Ripubblicare tutti gli articoli che sono venuto scrivendo nel corso degli anni è per me stesso un modo per riconsiderare tutto il lavoro fatto e per altri pochi -se eventualmente interessati- un modo per ricordare dove possono -volendo- trovare articoli e saggi su Vittoria. Penso di fare cosa utile, ora come ora, per dare il mio contributo a battere il tentativo di annullare e stravolgere la storia di questa città. Fino a quando potranno circolare conoscenze serie e fondate sulla storia di Vittoria, tanti ignoranti velleitarismi si infrangeranno sugli scogli delle ricerche…                                                                                 

Ecco i titoli dei testi di questa seconda raccolta:

1).Vittoria e suoi quartieri dal Seicento al Novecento

2).Storia del Monumento ai Caduti (“Comune Notizie”, giugno 1997)         

3).Il carrubo nel paesaggio agrario e nella storia di Vittoria (“I Mediterranei”, 1/1999)

4).Il Castello Colonna Enriquez (“I Mediterranei” n. 3/1999).

5).Francesco Marangio: ascesa e caduta di un imprenditore del ‘600 (“Comune Notizie” 1/1999)

6).Il Teatro Comunale di Vittoria (“I Mediterranei” 2/1999).

7).Nascita di una città. Le tappe della fondazione di Vittoria (“Comune Notizie”)

8).Il territorio prima della fondazione, nei documenti storici e negli atti notarili.

1).Vittoria e suoi quartieri dal Seicento al Novecento

Scoglitti.

Scoglitti, pur facendo parte integrante del Comune di Vittoria e sorta e sviluppata in funzione della città dell’entroterra, merita una storia a parte.

Il suo nome compare in alcune mappe del ‘500 e per la prima volta con chiarezza nella deliberazione del 1639 con cui fu assegnato il territorio a Vittoria, mentre nelle carte del 1608 con cui si procedette all’assegnazione delle terre ai nuovi coloni appare citata la “via della cava di gesso di Cammarana”, una delle due strade che portavano al mare (l’altra, come si è detto sopra è l’attuale strada delle Gerbe, nota anche come Regia Trazzera dei Cappuccini). Lo sviluppo della zona (deserta fino al 1584, come testimonia Camillo Camilliani) è legata alla nascita di Vittoria che tramite Scoglitti ha un collegamento diretto con Malta.

Numerose infatti sono le tracce di presenze di commercianti maltesi a Vittoria lungo il Sei-Settecento.

Se l’attuale sito di Scoglitti era deserto nella seconda metà del Cinquecento, non così era il promontorio, dove attrono alla chiesa della Madonna di Cammarana, ogni estate il 15 agosto si riunivano migliaia di fedeli a festeggiare l’Assunzione con una fiera e una corsa di cavalli, cosa testimoniata da Fazello nel 1554 e dallo stesso Camilliani trent’anni dopo. Il culto continuò fino a tutto il 1834. Il promontorio di Cammarana ricevé le attenzioni del Principe di Biscari, che vi fece fare scavi disordinati nelle necropoli di Kamarina nella seconda metà del Settecento, da Jean Houel (che visitò la Sicilia dal 1776 al 1780). Sia Biscari che il francese descrissero i ruderi del tempio di Atena, addossata ad un muro del quale funzionava la chiesa della Madonna.

Il culto, di probabile origine bizantina, è collegato in qualche modo alla tradizione delle statue di Gulfi e alla elaborazione sette-ottocentesca della leggenda del salvataggio e dell’arrivo a Gulfi delle statue della Vergine e del Salvatore, che sarebbero state spinte in mare al tempo della persecuzione iconoclastica a Costantinopoli nell’VIII secolo d.C. (sono invece del XVI secolo). Ma già la nuova borgata di Scoglitti aveva da tempo assorbito in pieno le funzioni economiche un tempo di Cammarana. Man mano che si svilupparono le funzioni del porto, anche il culto della Madonna si modificò aggiungendo alle antiche funzioni agrarie di protettrice del raccolto (caratteristiche della Madonna Assunta, derivatele dai precedenti culti greci di divinità del raccolto quali Demetra-Persefone e poi Cerere e Iside in età ellenistico-romana) anche le funzioni di “protettrice dai pericoli del mare”, cioè di “Portosalvo”.

Tale attributo è testimoniato dalla descrizione dell’interno della chiesa lasciataci dall’inglese Smith nel 1816, relazione pubblicata solo nel 1989. Anche per questo, dopo l’incendio del 1834 e il restauro della statua della Vergine (che fu riportata a Scoglitti nel 1865 da Palazzolo Acreide), la Madonna di Cammarana si identificò con la Madonna di Portosalvo e fu ospitata nella chiesa di San Francesco che appunto aveva il titolo di “Madonna di Portosalvo” e che originariamente era una cappella privata dei marchesi Ferreri.

Scoglitti a fine Settecento esporta a Malta migliaia di barili di vino vittoriese. Lo sviluppo della zona avrà però un balzo dopo l’eversione della feudalità nel 1812, quando venne meno il monopolio del marchese Ferreri che non riuscì a dimostrare i titoli di possesso su Scoglitti. Da quel momento numerosi altri proprietari e imprenditori poterono dedicarsi al commercio del vino.

Nel 1835 fu tracciata la nuova strada per Scoglitti, a metà tra l’antica strada della Marina (l’attuale Arcerito o Gaspanella) e la Regia Trazzera dei Cappuccini), al fine di facilitare il trasporto del mosto o del vino allo scaro.

Anche prima dell’unità d’Italia si era avvertita l’esigenza di costruire un vero e proprio molo. Ci rimangono infatti tracce dei numerosi tentativi. Agli anni Cinquanta dell’Ottocento risale l’incarico all’ingegner Francesco Sortino per la progettazione di un molo. Ma solo l’unità d’Italia, con l’avvento al governo del Comune della borghesia agraria “vinaiola”, richiese la costruzione di un vero e proprio porto. Dopo Nino Bixio, che se ne fece interprete al Senato nel 1871, fu l’iniziativa di Cancellieri a imprimere una svolta, facendo denominare nel 1879 Scoglitti “porto di 4 classe”. Da allora continuano i tentativi di costruire un grande porto a Scoglitti…

Man mano che Scoglitti cresceva (dai pagliari si era passati in breve alle case e ai magazzini in muratura) si rendeva necessario assicurare tutti i servizi necessari (chiesa, anagrafe, scuola, medico condotto, carabinieri, cimitero, etc.), cosa che avvenne dal 1870 in poi.

Dal 1877 Scoglitti fu inserita come tappa bisettimanale per il postale della Compagnia Florio, ma la sua importanza è descritta così nel 1892:

“…E’ uno dei porti…più viniferi della più vinicola provincia d’Italia…Scoglitti, grossa borgata a mare, è porto frequentatissimo da velieri e vapori, essendo punto d’imbarco di gran parte di quel vino che ha appunto nome di Scoglitti o Scoglietti, assai noto e ricercato in commercio e del quale nel porto di Genova c’è grande ricerca…” (Gustavo Chiesi).

La China riferisce i nomi delle diciannove vie della borgata, in parte oggi mantenute: Trapani, Venezia, Marsala, Augusta, Genova, Terranova, Taranto, Bandiera, Cagliari, Napoli, Scrofani, Tumminello, Palermo, Siracusa, Messina, Spiaggia (probabilmente la riviera per Camarina), vicolo Cancellieri (di cui oggi rimane traccia all’angolo tra via Venezia e l’attuale via Plebiscito (ex Roma).

A questo nucleo, man mano si aggiunsero altre vie, specie dopo il 1930, mantenendo in parte la scelta di città marinare (ad es.: Livorno, Amalfi, Ancona, Trieste, Siracusa, Catania), in parte la retorica risorgimentale o nazionalistica (es. piazza Cavour, piazza Indipendenza, Vittorio Veneto, Regina Elena, Principe di Piemonte) o nomi di combattenti della 1a Guerra Mondiale (es.: Ammiraglio Millo, Luigi Rizzo).

A questo aggregato originario, mantenutosi fino agli anni Cinquanta di questo secolo, si sono oggi aggiunti numerosi altri insediamenti e villaggi nell’interno e lungo le riviere per Kamarina e per Gela.

La frazione, quartiere autonomo, è inscindibilmente legata a Cammarana, cioè l’antica Kamarina. La cui storia ha lasciando leggende, proverbi e ricche tradizioni storico-folkloriche che meriterebbero di essere riscoperte e rivalutate, quale il complesso di tradizioni incentrato attorno alla Madonna di Cammarana, che affonda le sue radici nell’antichità classica e bizantina e che superate le oscure vicende dell’età araba e della conquista normanna, ritorna a vivere sul promontorio almeno dal XII secolo e poi con grande richiamo di gente dal XVI secolo fino al 1834.

Il turismo della zona ne potrebbe ricavare grande giovamento.

2). Storia del Monumento ai Caduti (“Comune Notizie”, giugno 1997)         

Il 4 novembre 1930, alla presenza delle massime autorità fasciste dell’epoca sistemate su un palco appositamente costruito, in una piazza ornata da una profusione di bandiere tricolori, con i prospetti del Teatro Vittorio Emanuele e del Municipio illuminati da migliaia di lampadine, in una città letteralmente coperta da migliaia di striscioni e manifesti inneggianti all’evento e frastornata dallo sparo di ben 100 bombe, si inaugurava il Monumento ai Caduti, opera dello scultore Turillo Sindoni.

Si concludeva im pompa magna, in un eccesso di retorica patriottica inneggiante alle sorti magnifiche del Fascismo e dell’Italia, una lunga vicenda politico-amministrativa, che ha aspetti persino comici, ma che nulla toglie al profondo rispetto che anche oggi va nutrito per i cinquecenti giovani vittoriesi che immolarono innocenti la loro vita nella Grande Guerra.

In tempi in cui il nome di “patria” stenta ad essere pronunciato ed invece ha bisogno di essere gridato con rispetto a fronte delle follie secessioniste, ripercorrere la storia del Monumento ai Caduti, che ritorna oggi nella Piazza del Popolo dopo quasi 33 anni in un diverso contesto monumentale, significa ripercorrere la storia di un decennio cruciale nella vita di Vittoria e della Nazione, dal 1919 al 1930.

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L’idea di creare a Vittoria un monumento ai caduti nella Grande Guerra è imposta dall’alto.

Infatti le ricerche d’archivio svolte presso l’Archivio Storico comunale (per l’accesso al quale ringrazio il sindaco Aiello) fanno iniziare la vicenda nella seduta consiliare del 26 marzo 1919.

In un consiglio dominato dal partito iaconista, con frange di cancellieristi (ma solo per legami familiari col defunto Senatore) e una ristretta pattuglia di socialisti, sindaco l’avv. Emanuele Lucchesi, al punto 7 della seduta è iscritto l’oggetto: “Onoranze ai Caduti della Guerra”.

Il sindaco introduce l’argomento comunicando “una circolare della R. Prefettura di Modica, in data 2 dicembre 1918 n. 2.259, con cui si invitano i Comuni ad assolvere il debito di gratitudine verso i gloriosi caduti durante la guerra eternandone la memoria in una lapide ed in un monumento marmoreo, che sia anche testimonianza di onore e di gloria del Comune cui essi appartennero.

