Sul terremoto dell’11 gennaio 1693

325 anni fa uno dei terremoti più violenti della storia d’Italia sconvolse il Mediterraneo centrale da Malta alle coste della Calabria, facendo tremare tutta la Sicilia e colpendo in particolare il Val di Noto (già duramente devastato in verità nel 1169 e nel 1542). Il ricordo di quella lontana tragedia è ancora vivo nella mentalità collettiva, fermato nella memoria dei Vittoriesi dalla festa di San Giovanni di gennaio. All’evento, in occasione del 300° anniversario, dedicai due ricerche. Nella prima cercavo di immaginare l’impatto del terremoto su Vittoria; nella seconda trattavo la vicenda in base a documenti inediti da me reperiti nell’archivio spagnolo di Simancas e mi cimentavo a capire e a descrivere come l’evento fu trattato dalle autorità spagnole e quali fossero le conoscenze scientifiche dell’epoca sulle origini dei terremoti. Il prof. Arturo Barbante accompagnò le due pubblicazioni con suoi disegni. Il not. Giuseppe Traina scrisse la prefazione al volumetto su Vittoria, mentre il compianto prof. don Mario Pavone si prese l’incarico di sintetizzare in modo chiaro ciò che io avevo scritto sulle conoscenze scientifiche sulle cause dei terremoti elaborate da alcuni scienziati: tra essi Silvio Boccone, Domenico Bottone (di cui mi procurai il testo alla Royal Society di Londra) e poi del cartesiano modicano Tommaso Campailla. Oltre a ciò, grazie ai documenti di Simancas potei mettere in evidenza il ruolo importantissimo di don Francisco Pacheco Tellez y Giron, conte di Montalbano e duca di Uzeda, viceré dal 1687. Uzeda infatti dovette far fronte da un lato alle conseguenze immediate della catastrofe, cui cercò di sopperire nominando il duca di Camastra Commissario Generale per i primi soccorsi (dandogli anche facoltà di impiccare sul posto i ladri e i saccheggiatori). Ma dovette fronteggiare anche una ondata generale di terrore popolare dagli esiti imprevedibili per la tenuta dell’ordine pubblico. Fu la stessa sequenza delle scosse a provocare il panico generale. Ad una prima scossa di leggera intensità la sera del giovedì 8, seguì una violentissima alle 10 di sera del 9 gennaio, con gravissime distruzioni e numerose vittime da Messina a Catania Augusta, Siracusa Noto etc. Il sabato 10 passò senza forti scosse. E la domenica decine di migliaia di persone si rifugiarono nelle chiese per impetrare la grazia divina. Già alle 9 del mattino però si udì una forte scossa, ma la più tremenda si verificò “a vintinura”, cioè alle 2 del pomeriggio (non capisco perché a Ragusa ricorderanno il sisma suonando le campane alle 3: l’ora d’Italia stabiliva il tramonto alle 24, cioè intorno alle odierne ore 17: quindi 21 è uguale alle 2…).

Fu questa scossa, seguita da un forte maremoto lungo la costa ionica a dare il colpo di grazia. La sera dell’11 gennaio, il quadro completo del cataclisma era il seguente: 60 città distrutte o gravemente danneggiate, con decine di migliaia di morti (alla fine se ne contarono almeno 60.000) e la distruzione quasi totale nelle aree maggiormente danneggiate di ponti, mulini, case, castelli, fortezze, di ben 700 chiese e 250 tra monasteri e conventi. In una situazione al limite della sostenibilità, aggravata dalle continue nuove scosse nei giorni e nei mesi seguenti (alcune delle quali di fortissima intensità), ebbero facile presa dicerie e fanfaluche (neanche allora mancavano le fake news…), come la falsa profezia del Venerabile Beda (monaco anglosassone vissuto tra il VII e l’VIII sec.), originata in ambienti gesuiti sull’imminente sprofondamento dell’Etna e poi dell’intera Sicilia. Nella coscienza collettiva, la causa dei terremoti era solo “l’ira di Dio”, che si serviva di questo definitivo flagello (tra gli altri la peste e la carestia) per punire e correggere l’umanità peccatrice. Ma la Chiesa stessa non poteva dire di essere esente da colpe, visto che le stragi maggiori, quelle della domenica, erano appunto avvenute proprio mentre i fedeli stavano implorando la misericordia divina. Perché Dio aveva permesso quindi una così grande strage di fedeli? L’interrogativo chiamava alle sue responsabilità non solo il popolo peccatore (bestemmie, lascivia, latrocini erano stati causa del terremoto?) ma anche la Chiesa alle sue responsabilità (corruzione, nepotismo) ed anche il potere civile, reo di intromettersi nella vita religiosa e pertanto anch’esso causa dell’ira divina… I rapporti tra Chiesa e Stato in Sicilia infatti all’epoca non erano buoni, per i continui scontri tra il potere reale e la gerarchia ecclesiastica, che mal tollerava l’ingerenza di Madrid causata dall’uso pervasivo dell’Apostolica Legazia (in pratica in Sicilia il capo della Chiesa era il re di Spagna e non il Papa di Roma). Pertanto la situazione del Regno rischiava di diventare esplosiva. In questo contesto, il viceré Uzeda fu l’uomo giusto al posto giusto. Persona colta, amante del sapere scientifico, sia nelle relazioni inviate a Madrid sia nelle disposizioni date ai suoi ministri, mise in evidenza come nulla di soprannaturale ci fosse nell’evento: anzi precisò che a Catania erano morte meno persone rispetto al 4 febbraio 1169 (appena 11.964 contro i 15.000 del 1169!)…Insomma, i terremoti erano solo dovuti alla natura dell’Isola ed in special modo all’Etna. Per questo ordinò sin da subito che il vulcano fosse tenuto sotto controllo, comunicando a Madrid quasi ogni giorno i mutamenti osservati sulla sua cima, verificando se si fosse abbassata o innalzata: in sintesi, più l’Etna “si sfogava” eruttando, meno probabilità di nuove scosse ci sarebbe stata. Ma oltre alla scienza, in accordo con l’arcivescovo Bazan (attivissimo organizzatore di processioni, preghiere e suppliche), ricorse naturalmente al ruolo propiziatorio dei Santi, ordinando che l’11 gennaio 1694, giorno secondo alcuni in cui si sarebbe ripetuto il terremoto, in tutti i paesi si portassero in processione i Santi Patroni. Fu così istituzionalizzato quanto già avvenuto spontaneamente in tutti i luoghi della Sicilia. Le scosse durarono per tutto il 1694 e solo dopo si poté mettere mano alla ricostruzione, che durò quasi per tutto il Settecento. Distrutta dal sisma la facies medievale, il Val di Noto rifiorì con il sontuoso barocco che oggi lo caratterizza. Protagonisti della rinascita furono la Chiesa e la nobiltà, unici detentori di immense risorse. Lo Stato spagnolo nulla poteva e quasi nulla fece per i privati: solo una moratoria di qualche anno per l’esazione delle tasse. Poi le autorità pensarono a ricostruire le fortezze per la difesa del Regno. La Sicilia spagnola degli Asburgo morì con il terremoto del 1693. La ricostruzione delle città, degli edifici pubblici, privati e religiosi vide all’opera una schiera di insigni architetti, mastri e maestri, di cui sarebbe bello ricercare al completo (più di quanto si è fatto finora) i nomi, le origini, la formazione. A loro infatti dobbiamo lo splendore delle nostre città barocche (1. continua).

