Elogio dei Comisani. Durante la stesura del mio lavoro in occasione del centenario della Cgil -con un volume intitolato  “La memoria e il futuro. La Cgil in provincia di Ragusa dal 1944 al 1962”, pubblicato nel 2005-

La gran massa di documenti mi servì per scrivere di singoli aspetti. Tra cui lo sbarco degli Alleati il 10 luglio del 1943 ed altri fatti relativi alla Camera del Lavoro di Comiso ed ai gravi incidenti del 20 febbraio 1956, che costarono la vita ad un bracciante comisano, Paolo Vitale.

E sempre parlando di Comiso, con un tuffo nel passato, mi occupai di uno dei primi “farmacisti” di Vittoria (allora chiamati “aromatari”), tale Giovanni Palazzo, fratello del religioso don Pietro Palazzo, un importante padre gesuita del Seicento comisano. Seppure non appartenenti formalmente alla Contea di Modica in quanto il territorio di Comiso era stato venduto da Giovanni Bernardo Cabrera nel 1453 a Periconio Naselli (per ottenere da Alfonso V il Magnanimo la sanatoria delle usurpazioni vere o presunte del padre Bernardo): per la loro vicinanza comisani furono i principali protagonisti dei primi anni di vita di Vittoria: comisano il primo secreto, Paolo Custureri; comisani i proprietari delle aree su cui venne edificata la nuova città, come ad esempio Antonuzo Garofalo, genero di Custureri e secreto egli stesso; comisani Brancato, famiglia di proprietari e notai e parecchi altri.    

Ecco i titoli dei testi:

1).Nel 60° dello sbarco degli Alleati (“La Sicilia”, 25 maggio e 8 giugno 2003)

2).Comisani a Vittoria nel Seicento.

3).Giovanni Palazzo “aromatario” comisano a Vittoria nel 1638

4).La nascita del Pci e della C.d.L. a Comiso (1944).

5).Morte di un bracciante. I fatti di Comiso del 20 febbraio 1956 e l’uccisione di Paolo Vitale (Centro Studi “Feliciano Rossitto”, Annali 2004)

Ed ecco alcuni stralci del testo:

1).Nel 60° dello sbarco degli Alleati (“La Sicilia”, 25 maggio e 8 giugno 2003)                 

Il sessantesimo anniversario dello sbarco degli Anglo-Americani il 10 luglio 1943 sulle nostre coste, è stato ricordato con varie iniziative e celebrazioni, ma soprattutto con  una pubblicazione che ha il pregio di trattare la  vicenda bellica in controtendenza rispetto alla retorica dell’”epopea dei liberatori”, mettendo l’accento su alcuni fatti di brutale e ingiustificata crudeltà di soldati americani nei confronti di militari e civili nelle nostre zone nei giorni immediatamente successivi allo sbarco. Si tratta del saggio “Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella”, Ragusa 2003, una ricerca ben fatta del dr. Gianfranco Ciriacono. Un giovane acatese che ha unito al rigore scientifico la passione provenientegli dall’essere nipote di uno degli uccisi di Piano Stella.