Ad onorare, egli dice, la memoria di coloro che tanto sangue generoso hanno versato, che giovani fiorenti si sono immolati per la nostra amata Patria, per una più grande Italia ricostituita nei suoi confini legittimi e naturali e per l’affermazione dei supremi ideali di umanità e di giustizia, già proclamati dal grande genovese Giuseppe Mazzini, ad onorare la memoria dei nostri cinquecento morti per la causa santa e nobile che per 41 mesi ha posto anche l’Italia di fronte alle agguerrite e infeste orde teutoniche, che minacciavano con la loro violenta aggressione la indipendenza, la libertà degli altri popoli civili, calpestando ogni principio di civiltà, d’umanità, di giustizia, è dovere nostro altissimo far sorgere a Vittoria, e precisamente nella Piazza Vittorio Emanuele, nel luogo ove più pulsa la vita della nostra cittadina, un monumento che ricordi ai posteri le gesta dei nostri eroi.

Onorando i figli di Vittoria, noi esalteremo la gloria di tutto il valoroso esercito e della forte armata italiana che resistette con incrollabile saldezza morale, con lo slancio delle più vive energie ai più gravi e duri cimenti della immane guerra, che oppose l’ardua ed eroica resistenza sulla linea del Piave dopo la infausta disperata giornata di Caporetto, che fece rifulgere infine sui glaciati campi di Vittorio [Veneto] lo splendore della stella d’Italia.

E l’Italia ora è finalmente ricongiunta ai suoi figli di Trento, Trieste, Fiume, già oppressi dalla feroce dominazione austriaca e anelanti l’amplesso della grande gloriosa madre antica. L’Italia, ora, resa sicura nei confini che natura le impose, può più liberamente assidersi nel consesso delle Nazioni a proclamare alto il diritto dei popoli, i quali non devono soggiacere ad obbrobriosi domini, ma devono tutti liberamente evolvere le energie nel radioso cammino della civiltà e del progresso”.

La retorica della relazione è intrisa di nazionalismo, con gli echi risorgimentali del raggiungimento dei confini naturali dell’Italia, di difesa  del diritto dei popoli e delle nazionalità oppresse dal dispotismo austro-ungarico a rivendicare la propria libertà. Si è trattato di una vera e propria guerra di liberazione dalla tirannide tedesca, che dovrebbe mettere la Nazione nelle condizioni di sedere fra le maggiori potenze europee e mondiali. Ci sono in pratica tutti i temi della delusione del trattato di Versailles, con la mancata concessione di Fiume all’Italia, che alimenterà per mesi e mesi la propaganda delle associazioni combattentistiche e porterà all’impresa dannunziana.

Ma intanto a Vittoria, viste le ristrette condizioni del bilancio, si propone che “provvisoriamente si ponga una lapide commemorativa, salvo a studiare in seguito il modo e ricercare i mezzi per erigere un monumento”.

Il cons. Salvatore Carfì, ex sindaco e capo di una delle due fazioni iaconiste, ma già membro dell’Associazione dei Combattenti,  “esprime invece l’avviso che sin da ora si provveda nel migliore o più solenne modo possibile a rendere un doveroso tributo alla memoria dei gloriosi caduti senza che ci si preoccupi dell’entità finanziaria per le degne e solenni onoranze”.

Caratterizzate da un violento antisocialismo ed antibolscevismo, le associazioni dei combattenti costituiranno l’ala nazionalista del fascismo e spesso il braccio armato delle squadre nere al servizio degli agrari.

Vittoria, culla del socialismo nel circondario di Modica, è nel primo dopoguerra divisa in due: da un lato i socialisti, guidati, dopo la scomparsa di Nannino Terranova (agosto 1918) e Gaetano Puglia (agosto 1919) dall’avv. Salvatore Molé, Giuseppe Emma e Giuseppe Longobardo; dall’altro il partito municipale degli Iacono, diviso però in alcune fazioni, ma il cui capo assoluto è il comm. Giombattista Iacono. Di fronte al pericolo rosso, che già è riuscito a Vittoria a imporre la giornata di lavoro di otto ore e intende promuovere l’occupazione delle terre, le varie fazioni iaconiste si unificano in un “fascio antibolscevico” dal nome di “Unione democratica”, che si contrappone ai socialisti nelle amministrative del 7 novemre 1920.

Dopo trent’anni però, il blocco conservatore è sconfitto.

I socialisti hanno 4.136 voti contro i 3.000 del Blocco Democratico (Ferraro): stavolta a nulla sono valsi i brogli, le pressioni, l’eccezionale mobilitazione delle clientele iaconiste.

La legge assegna ben 31 consiglieri ai socialisti, 9 all’opposizione. I socialisti conquistano complessivamente 13 comuni e hanno la maggioranza nel Consiglio Provinciale di Siracusa.

Il blocco iaconista si scompagina dopo la sconfitta e numerosi suoi rappresentanti aderiscono ormai in massa all’Associazione dei Combattenti, che arriva ad avere oltre un migliaio di soci e che in contatto col ragusano Filippo Pennavaria, costituisce la manovalanza per l’attacco all’amministrazione.

La prima giunta socialista di Vittoria, prosindaco Salvatore Molé, dopo appena cinque mesi sarà travolta dalla violenza degli ex combattenti e dei fascisti in un crescendo di incidenti, scontri, incendi e sparatorie, culminate con la morte del consigliere socialista Campagna e poi nei gravi fatti del 13 marzo con l’assalto alle sedi socialiste e l’arresto del prosindaco, che subito dopo rassegnerà le dimissioni, aprendo la via allo scioglimento del Consiglio. I disordini continueranno ancora fino all’uccisione il 1° maggio 1922 di Orazio Sortino. Le associazioni combattentistiche ormai si identificano con il fascismo.

A Ragusa e a Comiso sono emerse due figure guida delle squadre nere: Filippo Pennavaria e Biagio Pace,  confluiti nel fascismo e destinati a essere rivali, entrambi con numerosi morti sulla coscienza per avere guidato squadracce contro i socialisti e le organizzazioni contadine a Ragusa e a Comiso. All’uno o all’altro si rifaranno nel tempo le varie fazioni del partito nazionale fascista di Vittoria. Gli Iacono, imparentati con Pace, sono naturalmente con lui.

Accantonato dal sangue e dai disordini degli anni 1919-1922, il problema del monumento ritorna a fine 1923 quando, dopo una lunga gestione commissariale, nel primo anniversario della marcia su Roma, la Giunta guidata dal dr. Salvatore Gucciardello riprende l’annosa questione.

Infatti il 29 ottobre 1923 con delibera n. 231 si stabilisce l'”Omaggio di una lapide e di una lampada votiva ai Caduti per la Patria”.

La Giunta ritiene che “in questo primo anniversario della rivoluzione fascista, che ha iniziato la quarta rinascita della Gran Patria Italiana, è giusto che sia valorizzata la vittoria delle armi italiane, che decise a favore della civiltà occidentale la guerra di popolo che per ben quattro anni travagliò il mondo; ritenuto che nella imminente ricorrenza del 4 Novembre, anniversario della memorabile giornata di Vittorio Veneto, è giusto che la nostra Città, dal nome augurale, renda un tributo di riconoscenza a tutti quei gloriosi, i quali s’immolarono alla grandezza d’Italia”. Nell’attesa “di un più grande e più degno monumento alla memoria dei nostri morti, è doveroso intanto che un segno tangibile della nostra gratitudine sorga in luogo opportuno, in modo che ognuno di noi possa, in ogni momento, volgere a loro un grato pensiero”. Cosa che può essere ottenuta con “l’apposizione di una lapide sulla facciata del Palazzo di Città, in Piazza Vittorio Emanuele, e propriamente a lato del balcone esterno verso via Volturno [l’attuale via Rosario Cancellieri] riunisce il pregio della centralità e dell’ornamento del palazzo stesso, in quanto tale nuova lapide viene a fare ordine con quella dedicata a Vittoria Colonna, fondatrice della nostra città che si trova nella stessa facciata, accanto al balcone esterno verso via Garibaldi”, lapide che deve essere illuminata da una lampada votiva.

Infine la Giunta delibera di compendiare in poche parole il messaggio, “le quali, insieme insieme alla simbolica lampada votiva debbono rappresentare tutto il nostro omaggio riconoscente e che pertanto basterà fare incidere nel marmo le parole ‘Ai caduti per la Patria’, per farci ricordare tutti coloro che lasciarono la loro vita per dare una maggiore grandezza alla nostra Italia”. Pertanto si delibera di far murare una lapide in marmo nella facciata in Piazza Vittorio Emanuele del Palazzo di Città e propriamente all’angolo, dopo il balcone esterno verso la via Volturno, in memoria dei gloriosi morti in guerra, con l’iscrizione “Ai caduti per la Patria”, sormontata da una lampada votiva…”.

Come si vede il linguaggio è ancora quello proprio del nazionalismo e della esaltazione delle armi italiane. Il riferimento al fascismo fa solo da cornice ad una decisione che è ancora tutta nell’alveo della tradizione combattentistica.

La lapide, murata il 4 novembre 1923, costò £. 1600 e andò distrutta nella demolizione del Municipio (l’analoga lapide murata in Piazza del Popolo all’angolo con la via Cavour risale agli inizi degli anni Settanta).

Contrasti interni al fascismo vittoriese e alle lotte tra le fazioni Pennavaria e Pace portarono a fine anno alle dimissioni del sindaco Gucciardello (che in Pennavaria aveva il suo referente) e che dal punto di vista amministrativo cercò di collegarsi idealmente alla sindacatura Cancellieri, in una posizione che andava al di là del fascismo stesso e che pertanto, venata di un minimo di autonomia decisionale, non fu tollerata dai dirigenti del PNF di Vittoria. Costretto alle dimissioni, il sindaco rivendicò puntigliosamente il suo operato con una apposita pubblicazione.

Il nuovo sindaco fu il cav. Salvatore Ricca, che era stato prima assessore e ricopriva anche la carica di presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti di Vittoria.

Approfittando della duplice carica, il cav. Ricca dà una svolta alla questione monumento, che si era impantanata per lo scarso entusiasmo con cui procedeva la raccolta dei fondi ad opera della stessa Associazione. Al di là infatti della tronfia retorica, l’Associazione non era riuscita a raccogliere la somma necessaria.

Di tale situazione rende conto il sindaco in consiglio, nella seduta del 12 luglio 1924, che ha tra le altre cose all’ordine del giorno “Provvedimenti per la raccolta di somme pro munumento ai caduti per la Patria”. Il verbale, steso dal segretario Salvatore Busacca, riporta fedelmente la discussione e la proposta risolutiva.

Ricca dice che il Consiglio è chiamato “a compiere un atto di patriottismo, al quale indubbiamente non vorrà sottrarsi e comunque derogare. Aggiunge che parla con la duplice qualità di Sindaco del Comune e di Presidente del Comitato cittadino per l’erezione del monumento ai nostri gloriosi caduti nell’ultima grande guerra di liberazione.

Rileva, anzitutto, che dopo quasi sei anni dalla fine della cennata guerra, e quando già migliaia di città, grandi e piccole, hanno innalzato i loro monumenti in memoria dei cauti, il nostro Comune non è ancora al caso di dimostrare di essere pronto ad iniziare una simile opera doverosa. Numerose e spesso non liete vicende, ch’è vano enumerare, hanno finora paralizzata l’azione del Comitato, mentre la cittadinanza -perché non dirlo?- ha risposto con mediocre slancio all’appello in favore della concretazione di un atto di memore patriottismo, ch’è, nello stesso tempo, atto di gratitudine verso i nostri fratelli morti in guerra ed atto di omaggio alla gloriosa gesta della gente italica, che ha reso ancor più grande la Patria.

