Nella seconda parte della mia guida intitolata “I luoghi e la memoria. Catalogo ragionato dei monumenti, delle opere d’arte e delle infrastrutture del vivere civile esistenti (ed esistite)

a Vittoria e nel suo territorio”, parlo di un’ampia porzione del centro abitato.  

Ecco l’indice dei paragrafi:

6).Da Sant’Antonio Abate a San Biagio.

6a).La chiesa di Sant’Antonio Abate.

6b).Palazzo Schifano (già Maltese e prima ancora Jacono).

6c).Scalinata oggi intitolata al dr. Emanuele Foderà.

6d).Piazza Giordano Bruno (già Savoja o Piano di San Biagio).

6e).La chiesa di San Biagio (oggi ugualmente nota come “Santa Rita”).

6f).Il Collegio di Maria (già Ginnasio poi Liceo Ginnasio, Scuola Media “Don Milani”, oggi Istituto Comprensivo San Biagio).

Box.Il Collegio di Maria a San Biagio.

7).Da Piazza del Popolo a Piazza Indipendenza lungo la via “Rosario Cancellieri”.

7a).La Lega di Miglioramento.

7b).Casa Carfì (oggi sede della banca Credem).

7c).Ex Cinema Excelsior (oggi condominio Pancari).

7d).Palazzo Traina (oggi Citino).

7e).Altri edifici notevoli.

7f).La chiesa di San Francesco di Paola.

Box.Breve storia dell’ospizio e del convento dei Minimi di San Francesco di Paola.

7g).L’Arena Leonardi (già Arena Littorio).

7h).Il cinema Barone ed esempi di stile Liberty nel quartiere. Un antico teatrino.

7i).La biblioteca comunale “Angelo Alfieri”.

8).La via dei Mille, la Villa Comunale, la Piazza Sei Martiri, l’Emaia ed il Cimitero.

Box.L’area da San Francesco ai Cappuccini nel corso dei secoli.

8a).La Villa Comunale.

8b).L’Acqua Nuova o Fontana di Garì o dei Leoni.

8c).Piazza Sei Martiri e le antiche preesistenze oggi scomparse: la porta della Marina, il vecchio Calvario e la chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna.

8d).Il Calvario.

8e).La chiesa ed il convento dei Cappuccini.

8f).La donazione Garì.

8g).L’ospedale.

8h).Il plesso elementare “ex Foderà”.

8i).Il Palazzetto dello Sport,  il plesso “Lombardo Radice” e il Liceo Scientifico.

8l).L’area dell’ex Campo di Concetramento, l’Emaia e l’antica fiera di San Martino; altre infrastrutture ed il Cimitero di contrada Cappellares.

9).La strada per Scoglitti, l’archeologia industriale di Giardinazzo, il II Circolo Didattico “G. Caruano”. Il quartiere di fronte all’Emaia.

9a).Un quartiere nuovo sulle antiche terre.

10).La via Cavour o “a strata a lumi”. Il Liberty da Piazza del Popolo a via Milano. Le altre vie del Liberty.

10a).Altri esempi notevoli di Liberty e palazzi ottocenteschi.

11).Le Scuole Nuove, Piazza Italia, la “stradella”, la stazione ferroviaria e le distillerie.

11a).Piazza Italia e il “Cavallo ipparino” di Arturo Di Modica.

11b).La ferrovia, la stazione e le distillerie.La zona industriale.

11c).L’istituto comprensivo (ex VI Circolo Didattico “Pappalardo” e la Scuola Media “G. Matteotti”).

11d).La chiesa di San Giovanni Bosco. 

11e).Il santuario della Madonna della Salute.

11f).Il Parco di Serra San Bartolo e il Museo del Carrubo e della Civiltà Contadina. Il Velodromo a Montecalvo.

Box.Il carrubo nel paesaggio agrario e nella storia di Vittoria.

11g).Il PoliMuseo “Attilio Zarino”.

12).La chiesa di San Paolo.

13).La chiesa San Giuseppe  e le vicende del Conservatorio poi Monastero della Sacra Famiglia.

Box.Nascita e vicende del Venerabile Conservatorio o Monastero della Sacra Famiglia a San Giuseppe.

13a).Il Monastero nell’Ottocento

13b).L’ex Monastero come scuola.

13c).Il Liberty nel quartiere di San Giuseppe.                                

13d).L’Istituto del Sacro Cuore e la piazza Matteotti.

13e).La chiesa della Madonna delle Lacrime.

[Preciso che la biblioteca “Angelo Alfieri” è stata in seguito spostata negli angusti locali dell’ex convento della Grazia]

6e).La chiesa di San Biagio (oggi ugualmente nota come “Santa Rita”).

Passando ora alla chiesa, possiamo dire che la facciata è semplicissima. Così la descriveva Giovanna Garretto Sidoti nel 1944: «Un portale, al centro dell’alta costruzione, è sormontato da una nicchia recante una conchiglia. Al di sopra di essa, una finestra serve a dare luce all’interno quasi buio. La facciata, nella sua ampiezza, è divisa in tre parti da quattro lesene con capitelli compositi. Esse hanno aggetti minimi e piatti e poggiano su mensole rovesciate con curva e contro curva. Dall’architrave si eleva una loggetta graziosa, a sei fornici più uno centrale, racchiusa da un partito architettonico. Qui, architrave fregio  e cornice hanno un aggetto che si raccorda, in alto, con il piano dei fornici con un movimento concavo. Sopra l’architrave, un timpano spezzato. Originalissima è l’estrema ornamentazione, gloria dei bravissimi lapicidi. Are votive a due cartigli appoggiati in senso opposto su un asse simmetrico, dalle cui cime si dipartono alcune bizzarre fiammelle che sembrano mosse dal vento. Tutto l’insieme ha un carattere campestre ma leggiadro e originale». Entrando, da sinistra, dopo un’arcata vuota, si incontra:

a)altare con tabernacolo, con in basso un medaglione raffigurante Santa Rita; nella nicchia dell’altare un tempo la statua di Santa Rita;

b)pulpito in legno dorato

c)altare con grande Crocifisso in legno; al di sotto un medaglione con corona di spine e chiodi in bassorilievo

d)nell’abside…la statua di Santa Rita, una statua di San Biagio (opera di G. Rugaldier di Ortisei), una statua della Madonna (opera di Giuseppe Stuflesser di Ortisei, donata dalla signora Teresa Di Leo nel 1963)

e)quadro della Madonna di Loreto (seicentesco?)

f)bassorilievo con corona

g)quadro della Sacra Famiglia (proveniente dalla Chiesa Madre, opera del sac. Gaetano Di Stefano, donato nel 1874 dal notaio Filippo Neri Maltese);

i)quadro di San Gaetano, del pittore Gaetano Di Stefano (1809-1896) di Chiaramonte Gulfi.

h)quadro della Madonna del Carmelo (forse del Settecento).

E’ interessante riferire qualcosa sul culto. Scrive Giuseppe Pitré: «Il martirologio ci racconta che esrcitando la medicina S. Biagio di Cappadocia fu creato vescovo, e tra gli altri prodigi fece quello di liberare un bambino da una spina onde nessun medico avea saputo liberarlo. E’ questa la ragione per cui il Santo giunse fino a noi come protettore de’ mali di gola: tanto che pel suo giorno si fanno certi piccolissimi pani che si pretende abbiano forma di gola detti cannaruzzedda di S. Brasi…Comiso l’ha come patrono non solo per l’affare della gola, ma anche per altri benefizi che riconosce da lui. I Comisani raccontano che egli fermò la peste alle porte della loro città, difende dai terremoti, guarisce le storpiature, le lussazioni, ed altri mali violenti» . San Biagio inoltre condivide l’attribuzione della protezione degli animali domestici (cavalli, muli, asini e maiali) con Sant’Antonio. Assieme a San Vito -come si è già detto-, San Biagio è un potente guaritore. Festeggiato anche all’interno della chiesa di San Vito nel Seicento (La Barbera), il santo vescovo di Sebaste fu venerato «con nostalgica intenzione», secondo Stanganelli, proprio dai Comisani che secondo lui sarebbero venuti a Vittoria . Scrive infatti lo storico comisano che all’inizio furono pochissimi quelli che abbandonarono Comiso per trasferirisi a Vittoria, ma che «allorquando però i primi partiti, portarono in patria le più rosee notizie della nascente terra, ciò non fu più; e gli emigrati comisani, anche per ragione di vicinanza, furon tanti da formare colà un quartiere a dirittura, dove nel 1642 innalzavano poscia pei loro bisogni spirituali una chiesa che con nostalgica intenzione, vollero dedicata appunto al patrono del loro paese d’origine, cioè a San Biagio, accanto alla quale poi nel 1732 il nostro concittadino sac. Francesco Molé, faceva sorgere un Collegio di Maria, cedendo all’uopo la propria abitazione». Stanganelli riprende la data del 1642 da La China, mentre La Barbera riferisce dell’esistenza della chiesa solo nel 1651 e la prima sepoltura registrata a San Biagio è del 1654 (Monello). Un altro cenno alla chiesa di San Biagio è del 1674 , mentre nel quartiere nel 1682 sono registrate solo 5 case. Da Raniolo 1990  sappiamo inoltre che nel 1681 all’interno della chiesa godeva di grande favore popolare l’altare della Madonna di Loreto, cui fu addirittura concessa la fiera franca (che poi a fine Settecento fu ripresa dai padri Cappuccini) nel mese di aprile. Sulla storia della chiesa, dalla documentazione ad oggi parzialmente inesplorata dell’Archivio di Stato di Ragusa , apprendiamo che il Conte nel 1678 concesse 14 tumoli di terra, distaccandole dalle terre Comuni, perché se ne facesse un orto, irrigabile «colla facoltà della piena che scorre dalla Città». A seguito della donazione fatta da don Cristoforo Garì ai Cappuccini nel 1721 (vedi oltre), l’orto poté essere irrigato regolarmente «con l’esubero di acqua della sorgente delle terre della Vignazza in contrada dei Comuni, che il benefattore Cristoforo Garì aveva donato ai Padri Cappuccini per farne un fonte per uso del popolo e l’esubero avvalersene il convento per la selva» (La China). Altri dati sulla chiesa ci provengono dall’esame dei riveli. In particolare, sugli altari all’interno della chiesa, abbiamo le seguenti notizie:

1)altare di San Biagio (ovviamente, sin dal 1651 almeno, secondo La Barbera)

2)altare o Cappella di Maria di Loreto (almeno dal 1681, con una donazione Nicosia-Cavalli nel 1717) ;

3)altare di San Sebastiano (?) verificare da dove proviene la notizia

4)Altare del SS.mo Crocifisso (1748)

5)Altare del SS.mo Sacramento (1748).