Mi sono avvicinato alla lettura del testo con il bagaglio di notizie orali in mio possesso sui giorni dello sbarco. Soprattutto di cose sentite da mia madre e dai miei nonni, allora nella loro casa di campagna all’Anguilla, che la mattina del 10 luglio, dopo i bombardamenti della nottata, una volta alzatisi, videro il mare coperto da centinaia di mezzi da sbarco e da decine e decine di navi. Mio nonno materno (uno dei primi coltivatori di pomodoro a campo aperto di Vittoria sin dai primi del Novecento), che aveva fatto il militare nei Carabinieri, usava dire che gli Americani ci avevano presi “cco’ tascu”, per dire che la nostra difesa era stata inesistente. Ma in quei momenti drammatici, i miei si prodigarono per quanto poterono a vestire con abiti civili i soldati che fuggivano per non farsi catturare o uccidere. Dello sbarco degli Americani ho un documento ancor oggi presente a casa mia: una cassapanca, costruita con il legname delle casse dei viveri lanciati col paracadute prima dello sbarco. Il saggio si legge come un romanzo, ma le pagine grondano dolore,  stupore e rabbia. Gianfranco Ciriacono lamenta il silenzio che per tanti anni ha circondato gli eccidi dei “liberatori”. In verità, se ignoravo le stragi dei militari italiani e tedeschi, l’uccisione dei Curciullo (nonno e zio del dr. Angelo Curciullo, già sindaco di Vittoria) e degli altri “o Cianu a Stidda” è stata sempre nota a Vittoria. Ma considerata come un fatto di guerra, una casualità disgraziata per quelle persone. Sulle uccisioni per mano americana a Piano Stella, prima di questa ricerca, conoscevo varie versioni. La prima (letta in uno dei tanti scritti di Leonardo Sciascia, se non ricordo male) riconduceva la fucilazione al fatto che gli uccisi sarebbero stati in lutto e quindi con indosso una camicia nera e per questo scambiati per fascisti e “giustiziati”. L’altra versione, raccolta a Vittoria nell’ambito della parentela degli uccisi, spiega la fucilazione con il fatto che le persone assegnatarie di terre della riforma agraria di Mussolini a Piano Stella sarebbero stati ritenuti dagli Americani sicuramente fascisti e per questo passati per le armi. Entrambe le versioni addebitano dunque la fucilazione all’essere “fascisti” delle vittime. Una “spiegazione” smentita dall’affermazione dell’autroe, che ha potuto verificare la non appartenenza al Pnf degli uccisi. Ignoro l’origine della notizia ripresa da Sciascia  (forse nata per giustificare un’incomprensibile ferocia americana, in contraddizione con il ruolo di “liberatori” buoni e distributori di caramelle e cioccolatini…

Ma già da tempo esisteva la versione esatta dei fatti. Nel 1976, nel volume “La battaglia di Gela” (autore Nunzio Vicino, Tipografia La Moderna, Modica) comparve la testimonianza di tale Giuseppe Pedilarco, uno dei coloni, dal titolo “Piano Stella”, che fa precedere la strage dalla narrazione di un aspro combattimento tra soldati italiani e tedeschi da un lato e americani dall’altro tra le case del borgo Ventimiglia di Piano Stella e cita un certo ingegnere Fiore, chiamato “direttore tecnico”, forse una agronomo, certamente un fascista. Costui, dopo aver contribuito ad organizzare la resistenza dei militari italiani e casa per casa contro i paracadutisti americani lanciatisi sul bosco di Santo Pietro, riuscì a fuggire. Invece i civili intrappolati nella casa colonica n. 24 subirono le conseguenze della resistenza alla conquista dell’aeroporto di Biscari e dei combattimenti lì intorno, con la fucilazione immediata di tre persone che erano uscite dalla casa per avvertire che dentro c’erano solo civili. Caddero così Nicolò Marcinnò (che però fu curato dagli stessi americani e si salvò), il figlio Francesco e Filippo Noto, tutti di Caltagirone. Poi furono fatti uscire i rifugiati nella casa colonica n. 26 appartenente appunto ai Ciriacono. Padre e figlio entrambi di nome Giuseppe, Salvatore Sentina, Giuseppe Alba (tutti di Caltagirone) e i due vittoriesi Giovanni e Sebastiano Curciullo (un ragazzo di 16 anni), furono condotti poco lontani e fucilati a sangue freddo. Solo il ragazzo Ciriacono, di 12 anni, fu risparmiato. Questa è la versione di un testimone, già pubblicata nel 1976.

A queste notizie, che Gianfranco Ciriacono arricchisce con sedici testimonianze orali, raccolte tra i  superstiti di quelle giornate (partendo naturalmente da quella del padre, e cioè il ragazzo di 12 anni risparmiato), sono state aggiunte le vere novità della ricerca: la scoperta cioè di altre due stragi sconosciute di due gruppi rispettivamente di 37 e 36 soldati italiani e tedeschi, catturati nei pressi dell’aeroporto chiamato di Biscari o di Santo Pietro.

