Non sarò certo io -nell’attuale oscuro momento amministrativo cittadino- a negare la necessità di qualche raggio di luce: la celebrazione del nostro vino, in programma nei giardini del Municipio dal 20 al 22 settembre, va dunque apprezzata.

Io però vorrei approfittarne per chiarire una volta per sempre alcuni aspetti della nostra storia vinicola, in base ai documenti e non alle consuete fantasie.

Leggere che il “Cerasuolo” sarebbe nato con la fondazione di Vittoria -così come riportato dalla recente guida di “Repubblica” intitolata “Il paradiso degli Iblei”, a pag. 223- è una solenne scempiaggine (sempre, come al solito, per usare un eufemismo).

E allora, quali vitigni furono piantati sin dall’inizio nelle contrade del territorio man mano che venivano messe a coltura? Dallo studio dei censimenti di Vittoria fatti dal 1616 al 1748, è stato possibile seguire il trionfale progresso del vigneto dalle zone della valle e attorno all’abitato fino all’interno in tutte le direzioni e lungo la costa, ma non le qualità dei vitigni.

Dai riveli (soprattutto da quelli del 1748) ci è possibile apprendere che già a metà Settecento le contrade vignate erano ben 54 (quasi tutte), con vigne estese per oltre 3.000 ettari (il calcolo è mio ed è basato sulle migliaia di viti dichiarate e sulla superficie occupata da ogni migliaio, pari a mq. 2188, in base al sesto allora in vigore).

Solo nel rivelo del 1714 abbiamo le prime notizie di alcune qualità di vino esistenti a Vittoria. Il barone don Giombattista Ricca infatti nel 1714 rivela di possedere barili di vino della qualità “guarnaccia”, “moscatello”, “malvasia”: si tratta di vini bianchi da pasto però, che non sappiamo se venissero prodotti sul posto o fossero importati. Nelle sue vigne alla Scaletta produceva comunque il vino detto genericamente “rosso” o “nero”, come centinaia di altri produttori vittoriesi. Pur non avendo alcuna indicazione, è ovvio presumere che i vitigni piantati sin dai primi del Seicento furono quelli in uso nelle zone vicine da cui provenivano gli abitatori e soprattutto -credo- quelli dei vigneti di Chiaramonte, Comiso, Ragusa, Scicli etc.

Ma per sapere quali vitigni erano piantati in genere nel Seicento in Sicilia e nel Val di Noto (da cui provennero la maggior parte degli enfiteuti), è necessario passare in rassegna alcune fonti coeve.

Per semplice curiosità, riporto però alcune notizie tratte da vocabolari siciliani. Uno dei più antichi è quello dell’abate Angelo Senisio (1348) che cita solo la qualità “minna vacchina” (detta in seguito “bumaste”, dal greco, che significa appunto “minna di vacca”; ancora in uso nel palermitano, ne riporto una foto, precisando che tutti gli attuali vitigni sono stati reinnestati su porta-innesto di viti americane dopo la catastrofe della fillossera di fine Ottocento).

Nel vocabolario di Niccolò Valla (1500, studiato e pubblicato dal vittoriese prof. Giuseppe Gulino) vengono citati i seguenti vitigni: “duraca o duracina”, “insolia”, “minna vacchina”, “muscatella”.

Lucio Scobar (1519) cita anche lui la “minna di vacca”, e per la prima volta la “curniola”. Per quanto ne capisco, si trattava di uve bianche, soprattutto della Sicilia occidentale.

Una descrizione completa delle qualità di vino prodotte in Sicilia nel Cinquecento è opera del piceno Andrea Bacci (1524-1600), medico e scienziato, autore, tra le altre cose, anche di una apprezzata opera enologica intitolata De naturali vinorum historia, de vinis Italiae et de conviviis antiquorum Libri VII (pubblicata a Roma con tre edizioni nel 1596, 1597 e 1598, ed in Germania a Francoforte nel 1607 in otto libri), dedicata al suo mecenate: il card. Ascanio Colonna (1560-1608), da noi conosciuto anche per essere fratello della fondatrice di Vittoria.