Dall’elenco dell’arciprete Ventura, ai primi dell’Ottocento risultano le seguenti feste:

a)il 5 febbraio «…festa di S. Agata con vespero e messa cantata, e pochi lumi a spese del Collegio…»;

b)l’11 febbraio (ma perché non il 3?) «festa di S. Biaggio Vescovo e Martire, a spese come sopra con qualche debole limosina…»;

c)il 7 agosto «festa di S. Gaetano  a spese come sopra con debole limosina in chiesa…»; d)l’8 settembre «festa della Natività della Nostra Donna a spese come sopra, e limosina popolare tenuissima».

In merito al culto di Santa Rita (di cui nella chiesa esiste olio su tela di autore ignoto, recentemente restaurato), non ce ne è traccia fino al 1827, ma una festa risulta già assai frequentata nel 1883 , possiamo affermare che il suo culto si affermò nella seconda metà dell’Ottocento, probabilmente con il processo di canonizzazione. Passata al Comune nel 1867, la chiesa di San Biagio fu a lungo utilizzata come granaio e solo nel dopoguerra, aggregata alla parrocchia di San Francesco, ha ripreso il suo posto tra le chiese cittadine, diventando però sede esclusiva del culto di Santa Rita da Cascia .

6f).Il Collegio di Maria (già Ginnasio poi Liceo Ginnasio, Scuola Media “Don Milani”, oggi Istituto Comprensivo San Biagio).

Nell’edificio attaccato alla chiesa, sin dagli anni ’80 del Novecento è allocata una scuola media, già intitolata a Don Milani ed oggi Istituto Comprensivo “San Biagio”. Ma l’edificio è conosciuto dalle vecchie generazioni come il Ginnasio poi Liceo Classico “Rosario Cancellieri”. In verità si tratta di un antico Collegio di Maria.

Box.Il Collegio di Maria a San Biagio.

Sulla storia del Collegio, leggiamo da La China (che è più completo rispetto al barone Paternò):

«Il sac. don Francesco Molé nel 1732, collaterale alla chiesa di San Biagio, fondò un Collegio di Maria, colle stesse regole dettate dal Cardinal Corradini per la Città di Sezze. Il nostro Collegio intanto assunse il titolo di Gesù di Roma, e le Collegine si ebbero il compito dell’istruzione femminile, dovendo le ragazze apprendere i doveri religiosi e civili, non che il modo di eseguire lavori donneschi. Fondato il Collegio, sorse il bisogno di una Chiesa; e siccome esistea allato quella di San Biagio, fondata, come credesi da coloni di Comiso, circa il 1642, così l’aggregazione fu bella e facile; e nell’anno stesso 1732 divenne già un fatto compiuto, riserbandosi soltanto l’Arciprete don Errico Ricca il suo dritto parrocchiale, cioè quello di amministrare alle convittrici il SS.mo Viatico e la Estrema Unzione. Venuto in Sacra Visita, nel 1734, il Vescovo di Siracusa, Mons. don Matteo Trigona, e non trovando ancora stipulato l’atto di donazione del Collegio, a mente dei sacri canoni, neppure volle visitarlo, reputando piuttosto quel Collegio come Convitto di donzelle secolari. In seguito, il detto sac. Molé, a 19 Novembre 1737, stipulò l’atto di dotazione in onze 50 annue…presso gli atti del notaro don Saverio Gafà, ed il Collegio venne poscia visitato per la prima volta, nell’agosto del 1750, dal Vescovo di Siracusa Mons. don Francesco Testa da Nicosia…».

Tutto sembrerebbe essere andato liscio. In verità le cose furono assai più complicate. Grazie alla documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Ragusa ed agli atti annessi al rivelo del 1748, siamo in grado di ricostruire le vicende che portarono alla nascita del primo Collegio di Maria a Vittoria. La vicenda cominciò nel 1728, quando si incontrarono due forti personalità: don Francesco Molé (nato nel 1678 a Comiso secondo Stanganelli e cittadino palermitano per privilegio concesso) ed il giovane don Errico  Ricca (nato nel 1701), figlio del barone don Giovan Battista Ricca . Tornato a Vittoria da Palermo nel 1728, il giovane don Enrico Ricca venne a sapere che  don Francesco aveva messo mano a realizzare (raccogliendo però elemosine) accanto alla chiesa di San Biagio «…una casa da conviverci donzelle povere, e vergini». Don Errico, che aveva studiato a Palermo, dove era venuto a conoscenza della novità costituita dalla fondazione dei Collegi di Maria, suggerì a don Francesco «di più tosto farne un Collegio di Maria per il bene se ne ricavava», in quanto le religiose non solo avrebbero trascorso il loro tempo pregando, ma sarebbero state impiegate ad istruire le fanciulle nella dottrina cristiana e nelle arti manuali. L’idea piacque a don Francesco, che continuò a costruire. Quando nel marzo 1731, don Errico fu nominato nuovo parroco, dopo la morte dello zio don Desiderio Ricca, i due concordarono che era venuto il momento di trasformare la casa in Collegio di Maria. Con il consenso di don Francesco, Ricca chiese al sac. don Gaetano Errante di mandare sua sorella suor Crocifissa e con suor Gesualda Sprivieri nel Collegio di Maria di Morreale, per istruirsi ed essere poi nelle condizioni di svolgere l’una il compito di superiora e l’altra di maestra di scuola. Giunto a Vittoria nel maggio 1731, don Errico fece nominare dai Giurati il sac. don Alberto Carlino come predicatore quaresimale, perché venendo a Vittoria portasse con sé le due suore, che furono ospitate nel Monastero di Santa Teresa. Don Alberto Carlino portò con sé le regole fatte dal card. Corradini per il primo Collegio di Maria, istituito nella città di Sezze ed approvate dal papa Clemente XI nel 1717. Occorrendo la chiesa, don Errico concesse che la chiesa filiale di San Biagio venisse aggregata al Collegio di Maria, cosa che avvenne con atto del 10 marzo 1732. In attesa del perfezionamento della fondazione, dal 25 marzo 1732 il Collegio fu aperto, con l’ingresso in esse di parecchie fanciulle. Dopo questo fatto, null’altro si fece. Quando nel 1734 il vescovo mons. Trigona venne a Vittoria per la consacrazione della nuova chiesa madre, si rifiutò di visitare la struttura, perché priva dei fondamenti minimi per essere riconosciuta come Collegio di Maria e così sarebbe stato fino a quando don Francesco non avesse assegnato la dote necessaria. Cosa che don Francesco fece con atto del 19 novembre 1737, assegnando alla struttura onze 50 annue basate «sopra una tenuta nominata di Boscopiano con terre sopra e sotto acqua, e cursi d’acque mandre, case, Palazzo ed altri commodità…qf. con terre del fego di Bosco Rotondo», oltre che su sedici case a conf. con l’orto di San Biagio e su vigne in contrada Resiné. Come si è detto, don Francesco Molé era assai ricco. Nel 1748 dichiarò di possedere beni stabili per onze 4.600 (certo una bazzecola, pari ad appena il 10% delle 50.000 onze dichiarate da don Errico Ricca!) e beni mobili per 370 onze. Tra i beni stabili una grande casa in 13 corpi di sua abitazione a San Vito, 12 immobili in vari quartieri (San Vito, San Francesco, Grazia), 15 case congiunte e collaterali a confine con l’orto di San Biagio  e le terre Comuni. Possedeva inoltre vigne per 93 m.ra in varie contrade, da Resiné all’Ancilla, da Burgaleci a Pozzo Ribaldo etc..   Dichiarava gravezze per onze 1550 e quindi aveva un reddito netto di onze 2500 circa.

A sua volta la Venerabile Chiesa di San Biagio (tramite il suo procuratore) dichiarò di possedere 3 case nel quartiere Sant’Antonio, 9 tumoli di terra a Gelati, un orto di 12 tumoli nella contrada Communi, a confine con la chiesa e case del rev. don Francesco Molé, più un vignalotto girato di muri .

Le regole dell’istituto furono approvate dal vescovo di Siracusa nel 1755, quando ormai da gran tempo i rapporti tra don Errico (che però aveva già fondato il suo Collegio di Maria a San Giuseppe, vedi oltre ) e don Francesco si erano guastati. Da un lato infatti don Francesco considerò la sua creatura solo in parte sottomessa alle regole di Sezze prevedendo particolari privilegi per sue consanguinee; dall’altro non volle mai accettare la supremazia del parroco Ricca all’interno del Collegio, cosa che provocò il ricorso di don Errico al vescovo di Siracusa. La disputa, che coinvolse il Vescovado, il Tribunale della Monarchia, il Papa stesso, si protrasse anche dopo la morte di don Francesco, avvenuta nel gennaio 1759 e fu risolta con una transazione nel 1761, con il riconoscimento del diritto del parroco sulle funzioni da praticarsi nella chiesa e nell’amministrazione dei sacramenti alle religiose, mentre tutto il resto era competenza del cappellano. Un nuovo scontro per la supremazia tra arciprete e cappellano scoppiò nel 1764, quando in occasione della visita del vescovo, il cappellano non volle riconoscere il ruolo dell’arciprete e riaffermò il suo diritto, in base alla transazione del 1761, di servire «il Vescovo nel porgergli l’acqua benedetta e di mostrarli li Sacri depositi della SS.ma Eucaristia, e dell’Olio Santo degli Infermi…». Ricca, umiliato, ricorse al Vescovado adducendo il fatto che la transazione del 1761 era da ritenersi lesiva dei diritti suoi e dei successivi parroci «e che spettasse a lui, e suoi posteri, il gius di servire al Vescovo nella Sacra Visita da farsi in detta Venerabile Chiesa, e che la celebrazione della Messa Sollenne spettasse ed appartenesse a detto rev.do Parroco e suoi da cantarsi nella vigilia dell’Ascenzione, in occasione della Rogazione, che si porta in detta Venerabile Chiesa». Ma sia il vescovo, che il Tribunale della Monarchia gli diedero torto…    

