fu sfondata la porta del carcere, ma quando i dimostranti stavano per forzare il cancello, furono presi alle spalle da otto carabinieri armati giunti di corsa dalla piazza, che operarono alcuni arresti e dispersero la folla, dalla quale però furono sparati alcuni colpi di rivoltella. La forza pubblica poi, tornata “a passo di carica” in piazza, disperse gli ultimi dimostranti, che avevano devastato il “Club dell’Unione”, un circolo monarchico (ubicato a pianterreno del Municipio all’angolo con la via Garibaldi). Così tornò la calma a Vittoria. In tutto furono arrestate 34 persone. Il cronista però aggiunge al nudo resoconto le sue riflessioni. La situazione di migliaia di persone a Vittoria era stata aggravata dalla fillossera, dalla crisi vinicola e dalla crisi bancaria che avevano “prodotto uno spostamento straordinario di fortune. Non solamente i contadini, ma anche i piccoli e i grossi proprietari, non si trovano più nelle floride condizioni passate”. La mano d’opera era “scarsamente retribuita e questo non per speculazione contro la miseria, ma per necessità ineluttabile della presente situazione”. Ma il Governo nulla aveva fatto per rimediare a quella miseria per cui l’autore dell’articolo proponeva: “il rimando delle esazioni delle tasse, il condono delle quote minime, l’abolizione della tassa sui fabbricati della povera gente, che possiede solo il tugurietto ove ripara le stanche membra”. Ma anche lavori pubblici da parte dell’Amministrazione Comunale, come “il colmamento del lago Salso che potrebbe dare lungo a proficuo lavoro. I lavori dell’acqua [di Scianna Caporale] e gli altri deliberati urgenti del Municipio, non daranno lavoro che alla classe operaia. E’ anche ai contadini che bisogna pensare e urgentemente”. Così si concludeva il resoconto dei disordini

Quella del 6 marzo 1898 fu l’ultima esplosione di rabbia inconsulta. Di lì a poco (ottobre 1899) nacque il partito socialista di Nannino Terranova, che organizzò in forme diverse la lotta di classe a Vittoria.

7).Vittoria in rivolta. La “rivoluzione” del 1820 (“La Sicilia”, marzo 2004).

“Il 21 luglio 1820, prima fra le città sorelle, Vittoria si sollevò, per merito del Barone Francesco Contarella, che infiammò l’animo del popolo con un memorabile discorso, scacciando i reazionari al grido di “abbasso il Borbone!”; subito dopo Comiso ne seguì l’esempio e così fecero Biscari e S. Croce. Il Decurionato Municipale della nostra città costituitosi in Giunta Provvisoria di Sicurezza Pubblica comunicò a Palermo l’immediata adesione del nostro popolo al moto di indipendenza dell’isola (era sindaco del Comune in quell’epoca don Francesco Porcelli)”.

Così scrive Giovanni Barone nel 1950. Senonché, le cose sono a volte diverse da come le ha tramandate la “vulgata”. La ribellione infatti si rivolse non contro l’assolutismo di Ferdinando I re delle due Sicilie, ma contro il nuovo governo liberale di Napoli del generale Pepe, che aveva costretto il re a concedere la Costituzione spagnola. Nel 1820 vennero al pettine i nodi di una crisi maturata dal 1816 in poi. La Sicilia si ribellò a Napoli per la grave crisi economica in cui precipitò dopo che gli Inglesi se ne furono andati, per il pesantissimo fiscalismo borbonico rovesciato sull’Isola e per la perdita della secolare indipendenza, dopo la sua incorporazione nel cosiddetto Regno delle Due Sicilie a fine 1816. 

Il governo napoletano, presieduto da Luigi Medici, nel 1816 aveva assunto un atteggiamento fermamente contrario alle aspirazioni autonomistiche siciliane. Per cui, non solo venne abrogata la Costituzione del 1812 (del resto rimasta a livello di norme quadro, scarsamente applicate), ma con le leggi costitutive della nuova entità statale delle “Due Sicilie” fu rafforzato il potere centrale e l’Isola, come si è detto, fu semplicemente annessa alla parte continentale, annullando persino l’antico Parlamento del Regno che si riuniva ogni tre anni ininterrottamente dal 1398. A parte ciò, la legislazione borbonica verso la Sicilia negli anni 1816-1819 mise fine veramente all’”Antico Regime”: fu abolita sul serio la giurisdizione baronale e dal 1° marzo 1818 fu introdotto l’ordinamento amministrativo francese basato su province, distretti e comuni.

Nella sua politica punitiva verso la Sicilia, Napoli però sbagliò perché non si rese conto che anche in Sicilia le cose erano mutate e che accanto alla nobiltà erano cresciuti nuovi ceti sociali che guardavano al futuro e non al passato e vivevano la nuova politica fiscale come mera vessazione.

Rispetto al periodo inglese il quinquennio 1815-1820 sembrò un precipizio: crisi economica, miseria, perdita di migliaia di posti di lavoro a Palermo, stasi del commercio, cattivi raccolti e carestia. E su tutto le nuove tasse: dazi, bolli, aumento dei prezzi. Occorreva la miccia perché le polveri esplodessero. E la miccia ci fu, quando arrivò la notizia che a Napoli c’era stata una rivolta militare carbonara all’insegna della richiesta della Costituzione spagnola del 1812, per cui si era poi costituito un governo liberale. Il re era stato costretto a concedere e a giurare fedeltà alla nuova Costituzione. La rivolta popolare contro le nuove tasse imposte nel quinquennio precedente iniziò durante la festa di Santa Rosalia nel luglio 1820, senza alcun disegno strategico e l’incendio si appiccò subito. L’isola si spaccò in tante realtà. Messina e Catania invocarono la Costituzione spagnola, collegandosi ai liberali napoletani; altre città rimasero fedeli al vecchio regime borbonico. La nobiltà isolana  dapprima si adeguò alla richiesta della Costituzione spagnola, poi quando la rivolta popolare acquistò spessore e violenza, indirizzandosi contro i simboli del fiscalismo borbonico (dazi e bollo) pensò che fosse l’occasione propizia per andare oltre e riconquistare ciò che aveva perduto, scegliendo come parola d’ordine la Costituzione del 1812 con l’indipendenza e un’amministrazione separata.