Il primo a dare notizia di queste stragi ignorate fu lo storico Carlo d’Este nel suo saggio “1943. Lo sbarco in Sicilia”, Mondatori 1990. Ciriacono parte da lì per risalire alla ricca documentazione della Corte Marziale americana che processò già nell’agosto 1943 i responsabili dei due eccidi. Si trattava del sergente Horace T. West (che da solo a colpi di mitragliatrice trucidò 37 soldati catturati dopo la battaglia per la conquista dell’aeroporto di Biscari) e del capitano John Compton (che invece ordinò ai suoi soldati di fucilare 36 tra italiani e tedeschi che si erano arresi dopo una accanita resistenza). Entrambi si difesero ricorrendo alle norme dettate dal generale Patton (“gran generali, ma ‘na cosa fitusa”, così fa dire Camilleri ad un suo personaggio in un recente racconto), che aveva ordinato di uccidere i nemici che si fossero arresi dopo un’accanita resistenza che fosse costata morti e feriti ai soldati americani. In base a tale norma di comportamento, la Corte Marziale condannò all’ergastolo il sergente West, perché invece l’assassinio dei militari era avvenuto a parecchie ore di distanza dalla resa, con i prigionieri disarmati, spogliati e senza scarpe (quindi impossibilitati a fuggire o ad opporre la benché minima resistenza). Assolse il capitano Compton, che aveva eseguito quegli ordini di Patton, che prevedevano la fucilazione di nemici arresisi dopo un’accanita resistenza, anche se alcuni di essi in abiti civili. West scontò solo diciotto mesi e combatté di nuovo nel fronte italiano della Linea Gotica, dove l’autore si chiede amaramente se mise in opera di nuovo le sue capacità di assassino.

Un libro triste, sugli orrori della guerra, sulla follia umana che gode del sangue, sulle crudeltà di cui è costellata ogni guerra, anche quella fatta per liberare l’Italia e l’Europa dalla tirannide nazi-fascista. Ma anche un libro appassionato, di chi non sa spiegarsi il perché di tre stragi avvenute tutte nello stesso luogo. La verità sta forse nel fatto che nonostante ciò che si pensa, lo sbarco degli Alleati non fu una passeggiata e alcune compagnie, avendo trovato un’inaspettata e accanita resistenza di Italiani e Tedeschi, si scatenarono in veri e propri massacri. Questo fu il caso della conquista dell’aeroporto di Santo Pietro e del borgo Ventimiglia di Piano Stella.

Mentre però delle stragi di soldati italiani e tedeschi si conoscono i nomi dei colpevoli, di quella del borgo Ventimiglia nessun nome di colpevole, nessun processo, nessuna condanna o assoluzione. Niente. Questo è ciò che brucia di più. Solo il dolore delle famiglie, l’angoscia perenne dei superstiti. Nessuna motivazione militare, nessuna resistenza fatta, giustifica l’assassinio a freddo dei poveri assegnatari di un lotto di terra e di una casa colonica. 

Quanto al perché del “silenzio” sulle tre stragi, questa è una domanda cui è facile rispondere. L’Italia rinata dalla guerra per decenni occultò persino gli armadi dove erano custoditi i documenti delle stragi nazi-fasciste, voltandone le ante verso il muro, in modo che nessuno potesse aprirli. Ciò accadde per non compromettere negli Anni Cinquanta i rapporti con la nuova Germania del cancelliere Adenauer. Se i Governi dell’epoca si comportarono così con la Germania, chi poteva pensare di indagare su stragi fatte dai liberatori americani negli anni della Guerra Fredda?   

Ecco il perché del silenzio, a mio avviso. Un silenzio però ormai perennemente cancellato da questo libro appassionato, che contiene un’ampia documentazione ed è arricchito da bellissime foto in bianco e nero dello sbarco e dell’avanzata degli Alleati (magnifica quella sulla costa di Scoglitti vista dall’alto, oggi completamente stravolta).

Mi auguro che Ciriacono dedichi la stessa passione e rigore scientifico ad altre ricerche storiche, perché la stoffa dello storico vero quando c’è si vede.