Nella sua opera, Bacci parla dei vini dell’agro catanese, che sono «simili a quelli del Vesuvio ed ai [vini] Greci, per la presenza dell’Etna: imitano i generosi vini antichi detti di Tauromenio e Mamertino, prodotti lungo la costa di Savoca e Nasso, di Scaletta e fino al monastero di San Placido». Cita inoltre «il vino detto Calaurisi, prodotto a Napoli, nel Salernitano, nel Cilento, fino a Cetraro e a Paola in Calabria ». La sua caratteristica è quella di essere arricchito con il cotto, che gli dà un colore fulvo. Si tratta di un vino di «molta forza, e nutrimento…solido», capace di resistere non solo al calore estivo. Fatto da vari generi di uve, è adatto ai «grandi banchetti, e per l’uso familiare, utile anche agli operai…». Lo studioso accenna poi ai vini del Val di Noto: il «Vino Netino, conosciuto col nome di Siracusano a Malta» (probabilmente il moscato di Siracusa).

Come si è detto, sfortunatamente, nessun cenno a vitigni è nei riveli né negli altri documenti del Seicento vittoriese, mentre studiosi ed eruditi cominciano ad occuparsene a Palermo. A fine Seicento, infatti, frate Francesco Cupani nel suo “Hortus catholicus sive catalogus” (Napoli 1696, 1697) elenca molte varietà di vitigni, con notizie che però noi possiamo utilizzare alla luce di quanto scrive «Dei vini della Vittoria» Domenico Sestini, bibliotecario del principe di Biscari. La memoria, scritta tra il 1770 ed il 1775, fu pubblicata dall’Accademia dei Georgofili nel 1812 e ripubblicata da Sellerio nel 1994 a cura della Banca Popolare di Credito e Servizi, in occasione della inaugurazione della sua sede vittoriese. Ed è proprio Sestini che indica finalmente i nomi dei vitigni allora in uso nel Vittoriese: «sono i Frappati, i Calabresi, i Grossi Neri, li Cataratti, le Visazzare, e li Guarnacci, le quali sorte d’uve unite tutte insieme producono un’ottima qualità di vino rosso». Confrontando Sestini con Cupani, possiamo proiettare un fascio di luce sul Seicento, quando probabilmente questi potevano essere i vitigni piantati a Vittoria:

In Cupani il Grosso Nero è indicato come “Niuridduni”; il Frappato come “Niureddu ordinariu” (in altri documenti detto anche “Niureddu comuni” o anche “Surra”); il Calabrese come “Calaurisi”; il Catarratto (vedi foto) mantiene il suo nome (individuato da Sestini anche come “Trebbiano”); la Visazzara è in Cupani detta “Buxazzara”, mentre la Guarnaccia è distinta in bianca e nera.

Sestini indica le contrade che producevano i vini migliori: Santa Teresa, Pettineo, Fossa di Lupo, Spitalotto, Capraro, Montecalvo, mentre a me le più vitate e le più produttive risultano le contrade Anguilla-Lucarella (in assoluto quella con una maggiore estensione di vigne), Pozzo Bollente, Pozzo Ribaldo, Resiné, Suvaro Torto, Bastonaca, Bonincontro, Boscopiano ed altre.

Sestini dice che gran parte del vino vittoriese veniva esportato a Malta, notizia confermata dall’abate Paolo Balsamo che venne a Vittoria nel 1792 e poi nel 1808, ma che non cita vitigni.

