In questo volume digitale sono raccolti alcuni articoli pubblicati su “La Sicilia” sulla storia della costa e della torre di Cammarana (poi confluiti, con leggere modifiche, nel libretto a stampa “La torre di Cammarana. Storia e memoria tra Camarina e Scoglitti”). In più, altri articoli già pubblicati altrove e rielaborati, e due in particolare: il primo sull’assassinio di Mario Pancari (di cui è in corso di stampa una nuova edizione cartacea) ed il secondo dedicato ai costruttori del teatro comunale.

Ecco i titoli:                             

1).La torre di Cammarana in un quadro del Seicento (“La Sicilia”, maggio 1995).

2).La torre e la “città” di Cammarana nel XV secolo (“La Sicilia”, maggio 1995).

3).Cammarana nel XVI secolo (“La Sicilia”, giugno 1995).

4).Cammarana e Scoglitti nel Seicento (“La Sicilia”, giugno 1995).

5).Cammarana nel Settecento (“La Sicilia”, giugno 1995).

6).Scoglitti e Santa Maria di Cammarana nella prima metà dell’Ottocento (“La Sicilia”, luglio 1995).

7).Cammarana ritorna Kamarina (“La Sicilia”, luglio 1995).

8).Kamarina (“La Sicilia”, luglio 1995). 

9).”A caminata” delle “Ceneri” e la controversia chiaramontana (“La Sicilia”, 2 marzo 2003)

10).Assassinio al tavolo da gioco (“La Sicilia”, 2-16 febbraio 2003).

11).Il palio di Vittoria? Ce ne erano due…(“La Sicilia”, 16 marzo 2003)

12).Vittoria e gli Alleati (“La Sicilia”, 11-25 maggio 2003).                                                   

13).I costruttori del teatro comunale di Vittoria (“La Sicilia”, giugno 2003).                 

Ed ecco alcuni stralci, con la precisazione che per alcuni aspetti i testi potrebbero essere stati già superati o corretti:

1).La torre di Cammarana in un quadro del Seicento.

La chiesa rinascimentale di San Francesco o dell’Immacolata a Comiso, nota anche come “Mausoleo dei Naselli”, reca al suo interno un dipinto, probabilmente della prima metà del Seicento, raffigurante appunto “l’Immacolata”.

Alla base della pittura, su cui s’innalza la raffigurazione canonica della Madonna avvolta in un grande manto blu, l’ignoto artista «rappresentò alcuni brani dell’aspetto urbanistico della cittadina di Comiso: la torre cinquecentesca del castello, le mura di cinta e la chiesa madre con la sua cupola»… e la regione circostante «fino alla punta di Camerina sul mare». Così scrive Filippo Rotolo nella sua pubblicazione sulla chiesa (1981).

Già Biagio Pace in “Camarina” (1927) aveva parlato di questo dipinto come dell’unica raffigurazione della torre di Cammarana, i cui ultimi ruderi, conosciuti come «u papallossu ‘i Cammarana» erano precipitati sulla spiaggia sottostante nel 1915.

La curiosità mi ha spinto a far fare un ingrandimento fotografico della parte inferiore del dipinto, che reca anche l’immagine della facciata della chiesa di San Francesco, riconoscibilissima nel «portale arricchito da due colonnine che reggono un architrave, sormontato da una lunetta e da un oculo con transenne traforate».

Sullo sfondo, sul dolce declivio della collina, immerse nella luce di un tramonto sul mare (dal colore tenue, ma non mi meraviglierei se l’originale, sotto il denso strato del tempo, celasse colori più vivi), si intravedono due costruzioni.

Nell’ingrandimento fotografico della parte destra del dipinto, in basso, è riconoscibile un alto edificio a pianta quadrata, con una costruzione annessa, che sembrerebbe presentare parecchi punti in comune con il famoso dipinto realizzato da Jean Houel nel 1780, in cui è ritratta la chiesetta della Madonna di Cammarana (costruita a ridosso di un muro del tempio di Atena), sede di un partecipatissimo culto campestre di antiche radici agrarie pagane, che si teneva il 15 agosto e che si celebrò fino al 1837. Pertanto vorrei azzardare l’ipotesi che si tratti proprio di una delle poche immagini della famosa chiesetta.

Più in fondo, ritagliato sul colore verdastro del mare, si staglia un alto torrione dall’apparente forma circolare, con una grande porta, con la parte superiore della merlatura chiaramente diroccata da due lati, che lasciano quasi individuare, nella parte verso Comiso, come un grande stemma. […] 

La torre appare comunque imponente e domina dall’alto sia il tratto di mare di Cammarana sia il largo specchio d’acqua sottostante formato dal fiume. In un colpo d’occhio il pittore ha rappresentato l’unità territoriale di Comiso, facendoci intendere visivamente il legame tra l’entroterra e il suo sbocco a mare. Camarina appare ai nostri occhi intesa come espansione, sul mare, di Comiso.

Un legame che a metà del Seicento, con la fondazione già affermatasi di Vittoria, ci potrebbe sembrare anche come una rivendicazione territoriale.

All’epoca in cui il quadro dell’Immacolata fu dipinto la torre di Cammarana non espletava più alcuna funzione, neppure minimamente difensiva, tant’è vero che poco dopo, al tempo della rivolta di Messina (1674-1678), l’amministrazione della Contea, temendo incursioni del corpo di spedizione francese che sosteneva i rivoltosi, pensò di creare una nuova torre di guardia a Scoglitti nel 1676 (Raniolo).

Eppure la storia della torre di Cammarana merita di essere ricostruita.