Purtroppo non abbiamo alcuna relazione sui danni complessivi a Vittoria. Secondo quanto scrissero i primi storici di Vittoria, il barone Salvatore Paternò (1877) e mons. Federico La China (1890), crollò la vecchia chiesa di San Giovanni alla Trinità (con tutto il seguito delle leggende sulla statua “decollata” di San Giovanni, la creazione della festa di gennaio etc. etc.) e due conventi: quello della Grazia e l’antico ospizio di San Francesco di Paola (che sorgeva probabilmente tra la via Ruggero Settimo e la via Magenta). Quanto alle vittime del terremoto, La China riferisce il numero di 40. Inagibile la Matrice, dal 1693 al 1734 avrebbe svolto le funzioni di Madre Chiesa la chiesa di San Vito, rimasta intatta. Ma furono solo queste le vittime e i danni?

Vediamo cosa dicono intanto i documenti ufficiali sul numero delle vittime a Vittoria. Il Canonico Mongitore, citando lo studioso Silvio Boccone, che a sua volta cita la relazione del duca di Camastra, scrive che Vittoria, con 3950 ab. nell’ultimo censimento del 1682 sarebbe stata distrutta per «la metà» ed avrebbe avuto 200 morti. In verità, la relazione del duca di Camastra, da me posseduta in copia, dice che i morti a Vittoria furono 28 (e non 200) e sui danni si scrive: «ha padecido algun daño en las casas; cayò una iglesia y dos conventos». Il numero di 40 vittime citato da La China è inserito invece in una nota del Procuratore Generale dei Cappuccini che nel 1695 chiese l’istituzione del nuovo convento a Vittoria (dall’Archivio di Stato di Ragusa). L’esame del registro dei morti dell’epoca, custodito nell’archivio della parrocchia di San Giovanni, riporta invece che in «tempore terremoti» morirono otto persone, di cui cinque sepolte a San Vito, due alla Matrice e una alla Grazia, tutte «absque pompa» cioè senza alcuna cerimonia funebre, pertanto a seguito dei crolli in chiesa la domenica 11 gennaio. Tra gli otto morti in chiesa, il secreto (amministratore dei beni del Conte) don Francesco Emiliano Porcelli e probabilmente un paio di Giurati, seduti con lui al banco dei Giurati, cioè in prima fila. La totale inagibilità della chiesa fu confermata ancora un anno dopo nella visita a Vittoria del 25 aprile 1694 da parte del governatore della Contea don Juan Antonio Romeo y Anderas, che così scrive della Matrice: «…a pena vi è remasto vestiggio, e ridotta a stato tale, che ha bisognato poner in luoco depositi li Sacramenti in quella di S. Vito». Poco sappiamo sull’interno della chiesa. Per quello che io ho trovato nei documenti inediti provenienti dall’Archivio di Stato di Palermo, sappiamo che c’era un organo le cui canne dovevano essere periodicamente indorate (da un atto del 1674), che a lato dei gradini dell’altare maggiore c’era una sepoltura dei preti (1659), che i Giurati avevano un banco a loro riservato, e che oltre all’altare di San Giovanni Battista c’erano quelli della Madonna del Carmine, del Santissimo Crocifisso (con sepoltura per i confrati) e del Santissimo Sacramento, oltre ad altri altari di cui parla La Barbera nei suoi saggi. All’esterno della chiesa esisteva un cimitero (1675) per i morti fuori della grazia di Dio, dove venivano sepolti bambini mal battezzati o miscredenti o morti senza sacramenti. La China dice che la chiesa occupava tutta l’attuale piazza Unità, che quindi dovrebbe essere ancora oggi un cimitero perché migliaia di Vittoriesi vi furono sepolti dal 1609 al 1696. A volte ho pensato che la facciata della chiesa dovesse guardare verso la vallata, perché la strada d’accesso da Comiso saliva dall’abbeveratoio al Canale, ai piedi dell’attuale Orto del Crocifisso, ma occorrerebbero scavi archeologici…

