Continuo a richiamare per chi fosse interessato tutti gli scritti pubblicati on line. Ora è la volta di ben 7 volumetti di articoli e testi vari (con la precisazione che a volte sono tornato di nuovo sugli stessi argomenti). Magari fra qualche anno questa mole di articoli potrebbero servire a qualcuno, chissà…

Ecco l’introduzione al primo volume: “Articoli 1985-2006. Parte I”

A cominciare dal 1984, anno in cui diventai sindaco, presi l’abitudine di scrivere prima i discorsi che pronunciavo in pubblico o in Consiglio Comunale (dove si trovano allegati alle deliberazioni consiliari), poi scrissi numerosi articoli su vari argomenti, soprattutto sulla storia di Vittoria. Mentre i miei interventi in Consiglio sono inseriti nelle deliberazioni comunali dal 1981 al 1993, gli articoli furono pubblicati in gran parte su “Comune Notizie”, su “La Sicilia” e su altri periodici. Pubblico ora i più importanti per me stesso, sperando di fare cosa gradita agli studiosi ed ai ricercatori di cose locali. Ho lasciato i testi così come furono pubblicati, eliminando solo gli errori più macroscopici, se ne ho riscontrato o facendo le correzioni necessarie con singole note. Sembrerebbero mancare articoli per alcuni anni ma preciso che dal 1985 al 1990 mi sono dedicato alla scoperta della personalità della fondatrice di Vittoria, Vittoria Colonna e mi sono occupato a trasferirne parte delle spoglie a Vittoria, cosa che ha generato numerosi scritti, pubblicati a parte, fra cui la biografia della fondatrice di Vittoria (1990-1991). Quindi ho pubblicato il “Privilegio” della fondazione di Vittoria (1993), poi ho affrontato il tema del terremoto del 1693, con i documenti inediti in mio possesso. Nel 1994 hanno visto la luce due saggi sui Conti di Modica Federico Enriquez ed Anna Cabrera. Nel 1995 ho pubblicato le mie riflessioni sui “miti” della storiografia su Vittoria e i Vittoriesi e dal 1996 in poi ho cominciato a pubblicare numerosi articoli usando come fonti i riveli del 1623-1748, da me fatti duplicare presso l’Archivio di Stato di Palermo a cominciare dal 1994. Da allora è stato un continuo scrivere… Gli articoli sono preceduti dalla trascrizione di due interventi da me fatti nel 1985. Ecco i titoli dei testi:

   1).Discorso tenuto in occasione della inaugurazione del Museo Civico Polivalente il 24 aprile

        1985.

   2).Discorso tenuto il 24 aprile 1985 all’Emaia in occasione del 378° anniversario della fondazione.

   3).Vittoria. I nostri 380 anni. Il volo della città (pubblicato su “Comune Notizie” di aprile 1987)

   4).Una proposta per il premio “Vittoria Insigne”.

   5).Conferimento della cittadinanza onoraria (“Comune Notizie” n. 7/1989).

   6).Figli illustri di Vittoria (Teatro Comunale, 24 aprile 1989).

   7).Da Cammarana a Scoglitti. Ipotesi per l’origine della festa di Mezzagosto (1996).

   8).Brevi cenni di storia economica e politica di Vittoria in occasione del 30° dell’Emaia (1996).

   9).Miti della storiografia su Vittoria e i Vittoriesi (“La Sicilia”, 25 aprile 1996).

 10).Un’antica donazione alla Congregazione del SS.mo Crocifisso (390° della fondazione,

  “Comune  Notizie”, aprile 1997).

 11).Vittoria e l'”eredità camarinese”: ovvero l’invenzione del motto “riaedificetur Camarina”.

 12). La chiesa di San Biagio e il quartiere di San Mlasi.

 13).Il quartiere di San Mlasi e la Villa Comunale.

Ed ecco alcuni stralci:

1).Discorso tenuto in occasione della inaugurazione del Museo Civico Polivalente il 24 aprile 1985

Cari concittadini, autorità,

sono doppiamente lieto oggi per questa cerimonia: diamo alla Città una moderna struttura culturale; festeggiamo l’anniversario della fondazione in uno dei primi ambienti che furono edificati a Vittoria in quei primi albori del ‘600.

La vita e la storia degli uomini è intessuta di simboli ed oggi questa struttura rispecchia una volontà politica multiforme volta da un lato a recuperare ambienti e luoghi antichi della città, dall’altro a darle memoria storica, a riscoprire quelle antiche radici di cultura, lavoro, sudore, civiltà che affondano in questi terreni da 378 anni. Proprio qui, nei mesi e negli anni immediatamente successivi alla divulgazione del bando di popolamento del nuovo borgo da erigere in Boscopiano, sorsero le prime costruzioni, in pietra il castello, simbolo del potere ma anche garanzia di difesa, in legno le case dei coloni.

Al di là delle parole che possono facilmente scadere in mera retorica, ritengo che il modo migliore per festeggiare un anniversario sia fare un’operazione culturale come questa, proporre studi e ricerche per capire, sapere, conoscere i fatti e le idee di chi ha vissuto, di chi ha lavorato e fatto crescere questa città. L’essere andati sino ad uno sperduto ma splendido artisticamente paesino della Spagna, ricco di opere d’arte tali che, se ne avessimo qui una sola, Vittoria sarebbe meta turistica fondamentale, mentre versano in completo abbandono, ha voluto soprattutto significare questo: ricercare le nostre radici? Forse, ma le nostre radici sono qui. Ma merita, invece, sapere il perché, il contesto in cui maturò la necessità storica concreta e reale, di fondare Vittoria.

Ed ecco l’intervento umano nella storia: senza determinate condizioni Vittoria non esisterebbe.