La torre di Cammarana «costrutta con largo impiego di materiali antichi», secondo Pace, da Bernardo Cabrera agli inizi del Quattrocento, è in realtà anteriore. Oltre al rinvenimento nei pressi, di monete dell’età di Federico III detto il Semplice (1355-1377), ci testimoniano già la sua esistenza nel 1362 gli accordi di Castrogiovanni tra i quattro Vicari e il debole re Federico III. Infatti al più potente tra i Vicari, Federico Chiaramonte conte di Modica (1361-1363), si riconosce il possesso «della torre marittima, e della foresta di Cammarana» (Gregorio). Già quindi a metà del Trecento, in conseguenza delle grandi opere di sviluppo economico promosse dai Chiaramonte (Sipione), la costruzione di una struttura difensiva ha per noi un ricco significato: il riuso dei resti delle strutture portuali di Camarina testimonia sia la loro agibilità, sia l’esistenza di un movimento commerciale che dall’entroterra di Comiso, Chiaramonte e Ragusa, oltre che dagli abitati costieri, converge verso il punto di migliore approdo, prima della creazione, a oriente, nel Quattrocento, del caricatore di Pozzallo. Quali derrate potevano affluire dall’entroterra ibleo verso il mare per raggiungere altri porti della Sicilia o forse di Malta e del Nord-Africa?

Già Edrisi, nel suo magnifico “Libro del Re Ruggero” nel 1154 scriveva che le campagne di Ragusa, collegate via mare da «legni [che] arrivano di Calabria, d’Affrica, di Malta e di tanti altri luoghi», erano ricche di poderi e di seminati «fertilissimi ed eccellenti», «di macine e di molini», in una «pianura con vaste e feraci terre da seminare». Il grano era ciò che si produceva principalmente nelle nostre terre, ma non credo in maniera così abbondante da esportarlo. Della non eccessiva produzione di grano sono testimonianza le tasse imposte da Pietro I nel 1282-1283.   La bassa presenza di grano, orzo e bovini indica uno scarso sfruttamento della campagna, mentre la forte consistenza di suini e ovini denota la massiccia estensione dei pascoli e dei boschi (Sipione).

La costruzione della torre a difesa del caricatore è indice che ci fu un incremento della produzione nella prima metà del Trecento.

Michele da Piazza ci riferisce delle numerose “angarie” (lavoro coatto) imposte da Manfredi II Chiaramonte (1343-1353) agli abitanti dei paesi a lui soggetti. Dovettero essere apportate bonifiche nelle campagne, sistemate vie per il commercio, regolamentati corsi d’acqua favorendone lo sfruttamento ai fini irrigui, si predisposero le colture altamente redditizie delle fibre vegetali: furono tessuti il lino, la canapa, la lana, conciate le pelli, incrementata la produzione dei formaggi e soprattutto del frumento.

Sviluppatasi la produzione complessiva della zona nella prima metà del Trecento, a quel punto si era resa necessaria la riattivazione delle strutture portuali di Camarina ed era indispensabile difenderle dagli attacchi dei nemici, costruendo sul promontorio, alto poco più di ventina di metri sul mare, una grossa torre di avvistamento e di guardia. Si chiudeva così, verso sud, il sistema difensivo delle terre chiaramontane, con una linea ideale che dai castelli di Spaccaforno, Scicli e Modica saliva verso Ragusa e che attraverso la rocca di Chiaramonte si collegava con le fortificazioni del Dirillo e che lungo la costa giungeva fino a Cammarana.

2).La torre e la “città” di Cammarana nel XV secolo

La torre di Cammarana, costruita a metà del XIV secolo, fu edificata utilizzando i resti delle antiche fortificazioni di Camarina.

I rilievi archeologici di Paolo Orsi, fatti nel 1899, segnalano che nella torre erano «in opera molti bellissimi massi, evidentemente tolti dalle mura che lì sorgevano». Lo stesso Orsi e poi Pace ipotizzeranno in seguito che un intero tratto della cinta muraria della città greca fu incorporato nella costruzione. Anzi, l’esistenza nei ruderi esaminati dai due archeologi di «embrici e blocchi di calcarenite…e fin’anche [di] vari blocchi con segni di cava di tipo classico» testimonierebbero «lo smontaggio di antichi edifici». Gli scavi condotti dal prof. Di Vita nel 1958 hanno inoltre portato alla luce, sulla spiaggia sottostante, una torre facente parte delle fortificazioni ippocratee del 461 a.C., utilizzata per conservare granaglie, a riprova della funzione economica del promontorio (Di Stefano).

L’importanza del sito e le sue funzioni sono testimoniate anche dalla sua presenza nelle carte geografiche antiche, a cominciare dalla “Geografia” di Claudio Tolomeo, studiata presso la corte normanna di Ruggero II, che influenzò per secoli la redazione delle carte medioevali e soprattutto i portolani.

Nei codici greco-latini del XIV secolo che contengono l’opera, per quanto ci riguarda, oltre a Caucana, è riportato con chiarezza il “Fluvius Yporus”, l’Ippari. Così anche nell'”Isolario” di Cristoforo Buondelmonti, della metà del XV secolo (Almagià).

Ben più ricco e particolareggiato era stato Edrisi nel 1154, che nella sua opera pone il fiume di “Camerina” a «sette miglia dalla Penisola della Colomba» (Scoglitti), e a dodici miglia «dal fiume di Ragusa»(Irminio).

Lo stesso geografo, profondo conoscitore di Tolomeo, testimonia che il nome “Camerina”, trasformato per influsso arabo in “Cammarana”, risulta ormai trasferito alle terre circostanti, ancora oggi denominate “contrada Cammarana”. Indelebile nella coscienza degli abitanti della zona, il nome “Cammarana” ritorna nel famoso diploma del 20 giugno 1392, con il quale i sovrani Maria e Martino di Sicilia, decapitato Andrea Chiaramonte, investirono della Contea di Modica, allargandone poteri e consistenza, il catalano Bernardo Cabrera.