Per quanto riguarda i danni alle case di privati (dove ci furono altri morti), danni citati da Camastra, oltre che in alcuni atti del not. Occhipinti (Raniolo 1990) essi sono confermati in un atto del 1699 (da me trascritto) in cui tale don Pietro Saverio di Marco donò «al cl. Nuntio Beninata tredici case con portico e cisterna nel q.ro della Gratia di q.a conf. con la casa di don Francesco Terlato e con le case di don Antonino di Modica quali case le recuperò esso revelante e parte ne ha revelato nel suo revelo in comune fatto con Francesco di Marco e q.tes e parte sono rovinate per il terremoto dell’anno 1693». Giuseppe La Barbera, nel suo saggio su don Mario La Lisa, riferisce invece di danni generalizzati a tutte le chiese, ai conventi, alla casa baronale (attuale Palazzo Gucciardello), ai mulini, nelle campagne vicine all’abitato, dove risultano colpite case al Canale e a Maritaggi (un palmento), nel feudo della Scaletta, dove una torre e parte di un edificio, trovandosi più in alto, rovinarono sul tetto della chiesetta rurale ivi eretta. Tra le chiese danneggiate anche la chiesuola detta del Monte Calvario, da cui fu asportata la statua del SS.mo Cristo alla Colonna, per custodirla nella Chiesa Madre in attesa che la chiesetta fosse rifatta (alla sinistra dell’attuale Calvario, dove oggi c’è il Punto Enel). Danneggiate furono anche le tre case del Beneficio, nel piano del Castello (oggi Piazza Enriquez). Ma anche i beni del Conte furono colpiti, come si deduce da un documento del 20 aprile 1694, che contiene una relazione «sulle spese fatte nei conci del magazzino granario di detto Ecc.mo Signor Conte esistente in questa Terra, danneggiato nel terremoto accaduto l’11 del mese di gennaio 1693».

Uno dei due conventi rovinati fu quello della Grazia, in funzione dal 1634 sotto il titolo di Santa Maria di Jesu, poi aggregato il 5 gennaio 1638 alla chiesa della Grazia. La stessa chiesa, pur non citata, subì gravi danni. Ne abbiamo traccia in un atto del 1726, relativo alla disputa tra don Giuseppe Mazza ed i frati, sul possesso della cappella di San Francesco all’interno della Grazia, «la stessa eretta a proprie spese dalla fu Paola Mangano [nel 1681]…e dopo il terremoto dell’anno 1693 riedificata dal detto de Mazza a sue proprie spese…». La chiesa ed il convento furono completati nel 1754, come leggiamo dallo scudo in pietra che orna la facciata della chiesa.

L’altro convento distrutto fu l’ospizio di San Francesco di Paola, che sorgeva nelle case donate da Gregorio Melilli nel 1647 (tra le attuali via Settimo e Magenta). Si trattava di una struttura provvisoria, in attesa della costruzione della nuova chiesa e convento di San Francesco di Paola, per la quale i Giurati nel 1679 avevano assegnato 18 tumoli di terra in contrada Cozzo del Calvario (oggi Piazza Indipendenza). Ma tutto si era bloccato perché gli Osservanti si erano opposti e la causa era rimasta dieci anni a Palermo davanti al Tribunale della Monarchia in attesa di decisione.

Insomma, come si vede, rispetto agli immensi danni di città completamente rase al suolo come Ragusa o gravemente danneggiate come Scicli, Modica, Spaccaforno, Chiaramonte, Giarratana. Monterosso; di fronte ai 269 morti di Comiso e ai 200 di Biscari, i 40 di Vittoria furono considerati un miracolo. Dovuto a San Giovanni, che avrebbe dato di nuovo la sua testa per salvare i Vittoriesi (ma nessuno si chiese perché lo stesso Patrono non l’avesse fatto per Ragusa, dove morirono 5095 persone su 9946 abitanti…). In ogni caso, per ordine del viceré l’11 gennaio 1694 fu portato in processione il Santo Patrono, con la nascita di una bella tradizione. Scrive così il sacerdote Palumbo nel 1744: «Si suole dalli Cittadini porre i figliuoli sopra la Bara del Santo, e giunti nella prima Chiesa filiale di S. Vito si osservano da’ Medici li figliuoli, e si trovano tre, o quattro già guariti. Poscia si prosiegue la processione, e giunti nell’altra Chiesa filiale di S. Giuseppe, si osservano di nuovo li figliuoli, e se ne trovano altri tre, o quattro guariti. Indi si prosiegue la processione nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie, ed osservati come prima li figliuoli, si ritrovano altri quattro, o cinque guariti: e ritornata finalmente la processione nella Venerabile sua Chiesa Parrocchiale, si osservano delli remasti o tutti, o alcuni guariti, e per lo più o nessuno, o pochissimi restano non totalmente guariti». Tradizione ormai scomparsa da gran tempo.

Per la ricostruzione, dopo molte polemiche, si scelse di fare una nuova chiesa in un luogo più centrale, occupando i due terzi dello slargo dove si svolgeva il mercato, una vera e propria piazza dove sorgevano numerose botteghe e dove nel 1714 già risulta in costruzione il palazzo del barone don Giombattista Ricca, al fianco destro della chiesa, mentre a sinistra sorgeva la grande casa dei Custureri (oggi Scrofani-Villalba). Di fronte alla chiesa la Casa del Conte, con la torretta dell’orologio pubblico (lungo la via Carlo Alberto?).