Le oblazioni della cittadinanza non sono state quali era lecito aspettarsi. Oltre alle ventimila lire stanziate dal Comune, soltanto qualche altro migliaio di lire si è ricavato da una sottoscrizione pubblica, eseguita -è giusto notarlo- in un momento in cui le condizioni generali economiche della Città erano molto più floride di quello che non siano oggi; ciò che induce a ritenere che un nuovo tentativo di sottoscrizione darebbe risultati ancora più insignificanti. Or, di fronte all’impegno assunto dal Comitato, che s’identifica con l’obbligo morale della cittadinanza, di erigere, cioè, un degno monumento ai nostri 500 morti in guerra, il sig. presidente, conscio dell’antico e mai smentito entusiasmo patriottico della nostra città, non esita a proporre al Consiglio l’approvazione di un provvedimento, che varrà a superare le difficoltà finanziarie che sino ad oggi hanno paralizzato il nobile compito del Comitato. E’ risaputo -dice il sig. presidente- che da tempo immemorabile, tanto nel nostro Comune, quanto in molti altri dell’Isola, in occasione di feste religiose, e specialmente dei festeggiamenti annuali in onore dei rispettivi patroni, si ricorre ad un mezzo indiretto per la raccolta di oblazioni, onde far fronte alle necessarie spese, e cioè all’imposizione di un sovra-prezzo temporaneo ai prezzi di calmiere, al quale sono soggetti alcuni generi di consumo, che va a beneficio del maggior decoro dei festeggiamenti.

E non solamente per le feste religiose, ma anche per feste civili straordinarie, quali per esempio la celebrazione di centenari e di anniversari di ricorrenze patriottiche si ricorre all’imposizione dell’anzidetto sovra-prezzo. Nel nostro Comune, annualmente, è l’aumento temporaneo del prezzo di calmiere delle carni macellate fresche, che serve mirabilmente ad impinguare il bilancio del Comitato delle feste in onore del Patrono della Città. E proprio in quest’anno, in soli trentatr‚ giorni il comitato delle feste patronali ha potuto ottenere un netto ricavo di £. 6764.75 dal sovra-prezzo di cinquanta centesimi a chilogrammo sulla vendita delle carni.

I macellai e i cittadini, hanno sempre accolto di buon grado tale mezzo indiretto di raccogliere delle cospicue somme a vantaggio di feste civili e religiose.

E perché -aggiunge il sig. presidente- non ricorrere, anche per l’erezione di un Monumento ai Caduti per la Patria, a questo mezzo di oblazioni, che praticamente finisce col passare inavvertito ai cittadini, i quali comprano le carni per l’alimentazione delle loro famiglie?

La proposta, comunicata già a tutti i macellai e a molti cittadini, appartenenti alle varie classi sociali, ha riscosso il generale consenso; e perciò il Comitato pro-monumento ai caduti ha incaricato il signor presidente -con la sua doppia qualità di sindaco e di presidente del Comitato stesso- di esperire tutte le necessarie pratiche per ottenere l’imposizione del predetto sovra-prezzo, almeno per un anno, quale concorso delle spese occorrenti per l’erezione del monumento. 

Il sovra-prezzo di cinquanta centesimi a chilogramma da imporsi in aggiunta al prezzo di calmiere per la vendita delle carni, potrebbe facilmente rendere, in un anno, intorno alle 70.000 lire, le quali aggiunte alle 20.000 stanziate dal Comune e a quelle altre oblazioni raccolte dal Comitato, potrebbero formare un totale più che sufficiente a fronteggiare le spese occorrenti per innalzare un degno monumento ai nostri gloriosi caduti.

La Giunta- dice il sig. presidente- avrebbe potuto senz’altro imporre l’anzicennato sovra-prezzo, nella sicurezza che nessun reclamo sarebbe stato elevato dai cittadini; ma essa crede di non doversi sottrarre all’obbligo morale di sottoporre la proposta all’esame e all’approvazione dell’On.le Consiglio, ch’è il legittimo rappresentante della cittadinanza, chiamato ad esprimere i desiderata e a rendersi fedele interprete d’ogni sua manifestazione d’indole morale ed economica. E’ necessario -continua il sig. presidente- che la nostra Città non continui più oltre a rimanere nella mortificante inerzia in cui è rimasta per parecchi anni, ed è quindi non meno necessario che qualsiasi iniziativa pro-monumento ai caduti, venga fiancheggiata, sorretta e confortata dall’azione pronta ed efficace delle autorità comunali, oltre che di quella non meno pronta della cittadinanza nel nobilissimo intento di raggiungere la meta che ognuno in cuor proprio si è prefissa: quella, cioè, di eternare nel bronzo e nel marmo la gloria dei nostri fratelli che immolarono la loro vita, piena di energia e intessuta di entusiasmo, alla grandezza della Patria.

E’ indispensabile, eziandio, che la nostra Città non continui più a lungo ad essere oggetto dei non gentili commenti di forestieri, i quali, venendo fra noi, e guardando la lapide murata nella facciata del Palazzo di Città e dedicata “ai caduti per la Patria” concludono col dire ch’è assai scarso il nostro tributo di riconoscenza, se ai nostri caduti non abbiamo saputo dedicare che una modesta lapide ed una ancora più modesta lampada votiva.

Propone quindi -il sig. presidente- che il Consiglio deliberi di approvare l’imposizione, per un anno a partire da domani, di un sovra-prezzo di cinquanta centesimi a chilogramma sui prezzi di calmiere delle carni macellate fresche bovine e di venticinque centesimi sui prezzi delle carni ovine da versare al Comitato pro-monumento ai caduti per la Patria, onde fronteggiare le spese occorrenti per l’erezione del monumento stesso…”.

Il Consiglio Comunale nulla ha da ridire alla proposta del sindaco. se non “plaudire alla di lui iniziativa” e unanime delibera “di autorizzare la Giunta Comunale ad imporre l’aggiunta di cinquanta centesimi a chilogramma sui prezzi di calmiere per la vendita al minuto delle carni macellate fresche bovine e di venticinque centesimi per le carni ovine, devolvendone l’incasso a favore dell’erigendo monumento ai caduti per la Patria, nativi del nostro Comune”.

I fondi, raccolti dall’esattore comunale, saranno depositati al Banco di Sicilia, con libretto intestato al sindaco, quale presidente del comitato cittadino pro-monumento ai caduti.

E così, ciò che era iniziativa privata del Comitato costituito in seno all’Associazione Nazionale Combattenti, fu addossata al bilancio comunale. E’ facile pensare con quale gioia la cosa fu accolta dalla cittadinanza, ma d’altra parte lo scopo era buono: si trattava di onorare i caduti di ben cinquecento famiglie che aspettavano da anni quanto era stato promesso da un passato consiglio…

Fin qui le carte del Comune, chiare sui processi amministrativi, ma mute sull’autore del monumento e sulle sue caratteristiche.

Bisogna arrivare al 26 marzo 1930 per saperne di più.

Nel frattempo il regime ha stretto sempre più le catene della dittatura. Modificate le leggi elettorali, dopo il delitto Matteotti, Mussolini dà la stretta finale. Banditi i partiti politici d’opposizione e i sindacati, perseguitati e incarcerati gli avversari, svuotato di significato il Parlamento, istituito il Tribunale speciale, persino i sindaci fascisti eletti da consigli comunali formati su un’unica lista di fascisti sono un lusso “democratico”. Al loro posto dalla fine del 1928 in poi vengono insediati i podestà, dotati di tutti i poteri amministrativi.

A notabili come il cav. Salvatore Ricca e il cav. Salvatore Scrofani, che gli successe, fu sostituito il podestà nella persona dell’avv. Michele Maltese, esponente dell’ala Pennavaria insieme con Gucciardello e che ora, grazie alla momentanea preminenza di Filippo Pennavaria nella neonata provincia di Ragusa ritorna al vertice del comune di Vittoria.

Tocca a lui riprendere la questione del monumento. Dopo avere spremuto ben 90.000 lire dalle tasche dei consumatori vittoriesi, del monumento non c’era neanche l’ombra. Lo scultore incaricato, tale Turillo Sindoni, non solo non aveva consegnato l’opera, ma era in lite con il Municipio. Probabilmente l’intervento del Pennavaria valse a sbloccare la situazione, piegando l’orgoglio di amministratori che conservavano comunque un minimo di dignità municipale di fronte ad uno scultore che è dipinto dal podestà stesso come un insopportabile millantatore inadempiente.

La deliberazione podestarile n. 117 del 30 marzo 1930 Š illuminante per avere contezza della questione. Si tratta infatti di una “Transazione col prof. Sindoni per l’acquisto del Monumento ai Caduti Vittoriesi nella grande guerra”.

Ricordato che in data 4 dicembre 1922, ad iniziativa della locale Sezione del Fascio di Combattimento, si era costituto a Vittoria un Comitato per tutte le allora esistenti associazioni, allo scopo di erigere un Monumento ai Caduti della grande guerra, “nel settembre 1923 si presentò al Comitato esecutivo lo scultore Sindoni, esibendo un campionario di  monumenti, su cartoline illustrate, e  tra essi il Comitato fermò la sua attenzione su uno del quale domandò la fotografia in grande per l’eventuale approvazione, nella quale occasione si sarebbero stabilite le caratteristiche e le dimensioni del Monumento e se ne sarebbe convenuto il prezzo che il Sindoni diceva ascendere tra le 70.000 e 90.000 lire”. Ma, “trascorsi appena cinque giorni, il Sindoni inviò una fotografia e nel contempo chiese £. 3.000 di anticipo, adducendo di avere già eseguito il Monumento…; ciò non corrispondeva, e non poteva corrispondere a verità per accertamenti eseguiti a cura del Comitato, il quale in seguito venne tempestato di richieste telegrafiche ed epistolari dal Sindoni, chiedendo anticipi in forma strana; e non ottenutili fece seguire una citazione contro del Comitato e del Comune…; in data 17 luglio 1929 il Sindoni notificava un monitorio al Comune e alle altre parti chiamate in causa, protestando danni per l’iscrizione accesa e dicendosi pronto alla consegna del Monumento”.

“Il Commissario del tempo al Comune, col proposito di definire la questione, che si sdiluiva in ingenti spese giudiziarie, per quanto provocate capricciosamente, per evitare la riproduzione del giudizio, e principalmente per tentare la effetiva erezione del Monumento, scrisse a questi dichiarandosi pronto ad acquistare il Monumento, se corrispondente in ogni parte a quello che diceva pattuito col Comitato, pagandolo per il prezzo di £. 80.000; promettendo la cancellazione delle iscrizioni e la piena conciliazione d’ogni vertenza, con lo scioglimento del Comitato e l’evocazione al Comune della vertenza, esonerando il Comitato, che in appresso si sciolse…[alla quale proposta] il Sindoni aderì”.

Ma “nulla intanto esistendo del Monumento, questi chiese proroghe e proroghe, che furono consentite all’unico scopo di metterlo in grado di fare sul serio l’opera pattuita originale, e di cui s’ebbe il bozzetto…e in seguito si ader anche un aumento di œ. 10.000 sul prezzo”.

“Invitato all’accettazione del lavoro, si recò a Roma il Commissario con altri due tecnici, i quali dovettero subire un’odissea tra vari cantieri trovando tutto in bozza; e per giunta dovettero recarsi a Napoli, ove, presso il cantiere Laganà, esisteva la statua fusa in bronzo”.