Esiste, prospera, vive, lotta, dà lezioni di lavoro e produttività, soprattutto perché una principessa romana della famiglia Colonna, vedova di un Grande di Spagna, fu costretta da gravi difficoltà economiche, da un lato a ipotecare i suoi possedimenti in Catalogna, ma anche a sfruttare più intensamente il più ricco stato siciliano del tempo, enorme produttore di grano, appunto la Contea di Modica.

Vittoria Colonna chiese al governatore della Contea notizie su di essa e se era possibile ricavare maggiori utili con l’aumento di tasse o gabelle oppure valorizzando qualche plaga incolta. Ma le prime notizie furono scoraggianti: miseria, fame, cicliche pesti, pirati scorrazzanti lungo le coste, briganti dappertutto.

C’era in verità un grande bosco, che copriva una vasta pianura ondulata, nella zona in cui una volta era prosperata la città greca di Camarina, ma i miasmi delle paludi, la malaria imperante sovrana, l’avevano reso impenetrabile e inesplorato.

Questa selva attirò subito l’attenzione di Vittoria Colonna che tornò a scrivere al barone Celestre ordinandogli di fare esplorare il bosco. E il barone Celestre diede incarico a Paolo La Restia, il quale meriterebbe di essere ricordato anche intitolandogli una via o una piazza. Questi fece il sopralluogo per vedere quale fosse il posto più adatto per la riedificazione di Camarina, non essendo consigliabile la foce dell’Ippari malsana e malarica.

Paolo La Restia, dopo aver visitato in lungo e in largo la selva di Boscopiano, il 30 marzo 1604 fece una dettagliata relazione in cui affermò che se si doveva costruire un nuovo borgo non lo si poteva fare “in altro loco che a Grutti Alte sopra li iardini di Cammarana, loco eminenti in lo centro di Boscociano vicino di lo Comiso, quattro miglia curto, lontano dal mare sei osette miglia, ricco d’acqua”.

Ecco il La Restia vide dal basso nella Valle questo ciglio di roccia, dove oggi noi siamo.

Il resto è storia che conosciamo tutti.

L’ho voluto ricordare a tutti però perché si misuri il tempo, relativamente breve, che è passato da quella relazione, ed il cammino che ha fatto questa città.

Vittoria Colonna accettò il suggerimento e si mosse per ottenere dal Re di Spagna il permesso di fondare una nuova città, che da lei ebbe nome.

Il permesso fu firmato appunto il 24 aprile 1607[1].

Vittoria crebbe subito e divenne buona produttrice di grano ed olio, ma superiore a tutte per il vino. Da allora lo sviluppo è stato ininterrotto e così oggi Vittoria è sotto gli occhi di tutti.

Vittoria è cambiata moltissimo negli ultimi anni, al punto da non riconoscersi più, per molti aspetti: infrastrutture economiche nuove, servizi primari adeguati, servizi sociali inesistenti altrove. Tutto ciò che ha Vittoria se l’è conquistato con il sacrificio e il sudore delle sue genti. Da sempre, dai primi coloni venuti da vicino attirati dalle esenzioni dalle gabelle, alle lotte per l’imponibile di mano d’opera, allo sviluppo della serricoltura. Lavoro e sudore, spirito d’intraprendenza, libertà sono gli ingredienti del miracolo vittoriese, se miracolo c’è.

Ma all’inizio parlavo di radici, di memoria storica.

Spesso dai nostri vicini veniamo considerati con sufficienza. Certo, Vittoria non può competere con il sussiego e l’antichità di Comiso, o con l’età di Ragusa o di Modica, ma ciò non significa affatto che siamo un popolo senza storia.

Ecco il nostro impegno culturale per una nuova immagine di Vittoria, con due nuove opere storiche sulla nostra città commissionate l’una al prof. Santi Correnti (che ascolteremo stasera in una conferenza nello stand del Comune nella cittadella fieristica); l’altra ad un professore spagnolo, che avrà quindi la possibilità di accedere a fonti per noi inedite, specie i ricchissimi archivi reali di Simancas, località vicina a Valladolid e a Medina de Rioseco, dove Vittoria Colonna è sepolta, e che ardentemente richiediamo che riposi per l’eternità nella città che porta il suo nome.

Speriamo, altresì, di trovare un altro storico che possa farci conoscere la giovinezza di Vittoria Colonna e i suoi rapporti con amici e parenti, in cui sicuramente si parla della nostra città.

A queste opere, che saranno pronte entro il 1987, si aggiunge il Vocabolario del dialetto vittoriese, in corso di stampa, opera del concittadino prof. Giovanni Consolino; la borsa di studio annua che sarà assegnata in premio alla migliore opera storica su Vittoria; l’utilizzazione delle carte in nostro possesso ed il funzionamento dell’Archivio Storico nel più breve tempo possibile; il recupero stesso di questo castello, antica struttura che si inquadra anche in un’opera di recupero urbanistico del centro storico assai vasta e complessa.

Questa fascia urbana che s’affaccia sulla Valle, la più ricca di spazi, di piazze, di scalinate, di verde sta risorgendo. protagonista di un continuo degrado nel passato, il quartiere denominato Trinità è oggi di nuovo in crescita.

La popolazione ritorna e con essa ritorna l’esigenza di servizi e strutture.

Non so quanto abbia influito ad incoraggiare la gente la notizia dell’acquisto del Palazzo Iacono quale sede municipale. Certo è che il trasferimento ha fatto immediatamente rivivere questa zona. E se si riflette agli interventi già operati a San Biagio (la piazza con il verde, la scalinata, la fontana, il restauro dell’ex Liceo-Ginnasio), questa struttura, il recupero della cosiddetta Pescheria per farne la nuova biblioteca centrale, gli incarichi per una nuova sistemazione dell’intera zona di San Giovanni, Trinità, Piazza Enriquez, si comprende quanto vasta e complessa sia l’azione dell’Amministrazione Comunale, volta a riqualificare, arricchire la città, innestando il nuovo nell’antico.