La nuova chiesa risulta completata nella sua struttura esterna nel 1706, per opera del parroco La Lisa (1683-1715), mentre le rifiniture interne furono preoccupazione per decenni dei due arcipreti parroci della famiglia Ricca, don Desiderio (1715-1730) e don Enrico (1731-1784), il quale ultimo può essere considerato il vero costruttore della chiesa così come oggi la vediamo.

Nella parte di chiesa antica rimasta in piedi, sin dal 1709 fu creata una chiesetta detta nel 1724 di “Maria dei Sette Dolori”, poi chiamata della Trinità per la fondazione in essa della omonima confraternita nel 1732.

Se la città nel Seicento si era sviluppata da nord a sud, scendendo lungo il ciglio della valle verso San Biagio, dopo il terremoto si sviluppò verso ovest, lungo l’asse che partiva dal castello verso l’interno verso la Grazia, parallela alla strada che portava a Terranova (via Magenta?), verso il nuovo San Giuseppe, saturando gli spazi verso sud con la nuova chiesa di San Francesco di Paola e poi il nuovo convento dei Cappuccini. Vittoria acquisì quindi forse proprio grazie al terremoto il suo attuale volto settecentesco del centro storico (2. fine).

San Giovanni di gennaio. Vittoria è l’unica città della provincia a festeggiare il Santo a ricordo del sisma. Poca partecipazione. Una festa che forse avrebbe bisogno di maggior attenzione e considerazione, nell’ambito di una vera valorizzazione del nostro patrimonio storico-culturale e religioso (foto di Leda Monello).

Per chi volesse saperne di più, uno splendido volume…

Sul Venerdì Santo

In occasione della giornata “de’ Parti”, vorrei ribadire alcune cose in merito alla loro origine e alla falsa notizia che il dramma scritto dal marchese Alfonso Ricca (1791-1850) sia recitato sul Calvario dal 1859, cosa che è una delle tante “fake news” di cui è ricca la storia di Vittoria.

Già nel 1623 a Vittoria risulta censita una contrada “Croce” (che però non è l’attuale Piazza Sei Martiri), dove nove rivelanti dichiarano di possedere vignali coltivati a frumento (tra essi Antonino Custureri e il cognato Antonuzo Garofalo, concessionari di gran parte delle terre dove nacque il nucleo primigenio di Vittoria), a confine con terre del convento di San Francesco di Comiso. Di una contrada Calvario non si ha notizia se non nel 1677. Si tratta però dell’attuale piazza dove oggi sorge la chiesa di San Francesco di Paola, che si affacciava allora sulla strada “per gli Scoglitti” (oggi via dei Mille). Infatti nel 1677, per costruire la chiesa e il convento di San Francesco di Paola, i Giurati concessero ai Paolotti 18 tumoli di terreno delle terre Comuni in contrada “Cozzo del Calvario”. Lì, evidentemente era stato costruito il primo Calvario, a seguito della missione gesuitica venuta a Vittoria nel 1644 e guidata da padre Aloisio La Nuza (detto “l’Apostolo della Sicilia”, nato a Licata nel 1591 e morto nel 1656). Nello statuto della “Congregazione Secreta de’ 33”, poi diventata “Congregazione del SS.mo Crocifisso”, c’erano prescritti i seguenti obblighi (sanciti nei capitoli del 1657):

«XII. Ogn’anno il Venerdì Santo faranno una solenne processione coll’Imagine di Cristo Nostro Signore morto nel lenzuolo ch’l prenderanno dal Calvario, o d’altro luogo secondo permetterà il tempo, cantandosi il Miserere, o altri salmi, e devozioni funebri, procedendo tutti li Fratelli con suoi sacchi mortificati in diversi modi, e termineranno alla Madre Chiesa dove si prenderà il perdono, baciando li piedi del Medemo Signor morto».

Lanuza diffuse ovunque in Sicilia la costruzione di Calvari, come potente strumento di evangelizzazione delle masse, con un forte influsso spagnolo.

In merito alla Sacra Rappresentazione, La China parla di dialoghi intitolati “Scesa dalla Croce”, recitati dal 1669 ma non sappiamo in cosa consistessero. Forse ce ne è traccia in alcuni frammenti in versi riportati da Giovanni Consolino in “Poesia popolare a Vittoria” (“Canti religiosi”, pagg. 273 e segg.). Quel che è certo è l’esistenza antica della processione, affidata alla Congregazione del SS.mo Crocifisso, di cui ho trovato traccia sia nel bilancio dell’Università (cioè il Comune) del 1748, con una spesa per fiaccole portate dai Giurati, sia nel bilancio stesso della confraternita di quello stesso anno, dove si legge:

«Più paga per la compra di rotula trentacinque di cera a tarì otto rotulo inclusa la mastria per serviggio della Cappella per le funzioni celebrande per l’esposizione del Divinissimo Sacramento ne’ primi venerdì delli mesi, venerdì di marzo, Quarant’ore di carnevale, Corpus Christi, Festa di S. Cruce e processioni del Venerdì Santo e contributione alle spese del SS. Viatico che importano onze 9.10…onze 186.20».