“In esecuzione allo stabilito nel febbraio scorso il Sindoni invitò il Comune ad inviare il suo incaricato per la spedizione del Monumento, che finalmente diceva pronto”.

Ma “essendosi subito recato a Roma l’incaricato Zappalà Domenico, economo del Comune, con la somma e le carte da stipulare contrattate, il Sindoni venne inadempiente, col pretesto d’avere prima radiate le iscrizioni.

Essendo stato dichiarato inadempiente, il Comune ruppe le trattative col proposito di chiamarlo a rispondere di tutte le ingenti spese, oltre le £. 50.000 fatte sprecare…”.

Davvero stanco di essere preso in giro, il podestà aveva avuto intenzione di interrompere definitivamente ogni contatto, ma “tuttavia in seguito ad intervento di S. E. il Prefetto, si sono riprese le pratiche”… Pertanto, finalmente, a marzo 1930 si chiude la questione alle seguenti condizioni:

1°) Il Comune assume in conto proprio ed esclusivo la responsabilità di portare a definizione la vertenza Sindoni, escludendone i membri dell’ex Comitato;

2°) di acquistare il Monumento ai Caduti di Vittoria presso il prof. Turillo Sindoni per il prezzo convenuto tra questi e il Commissario al Comune, di lire novantamila (œ. 90.000) tutto compreso e nulla escluso, e cioè comprese le spese di imballaggio, viaggio e installazione”.

A questi due punti seguivano ben altri otto, stesi in maniera precisa, al fine diobbligare il Sindoni a consegnare l’opera, chiudendo la vertenza, “…in quanto l’acquisto del Monumento taglia  in pieno e distrugge le ragioni di ognuno e di tutti a qualunque titolo e le parti restano completamente e assolutamente liberate da ogni molestia presente e futura”.

Risolta con grande fatica e solo per intervento dall’alto e con piena resa del Comune, la controversia giudiziaria, il 4 novembre 1930 si procedé all’inaugurazione in pompa magna.

Le somme furono anticipate dall’economo comunale.

Dopo l’inaugurazione, per recuperarle, fu necessario procedere ad una variazione di bilancio (del. 437 del 21 novembre 1930, “Variazioni al bilancio 1930”) con cui fu creato un apposito capitolo fra le spese facoltative straordinarie: “spese per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti e per altre solennità”, stanziandovi £. 27.000.

La lettura dell’ultimo atto (del. n. 127) relativo all’inaugurazione, adottato dal podestà Maltese il 7 febbraio 1932 che rimborsa £. 26.909,50 all’economo Zappalà per l’inaugurazione del Monumento ai Caduti e per altre solennit…” è interessante per  l’immaginabile clima retorico che si visse quel giorno e il “colore” dell’evento, reso possibile da tante piccole cose: il petrolio impiegato per lucidare le bombarde, il fascio di legna per cuocere ben 34 chili di farina usata per la colla per affiggere migliaia di manifesti e striscioni, i rinfreschi. Inoltre si impiegarono almeno 1.000 metri di satin acquistato la maggior parte a Catania dalla ditta Pantò, per confezionare 994 bandiere. Oltre alle 100 bombe sparate, furono bruciate 100 fiaccole, forse per far risaltare un particolare momento al buio della parata, prima dell’accensione delle 790 lampadine che ornavano il teatro e il Municipio.

Dopo l’inaugurazione del monumento e i discorsi celebrativi tenuti sul palco appositamente costruito, fu dato un grande ricevimento in Municipio, la cui sala delle adunanze fu svuotata dei mobili e fornita di un salotto nuovo preso in affitto, e dove furono consumati rinfreschi per 2.479 lire (su una spesa totale di £. 14.958) e “200 paste e 10 bottiglie di vermouth” acquistate al Caff‚ Roma di Ferrante. Filippo Pennavaria era venuto in un’automobile messagli a disposizione dal Comune, mentre un autobus di Giamporcaro aveva portato da Scoglitti le “rappresentanze politiche”…

In un tripudio di luci e fiaccole, centinaia di bandiere e fiumi di immaginabile retorica patriottica, si chiudeva, dopo 11 anni, la vicenda del Monumento ai Caduti, comunque bella testimonianza e degno ricordo di 500 vittoriesi, mandati a morire per conquistare Trento e Trieste.

E di questi tempi, è meritorio ricordarne il sacrificio a chi sproloquia di secessione.

Bibliografia

Archivio Storico Comunale:

1) Del. C.C. n. 7 del 26 marzo 1919.

2) Del. G.M. n. 231 del 29 ottobre 1923.

3) Del. C.C. n. 59 del 12 luglio 1924.

4) Del. Podestarile n. 117 del 26 marzo 1930 VIII.

5) Del. Podestarile n. 127 del 7 febbraio 1932 X.

Gianni Ferraro, Vittoria. Storia di una città, Civitas 1988.

Giombattista Marotta, “Quel sanguinoso 29 gennaio 1921”, in Vittoria in cammino, numero speciale di Comune Notizie per il 390° anniversario della fondazione.

Giuseppe Micciché, Dopoguerra e fascismo in Sicilia, Editori Riuniti 1976.

3).Il carrubo nel paesaggio agrario e nella storia di Vittoria (“I Mediterranei”, 1/1999)

A distanza di qualche decennio, ho ancora nelle nari l’odore dolciastro delle carrube ammucchiate nei magazzini o nelle stalle di campagna. Della mia infanzia è uno degli odori che più  ricordo, capace di ridipingere nella mia memoria un mondo oggi in gran parte scomparso.

Non sono uno che rimpiange il passato, bensì lo studia e cerca di ricostruirlo.

E le foto di Tony Barbagallo, ancora una volta, danno un grandissimo contributo, nella loro semplicità e bellezza, a ricostruire una storia antica: quella di un albero della nostra terra iblea, in particolare dell’agro vittoriese.

L’Ottocento, assieme al vino, fu il secolo delle carrube anche per Vittoria.

Nel suo famoso “Giornale del viaggio in Sicilia e particolarmente nella Contea di Modica” del 1808, l’abate Paolo Balsamo, professore di economia all’Università di Palermo, scrive che la campagna di Vittoria “produce proporzionatamente poco di frumenti, orzi, e legumi, e molto di olio, canape, carubbe e sopra tutto di vino, il quale ha molto credito…”.

Nella prima pubblicazione ufficiale di dati economici che si conosca su Vittoria, la cittadina fondata da Vittoria Colonna ai primi del Seicento appare dunque come grande produttrice di carrube.

La stessa cosa dirà nel 1855 Gioacchino di Marzo nella sua integrazione sub voce all’edizione del Dizionario Topografico della Sicilia dell’abate Vito Amico del 1757, produzione confermata anche nella famosa inchiesta Jacini del 1885.

Per tutto l’Ottocento quindi il carrubeto caratterizza con le sue forme imponenti anche il paesaggio agrario di Vittoria.

Scriveva Emanuele Mandarà nel 1993, che “dei 6.216 ettari di carrubeti di quarantacinque anni fa”, la nostra provincia “ha visto quasi dimezzate -tra distruzioni, abbattimenti ed altro- le superfici in ciò specializzate”. Fortunatamente il legislatore ha cercato di porre un argine all’ulteriore distruzione di quello che sembrerebbe essere un elemento tipico delle nostre campagne.

Ho usato volutamente il condizionale perché, in realtà, il carrubo nell’area di Vittoria è recente. Se si pensa che persino il ficodindia, così “siciliano”, non è anteriore alla scoperta dell’America, non c’è da stupirsi che ciò che oggi ci appare esistere da sempre nel nostro paesaggio agrario, invece fino a qualche secolo fa non esisteva per niente.

Ben poco infatti nelle nostre terre è spontaneo.

Il nostro paesaggio agrario è il frutto di millenni di esperimenti e di stratificazioni storiche e sociali, di cui le piante oggi esistenti sono eloquenti e tenaci testimoni.

Un esempio è il carrubo. Il cui nome, di origine araba, non significa però che prima non lo si conoscesse. Il suo nome scientifico in latino è ceratonia siliqua, ma Columella e Plinio lo chiamano siliqua graeca, attestandone la presenza in Sicilia in epoca tardo-repubblicana ma dal nome riferendola alla più antica cultura siceliota. La grande diffusione della pianta nell’Isola col nome arabo di “carrubo” significa, secondo alcuni studiosi, che gli Arabi introdussero una varietà a frutto migliore, che sostituì la varietà indigena.

Il nostro paesaggio agrario negli Iblei, grazie alla varietà araba, è divenuto quello che oggi ancora guardiamo.

Ma per Vittoria possiamo seguire la diffusione dell’albero anche attraverso i documenti storici. Pochi, ma significativi…

Oggi il paesaggio agrario che più denota le campagne vittoriesi, soprattutto verso il mare è quello delle serre. Verso Comiso e Chiaramonte è ancora quello tradizionale: viti, oliveti, agrumi.

Sempre più rado il carrubo. Ma prima non era così.

Il documento storico più antico che oggi conosciamo sul territorio di Vittoria, da me letto in un farraginoso carteggio chiaramontano, è tratto dal cosiddetto Quinterno del 1409, fatto redigere da Bernardo Cabrera. In esso si legge che l’odierno territorio di Vittoria era occupato in gran parte dalla “foresta di Cammarana”, chiamata anche di “Boscuplanu, lu quali est d’arbori di suvari”.

Le grandi querce da sughero però si affiancavano a numerose varietà di pini e alla ricchissima macchia mediterranea.

Gli alberi da frutto come il limone, l’arancio (introdotti dagli Arabi nel X secolo), i mandorli, l’olivo (che nella nostra zona era presente ben prima della colonizzazione dorica, ma di cui i Greci perfezionarono la coltura), la vite (anch’essa in epoca greca conobbe grande splendore) e il grande carrubo, che rendevano già nel Cinquecento un grande giardino la Valle dell’Ippari, sono tutti frutto delle trasformazioni o per meglio dire della creazione da parte dei nostri antenati del paesaggio agrario in cui oggi viviamo.

Ben prima della fondazione di Vittoria, già a partire dal 1550, la grande foresta e il bosco appaiono però già aggrediti dalle censuazioni, grazie alle quali i coloni aprono nella boscaglia fertili radure e chiuse con alberi “domestici”.

Alle grandi querce, alle infinite varietà di pini, al bosco mediterraneo, si sostituiscono a poco a poco i maggesi, le viti (già nel corso del Seicento a milioni, sempre in base ai documenti), gli olivi, i carrubi. Un processo ininterrotto che continua nel Settecento, come recita un documento vittoriese del 1714, in cui si descrivono i beni di un tale Luciano Spinella che, tra le altre cose, possiede “salma una di terre scapule con n.ro cinque piedi di carrubbe e due d’olive…in qontrata delli Maritaggi”. E cos via in numerosi altri riveli in cui la coltura della vigna è intrecciata con la piantumazione di carrubi e olivi.

La presenza storica del carrubo nella zona è attestata anche dalla gustosa astuzia con cui i Chiaramontani cercarono di confondere le acque durante la famosa controversia territoriale con Vittoria per il possesso di Boscopiano, che durò dal 1684 al 1764.