Passato al Comune nel 1867, il Collegio di Maria rimase per un po’ inutilizzato. Poi, su iniziativa del sindaco Cancellieri i locali furono restaurati (1881-1883). Della storia del ginnasio parla La China e da lui apprendiamo che il primo tentativo di creare un ginnasio (l’attuale scuola media) risale al 1870, su proposta del cons. Giacomo Carfì. Per l’anno scolastico 1871-1872 funzionò però solamente la prima classe , quindi una seconda e nel 1875 una terza  e nel 1876-1877 una quarta classe, ubicate a San Giuseppe. Probabilmente l’esperimento (tutto affidato a sacerdoti) non ebbe grande successo se il sindaco Cancellieri fece deliberare di nuovo dal Consiglio l’istituzione di un Ginnasio comunale (14 settembre 1879), proponendo la nomina di due insegnanti per le due classi funzionanti: il prof. Atanasio Bracci Cambini di Pisa per le materie letterarie e l’ing. comunale Eugenio Andruzzi per matematica, scienze naturali, disegno e calligrafia. Il nuovo indirizzo di studi scolastici fu inaugurato il 10 novembre 1879 nelle sale superiori del Teatro Comunale. Il 7 giugno 1882 ne fu chiesta la “regificazione” che fu ottenuta con decreto del 27 maggio 1883 (quando ormai Cancellieri non era più né sindaco né deputato). Il Ministero aveva però concesso la regificazione a condizione che si approntassero nuovi locali, cosa cui il Municipio aveva già pensato, avendo chiesto da tempo un mutuo con la Cassa DD.PP. per la ristrutturazione degli ex Collegi di Maria a San Biagio e a San Giuseppe.  Il ginnasio si trasferì nei locali di San Biagio ai primi di novembre del 1884. Contemporaneamente, il sindaco Gioacchino Jacono (1882-1884) vi istituì una Scuola Tecnica retta dall’ing. Eugenio Andruzzi, scuola che però sia per la scarsa frequenza sia per il trasferimento a Reggio Calabria di Andruzzi fu chiusa (l’idea fu ripresa in seguito e realizzata solo nel 1915 a San Giuseppe ).

Altre notizie sul Ginnasio sono contenute nell’Annuario del Regio Ginnasio degli anni scolastici 1928-1930. Dalla documentazione, risulta che profonde modifiche furono fatte nell’edificio tra il 1928 ed il 1930, con la sostituzione dei pavimenti (mattonelle in cemento al posto delle vecchie basole di pece), il rifacimento dei bagni, la creazione dell’aula magna e della sala dei professori-biblioteca. L’edificio inoltre fu destinato tutto a Ginnasio, con il trasferimento altrove delle scuole elementari che erano ospitate a pianterreno e nuovi arredi scolastici. Il patrimonio librario fu assai incrementato arrivando a raggiungere il numero di 2300 volumi, fra cui una collezione di antiche edizioni di classici latini, in gran parte donata dal comm. Gioacchino Jacono e la raccolta di classici curati da Ettore Romagnoli, in un’epoca in cui non esisteva ancora la biblioteca comunale. Il 24 maggio 1930, con una targa in marmo, furono ricordati gli studenti ginnasiali caduti nella Grande Guerra . Nel 1937 fu istituto anche a Vittoria il Liceo Classico, che a poco a poco si affermò negli stessi locali, divenendo naturale prosecuzione delle classi IV e V ginnasiali, mentre le prime tre negli anni ’50 furono trasferite al primo piano delle cosiddette “Scuole Nuove”.    

Il Liceo-Ginnasio “Rosario Cancellieri” , rimase a San Biagio fino al 1984 quando fece posto, dopo un’ampia ristrutturazione, alla scuola media Don Milani, in quanto il Liceo negli anni era andato sempre più deperendo come numero di alunni, mentre la scuola dell’obbligo era in continua crescita ed imponeva la ricerca di nuovi e più ampi locali per ospitare i ragazzi. E così il vecchio e glorioso Liceo-Ginnasio fu ospitato prima dal Magistrale e poi annesso al Liceo Scientifico.

7).Da Piazza del Popolo a Piazza Indipendenza lungo la via “Rosario Cancellieri”.

L’antica via Piazza (1820) poi intitolata nel 1864 alla battaglia del Volturno, nel 1930 fu dedicata all’importante uomo politico (vedi oltre). “Generata” dal convento dei Minori Osservanti essa arriva fino a Piazza Indipendenza  oggi Nannino Terranova.

Lungo la via Volturno sorgevano i palazzi ??con farmacia Bertone?, il caffé Bristol, il palazzo Giudice Bennardo (oggi Banca Agricola Popolare) con bel terrazzo, l’Albergo Italia (qui trasferitosi dai locali della piazza, all’angolo con la via Principe Umberto) proprietà Occhipinti (oggi abitazione privata e sede di una banca e di uno studio notarile). Di fronte, ai nn. 21-23, si incontra l’edificio oggi della Lega di Miglioramento, ristrutturata in anni recenti. nel prospetto una lapide ricorda il fondatore Nannino Terranova.

7a).La Lega di Miglioramento.

Nata come Casa dei Socialisti a seguito di una sottoscrizione popolare lanciata nel 1911, fu inaugurata il 1° maggio 1912 come sede del Circolo Socialista, della Lega dei Contadini e della Cooperativa di Consumo “19 maggio 1901”. Creatore ed animatore ne fu Nannino Terranova (1881-1918), bellissima figura di intellettuale ed organizzatore politico socialista . Morti Nannino Terranova e Gaetano Puglia di spagnola nel 1918, il capo del movimento divenne l’avv. Salvatore Molé (1880-1973), che portò alla vittoria il Partito Socialista nelle elezioni amministrative del 7 novembre 1920. La svolta, che metteva fine al trentennio dominato dal partito Jacono-Rizza fu avversata da quanti temevano “il pericolo rosso” e “la rivoluzione bolscevica”, in un’Italia in cui le classi dirigenti erano terrorizzate dalla parola d’ordine socialista «faremo come la Russia». Pertanto anche a Vittoria le classi dirigenti impaurite finanziarono il nascente squadrismo organizzato a livello ragusano da Biagio Pace e  Filippo Pennavaria. Dopo aver assassinato in paizza il consigliere Giuseppe Compagna il 29 gennaio, il 13 marzo 1921 gli squadristi attaccarono armi in pugno la Casa dei Socialisti, devastandola e bruciando in piazza la mobilia ed i ritratti di Nannino Terranova e di Gaetano Puglia . In seguito all’avvento di Mussolini ed allo scioglimento di partiti e sindacati nel 1926, i locali furono espropriati ai legittimi proprietari ed assegnati al Dopolavoro fascista “Casa del Contadino”. Allo sbarco degli Alleati, il piano terreno al n. 21 era stato rilasciato alla risorta Lega dei Contadini, mentre il piano superiore al n. 23 fu occupato dal comando della Polizia Alleata fino al 31 dicembre 1943. Subito dopo fu sede della rinata Camera del Lavoro e della sezione del Pci ed anche dopo che il Pci si trasferì altrove, in occasione delle elezioni, fino agli anni ’90, conservò la funzione di sede di diffusione dati. Dai suoi balconi parlarono numerosi dirigenti politici e sindacali. Nel salone della Lega, a pianterreno, nuovi ritratti di Nannino Terranova e Gaetano Puglia rammentano a tutti la storia del movimento socialista a Vittoria.

7b).Casa Carfì (oggi sede della banca Credem).

Al n. 71 di via Rosario Cancellieri si può ammirare uno dei migliori esempi di facciate in stile Liberty, del 1923: la casa Carfì-Muscolino (oggi Banca Credem) progettata da Salvatore Li Rosi e Giombattista Nicosia e realizzata con l’intervento di Luigi Nicosia. Decoratori lo stesso Li Rosi e S. Nifosì da Comiso.

7c).Ex Cinema Excelsior (oggi condominio Pancari).

Dove oggi si innalza un anonimo condominio, fino agli anni ’50 sorgeva un cinema, l’Excelsior. Ricordare i luoghi del cinema a Vittoria è importante, per l’enorme ruolo che l’invenzione dei fratelli Lumiére ha avuto anche nella nostra città. Il cinema era proprietà Pancari ed era gestito dal cav. Giovanni Farfalla. Secondo Giovanna Paravizzini Dierna «nacque nel [1915, n.d.a.]. La facciata era caratterizzata da quattro archi con quattro lampioni che si accendevano la sera, prima della proiezione per avvisare il pubblico. L’interno del cinema era diviso in sala d’attesa e sala cinematografica, oltre naturalmente alla saletta di proiezione. La sala d’attesa era ricca di stucchi, grandi specchiere e tende. Le pareti erano ricoperte con tappezzeria damascata di colore rosso. Al centro della sala c’era un elegante divano rotondo di velluto rosso con passamaneria in oro. Negli angoli c’erano dei divani e lungo le pareti c’erano dei puffi di colore rosa. Il rosso dei divani era ripreso nelle cadute delle tende che ricoprivano gli stipiti delle porte. Sulla sinistra della sala c’era il botteghino e sulla parete di fronte c’erano tre porte per entrare nella sala di proiezione. La platea era costituita da tre diversi tipi di sedie: poltroncine di velluto rosso; sedie in legno, panche in legno. Il fascio di luce veniva fuori da una ruggente testa leonina. Al tempo del muto, per ridurre il rumore della manovella, c’era un sottofondo musicale (fino al 1934 suonava un pianista, poi dischi). Capitava naturalmente che le didascalie fossero lette ad alta voce…Il cinema Excelsior fu chiuso durante la seconda guerra mondiale. Riaperto nel 1949 dai fratelli Leonardi, venne chiuso di nuovo perché la commissione di vigilanza dichiarò inagibili i locali e per l’alto pericolo di incendio. Per un periodo, l’Excelsior venne usato come sala riunione ed infine abbattuto nel 1969. Il primo film proiettato fu “La rosa insanguinata” e l’ultimo “Godzilla”» .   

7d).Palazzo Traina (oggi Citino).

Oltrepassata una casa con belle decorazioni sovrapporta al n. 83, al n. 112 troviamo palazzo Traina (oggi La Bruna-Citino), in stile gotico-veneziano con portico a loggetta, con decorazioni di Salvatore Pirrone e affreschi di Vito Melodia e della sua scuola (Campo), progettato dal geom. Francesco Puglia (ingegnere comunale) ai primi del Novecento.

7e).Altri edifici notevoli.

All’angolo tra la via Cancellieri e la piazza sorge la casa oggi di proprietà Scalone-Macca, con magnifica facciata in pietra.

8a).La Villa Comunale.