Dicevo all’inizio che erroneamente si crede che il testo di Ricca sia stato utilizzato dal 1859 fino ad oggi. L’anno 1859 in verità è l’anno in cui una missione di Cappuccini venne a Vittoria. Secondo Orazio Busacca per riferire al governo borbonico l’opinione popolare (siamo alla vigilia dello sbarco di Garibaldi) filtrata dalle confessioni; secondo La China invece la missione avrebbe tanto infervorato i Vittoriesi che si decise di costruire un nuovo Calvario a pochi metri da quello vecchio (sulla destra della via della Marina, dove oggi sorge il punto Enel), allora cadente. La zona era attraversata dall’antica via per lo scaro degli Scoglitti che, lungo l’attuale via dei Mille, saliva al piano e si immetteva nell’attuale via Belvedere verso la marina, passando sotto la porta cosiddetta prima dei Cappuccini, poi denominata della Marina (La China (pag. 275), demolita nel 1860 (nei pressi vi si svolgevano le esecuzioni capitali). La strada lasciava sulla destra il vecchio Calvario e alla sinistra aveva la chiesa del SS.mo Cristo alla Colonna (abbattuta nel 1878). Nulla sappiamo di questo antico Calvario, se non che dovette essere il secondo Calvario costruito a Vittoria, spostato in quell’area dopo la costruzione della chiesa di San Francesco di Paola, completata intorno al 1730. Nessuna rappresentazione poté farsi nel 1859 sul nuovo Calvario visto che la sua costruzione, pur avviata in quell’anno risulta già interrotta nel 1862 (quando il Comune stanziò la somma di £. 704 per continuarne la realizzazione) ma lo stesso La China, nel 1890, dice che era ancora incompleto (pag. 281), anche se il Calvario nella posizione attuale compare nella mappa urbana del 1875. Il nuovo Calvario, perfezionato da Salvatore Battaglia (tra i confrati nell’anno 1907), fu completato solo nel 1914, come accertato dal prof. Alfredo Campo per le decorazioni interne. A mio avviso il testo del Ricca non fu adottato prima del 1880, come lascia intuire Giuseppe La Barbera che anni fa pubblicò un’interessante corrispondenza di quegli anni tra mons. La China e il vescovo di Siracusa proprio sui testi in uso nelle recite del Venerdì Santo a Vittoria e come recentemente ha accertato Salvatore Palmeri. Probabilmente fu monsignor La China, venuto a conoscenza del testo del Ricca, a consigliare alla Congregazione di adottarlo, per elevare la recita da popolaresca a “tragedia di stampo alfieriano”. Il testo di Ricca fu studiato nel 1988 dal prof. Angelo Alfieri che, pur prendendo per buona la data del 1859, ne mise in evidenza le origini illuministiche di contrasto tra Ragione e Superstizione. Credo che lo stesso La China operò per sostituire con un secondo dramma di Ricca, intitolato “Resurrezione”, le antiche “Sette patelle”, recitate da sette attori, la domenica davanti al sagrato dì San Giovanni, anche se onestamente nutro qualche dubbio sulla sua etimologia che farebbe derivare il termine “patella” da “parte”, “particella”.

“I Parti”, come le conosciamo oggi, sono frutto a mio avviso della fusione di due tradizioni: una che risale almeno al 1660, costituita dalla processione con un simulacro di Cristo (non sappiamo quando vi fu aggregata la statua della Madonna, ma credo a fine Ottocento) la mattina e poi dopo il 1834 la sera dentro l’urna di cristallo fatta costruire dalla Congregazione; l’altra è quella della recita sotto il Calvario, avente come argomento la “Scesa dalla Croce”, di cui nulla sappiamo e di cui forse nel tempo si era persa traccia, dialoghi sostituiti in ogni caso dopo il 1880 con il testo inedito fino ad allora del marchese Alfonso Ricca. Un conservatore moderatamente liberale, poeta, uno dei rivoluzionari borghesi del 1848, consigliere civico (che negava però l’utilità delle scuole pubbliche…), che ebbe in sorte di fornire alla Chiesa due testi sacri: quello appunto della Sacra Rapprensentazione del Venerdì Santo e quello della domenica, intitolato “Resurrezione”, recitato per qualche anno e poi abbandonato alla fine del XIX secolo.

Sulle ‘mpanate

Un residuo di cultura spagnola nella Contea di Modica: le “mpanate” d’agnello, figlie delle “empanadas” di tradizione catalano-aragonese e castigliana (uguali in Sardegna, dove sono pure di agnello e si chiamano “empanadas”), che con le “cassate” di tuma o ricotta (“quesadas”, cioè ripiene di formaggio o anche “quesadillas”, da cui “cassateddi”) e le “mpanatigghi” (“empanadillas”) modicane, ci ricordano quanto ricca sia la cultura gastronomica siciliana e della nostra provincia in particolare. A loro volta le “empanadillas” (di mandorle, cacao, zucchero e carne di maiale o vitello) sono un ricordo di un analogo involucro di pasta a forma di piccola semiluna ripieno di mandorle o noci o pistacchio e zucchero di origine persiana portato in Spagna ed anche in Sicilia dagli Arabi…

p.s.: dalla versione con la carne dei fagottini di origine persiana, secondo gli studiosi sarebbero nati i ravioli, attestati nei ricettari anglo-normanni del XII secolo, originari della Corte normanna di Palermo…

Sulla festa del Patrono San Giovanni Battista

Fra poco la festa del patrono San Giovanni, che fu venerato sin dal 1607 (sono tutte fake news le leggende su Santa Rosalia come prima patrona, il sorteggio dopo il 1693 etc. etc.).

Ripropongo qui due testi antichi. Il primo è tratto dalla storia del culto di San Giovanni del sacerdote Giovanni Palumbo (1744), che riguardo alla nuova chiesa scrive:

«22.Si venera in detta chiesa la reliquia del Santo in un pezzetto d‘osso [una reliquia portata a Vittoria nel 1719,cfr. La Barbera] ed il popolo di Vittoria è sì affezionato al suo S. Protettore, che in di lui onore venera tutto il mese di Giugno, concorrendo dal primo del mese a recitarvi la Coronella ogni giorno. Per li 24 vi è la solennità del Santo con la fiera di drappi e nelli 2 Luglio si termina la solennità con celebrare solennemente la festa della Visitazione di Maria Santissima per la santificazione del Santo Protettore nell’utero della Madre S. Elisabetta». Dunque la festa durava otto giorni. Il secondo documento, custodito nell’Archivio Storico della Basilica, è una nota delle feste religiose redatta ai tempi dell’arciprete Ventura (1799-1827). In essa leggiamo:

«a 24 [giugno]

Si solenniza la festività del nostro Padrono S. Giovanni Battista, per cui la Comune paga…onze dieci, il dritto delle loggie [cioè i posti-fiera], ed il di più con limosina popolare».