Con buona pace degli estensori della guida di “Repubblica” e dei loro disinformati informatori, il bibliotecario del principe di Biscari al primo posto mette il “Frappato” ed in verità sembrerebbe che questo vitigno sia la vera caratteristica dei vigneti vittoriesi originari. Ce lo conferma in una sua lettera del 1890 al barone Mendola di Favara lo stesso on. Rosario Cancellieri, che così scrive:

«Dacchè esiste Vittoria (città fondata nei primordi del XVII secolo) il Frappato è stato universalmente preferito…in queste contrade. Esistono vigneti le cui piantagioni risalgono al XVII secolo e tutti di Frappato, come di Frappato generalmente sono tutte le piantagioni del secolo presente…In relazione alle altre varietà rappresenta il 90% e forse più di questa plaga vitifera. In Vittoria accennando ad un vigneto senz’altra indicazione intendesi il Frappato, mentre in caso diverso si specificano le varietà come sarebbero il Calabrese, il Catarratto, l’Albanello etc.».

Il vino di Vittoria (chiamato solo “rosso” o “nero”), di 14 o anche 16 gradi di alcool, dal 1816 in poi prese il nome di vino “Scoglitti”, dopo che il barone Francesco Contarella (1772-1837), per superare la crisi del commercio causata dall’abbandono della Sicilia da parte delle truppe inglesi dopo il 1815, lo spedì direttamente da Scoglitti, saltando l’intermediazione di Messina, dove prima veniva spedito per poi essere imbarcato verso i porti di Livorno e Genova.

Un’ulteriore prova che per tutto l’Ottocento fu il Frappato il vitigno-principe dei vigneti vittoriesi è data dal sindaco Giovanni Leni di Spadafora, che in una sua relazione all’Intendente di Modica nel 1853 così scrive:

«…La specie dell’uva che si coltiva quasi generalmente è l’uva rossa che in Vittoria chiamasi Frappato che si assimila al Nivoro [Nerello] che coltivasi nell’Etna. Questa vite è la piú forte che si conosca. Il suo sapore è aspro e men dolce della uva tenera e il vino che si produce tiene del sapore del frutto Mareyge, anzi migliora con gli anni e la navigazione. Si pianta…in proporzione dei 90 a 10 tra il Frappato e le altre specie». Leni precisa poi che il vitigno resisteva benissimo all’oidio (che aveva distrutto i vigneti napoletani) e che anche per questo era il preferito.

(Sull’origine del nome, qualcuno ha scritto che “Frappato” sarebbe una corruzione per “Fruttato”: a mio avviso invece potrebbe derivare dal verbo “frappari” che secondo Del Bono (1751) significa “tagliare, incidere profondamente” e in effetti le foglie della vite sono profondamente incise e lanceolate,.

Anche Salvatore Contarella nel saggio “Il presente e l’avvenire dei vini Scoglitti” (1875), parlando dei vitigni vittoriesi, conferma il primato del Frappato. A Vittoria infatti si coltivavano all’epoca:

«1.Il Negrello, che in vernacolo si chiama [Frappato], che dà grappoli di uva nera, lunghi sino a 25 centimetri, e proporzionalmente grossi, con acini arrotondati, ed uniti fra loro, che all’epoca della maturità acquistano un color nero vellutato, di gusto grato al palato, e molto zuccherino.

2.Il Calabrese, che dà uva nera, con grappoli più piccoli, ma più numerosi del Negrello, con acini più prolungati, e meno compatti, di un gusto meno dolce del Negrello.

3.L’Albanello che dà uva bianca tendente al verde, ma che prende un color d’oro all’epoca della maturità, di lunghezza, e grossezza maggiori del Negrello, con acini rotondi, compatti, e più grossi del Negrello, grata al palato, e buona anche come uva mangereccia.

Le due ultime varietà, cioè il Calabrese, e l’Albanello, stanno a proporzione del Negrello come uno a trenta. Ne segue che abbiamo l’unità, o poca varietà di vitigni, che è la seconda condizione della buona vigna Latina» (come si vede, Contarella aumenta la percentuale del Frappato nella composizione dei vigneti dal 90% di Leni ai 29/30, cioè alla quasi totalità di una vigna.Contarella parla anche dell’enorme produzione del territorio dei comuni di Vittoria, Comiso, Chiaramonte e Biscari, pari a 400.000 hl l’anno.

Poco prima della catastrofe della fillossera (dal 1886 in poi), anche Orazio Busacca, nelle sue “Effemeridi” dal 1850 al 1896 parla principalmente di tre vitigni: Calabrese, Frappato nero e Cateratto bianco.