Le foto esposte nel nuovo Museo vi mostrano quanto lungo e difficile sia stato il lavoro di restauro, lavoro che va ad onore dei progettisti architetti Areddia e Pitrolo, dell’impresa di Blasi che lo ha realizzato e condotto a termine pur tra grandi difficoltà e intoppi, l’ufficio tecnico che l’ha seguito e soprattutto l’assessore Foresti che ne ha vigilato e pungolato la realizzazione. Questo oggi è stato il modo migliore per ricordare il 378° anniversario della fondazione di Vittoria.

6).Figli illustri di Vittoria (Teatro Comunale, 24 aprile 1989).

La consegna del Premio “Vittoria Insigne” a otto illustri figli di questa città, ci sembra uno dei modi più degni di celebrare senza retorica l’anniversario della fondazione.

Celebrare la fondazione è per noi il modo migliore per misurare il cammino  di questa città nel corso degli anni o dei secoli. E in 382 anni Vittoria e i suoi abitanti, di strada ne hanno fatta tanta. Qualcuno magari troverà esagerata l’insistenza nostra nel celebrare questa data. Il fatto è che sono pochissime le città in Sicilia o in Italia che possono vantare una data precisa, un “incipit” ben definito, cioè un inizio certo, una fase in cui si passa dall’abitazione sparsa, sporadica in casali e masserie, come era fino al 1606 su queste terre, ad una superiore organizzazione urbana, con un piano di crescita già definito, con magistratura e autorità civili e religiose. Questo da noi è accaduto e sapere che si verificò attorno agli anni 1606-1607 ci mette nelle condizioni di partire da quegli anni, considerandoli come uno spartiacque nella storia del nostro territorio. Prima c’era forse un assai rado e casuale popolamento, dal 1607 in poi ci fu una città, Vittoria.

E’ cosa di poco conto sapere queste cose?

Penso di no, se una comunità ama identificarsi con precisione.

Ma si è sempre guardato a questa città, ultima nata in queste terre e quindi a volte considerata un’intrusa, con sufficienza, a volte con dispregio quasi quando si diceva che Vittoria era il Far West dove tutto era possibile, ma a volte soprattutto con invidia. Per ciò che questa città ha saputo fare e creare. E’ un caso che fra i 120 borghi fondati fra il 1550 e il 1700 in Sicilia, Vittoria è la più grande, la comunità che meglio ha attecchito prosperato lavorato trasformato queste terre? Credo di no.

E per questo abbiamo promosso studi e ricerche storiche e oggi sappiamo sulla nostra città più di quanto abbiano saputo tutte le generazioni susseguitesi dall’alba del ‘600 ad oggi.

Quindi abbiamo voluto riscoprire le nostre radici per confermare in esse l’orgoglio di essere vittoriesi. Dall’altro lato abbiamo sentito l’esigenza di istituire un premio, intitolato “Vittoria Insigne” da conferire a tutti quei concittadini che si siano distinti con il loro lavoro, frutto dell’ingegno, per dare loro un riconoscimento, certo simbolico, ma tale da far risaltare il loro nome nella coscienza dei concittadini. Già due volte, sebbene in maniera informale, il Premio è stato concesso. Il poeta Emanuele Mandarà è stato il primo; l’ha seguito Paolo Enrico Arias, illustre archeologo di fama mondiale, nato nella nostra città.

Il comitato, formalmente costituito, per mio tramite, vi propone otto candidati a cui conferire il premio. Purtroppo tre sono deceduti da tempo, cioè Pietro Gentile, Giovanni Bennice, Salvatore Battaglia, ma stasera stringendoci ai loro familiari ne rinnoveremo il ricordo e la presenza.

Il comitato mi ha dato incarico di riferire a voi sulle motivazioni alla base della scelta e spero di riuscirci, consapevole che altri meglio di me avrebbero potuto parlarvi degli illustri concittadini Pietro Gentile e Giovanni Bennice. Personalmente ho avuto modo di conoscere e apprezzare Giovanni Bennice, ma non ho conosciuto Pietro Gentile. Questi due nomi, uniti a quello di Giovanni Di Stefano (ma anche di tanti altri noti e meno noti) costituiscono una triade quasi mitica, senza dubbio leggendaria.

In questi due nomi, in queste due vite di umili contadini, che hanno plasmato con le loro mani e la loro intelligenza un destino diverso e migliore, per sé, per i propri figli, per tutta un’intera classe di braccianti, stasera esaltiamo le migliaia e migliaia di coltivatori che hanno cambiato il volto di questa città.

Migliaia e migliaia di umili braccianti che hanno creato non solo una nuova economia, ma forgiato la classe dirigente che da 40 anni governa Vittoria e ne guida lo sviluppo, sottoponendosi a dure fatiche, organizzando grandi lotte a salvaguardia del lavoro, per la crescita di questa città.

Vorrei qui riportare le parole pronunciate al Senato il 17 giugno 1966 dall’on. Filippo Traina, altro illustre concittadino. Intervenendo nella discussione del Piano Verde, contestando l’errata politica agraria del centro-sinistra e portando ad esempio la realtà di una nuova agricoltura già affermata, diceva:

«Protagonisti di questa nuova realtà sono ex braccianti, mezzadri e coloni che, a costo di sacrifici, sono divenuti piccoli proprietari coltivatori i quali, malgrado il Governo, gli ispettori agrari, la Federconsorzi e la vostra politica di discriminazione portano avanti un tipo di impresa, se volete di piccola estensione, ma di grande produttività che riesce ad assicurare lavoro e reddito più remunerativo a chi lavora la terra. In tre anni 2.500 ettari circa di terreno dunoso e ritenuto sterile e improduttivo, proprietà incolta dei baroni palermitani, sono stati acquistati da migliaia di ex braccianti, compartecipanti, coloni che non hanno accettato il ricatto dell’emigrazione per avere lavoro in migliori condizioni di vita. Questi terreni sono stati trasformati in orti che vedono praticamente le più avanzate colture ortofrutticole sotto serra»”.