Approvata la legge sull’esproprio dei beni ecclesiastici nel luglio 1866, il Consiglio Comunale di Vittoria il 23 novembre dello stesso anno richiese anche «la cessione a favore del Comune del fabbricato del convento dei padri Cappuccini, con suo orto addetto a giardino, e del recinto ove esisteva un tempo il mercato dei panni, da servire a fabbricato per uso d’ospedale di povertà che assolutamente ne difetta il Comune e ricovero di mendicità, obbligandosi il Comune di pagare il valore del giardino giusta l’ultima gabella in £. 701.25» . Dal 1867 fino al 1930 l’area in gran parte fu data in affitto, a base d’asta, per usi agricoli e poi in seguito anche per ovili di macellai; in parte fu ceduta a privati a scopo di edificazione. Nel 1923 però l’amministrazione dell’epoca, retta dal dr. Salvatore Gucciardello, fece approvare nel nuovo Consiglio a maggioranza fascista il progetto di una gigantesca lottizzazione, in base alla quale si cominciò a vendere alcuni lotti di terreno. Ma in seguito, fortunatamente, furono riacquistati dal Comune, con il rimborso del prezzo agli acquirenti. A prescindere dal giudizio storico che si deve dare sull’epoca, dobbiamo gratitudine al podestà Michele Maltese che, con deliberazione n. 362 del 1° ottobre 1930, approvò  il progetto per la creazione di un giardino pubblico, dando una destinazione definitiva e assai proficua per il presente e per il futuro all’orto dei Cappuccini. Così recita la narrativa della deliberazione:

«Ritenuto che al margine sud ovest dell’abitato il Comune possiede un’estensione di terreno che abbisogna di una sistemazione per eliminare lo sconcio antigienico di essere adibito a pubblico vespasiano, nonché per pascolo a greggi vaganti;

Ritenuto che la sistemazione maggiormente s’impone ora che è stata riadattata la bellissima e vasta piazza intitolata all’augusta persona di S.A.R. la Principessa di Piemonte [attuale Piazza Sei Martiri, n.d.a.];

Ritenuto che il terreno per la sua disposizione si presta ad essere sistemato a giardino pubblico, di cui questa Città ne ha bisogno per dare un po’ di sollievo allo spirito dei suoi 42.000 abitanti e dove il lavoro intenso non può avere altro compenso che quello di ricrearsi in un luogo adatto…».

L’incarico per il progetto era stato dato all’architetto Saverio Fragapane , che lo aveva consegnato il 12 giugno. La allocazione dei giardini pubblici era la seguente: «…precisamente il quadrilatero confinante a nord est con case private in via Brescia [erroneo per Varese, n.d.a.], a nord ovest con la via dei Mille, ad ovest con lato aperto ove si addentrano il convento dei Cappuccini e un isolato di case private, con Piazza Maria del Belgio e col Dispensario Polivalente ed ospedale; a sud est con una viuzza campestre sul pendio della Valle dell’Ippari», per una superficie complessiva di circa 31.500 mq. I lavori furono appaltati il 24 ottobre 1930 alla ditta Pluchino di Ragusa (del. n. 425) ed iniziarono a metà dicembre. Direttore dei lavori fu nominato l’ing. Emanuele Amarù (1906-1990?), che apportò numerose modifiche e varianti al progetto originario. Il Giardino Pubblico fu completato nel 1939. Nel 1937, autore lo scultore Salvatore Battaglia, in fondo al viale principale, fu eretto un monumento alla fondatrice di Vittoria, Vittoria Colonna, nel 330° anniversario della fondazione della città.

8b).L’Acqua Nuova o Fontana di Garì o dei Leoni.

Adiacente alla Villa, in fondo a via dei Mille sorge una fontana monumentale detta di Garibaldi (ma già La China lamentava che avrebbe dovuto chiamarsi di Garì) o dei Leoni. La fontana o meglio biviratura fu realizzata dai Cappuccini dopo che nel 1721 don Cristoforo Garì donò l’acqua delle sue terre dette la Vignazza ), per irrigare la selva realizzata sulla terra concessa dall’Università staccandole dalle terre Comuni. L’abbeveratoio al servizio della comunità vittoriese, denominato Acqua Nuova, fu realizzato in cambio di alcune agevolazioni fiscali (vedi oltre). I lavori per la trasformazione della fontana iniziarono nel luglio 1878, a cura di Orazio Busacca, incaricato dal sindaco Giovanni Leni (1876-1878), ma furono poi completati dall’ing. Eugenio Andruzzi su incarico del sindaco Rosario Cancellieri (1879-1882) . A tale proposito scrive La China: «L’acquedotto venne realmente cavato, ed il popolo sin’oggi gode di acqua abbondante, mercé l’azione generosa di quel benefattore Garì. Dietro quella concessione d’acqua, la Comune ha speso a quando a quando delle ingenti somme per la manutenzione di quell’acquedotto, ed ultimamente sostenne una forte spesa, tanto, che la misura finale dei lavori, ivi compiutisi, ammontò alla cifra netta di £. 27838. Si aggiunga, che per l’acqua abbondante che scaturisce dalla sorgente Garì, il Comune rese bello il quartiere di San Biagio, in cui erogò la cifra di £. 41540, compresa la spesa della fonte e dell’abbeveratoio, ove si fece arrivare l’acqua, mercé una conduttura a tubulatura forzata. In esso acquedotto si eseguirono lavori di escavazione per approfondirlo fino alla via dei Mille, e nel punto da noi chiamato l’acqua nuova vi si eresse una spaziosa fonte».

8c).Piazza Sei Martiri e le antiche preesistenze oggi scomparse: la porta della Marina, il vecchio Calvario e la chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna.

L’attuale Piazza Sei Martiri , già intitolata nel 1930 alla Principessa Maria José del Belgio (moglie del principe Umberto, allora erede al trono), già Piazza Libertà e prima ancora semplicemente Piano dei Cappuccini, fu spianata nel 1929 e sistemata definitivamente nel 1931 (altri lavori furono fatti alla fine degli anni ’80). La zona era attraversata dall’antica via per lo scaro degli Scoglitti che, lungo l’attuale via dei Mille, saliva al piano e si immetteva nell’attuale via Belvedere verso la marina, passando sotto la porta cosiddetta prima dei Cappuccini e poi denominata della Marina. Secondo La China (pag. 275) «La porta della Marina era una gran porta costruita dietro l’attuale Calvario, e serviva di uscita per andare a Scoglitti…». Lo storico rifiuta come errata l’opinione secondo cui essa sarebbe stata costruita al tempo della peste di Malta, nel 1813, ed afferma che sarebbe stata costruita prima del 1810 . In verità noi sappiamo che sin dalla fine del Seicento il nucleo abitato era delimitato dalla cinta daziaria, che definiva come extra moenia tutte le terre al di là delle mura. Tale cinta però, proprio nel 1813, in occasione della peste di Malta, fu rinforzata e furono create delle vere e proprie porte , una delle quali dovette appunto essere chiamata sia porta dei Cappuccini sia della Marina. La porta crollò nel 1860 . Oggi la piazza, che rivestì anche il ruolo di arena cinematografica nel 1934, è soprattutto lo spazio dove si svolge la Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo, con la costruzione a far data dal 1956 di un palco per la recita (nel corso degli anni disegnato prima dal prof. ?? Miranda e poi dal prof. Arturo Barbante).

Scrive La China che l’antica strada che portava allo scaro degli Scoglitti, all’altezza dell’attuale Calvario, si lasciava sulla destra il vecchio Calvario (già cadente nel 1859)  e alla sinistra la chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna (abbattuta nel 1878). Nulla sappiamo di questo antico Calvario. Secondo quanto scrive La China, il Calvario antico fu abbattuto nel 1859, quando si decise di costruire il nuovo (che sarebbe il terzo), «perché invero troppo meschino». L’unica cosa che noi ne sappiamo è che dovette essere realizzato dopo il 1679,  perché a quella data ne doveva esistere uno sulla modesta altura dove oggi sorge la chiesa di San Francesco di Paola, detta appunto in un documento del 1679 Cozzo del Calvario). Il nome dell’intera zona, detta contrada della Croce sin dal 1616, ci fa però immaginare che sin dall’inizio alla periferia dell’abitato ci fu un Calvario, spostato man mano che la città si allargava verso sud ovest. Per quanto riguarda la chiesetta, La Barbera  scrive che essa sarebbe stata anteriore al 1693. Nei documenti in mio possesso   il suo nome  è «Sangue del Nostro Signore Gesù Cristo alla colonna».  Denominata in seguito, più concisamente chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna, fu abbattuta nel 1878, a seguito di un accordo tra Comune e Parrocchia, del 20 aprile 1877. Nell’atto si legge: «Esiste in questa Comune nell’antico largo dei Cappuccini, oggi chiamato Piazza della Libertà, una piccola Chiesa chiamata del SS. Cristo alla Colonna, costruita nel mezzo di detta Piazza, la quale è tutta di proprietà Comunale, aggiungendo che detta Chiesa trovasi quasi cadente non solo, ma ben pure, per la sua topografica  posizione, impedisce la continuazione e l’incrociamento di due strade principali». Per poterla abbattere il Comune però dovette impegnarsi a corrispondere al parroco un canone netto di £. 25 annuali. La China, che ne deduce l’epoca di fondazione tra il 1700 ed il 1723 (anno della donazione di 15 onze fatta da tale Anna Parisi), la ritiene anche essere stata la prima chiesa del convento dei Cappuccini, dando per scontato che i Cappuccini costruirono la loro chiesa nel 1766, come si legge scritto nell’arco del presbiterio . Oltre ai documenti citati da La Barbera, dagli atti notarili annessi al rivelo del 1714 ricaviamo altre notizie. Innanzi tutto che già nel 1714 l’area attorno al convento aveva il nome di Piano dei Cappuccini  e che Anna Parisi era moglie di mastro Mariano Catalano, che appunto nell’ottobre 1714 aveva fatto una donazione alla «Venerabile Chiesa del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo alla Colonna…costrutta novamente nel piano delli PP. Cappuccini…» , consistente in un vignale circondato di muro in contrada Pennati, nella valle di Cammarana. Nel 1719, la moglie (forse già vedova) di mastro Mariano, Anna Catalano (o Parisi, da nome di nubile), donò onze 1.0.18, rendita dovutale su una sua chiusa . Altre donazioni furono fatte da altri sucessivamente, finché, il 1° febbraio 1723, «Anna Parisi fece donatione inrevocabiliter alla Ven.le Chiesa novamente per detta di Parisi construtta sub titulo S. di N.S.G.C. alla Colonna  delli infrascritti beni…». La donazione era costituita da una rendita di onze 14.24, imposte su chiuse di proprietà della Parisi e Catalano esistenti nelle contrade di Fortura, Cozzo dell’Oro, Fanello, Maritaggi e Canale: veniamo così a sapere che la donna aveva fatto restaurare la chiesetta a sue spese. Nel 1748 il procuratore della chiesa, il dr. don Antonio Cannizzo, dichiarò beni per complessive onze 453 ed uscite per 384. Tra i beni stabili, due case a San Biagio ed una a San Paolo, un pezzo di terre a Gelati ed onze 20 di censi riscossi su altre terre (a Santa Rosalia o Cava Cammarana). Tra le uscite, oltre i censi pagati al duca di San Filippo, al marchese di Giarratana ed all’eredita dei Maritaggi di Paolo Custureri (sulle terre a Cozzo dell’Oro), risultano pagate onze 15 l’anno al Ven.le Convento dei Padri Cappuccini per la messa quotidiana fondata da Anna Parisi il 1° febbraio 1723, cosa che sembrerebbe confermare quanto detto da La China e che cioè la prima chiesa dei Cappuccini sarebbe stata quella del SS.mo Cristo alla Colonna (ma in tal caso le sepolture nella chiesa dei Padri Cappuccini si riferirebbero a questa chiesa?); oppure che i Cappuccini avevano la competenza a celebrare le sacre funzioni nella chiesetta.   