Un quadro dei vitigni della provincia di Siracusa prima della fillossera è data dall’Inchiesta Jacini del 1885 che ne elenca ben 39. Tra essi i nostri: Albanello bianco; Catarratto bianco e Catarratto nero; Calaurisi; Guarnaccia; Insòlia bianca e Insòlia nera; Lignaggiu di Surra o Frappato; Moscato (di Siracusa); Nero d’Avola; Grosso Nero. Da notare la distinzione tra “Calaurisi” e “Nero d’Avola”: trattandosi dello stesso vitigno, ciò si spiega con la diversa denominazione in luoghi diversi, cosa che dava luogo alle varianti di nome (non sempre distinte dall’estensore della relazione finale). Infine, così leggiamo in una relazione del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, risalente al 1896:

«Chiamansi poi col nome di Vittoria i vini della vasta pianura posta nei territorio di Chiaramonte, Comiso, Vittoria e Scoglitti. In commercio passano anche col nome di vini di Scoglitti, dal luogo d’onde vengono spediti: derivano dal Frappato e dal Calabrese, sono però più pregiati i vini che provengono dal solo Calabrese (da non confondersi col Calabrese di Siracusa). Il pregio principale dei vini di Vittoria è la schiuma rossa senza nulla di violaceo, ed è precisamente ciò che li rende più ricercati di quelli di Pachino. Hanno molto profumo, sapore caratteristico e color rosso granato, sono poco sapidi, molto alcoolici e ricchi di corpo; ebbero grande fortuna nella Francia meridionale: oggi si spediscono a Genova e Napoli e anche all’interno dell’Isola». Da questa relazione, sembrerebbe che a fine Ottocento il Calaurisi abbia preso già il sopravvento sul Frappato….

Solo lentamente, ai primi del Novecento, la catastrofe della fillossera poté dirsi superata, grazie alle sperimentazioni francesi di Montpellier, recepite in Italia anche con la legge Cancellieri del 19 luglio 1881, n. 167. In base a tale legge furono impiantati soprattutto in Sicilia vivai che sperimentarono l’innesto di alcuni vitigni siciliani su porta-innesto di vite americana (la stessa che aveva introdotto la fillossera in Europa, ma che ne era immune). Nella nostra zona, nei due vivai di contrada Surdi e Boscopiano furono così reimpiantati soprattutto i tre vitigni Frappato, Calabrese e Albanello: c’è anche da dire quindi che il gusto attuale dei vini potrebbe essere assai diverso da quello del passato. Ma come è nato quello che oggi è il maggior vanto vinicolo di Vittoria?

Il termine “cerasuolo” è riscontrato per la prima volta nelle “Effemeridi dal 1850 al 1896” di Orazio Busacca al plurale: “cerasuoli” per Busacca sono i vini “scoloriti” e di non buona riuscita rispetto al normale colore rosso o nero: pertanto non ne ha grande considerazione.

Più indicativo è invece l’enotecnico Arcangelo Mazza, che nella sua tesi di laurea del 1910 intitolata «Ricerche per migliorare le condizioni economico-agrarie del territorio di Vittoria» così descrive le diverse qualità di vino ai primi del Novecento:

«I vini cerasuoli si ottengono facendo fermentare per alcune ore (12 circa) il mosto e le vinaccie insieme. Nel territorio hanno il primato per la evidente ragione che costituiscono i vini di diretto consumo e per essere ricercati nell’interno dell’Isola… I vini rossi da taglio [si ottengono con] l’intinamento delle uve…36 ore al minimo… I vini bianchi nel territorio sono quantità trascurabile…Si ottengono mediante uve bianche (albanello, catarratto, ecc.)». Come si vede, Mazza non dice come si combinino ed in quale percentuale le uve delle diverse qualità per ottenere il cerasuolo.