Si formò una Giunta di Governo, nella quale siedevano l’arcivescovo di Palermo e ben 10 fra principi e nobili (fra cui l’ex ministro della Marina e della Guerra del periodo costituzionale Ruggero Settimo) che prese in mano il potere formalmente. Nella pratica però governavano le maestranze degli artigiani (la Giunta era supercontrollata dai 72 consoli), che diedero vita a vere e proprie squadre armate e retribuite, in molti casi composte da loschi figuri. Furono aboliti tutti i dazi, le imposte sul registro, le licenze di caccia e pesca, le sovrimposte comunali. Furono anche ridotte l’imposta fondiaria, la tassa sul macinato e la tassa sui negozianti.

La scelta della separazione mise la Sicilia in contrasto con il nuovo regime liberale di Napoli. La rivoluzione vide squagliarsi ogni potere, con intere zone e città abbandonate ai saccheggi e ai taglieggiamenti di numerose bande di briganti. La concessione della vecchia Costituzione fu subordinato dal governo liberale di Napoli alla convocazione del Parlamento, con una richiesta che fosse avanzata dalla maggioranza della popolazione siciliana. Poiché non tutta l’Isola aveva aderito alla rivolta, si formarono tre “guerriglie”, cioè tre grosse formazioni armate composte spesso solo da briganti e da ex carcerati appositamente liberati dalla Giunta, che furono inviate all’interno della Sicilia per “convincere” le città riottose ad aderire, con le buone o con le cattive. E’ a questo punto, a metà agosto 1820 (dopo la prima adesione alla rivolta liberale di Napoli, datata al 21 luglio 1820, di cui parla Barone), che Vittoria aderisce alla richiesta dell’indipendenza, contro il governo liberale di Napoli. E a quanto risulta dalle carte lo fa non per scelta convinta, ma per timore di fare la fine di Caltanissetta, che non aveva voluto accettare di aderire alla richiesta. La città era stata investita dalle bande condotte dal principe di Fiumesalato, messa a ferro e fuoco e saccheggiata da masnadieri e assassini, senza alcun controllo da parte di chi aveva il dovere di vigilare.

Pervenute queste notizie a Vittoria, il notabilato borghese raccolto attorno al sindaco Francesco Porcelli aveva deciso di difendere la città, assoldando delle guardie armate.

L’Intendente Ciaceri Polara aveva bocciato tale deliberazione, addebitandole alle tasche dei promotori. E poiché già c’era stato un precedente scontro con questo funzionario, che aveva inutilmente chiesto che anche a Vittoria venisse applicata la riduzione della tassa sul macinato, il Decurionato, per timore, decise di aderire alla causa separatista, schierandosi contro quel governo liberale napoletano che ai suoi occhi era tutt’uno con il re Ferdinando.

Il 15 agosto infatti “il voto universale de’ Cittadini d’ogni ceto indistintamente e coll’intervento di tutte le autorità di qualunque classe, nella Chiesa principale ha proclamata Costituzione e Indipendenza” (Lauretta). Il Decurionato tutto pertanto si costituì in Giunta Provvisoria di Sicurezza Pubblica. Come a Palermo, anche a Vittoria nell’organismo siedevano ben nove baroni (Felice Astuto, Salvatore Ciano, Francesco Contarella, Ferdinando La China, Carlo Leni, Ignazio Maria Paternò, Salvatore Ricca, Emanuele Scrofani, Giombattista Toro). Il governo liberale di Napoli fu fortemente indebolito dalla questione siciliana, dovendo impiegare nell’Isola truppe che gli sarebbero servite nel continente per far fronte all’offensiva austriaca (B. Croce). La rivolta di Palermo fu comunque soffocata dalle truppe del generale Pepe. La nobiltà abbandonò le masse popolari al loro destino, trattando la resa. Costò più di 5000 morti fra militari e civili e gravi distruzioni a Palermo e in molte altre città dell’Isola. Quando poi lo stesso governo liberale napoletano fu travolto dal voltafaccia del Re che, spalleggiato dalle armate austriache, riconquistò il potere assoluto, gravi furono le conseguenze per la Sicilia. Occupata dalle truppe austriache fino al 1829, fu soggetta a nuove leggi che la ridussero quasi a colonia e sottoposta ad uno spietato regime poliziesco che durò fino al 1830.

La Sicilia considerò ingiusta e vendicativa la scelta imposta della subordinazione economica a Napoli e questa fu una delle cause che generò poi il 1848 siciliano.

Box 1.La Costituzione siciliana del 1812.

La Costituzione del 1812 fu l’ultimo frutto della stagione delle riforme inaugurata in Sicilia dai vicerè Caracciolo (1781-1786) e Caramanico (1786-1795). Parte della nobiltà e della migliore cultura isolana (Balsamo, De Cosmi, Gregorio e altri) andarono maturando l’idea della necessità delle riforme, anche per prevenire violenti sussulti popolari in stile francese.

Occasione per aprire la stagione costituzionale fu la richiesta della Corona, rifugiatasi a Palermo nel 1806, di ingenti risorse per riconquistare Napoli. La Costituzione fu ottenuta con l’appoggio degli Inglesi di Lord W. Bentinck da una parte della nobiltà (compreso il duca d’Orléans, genero del re e futuro Luigi Filippo re di Francia) contro le mille resistenze dei circoli reazionari della Corte, dominati dalla regina Maria Carolina. Dapprima favorevole alle riforme, dopo la decapitazione nel 1793 della sorella Maria Antonietta, regina di Francia, la sovrana era diventata “l’anima della reazione” napoletana e aveva dato triste prova di sé nella spietata repressione della rivoluzione partenopea del 1799. La Costituzione “inglese” passò perché Lord Bentinck impose al re Ferdinando di mettersi di lato, di allontanare la regina (che si rifugiò a Vienna) e di nominare vicario il principe ereditario Francesco.

Essa fu plasmata sul modello inglese della divisione dei poteri:

il legislativo al Parlamento (ma le leggi, per entrare in vigore, avevano bisogno della firma del re); l’esecutivo era affidato al re; il giudiziario distinto e indipendente.