La concessione, come si sa, fu in seguito sottoposta a revisione dalla Cancelleria di Alfonso il Magnanimo e convalidata, previo esborso di 60.000 ducati da parte di Giovanni Bernardo Cabrera, nel 1451, quando ormai la realtà era diversa rispetto al 1392. Per cui ciò che esisteva nel 1451 sembra esistente già nel 1392. Ad esempio il caricatore di Pozzallo, senza ombra di dubbio costruito dal Cabrera ai primi del Quattrocento, sembrerebbe già esistente nel 1392; allo stesso modo, se Rosario Gregorio non avesse pubblicato il testo dell’accordo di Castrogiovanni del 1362, potremmo ritenere assolutamente certo, sulla scorta delle notizie riportate da Fazello, che la torre di Cammarana fu costruita anch’essa agli inizi del Quattrocento.

Ma il fatto che Fazello attribuisca la costruzione della torre a «Bernardo Incaprera» e che “u papallossu ‘i Cammarana” sia stato chiamato dalle genti della zona “Lucaprera” (Schubring), significa che Bernardo Cabrera dovette potenziarne la funzione o ricostruire la struttura realizzata dai Chiaramonte, in modo tale da apparire ed essere ricordato come il vero costruttore.

Biagio Pace ricostruisce la storia degli abitati della zona e alla sua “Camarina” rimando. L’antica città non dovette mai essere un cumulo di rovine abbandonate, ma probabilmente fu sempre sentita come qualcosa di vivo, un punto di riferimento per gli abitanti dei villaggi, fattorie, casali, lungo la costa (Rosacambra-Caucana) e dell’interno come Gulfi-Acrillae, Bidis-WadiKrilu-Odogrillo), poi Comiso con gli insediamenti di Torrevecchia, Cifali, Serracarcara, S. Elia, Canicarao.

La stessa tradizione della Madonna di Gulfi, collegata con la presenza dell’antica chiesa di Cammarana, è una prova ulteriore che l’antico tempio di Atena, mutati i tempi e trascorsi i secoli, mantenne una funzione sacra, trasformandosi in una chiesetta dedicata alla Madonna Assunta, il cui culto si celebrava il 15 agosto, con grande partecipazione popolare dai dintorni e persino da Ragusa (Paternò).

Non c’è meraviglia dunque se è possibile avere due lezioni diverse nelle copie del documento d’investitura a Bernardo Cabrera. Senz’altro una è errata ma entrambe sono verosimili. Infatti nella copia trascritta da Solarino e pubblicata nella sua opera, pur con numerosi errori, si legge: «turrim Chammeranae cum foresta et territorio eius», poi più avanti si fa cenno ai “caricatori di Pozzallo e Cammarana”. Nella copia estratta dalla cancelleria di Modica nel 1602, priva dei grossolani errori dell’altra, si legge invece: «terram Camaranae cum foresta cum territorio eius» e poi analogamente si fa cenno ai caricatori di Pozzallo e Cammarana. Ad un’analisi filologica, la differenza  fra i termini vale comunque poco. Se è giusta la lezione “torre”, il termine esclude la presenza di un “abitato” e il riferimento al “suo territorio” è limitato alla superficie della foresta e non alla torre, che non poteva possedere “un suo territorio”.

Al contrario il termine “città” non solo renderebbe manifesto il concetto che tra le rovine antiche continuava una forma di vita organizzata, ma intenderebbe dire che pertinente a Cammarana in quanto “città” c’è il “suo territorio”, distinto dalla foresta, che era un organismo a sé, con le sue pertinenze di usi civici (legnatico, uso dell’acqua, dei pascoli etc.).  La foresta, appartenente al demanio fino al 1360, era stata concessa in quell’anno a Federico Chiaramonte e poi, dopo la sua ribellione, devoluta nuovamente al demanio, secondo l’occhiuto Barberi, ma inspiegabilmente ritrovata nel diploma d’investitura di Bernardo Cabrera. Se è giusta la lezione “torre”, Cabrera ebbe in dono solo la torre dei Chiaramonte e il territorio della foresta; se è esatta la lezione “città” con tutto il suo territorio e la foresta, in più c’è il possesso del territorio di Cammarana. Ignorando cosa ciò potesse significare, pensiamo che per Bernardo Cabrera cambiò poco, ma per noi è un’importante testimonianza del perdurare del concetto di Camerina come “città”: e che tale fosse intesa dai contemporanei ed in seguito è testimoniato dalle legende delle carte geografiche fino al 1762. La presenza comunque del caricatore, con i funzionari e le guardie preposte alla vigilanza sulla torre dovette riportare senz’altro la vita fra le imponenti rovine di Camarina.

Però il ruolo economico del caricatore di Cammarana dovette durare poco. Cammarana infatti non è più citata né nel 1408, quando si fece un ampio censimento dei feudi (si fa cenno solo al “porto e alla torre del Pozzallo”), né nel testamento del conte Giovanni, figlio di Giovanni Bernardo Cabrera, rogato nel 1474, in cui è citato solo il caricatore di Pozzallo. Segno che sin dalla sua nascita, Pozzallo aveva assorbito anche le funzioni di Cammarana.

Neanche Geronimo Zurita fa cenno alla torre nella sua sintetica descrizione della Contea del 1477, quando parla del matrimonio di Anna Cabrera, nel libro XX, cap. XIV dei suoi “Annali della Corona d’Aragona”, limitandosi a parlare di «dieci mila vassalli in grandi città e fortezze lungo le coste a mezzogiorno».

4).Cammarana e Scoglitti nel Seicento.