E dopo aver posto la necessità che il Governo, rimasto estraneo al processo di trasformazione, almeno intervenisse creando centri di assistenza e di ricerca per questa nuova agricoltura, accennava al fatto  che da questi “ex braccianti, divenuti contadini, piccoli proprietari, coltivatori diretti, dopo l’acquisto della terra è stato sentito impellente ed urgente il bisogno di organizzarsi in cooperative”.

Sono certo che nel dire ciò l’on. Traina aveva davanti agli occhi gli esempi di Pietro Gentile e Giovanni Bennice.

Pietro Gentile.

Nacque a Vittoria il 7.1.1912 e dopo anni e anni di inenarrabili sacrifici, acquistò 4 tumoli di terra in contrada Punta Secca, terreno ritenuto sterile dai più. Per primo ideò e costruì, nel 1959, una serra di legno e plastica, e con grande meraviglia di tutti, a dicembre riuscì a produrre pomodori e peperoni di ottima qualità. Prima di allora, gli ortofrutticoli venivano coltivati in campo aperto. Perfezionando via via a contantto con altri suoi compagni, fra cui appunto Giovanni Bennice, le tecniche colturali, il suo esempio fu imitato da altre migliaia di produttori ed oggi sono migliaia gli ettari di terreno sottoserra. Comprendendo che era fondamentale l’associazionismo a sostegno di questa vera e propria rivoluzione colurale fondò nel 1964 la cooperativa “Rinascita”.

So che la mia ricostruzione sulla base delle schede in mio possesso, è lacunosa e imprecisa, ma spero che il senso del conferimento di questo premio ai due agricoltori sia percepito da tutti. In loro possono riconoscersi e sentirsi parimenti premiati tutti i lavoratori della terra di Vittoria e dal loro esempio di lottatori tenaci, dalla loro esperienza di contadini  che guardavano al futuro, si può trarre la forza di difendere e fare avanzare l’agricoltura trasformata vittoriese, che per andare avanti deve raccogliere e rilanciare la sfida dei tempi nuovi.

Sfide terribili, dalla commercializzazione alla concorrenza, dal mercato unico del 1992 alla problematica ecologica, alla ricerca, ai trasporti, alla siccità. In Pietro Gentile e Giovanni Bennice stasera Vittoria premia la tenacia e l’intelligenza, la fiducia nella lotta e la speranza di un futuro migliore.

Giovanni Bennice.

Nacque a Vittoria il 9.3.1930 ed agli occhi di tanti contadini apparve presto un modello da imitare, per laboriosità, sagacia, intelligenza. Consigliere comunale dal 1970, tra i fondatori della Confcoltivatori a Vittoria, ne fu presidente sino alla scomparsa, avvenuta nel 1986. Le sue soluzioni tecniche in agricoltura erano di mirabile intelligenza e spesso i suoi raccolti suscitarono l’ammirazione o l’invidia di tanti.

Aveva un tratto umano di grande signorilità che provocò un compianto generale in occasione della sua scomparsa. Ai familiari il nostro commosso applauso.

Ma Vittoria non è solo agricoltura. Sull’agricoltura però essa vive da sempre ma non si riconosce tutta in essa. Sullo sviluppo agricolo comunque da sempre si è innestato lo sviluppo edilizio.

Prima della serricoltura Vittoria è stata patria del vino e soprattutto dopo il rinnovo con vitigni americani piantati dopo le rovinose distruzioni della fillossera degli anni 1880-1890 conobbe un periodo di grande progresso.

Nasce ai primi del secolo il movimento socialista, in contraddizione di classe con la nuova borghesia “vinaiola”. Ma è proprio questa media borghesia vittoriese, che trae dalle campagne, dai vigneti e dagli agrumeti, le risorse per ricostruire e abbellire le vie centrali della città, per costruire ville in campagna e poiché siamo tutti mortali, monumenti funerari. I motivi caratteristici di questo stile chiamato “liberty” sono stati studiati in un apposito convegno l’anno scorso.

I protagonisti di questo nuovo arredo urbano furono umili artigiani, bravissimi intagliatori e scalpellini. A tre di loro stasera proponiamo il Premio. Si tratta di Salvatore Battaglia, don Luigino Nicosia, Filippo Strazzulla, veri e propri “scultori di case”, come efficacemente li definisce Giuseppe Traina. Certo altri nomi andrebbero fatti, ma anche in questo caso vi prego di considerare in loro premiati tutti gli artigiani del Liberty a Vittoria.

Salvatore Battaglia.

Vissuto tra il 1885 e il 1965, ed alla sua memoria vada un caldo applauso, aveva appreso la sua arte senza frequentare le scuole, lavorava con il padre nella modesta impresa edile. Suoi punti di riferimento erano Michelangelo, Canova, Leonardo, guardati avidamente sui libri. Scalpellino-intagliatore, operò in provincia per oltre sessant’anni, divenuto, nonostante la sua modestia, caposcuola degli scalpellini più giovani.