8d).Il Calvario.

Il Calvario attuale, concepito a seguito della visita di missionari cappuccini nel 1859, è un tempietto, a pianta circolare, con due corpi laterali giustapposti di stile neoclassico, che alla base ospita una cappella adorna di alcuni affreschi. Sulle pareti esterne si trovano cinque lunette che racchiudono delle scene della Crocifissione in ceramica, sormontate da altrettanti fregi: martello e tenaglie incrociati, una scure e una mazza incrociati, un paniere con i tre chiodi della crocifissione, due flagelli incrociati, il contenitore dell’aceto con cui fu dissetato Gesù Cristo. Al piano superiore otto colonne in tondo reggono una trabeazione circolare, chiusa da una cupoletta sotto la quale si trovano tre grandi croci di ferro . Pur se concepita nel 1859, la costruzione del Calvario si protrasse per decenni. Lo stesso La China, a pag. 281, scrive: «…e così abbattuto il primo, si die’ mano al secondo, il quale restò poi incompleto, come trovasi tuttora, per gli avvenimenti del 60». In effetti, da una deliberazione del 1° maggio 1862 apprendiamo che l’opera, iniziata due anni prima, era rimasta incompleta e si chiedeva che il Comune contribuisse con la somma di £. 704, somma che evidentemente non bastò se, come dice La China, il Calvario era ancora incompleto nel 1890. Nella mappa della città del 1875 il Calvario è però già presente. Il progetto è attribuito all’ing. Salvatore Battaglia, in attività nel 1885 a Vittoria, come leggiamo nella relazione Arpa, ma di cui nulla sappiamo. Un Salvatore Battaglia risulta confrate della Congregazione nel 1907. Se è l’ingegnere, si potrebbe pensare che sia stato associato o in quanto già progettista del completamento del tempietto o la data del 1907 potrebbe anche essere un termine post quem. Il recente restauro eseguito su incarico della Congregazione, attesta che le decorazioni interne furono eseguite nel 1914 da Giuseppe Maselli (cognome che denoterebbe un’origine pugliese), su incarico del cav. Gaetano Terlato, cosa che ci indurrebbe a pensare ai primi anni ’10 del Novecento come periodo in cui il Calvario assunse l’aspetto attuale. In merito alle decorazioni, così scrive il prof. Alfredo Campo: «Entrando a sinistra, il primo riquadro è costituito da alcune scritture che evidenziano l’autore e l’anno della decorazione..Nel secondo riquadro sono raffigurate la colonna, la lancia e la canna; nel terzo riquadro vi sono la croce e le scale; nel quarto la brocca con l’aceto; nel quinto il gallo; nel sesto la tenaglia, il martello e i chiodi; nel settimo la corona di spine e i dadi; l’ottavo chiude con un riferimento alla committenza del cav. Gaetano Terlato..Decorata con equilibrato senso artistico, la volta contiene inserti floreali e riquadri geometrici che imitano i rilievi ornamentali in stucco presenti in moltissime chiese. Al centro un tondo azzurrognolo trasmette l’idea del cielo e di una simbolica apertura» .   

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-il Cimitero di contrada Cappellares .

La parte sud dell’abitato, lungo la strada per Santa Croce Camerina, è completata dal Cimitero, sorto in contrada Cappellares nei primi anni ’90 dell’Ottocento ed in funzione dal novembre 1895, dopo lunghe e forti polemiche sulla sua lontananza dal centro abitato.

Esso sostituiva il vecchio cimitero, sorto nel 1840 nell’area dell’attuale campo sportivo. Fino a quella data le sepolture venivano effettuate all’interno delle chiese, in fosse e cripte sotterranee od anche in piccoli cimiteri esterni, in caso di scomunica o di rispetto dei precetti.

Il progetto generale fu realizzato nel 1891 dall’ing. Gaetano Angelotti Dolce, di Siracusa (dopo i vani tentativi sia dell’ing. comunale Gaetano Carrubba  e ?? Mauro). I primi lotti per la costruzione di tombe gentilizie furono assegnati nel 1895 alla famiglia Jacono e alla S.O.M.S. oggi “Ferdinando Jacono”, poi dal 1896 alle famiglie Traina, Mazzone, Di Blasi, Rizza Jacono, alla S.O.M.S. “Rosario Cancellieri” (1898), al Circolo “Umberto I” (1899) etc. Notevole è il portico in stile neoclassico che orna la parte destra del viale centrale, opera dell’ing. Emanuele Amarù, progettata negli anni ’30 del Novecento. Presente lo stile Liberty, con la tomba neogotica dei Lucchesi e con la tomba della “Pro Patria”: entrambe opera di Salvatore Battaglia, ma non mancano altri notevoli esempi di bella architettura, tra cui le cappelle della famiglia Jacono-Rizza e la capricciosa tomba a forma di piramide di Filippo Neri Jacono Roccaddario  la quale, nonostante non ci siano più eredi, non merita di essere venduta per demolirsi.

Notevole anche il monumento funerario in pietra di Comiso disegnato da Emanuele Ingrao per la figlia Elidia, nel viale di sinistra, dopo l’ingresso. Altre cappelle in stile Liberty sono quelle Molé e Mangione (Campo). Il Cimitero ospita anche una cappella dedicata ai soldati ungheresi morti a Vittoria in prigionia durante la prima guerra mondiale, realizzata nel 1927 (inaugurata il 28 maggio). Il monumento, costruito a spese dell’Ungheria dopo la cessione del suolo ad opera del Comune, fu disegnato dall’ing. Arpad Kirner. Lo realizzarono i costruttori vittoriesi Raffaele Bucchieri e Salvatore Battaglia. Vi lavorarono i fabbri artistici Romano e Lo Detta. Il rilievo in marmo raffigurante l’Ungheria fu scolpito dal professor Cosimo Giorgi di Palermo, mentre «il pittore su vetro di corte reale a Budapest Roth Miksa» realizzò le immagini dei re d’Ungheria Santo Stefano e San Ladislao . Numerosi sono poi le sculture in pietra ancora esistenti, su tumuli invece rinnovati, che meriterebbero di essere censiti e salvaguardati.

9).La strada per Scoglitti, l’archeologia industriale di Giardinazzo, il II Circolo Didattico “G. Caruano”. Il quartiere di fronte all’Emaia.

Il collegamento con Scoglitti  (o più precisamente verso la marina di Cammarana) nel corso dei secoli si sviluppò lungo due direttrici: una strada nel fondovalle, che proveniva da Comiso e nella quale si immettevano da Vittoria alcune trazzere sia all’altezza di Grotte Alte, sia del Piano dei Cappuccini e che arrivava fino alla palude di Cammarana e quindi alla costa; una regia trazzera, detta dei Cappuccini, che partendo dal centro urbano e proseguendo lungo l’attuale via dei Mille, usciva dalla Porta dei Cappuccini e proseguiva verso la marina lungo l’attuale strada di contrada Gerbe, fino a Resiné, da dove poi continuava per lo scaro di Scoglitti. Sia l’una che l’altra erano strette e scomode per il trasporto delle merci dall’entroterra allo scalo e viceversa. Per questo, probabilmente nel corso dello stesso Seicento, per andare verso il mare, si utilizzava una strada più lunga ma che correva in territorio pianeggiante, dalla contrada Mendolilli a Cicchitto verso l’Arciarito, da cui si distaccava poi un braccio verso Burgaleci e da Burgaleci proseguiva per la Berdia, immettendosi poi nell’antica strada che da Camarina portava a Gela .  Doveva però essersi creata nel corso dei primi secoli anche una trazzera più breve, che da Cicchitto attraversava Sughero Torto e Valseca fino a Burgaleci e proprio questo tragitto più breve fu quello destinato ad avere un futuro.  L’occasione per la costruzione di una nuova strada per Scoglitti fu data dal fatto che dopo il 1825, in contrada Giardinazzo (allora nota come Bosco di Custureri), il mercante inglese Benjamin Ingham aveva costruito una distilleria (chiamata Lambicco) . In una zona di grande sviluppo del vigneto sin dal Settecento, l’impresa aveva avuto successo e le numerose botti di “spirito” (alcool) che venivano prodotte dalla distilleria prendevano la strada di Burgaleci per essere imbarcate per Marsala dallo scaro di Scoglitti. All’inizio, a quanto si capisce dalla deliberazione del Decurionato del dicembre 1832, Ingham avrebbe però chiesto solo di creare un collegamento tra il centro abitato e la distilleria di Giardinazzo, con un costo di 400 onze, forse per non spaventare gli amministratori con i costi, alla luce del fatto che nel 1818 l’architetto don Giuseppe Marino di Caltagirone aveva consegnato un progetto per l’intera stradae del costo di 7420 onze. La proposta di Ingham abbatteva invece notevolmente i costi, trattandosi di realizzare solo un collegamento di poco meno di due miglia dalla Porta dei Cappuccini alla distilleria. Da quel che scrive Bucchieri nel suo saggio già citato, subito dopo però si ingaggiò un braccio di ferro tra l’Intendente, che voleva la strada (forse sensibilizzato da Ingham) e una parte del Decurionato, che invece riteneva che ci fossero altre cose più urgenti, come ad esempio la bonifica della palude della Bordoneria che causava la malaria, o il restauro del fonte del Canale o la costruzione del teatro o della Casa Comunale. Coloro i quali erano contrari alla strada si fecero anche interpreti di “interessi di categoria” (come diremmo oggi), quali quelli dei bordonari, che fino ad allora avevano trasportato loro il vino a Scoglitti e che avrebbero per due terzi perduto il lavoro con il trasporto su carro delle botti di vino. Nel 1834 però, il nuovo sindaco don Franco Scrofani e il nuovo Decurionato votarono per la realizzazione dell’intera strada rotabile, su progetto del capo mastro Lo Piano di Caltanissetta, per un importo complessivo di onze 3550 su poco più di 8 miglia (pari a km. 12,609). La strada fu ultimata nel 1838.       