Documenti finora inediti danno nuova luce sul ruolo della torre di Cammarana, che dovette essere restaurata a fine Cinquecento e quindi riacquistare importanza, tanto da essere oggetto di “presa di possesso” al pari delle altre terre della Contea, in occasione delle investiture dei conti di Modica. Di ciò sono prova due documenti dell’Archivio di Stato di Palermo, che ci riferiscono della presa di possesso della torre da parte di Luigi III nel 1596 e poi di Vittoria Colonna, in nome e per conto del figlio Giovanni Alfonso, nel 1601.

Tramite procuratori in entrambi i casi i  conti ricevono «le chiavi…per l’apertura e la chiusura delle porte…della torre chiamata di Cammarana». Ma ormai nuovi soggetti entrano prepotentemente in gioco: Vittoria e “lo scaro degli Scoglietti”.

Nel 1604 infatti Paolo La Restia, incaricato di rinvenire una zona adatta ad una nuova “abitazione”, individua il sito presso «Grutti Alti, sopra li iardini di Cammarana», il luogo di delizie descritto da Fazello, ricco di frutteti e di acque gorgoglianti, dove sorgerà Vittoria.

La foresta di Cammarana, inoltre, era stata oggetto di contesa tra Ragusa e Chiaramonte e per questo è citata in documenti d’archivio delle due università, che si contendono il “ius vicinitatis” spettante alle città confinanti con territori inabitati, quale era appunto il Boscopiano. In un memoriale del 1763, utilizzato dai legali di Vittoria per vincere la controversia territoriale con Chiaramonte, si accenna ad una transazione fatta nel 1598 tra Ragusa e Chiaramonte, per suddividersi il feudo della Foresta di Cammarana, al fine di evitare la doppia imposizione fiscale in danno dei coltivatori di terreni nella zona, in gran parte comisani. Ma la transazione non sortì alcun effetto e nel 1604 l’intero feudo della Foresta di Cammarana fu assegnato a Ragusa.

L’assegnazione formale del territorio comunale a Vittoria originò a sua volta nel 1642 una lunghissima controversia con Chiaramonte che si concluse nel 1764.

Ma oltre che nelle controversie locali, la gloria antica di Camarina si perpetuava e anzi si accresceva grazie all’erudizione antiquaria di Filippo Cluverio.

Nella sua opera “Sicilia antiqua” (1619) lo studioso di Danzica  pubblica una cartina della Sicilia greca, indicando, per la nostra zona, Hybla (nel sito di Ragusa), Motyca, Casmenae nel sito di Scicli, la “Diana fons”, e naturalmente “Camerina”, sul fiume “Hipparis” nei pressi del lago di Cammarana.

Tutta la zona è chiamata “Hyperia”, mitico nome di una «antichissima città di Sicilia, ovvero regione, dove un tempo abitavano i Feaci; poi Camerina, che Fazello  appellò Esperia da Vibio Sequestre» (Amico). Camerina, indicata con un simbolo turrito è al limite di una zona denominata “Mesopotamium”, cioè tra due fiumi, uno dei quali è l’Ippari, l’altro “il fiume di Cammarana”.

Cluverio infatti sbaglia e duplica il fiume di Cammarana, usando sia il nome classico del fiume che il nome usato nel Medioevo, ma in generale la sua opera è preziosissima per l’individuazione dei siti classici.

Un grosso contributo all’esatta descrizione dei luoghi viene invece dalle necessità militari e difensive dell’Isola. Francesco Negro e Carlo Maria Ventimiglia redigono nel 1640 l'”Atlante delle città e fortezze del Regno di Sicilia”. Per la prima volta viene quasi perfettamente disegnata la forma della Sicilia e segnati i confini dei tre Valli. La nostra zona vede indicate in posizione quasi perfetta Chiaramonte, Giarratana, Monterosso, Ragusa, Santa Croce, Modica, Scicli, Spaccaforno, Comiso, Viscari e finalmente Vittoria. Lungo la costa sono segnate le torri: di Cammarana, della Colombara (Braccetto), di Punta di Pietro (Secca), Scalambri, Donnalucata, del Pozzallo.

Per la prima volta le città sono indicate come città, le torri come torri. Cammarana è solo una torre. La visione diretta dei luoghi, la conoscenza della realtà comincia a scacciare la mitologia e l’erudizione classica. Erudizione che invece ritorna nell’opera “Atlas Novus” di Willem Blaeu (1655), che per la Sicilia utilizza la cartina elaborata dal geografo Magini nel 1608 (a sua volta tributario di Mercatore). L’idrografia è più ricca rispetto al Cluverio, ma la tradizione erudita è più arretrata dell’ingegneria militare: cosicché vi si riscontrano grossolani errori. Ad esempio Comiso è duplicata in due posizioni diverse: “Comisu” nei dintorni dell’attuale Giarratana, e “Yhomisum” nel sito attuale. Chiaramonte, Ragusa, Modica e Scicli quasi nei loro siti esatti. Inesistente è Vittoria, che già aveva oltre 1.000 abitanti nel 1642, mentre Cammarana è indicata convenzionalmente come città, con un cerchietto e tre torri, nonostante le conoscenze del tempo ormai la indicassero come città deserta, di cui «resta solo la torre detta di Cammarana» (Pirri).

Sempre come città turrita compare Cammarana in una carta francese probabilmente del tempo della rivolta di Messina (1674-1678), mentre sempre di derivazione classica, pur con alcune precisazioni è una carta del Regno del 1682, usata dalle autorità spagnole, in cui Camarina comincia ad essere indicata con la lettera “r”, che nella legenda sta per “ruinata”.