2).Comisani a Vittoria nel Seicento.

Recentemente mi è capitato di polemizzare su presunte “eredità” culturali, in particolare sulla presunta “eredità camarinese” di Vittoria, su cui si vorrebbe riscrivere la storia della città. Un tentativo che appare risibile e fuori moda, non solo alla luce di una normale consapevolezza storica (certo, se uno ce l’ha…), ma soprattutto anche alla luce della enorme massa di documenti oggi disponibili. Fuori moda e storicamente ingenua, perché oggi di tutto dovrebbero  occuparsi le storie comunali tranne che tornare a disquisire di “continuità”o “eredità”. La disputa su Vittoria come erede di Camarina (e Santa Croce dove la mettiamo?) equivale a quella su Comiso come antica Kasmene. Leggende, entrambe.

Nate quella di Vittoria per vincere la lite territoriale contro Chiaramonte nel Settecento e l’altra, alimentata dall’orgoglio municipale comisano negli anni Cinquanta sfatata dal prof. Antonino Di Vita, che individò Kasmene sul Monte Casale, nei pressi di Palazzolo Acreide. In questo e nei prossimi numeri intendo invece indicare le “eredità” vere, cioè quelle lasciate dagli uomini e donne in carne ed ossa che ai primi del Seicento vennero ad abitare nella nuova città di Vittoria, una colonizzazione in cui Comiso ebbe grande parte, al punto da sollevare le lamentele di Stanganelli su un presunto impoverimento demografico di Comiso a favore di Vittoria (analoghe cose scrisse Samuele Nicosia nel 1882 per Chiaramonte). Infatti il nuovo insediamento nacque in un territorio già abbondantemente antropizzato e in larga misura coltivato a censo non solo da decine e decine di contadini comisani e chiaramontani, ma posseduto anche da istituzioni religiose comisane come la Collegiata della Santissima Annunciata (possedeva la contrada Burgaleci, a due chilometri da Scoglitti) e la chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata, che possedeva vasti appezzamenti di terra nelle contrade Cammarana (sotto l’attuale Villa Comunale) e nell’area dell’attuale Fiera Emaia. Anziché inventarsi assurde e inesistenti “continuità” storiche e culturali tra Camarinesi e Vittoriesi, basta rivolgere la propria attenzione alle origini dei primi abitatori e dei coloni che nei secoli seguenti continuarono a venire a Vittoria, per avere l’idea concreta delle ascendenze storiche e biologiche dei Vittoriesi di oggi. Ebbene, non ci vuole molto a rendersi conto che tre città nel corso dei lunghi decenni dei secoli XVII e XVIII formarono prevalentemente la popolazione della nuova città di Vittoria: Comiso, Chiaramonte e Ragusa. La documentazione già esaminata dal prof. Giuseppe Raniolo e poi dallo scrivente copre appunto questi due secoli, con puntuali indicazioni sulle origini dei nuovi abitanti di Vittoria.

Alle tre città-madri si aggiunsero poi man mano decine e decine di altre cittadine e borghi della Sicilia, della Calabria e dell’isola di Malta, che contribuì con una larga immigrazione a popolare Vittoria nel corso del tempo. Ma nonostante la numerosa presenza di Comisani spostatisi a vivere a Vittoria in condizioni migliori di quelle offerte dai Naselli, nel dialetto vittoriese prevalse invece l’influenza chiaramontana, come già con acume mise in evidenza nel 1882 Serafino Amabile Guastella, in un magnifico saggio. Segno che in quel “melting pot” che fu Vittoria nel Sei-Settecento il nerbo fondamentale e che si arricchì nel corso dei decenni più di tutti, fu quello chiaramontano. Eppure per tutto il Seicento furono i Comisani a dominare l’economia vittoriese con le loro ricchezze e la loro intraprendenza. I censimenti del 1616, 1623, 1638, 1651 assegnano a Comisani il primato della ricchezza. Numerosi furono i secreti (sindaci) di origine comisana tra il 1614 e il 1650 e i loro nomi suonano Custureri, Garofalo, Brancato, Di Marco. Vicinissima a Vittoria, Comiso fornì popolani e possidenti, i quali considerarono la fondazione della nuova città come un ottimo affare per sé e la propria famiglia e vi impiantarono le antiche qualità dei propri vitigni, per produrre guarnacce, malvasie e quel vino rosso  che nel corso dei decenni, con il contributo di vitigni quali il nerodavola (il calaurisi) e il frappato sarebbe divenuto il classico cerasuolo. 