Infatti, quando nel 1639 la Corte Patrimoniale di Modica aveva assegnato a Vittoria il territorio entro cui riscuotere le gabelle, dalla parte di Comiso e Chiaramonte, lungo “il violo del Comiso” (l’attuale strada che da Comiso scende nella Valle dell’Acate e porta a Grammichele) fu scelto come punto fondamentale un grande carrubo, la “carrubba di Niscima”, contrada oggi di Vittoria.

Quanto imponente e visibile da lontano doveva essere quel carrubo, per fungere da stabile confine fra due popoli!

Ma venuti a contesa i Chiaramontani con i Vittoriesi per il possesso di alcune terre a confine tra le due città a cominciare dal 1684, ecco che un bel giorno “quell’albero venne sbarbicato fin dalle radici, da chi avea interesse di farlo sparire” (La China, che accusa in maniera elegante i Chiaramontani…).

E così il carrubo che prima con la sua presenza aveva definito un confine, con la sua assenza diede luogo ad un’aspra controversia per il territorio che fortunatamente si svolse tutta nei tribunali, ma che in altri tempi avrebbe visto sprizzare scintille di guerra…

Le trasformazioni agrarie dell’ultimo cinquantennio (prima l’agrumeto, poi le coltivazioni ortoflorofrutticole) hanno ridotto drasticamente l’area del carrubo. Pianta utilissima, ma appartenente ad una civiltà ormai superata, può essere salvata anche grazie a strumenti moderni e sofisticati, come le macchine fotografiche e l’abilità di veri e propri artisti (fra cui Tony Barbagallo), che ci lasciano negli occhi e nel cuore l’immagine di un passato durato fino ad oggi con tutta la sua grandiosa verzura…

4).Il Castello Colonna Enriquez (“I Mediterranei” n. 3/1999).

La sua costruzione fu la prima ad essere appaltata, il 4 marzo 1607 (Raniolo 1990, pag. 441) e risulta con un piano superiore già nel 1612. Sede del “castellano” che aveva il compito di provvedere alla sicurezza della nuova città, l’edificio fu ristrutturato nel 1643, in occasione della visita del viceré di Sicilia, Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera, figlio di Vittoria Colonna. Dopo il restauro il castello presenta cinque stanze di abitazione ed una sala; il corridoio e la scala di accesso al primo piano rimessi a nuovo; le volte e i tetti rifatti; un grande vano a pianterreno, una cucina ed un’anticucina; un nuovo portone d’ingresso.

Per tutto il Settecento l’edificio, con gli annessi magazzini, rappresentò il potere comitale, distinto e separato dal potere comunale (che aveva la sua sede nella cosiddetta Cancelleria (la casa all’angolo tra le attuali vie Bixio e Garibaldi).

Nel 1816 il “Castello” fu ceduto in locazione al Comune dall’ultimo Conte di Modica Carlo Stuart Fitz James. La locazione si trasformò in proprietà dopo varie vicende giudiziarie aventi per oggetto una somma che il Conte aveva ricevuto in prestito dal Comune e che mai aveva potuto restituire. La vicenda si concluse con un atto di transazione nel 1861, col quale la proprietà fu trasferita a tutti gli effetti al Comune di Vittoria. Dal 1816 fino agli anni Cinquanta il “castello” fu adibito a carcere.

Dal 24 aprile 1985, giorno della sua riapertura al pubblica, svolge le funzioni di “Museo Polivalente”. Recentemente sono stati restaurati e aperti anch’essi al pubblico il piano superiore e il cortile.

La parte più interessante, architettonicamente, appare l’ingresso.

“Dietro una grande grata (certamente inserita in epoca ottocentesca per esigenze carcerarie) si presenta una parete con tre aperture ad arco. Le due laterali sono state evidenziate nelle forme attuali dopo la rimozione degli intonaci. Il ripristino della interessantissima trifora di sapore cinquecentesco ingentilisce l’ambiente e ne nobilita lo spazio, inserendosi egregiamente nella forma dell’arco a tutto sesto della volta e nella suggestiva e pregnante materia della muratura in pietra squadrata delle pareti. L’arco centrale costituisce la direttrice di una volta a botte, immette nel corridoio che conduce al cortile retrostante; i due archi laterali -uno dei quali (il destro) Š stato ricostruito, poich‚ irreparabilmente manomesso – costituiscono le aperture d’ingresso architravate di due vani molto angusti…

Dal vano centrale d’ingresso…si accede [a] quattro vani…due prospicienti la Piazza Enriquez…due retrostanti…” (da “Guida al Castello Colonna-Enriquez. Cronaca, descrizione e problemi di un recupero, Comune di Vittoria, 24 aprile 1985”).

Quattro lesene delimitano il nucleo più antico della facciata principale, che contiene il portale d’ingresso.

Incisa nella chiave dell’arco del portale, si legge la data 1787 (un’altra data, 1786, si legge nella chiave dell’arco degli adiacenti “magazzini del Conte”), momenti certamente di ampie ristrutturazioni del complesso dei due edifici.

Interessante anche la facciata sul cortile, che recentemente è stata restaurata insieme con il cortile e che reca la lapide commemorativa dalla traslazione delle spoglie di Vittoria Colonna, che furono momentaneamente ospitate nella sala centrale il 29 giugno 1990, prima di essere tumulate nella nicchia appositamente creata in una parete della Cappella del Sacro Cuore a San Giovanni.

5).Francesco Marangio: ascesa e caduta di un imprenditore del ‘600 (“Comune Notizie” 1/1999)

1. Dalla “storia di Vittoria” alla “storia dei Vittoriesi”.

“…Francesco Marangio di Vittoria titulo donationis irrevocabilis inter vivos diede al Venerabile Convento novamente edificato in questa Terra di Vittoria sotto titolo di San Francesco di Paula migliara quindici di pianta di vigna con suoi arbori d’olivi et altri in quelli ex.nti siti e posti nel territorio di questa predetta Terra in q.ta chiamata delli chiusi di Cutello e della Dragonara qf. con vigni di m.ro Vincenzo d’Arduino, pianti di vigna dell’heredi del quodam Philippo Spinella et altri confini”.  Così recita l’estratto di un atto rogato il 3 ottobre 1671 dal notaio Giuseppe Mandarà, un comisano stabilitosi a Vittoria.

 E’ questo un breve saggio dell’enorme massa di notizie inedite che da quasi cinque anni cerco di sistemare in una nuova storia della città. Dall’Archivio di Stato di Palermo infatti mi pervennero oltre 250 atti notarili relativi al periodo 1653-1682. Grazie a queste fonti, all’esame dei riveli dal 1616 fino al 1748, all’analisi dei registri parrocchiali dei battesimi dei matrimoni e dei defunti, la messe di dati sulla nostra città è cresciuta in modo esponenziale, smentendo e stracciando spesso molti dei luoghi comuni (a volte vere e proprie idiozie) intessuti nel corso dei decenni sulla storia della città. Queste fonti parlano di uomini in carne ed ossa: nomi e cognomi, provenienza, mariti e mogli, numero dei figli, i loro beni: case (e così si possono ricostruire le mappe dei quartieri); terre (e così veniamo a sapere della conquista della campagna, con la denominazione delle contrade); animali e bei mobili in genere. Ma anche la religiosità, in quanto la maggior parte degli atti parlano di donazioni alle chiese, agli altari ed ai conventi.

Interessanti si stanno rivelando anche i registri parrocchiali (che il Comune possiede in duplicato, su gentile concessione di Monsignor Giuseppe Calì), dai quali sto ricavando altra messe di inedite notizie non solo sulla data esatta delle fondazioni di chiese e conventi, bensì anche di fatti di costume, che arricchiscono le nostre conoscenze sulla città.

Abbiamo cioè la possibilità di costruire “il tessuto umano della storia”: vorrei dire che ora si può passare dalla “storia di Vittoria”, generica ed anonima, alla “storia dei Vittoriesi”.

2. L’ “eredità Marangio”.

Tra i tanti atti notarili, ho scelto appunto quelli riguardanti un certo Francesco Marangio, attratto dalla lacrimevole storia che in essi si narra. Storia che comunque mi sembra emblematica delle possibilità nuove offerte da questa città e dal suo territorio a uomini capaci e intraprendenti, tenendo bene a mente che si tratta di persone che operarono in un periodo che la storiografia contemporanea qualifica come “il secolo di ferro” (Henry Kamen) e che la storiografia tradizionale sulla Sicilia spagnola definì di decadenza e di arretratezza. Se così fu per altre zone dell’Isola, non possiamo dire che fu lo stesso per Vittoria. Inoltre tale scelta mi consente di cogliere altri aspetti della societ… vittoriese del Seicento, con nuovi e ampi squarci di luce.

Il nome di Francesco Marangio compare nei documenti per la prima volta in data 15 marzo 1662, quando Michele Bellardita nomina nel suo testamento come erede universale la Cappella e l’Altare del Santissimo Crocifisso nella chiesa di San Giovanni, eleggendo Blandano Magro e Francesco Marangio suoi esecutori testamentari (Raniolo 1990). Altre notizie il 2 gennaio 1663, quando Filippo de Ciano assegnò i due terzi di una bottega esistente nel Piano della Grazia a Francesco marangio come procuratore dei nipoti Petra e Filippo Ficili.

A queste notizie, desunte dall’opera di Raniolo, vanno aggiunti i dati riportati all’inizio, tratti dall’atto di donazione al Convento di San Francesco di Paola il vecchio, esistente fino al 1693 nell’attuale via Garibaldi a metà dell’isolato tra via San Martino e la via Magenta: ben 15 migliara di vigne alla Dragonara!

Da questi documenti, possiamo farci già l’idea che si trattava di un grosso proprietario di vigneti, con una grande devozione nei confronti di San Francesco di Paola (suo santo onomastico), e forse di un commerciante (per il cenno alla procura sulla bottega di Filippo Ciano).

Il gruppo di atti in questione fu rogato dal notaio vittoriese Biagio Cannizzo nel 1678. Essi ci dipingono la storia di Francesco Marangio, definito “miserando”, e della sua eredità.

3. La contesa su un’eredità consistente.

Nella narrativa dell’atto del 26 marzo 1678, così è scritto:

“Rendiamo noto e testimoniamo che l’eredità del fu Francesco Marangio si trova ed è debitrice di grandissime somme si denaro con diversi debiti per diverse cause e tra le altre nei confronti del Patrimonio dell’Ecc.mo signore nostro il Conte di questo Stato e Contea di Modica per causa dell’amministrazione della Secrezia negli anni scorsi da parte del fu don Francesco in questa Terra di Vittoria, per cui furono fatte fidejussioni nella Corte di detto Patrimonio…

Parimenti anche da Filippa Marangio e Scorfano moglie di Filippo Scorfano un tempo sorella del fu Francesco per una certa somma lasciatale dal fu Nicasio Marangio…”, ma da lui “come rede universale del detto Nicasio…” mai datale.

“Negli atti di me infrascritto notaio si dice” inoltre “che era debitore anche nei confronti del Venerabile Convento di San Francesco di Paola di questa predetta Terra per una certa altra somma presso il fu Francesco depositata in tempo di sua vita dai padri del detto Venerabile Convento…” in virtù di contratto, e infine “nei confronti di diverse altre persone per molte altre somme di denaro, per cui la detta Corte e le dette persone che chiedono l’eredità del detto Francesco…” intrapresero pericolose azioni legali per il sequestro dell’eredità.