Ne è autore “Gio. Giacomo de’ Rossi”, che ha elaborato la carta sull’opera di Fazello, per come scrive in un cartiglio laterale. 

Nel disegno del “litorale da Gela a Punta Secca”, contenuto nel “Teatro geografico antico e moderno del Regno di Sicilia” del 1686,  è magnificamente dipinta la nostra zona, con Comiso, Viscari, Chiaramonte, Ragusa e i fiumi Dirillo, Cammarana, Frascolaro, Irminio. Anche in questa cartina inspiegabilmente non compare Vittoria, ad 80 anni dalla sua nascita, né vi è più traccia di Cammarana.

Anche se non indicato nelle mappe, accanto a Cammarana, si è però ormai organizzato un nuovo abitato lungo la costa, a Scoglitti, borgata che dal punto di vista economico è l’unica erede sicura della città greca. Le antiche funzioni economiche di sbocco a mare dei prodotti dell’entroterra rivestite per secoli dal promontorio, rimasto in territorio di Ragusa, con la crescita di Vittoria si spostano e si concentrano nella “rada delli Scoglietti”, che risulta collegata a Vittoria con una strada già nel 1681 (Monello). L’origine dello “scaro” è senza dubbio legata al sorgere di Vittoria. Camiliani descrive nel 1583 come deserto il luogo, mentre il barone Melfi accenna a pastori che «svernavano con i loro armenti» nella foresta e che la campana della chiesa di Cammarana avvisava del pericolo turco. “Lo scaro delli Scoglitti” è citato come esistente nei documenti sin dal 1642, in occasione dell’assegnazione del territorio a Vittoria. Paternò parla dell’esistenza di umili “pagliari” presso la cala (l’attuale bacino antistante Piazza Sorelle Arduino), fatti costruire dalla famiglia Arestia, feudataria del luogo. Solo dopo il 1642 furono costruite alcune case per «i custodi sanitari e per l’uffizio dei giurati». Infine sia per il grande sviluppo economico di Vittoria (vino), sia per esigenze di difesa dalle incursioni turche o francesi, al tempo della rivolta di Messina (1674-1678) fu costruita una torre di guardia a tutela dello scalo. Da quel momento nasce il nuovo agglomerato urbano di Scoglitti, che col tempo alle funzioni economiche del promontorio di Cammarana aggiungerà anche quelle religiose legate alla chiesa dell’Assunta,  come testimoniano sia il barone Melfi che La China.

Il primo riporta la leggenda secondo la quale «i turchi in Camarina distrussero il tempio e gettarono a mare l’immagine della Madonna e la campana della chiesa», per cui «nella notte dal 14 al 15 agosto si sente in quel luogo gran rumore e suono cupo di oro, di argento e di campane, per essere ivi nascosto un ricco tesoro…». La China invece scrive che la festa della Madonna di Scoglitti (in seguito chiamata di Portosalvo), celebrata il 15 agosto, è la continuazione della festa dell’Assunta, perché «i Vittoriesi non dicono: andiamo alla festa di Scoglitti, ma andiamo alla festa di Cammarana». Un’antica tradizione e un nucleo di leggende che meritano di essere riscoperte, perché le loro radici affondano nella classicità del sito.

7).Cammarana ritorna Kamarina.

Il rigoglio di studi storici in Sicilia prima e dopo l’Unità d’Italia offre alla grande cultura internazionale la possibilità di riscoprire il sito di Kamarina. Ma stavolta non ci si limita a piangere sulle rovine e la polvere dei secoli, a rimuginare sulle antiche fonti e gli scoliasti di Virgilio o Pindaro, a saccheggiare le vaste necropoli, ma se ne comincia a fare la storia partendo da inediti documenti d’archivio e dalle indagini archeologiche. Agli studi di Michele Amari dobbiamo nuove notizie sulle vicende di Kamarina ai tempi della conquista musulmana. La Cronaca di Al Bayan, infatti, pubblicata da Amari (BAS, 1881) reca il nome di Kamarina, che sarebbe stata espugnata da Al Abbas nell’anno 239 dell’Egira (853-854), prova che il sito era ancora abitato. Altra testimonianza sul fiume di Cammarana, come già si è detto, reca Edrisi, il geografo che nel 1154 scrisse il “Libro di Re Ruggero”, ripubblicato dopo lunghissimo oblio sempre da Michele Amari (1881).

Dobbiamo però allo studioso tedesco Giulio Schubring una accurata descrizione topografica e un tentativo di ricostruzione della storia della città, pubblicato nel 1881. Partendo da un esame autoptico dei luoghi, fatto nel 1873, e dagli studi disponibili su vasi e monete, basandosi su testimonianze storiche e letterarie, visionando reperti ed iscrizioni in possesso di amatori locali di Vittoria, S. Croce, Scicli, l’autore compone la prima storia organica della città. Cammarana ritorna a poco a poco ad essere Kamarina. 

Novità iniziale è la discussione dell’autore sull’origine e il significato del nome stesso, facendo intendere una sua preferenza per una derivazione semitica del termine, che indicherebbe la “palude del fiume ribollente e rumoreggiante”, tesi che recentemente è stata riproposta da uno studioso del calibro di Giovanni Semeraro (Olschki 1984), il quale riconosce nella parola due componenti di origine accadica: “Kamaru”, cioè “muraglia, rampa, terrapieno” e “ina”, cioè “sorgente, fiume”: tutto ciò porterebbe ad una presenza fenicia nella zona, anteriore alla colonizzazione greca, come d’altra parte già aveva scritto lo storico greco Tucidide (recentemente tale ipotesi è stata studiata anche dal punto di vista linguistico, relativamente al lascito della “C” dolce nella nostra parlata da G. Zisa, 1990).