Il Parlamento era bicamerale, diviso in Camera Alta o dei Pari, formata da nobili ed ecclesiastici; Camera Bassa o dei Comuni, che avrebbe rappresentato sia le città

demaniali che baronali. Il testo possedeva poi importanti norme-quadro, quali l’abolizione della feudalità, con l’affermazione che “tutte le terre si possiedono come allodi”, cioè i feudi potevano essere frazionati, trasmessi, venduti, con l’abolizione piena del fedecommesso e del maggiorascato. Pur limitata nei suoi effetti pratici, si trattava di una grande rivoluzione, che metteva fine a sette secoli di predominio assoluto della nobiltà, unificava e riformava l’amministrazione della giustizia, introduceva la libertà di stampa e di opinione, rivoluzionava l’assetto dei poteri locali, creando i Distretti (cioè le Province) e i Comuni (Consigli Civici). Purtroppo quando si trattò di passare dalle parole ai fatti, una parte della nobiltà invocò il ritorno del re, con una sorta di colpo di stato che, però fu impedito dalla presenza inglese, per cui il principe Francesco poté firmare il 9 febbraio 1813 le leggi d’attuazione per l’eversione della feudalità, l’ordinamento delle due Camere, la legge elettorale e la formazione delle municipalità. 

Il primo Parlamento costituzionale fu eletto il 1° aprile 1813. La Camera dei Comuni era formata da 154 parlamentari. Per essere eletti occorreva possedere redditi annui per almeno 150 onze, mentre per essere elettori occorreva dichiarare almeno 18 onze. Vittoria elesse Giombattista Terranova (Micciché).

Ma l’aristocrazia più retriva (tra cui il marchese Ferreri di Comiso) non si arrese e attorno alla applicazione della Costituzione si crearono due partiti, con il nome di “cronici” (così chiamati dal bisettimanale palermitano sorto a fine 1813 “La Cronica di Sicilia, cioè i costituzionalisti) e gli “anticronici”, cioè i realisti raccolti attorno alla regina Maria Carolina. Il nuovo Parlamento eletto nel 1814 modificò la costituzione in senso conservatore. La Camera Alta bloccò un tentativo di riforma agraria votata dai Comuni.

Fu il segno della reazione. Il re Ferdinando fu richiamato e sciolse il Parlamento il 14 maggio 1815, cancellando di fatto la stagione costituzionale.

Dopo la fine di Napoleone infatti, nel nuovo ordine europeo voluto da Metternich e da Lord Castlereagh, gli Inglesi abbandonaro la Sicilia al suo destino e Ferdinando IV, ritornato saldamente al potere, decise di eliminare per l’Isola ogni parvenza di autonomia e la “incorporò” semplicemente nel Regno di Napoli.

L’art. 1 del regio decreto 565 dell’8 dicembre 1816 sancì la fine del Regno di Sicilia e la costituzione del Regno delle Due Sicilie, un organismo unitario che mai era esistito dopo il 1282, anno del Vespro e inizio della ventennale guerra contro gli Angioini.

Box 2.Francesco Contarella.

Nato nel 1770 a Catania, ricoperse varie cariche dal 1801 al 1814 e nel 1816 sostenne il diritto di Vittoria a respingere le pretese dell’ultimo conte di Modica, dopo l’abolizione della feudalità (Ferraro).

Proprietario di estesi vigneti a lui si deve lo sviluppo della rada di Scoglitti, perché fu il primo che nel 1816 “vendè sulla piazza di Genova cinque mila ettolitri di vino alla condizione di esser caricati a Scoglitti. D’allora in poi, preso animo, gli arditi, e bravi capitani Genovesi, non ebbero più paura di accostare i loro legni alla infida costa, ed inospita rada di Scoglitti, e vennero sempre a prender carico dei nostri vini, ai quali essi stessi imposero il nome di vini Scoglitti, che alcuni scrivono Scoglietti…”. Prima i nostri vini venivano portato a Messina, da dove poi si spedivano a Genova.

Box 3.Cronici e anticronici a Vittoria.

Anticronici furono i tre fratelli Leni (Carlo, Rosario e Filippo Neri, che poi fu il primo sindaco dopo la riforma del 1818), seguaci del marchese Ferreri di Comiso. Furono invece “cronici” alcuni esponenti della famiglia Ricca (il marchese Alfonso), lo stesso barone Francesco Contarella e il barone Ignazio Paternò.

Box 4.La nascita del Comune di Vittoria.

Con la riforma entrata in vigore il 1° marzo 1818, furono creati nei Tre Valli (Mazzara, Demone e Noto) le Intendenze (Province), suddivise in Distretti o Sottointendenze, Decurionati (Comuni).

I decurioni (in numero da 30 a 60) e gli amministratori comunali non sarebbero più stati sorteggiati dalle “mastre” nobili, ma estratti a sorte da liste degli “eleggibili”. Il sindaco, il primo eletto e il secondo eletto (assessori), il cassiere, il cancelliere archivario (segretario comunale) venivano scelti dall’Intendente su terne formate dal Decurionato. Le liste duravano quattro anni e ogni anno il Decurionato veniva rinnovato per un quarto: l’Intendeva stabiliva chi dovesse uscire…Pur con forti limitazioni, rispetto al passato la riforma dei poteri locali fu un notevole passo avanti, perché nonostante tutto si favorì la formazione di un moderno stato amministrativo e la crescita di nuovi gruppi dirigenti locali. In base alla sua popolazione a Vittoria erano assegnati 30 decurioni (consiglieri). Per essere eleggibili bisognava avere rendite o redditi per almeno 8 onze annue provenienti da proprietà fondiarie, arti e mestieri e professioni.    

8).Il sindaco Foti e la “Colonna Infame” nel drammatico 1944 vittoriese.