Pertanto abbiamo appreso che il detto Francesco Marangio:

1) era figlio di un certo Nicasio Marangio;

2) aveva rivestito la carica di “secreto”, cioè di funzionario dipendente dall’Amministrazione Comitale per la gestione dei beni e dei redditi del Conte di Modica a Vittoria, con la piena disponibilità delle entrate provenienti dalle gabelle e dai censi; 

3) per questo aveva prestato le giuste fidejussioni sui suoi beni;

4) la sua morte aveva conseguentemente lasciato aperta la contabilità della secrezia di Vittoria, con il rischio di rivalsa sui suoi beni da parte della Contea;

5) non aveva pagato alla sorella l’eredità lasciatale dal padre Nicasio (morto, come vedremo, nel 1671);

6) i padri del Covento di San Francesco di Paola gli avevano affidato somme da amministrare.

L’amministrazione della Contea di Modica, la sorella e i padri Paolotti, alla morte del Marangio, si erano rivolti alla Gran Corte di Modica per sequestrare i beni del defunto e rivalersene. Ma Francesco aveva lasciato una figlia, di nome Giustina, di cui era stato nominato tutore il nonno, tale Vincenzo lo Castro di Modica. Il quale, per salvare qualcosa del patrimonio, present• al Tribaunale un memoriale che nell’atto si trova in italiano, che così inizia:

“…Vincenzo Lo Castro di questa Città di Modica expone a V.S. espectabile che li mesi passati havendosi morto ab intestato il miserando quondam Francesco Marangio della terra di Vittoria lasciando una sua figlia a nome Giustina Giovanna Marangio alla quale fu da V.S. spettabile dato tutore, nell’obbietto che esso (stesso) et don Giovanne Lo Castro suo figlio fossero lasciati tutori da detto quondam miserando di Marangio in tempo di sua vita in vertù d’una donatione fatta nell’Isola di Malta per l’atti di not. Gio. Andrea Mandione sub die…”.

Prosegue quindi elencando i creditori e dicendo che se tutti i beni fossero sequestarti “…restirebbe ignuda e dispogliata affatto la detta Giustina Giovanna pupilla di detta quondam di Marangio…”. Per cui il saggio vecchio chiede di essere autorizzato a vendere parte dei beni per procedere ad un accordo con i vari creditori.

4. Consistenza di un’eredità.

I beni consistevano in:

“una vigna con case e dui palmenti nel detto territorio et q.ta di Capraro suis finibus,

un’altra vigna bel detto territorio e q.ta del Bosco di Custoreri;

item una portione, et parte d’una fiumara commune et pro indivisa con li Patri del Convento di San Giuseppe della Citt… di Modica ex.te nell’istesso territorio et q.ta di Cammarana,

dui vignali in detto territorio et q.ta della Croce,

una vigna nella q.ta di Valseca,

una tenuta di terri con dui casi nel detto territorio et q.ta della Buffa,

un tenimento di case in diversi corpi sotto, e sopra, ex.te in detta terra nel q.rio di S. Gio. Batta,

un giardino arborato in detto territorio et q.ta di Cammarana,

un Palazzo sotto e sopra in detta terra e q.ri di S. Gio. Batta,

una dispenza, un magazenotto, un fondaco,

una potia in detta terra, et q.ri suis finibus…”. Come si vede un patrimonio assai consistente. 

Il memoriale fu presentato il 22 dicembre 1677 e il giudice don Francesco Lucifora, prima di emettere il suo giudizio, escute i testi, i quali tutti sottoscrivono “qualmente sape esso testimonio che li mesi passati si morse e passò da questa a miglior vita il quondam miserando Francesco di Marangio lasciando una sua figlia di nome Giustina Giovanna Marangio essendoci stato dato per la Gran Corte di questo Contato tutore Vincentio Lo Castro nanno di detta Giustina lassando diversi beni mobili e stabili consistenti in detti stabili cioè…”. Segue l’elencazione dei beni posseduti dal defunto e la firma dei testimoni. Ascoltati i testi, il giudice il giorno successivo 23 dicemre 1677 decise che “il detto m.ro Vincenzo Lo Castro tutore di Giustina figlia di Marangio sua nipote potesse e liberamente volesse vendere et alienare tanto a tutti gli effetti quanto con patto di retrovendita i beni stabili e mobili di cui si tratta a chiunque li voglia comprare, il cui prezzo sia applicato per soddisfazione e pagamento dei creditori…la cui vendita avvenga mediante giusto prezzo nel caso in cui i creditori si accontentino, oppure anche con l’assegnazione di qualche porzione dei beni (sempre previo giusto prezzo) per le somme rimaste insolute ai detti creditori e (in special modo) a Filippa de Scorfano sorella del fu Francesco secondo la disposizione del fu Nicasio Marangio suo padre e così sia fatto”.

5. Un patrimonio ereditato o costruito?

La qualità e il numero dei beni posseduti da Francesco Marangio ci deve far riflettere.

Possiede terre con vigne, case e palmenti nelle contrade intorno alla città (al Capraro; nel Bosco di Custoreri; in contrada Cammarana adddirittura è sua una parte del fiume Ippari e un giardino; in contrada Croce possiede delle chiuse; terre a Valseca e alla Buffa). Inoltre due palazzi nel quartiere di San Giovanni; e magazzini con fondaco, una bottega e una dispenza nello stesso quartiere.

In pratica oltre ad essere un ricco proprietario terriero (non dimentichiamo le 15 migliara di vigne donate al Convento di San Francesco di Paola nel 1671) possedeva anche un fondaco.

Ma Francesco Marangio aveva ereditato dal padre o si era fatto da s‚ il suo considerevole patrimonio? Per sciogliere questo quesito, bisogna ricercare qualche notizia sul padre Nicasio. L’analisi incrociata di varie fonti di dati (riveli e registri parrocchiali) ci consente di capirne di più.

Nucasio (sic!) Marangio compare nel rivelo del 1638, come capofamiglia di 22 anni (quindi nato nel 1616) con moglie di nome Gratia e due figli: Francesco e Filippa. Non sappiamo da dove venisse. Il cognome Marangio è diffuso a Enna, Catania, Siracusa, Noto e Ragusa, mentre sotto la variante Marancio è noto a Palermo (Girolamo Caracausi). Il nome Nicasio (secondo Rocco Pirri un cavaliere di San Giovanni martirizzato), di origine greca nel suo significato di “vincitore”, sembrerebbe provenire da palermo e Trapani, mentre Caracausi lo assegna a Comiso.

Nel 1638 Nicasio Marangio possiede solo “una casa terrana a un corpo nel quartiere di San Vito”. In più vanta crediti per onze 12 e tar 18 per una vigna e una casa vendute, mentre è debitore di 2 onze a due comisani. Ciò potrebbe ricondurci ad un’origine comisana. Francesco Paolo Marangio nasce a Vittoria già nel 1636, pertanto l’immigrazione a Vittoria del padre è precedente al 1636.

Nel rivelo del 1651 il nucleo familiare di Nicasio Marangio è composto da una seconda moglie di nome Paola (evidentemente la prima era morta), da Francesco e da due nipoti. Manca la sorella Filippa, che nello stesso rivelo risulta già sposata a Filippo Scrofano.

A distanza di 13 anni, il patrimonio è cresciuto. Nicasio rivela:

due casa terrane e un magazzino nel quartiere Grazia;

una salma e mezza di terre in contrada Croce;

30 barili di mosto di quell’anno;

merci nella sua bottega: “zagarelli e cordellati” (cioè nastri e nastrini, secondo Pasqualino, 1785), e altre minutaglie; un cantaro di miele (cioè kg 80); gioielli in oro e argento.

Con i crediti, dichiara un patrimonio di onze 71 e tarì 27: non moltissimo, ma comunque un reddito da benestante. Sulle terre paga censi alla Corte di Modica per onze 11.12; inoltre tiene in amministrazione onze 15 di proprietà dei padri del Convento di San Francesco di Paola di cui è procuratore. Dopo il 1651 abbiamo altri dati. Raniolo riferisce che l’11 dicembre 1662 Giuseppe d’Angelo gli vendette una bottega nella Piazza (l’attuale Piazza Vescovo Ricca), confinante con casa di Giuseppe Fisatina e bottega di Giacomo Saggio.

Inoltre nei documenti pervenutimi da Palermo si fa cenno a Nicasio come possessore nel 1665 di una vigna in contrada Giummarito e di un’altra in contrada Bosco di Custureri, mentre nel 1667 appare in possesso di “un luogo di casa” nel quartiere della Piazza, a confine con casa acquistata da don Andrea Indovina e casa del marchese di Cannicarao, Francesco La Restia.

Nel 1668 è citato di nuovo come possessore di una “potea” nell’atto di vendita di una “potheca con pinnata et casaleno” nella Piazza, da Paolo Longobardo a don Andrea Indovina. Infine come percettore di onze 3 e tarì 12 (forse a saldo di un debito) nell’atto di vendita da parte di Gaspare Lo Muscio e Innocenza Meli a don Carlo Pirola di “una parte du luogho seu di pozzo…in q.rio di San Vito”. Confrontando i beni lasciati da Nicasio e quelli lasciati da Francesco, appare chiaro che solo le vigne del Bosco di Custureri e una o due botteghe gli pervennero dal padre: tutto il resto fu dunque frutto dell’abilità di Francesco Marangio. Dal padre però sembra ereditasse anche il ruolo di fiduciario dei padri di San Francesco di Paola.

Nicasio Marangio morì a 55 anni nel 1671, nel corso di una carestia che dal 1670 al 1674 uccise più di 2000 persone!

6. Francesco Marangio “mercatante” a Vittoria e a Malta.

Prova ulteriore che Francesco Marangio aveva ampliato notevolmente la sua attività commerciale, è ciò che apprendiamo da un secondo memoriale che il tutore della povera Giustina, ancora nel novembre 1682, fu costretto a presentare per vendere altri beni, e precisamente il giardino in contrada di Cammarana che sarà acquistato dalla chiesa di San Giovanni.

Apprendiamo così altre informazioni sul “miserando Francesco”:

“Spett. Signore,

Vincenzo Lo Castro di questa Città di Modica dice a V.S. spettabile che si retrova tutore di Giovanna Giustina figlia et herede del quondam Francesco Marangio della Terra di Vittoria.

Il quale di Marangio in tempo di sua vita si retrovò debitore a diverse personi in virtù di diversi contratti pubblici e privati e presertim prima della morte detto quondam di Marangio andò nell’Isola di Malta per taluni suoi negotij da dove fece atto di mercantia in credito di sargetti panni et altri con Giovanne Fiol secreto di detta Isola di Malta alla somma di onze duecento quaranta sette…della quale somma detto quondam di Marangio in tempo di sua vita…non ni pagò quanto è un grano al sudetto di Fiol…” per cui, trascorso del tempo il secreto di Malta aveva anche lui richiesto al tutore di pagargli le somme dovutegli.

Dunque Francesco Marangio commerciava regolarmente con Malta, dove acquistava pani e passamanerie da rivendere nelle sue botteghe e nel fondaco a Vittoria.

La fornitura dovette essere particolarmente grossa: 247 onze sono una cifra enorme, se si pensa che il prezzo di una casa si aggirava intorno alle 10 onze e quello di un cavallo intorno alle 6-8 onze.