Oggi, della distilleria di contrada Giardinazzo per cui fu costruita la nuova strada rotabile per Scoglitti, non abbiamo alcuna traccia (i locali erano in affitto) né sappiamo fino a quando funzionò. I ruderi che si vedono in contrada Giardinazzo, in una grande depressione, una volta «un gran fabbricato, col corrispondente opificio di distillazione» (La China), appartengono al rifacimento dell’impianto risalente alla fine degli anni ’30, già di proprietà di Ignazio e Vincenzo Florio, che avevano seguito Ingham a Vittoria e si erano stabiliti al Giardinazzo nelle terre appartenenti alla famiglia Scrofani. I Florio, però, nel 1858 vendettero il loro piccolo impianto a Ingham (già associato a Withaker), che lo rimise subito in funzione nel settembre 1859  e ne ordinò la ristrutturazione e l’ampliamento, costruendo un nuovo grande impianto che, anche architettonicamente, secondo quanto dice il dr. Giovanni Perucci, costituì il modello delle altre distillerie vittoriesi .  La distilleria Ingham-Withaker continuò ad operare fino al 1925, quando venne venduta. In seguito fu convertita in fornace di calce e di essa sono i ruderi (oggi proprietà Pluchino).

Alla fine degli anni ’70 del Novecento, nella parte alta della depressione fu costruito il nuovo plesso scolastico del 2° Circolo Didattico, intitolato a Giuseppe Caruano  (progettista l’ing. ?? Noè).

9a).Un quartiere nuovo sulle antiche terre.

Oggi quasi metà della popolazione vittoriese vive nelle terre dette un tempo di Garì, di don Orazio Mandarà e del Bosco di Custureri. In questa grande porzione dell’abitato, costruita nella seconda metà del Novecento, sorge la moderna Caserma dei Carabinieri (costruita in parte dell’orto don Grazio negli anni ’90 del Novecento), la Scuola Media “Guglielmo Marconi” (in via Cacciatori delle Alpi, costruita negli anni ’70 del Novecento) che ha inglobato il V Circolo Didattico già intitolato al sen. Filippo Traina  (sorto alla fine degli anni ’80 del Novecento) in via Roma, un asilo nido (in via Roma, dei primi degli anni ‘80), la chiesa di Santa Maria Goretti (in via Pietro Gentile),  costruita dall’arch. Nello Fatuzzo (1950-2005) negli anni ’90 del Novecento, con la parrocchia costituita nel 1967.

11a).Piazza Italia e il “Cavallo ipparino” di Arturo Di Modica.

Piazza Italia (nota nel passato anche come Piazza Esso, dal distributore di benzina che per lunghi anni vi funzionò), prevista nel piano regolatore del 1880 (approvato con decreto reale del 23 agosto 1881) col nome di Gran Piazza d’Italia, sorge in una zona vitale per le comunicazioni sia di oggi che nel passato. La piazza, in misura più ridotta rispetto alle previsioni di piano, fu realizzata dopo lunghe questioni con i proprietari dell’area (Jacono e Gucciardello) dopo il 1911.

La contrada sin dal Seicento è denominata San Placido e nel 1870 vi confluiva la «via che parte per la strada Castelfidardo passando per la senia del dr. Gaetano Foti» e proseguiva per la  Madonna di Salute, da dove continuava per Biscari e le contrade Bastonaca, Bonincontro etc., cioè quelle strappate a Chiaramonte con la lite territoriale durata 80 anni tra il 1684 ed il 1764. Altro nome della Senia di Foti era anche Terrepupi o Colledoro: probabilmente dalle contrade che attraversava.

Il tratto della strada provinciale da Vittoria a Terranova (lavori approvati nel 1854 ed iniziati subito dopo), fu completato dopo il 1860. Già nel 1870 Vittoria era attraversata da due strade interne provinciali: la via Garibaldi e la via Cavour, che però si fermava subito dopo la via Cernaia (Pachinello). La zona risulta fornita di un abbeveratoio nel 1886 , che dalla mappa di La China sorgeva sull’asse della via Generale Cascino all’angolo con l’attuale via Firenze. La sistemazione della Piazza, pur realizzata assai tardivamente, si era resa tanto più necessaria, in quanto dal gennaio 1893, per accedere alla nuova stazione, era stata costruita la cosiddetta “stradella”, già Viale Vittorio Emanuele III, oggi Viale Volontari della Libertà. Situata in un punto nevralgico, inoltre,  sin dal 1935 nella piazza fu autorizzata la costruzione di un chiosco della S.I.A.P. (Società Italo-Americana Petroli)  al servizio di due distributori di benzina, poi passati alla Esso (da cui il nome alla piazza). In occasione della venuta di Mussolini a Vittoria nel 1937, nella piazza fu installata una gigantesca fontana, dai rubinetti della quale sgorgava vino, che fu assaggiato e lodato dal Duce .    

Recentemente, abbattuta l’area di servizio, uno spazio è stato sistemato per accogleire un bel monumento: il Cavallo Ipparino, opera dello scultore Arturo Di Modica, prima ospitato alla Villa Comunale. Nei pressi di Piazza Italia, in un grande edificio all’angolo tra le vie Evangelista Rizza e Giacomo Matteotti (oggi condominio ??), sorgevano ai primi del Novecento il mulino e il panificio comunali (in un edificio con tracce di Liberty), primo esperimento di privatizzazione dei forni pubblici tentato anche a Vittoria, ad imitazione dell’esperienza catanese del sindaco socialista De Felice Giuffrida. Il tentativo fatto dal sindaco Giuseppe Giudice Porcelli durò dal 1905 al 1912.

La zona, inoltre, era nevralgica per l’economia della città. Non solo infatti dalla piazza si dipertivano tre strade: una per Terranova (Gela dal 1937), una per la stazione (con case in stile Liberty che meriterebbero maggiore attenzione ), la terza per Biscari (Acate dal 1937), ma anche perché in essa si concentravano numerose distillerie.  

11b).La ferrovia, la stazione e le distillerie.La zona industriale.

Il 24 dicembre 1892, nella nuova stazione ancora in costruzione, arrivò il primo treno, proveniente da Terranova, con un immenso giubilo popolare e una vera e propria “glorificazione” di Rosario Cancellieri, l’uomo che per trent’anni di seguito come consigliere comunale e provinciale, sindaco, deputato e senatore si era impegnato per realizzare quello che nel 1860 appariva solo un sogno . La costruzione della linea ferrata Siracusa-Licata richiese infatti più di 30 anni sia per i costi, sia per le dispute sul tracciato, sia infine per le difficoltà tecniche, superate con numerosi ponti ed un avveniristico percorso elicoidale scavato nella roccia (a Ragusa, in particolare). Dopo il finanziamento dell’opera, ottenuto alla fine degli anni ’80, i lavori cominciarono a tenaglia, dalle estremità. Il 29 marzo 1891 fu iniziata la costruzione della tratta Licata-Terranova, sospesa nel maggio successivo per la gravissima crisi economica attraversata dal Paese, crisi fortissima in particolare nella nostra zona, dove il  vigneto fu colpito contemporaneamente dalla fillosera che lo devastò completamente e dalla guerra commerciale con la Francia. Dall’altro capo, finalmente il 23 dicembre 1891 il primo treno proveniente da Noto giunse a Modica, con le immancabili feste e cerimonie pubbliche. Per intervento di Rosario Cancellieri, Senatore del Regno (di fresca nomina nel dicembre 1890) sul primo ministero Giolitti,  nel giugno 1892 furono cominciati i lavori della tratta Terranova-Modica. Il 14 marzo 1893 fu completata la tratta da Vittoria a Comiso, inaugurata con un treno che partito da Vittoria si diresse a Comiso, dove si ripeterono le ormai consuete scene di giubilo e osanna al senatore Cancellieri. Finalmente il 10 giugno 1893 fu completata la tratta Modica-Ragusa-Comiso, in esercizio dal 18, con un’ulteriore celebrazione di Cancellieri e stavolta anche del suo antico rivale, il senatore Corrado Arezzo di Donnafugata. L’attuale edificio della stazione risale al 1932, quando fu realizzato anche il piazzale, collegato con la statale 115 recentemente, con la creazione di una grande piazza, che dal 2008 ospita un’edicola votiva dedicata alla Madonna dello Scoglio.

Completata la linea ferrata, la produzione vinicola vittoriese poté lentamente risollevarsi dalla catastrofe della fillossera. Fu allora che a poco a poco ritornò in auge e si sviluppò ulteriormente la vecchia industria delle distillerie, per la necessità di eliminare gran parte della sovrapproduzione vinicola, trasformandola in alcool ed altri derivati, contribuendo così a mantenere i prezzi del vino.

Il panorama industriale nel 1890, incentrato sulla florida attività di lavorazione delle vinacce per l’estrazione di alcool e di “cremor di tartaro”  è descritto da La China, che accenna ai seguenti impianti industriali di:

a)Placido d’Andrea (tra le vie La Marmora, Curtatone, Settimo);

b)Salvatore Gambardella  (via Palestro all’altezza della via Cernaia, dove oggi sorge un moderno condominio);

c)?? Incardona (via Milano tra Bixio e Carlo Alberto);

d)Francesco e Giovanni Molé (via Castelfidardo ang. Roma);

e)Battaglia (via Castelfidardo ang. Cacc. Alpi);

f)Calarco (via Castelfidardo ang. Cernaia, oggi palazzo Di Geronimo, già notar Molé);

Nel 1885 risultano in funzione due distillerie: quella di Clemente Galbo e quella di Giovanni Samperisi, alle quali si aggiunsero, attorno alla stazione dai primi del ‘900,  parecchie altre distillerie, di alcune delle quali ancora oggi sono visibili i ruderi, in generale in pessimo stato.