Oggi forse, alla luce degli studi recenti (Di Stefano soprattutto), quando è emersa una fortissima presenza sicula nella zona, sarebbe meglio ritornare ad un’origine sicula del toponimo, già individuata da Ettore Pais nel 1894.

Tralasciando una questione ad oggi senza soluzione, per quanto riguarda la torre, antico filo conduttore della nostra ricostruzione, Schubring scrive che sulla collina della città «sorge una torre medioevale di guardia, costruita con pezzi antichi…La roccia si precipita a picco sul mare per venti metri; tuttavia essa non potrà pià a lungo resistere agli attacchi degli elementi; già torre e roccia sono spaccate; un pezzo si sminuzza dopo l’altro, ed anche qui la sabbia stenderà il suo dominio».

Facile profezia che si verificò di lì a qualche decennio…

Lo studio di Schubring fu fondamentale e sarà ripreso o criticato da altri studiosi (Pais, Cavallari, Orsi, Pace). Kamarina comincia a riacquistare spessore storico nell’alta cultura.

Ma quei ruderi esprimevano anche una potente suggestione, e non solo su studiosi e tombaroli. Animi colti vi traevano ispirazione e in un romanticismo ormai tardo, spetta al vittoriese Giovanni Leni Spadafora, sindaco di Vittoria dal 1876 al 1879, ispirarsi al “Papallosso di Cammarana” per scrivere nientemeno che un romanzo storico in due volumi. Opera ormai introvabile, citata parecchie volte come fonte storica da la China, “La Sicilia all’Undecimo secolo”, pubblicata a Vittoria nel 1878, ambienta nella torre e nella foresta di Cammarana, nel 1100, un fosco intreccio di sangue e d’amore.

La China riporta la sua descrizione della torre di Cammarana, frutto di pura fantasia. E’ assai strano però ammettere che tale descrizione fa pensare immediatamente al torrione dipinto nel quadro dell’Immacolata della  trecentesca chiesa di San Francesco a Comiso…

Dopo secoli d’oblio Kamarina comincia a rivivere anche nelle opere di erudizione locale. Dopo i “Discorsi sopra l’antica e moderna Ragusa” di Filippo Garofalo (1856), ormai è parte fondamentale nelle storie di Paternò su Vittoria (1877), di Samuele Nicosia su Chiaramonte Gulfi (1882), del primo volume della “Contea di Modica” di Raffaele Solarino (1886), di Monsignor La China su Vittoria (1890). Ma non solo nella cultura locale.

Giuseppe Pitré infatti inserisce nel volume “Feste patronali in Sicilia” (1880) un interessante accenno ad una leggenda di “truvatura” riferita a Kamarina e collegata alla festa della Madonna di Cammarana. Gustavo Chiesi, nella sua “Sicilia Illustrata”, edita da Sonzogno nel 1892, dedica quattro belle pagine a Scoglitti e a Camarina.

Il porto di Scoglitti «è uno dei…più viniferi della più vinicola provincia d’Italia…Scoglitti, grossa borgata a mare, è porto frequentatissimo da velieri e vapori, essendo punto d’imbarco di gran parte di quel vino che appunto ha nome di Scoglitti o Scoglietti, assai noto e ricercato in commercio e del quale nel porto di Genova c’è grande ricerca…». L’impegno di Nino Bixio al Senato nel 1871 e quello risolutivo di Rosario Cancellieri alla Camera nel 1879 erano riusciti a creare a Scoglitti un porto di quarta classe. Già punto d’approdo bisettimanale per i vapori postali della società Florio, il porto di Scoglitti, assieme alle numerose distillerie e fabbriche di “cremor di tartaro” (moderna archeologia industriale vittoriese da salvare), testimonia il grande sviluppo vinicolo di Vittoria nella seconda metà dell’Ottocento, e tale progresso sarà sancito nell’ammodernamento della città perseguito dall’amministrazione Cancellieri, che in un triennio (1879-1882) cambiò il volto di Vittoria, dotandola di numerosi servizi essenziali e di un ottimo piano regolatore (1881).

Anche Scoglitti aveva risentito del nuovo clima di progresso.

Dal 1860 in poi Sindaci e Consigli Comunali avevano dotato la  borgata (825 abitanti nel 1885) di tutti i presidi necessari: scuole, assistenza medica, forze dell’ordine, strade. A poco a poco Scoglitti aveva acquistato anche una notevole consistenza urbanistica.

13).I costruttori del teatro comunale di Vittoria (“La Sicilia”, giugno 2003).                 

Nell’ambito dei festeggiamenti del Patrono di Vittoria, San Giovanni Battista (che allora si festeggiava tra il 24 e il 30 giugno), il 10 giugno 1877,  con l’opera verdiana “La forza del destino”, veniva inaugurato il nuovo Teatro Comunale “Vittoria Colonna”.

Vittoria si gloria oggi giustamente del suo teatro, definito, come si è già detto in un numero precedente, uno dei maggiori esempi di stile neoclassico. Ma pochissimi sanno chi ne furono i costruttori. Il teatro comunale di Vittoria è opera soprattutto di due sindaci: Giombattista Jacono (1868-1874) e Giovanni Leni Spadafora (1876-1878). A loro intendiamo dedicare due “medaglioni” storici. Quello su Giombattista Jacono è il primo.

Sin dagli anni Trenta dell’Ottocento, la “borghesia vinaiola” (L. Frasca) attraverso le varie amministrazioni comunali aveva cercato di costruire un teatro nuovo, al posto dei fatiscenti locali che svolgevano la funzione di teatro nell’attuale via Cavour. Il vecchio teatro era un antico magazzino di proprietà della chiesa di San Giovanni, già costruito nel 1674, dato in affitto al Comune nel 1806 per destinarlo a magazzino di frumento e dal 1819 adattato a teatro, con un piccolo palcoscenico e alcuni palchetti laterali. Dai documenti risulta avere avuto una superficie di circa 100 mq. Malandato com’era aveva bisogno di continua manutenzione.