Vittoria e le sue terre furono un buon affare soprattutto per coloro sulle cui terre fu materialmente costruita la città e che gestirono le prime infrastrutture e amministrarono le prime gabelle. Il primo e il più importante dei Comisani traferitisi fu Paolo Custureri (1550-1619), che della città fu il primo secreto, cioè l’amministratore dei beni del Conte di Modica, carica oggi equivalente a quella di sindaco. Nel 1616 la sua famiglia “sei case terrane…  con cisterna, orto e casalino” a Vittoria (individuabili nell’isolato dove oggi sorge il Tribunale, ex Palazzo Pancari, e il Palazzo Scrofani-Villalba, accanto all’attuale chiesa di San Giovanni), tre case a Comiso nel quartiere di Santa Maria, circa 73 salme di terra (circa 200 ettari) in contrada Giummarito, nome con cui si designava allora tutto la zona su cui oggi sorge Vittoria, in una piccola parte della quale erano piantate 20 migliara di vigne e in cui, nei pressi della “costa e lavinaro” (oggi Canale), era stato realizzato il primo “ciaramiraro”, appunto in suo possesso. Possedeva ancora un giardino irriguo in contrada “di la Martorina, con grutta”, 8 tumoli di vigna e terre lavorative (cioè seminative) in c.da Nollica e una quota di mulino a Comiso. 

Per un totale lordo (cui vanno sottratte le gravezze, cioè i censi e i debiti) di 1094 onze di beni immobili, cui vanno però aggiunte 220 onze di beni mobili (rendite, soldi prestati, bovini etc.). Dunque ben 1314 onze, paragonabili a svariate centinaia di migliaia di euro di oggi.

In particolare Vittoria deve a Paolo Custureri la costruzione della chiesa della Grazia, alla quale nei suoi testamenti del 1617 e del 1619 lasciò congrue rendite (4 onze l’anno) e in cui volle essere seppellito dopo la sua morte.

Custureri fondò anche un lascito per le sue discendenti povere, che in seguito diede nome alla contrada Maritaggi. Morendo, la maggior parte dei suoi beni toccò al figlio Antonino. Alla figlia Vincenza, che era stata data forzatamente in moglie (dopo un rapimento avvenuto nel 1614) ad Antonuzo Garofalo, anche lui ricchissimo comisano trasferitosi a Vittoria, toccarono altre terre e case.

Il figlio Antonino (1600-1645), in seguito anche lui secreto, accrebbe il patrimonio lasciatogli dal padre e morì assassinato nell’ottobre 1645, per motivi sconosciuti, ma probabilmente per “questioni di donne” (non si sposò mai, ma ebbe parecchi figli da sue amanti).

Vincenza Custureri, intesa la “Bianca” (da cui il nome al mulino ancor oggi noto come “Bianca”), rimasta vedova nel 1632, dopo la morte del fratello nel 1645 amministrò i beni per conto dei tre nipoti legittimati e fu per decenni (morì nel 1666) la donna più ricca di Vittoria. Come si è detto, dopo i Custureri e i Garofalo, si trasferirono a Vittoria altri ricchissimi e intraprendenti comisani come Giuseppe Di Marco e lo speziale Giovanni Palazzo.

3).Giovanni Palazzo “aromatario” comisano a Vittoria nel 1638

Nel censimento delle anime e dei beni di Vittoria del 1638, si trova un tale Giovanni Palazzo, di anni 55 (quindi nato nel 1583), sposato con una tale Margarita, il quale rivela di possedere beni stabili e rendite per 207 onze, beni mobili per 20 e gravezze (cioè debiti) per onze 152. Gli rimanevano annualmente 74 onze nette con cui vivere. Non molto in verità, ma sufficienti a farlo vivere dignitosamente.