Dopo un breve commissariamento, il 28 gennaio 1944 il prefetto Giovanni Cartia nominò sindaco di Vittoria il dr. Giovanni Foti. Nato nel 1908, pronipote di Rosario Cancellieri, laureato in legge, era dipendente del Banco di Sicilia. Prima di nominarlo sindaco, Cartia tenne una fitta corrispondenza con la Direzione Generale del Banco, per la concessione di un’aspettativa che permettesse a Foti di accettare l’incarico. Il rappresentante dell’Amgot ratificò la nomina poco dopo. Foti nel 1922 si era iscritto ai Fasci giovanili e aveva militato nel PNF fino al 1936. Non risultava avere svolto particolare attività politica durante il Fascismo, mentre allo sbarco degli Alleati aveva manifestato idee socialiste. Foti accettò la carica con entusiasmo e l’annunciò alla cittadinanza con un manifesto pubblico, dove non si nascondeva le difficoltà, ma dichiarava di essere mosso da un  “passionato attaccamento alla nostra Città natale”. S’impegnava a dedicarsi “con tutta l’anima all’opera” amministrativa, richiamando “il fulgido esempio” del suo antenato Cancellieri. Per affrontare al meglio la grave situazione amministrativa (la guerra era ancora ben lontana dalla sua conclusione), Foti si creò una vera e propria giunta, nominando un delegato a Scoglitti (Guglielmo Fidone) e dei collaboratori per le varie branche dell’amministrazione: Orazio Busacca (industria e commercio), Raffaele Calì (annona), Nunzio Sciveres (razionamento), Giovanni Alfieri (pubblica istruzione) e poi Arcangelo Mazza e Salvatore Chiaramonte. A far data dall’11 febbraio 1944, con il passaggio della Sicilia al Regno del Sud, fu autorizzato lo svolgimento di attività politiche e sindacali. Già il 18 gennaio, in piazza e nelle principali vie cittadine erano comparse iscrizioni murali inneggianti al comunismo, con numerose falci e martello, segno di una presenza social-comunista attiva e di grande prospettiva. I comunisti erano guidati dal prof. Giombattista (Alfonso) Omobono (1910, ancora vivente) e dal giovane dr. Filippo Traina (1917-1983); i socialisti dall’avv. Salvatore Molé (dimessosi da sindaco per uno scontro in merito alla gestione dell’assistenza, che gli Americani volevano avvenisse attraverso le parrocchie e non attraverso il Comune). Il 17 febbraio 1944 si era costituita anche la sezione del Partito Democratico Cristiano, di cui il not. Emanuele Traina era il presidente. Componenti del direttivo erano l’ing. Emanuele Amarù, l’ing. Rosario Di Geronimo (entrambi in prima linea nel PNF), l’ing. Giuseppe Nicosia Campo e altri. Nei primi del 1944 Pci, Psi e Dc erano ben lontani dallo spirito del “Comitato di Liberazione Nazionale” e ci fu un violento scontro tra Psi e Dc (accusata di avere dato ricetto a numerosi personaggi del passato regime) e poi tra Pci-Psi contro la Dc per la conquista di posizioni all’interno di vari sodalizi, fra cui l’Associazione Combattenti e Reduci. Pci e Psi si impegnarono poi per la chiusura di alcuni circoli accusati di “disfattismo” e di essere filonazisti e organizzarono poi la grande manifestazione del 30 luglio 1944, a sostegno dello sforzo bellico, in cui parlarono i comunisti Omobono e Balloni, con il sindaco Foti. Ma già a fine luglio erano divenuti palesi i contrasti tra Foti e le forze di sinistra che pure avrebbero dovuto appoggiarlo, in quanto socialista. Foti agiva in piena autonomia, prescindendo dal rapporto e dal consenso del Psi (partito che già appariva maggioritario) e del Pci.

Tale rifiuto derivava da una visione diversa dell’alleanza con i comunisti.  Mentre Molé era per un rapporto organico con il Pci, Cartia e Foti erano più “tiepidi”. Ciò portò ad una rottura totale tra Foti e Molé. Le conseguenze non si fecero attendere. Riprendendo modi di operare tipici dello scontro antico tra socialisti e rizziani ai primi del secolo, cominciarono a circolare feroci libelli contro Foti e la Giunta, intitolati “La colonna infame”. Erano stampati senza autorizzazione (a gravissimo rischio degli autori e della tipografia che li stampava). In manifesti che venivano affissi al muro e in volantini distribuiti clandestinamente (subito strappati o sequestrati dalla polizia) Foti, gli assessori e le forze dell’ordine vennero messi alla berlina per presunti favoritismi nell’annona, nel razionamento, nell’assistenza, nella diseguale amministrazione della giustizia. La polizia sospettò che gli autori fossero Omobono e Traina, ma non riuscì mai a individuare neppure la tipografia. Assieme ad Omobono e Traina, scrisse alcuni articoli anche il prof. Giovanni Consolino, mentre il capo dei giovani comunisti, lo studente Rosario Jacono, si incaricava dell’affissione e della distribuzione clandestina dei testi.

Sindaco e Giunta vennero accusati di spartirsi generi alimentari, di favorire amici e parenti, di amministrare in nome e per conto di una camarilla, anziché negli interessi della popolazione, di non sapere far funzionare i servizi, in un crescendo di accuse e controaccuse. Giovanni Foti e Arcangelo Mazza (nel frattempo incaricato della gestione dell’assistenza) risposero con un veemente manifesto, rispondendo per le rime ai loro detrattori. Il clima si andò surriscaldando sempre più e si aprì una guerra di tutti contro tutti. Pci e Psi contro la Giunta; Pci e Psi contro la Dc per il controllo della Camera del Lavoro; spaccatura all’interno del Psi tra Molé e Foti.