Come si vede, fino all’Ottocento la festa era celebrata il 24 giugno, mentre oggi festeggiamo il Santo Patrono la prima domenica di luglio. Tale novità fu introdotta nel 1893 (cfr. Effemeridi di Orazio Busacca), sia per consentire un supplemento di elemosine in tempi magrissimi (si era nel pieno della crisi causata dalla fillossera, scoppiata nel 1886) sia per consentire ai lavoratori della terra e ai contadini di parteciparvi, una volta finito di raccogliere il grano le fave e ultimate le altre incombenze.

Nella festa era compresa una fiera di panni, poi sviluppatasi nel corso del XIX e del XX secolo a comprendere ogni oggetto da vendere. Era la festa di chiusura del raccolto e del trasferimento a mare o in campagna di chi poteva permetterselo. Per tutto il Novecento ha indicato l’apertura della stagione estiva, con trasferimento massiccio di cittadini verso la costa nelle case di villeggiatura il lunedì dopo la festa. Ma oggi mi chiedo se festeggiare il Patrono a luglio abbia un senso e se non sarebbe meglio tornare al 24 giugno…

La prima testimonianza della nascita della fiera di San Giovanni, risale al 16 giugno 1640 (in pratica una franchigia), con durata dal 23 al 30 giugno di ogni anno. Oltre ai tessuti e ai vari generi, dal 1796 fu autorizzata anche una fiera del bestiame. La Chiesa aveva anche diritto a ricevere un sovrapprezzo su carne e pesce, introiti che vennero meno nell’Ottocento. La fiera si teneva all’inizio in Piazza Duomo o Piano di San Giovanni, con qualche propaggine nel Corso (poi via Teatro, oggi Cavour). Nell’Ottocento, in onore del Santo Patrono, si correva anche un palio (corsa di cavalli) prima lungo l’attuale via Cavour (che in alcuni documenti di fine Settecento è chiamato Corsa di Palio) ed in seguito lungo l’attuale via dei Mille, fino al 1878, quando la corsa fu soppressa (un secondo palio si correva lungo la trazzera sulla collina di Cammarana, il 15 agosto in onore della Assunta.

Sulla festa di San Giovanni nel 1744: la leggenda dei bambini sanati.

Parlando nel 1744 del culto di San Giovanni nell’antica Contea di Modica, dopo aver ampiamente illustrato la devozione dei Ragusani, scrive il sac. Giovanni Palumbo:

«17.La seconda [città dove è celebrato il culto] è la Città di Vittoria nella stessa Diocesi di Siracusa, e Contato di Modica. Ella non è sì antica… e pure per la protezione ne tiene il Santo Precursore, di cui è principal Patrono, e Tutelare, conta il numero di nove mila abitanti. Il gloriosissimo Precursore di Cristo mostra di questa Città una speciale affezione, soccorrendola in tutte le necessità, e specialmente nella mancanza delle pioggie; più volte sperimentandosi, che girandosi in processione la di lui Statua, prima di ritornare in Chiesa è già venuta la pioggia. Si dimostra pure assai parziale nel guarire li fanciulli dalle crepature in tutti i tempi, ma in ispezialità qualor si fa la Processione colla di lui Statua alli 11 di Gennajo per memoria del terremoto del 1693 e nelli detti 24 Giugno ogn’anno. Si suole dalli Cittadini porre i figliuoli sopra la Bara del Santo, e giunti nella prima Chiesa filiale di S. Vito si osservano da’ Medici li figliuoli, e si trovano tre, o quattro già guariti. Poscia si prosiegue la processione, e giunti nell’altra Chiesa filiale di S. Giuseppe, si osservano di nuovo li figliuoli, e se ne trovano altri tre, o quattro guariti. Indi si prosiegue la processione nella Chiesa di Nostra Signora delle Grazie, ed osservati come prima li figliuoli, si ritrovano altri quattro, o cinque guariti: e ritornata finalmente la processione nella Venerabile sua Chiesa Parrocchiale, si osservano delli remasti o tutti, o alcuni guariti, e per lo più o nessuno, o pochissimi restano non totalmente guariti».

Bella tradizione fino ad oggi ignota, ad ulteriore dimostrazione che Vittoria è San Giovanni, che San Giovanni è il Santo di tutti i Vittoriesi e non ha bisogno che gli si intitoli una sala da pranzo, intitolazione di cui non sanno che farsene né il Santo né i Vittoriesi…

Sulla Madonna di Cammarana

La notte tra il 14 ed il 15 agosto per i nostri progenitori era una notte magica. Era la notte della festa dedicata all’Assunzione della Vergine, ma nell’antichità greco-latina a Demetra/Cerere ed in età bizantina indicata come giorno della morte (Kòimesis o Dormizione) di Maria, detta la Theotòkos, cioè la Madre di Dio, culto in Occidente evolutosi nell’Assunzione della Vergine. Attorno alla chiesetta sul promontorio di Cammarana, nel corso dei secoli si aggrumò una serie di leggende, soprattutto di “truvatura”. Così scriveva Giuseppe Pitré in un suo saggio del 1881:

«In parecchi comuni della provincia di Siracusa [oggi Ragusa] corre la credenza che a Camarina presso Scoglitti sia un tesoro nascosto, il quale non potrà essere disincantato se non la notte dal 14 ai 15 agosto da chi, presa moglie, non si sia pentito del matrimonio; ed è volgare il proverbio: ‘Cui si marita e nun si penti, pigghia la truvatura di Cammarana’. Dice la tradizione [inoltre] che i Turchi una volta, distrutto un tempio che colà era, gettassero a mare una statua della Madonna, insieme con le campane della chiesa. Ogni anno, nella notte che precede la festa, si ode in quel sito un grande rumore, e suono cupo di campane, di ori e di argenti»”.