Il nostro è infatti un “aromatario” o “speziale”, cioè un erborista-farmacista, il primo farmacista di Vittoria, dando così ai vittoriesi la possibilità di rifornirsi sul posto di medicine e di avere uno che sapeva qualcosa dell’arte medica (agli inizi invece i Vittoriesi, quando potevano, si rifornivano di medicine presso Matteo Dierna, altro farmacista di Comiso). Pur non essendo indicata la provenienza dell’uomo, il fatto che egli possieda “una casa terrana e solerata in la Terra dello Comiso q.trata di S.to Gioseppi confinanti con li casi di Francisco Xifo et di li heredi di Alex.o Piluso”, del valore di onze 34, ci dice la sua provenienza. Oltre alla prima, “teni un’altra casa terrana in la Terra di lo Comiso nello q.ri di la Nunciata confinanti con li casi di Agata di Jannitto e strata pp.ca” (del valore di onze 11). Le case valgono dunque onze 55. Non possiede case a Vittoria, segno che è in affitto.

Inoltre “teni una salma di terra…in la q.trata di lo Manco territorio di lo Comiso confinanti con li terre di Vincenzo Carnaza e terre dello Monasterio di S.ta Teresa” (valore onze 37); “…mondelli sei di terreno in la q.trata della Balata territorio dello Comiso confinanti con li terre di Gioseppe Jurato et di li heredi di Mateo Guastella” (valgono onze 18); “…una quinta parti di un giardino in la q.ta di Cammarana terr.o di q.a Terra [di Vittoria] confinanti con lo giardino della ecclesia di S.to Vito et con lo giardino della ecclesia di S.to Gioseppe di Modica stanti li altri quattro parti spectare…una parte a Vincenzo Carnaza, un’altra parti ad Andriana Thomaso et l’altri dui parti spectari a lo Monasterio di Santa Teresa di la Terra di lo Comiso stante la divisione fatta” (vale onze 20). In tutto terre per 75 onze.

Da “bolle” al 10% (cioè prestiti di danaro fatti a varie persone di Comiso (tali Filippo Nicosia, eredi di Santoro Avola, eredi di Giacomo e Lauria Nigito, eredi di don Eustachio Blundo, eredi di Gregorio Meli), ricava ogni anno una rendita di 8 onze circa (pari agli interessi su un capitale prestato di 80 onze, che è la somma che Palazzo dichiara come capitale.

Come beni mobili rivela un valore di “onze dieci in tanti borsij et stigli concernenti all’offitio di speciali”, mentre altre onze dieci gliele deve “Mateo Dierna di Gaspare per tanti medicini e roba di detta speciaria”.

Come si è detto, questo patrimonio di poco più di 207 onze era gravato però da alcuni pesi, cioè debiti da pagare annualmente. Vediamo di cosa si tratta:

un censo perpetuo in denaro al Conte di Comiso sulle case e sulla terra in contrada Balatella (tarì 3 grana 22 e piccioli 3);

un censo in natura sulle terre in contrada Manco, pari ad una salma di frumento, sempre al Conte, del valore di onza 1 e tarì 22.

Tali censi venivano considerati interessi al 7% maturati sul capitale.

Sui suoi beni gravavano poi dei legati pii (“bolle al 10%) a favore della Matrice (2 onze), del sacerdote don Pietro Garretto (tarì 15), della chiesa della Misericordia (tarì 15). Inoltre aveva debiti annuali verso una tale Antonia Settinieri,  gli eredi di Antonio Corallo, di Giuseppe Giurato nonché verso gli eredi di Giovanni Vincenzo Giudicello di Vizzini e di Silvestro Maggiore di Vizzini. C’erano anche dei debiti accumulati per “decursi”, cioè annualità non pagate, verso la chiesa della Misericordia (onze 3.15), verso Giuseppe Giurato (onze 9.27) e verso “Erasimo di Assenza officiatore dello Comiso per terragio dell’anno passato” (onze 10). Insomma, Giovanni Palazzo doveva aver avuto delle difficoltà per non aver potuto adempiere ai suoi obblighi.