Iniziò l’attività prima della Grande Guerra, e la continuò con particolare impegno nel primo e secondo dopoguerra, realizzando un equilibrio perfetto tra elementi architettonici e decorazione, con una cura attenta del particolare. Si applicò nelle costruzioni di “case palazzate” e nella statuaria cimiteriale. Sue sono alcune tra le più belle “case palazzate”: si presti attenzione al palazzo Pinizzotto, al palazzo La Perna, al palazzo Maiorana, al palazzo Giudice, al palazzo Pluchino, al palazzo Santapà, a casa Battaglia (via Matteotti con via La Marmora) e tante altre che distintamente portano i segni del suo scalpello. Nel 1931-32 lavorò a Ragusa per realizzare i fregi della nuova Prefettura e lasciò opere di indubbio valore estetico. Anche nel nostro cimitero, realizzando la tomba sociale Pro Patria, la cappella degli Ungheresi e la cappella Lucchesi. Il suo nome resta legato ad un momento particolare della vita privata e sociale della nostra città.

Come per Gentile e Bennice, il premio sarà consegnato ad un parente.

Luigi Nicosia.

Nasce a Vittoria il 18.8.1905 e rappresenta uno tra quelli che costituiscono la seconda generazione dei capimastri-scalpellini e cementisti che operarono a Vittoria tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Già dopo il 1930 all’attività di intagliatore si affiancava quella di cementista, segno tangibile di un’epoca che cambiava e che utilizzava sempre più i prodotti della nuova tecnologia.

Don Luigino Nicosia, che salutiamo con un caloroso applauso, iniziò a lavorare anche lui da giovane presso il cantiere del padre, all’età di 12 anni, apprendendo i primi rudimenti dell’intaglio e del costruire. Morto il padre nel 1920 ereditò il “cantiere” ed iniziò a lavorare in conto proprio, eseguendo vari lavori come capomastro, scalpellino e cementista, a Vittoria e nel nostro cimitero.

Tra le “case palazzate” che recano la sua impronta sono da ricordare: casa Scifo, in Piazza Trinità, casa Carfì in via R. Cancellieri, casa Nicosia in via C. Alberto, casa maggiore Alessandrello, realizzata in cemento, in via Cialdini. L’elenco non si esaurisce qui, ma certamente queste sono le cose più notevoli che lui ha realizzato.

Assieme alla sua attività nel campo dell’edilizia non va dimenticato il suo impegno che lo ha visto per tanti anni presente in varie chiese di Vittoria chiamato per la sua esperienza di capomastro e di organizzatore. Attento nel custodire quanto potesse costituire reperto per la storia locale.

Filippo Strazzulla.

Nasce a Vittoria il 6.7.1913. Anche a lui vada il nostro applauso, iniziò giovanissimo a frequentare un cantiere e ad avere dimestichezza con la pietra bianca e gli attrezzi semplici ma funzionali dell’intagliatore.

Era questo, infatti, il primo gradino nella difficile arte dello “scultore di case”, prima di passare a scolpire arabeschi, foglie d’acanto accartocciate, ovuli, dentelli.

Fu allievo del più bravo di tutti -Salvatore Battaglia- il quale lo prese “a bottega” a 12 anni mentre si realizzavano in via Cavour le case Trombatore, Santapà, Pluchino. Lui giovane, per quelle case preparava cornici a liscio.

Nel 1927 lavorò con Battaglia per la casa Maiorana; nel 1930 iniziò a lavorare con il fratello Francesco, anche lui abile scalpellino, morto nel 1983, nella casa Azzara in via Gaeta. Il nuovo sodalizio con il fratello non gli impedirà di ritornare in diverse occasioni a lavorare con il suo “maestro” S. Battaglia.

Nel 1933 realizza con Battaglia casa Lo Monaco in via Cavour e casa Terranova in via Rattazzi. Sino al 1939 realizza diversi lavori sia a Vittoria sia nel cimitero, dove si dedica alla costruzione di alcune cappelle gentilizie, secondo il prestabilito “ordine unico”, cappelle di genere liberty e neo-gotiche.

Come per gli altri le vicende belliche prima e post belliche dopo, contribuirono a far spegnere ogni attività artigianale tradizionale. Tuttavia gli ultimi echi del lavoro dei nostri bravi  “scultori di case” sono avvertibili in tante  case terranee vittoriesi costruite negli anni ’50 ove permane un certo gusto compositivo e l’uso del cemento che rimane comunque lontano dalle esperienze che lo avevano caratterizzato negli anni Trenta.

Così al nostro toccò la sorte di dover rinunciare “all’arte” e per viver si accontentò di fare il costruttore, come fecero altri, anche se con dignità.

10). Un’antica donazione alla Congregazione del SS.mo Crocifisso (390° della fondazione, “Comune Notizie”, aprile 1997).

I numerosissimi documenti su Vittoria provenienti dall’Archivio di Stato di Palermo continuano a fornire nuovi dati inediti sulla storia della città. In particolare le varie centinaia di atti di donazioni, lasciti, legati pii rogati dai notai in favore delle chiese di Vittoria (la Matrice, Santa Maria delle Grazie, San Vito, Sant’Antonio Abate), dei conventi delle Grazie, di San Francesco di Paola il Vecchio, di San Giuseppe (nell’area laterale al Castello in fondo dell’attuale via Bixio) stanno rivelando una particolarità importante: la potenza e il ruolo della Congregazione del Santissimo Crocifisso, il cui Altare all’interno della Chiesa Madre di San Giovanni Battista, nel trentennio 1651-1681 riceve come lasciti un gran numero di case e di stacchi di terreno nelle varie contrade tutt’intorno alla città.

La Congregazione Segreta de’ 33, fondata dopo la venuta di Luigi Lanuza nel 1644 che ne dettò le regole, nel 1657 assunse la denominazione di Congregazione del Santissimo Crocifisso e assunse probabilmente un ruolo fondamentale nell’organizzazione delle funzioni sacre della Settimana Santa. Risale infatti agli anni 1668-1669 l’organizzazione di un’antica versione delle odierne “Parti”, i cosiddetti dialoghi intitolati la “Scesa della Croce”, di cui purtroppo nulla si conosce se non che forse erano in dialetto (Alfieri 1988). Ma non si deve pensare che sia stata la venuta del gesuita Lanuza a introdurre a Vittoria tale usanza religiosa.