A conferma del proverbio riportato da Pitré viene Giovanni Consolino, che nel suo “Proverbi e modi di dire vittoriesi”, nella serie “Marito-moglie-matrimonio”, riporta il seguente proverbio: “Ku si marit(a) e nun zi penti, si v(a) a ssiggi cient(u) unz(i) o bbank(u) i Lontra”. Una variante del proverbio riferito da Pitré ma sempre negativo: insomma, sarebbe più facile andare a riscuotere cento onze al Banco di Londra, che non pentirsi d’essersi sposati…

Sulla devozione verso l’Assunta di Cammarana è testimone Fazello nel 1544, che riferisce non solo della fiera che si faceva sul promontorio (poi fino ai primi dell’Ottocento anche un palio di cavalli) ma anche dell’afflusso di fedeli persino da Malta. Di che tipo fosse il culto, è testimonianza un racconto riferito in “Vestru” da Serafino Amabile Guastella, la cui fonte era una popolana di Chiaramonte:

«…C’era ‘na volta una povera orfanella; e quest’orfanella era divotissima della gran Signora Maria. A malapena il sagrestano sonava la prima messa, essa aveva il fuoco alle gambe, si metteva la mantellina e in quattro salti era in chiesa. Essa a sentirsi la messa ogni mattina, essa ogni sera a pigliarsi la benedizione, essa il rosario ogni ventun’ora, essa a confessarsi e comunicarsi ogni sabato. Questa divota -mettiamo che si chiamava Giovanna- era bella, bella che non c’era la pari, una vera faccia di sole: ma il motto antico non fallisce: nelle povere la bellezza è difetto. Batti oggi, batti domani, ora una parola, ora un regalo, ora un’imbasciatella, che vuole? La donna è canna, e il diavolo si ficca dentro le cipolle. Insomma, la divota cascò. La poverella non ebbe più animo di raccomandarsi alla Madonna, e passava le giornate a piangere, che il pianto lavava le pietre, e quando iva a letto, dicea: Io vi ho abbandonata, ma voi, Madre santa, non avete ad abbandonarmi, ché io sono una povera peccatora, e voi la Madre della Misericordia”. Venuta l’ora del parto e soffrendo la poveretta le pene dell’inferno per tre giorni di seguito, …la mammana le diceva: comar Giovanna mia, perché non vi fate portare la catena della Madonna? Ve la posate sul ventre, recitate la litania, e in un Padre e Figlio, la creaturina vien fuori come un pesce. Ma la divota rispondea: sono una scelerata, e non merito la protezione della Gran Signora. Finalmente, come volle Dio, la creaturina uscì a luce, ed era un figlio maschio, ma era cento volte meglio se le moriva nel ventre. Potenza di Dio! era brutto come un serpente, e coperto dalla testa sino ai piedi da una crostaccia che faceva venire lo schifo. La puzza poi…la puzza!…parea aprirsi la carnaia dei poverelli. Alla povera madre le cadde il cuore in vederlo, ma se lo mise al petto, dicendo: E’ Gesù Cristo che me l’ha mandato così. Non lo baciò perché era ancora turco [non battezzato, n.d.a.], ma gli diede il capezzolo. Passati quindici, o venti giorni Giovanna si armò di coraggio: pigliò il bambino in braccio, un pane nella sacchetta, la corona in mano, acqua ce n’è in ogni banda, e cammina, cammina arrivò a ripa di mare. Ora dicesi che nei tempi antichi in quella parte ove ora sono le maccuna ci era uno scoglio altissimo, e sopra quello scoglio avean fabbricata una cappelluzza a Maria Santissima Assunta; e le genti partivano da cento miglia lontano, e facevano filiere per ottenere la grazia. Come la divota arrivò, bacia piangendo le pietre della cappelluzza, e inginocchiandosi cominciò a dire con grandissima fede: o bella Madre Assunta, non mi avete a negare la grazia che vi domando, non me l’avete a negare. Levate la lebbra a questo innocente, e datela a me peccatora, datela a me, bella Madre. A malapena dice questa preghiera, solleva le braccia al quadro della Madonnuzza, ed ecco che il figlio, le cade a testa in giuso nel mare. La povera madre gettò una voce, che parse spiccicarsele l’anima, e si lasciò ire come una saetta per pigliare la creaturina. O Gran madre miracolosa! -(qui la narratrice piangeva)-. Il bambinello era vivo, e rideva amoroso amoroso, e agitava le manuzze in segno di contentezza. Dov’era ita quella crosta fetente? Era diventato lucente come un cristallo, e di tanto brutto che era, ora parea un bambino Gesù. Il mare, ove era caduto, la Madonna l’avea fatto seccare in un fiat. La divota si fece monaca di casa, e con l’andare del tempo il figlio si fece prete, e diventò Vescovo di Siracusa». Così Guastalla.