Falliti vari tentativi al tempo dei Borboni, subito dopo lo sbarco di Garibaldi la nuova amministrazione comunale retta dal sindaco barone Francesco Salesio Scrofani (1861-1868), assessore ai Lavori Pubblici l’avv. Rosario Cancellieri, aveva dato incarico all’architetto Giuseppe di Bartolo Morselli di Terranova (1815-1865) di progettare il nuovo edificio. Come area era stata scelta quella libera alla sinistra della chiesa delle Grazie, proprio in Piazza “Vittorio Emanuele”, oggi del Popolo. Nell’ottobre 1863 il progettista aveva consegnato il disegno e Cancellieri aveva dato l’appalto dei lavori. Ma per le condizioni draconiane imposte dall’amministrazioone agli appaltatori partecipanti all’asta, le gare erano andate deserte. Cancellieri era nel 1865 diventato deputato e la questione del teatro era stata accantonata per altri servizi ritenuti più utili alla comunità.

Riprese la questione teatro il nuovo sindaco Giombattista Jacono, designato dal Governo nel 1868. Nato nel 1825, era il primogenito di don Giuseppe Jacono (1792-1863), facoltoso proprietario terriero e uno dei capi della rivoluzione del 1848, in cui aveva ricoperto la carica di capitano di giustizia a capo delle guardie urbane. Suoi fratelli erano Salvatore,  Antonio  e Gaetana sposata con il figlio del barone don Gioacchino Ricca, altro esponente liberale, presidente del Consiglio Civico rivoluzionario nel 1848. Nella nuova Italia, la potente famiglia Jacono del ramo di don Giuseppe volle essere presente sin dalle prime elezioni. Infatti Giombattista fu candidato nel collegio di Comiso nel gennaio 1861 contro il prof. Paolo Paternostro, docente di Diritto Pubblico all’Università di Palermo. Perse con 296 voti contro i 465 riportati dal Paternostro. Sconfitto a sua volta Paternostro da Cancellieri nel 1865, Giombattista Jacono sfidò lo stesso uscente deputato Cancellieri nel 1867, rimanendo sconfitto con 226 voti contro i 324 riportati da Cancellieri. A fine aprile 1868 fu indicato dal Governo Lanza, della Destra Storica, come sindaco di Vittoria (Cancellieri infatti vinceva nelle politiche ma perdeva sempre le amministrative).

Giombattista Jacono fu chiamato ad applicare misure impopolari (valga per tutte la tassa sul macinato, nuovamente introdotta da Quintino Sella per risanare il bilancio della nuova Italia), ma riuscì a dotare la città di nuovi e importanti servizi (strade, scuole, opere pubbliche varie). Erano gli anni del grandioso sviluppo del vigneto e l’economia cittadina aveva urgente bisogno di grandi infrastrutture come il porto di Scoglitti e la ferrovia. Assieme a queste cose, il sindaco Jacono riprese anche la questione della costruzione di un nuovo teatro comunale. Con l’ostilità della Sinistra cancellieriana, fece passare in Consiglio il finanziamento dell’opera per £. 100.000 dell’epoca (oggi equivalenti a circa 350.000 euro).

 La costruzione fu finanziata con avanzi di gestione degli anni precedenti  (frutto dell’oculata gestione di Scrofani) e con una sovrimposta sui tributi diretti. I lavori furono divisi in due parti, entrambe appaltate entro il 1871 alla ditta Pluchino di Ragusa. Assieme ai costruttori furono impegnati scultori (Corrado Leone di Ibla), indoratori (Cesare Cappellani di Palazzolo Acreide), disegnatori (Pasquale Subba di Messina per il sipario e le scenografie) e per le pitture il concittadino Giuseppe Mazzone (1838-1880), vera gloria vittoriese.

Ma Giombattista Jacono non portò l’opera a compimento. Nel luglio 1874 il Consiglio Comunale fu sciolto per il suo rifiuto di dimettersi da sindaco. Infatti i suoi fratelli Salvatore e Antonio erano stati coinvolti come presunti mandanti del delitto Pancari (avvenuto nel 1871) e lui stesso era stato accusato di aver ordinato l’oscuramento della via Garibaldi la sera del delitto, per consentire all’assassino di agire impunemente al buio.

La città stette due anni senza sindaco, anche se l’ordinaria amministrazione venne garantita dal “sindaco facente funzioni” dr. Felice Maltese. Giombattista Jacono non si arrese. Nonostante le disavventure familiari, si mantenne a galla: rifiutò la nomina a consigliere provinciale ma si contrappose di nuovo a Cancellieri nelle elezioni politiche del novembre 1876. Fu sconfitto per l’ennesima volta (riportò 286 voti contro i 560 di Cancellieri).

Rimase in disparte durante il triennio del trionfo cancellieriano (1879-1882), ma continuò a lavorare per sconfiggere il suo vecchio antagonista, contribuendo a dare il suo nome al partito Jacono che in quegli anni si oppose al partito Cancellieri. E il suo lavoro di riorganizzazione della destra vittoriese fu ripagato con la sconfitta definitiva di Cancellieri nel 1882-1883, quando il potente partito Jacono-Caruso di Vittoria e Comiso fece eleggere al posto di Cancellieri il Principe di Camporeale. Successivamente, nel 1885, per gravi irregolarità, fu sciolta d’imperio l’amministrazione comunale cancellieriana (anche se a capo c’era un altro Jacono, don Gioacchino, anche lui importante politico vittoriese): Giombattista Jacono aveva così pareggiato i conti con lo scioglimento patrocinato da Cancellieri nel 1874 per le gravi –ma infondate- accuse mossegli. Emarginato Cancellieri, Giombattista Jacono dominò l’amministrazione comunale dall’esterno dal 1886 al 1889, quando fu rieletto sindaco, stavolta dal Consiglio Comunale e non più dal Governo (era cambiata la legge).