Il rivelo del 1623 registra infatti l’esistenza di due case in contrada Croce (Raniolo 1990). Tale denominazione indica una precisa funzione dell’area che ancor’oggi così è chiamata.

Essa inoltre era parte delle “Mandre della Lenza”, come venivano chiamati i possedimenti del Convento di San Francesco di Comiso nelle odierne contrade Croce e Cappellares, dalle quali partiva la via per Scoglitti (già esistente nel 1674). Pertanto la contrada Croce nasce con l’abitato ed è verosimile che sin dall’inizio vi si svolgessero manifestazioni legate ai riti della Passione.

Però, stando alla documentazione, il ruolo della Congregazione del Santissimo Crocifisso nel rinnovamento della religiosità popolare dovette essere così appassionato che l’effetto si riversò anche negli atti notarili… Decine di vittoriesi infatti, in punto di morte o per altre occasioni, donano all’Altare del Santissimo Crocifisso ciò che possono. Fra tutti gli atti ho scelto il seguente, per le notizie in esso contenute. Come al solito mie sono le traduzioni dal latino, mentre ho naturalmente trascritto l’italiano sicilianizzato dell’epoca:

“Il giorno 5 maggio 1680…

Attestiamo che donna Anna Lena e Focularo moglie del dottor don Carlo Lena oriunda della città di Licata e attualmente cittadina di Vittoria, presente con il marito alla stipula del seguente atto… per ispirazione divina dovuta alla profonda devozione che sempre ha avuto ed ha verso la devota e Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso esistente nella Venerabile Madre Chiesa di questa predetta Terra, assegnò…concesse e concede alla detta Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso dentro la detta Venerabile Madre Chiesa, e per essa ai suoi procuratori e rettori presenti e futuri

una salma di terra, come si dice, sbadata[2] chiamata la Costa del Canale nei pressi della sua fontana o grotta dalla quale piove acqua in dette terre confinante con la fabbrica della conceria o de’ ciaramirari di questa predetta Terra e altri confini…

Si tratta della stessa salma di terra legata alla detta donna Anna dal fu Gabriele Crespo suo primo marito, in vigore del suo testamento negli atti del notaio Giuseppe Mandarà del 17 aprile 1671…e al quale Crespo era stata concessa dai Ministri del Patrimonio dell’Ecc.mo Signore Nostro il Conte di questa Contea di Modica”.

La quale assegnazione è fatta alla condizione che “dai frutti che si percepiranno ogni anno siano celebrate tot messe  sia la domenica e nei giorni festivi che nei giorni feriali, tanto davanti all’Altare di detta Venerabile Cappella quanto davanti all’Altare dell’Oratorio o della nuova chiesa da costruire…E perché detta salma di terra è sbadata et inculta et è di bisogno circundarla di muro opure defenderla con fossato e sipala, necnon è bisogno accomodare il condutto della grutta dove sforgia l’acqua in dette terre e se tanto bisogna farseli uno stagnone, o gebbia, opure una manca conforme meglio si potrà fare per beverare ditte terre o parte di esse, per il che bisogna qualche spesa, per tanto la sudetta donna Anna, necnon detto dottor don Carlo Lena suo marito presente innante noi…obbligano a detti rettori e procuratori di detta Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso… spendere et erogare onze dieci del peso generale per fare le sudette melioramenti”, miglioramenti che dovranno essere fatti anche “tanto con piantare arbusti, quanto con altra cultura come meglio parerà a persone esperte, e parerà…” ai procuratori della Venerabile Cappella.

“E perché la sudetta donna Anna have avuto notitia che una persona devota have volontà di fare un oratorio seu chiesa segregata da detta Venerabile Cappella, benché pretende darla in cura alli sudetti rettori e procuratori e cappellano di detta Venerabile Cappella e confraternita del SS.mo Crocifisso e per potere fare detto oratorio seu chiesa bisogna fondarsi almeno una messa la settimana, pertanto la sudetta donna Anna vuole che nel caso si facesse detto oratorio o chiesa, dalli frutti di detta salma di terri si dovessi celebrare una messa la settimana in giorno di domenica dentro detto oratorio, seu Cappella dal cappellano…, e tutti l’altri frutti da detta salma di terre debbiano restare per celebrazione di messe innanzi detta Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso”. Infine l’atto si conclude con la disposizione che qualora “detta salmata di terra si meliorasse di modo che li frutti ascendessero alla somma di onze 12 l’anno in circa in tal caso di detti frutti se ne debbia far celebrare la messa in detta chiesa, seu oratorio li giorni di festa oltre a quelle delle domeniche come sopra s’ha detto, talmente che in detta chiesa seu oratorio noviter erigendo se li debbia celebrare la messa tutti li giorni di domenica e feste dell’anno et non aliter.

Etiam che li detti rettori e procuratori di detta Venerabile Cappella del SS.mo Crocifisso habbiano libera facoltà e potestà di poter concedere a censo emphyteutico o gabella ad longum tempus opure altra concessione ad meliorandum la sudetta salmata di terra con l’intervento però e consenso et expressa volontà delli sudetti don Carlo e donna Anna o suoi heredi e successori in perpetuum…”.

Debitamente firmato e controfirmato dai testimoni, l’atto viene poi inserito nei registri del notaio Francesco Puzzo Carrubba operante in Vittoria.

Al di là della pietà religiosa, tale documento, insieme con altre centinaia, è prezioso per le notizie che ci fornisce sui primi decenni di vita della nostra città. Gli spunti per una riflessione non sono pochi. Eccoli.