A questo punto siamo nelle condizioni di delineare la figura di un vero e proprio imprenditore che operava sullo sfruttamento della terra (produceva vino) e sul commercio di panni e sicuramente di vino; che svolgeva le funzioni di amministratore comunale, gestendo le entrate di censi e gabelle; che utilizzava i risparmi affidatigli dai frati Paolotti, ai quali si presume pagasse un interesse: svolgeva cioè le mansioni di banchiere o “consulente finanziario” (come oggi diremmo), e forse proprio per questo aveva donato le vigne in contrada Dragonara, contrada oggi scomparsa e da porre tra Fortura, Monte Calvo, Rinelli e Cotelli.

Fin qui le carte di Palermo, cui si sono però aggiunte notizie ricavate dai registri parrocchiali, che ci consentono di ricostruire pienamente la vicenda del nostro.

7. Un assassinio “eccellente”?

Francesco Paolo Marangio risulta aver perso la moglie nel 1676, di nome Giustina, come la figlia: propendo quindi per una morte di parto. Ma la notizia importante è quella sulla sua morte.

Francesco Marangio morì infatti all’età di 41 anni il 7 ottobre 1677, di “morte violenta”, come recita l’atto di morte (Archivio Storico Comunale, vol. 3 degli anni 1664-1699) e “…fu sepolto nella Madre Chiesa da don Filippo Catalano, dopo aver dato una confessione generale al sacerdote don Giovanni Battista da Mazzarino…”. L’assassinio di Francesco Marangio non fu l’unico nella Vittoria dei primi tempi. Già Giuseppe La Barbera ci ha parlato dell’uccisione a mezzo di una “scupettata” di Vito Lo Iacono, confrate del SS.mo Crocifisso, avvenuta nella Piazza Magistrale nel 1665, frutto di un errore dello sparatore, che evidentemente intendeva uccidere un’altra persona.

Dai registri dei morti dal periodo 1643 al 1677 risultano uccise numerose persone (fra cui anche donne). Di essi alcuni ricchissimi proprietari terrieri: nel 1645 furono uccisi un certo Mariano Marangio e Antonino Custureri (figlio di Paolo Custureri, il fondatore dei Maritaggi). Nel 1657-1658 viene sterminata un’intera famiglia, quella dei Tribastuni (nihil sub sole novum?).

Purtroppo i sacerdoti che registrano le sepolture nelle varie chiese non dicono niente più se non “ammazzato” o “ammazzata”. Solo il giallo della morte di Antonino Custureri forse può essere svelato: infatti nei registri delle nascite ho rinvenuto quattro o cinque neonati dichiarati figli naturali di Antonino Custureri. Presumo quindi che si sia trattato di un “delitto d’onore”. Proprio nel campo dei costumi infatti la società vittoriese del Seicento risulta assai più libera e molto meno osservante delle regola di quanto si possa supporre per un periodo ritenuto di “cupa oppressione religiosa”.

8. Novità nel popolamento di Vittoria: la colonia maltese.

L’analisi dei dati dei registri parrocchiali, contribuisce anche, dicevo, a sfatare la tradizione. Innanzi tutto sulla provenienza dei coloni e sulle modalità del popolamento di Vittoria.

La nuova città non ricevette un massiccio e contemporaneo spostamento di coloni da paesi vicini e lontani, ma fu il risultato di continui rimescolamenti di genti diverse per tutto il Seicento e la prima metà del Settecento. Alla tradizione sui Comisani venuti in massa a fondare il quartiere di S. Biagio, o sui Vizzinesi o sui Chiaramontani, va sotituita la più moderna concezione di arrivi singoli, a stillicidio, di uomini e donne provenienti non solo da tutti i paesi della Contea e da Comiso (che non ne faceva parte), ma anche da Noto, Siracusa, Augusta, Lentini, Avola, Vizzini, Licodia, Mineo, Catania, Messina, Palermo, Piazza, Pietraperzia, Leonforte, Aidone, Eraclea (cioè Terranova, l’odierna Gela), Licata, Caltanissetta, Caltagirone, ma anche da Cosenza in Calabria e persino da Marsiglia e venezia. Né mancano persone “delli nazione greci”, probabilmente dai comuni albanesi del Palermitano.

Le sepolture nelle chiese e nei conventi ci danno conto infine di due vere e proprie sorprese, che spiegano anche i viaggi a Malta di Francesco Marangio:

1) a Vittoria fu presente ed operò (si presume nei commerci) una numerosa colonia maltese, con decine e decine di nuovi abitatori proventienti dall’isola;

2) nello Scaro di Scoglitti operavana numerosi “patron” di barche provenienti da Mazara e soprattutto da Trapani: parecchi di essi furono sepolti nella chiesa di Santa Maria di Cammarana, oggi non più esistente ma allora funzionante presso i resti del tempio di Atena sul promontorio di Camarina.

Vittoria risulta essere ancora di più un crogiolo di genti, unico e ricchissimo. Ma qualcosa della tradizione di salva. Serafino Amabile Guastella in un finissimo saggio, analizzando il nostro dialetto, ne scoprì le ascendenze chiaramontane: segno che nello stillicidio di genti i Chiaramontani furono o i primi o i più numerosi, tali comunque da plasmare la nostra parlata.

9. L’eredità svenduta.

Peccato non potere sapere chi e perché uccise Francesco Marangio. Forse era stato troppo disinvolto nel condurre certi affari e qualcuno si armò o armò la mano di uno sgherro…

Così andavano le cose nel diciassettesimo secolo (o anche oggi?). Infine. Chi acquistò i beni della piccola Giustina Marangio?

Ottenuta l’autorizzazione del Tribunale di Modica, nel marzo 1678 fu messo all’asta “more solito in locis publicis solitis, et consuetis huius predicte Terre…ut dicitur lo fondaco, e pothega collaterale a detto fondaco siti e posti in questa predetta Terra nel q.ri di San Gio. Batta, seu della Piazza qf. con case di don Giuseppe Garì dispenza dell’infrascritto d’Indovina strata publica et altri confini…”.

Presentatosi “il sacerdote don Andrea Indovina, il quale si offrì di voler comprare a giusto prezzo detto fondaco o stalla e la bottega, e nessun altro volendo comprare…furono assegnati ad estinzione di candela al detto Indovina…”.

Quindi “…Vincenzo Lo Castro…ut dicitur a tutti passati vendette ed alienò, e vende ed aliena…al predetto sacerdote don Andrea Indovina che compra…le dette due case terrane insieme congiunte e collaterali chiamate lo fundaco, et potega con gisterna incompiuta pinnata et altre comodità…nel quartiere di San Giovanni Battista o Piazza confinanti con case di don Giuseppe Gar dispensa del detto Indovina compratore, strada pubblica ed altri confini…”, secondo la stima stabilita dagli arbitri e “si obbligò ed obbliga a dare, e a pagare a Baldassare de Sanctis amministratore effettivo del Patrimonio dell’Ecc.mo signore nostro il Conte di questo Stato e Contea di Modica…”.

La stima, fatta da “…mastro Filippo Calabrisi capo dei murifabbri della Città di Modica…qui a Vittoria da una parte, e mastro Giorgio Gargana marammerio di questa predetta Terra dall’altra…”, ammontò al “…valore di onze sessantasei di peso generale, inclusi i tetti, le porte, la cisterna, la pinnata e le altre comodità ivi esistenti tutto incluso e niente escluso”.

Il ricchissimo don Andrea Indovina il 28 maggio pagò “le dette onze 66 all’amministratore Baldassare de Sanctis”.

Soddisfatta la Corte di Modica, rimanevano gli altri creditori. Lo stesso giorno il sacerdote don Andrea Indovina comprò anche il “…tenimento di case solerato…in sei corpi, tre sopra e tre sotto con cisterna ed altre comodità…nel quartiere di San Giovanni Battista confinante da due lati con case del compratore a cantonera, strade pubbliche ed altri…Per il prezzo di onze ottanta di peso generale secondo la stima fatta da mastro Filippo Calabrese capo dei murifabbri della Città di Modica e mastro Giorgio Gargana marammerio di questa predetta Terra”.

Per la parziale illeggibilità del documento non sappiamo a quale dei creditori andarono le 80 onze della vendita. La questione però non si chiuse lì. Come abbiamo già detto, nel 1682 si rifece vivo da Malta il secreto Fiol tramite il suo procuratore Palermo di Scicli.

Stavolta il tutore, richiesta e ottenuta l’autorizzazione, “fece vendita d’un giardino ex.nte nello territorio di detta Terra di Vittoria di detta heredità, che potesse ascendere alla somma di onze quaranta e più ad effetto il detto prezzo pagasse al sudetto di Fiol…”, si presume in acconto sulle 247 onze della fornitura fatta a suo tempo.

L’attenta lettura del documento (gentilmente fornitomi in copia dall’Archivio di San Giovanni Battista) mi consente di correggere un errore fatto da Monsignor La China che a pag. 206 della sua opera del 1890 afferma che i procuratori della chiesa di San Giovanni avrebbero acquistato il 26 novembre 1682 la cosiddetta “chiusa della chiesa di Cammarana…da un certo Giuseppe Lo Castro…<soggetta a> onze 4.4.10 di censo…per il prezzo di onze 64.15”. Non della chiusa della chiesa di Cammarana si tratta, ma del giardino in contrada Cammarana (quindi nella Valle sotto la città). Francesco Marangio l’aveva acquistato per onze 41.15 il 10 febbraio 1662 “…dal chierico don Antonino Calandra…confinante con altro giardino del compratore, giardino di Giovanni La Donzella Liberante di Ragusa, via pubblica ed altri confini, soggetto questo giardino…”ad un censo di onze 2 e tarì 4 dovuto “alla Venerabile Chiesa di San Teodoro della Città di Ragusa, e anche in altre due onze e grana dieci…dovute ogni anno al sacerdote don Teodoro Sursenti di detta Città…”.

Che si tratti dello stesso stacco di terra erroneamente attribuito da La China alla chiusa della chiesa di Cammarana è accertato dalla somma dei censi dovuti alla chiesa di S. Teodoro (onze 2.4) e al sac. Teodoro Sursenti (onze 2.0.10) per un totale di onze 4.4.10 riferito da La China.

Quindi, “il reverendo sacerdote don Isidoro Gugliotta, il sacerdote don Giovanni Montalto, m.ro Assentio Puglia e m.ro Vincenzo Frazzetta di questa predetta Terra…come procuratori della Venerabile Matrice Chiesa sotto titolo di San Giovanni Battista…” acquistarono per conto della Madre Chiesa “il detto giardino con una lenza di canneto, saie d’acqua, con alberi domestici e selvatici, ed altre comodità…in contrada Cammarana, confinante con giardino del sacerdote don Antonino Calandra, giardino della Venerabile Madre Chiesa sotto titolo di San Giorgio di Ragusa un tempo di Giovanni La Donzella Liberante della città di Ragusa, dal fiume della detta contrada, via pubblica ed altri…Soggetto ad onze quattro tarì quattro e grani dieci…soggiogati alla Venerabile Chiesa e Confraternita di San Teodoro della città di Ragusa con carta di riacquisto in qualunque momento…”.

Il prezzo di onze 64.15 (in 20 anni il prezzo crebbe di 23 onze) fu pagato direttamente al Fiol.

L’eredità Marangio fu così dispersa e ritengo in gran parte svenduta, come sempre accade in cose del genere, “a babbo morto”.

I documenti ci hanno rivelato una storia triste. Ma ciò ci è servito per conoscere un po’ di più la nostra storia e per delineare la figura di un coraggioso ma sfortunato imprenditore vittoriese del Seicento.

8).Il territorio prima della fondazione, nei documenti storici e negli atti notarili.