Assai malandato in salute, in un periodo di grande crisi economica e di disoccupazione causata dalla fillossera, Giombattista Jacono si dimise a fine 1890, negli stessi giorni in cui invece il suo eterno rivale Rosario Cancellieri compiva il miracolo di “risuscitare” politicamente facendosi nominare Senatore del Regno, grazie all’alleanza con Francesco Crispi e Giolitti),

Giombattista Jacono morì il 10 febbraio 1893. Di lui così scrisse Orazio Busacca: “…menò una vita intemerata e solitaria. Non ebbe mai fede nell’Italia unita e non volle votare il Plebiscito [del 21 ottobre 1860]”. Giombattista Jacono fu un sindaco capace e abile. Capo di una potente fazione, avversario accanito di Rosario Cancellieri, impostò amministrativamente molti dei problemi che poi lo stesso Cancellieri si gloriò di avere risolto. Il podestà Michele Maltese con deliberazione n. 311 del 26.5.1933 gli intitolò una via cittadina, oggi importante snodo di traffico.

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Giovanni Leni Spadafora, il sindaco dimenticato

Dopo le dimissioni forzose del sindaco Giombattista Jacono nel luglio 1874, poiché le nuove elezioni avevano confermato una schiacciante maggioranza al partito Jacono, il Governo non nominò il nuovo sindaco di Vittoria. La città stette così per due anni senza capo dell’amministrazione, sotto però la saggia guida del dr. Felice Maltese, “facente funzione da sindaco”. Costui, tra le altre cose, portò avanti i lavori del teatro, fino a quando nel febbraio 1876 fu designato il nuovo sindaco nella persona del cav. Giovanni Leni Spadafora. Nato nel 1807,  fu uomo politico e letterato. Pur discendente da una famiglia “reazionaria”, che aveva dato vari sindaci alla città, Giovanni si dimostrò invece sin da giovane liberale e per quanto era consentito, antiborbonico. Dopo essere stato consigliere comunale (“decurione”) dal 1842 al 1847 (e anche allora si era occupato della costruzione del nuovo teatro, tentativo poi abortito) sotto la sindacatura del cugino barone Gaetano Leni, nel febbraio 1848 fu uno dei capi della “rivoluzione” contro i Borboni. Fu subito però messo di lato. Forse proprio per questo poté essere designato sindaco nel 1853. Tra le altre incombenze, dovette affrontare l’ennesima crisi commerciale del vino scoppiata in quell’anno e la terribile epidemia di colera del 1855, che a Vittoria mieté circa mille morti (che furono in gran parte sepolti nelle grotte dietro i Cappuccini).

Dopo lo sbarco di Garibaldi nel maggio 1860, Giovanni Leni fu di nuovo presidente del Comitato cittadino per la sicurezza (come nel 1848) e poi consigliere comunale dal maggio 1861 in poi. Presentatosi per le elezioni a deputato nel 1865, nel ballottaggio dirottò i suoi voti su Rosario Cancellieri, che venne eletto e ricambiò il favore facendo nominare Leni assessore comunale, carica che mantenne quasi ininterrottamente fino al 1875. Zio materno di Mario Pancari, il cui assassinio aveva provocato la caduta dell’amministrazione Jacono, la designazione a sindaco apparve una concessione al partito anti-Jacono. Dal febbraio 1876 fu lui quindi ad accelerare il completamento del teatro, che andava a rilento per mancanza di fondi. Esauritosi il primo stanziamento di £. 100.000 dell’epoca, Leni ne fece stanziare altrettante (in totale il teatro costò £. 300.000, pari a più di un milione di euro attuali). La parte finale riguardò le opere d’arte: le sculture, le pitture e le decorazioni. Finalmente, tra grandi polemiche (fatta anche con sonetti in rima), il 10 giugno 1877 il teatro fu aperto al pubblico con la verdiana “Forza del destino”.

Giovanni Leni rimase in carica fino all’ottobre 1878, sostituito poi da Rosario Cancellieri, all’apice della sua potenza politica. Rieletto in consiglio comunale nel 1879, vi rimase fino al 1882 e poi dal 1885 fino al luglio 1888. Morì il 23 dicembre 1889.

Di lui rimangono una raccolta di “Poesie” pubblicata a Palermo nel 1844; una novella dal titolo “Bianca da Messina” (Firenze 1863); un saggio su “Le colpe del Papato. Cenni storici e politici”(Firenze 1863); un romanzo storico dal titolo “La Sicilia all’Undecimo Secolo”, stampato da Velardi a Vittoria nel 1878 e recentemente ristampato dal Rotary Club, che trattava della conquista normanna ed era in parte ambientato nella nostra zona.

Pur di non grande valore letterario, la sua produzione dimostra un grande interesse per il romanzo storico e un anticlericalismo assai acceso, comune  a numerosi intellettuali dell’epoca. A lui quindi dobbiamo il completamento del teatro, con la realizzazione delle parti più belle (anche se tutto era già stato predisposto da Giombattista Jacono).

Però, mentre Giombattista Jacono trovò un podestà che lo ricordò intitolandogli una via, Giovanni Leni Spadafora, pur essendo stato un ottimo sindaco, non ha avuto l’onore che merita e che gli spetta di diritto per aver donato alla città quello splendido gioiello neoclassico di cui siamo orgogliosi.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.