Il documento è importante non solo per le notizie che ci dà su Comiso, i suoi quartieri e le sue chiese, i cognomi, ma anche per uno spaccato di vita di una famiglia del Seicento. Proprietà, legati pii, ma anche prestiti dati e ricevuti (al 10%, assai cari, dunque). Interessanti le notizie sui rapporti con Vizzini (che ho riscontrato in numerosi altri documenti), una città che allora gravava  assai più verso la Contea di Modica (e quindi verso Ragusa, Chiaramonte, Comiso e poi Vittoria, che non verso Catania. Ma chi era il farmacista Giovanni Palazzo di Comiso?

La risposta alla nostra domanda è semplice: è il cognome stesso “Palazzo” che ci mette sulla giusta strada. Comiso giustamente onora nel padre Pietro Palazzo (1576-1648) uno dei suoi figli più illustri. Ed è proprio nel volume di Tommaso Blundo su “Vita e virtù del Padre Pietro Palazzo” (1770), ristampato nel 2001 in edizione riveduta ed annotata su documenti di Fulvio Stanganelli che troviamo notizie del nostro farmacista. Scrive infatti il sacerdote-biografo che rimasto orfano di padre, il giovane Pietro Palazzo si diede “a curare gli affari domestici, essendo egli il maggiore tra i suoi fratelli Giovanni e Brigida. Poco tempo però dimorò a casa, perché per farsi un modesto avvenire, pensò di portarsi a Modica, onde apprendere la Farmacia. Lì, entrato come apprendista presso il valente speziale Pietro Sammartino, in breve diventò così abile e destro, che già disegnava di fare ritorno in patria ed ivi impiantare una sua farmacia”. E così fu. Ritornato a Comiso, “aprì una ben fornita bottega di medicinali, con la quale presto gli fu facile sostentare comodamente la sua famiglia e fare impratichire nella stessa professione il minor fratello”. Appunto, Giovanni Palazzo. Nel 1598, deciso però ad abbracciare la vita religiosa, affidò “nelle mani del fratello la sua Spezieria”.

Nelle note aggiunte da Stanganelli (pag. 156) si apprende che i due fratelli il 25 agosto 1608 possedevano in comune:

“un corpo di case nel quartiere detto allora della Fontana (del valore di onze 120);

un orto con vigna in contrada Valatella (150 onze);

un vigna in contrada Costa delli ddisi (onze 30);

due vigneti in contrada Fossa del Lupo (onze 60);

un giardino con piante e rose in contrada Cozzo della Vignazza (onze 50);

due corpi di case nel quartiere dei “Vanchitella” (onze 20);

una casa nello stesso quartiere (onze 10);

un vignale in contrada Manco;

una “aromatarìa” con tutte le sue attrezzature (onze 100).

Inoltre alcuni bovini in contrada Anguilla (valore di onze 70) e rendite da vari censi per complessive onze 4.29, per un capitale di onze 43. Infine crediti vari per 130 onze. In totale dunque possedevano un patrimonio di onze 843. Pietro Palazzo (non ancora ordinato sacerdote) rinunziò alla sua parte in favore del fratello, in cambio di una rendita annua di onze 35 che Giovanni doveva corrispondergli.

Confrontando tali beni con quelli dichiarati trent’anni dopo, risulta che Giovanni Palazzo si era parecchio impoverito. Inoltre non c’è traccia nel rivelo del 1638 dell’onere di onze 35 a favore del fratello, ancora in vita.

Pietro Palazzo fu un instancabile predicatore e costruttore di istituzioni religiose. Prima la piccola chiesa del Gesù con la Congregazione dell’Oratorio, poi i due monasteri delle Carmelitane Scalze, quello di Regina Coeli (1618) e quello di San Giuseppe (1620), fondato nelle case paterne, con una contrastata adesione della madre e del fratello.

Un grande Comisano e un grande Siciliano. Il rivelo del fratello, stabilitosi a Vittoria, ci è servito per richiamarne alla memoria la grandezza.

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.