L’estate 1944 fu drammatica. A fine luglio furono arrestati diversi militanti comunisti e socialisti, accusati di rastrellare armi nelle campagne (in seguito con la stessa accusa fu arrestato l’avv. Filippo Traina); il 7 agosto una tremenda esplosione alla stazione provocò ben 21 morti, decine e decine di feriti, gravi lesioni a numerosi edifici pubblici e privati; le notizie dai vari fronti non erano buone. Tutto ciò non fermò l’attacco a Foti. Anzi. La sezione comunista il 20 agosto votò un duro attacco contro Foti e Mazza, chiedendo che la Prefettura procedesse ad un’inchiesta sull’attività amministrativa, accusata di parzialità. Foti cercò di non tenere conto degli attacchi, ma forse non si rese conto che ormai l’opinione pubblica era contro di lui. Inoltre il Banco di Sicilia cominciò a minacciarlo di licenziamento, qualora non fosse immediatamente rientrato al lavoro, nonostante le pressioni della Prefettura. A fine agosto Molé comunicò al Prefetto solennemente che l’amministrazione comunale non era “una emanazione della sezione del Partito Socialista Italiano di Vittoria”. Foti commise alcuni grossolani errori. Nominò come difensore del comune l’avv. Michele Maltese, ex podestà ed ex gerarca fascista; insediò commissioni senza alcun membro espresso da Psi, Pci e Dc. Conseguentemente l’8 ottobre, Foti, Mazza, Chiaramonte e Alfieri furono espulsi dal Psi.

Il 16 ottobre arrivò a Vittoria un sedicente ufficiale dell’esercito di Tito, che visitò in carcere Traina e gli altri arrestati e poi tenne un affollato comizio dal balcone della sede del Pci, nei locali della Lega di Miglioramento (due giorni dopo fu a sua volta arrestato come spia e disertore a Modica).

Traina, dopo l’intervento di Bonomi e Aldisio fu scarcerato a dicembre, quando la situaizone a Vittoria era già mutata e la “Colonna Infame” aveva cessato le sue pubblicazioni: lo scopo era stato ottenuto. Privo dell’appoggio di Cartia, pressato e minacciato di licenziamento dal Banco di Sicilia, espulso dal Psi, fatto oggetto di una violenta campagna d’accuse, Foti si dimise il 15 novembre. Prima di accettare le sue dimissioni, il Prefetto Cipriani chiese informazioni sulla situazione ai Carabinieri. Costatato che Psi, Pci e Dc erano uniti nell’ostilità a Foti e chiedevano alla Prefettura la nomina di un commissario, il 21 novembre ne accettò le dimissioni, ringraziandolo per la sua attività e comunicandogli la sua nomina a componente della Giunta Provinciale Amministrativa (il Co.Re.Co dell’epoca). Verosimilmente nessuna delle accuse mossegli sulla “Colonna Infame” aveva fondamento. Ma i tempi erano terribili. Una democrazia era “in fieri” e le passioni assai forti. 

Eppure Foti non aveva demeritato. Aveva assunto alle dipendenze del Comune Michele Santonocito, reduce dal confino delle Tremiti, animatore con Vanni Costa del primo gruppo comunista vittoriese.

Aveva definitivamente restituito la tomba sociale alla Camera del Lavoro radicale (fondata nel gennaio 1911) e oggi conosciuta come “Associazione Salvatore Paternò” sita in via Bixio. E se aveva fatto uno scivolone incaricando l’avvocato Michele Maltese per assistere in giudizio il Municipio, aveva proceduto al licenziamento di dipendenti assunti per il loro passati di squadristi. Aveva infine nominato Omobono presidente dell’Ospedale. Eletto consigliere comunale nel novembre 1946, Foti nel 1947 scelse di seguire Saragat nella scissione dal Psi. Avversario della prima Amministrazione Traina (1947-1950), dopo il commissariamento Colombo (1950-1952), Foti fu candidato nella lista “Rinascita”, che vide uniti Pci, Psi e socialdemocratici e che stravinse sul blocco di destra (Dc, Pli e Msi) nel maggio 1952.

Segno che le vecchie ferite si erano rimarginate. Dopo lunghi anni di attività forense, il dr. Giovanni Foti morì nel 1985. 

10). Ascesa e caduta di una grande famiglia: i Ricca di Vittoria.

Nello scorso numero de I Vittoriesi si è data notizia dell’acquisto del Palazzo Ricca di via Bixio da parte del Comune, con alcune sommarie informazioni sulla famiglia Ricca. Ma chi erano veramente i Ricca? Possiamo considerare questa famiglia come un ennesimo esempio delle possibilità di elevazione sociale che la nuova Terra di Vittoria fornì nel Seicento a molte persone capaci, sebbene prive di mezzi. Nonostante i tentativi della famiglia stessa di far risalire la sua “nobiltà” a tempi remoti, noi sappiamo che il titolo nobiliare di “barone della Scaletta e di Suvaro Torto” fu ottenuto solo nel 1701 da don Giovan Battista Ricca. Questi, nato a Vittoria nel 1666 e morto nel 1725 ad Altofonte, nei pressi di Palermo (dove si era trasferito da tempo), fece costruire il grande Palazzo Ricca che sorge nei pressi della chiesa di San Giovanni (oggi Piazza Vescovo Ricca), sede fino a poco tempo fa della Pretura e poi del Ginnasio-Liceo Classico. Don Desiderio Ricca (1669-1730), primo arciprete di Vittoria dal 1715 fu un suo fratello, mentre tra i suoi dodici figli emersero il famoso arciprete don Errico Ricca (1701-1784) e don Alfonso (1709-1783), capostipite dei Ricca di Vittoria, che per i suoi meriti fu investito del titolo di marchese di Tettamansi nel 1747 e di barone di Villamarina (Gaspanella) nel 1748, ad opera di Carlo III di Borbone. Altri notevoli esponenti della famiglia furono un secondo Alfonso Ricca (1791-1850), il famoso autore del testo della Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo, di idee liberali; il fratello cav. Federico Ricca (1803-1880), uno dei protagonisti del Risorgimento vittoriese, nonché autore di versi licenziosi; il barone Gioacchino Ricca (1796-1873), anch’egli liberale e presidente del Consiglio Civico rivoluzionario del 1848. 

Fu proprio lui (fautore della costruzione dell’urna del Venerdì Santo nel 1834), a rimaneggiare ampiamente il Palazzo, acquistato dal padre marchese Salvatore intorno al 1790, secondo quanto riferisce il maggior conoscitore delle vicende delle principali famiglie vittoriesi, Salvatore Palmeri di Villalba (che ringrazio anche per la sua sempre preziosa consulenza). Nel 1851 il Palazzo risultava composto di “un piano nobile di 13 stanze; di un orto secco; di cinque magazzini a pianterreno sulla via Ospedale” (oggi Carlo Alberto).