1) Il primo dato certo, noto peraltro dalla storia della Congregazione del SS.mo Crocifisso (Ingrao), è che tra tutti gli altari (forse 11, tanti quanti ne saranno ricostruiti nella nuova chiesa di San Giovanni dopo che la Chiesa Madre, l’antica Matrice, sarà distrutta dodici anni dopo dal terremoto), la Venerabile Cappella (o Altare) del Santissimo Crocifisso fu la più ricca di donazioni e lasciti. Quasi nulla di nuovo si sa oltre al pochissimo giù noto sull’antica chiesa, se non che in essa esisteva un grandioso organo dorato (Monello, testo in corso di elaborazione).

Se nella ricostruzione della chiesa nel nuovo sito della Piazza furono riprodotti gli altari già… esistenti, i loro titoli sono riferiti da La China (Altare Maggiore, San Giovanni Decollato, SS.mo Crocifisso, SS.mo Sacramento, Annunciazione, Fonte battesimale, Sant’Elia, Carmine, San Francesco di Paola, Santa Barbara e Santa Rosalia).

Può darsi che alcuni di questi culti furono introdotti in un secondo tempo nel corso del Settecento, sostituendo altri più antichi. Ma il gran numero di donazioni riferite all’Altare del SS.mo Crocifisso condanna al silenzio gli altri culti. 

2) L’atto trascritto, che dona alla Congregazione una salma di terra chiamata la Costa del Canale, è alla base della denominazione di quella zona come “Orto del Crocifisso”, nome che è rimasto fino ad oggi, assieme all’altro del “Canale”.

3) La salma di terra donata è “costa” e comincia dalla “fontana” o grotta da dove piove l’acqua (che se necessario dovrà essere incanalata in apposita gebbia) e arriva fino alla fornace dei costruttori di tegole (ciaramirari in dialetto).

Queste poche parole sono rivelatrici di tutto un mondo e ripropongono l’interrogativo sulle preesistenze nell’area in cui sorse la nuova città. Non c’è alcun dubbio che nel 1681 questa fornace fosse in funzione. Ma da quando esisteva?

Per un cultore di storia patria come Attilio Zarino non ci sono dubbi. La fornace del Ciaramiraro risalirebbe ad epoca greca, come attesterebbero “sporadici rinvenimenti di superficie fatti a Cava Cammarana, Cammira Aranci, S. Rosalia, e al Canale”. Per l’esistenza di una “scaletta di accesso al sottostante piano”,  ci troveremmo inoltre di fronte ad “un complesso dedicato forse al culto di Demetra e Core…Questo complesso ha dato pure occasione al rinvenimento di unguentari a vernice nera, paterette, lucerne, e altri frammenti ceramici di buona età classica a figure nere…”.

In effetti, i numerosi rinvenimenti ai lati e ai piedi di Grotte Alte (Canale, Lavina, Orto del Crocifisso), risalenti ad epoche varie, dall’età greca alla bizantina, attestano un’assidua frequentazione dei luoghi, che a mio parere potrebbe essere iniziata in epoca antichissima, addirittura prima nel 2000 a.C., perché probabilmente tutto il sistema delle grotte dalla Martorina alle Celle fino a Cammira Aranci altro non sarebbero che le necropoli con tombe a grotticella caratteristiche dell’età di Castelluccio, che ha nella Valle dell’Ippari numerosi insediamenti collinari (Monte Tabuto nei pressi di Comiso; Grotte Alte nella media valle) rivieraschi (Branco Grande), collegati in una diversificazione di funzioni per l’estrazione e la lavorazione della selce i villaggi nei pressi di Comiso, la coltivazione della terra nel fondo valle (il villaggio di Grotte Alte), nella pesca quello costiero, il quale forse anche mediava rapporti commerciali con genti maltesi (Tusa).

Lo stesso Zarino afferma l’esistenza sotto l’Orto del Crocifisso, oltre che del presunto santuario di Demetra, di: a) una tomba a forno; b) una catacomba romano-cristiana; c) camera postuma di età normanna; d) ipogeo cristiano-arabo; mura di fortificazione dell’abitato bizantino”, e nei pressi della “Funtanedda o Circaru…due vasche da bagno rettangolari e rivestite di cocciopesto, e un muro perimetrale dell’edificio”, che egli definisce senz’altro “terme”. Mi piacerebbe avere la sua certezza soprattutto per quanto riguarda cose che definisce “romane”, “normanne”, “cristiano-arabe”(!), ma non vorrei invece che si trattasse proprio del “condutto della grotta dove sforgia l’acqua in dette terre”, mentre le “terme” di cui Zarino descrive le vasche altro non sarebbero che la gebbia fatta costruire dalla Congregazione del SS.mo Crocifisso…

Se la grotta del documento è quella che Zarino chiama “da kunziria o de’ scifazza”, poiché nel 1681 sembra non esistessero opere di canalizzazione, i canali  e i “pozzetti” che egli ritiene di epoca romana dovrebbero per forza di cose essere posteriori al 1681…

Rinviando ad un studio più approfondito tali questioni, a me sembra che il documento attesti senza ombra di dubbio solo l’esistenza di una fornace di “ciaramirari”, nata  con la fondazione di Vittoria, anche se nessuno può escludere che sia stata creata su un’antica preesistente fornace. Ripeto che fino a quando l’area non sarà sottoposta a scavi attenti e scientifici (e mi auguro che, in previsione del IV Centenario l’Amministrazione voglia promuoverli) non sarà possibile avere certezze.

Infine l’ultima questione.

Donna Anna Lena stabilisce che con le rendite della terra legata alla Congregazione si dicano messe in suffragio della sua anima nei giorni domenicali, festivi e feriali davanti all’Altare del SS.mo Crocifisso all’interno della Madre Chiesa di San Giovanni Battista. Però – tanta è la sua devozione! – stabilisce che tali messe siano dette anche davanti all’Altare dello stesso titolo che nascerà nell’Oratorio o nuova chiesa da fondare.