Ma dal promontorio viene anche la più nota leggenda di Re Cucco, di cui parlò Biagio Pace, spiegandone la nascita con il rinvenimento di monete camarinesi con la civetta (kukku in dialetto). In tempi più recenti (1995) il prof. Virgilio Lavore nel suo “Il tesoro di Cammarana” rielabora con fantasia la materia, quando già dai primi anni ’80 a Scoglitti si organizzava “il corteo di Re Cucco”, ad opera di Arturo Barbante, dei suoi collaboratori e col patrocinio delle Amministrazioni Comunali dell’epoca. La leggenda della campana sommersa e «il suono cupo di ori e di argenti» proveniente dal fondo del mare, ispirarono infatti Lavore, che parlò del favoloso Re Cucco, che nei pressi del Papallosso, cioè i resti dell’antica torre di Cammarana sul promontorio, avrebbe accumulato un immenso tesoro custodito in una grande caverna sotterranea, cui si accederebbe attraverso un labirinto di passaggi e cunicoli ma solo indovinando la formula magica…

La storia, le leggende di truvatura, la devozione popolare, i culti pagani divenuti cristiani: tutto si fonde in una notte magica…

Ritornando sulla Madonna di Cammarana, ricordo che nella chiesetta non c’era una statua della Vergine ma un quadro della Morte di Maria o Dormizione (come scrive Paternò nel 1877), Kòimesis in greco. Per caso ho trovato su fb la foto di un dipinto della Kòimesis esistente in una chiesa di Boyana in Bulgaria: come si vede, l’iconografia è identica a quella della Martorana (1143), con Gesù che tiene in braccio l’anima di Maria, rappresentata come un bambino in fasce. È impressionante constatare come a migliaia di chilometri di distanza e in tempi diversi si dipingesse allo stesso modo, prova di un rigido formalismo teologico caratteristico del culto bizantino.

Sulla “pasta reale”

Molti pensano che alcuni dei dolci tipici in uso in Sicilia per “I Morti” siano di esclusiva tradizione siciliana. Ma a volte le convinzioni più pertinaci sono errate. Faccio due esempi: i “pupi di zucchero” e la cosiddetta “pasta reale” o “frutti della Martorana” (che secondo la tradizione sarebbe stata inventata nel 1305 dalle suore del monastero della Martorana a Palermo).

In verità, insieme con sfinci (frittelle), torrone, cubbaita o giurgiulena, cannoli (dagli Arabi riempiti di mandorle o pistacchio tritati con zucchero) ed altri (fra cui le antenate delle ‘mpanatigghi modicane, ovviamente senza cacao), si tratta di dolci di origine araba (non è di origine araba invece per alcuni studiosi la “cassata”, da “caseata”, termine proveniente dal Centro-Italia, all’inizio una torta di formaggio poi condita con ricotta dolce, quindi arricchita con Pan di Spagna dopo il 1620 e realizzata così come oggi la mangiamo intorno al 1870 dal pasticcere palermitano Gulì). Una tradizione siciliana dunque, ma che deriva in parte dalla Bagdad delle “Mille e una notte”, in parte dal Cairo (città fondata da un generale siciliano, chiamato appunto as-Siqilli). Dallo studio dei ricettari arabi del IX e X secolo e poi di quello ispano-magrebino del 1230 circa (che contiene ricette in uso tra il Marocco, l’Andalusia e la Sicilia, famosa per le sue cipolle), si hanno tracce di dolci che se non sono i nostri pupi di zucchero o la nostra “pasta reale” poco ci manca…In ogni caso i cuochi (oggi si chiamerebbero chef) dei re normanni erano arabi e probabilmente conoscevano il grande patrimonio gastronomico dell’Oriente arabo-persiano.

A suffragare quindi quanto già affermato da Michele Amari (che parla di una ascendenza cairota per i pupi, per la pasta reale e la frutta candita), riporto alcune ricette del codice Magrebino del 1230, redatto da un anonimo andaluso.

Ricetta n. 460 “Figure rivestite di zucchero”

«Si versa tanto zucchero in altrettanta acqua o acqua di rose e si cuoce fino a che la sua densità sia adatta, si versa nello stampo e si fa a figura di ciò che è rappresentato nello stampo…Poi colòralo con la doratura, e altro che tu voglia, e se vuoi fare un albero o una figura di castello, taglialo a pezzi, fallo in pezzi diversi, poi lo colorerai pezzo per pezzo e li incollerai con mastice fino a completare la figura che vuoi…». Pupi di zucchero?

Ricetta n. 446 “Dolce chiamato al-ma’uda”

«Si prende zucchero, si scioglie con acqua, si pone su un fuoco moderato, si aggiungono mandorle tritate, poi si versa su una superficie di marmo unta. Si modella un raguif [sfoglia] che mentre è ancora caldo si taglia con le forbici, nella forma che si vuole, o come i datteri ripieni di mandorle… o come i fichi di Malaga o a forma di uva o di pera o altro, mentre è ancora caldo».

Ricetta n. 461 “La fakiya di zucchero (“la allegra”)

«Si prende una parte di zucchero setacciato, una parte di mandorle tritate e si impastano con acqua di rose. Se ne fanno rosquillas [ciambelle o biscotti di forma varia] e altre figure».

Ricetta n. 414 “Qahiriya [Cairota] detta al-sabuniya” (cioè a forma di pezzi di sapone)

«Si tritano molto finemente mandorle e altrettanto zucchero e si aggiungono lavanda, chiodi di garofano, un po’ di canfora e muschio sciolto in acqua di rose; si pesta il tutto in un mortaio fino ad avere una pasta uniforme; quindi si fanno con l’impasto rosquillas

[ciambelle o biscotti in genere]

, raguifes (sfoglie) e [forme] come polpette. Si immergono più volte in sciroppo di rose zuccherato e giulebbe molto denso. Conclude l’anonimo: «E’ buona, degna di re; si faceva a Marrakuš».

Insomma, pupi di zucchero e pasta reale: siciliani sì ma di origine araba…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.