Altri esponenti della famiglia Ricca (divisa in numerosi rami) furono il vescovo di Trapani, mons. Ferdinando Ricca (1880-1947) e in ultimo il cav. Salvatore Ricca (1894-1969), sindaco della Città nel 1925 e poi eletto deputato all’ARS nel 1947 nelle liste dell’Uomo Qualunque.

Il cav. Ricca fu l’ultimo esponente della famiglia a ricoprire un ruolo pubblico, concludendo un ciclo iniziato a Vittoria nel 1620, anno in cui nasceva Antonino Ricca, il primo “vittoriese” della famiglia. Il padre si chiamava Matteo (nato a Modica nel 1574), e fu uno dei tanti modicani poveri che cercarono fortuna nella nuova Terra di Vittoria. A smentire favolose ricchezze e titoli nobiliari antichissimi, viene un documento risalente al 1623, appunto un rivelo (una dichiarazione dei redditi), che fotografa la situazione finanziaria del modicano  Matteo Ricca: solo un’asina del valore di tre onze e per giunta ancora da pagare! Ora, come il nipote di un nullatenente nel 1623 sia potuto diventare barone nel 1701 è uno dei tanti misteri della storia di Vittoria…

Probabilmente si trattò di persone particolarmente capaci. Infatti se il padre Matteo nulla possedeva oltre quell’asino, il figlio Antonino nel 1638 dichiarava già una casa nel quartiere della Grazia, 4 migliara e ½ di vigne in contrada Scalunazzo e 2 migliara a Suvaro Torto. Lo stesso nel 1651 dichiarava sempre la casa alla Grazia e 9 migliara di vigne a Scalunazzo; aveva però forti debiti (29 onze), segno forse di investimenti andati a male o di cattive annate.

Altri documenti riguardano il figlio Giovan Francesco, che assieme alla moglie Rosalia Bondì nel 1678 donano a “persona ecclesiastica” (don Desiderio, loro quartogenito?) tutti i loro beni, riservandosi solo 7 migliara di vigna (di cui 2 alla Dragonara e 5 a Scalonazzo), il letto “con suoi matarazzi, trispita e paviglione” e “dui seggi di coiro”. Dalle carte, pur incomplete, percepiamo già una discreta ricchezza, costruita sul vigneto.

Francesco e Rosalia Ricca ebbero vari figli, maschi e femmine. Tra essi spiccarono Giovanni Battista e Desiderio.

Don Desiderio Ricca, che nel rivelo del 1714 è definito “dottore” fu “abbate della Regia Abbazia di Millamachi e paroco [nel 1715] della Città di Vittoria, essendo stato il primo che ottenne il titolo di arciprete in detto Parocato” (dalla “Istoria geneologica della famiglia Ricca”, manoscritto anonimo successivo al 1818). Dai riveli in mio possesso emerge anche che per alcuni anni fu arciprete della Città di Terranova. Durante la sua arcipretura la chiesa vittoriese si arricchì di nuove istituzioni. Al Monastero di Santa Teresa (riconosciuto sin dal 1715) si aggiunse la donazione Garì (1721), che da allora diede buone entrate ai Cappuccini grazie all’immenso orto, divenuto poi “Villa Comunale” dal 1931. Furono rifinite la nuova chiesa di San Giovanni (già completata dal 1706); aperta al culto  sotto il titolo di Maria dei Sette Dolori (oggi Trinità) la parte superstite dell’antica chiesa di San Giovanni danneggiata nel 1693; la nuova chiesa e il nuovo convento di San Francesco di Paola; la chiesa di San Paolo. Ma don Desiderio appare nelle carte anche per la disputa con il fratello Giovan Battista per l’eredità paterna, di cui si considerava erede per la metà. Ciò significa che il costruttore della ricchezza e della potenza della famiglia Ricca era stato proprio il padre Giovan Francesco. Della sua eredità parlano i beni dichiarati dal barone Giovan Battista, del quale possediamo il rivelo del 1714 e il testamento del 1721. Da questi documenti emerge il profilo di un borghese che già assai ben messo economicamente si “nobilitò” grazie alle sue ricchezze e alle sue notevoli capacità di impreditore.

“Giovan Battista Ricca barone delli feudi della Scaletta e Suvaro Torto figlio primogenito di Giovan Francesco Ricca nacque in Vittoria nel 1666: fu uomo di gran talento, e segnalate ricchezze, come altresì accrebbe lustro alla sua famiglia con essere stato eletto Capitan d’Armi proprietario della Comarca di Terranova, Commissario Generale per tutto il Regno di Sicilia cum omnimoda gladij potestate ed onori dovuti a Capitan Generale Vicario Generale del Regno di Sicilia con l’alter ego e del Tribunale dell’Inquisizione […] Sudetto barone Gio. Battista Ricca fu anche deputato della Contea di Modica in tempo dell’Amministrazione Regia come s’osserva dalla ricopia dell’originale patente […]. Quale sudetto Gio. Batta b.ne della Scaletta e Suvaro Torto per privilegio sotto il 24 maggio 1701, passò la sua residenza in Palermo…Generò diversi figli, cioè Riccardo primogenito, Francesco osia Costantino, Errico, Alfonzo e Benvenuta”.

Così l’anomimo estensore di una storia di casa Ricca dei primi dell’Ottocento. Già da queste righe ci rendiamo conto di una carriera folgorante. Don Giovan Battista visse e fece carriera negli anni del lungo declino della potenza spagnola, culminato con la morte di Carlo II nel 1700 e nel passaggio al nuovo sovrano, Filippo V di Borbone. Per la sua fedeltà al giovane nipote di Luigi XIV ebbe in premio favori e onori, come testimoniano le sue cariche. Capo delle milizie dello Stato di Terranova, con gli stessi poteri di un viceré, membro del Tribunale dell’Inquisizione, rappresentante a Palermo (deputato) della Contea di Modica dopo che per il “tradimento” del Conte di Modica don Giovanni Tommaso Enriquez Cabrera (costui infatti si era schierato con l’arciduca Carlo, pretendente austriaco al trono di Spagna) era stata confiscata all’Enriquez e assorbita nel regio demanio. Non sapremmo altro sul barone Giombattista Ricca, se non fossimo venuti in possesso di alcuni inediti documenti: due donazioni a due sue figlie, il suo rivelo del 1714 e il suo testamento del 1721. Vediamo quindi di delinearne maggiormente la personalità sulla base dei suoi averi, rinviando ad un prossimo articolo il contenuto delle sue ultime volontà.