Il primo dei nuovi impianti fu la distilleria del Consorzio Agrario, costituito nel 1902 per iniziativa del cav. Vincenzo Scrofani. Inaugurata nel 1907 ed in funzione fino agli anni ’40 del Novecento, i suoi ruderi sono ancora visibili dietro il grande edificio delle Ferrovie di via Generale Diaz. Lungo la strada per Gela, S.S. 115, nei decenni seguenti sorsero:

1)la distilleria Scifo (con prospetto su Piazza Italia);

2)la distilleria dei fratelli Sannino (magazzini prima del 1935, estendentisi dall’attuale via Generale Cascino al Viale Volontari della Libertà, in funzione nel 1955);

3)la distilleria dei fratelli Meli (dopo il 1950, a confine con il condominio al n. 40 di via Cascino, sulla sinistra verso Gela);

4)la distilleria di Giovanni Mazza (prima del 1935 e la cui ciminiera svetta ancora in via Generale Cascino).

Lungo la strada per Acate (oggi via Generale Diaz) sorsero:

5)la distilleria dei fratelli Giuffrida (di Santa Venerina, proprietari di 9 distillerie che lavoravano con le carrube in tutta la Sicilia, con l’impianto più grande a Pozzallo), dopo il 1950 per pochi anni di fronte all’attuale distributore di via Di Vittorio;

6)la distilleria dei fratelli Grasso, prima del passaggio a livello e lungo la strada ferrata, a confine con la ditta Buccellato.

Altra piccola distilleria di un altro fratello Mazza sarebbe sorta in via IV Aprile (Ferraro).

La vocazione industriale delle tre vie era rafforzata anche dalla presenza della fabbrica di mattonelle in cemento colorato Alessandrello (1900-1940), lungo la via Generale Cascino. A confine con i Sannino, lungo la via Trento sorgeva il mulino San Giuseppe (1935, di Giovanni Carfì Pavia). Lungo la strada per Gela, prima degli uffici Enel sorgeva un’industria di zolfi ventilati (ing. Insinna, 1935). 

Oltre la linea ferrata, nella nuova zona industriale realizzata con il P.R.G. Susani (1985-1988), operano le ditte Maggio (produzione vinicola) e Agriplast (da citare se sponsorizzano l’opera). 

11e).Il santuario della Madonna della Salute.

Lungo la strada antica per Biscari, superato il Piano delli Guastelli, in contrada Gisara, sorge il santuario detto della Madonna della Salute. Secondo la leggenda, l’oratorio della Madonna della Salute sarebbe stato costruito in seguito al ritrovamento di un quadro che raffigurava la «Madre di Dio della Salute». L’origine della devozione va comunque datata alla seconda metà del XVIII secolo. Le più antiche notizie sull’attuale Santuario le apprendiamo infatti da un atto dell’8 marzo 1768 rogato dal notaio Giombattista Puglia di Vittoria, con cui don Giovanni Simone Antonacci Tomaselli di Palermo ed abitante a Vittoria, fondava diverse cappellanie e in particolare una di quattro messe solenni da celebrarsi una per la festa della Trinità, una per l’Assunta, una per tutti i Santi e una per la festa di San Simone con la rendita di tarì 7 e grana 14 da prelevarsi sopra i frutti di due vignali circondati di muri a secco dell’estensione di due tumoli, con alberi d’olivo, mandorli e fichidindia posti davanti le case e l’oratorio di Maria Santissima della Salute esistente in contrada Gesara (o Gisara); il fondatore si riservava il jus patronatus, che dopo la sua morte doveva essere esercitato dalla sorella suor Agata e dalla nipote suor Francesca Antonacci e ordinava poi che tali terre dovessero essere date in gabella o enfiteusi. Da un altro passo di detto atto apprendiamo che l’Antonacci si riservava anche il diritto di trasferire nei mesi di agosto, settembre e ottobre la celebrazione di messe nelle domeniche e nei giorni festivi con l’elemosina di tarì 3 per messa nell’«Oratorio sive Ecclesia in onore…Mariae Salutis infirmorum in eius tenuta vocata di Gesara cum solita licentia et permissionibus».

Probabilmente, l’oratorio nacque dopo il 4 ottobre 1742, quando don Giovanni Simone donò al nipote don Nicolò Antonacci alcuni beni in contrada Gisara, fra cui anche «unum vinialoctum terrarum circumdatarum parietis ut dicitur a sicco cum omnibus in eo existentibus et melius apparentibus necnon unum tenimentum domorum collateralium dicti vinialocti consistente  in octo corporibus, id est duo desuper et sex suptus videlicet: un damuso, palmento, cocina, casa di mandra con sua mandra, stalla con sua pagliarola, palumbaro, gallinaro, ac gisterna, e due camere di sopra, cum alijs commoditatibus, ut dicitur di frabica et alijs in eo existentibus, et melius apparentibus, omnes noviter in hoc anno presente 1742 edificate per dictum donantem extra dicti torcularis collateralis dictum tenimentum domorum…». Evidentemente per pietà di don Simone o del nipote Nicolò negli anni seguenti uno degli ambienti della masseria era stato adibito a cappella o oratorio. Don Simone morì poi il 18 ottobre 1780 e la tenuta di Gisara su cui sorgeva il piccolo oratorio passò in proprietà del barone don Franco Scrofani (1725-1797), che possedeva le tenute contigue di Serra e Fortura. Gisara pervenne nel 1858 al pronipote Francesco Salesio Scrofani (1807-1875), primo sindaco di Vittoria dopo l’unificazione del Regno dal 1861 al 1868. Essendo molto pio come altri della sua famiglia , ogni domenica il barone faceva celebrare una messa nell’oratorio. Pian piano la devozione per la Madonna andò aumentando, tanto che la contrada perse il nome di Gisara e prese quello di «Matri Ddiu a saluti», con il quale oggi è conosciuta.

Alla morte del barone  F.S. Scrofani, la proprietà passò alla figlia Carmelina (1851-1888), vedova di Mario Pancari , che sposò in seconde nozze il cugino Raffaele Mele Impellizzeri (1852-1915), che a proprie spese fece costruire una villa, abbattendo la costruzione più antica, la cui esistenza è comprovata dall’inventario fatto nel 1881 dei beni del defunto barone Scrofani. L’appalto per la nuova costruzione data al 1° marzo 1886 e da esso apprendiamo che la villa fu costruita dai mastri Giuseppe Bucchieri e da Giorgio e Francesco Muccio di Ragusa, su progetto dell’architetto Angelo Zirone da Siracusa. Interrotta dalla morte di Carmelina Scrofani nel 1888, la decorazione della villa fu completata molti anni dopo, in stile Liberty. Fino alla seconda guerra mondiale il complesso degli edifici (villa, magazzini e cappella) si mantenne in buone condizioni, dominando il paesaggio con il rosso cupo del colore dell’intonaco dei muri esterni. In occasione delle grazie ricevute, si organizzavano delle giornate di preghiera, con delle orfanelle dette verginelle, cui veniva offerto il pasto. Abbandonata per la morte in guerra dell’ultimo proprietario, Pasqualino Mele, la villa cominciò un lento declino. Dalla testimonianza di alcuni fedeli, queste erano le condizioni della struttura alla metà degli anni Settanta: la cappelletta era in cattive condizioni ma ne erano ancora visibili le strutture; la piccola volta era a crociera ed era tutta affumicata a causa dei ceri che vi venivano accesi in quantità, tanto che una volta avevano provocato un incendio che distrusse il quadro antico , sostituito con una stampa portata da Venezia dal comandante Mele. Il quadro era sistemato in una nicchia centrale affiancata da altre due nicchie, sopra un altare (ricoperto da una tovaglia) cui si accedeva con tre gradini. Nella cappella vi erano alcune sedie, due quadri di santi, un certo numero di vasi e vasetti offerti come ex voto alla Madonna dai fedeli . All’ingresso della cappella era stato apposto un cancelletto per impedire che i fedeli coi lumini provocassero continui incendi della tovaglia dell’altare, ma i fedeli facevano passare i lumini attraverso le sbarre. In ogni caso la cappella era chiusa e per potervi pregare occorreva farsi dare la chiave dalla proprietaria, signora Maria Mele Lombardo. Pervenuta ai figli, costoro, esaudendo il desiderio della madre, nel 1977 donarono la cappella, parte degli edifici ed un appezzamento di terreno adiacente, alla Chiesa, con la clausola di apporre una lapide in memoria della madre. Negli anni seguenti fu fatto edificare al posto dell’antico oratorio un nuovo edificio senza però mantenere alcuna testimonianza delle vecchie strutture. Man mano, il Vescovado di Ragusa è riuscito ad acquistare l’intera villa e tutti gli edifici, ed oggi al posto di un grande magazzino abbattuto sorge un grande edificio, con una nuova cappella dove si perpetua il culto della Madonna (da Salvatore Palmeri di Villalba).  

11f).Il Parco di Serra San Bartolo e il Museo del Carrubo e della Civiltà Contadina. Il Velodromo a Montecalvo.

Allo sbocco dell’antica strada dei Comisani (che portava da Comiso a Terranova), alla fine degli anni ’80 del Novecento, fu realizzato un nuovo Parco extraurbano. Al suo interno è ubicato il Museo del Carrubo e della Civiltà Contadina. collocato in una masseria situata al centro di un vasto podere coltivato a carrubeto, un esempio di architettura rurale tardo ottocentesca. Si presenta ai visitatori come un ecomuseo dedicato alla riscoperta del territorio e della civiltà contadina.

La contrada San Bartolomeo, posta lungo importanti strade di comunicazione, è nota nei documenti sin dal 1573 e sin dai primi del Seicento vi si trovano alcuni enfiteuti di orgine chiaramontana (tra essi tale Giuseppe Fatuzzo alias Pasco (che poi diede il nome alla contrada Pasqui) e modicani, fra cui don Pietro Settimo e poi i baroni Vassallo di Modica, che ne divennero feudatari. Dai Vassallo, per vie di matrimonio, nel 1790 risulta nelle mani del patrizio palermitano don Benedetto Emmanuele e Gaetani, che altri non è se non il famoso marchese di Villabianca, prolifico cronista di fine Settecento, i cui diari furono pubblicati nella raccolta di Gioacchino Di Marzo negli anni ’70 dell’Ottocento. Con il marchese, acerrimo nemico del viceré Caracciolo, possedette terre nella contrada anche il barone don Salvadore La China nel 1795. L’ex feudo era esteso circa 180 salme.

Negli anni Novanta del Novecento è stato realizzato un Velodromo in contrada Montecalvo, a confine con San Bartolomeo.

Box.Il carrubo nel paesaggio agrario e nella storia di Vittoria.