Chi invece lo fa è il massimo enologo di Vittoria, nonché massimo poeta dialettale di Vittoria: Neli Maltese (1863-1947). Nel suo «Ditirambu. Eloggiu a lu vinu di Vittoria», contenuto nella raccolta “Scuru” (pubblicata dopo la sua morte nel 1947) parla di quattro vini prodotti a Vittoria:

-il “vino nero o rosso da taglio”, fatto di Calabrese e Frappato;

-il “vino Cerasuolo”, anch’esso fatto di Frappato e Calabrese, distinto in “forte” o “leggero”;

-il “vino vecchio” (delle qualità precedenti, ma invecchiato);

-il “Moscato o Moscatello”.

Con Maltese abbiamo pertanto la certezza che a poco a poco, dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, il Cerasuolo (prodotto secondo Mazza con appena 12 ore di fermentazione nei “tinelli”) andò conquistando sempre maggiore spazio, distinguendosi nelle due qualità accennate probabilmente variando le ore di permanenza nei “tinedda”: per esperienza diretta risalente agli anni ‘60, a Pettineo nel palmento il mosto veniva a volte “sfossato” a mezzanotte, a volte l’indomani (aggiungo che nelle vigne di Pettineo oltre al “calaurisi” c’erano vitigni soprattutto di “ruossu niuru” e di “giacché”, oggi completamente scomparso dalle nostre parti).

Il primo che usò però commercialmente il nome “Cerasuolo” in un’etichetta di bottiglia fu il cav. Giuseppe Di Matteo, che nel 1950 imbottigliò vino con i nomi di “Cerasuolo-Bastonaca e Cerasuolo-Santa Teresa”, e che all’on. Salvatore Ricca (allora deputato regionale dell’Uomo Qualunque, ma già sindaco nel 1925, quando si distinse per aver fatto deliberare dal Consiglio la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini) chiese di proporre una norma per il riconoscimento della denominazione. L’Ars nel 1951 votò una proposta in tal senso indirizzata al Senato, ma non se ne fece nulla. Solo con decreto del 29 maggio 1973, il Cerasuolo di Vittoria ebbe il suo riconoscimento di legge, perfezionato con D.M. del 13 settembre 2005, pubblicato nella G.U.R.I. del 26 settembre 2005, con la concessione della D.O.C.G.. Il Cerasuolo di oggi è formato da un 50-70% di Nero d’Avola/Calabrese e da un 30-50% di Frappato. Anche per le denominazioni sarebbe utile ritornare alle antiche: perché chiamare “Nero d’Avola” il vitigno che è il “Calabrese” di Vittoria? (come il pomodorino: inventato a Vittoria, è conosciuto come “Pachino”…). Non lo dico per campanilismo, ma solo per riaffermare un primato che la storia ha dato a Vittoria e che i Vittoriesi non abbiamo saputo sempre valorizzare. Sarebbe quindi ora di farlo. Questa, in sintesi, è la storia dei vini vittoriesi, per non parlare dell’influenza del vigneto sull’architettura civile (dal teatro alla basilica di San Giovanni) e soprattutto su quella privata in stile Liberty. Sperando di aver fornito materiali utili a progettare il futuro, non mi illudo però di non leggere o sentire più le consuete scemenze sulla nostra storia, quale ad esempio anche quella secondo cui il vino prodotto nel territorio dell’antica Camarina fosse l’“antenato” del Cerasuolo…

Paolo Monello

Nato a Vittoria nel 1953, già sindaco (1984-1987, 1991) e assessore comunale (dal 1981 al 1993 e dal 2007 al 2009), deputato nazionale del Pci-Pds dal 1987 al 1994, da anni si dedica a ricerche storiche su Vittoria ed il suo territorio, sulla base di una grande massa di documenti inediti provenienti dall'Archivio di Stato di Palermo, dall'Archivio di Stato di Ragusa, dall'Archivio Storico di Vittoria (e anche dall'Archivo General de Simancas, Spagna). Ha cominciato a pubblicare a stampa nel 1990 e dal 2012 sulla piattaforma kdp di amazon.it. Gli e-book digitali sono on line su kindle store.