Al 1° gennaio 1697 risale una donazione di 8 onze annue ad una sua figlia, di nome Rosalia, destinata monaca nel nuovo Conservatorio di Santa Teresa a Vittoria. Il vitalizio era basato sulle rendite di una “tenuta di terre sotto e sopra acqua [cioè parte irrigue e parte non, n.d.a.]…nella contrada del Passo del Piro conf. con il feudo di Bosco Rotondo, con il mulino detto della Bianca, con il fiume di Camerina ed altri confini”. Per un’altra figlia, di nome Salvatora, anch’essa destinata a farsi monaca nello stesso Conservatorio, nel 1704 stabilì un secondo vitalizio di 6 onze da pagarsi con i frutti della stessa tenuta. L’interesse di questi due documenti è notevole, perché testimonia che già nel 1704 il Conservatorio (nel 1715 divenuto monastero di Santa Teresa) fondato nel 1696 da Giuseppe Cannata accanto all’antica chiesa di San Giuseppe (oggi nell’area dell’ex Enel, era funzionante e abitato da sei monache.

Ma è il rivelo del 1714 a darci un’idea di ciò che era e rappresentava il barone Ricca e a documentarci come in ogni tempo e sotto ogni regime pagare le tasse sia sempre stato un compito ingrato e come si sfruttasse ogni cavillo per non farlo. Il rivelo del 1714 (cioè il censimento con relative dichiarazioni dei beni posseduti) fu fatto subito dopo che la Sicilia, in base al trattato di Utrecht del 1713 (che pose fine alla guerra di successione spagnola) fu assegnata al duca Vittorio Amedeo di Savoia, che per questo assunse il titolo di re. Sbarcato in Sicilia a fine anno, volle subito rendersi conto della situazione del regno, ordinando appunto il censimento. Vittoria allora superò i 5500 abitanti (ne aveva 3800 nel 1682, data dell’ultimo censimento). Del rivelo ci sono rimasto solo due dei sei volumi redatti dai Giurati (amministratori) che all’epoca erano don Pietro Saverio di Marco, don Francesco Ottaviano, don Blasio Toro, don Francesco Terlato e don Vincenzo Paternò, che ricopriva la carica di sindaco. Pur risiedendo a Palermo, il barone Ricca era obbligato a fare il suo rivelo nel paese nel cui territorio era la maggior parte dei suoi beni. Nel rivelo, oltre a lui e alla moglie, sono censiti otto figli, di cui cinque maschi (di essi due religiosi, Enrico e Costantino) e tre femmine (di esse due sono le suore di cui già si è parlato). Manca dal rivelo il figlio don Riccardo perché già sposato, mentre in seguito nascerà un’altra figlia femmina di nome Benvenuta, anch’essa destinata a farsi monaca. Del nucleo familiare fanno parte due serve, Barbara e Catarina, indicate come “schiave” (generalmente di origine moresca). Ma veniamo ai beni. Intanto la casa d’abitazione: “possiede esso revelante una casa grande solerata sita e posta in q.a Città di Vittoria nel q.ro di S. Gio. Battista isolata conf.ti con pp.che strade e piazza consistente nel quarto di sopra in numero undeci stanze cinque mezzaline e nove stanze di abbasso delli quali alcune sono in fabrica e non atte ad abitare”. Si tratta del grande Palazzo Ricca sede per tanti anni della Pretura, che sorge ancor oggi in Piazza Vescovo Ricca a San Giovanni. Segue l’elenco di altri numerosi immobili: carretterie, dispenze, case varie, magazzini, quattro botteghe, una “posata e fondaco”. In tutto case per un valore di oltre 600 onze (ricordo che il valore medio di una casa di una stanza era di 10 onze e che un buon cavallo costava allora 8-10 onze), sparse nei quartieri di San Giovanni e della Grazia. E poi le terre:

“E più possiede un terreno chiamato della Scaletta e Suvaro Torto con titolo honorifico di barone con casa terrana consistenti in diversi corpi officini e baglio nel territorio di Vittoria conf. con le terre dell’Acciarito Serra del

Mangano feghi di Dorillo”, consistente in 294 salme. Una tenuta comprata presso  un omonimo don Giombattista Ricca di Modica il 13 febbraio 1696 per la somma di onze 1871 e tarì 21.

Poi altre terre alla “Marina seu Caspanella con sue case…”, della superficie di 64 salme e del valore di onze 614.18; “una tenuta chiamata la q.ta di Cammarana”, attraversata dal fiume di Cammarana, “con sue stanze, baglio, giardino e canneto” (della superficie di salme 3.12, tutte irrigue), comprata nel 1691 ed altre due salme in contrada Nipitella, comprate nel 1694, entrambe per un valore di onze 600; altre terre “in q.ta delli Communi conf. con chiuse di don Orazio Mandarà” (oggi “orto di don Grazio”). E poi un mare di vigne: 65 migliara a San Bartolomeo (con palmento); 15 migliara in contrada Forcone; altre 15 in contrada Carvello (dove oggi sta sorgere l’autoparco); 12 a Fondo Monaci; 156 migliara alla Scaletta, più 26 di pianta d’un anno. In totale vigne per 289 migliara che, tolte le 26 di pianta, a 4 barili a migliaio producevano ogni anno in media più di 1000 barili di mosto! E inoltre censi dovuti da varie persone sulle sue terre di Carosone o Passo del Pero (in tutto altre salme 4.12), in cui però in parte entrava il fratello don Desiderio. I beni immobili ascendevano ad un totale di onze 5504 e tarì 13. Poi i beni mobili. Possedeva un gregge di pecore e capre (dato in custodia) di ben 756 unità. Come beni mobili venivano contate pure le due schiave (una di 50 anni, l’altra di 40), del valore di 36 onze (impressiona questa contabilità di esseri umane tra le bestie!). In contrada Cammarana (siamo sotto l’attuale Villa Comunale) il barone Ricca produceva canapa e stoppa, mentre tra Vittoria e la Scaletta teneva ammassato grano per oltre 220 salme, assieme ad orzo, ceneri di soda, fave e carrubbe. Teneva in deposito acciaio (170 chili), ferro (oltre 200 chili), chiodi e vetriolo: tutte cose che vendeva probabilmente nelle sue botteghe e nel suo fondaco. Una diecina le bestie da soma e le cavalcature, numerosi i maiali dati a metateria a tre popolane. Dichiarava legname per 80 tonnellate, già vendute al proprietario di una barca a vela, tale “padron Francesco di Malta” e trasportate  alla Marina (Scoglitti), in attesa che il compratore le venisse a caricare. Assieme a Tommaso Natale e a don Antonino Abbate gestiva a Terranova il commercio della soda, di cui possedeva 400 cantara (pari a 32 quintali). Non gli mancava il vino: sette barili tra “moscatello, malvasia e quarnaccio [guarnaccia, n.d.a]” conservati alla Scaletta (una testimonianza delle qualità in uso quando non esisteva ancora il cerasuolo).