1. Premessa.

Avendo l’Amministrazione Comunale deciso di riprendere con scadenza regolare la pubblicazione del presente periodico, vorrei approfittarne, se mi sarà sempre concesso, per cominciare la pubblicazione di brevi saggi in sé compiuti sulla storia della città. La messe di nuova documentazione ormai in mio possesso a cominciare dal 1609 è notevole: sono stati già da me trascritti parte dei registri parrocchiali fino al 1725; tutti i fogli dei riveli del 1623, parte di quelli del 1638, tutti quelli del 1682 (purtroppo incompleti); quelli del 1714 (anch’essi purtroppo incompleti); due volumi del 1748 (sono in attesa di ricevere altri 13 volumi). Queste fonti mi consentono di spaziare in lungo e in largo nella demografia, nei tentativi di ricostruire la conformazione urbanistica dei quartieri, le infrastrutture e la viabilità, in quella che mi piace chiamare la “conquista delle campagne”, con la progressiva denominazione delle contrade e così via. Posso anche seguire le vicende delle famiglie, povere e ricche, nel corso di circa un secolo e mezzo. Detto questo, vorrei cominciare con qualche nota sul situazione del territorio prima della fondazione della città.

2. La tradizione.

Le riflessioni storiche di Salvatore Paternò (1877), di monsignor Federico La China (1890) e i festeggiamenti del Terzo Centenario della fondazione (1907), con le numerose iniziative celebrative e servirono a fissare alcuni punti fermi nella storia della Città e a forgiare per decenni la coscienza che Vittoria ha avuto di se stessa. Si cominciò allora ad esaltare la figura della fondatrice, Vittoria Colonna, assurta al ruolo di “madre della Patria”, che avrebbe creato la città dal nulla, bonificando plaghe deserte e trasformando in campi fertili quella che prima era una foresta impenetrabile, irta di rovi, piena di stagni malarici, popolata da fiere selvagge e da banditi. “Summa” di questi veri e propri miti è l'”Ode a Vittoria Colonna” di Francesco Maganuco, appunto del 1907. Rinviando ad altre mie pubblicazioni la confutazione dell’idea che i banditi stessi sarebbero stati utilizzati come coloni (affermazione priva di alcun fondamento storico e nata dalla fertile fantasia di qualche storico locale ma -ahimé- ripresa da Denis Mack Smith nella sua “Storia della Sicilia” del 1970), mi limiterò qui a cercare di dimostrare come lo stesso “mito” della foresta inabitata sia storicamente un falso. Già si è detto che la zona di Grotte Alte risulta abitata con certezza almeno dall’Età del Bronzo (per non parlare del Paleolitico) e con continuità almeno dal III secolo d.C., cfr. Lavore, Epigrafe di Charinos) e durante l’epoca bizantina almeno fino all’820 d.C. (monete bizantine rinvenute alla Lavina, cfr. Zarino). I documenti storici attestano inoltre che il territorio circostante (la zona di Boscopiano) era tutt’altro che disabitato o incolto.

Basta infatti una rapida rassegna dei testi a nostra disposizione (documenti storici e atti notarili), per farsi un’idea della vera situazione.

3.Il territorio dal Medio Evo al 1550.

Se lo sceriffo Idrisi cita la “Penisola dei Colombi” identificata con la costa di Scoglitti (1154), secondo Pace (ACSA IV, pag. 171) risale ad epoca normanna la suddivisione del territorio in cinque entità feudali: Comiso, Cifali, la foresta di Cammarana, Odogrillo, Chummo (Piombo). Di questi cinque feudi quello che a noi interessa è la “foresta di Cammarana”, cioè tutta la zona selvosa che si può raffigurare come un triangolo avente come vertice la montagna di Gulfi (Arcibessi) e che estende i suoi due cateti uno fino alla foce del Dirillo l’altro lungo il corso del fiume di Cammarana fino alla palude e al mare.

La foresta di Cammarana è citata nel 1360, quando staccata dal demanio regio (era “parco di reali delizie”) “con tutti i suoi diritti, redditi, acque, boschi e pertinenze” fu dal re Federico IV concessa in feudo a Federico Chiaramonte conte di Modica e Ragusa (G. L. Barberi): in essa Federico Chiaramonte aveva costruito ex novo una torre, o ne aveva restaurato una nuova. Fu allora che nei pressi della torre fu edificata (o riedificata), utilizzando materiali in rovina dell’antico tempio di Atena, la chiesa dedicata alla Vergine Assunta conosciuta come Madonna di Cammarana. Nel 1392 la foresta fu assegnata, assieme agli altri beni di Andrea Chiaramonte decapitato per ribellione a Maria e Martino I di Sicilia, al nobile catalano Bernardo Cabrera, in ricompensa delle spese che aveva sostenuto per aiutare i legittimi sovrani a riconquistare il Regno.

I confini della foresta sono chiaramente individuati nel 1409 e descritti nel Quinterno un tempo conservato nella Cancelleria di Modica, documento andato smarrito, ma di cui rimane una citazione in un documento del 1763 dell’archivio di San Giovanni Battista.

La foresta, ormai chiamata anche “Boscuplanu”, confina:

“cum lu Magistratu di Claramunti, cum Mazzarruni, cum lu Baucinu, cum lu Biscari, cum lu territoriu di lu Durillu, cum la Favara, cum lu Comisu et cum Boscurotundu”.

Le terre del “Magistrato” sono senza dubbio le terre Comuni di Chiaramonte situate lungo la strada da Comiso a Mazzarrone, mentre in altri documenti la contrada “Favara” è chiamata anche “Favacchio” o “Passo Piro”, zona ancor oggi ricchissima d’acqua, come anche attesta il nome arabo (fawwarah= fonte). Lo stesso documento precisa che “Boscuplanu…est d’arbori di suvari”.

Pertanto la foresta di Cammarana, oltre alle pinete conteneva anche grandi sughereti (toponimi già di fine Cinquecento come come Sughero Torto lo attestano ulteriormente).

Citata la foresta in due documenti del 1547-1549 (cfr. Monello 1994), la valle e la zona costiera furono visitate e celebrate dallo storico Tommaso Fazello negli anni 1544-1554, mentre il fiorentino Camillo Camiliani ne descriveva la costa nel 1583.

4. Dal 1550 al 1604.

Ma sono gli atti notarili a confermarci che la foresta veniva a poco a poco attaccata e frantumata dalle concessioni e dalle coltivazioni. Gi… nel 1550-1564, nell’ambito della vastissima operazione di concessione di terre in enfiteusi (studiata da Enzo Sipione) da parte di Luigi II Enriquez-Cabrera (poi suocero di Vittoria Colonna), che portò ad assegnare a centinaia di persone più di 15.000 salme di terra pari a circa 45.000 ettari, furono infatti concesse nella nostra zona: 6 partite a Bosco Rotondo, 6 a Favara, 6 alla Martorina,  10 nella contrada Cammarana (cioè alla Cava, sotto l’attuale Villa Comunale, 5 a Torre Vecchia, 1 alla Salina. Cioè prevalentemente lungo la Valle a partire appunto da Bosco Rotondo. Un’altra partita fu assegnata “alla Dragunara”, contrada che è individuabile tra Fortura e Monte Calvo, cioè fra l’attuale stradale per Acate e lo stradale di Gela.

Questo ci fa capire che le assegnazioni seguivano la viabilità dell’epoca. Quindi gli assi viari principali erano due: il primo lungo la valle dell’Ippari; l’altro da Comiso a Terranova, individuabile pressappoco lungo l’attuale strada dei Comisani, che attraversa appunto Boscopiano e dopo la Fontana della Volpe giunge a Monte Calvo e prosegue poi per Gela. Altri documenti (nel 1659, Monello 1999) la individuano come “via per Eraclea”, appunto Terranova oggi Gela.

Secondo Samuele Nicosia (1882), il feudo di Boscopiano comprendeva: San Bartolomeo, Villa Marina (detta anche Caspanella, oggi Gaspanella), Scaletta, Perrone, Pettineo, Bonincontro, Baucino, la Fiumara, Sugherotorto, Sabuci, l’Arcerito. Di alcune di queste contrade conosciamo le date di censuazione:

San Bartolomeo (1573), Bonincontro (1585), Monte Calvo (1586), Cava dell’Albanello (1586), Sabuci (1586), Pettineo (1589), Ancilla e Berdia (1596), Niscescia (1597), Baucino 1598, Conca (forse Valseca, 1598), Scaletta, Arcerito, Sugherotorto (1599).

Da tempo erano censite Fossa di Lupo, Serra d’Elia, Linfanti, Niscima: tutte contrade che poi entreranno a far parte del territorio di Vittoria.

Individuando sulla mappa le contrade appare chiaramente che agli inizi del Seicento Boscopiano era stato “attaccato” lungo l’asse Comiso-Biscari, da Biscari alla foce del Dirillo, dalla foce del Dirillo a Cammarana con una serie di frammentazioni che avevano assunto i nomi di Arcerito, Scaletta, Sugherotorto, Berdia, Ancilla, Niscescia fino alla Salina. Rimaneva dunque la parte centrale compresa tra la Valle, la strada dei Comisani, la Dragonara, Sughero Torto. Probabilmente questa zona era occupata da terre a radura, ricche di macchia mediterranea, chiamate genericamente “Giummarito”, cioè terre incolte coperte di “giummara” o “giummarra”, la famosa “palma nana” o “palma di San Pietro Martire”, l’antichissima “Chamaerops humilis” le cui “scope” ornarono le prime monete coniate da Kamarina ai primi del V secolo.

Educati per decenni a pensare che i nostri antenati abbatterono alberi secolari per costruirsi le case, viene difficile accettare non solo che in generale se le costruirono in muratura (così dicono i documenti), ma che neppure l’area prescelta per la fondazione era del tutto deserta.

5. La relazione di La Restia.

Ciò è stato sempre scritto nella relazione di Paolo la Restia, presentata al governatore Celestri il 30 marzo 1604, su incarico di Vittoria Colonna, che nel novembre 1603 da Valladolid aveva richiesto di ricercare il luogo migliore per costruire “casillas en Bosquellano”(Raniolo 1990).

Infatti dalla lettura del documento si desume che:

1)nel fondovalle sotto le Grotte Alte si stendevano rigogliosi gli aranceti della Cava Cammarana, con mulini e “paratori”, cioè gualchiere o impianti per la lavorazione del lino e della canapa (prodotte dalle “Cannavate”);

2)sul pianoro prescelto per la sua centralità e salubrità c’erano rovine (“anticaglie”), forse ruderi di antiche case (o può riferirsi alle necropoli della Lavina);

3)per acquisire il terreno dove costruire i primi edifici, si sarebbe dovuto espropriare nient'”altro che quattro vignali di Comisani”, cioè chiuse piantate a vigneto.

Altro che foresta!

E le sorprese non sono finite. Dai documenti delle assegnazioni di terre del 1608, appare che la zona oggi compresa tra la Croce e Mendolilli, prima della fondazione stessa apparteneva al Convento di San Francesco d’Assisi di Comiso (che possedeva numerosi appezzamenti nella Valle), e veniva utilizzata per l’ellevamento di pecore e capre, chiamate infatti “Mandre della Lenza”.  

Alla luce dei documenti appare chiaro dunque che la nuova cittadina fu creata al limite di una zona già fittamente abitata e coltivata, proprio con il compito di incrementare la coltura del grano, ma soprattutto, come vedremo, della vite…


Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.