Infatti, saputo che “una persona devota have volontà di fare un oratorio seu chiesa segregata da detta Venerabile Cappella…”, poiché per poterlo fare “bisogna fondarsi almeno una messa la settimana”, qualora lo si costruisca, donna Anna vuole che dai frutti della terra (ma quanto doveva rendere quella salma di terra “sbadata?”) si paghi una messa la settimana o tutti i giorni festivi e domenicali, a seconda delle entrate.

Il fatto è che all’interno della nuova chiesa di San Giovanni, a sinistra dell’Altare Maggiore esiste il cosiddetto Oratorio, che pur facendo parte integrante dell’architettura della chiesa, ha un aspetto indipendente, caratterizzato com’è da tre lunette e fino a poco tempo fa da un’apertura alta e stretta. Costruito, a quanto si dice a spese della Congregazione, ad esso si accedeva dalla chiesa attraverso una porticina di tolleranza (Barone), mentre per i confrati della Congregazione “l’ingresso principale…era ed è tutt’ora sito in via Carlo Alberto” (Ingrao). Questa porta però recentemente è stata murata e la proprietà dell’Oratorio ceduta alla Basilica di San Giovanni mediante permuta con altri locali in via Cavour. L’autonomia architettonica dell’Oratorio sul lato di via Carlo Alberto potrebbe avere anche un’altra spiegazione, diversa dal privilegio di cui godeva la Congregazione per avere costruito l’Oratorio a spese proprie.

Infatti il documento di attesta che già nel 1681 un confrate aveva l’intenzione di donare il necessario per costruire un sede a parte per la Congregazione, un Oratorio o una nuova chiesa…

Quindi già prima del terremoto si individuò forse un’area per tale costruzione: è verosimile pensare che fu individuata nella Piazza grande, dove sorgevano case e botteghe. Forse si cominciò a costruirla ed avrebbe avuto una sua identità architettonica precisa quando, dopo il terremoto, fu prescelta la stessa area per costruire la nuova chiesa, di cui si pose la prima pietra il 10 agosto 1695.

Dai minuziosi studi condotti da Giuseppe Raniolo, anche in confutazione di tesi precedenti, risulterebbe che l’antica Piazza Magistrale, in quanto piazza principale del nuovo borgo, sarebbe stata come altrove un rettangolo di 52 canne per 26 (mt. 107,36 per 53,68), in un rapporto fisso di 2:1, tagliata a metà da una via trasversale (l’attuale via Bari). Se ciò fosse vero, la chiesa di nuova costruzione avrebbe occupato metà circa della Piazza Magistrale, a cominciare dal limite dell’Oratorio, forse preesistente e inglobandolo. Infatti, ad una misurazione approssimativa, la distanza tra l’ingresso (oggi murato) dell’Oratorio di via Carlo Alberto e la via Calatafini è di circa 110 metri, mentre l’attuale larghezza della Piazza Ricca è di circa 50 metri.

Infine, qualche cenno di analisi linguistica del testo.

Si tratta di un atto scritto in un linguaggio misto, fatto di latino curiale secentesco e di italiano ricco di termini siciliani. Il testo latino a sua volta contiene parole della latinità classica ma scritti con grafia errata, è caratterizzato da un periodare complesso che usa molto la subordinazione rispetto ad una principale…

La parte in italiano contiene termini dialettali quali: “sbadata”, nel senso di “franosa, scoscesa”; “grutta” (ancora in uso nella forma ‘rutta); “sipala” (“siepe di pruni, sterpi, o simili, che si piantano in su i ciglioni dei campi per chiudergli, Pasqualino 1785); “condutto” (italianizzazione di cunnuttu?). Una trattazione particolare merita il termine “sforgia” (3a pers. sing. di un verbo “sforgiare” non attestato in dialetto, ma di cui esiste invece la forma “forgia”, precisamente “luogo profondo dove l’acqua che corre trova ostacolo e vi rigira per trovar esito” (Mortillaro), così come infatti è chiamata nelle carte geografiche dell’Ottocento la palude di Cammarana: “forgia di Cammarana”. Il termine ha anche il significato di “foce”, “gorgo”, “vortice” (Piccitto).

Inoltre troviamo “stagnone” o “gebbia” (dal significato noto); “manca” (“grande pozzanghera, Piccitto 1985); “beverare”, termine di grande uso anche nell’attuale stadio della nostra parlata.

Tutti termini relativi alla tecnica agricola del prosciugamento di terreni, che dalle nostre parti doveva essere all’ordine del giorno, e dell’agricoltura irrigua della Valle.

Per il resto la sintassi, corretta come quella del testo latino, a parte qualche incertezza nelle concordanze (a soggetto maschile si accorda attributo femminile) o nelle desinenze finali (“terri” anziché “terre”(di sicuro influsso dialettale, rivela un livello di cultura notevole e buone scuole fatte probabilmente a Modica o a Ragusa, se non a Palermo o a Catania, da parte dell’estensore dell’atto, il notaio o un suo segretario.

Quasi tutti i comparenti degli atti esaminati rivelano invece un vastissimo grado di analfabetismo, anche tra i ricchi, proprio  per l’assenza all’epoca di scuole di qualsiasi tipo.

In sintesi il documento è uno squarcio di luce nel nostro passato, una minuscola tessera di un grande mosaico che aspetta di essere composto.


[1] In verità il 24 aprile è la data in cui il privilegio fu registrato tra le leggi del Regno di Sicilia.

[2]Dicesi di terreno “franoso, irregolare nel livello” (Raniolo).

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.

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