E ancora: formaggio vacchino per circa 600 chili, ricotte salate per 400 chili e frutta varie. Ancora: pellami di vario tipo, più di 200 capi di bestiame, canne, lino, cotone filato e seta cruda, cotone “in mattula” (cioè in bioccoli pronto da filare) a Terranova. Oggetti d’oro e d’argento (tutti minuziosamente descritti): anelli con perle, orecchini, bottoni e posate d’oro e d’argento, collane d’oro, d’argento e di perle, di “granatine”, di ambre, di coralli, brocche e fibbie d’argento, due spadini ed una tabacchiera, sempre d’argento. Il valore complessivo dei beni mobili è stimato in onze 2290.26. Gli dovevano del denaro decine di persone, per un importo di 880 onze circa. Le entrate lorde totali ascendevano dunque ad onze 9375. Per calcolare il netto su cui pagare le tasse, dal lordo dovevano essere detratti i pesi. E fu qui che il barone sfoderò una serie formidabile di richieste di deduzioni, che in pratica lo riducevano peggio del suo ultimo servitore: un nullatenente insomma.

I pesi o gravezze potevano essere in natura, cioè frumento (di cui si calcolava l’equivalente in denaro), o direttamente in denaro. In pratica le deduzioni venivano considerate come interessi del 5% su un capitale, per cui per calcolare il valore di un bene su cui si pagava un censo, si moltiplicava per 20 il canone (ad esempio, se il valore di un censo era pari ad un’onza, il capitale corrispondente era di 20 onze). E il povero barone Ricca pagava numerosi censi in natura: all’amministrazione frumentaria di Vittoria (22 salme di frumento) per le terre della Scaletta e Suvaro Torto; al Patrimonio di Modica (salme 5) sulle terre della Marina o Gaspanella. Pagava invece censi in denaro sulle vigne: a don Pietro Vassallo di Modica per le vigne a San Bartolomeo, a don Nicolò Leni per quelle di Forcone, al Principe di Biscari per Carvello, al Convento di San Francesco d’Assisi di Chiaramonte per Fondo Monaci. Sul patrimonio gravavano inoltre un legato pio di due onze annue a favore della chiesa di Santa Maria dei Miracoli di Ragusa per messe di suffragio e la bellezza di 300 onze assegnate al figlio primogenito don Riccardo. Cosa che, portando i pesi complessivamente a ben 7105 onze annullava qualsiasi margine su cui pagare le tasse. Inoltre, il barone Ricca riferiva di aver acquistato per conto di suo fratello don Desiderio le tenute di Cammarana (nel 1691), della Scaletta (nel 1696), e le altre terre dal 1697 al 1699. Per cui tutti i suoi beni dovevano essere divisi a metà. Inoltre c’erano anche i pesi “una tantum” che consistevano in pagamenti dovuti a varie persone per vari motivi, fra cui alcune gabelle e acquisti di bestiame fatti in società con il signor Tommaso Natale e don Antonino Abbate nella loro qualità di soci “affittatori e arrendatarij dello Stato e Ducato di Terranova”. Furono anche presentati alcuni atti di donazione dei suoceri ormai defunti di Ricca, don Salvatore Risciacchi e la moglie Antonia Floridia, all’abbate don Desiderio Ricca e ad altri due religiosi, che in quanto ecclesiastici godevano se non dell’esenzione totale di vaste deduzioni fiscali. Quanto all’affitto dello Stato di Terranova, le entrate prevedevano crediti da esigere in società ammontanti ad onze 8476, di cui ben 7266 erano stati dichiarati inesigibili. Insomma non c’era “trippa per gatti”…

A questo punto i Giurati della città cercarono di respingere le pretese del maggior contribuente di Vittoria di non pagare nulla. Sottolinearono come l’assegnazione al figlio non poteva essere verosimile. Infatti per assegnare 300 onze al figlio, il barone vincolava un capitale di 6000 onze, che superavano addirittura il valore dei beni stabili, ammontanti ad onze 5504, cosa che avrebbe portato l’intero rivelo in perdita. I Giurati osservavano inoltre che il barone non solo avrebbe così facendo in pratica diseredato gli altri 8 figli, ma avrebbe anche illegittimamente intaccato il patrimonio del fratello Desiderio, che vantava il 50% dei beni dichiarati, come lo stesso barone Ricca aveva dimostrato con apposite scritture notarili. I Giurati perciò respinsero anche la documentazione che poneva in potere di don Desiderio vari beni, adducendo che l’abbate don Desiderio, allora arciprete di Terranova, viveva per i fatti suoi e che i beni dichiarati come a lui intestati,  erano stati in parte “industrialiter acquisiti da detto revelante” il barone Ricca (e quindi non derivavano dall’eredità del loro padre Giovan Francesco) e in parte provenivano dalla dote “della baronessa donna Giuseppa moglie, e beni adventitij dell’istessa”. Per cui intanto tassarono Ricca per un’onza e per il resto lasciarono da sbrogliare la matassa alla Deputazione del Regno.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.