L’Ottocento, assieme al vino, fu per Vittoria anche il secolo delle carrube. Nel suo famoso Giornale del viaggio in Sicilia e particolarmente nella Contea di Modica del 1808, l’abate Paolo Balsamo, professore di economia all’Università di Palermo, scrive che la campagna di Vittoria «produce proporzionatamente poco di frumenti, orzi, e legumi, e molto di olio, canape, carubbe e sopra tutto di vino, il quale ha molto credito…». Nella prima pubblicazione ufficiale di dati economici che si conosca su Vittoria, la cittadina  appare dunque come grande produttrice di carrube. La stessa cosa dirà nel 1855 Gioacchino di Marzo nella sua integrazione sub voce all’edizione del Dizionario Topografico della Sicilia dell’abate Vito Amico del 1757, produzione confermata anche nella famosa inchiesta Jacini del 1885. Per tutto l’Ottocento il carrubeto caratterizza con le sue forme imponenti anche il paesaggio agrario di Vittoria. Ma anche nel Novecento. Scriveva Emanuele Mandarà nel 1993, che «dei 6.216 ettari di carrubeti di quarantacinque anni fa», la nostra provincia «ha visto quasi dimezzate -tra distruzioni, abbattimenti ed altro- le superfici in ciò specializzate». Fortunatamente il legislatore ha cercato di porre un argine all’ulteriore distruzione di quello che sembrerebbe essere un elemento tipico delle nostre campagne. Ho usato volutamente il condizionale perché, in realtà, il carrubo nell’area di Vittoria è recente. Se si pensa che persino il ficodindia, così “siciliano”, non è anteriore alla scoperta dell’America, non c’è da stupirsi che ciò che oggi ci appare esistere da sempre nel nostro paesaggio agrario, invece fino a qualche secolo fa non esisteva per niente. Ben poco infatti nelle nostre terre è spontaneo. Il nostro paesaggio agrario è il frutto di millenni di esperimenti e di stratificazioni storiche e sociali, di cui le piante oggi esistenti sono eloquenti e tenaci testimoni.

Un esempio è il carrubo. Il cui nome, di origine araba, non significa però che prima non lo si conoscesse. Il suo nome scientifico in latino è ceratonia siliqua, ma Columella e Plinio lo chiamano siliqua graeca, attestandone la presenza in Sicilia in epoca tardo-repubblicana ma dal nome riferendola alla più antica cultura siceliota. La grande diffusione della pianta nell’Isola col nome arabo di kharrub significa, secondo alcuni studiosi, che gli Arabi introdussero una varietà a frutto migliore, che sostituì la varietà indigena.

Il nostro paesaggio agrario negli Iblei, grazie alla varietà araba, è divenuto quello che oggi ancora guardiamo. Ma per Vittoria possiamo seguire la diffusione dell’albero anche attraverso i documenti storici. Pochi, ma significativi…

Oggi il paesaggio agrario che più denota le campagne vittoriesi, soprattutto verso il mare è quello delle serre. Verso Comiso e Chiaramonte è ancora quello tradizionale: viti, oliveti, agrumi. Sempre più rado il carrubo. Ma prima non era così. Il documento storico più antico che oggi conosciamo sul territorio di Vittoria, da me letto in un farraginoso carteggio chiaramontano, è tratto dal cosiddetto Quinterno del 1409, fatto redigere da Bernardo Cabrera. In esso si legge che l’odierno territorio di Vittoria era occupato in gran parte dalla «foresta di Cammarana», chiamata anche di «Boscuplanu, lu quali est d’arbori di suvari». Le grandi querce da sughero però si affiancavano a numerose varietà di pini e alla ricchissima macchia mediterranea.

Gli alberi da frutto come il limone, l’arancio (introdotti dagli Arabi nel X secolo), i mandorli, l’olivo (che nella nostra zona era presente ben prima della colonizzazione dorica, ma di cui i Greci perfezionarono la coltura), la vite (anch’essa in epoca greca conobbe grande splendore) e il grande carrubo, che rendevano già nel Cinquecento un grande giardino la Valle dell’Ippari, sono tutti frutto delle trasformazioni o per meglio dire della creazione da parte dei nostri antenati del paesaggio agrario in cui oggi viviamo. Ben prima della fondazione di Vittoria, già a partire dal 1550, la grande foresta e il bosco appaiono però già aggrediti dalle censuazioni, grazie alle quali i coloni aprono nella boscaglia fertili radure e chiuse con alberi “domestici”. Alle grandi querce, alle infinite varietà di pini, al bosco e al sottobosco mediterraneo, si sostituiscono a poco a poco i maggesi, le viti (già nel corso del Seicento a milioni, sempre in base ai documenti), gli olivi, i carrubi. Un processo ininterrotto che continua nel Settecento, come recita un documento vittoriese del 1714, in cui si descrivono i beni di un tale Luciano Spinella che, tra le altre cose, possiede «salma una di terre scapule con n.ro cinque piedi di carrubbe e due d’olive…in qontrata delli Maritaggi». E così via in numerosi altri riveli in cui la coltura della vigna è intrecciata con la piantumazione di carrubi e olivi. La presenza storica del carrubo nella zona è attestata anche dalla gustosa astuzia con cui i Chiaramontani cercarono di confondere le acque durante la famosa controversia territoriale con Vittoria per il possesso di Boscopiano, che durò dal 1684 al 1764. Infatti, quando nel 1639 la Corte Patrimoniale di Modica aveva assegnato a Vittoria il territorio entro cui riscuotere le gabelle, dalla parte di Comiso e Chiaramonte, lungo «il violo del Comiso» (l’attuale strada provinciale Comiso-Grammichele, che da Comiso scende nella Valle del Dirillote e porta a Grammichele) fu scelto come punto fondamentale un grande carrubo, appunto la «carrubba di Niscima», contrada oggi di Vittoria. Quanto imponente e visibile da lontano doveva essere quel carrubo, per fungere da stabile confine fra due popoli! Ma venuti a contesa i Chiaramontani con i Vittoriesi per il possesso di alcune terre a confine tra le due città a cominciare dal 1684, ecco che un bel giorno «quell’albero venne sbarbicato fin dalle radici, da chi avea interesse di farlo sparire» (La China, che accusa in maniera elegante i Chiaramontani…). E così il carrubo che prima con la sua presenza aveva definito un confine, con la sua assenza diede luogo ad un’aspra controversia per il territorio che fortunatamente si svolse tutta nei tribunali, ma che in altri tempi avrebbe visto sprizzare scintille di guerra…

Nel passato, l’uso delle carrube era esclusivamente rivolto agli equini, come nutrimento. Nonostante le drastiche riduzioni nella produzione dovute allo svellimento e alle trasformazioni agrarie dell’ultimo cinquantennio (prima l’agrumeto, poi le coltivazioni ortoflorofrutticole), ancora oggi la produzione siciliana copre il 92% di quella nazionale. Oggi c’è però una riscoperta dei semi del carrubo, assai usati nell’industria come dolcificanti, addensanti, come sostanze tanniniche, per produrre alcool etilico (anche a Vittoria negli anni ’50 i Giuffrida di Pozzallo aprirono una distilleria, vedi  par.), per usi dietetici, nelle industrie farmaceutica, alimetare, dolciaria, e persino conciaria. Chissà che le nostre campagne non tornino come prima a ricoprirsi di questi maestosi alberi…  

11g).Il PoliMuseo “Attilio Zarino”.

Lungo la strada per Gela, è allocato il PoliMuseo “Attilio Zarino”, una collezione privata, acquistata negli anni scorsi dalla Provincia Regionale ed ancora in attesa di sistemazione definitiva nel Palazzo Carfì in via dei Mille.

Esso ha numerose sezioni, fra cui quelle naturalistica, archeologica, etnografica e documentaria di notevole interesse quest’ultima grazie alla riproduzione fotostatica di numerosi documenti d’archivio di varia provenienza e attinenti alla storia di Vittoria e del suo territorio.   

13c).Il Liberty nel quartiere di San Giuseppe.                                 

Anche nelle vie del quartiere San Giuseppe troviamo begli esempi di Liberty. Tra essi, in via

via R. Settimo al n. 54, palazzo Scrofani-Pantaleone al n. 54 (con decorazione ad un finestrone); in via Castelfidardo, la casa Ferro-Guastella al n. 128 e la casa Maganuco, poi Marino-Modica all’angolo con la via Ruggero Settimo (con decorazioni di Vito Melodia); in via Fanti, la casa Migliorisi al n. 100 (del 1920); in via Gaeta, la casa Azzara al n. 156 (progettista geom. Lo Monaco, costruttore Filippo Strazzulla, decoratori Salvatore Battaglia e Filippo Strazzulla, del 1930); in via Farini, la casa Guarino-Barravecchia al n. 27 (decoratore Giuseppe Guarino, 1923-1925); in via Rattazzi, le case Marangio oggi Terranova al n. 55 (progettista Giombattista Nicosia, costruttori Giovanni e Francesco Mazza, scultori Salv. Battaglia e Filippo Strazzulla, 1927-1930), Melodia-Vainella al n. 81 (costruttore G.B. Melodia, decoratore cementista Vito Melodia 1915-1916), Battaglia-Giudice al n. 83 (scultore Salvatore Battaglia); in via XX Settembre, la casa Migliorisi-Areddia al n. 110.

13d).L’Istituto del Sacro Cuore e la piazza Matteotti.

Tra via Gaeta e la via Castelfidardo (antica strada detta della Senia di Foti che, partendo dalla valle arrivava nell’odierna piazza Italia per poi continuare verso Biscari), sorge l’istituto (già collegio-orfanotrofio) delle suore del Sacro Cuore di Gesù “A. Aldisio”, fondato nel 1914 da madre Maria Schininà, con chiesa su via Castelfidardo, opera dell’arch. Salvatore Tranchina (1959).

Subito dopo la via Roma, lungo la via Giacomo Matteotti, si apre la piazza intitolata allo stesso Matteotti, già Margherita. Prevista nel P.R.G., fu sistemata nel 1881 e negli anni ‘50 fu la prima sede del mercato ortofrutticolo.

13e).La chiesa della Madonna delle Lacrime.

Nella parte più alta dell’abitato, dopo la via XX Settembre, sorge la nuova chiesa della Madonna delle Lacrime, eretta in parrocchia il 7 ottobre 1966. La chiesa, progettata dall’arch. Emanuele Fatuzzo negli anni Novanta del Novecento, è stata inaugurata ai primi del Duemila. L’area della chiesa confina con quella di un grande serbatoio pensile per il rifornimento idrico della città. 

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.